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IL PRIMO MAGGIO – FESTA DEL LAVORO –

Per commemorare degnamente questa giornata di festa, vorrei idealmente unire passato e presente. Vorrei trarre spunto dalla radice storica di una certa tradizione canora, ormai famosa e consolidata nel nostro vissuto collettivo. Una musica riconosciuta in tutto il mondo che è, in realtà, un canto nato dalle LAVORATRICI dei campi.

Questa canzone è diventata l’inno per la libertà dei partigiani italiani e ora, come ci insegna questa spettacolare pandemia, se ne è appropriato tutto il mondo.

BENISSIMO, direi, non fa male condividere certe tradizioni e scoprire che sono UNIVERSALI.

… perché siamo noi la storia, siamo noi Bella Ciao, siamo noi questo piatto di grano …

Ora mettiamo l’accento sul concetto di condizione del lavoro e sul VALORE DEL LAVORO. Perché da questo dobbiamo ripartire per raccogliere la VERA SFIDA che ci ha lanciato il presente. L’unico assist offerto da questo Covid-19, e che dobbiamo sfruttare per andare in GOAL e vincere la sfida del futuro.

http://www.animaperilsociale.it/wp-content/uploads/2020/04/lavoro-che-crea-valore.pdf

Serve quindi il coraggio, oltre che l’intelligenza, di andare oltre il modello di organizzazione del lavoro pensato all’epoca della seconda rivoluzione industriale.

Una normalità trasformata va costruita anche su un’economia intenzionalmente più sociale.

Queste sono due citazioni dall’articolo di cui al link qui sopra. È breve, leggibile in tre minuti, e pone l’accento anche sul cosiddetto “distanziamento sociale”. Perché la terminologia stona, lo dovremmo chiamare “distanziamento fisico”. E in questo è d’accordo anche Zucchero Sugar Fornaciari, ascoltato al “concerto virtuale” del 1° maggio.

Occorre fare sul serio, non basta più misurare il “Bene” del valore prodotto, è arrivato il tempo di dare Valore al “Bene” che si vuol generare.

Questa è la chiusura dell’articolo e, che dire; speriamo in chi di dovere affinché venga raccolta questa sfida di CORAGGIO E INTELLIGENZA.

AS I STARTED – L’INIZIO

Come o perché ho cominciato a scrivere?

Mi è sempre piaciuto mettere sul foglio la parola scritta, tant’è che al tema di maturità mi sono superata, almeno nel confronto con gli altri maturandi.

Però non pensavo di avere una propensione alla scrittura, almeno non tanto da considerarmi una “scrittrice”, e poi la vita si apre davanti e devi iniziare a esplorare il mondo degli adulti per fare “esperienza”. Da questo momento perdi la tua innocenza di ragazza e puoi solo augurarti che tutto ti vada bene.

Per me non è stato così, nel senso che le vicende della vita non sono andate tutte nel verso giusto, e a un certo punto mi hanno portato a fare delle valutazioni per dare una decisa sterzata all’indirizzo delle mie priorità.

Succede così che a grandi delusioni professionali, determinate dalla discriminazione per essere donna, si contrappone la nascita di una decisa voglia di ribellione. E questa necessità può realizzarsi solo passando attraverso l’elaborazione della propria esperienza. E siccome in quel periodo la materia di cui mi occupavo, il settore agrario, era fortemente discriminata dai mass media e dall’opinione pubblica in generale, mi sono iscritta alla Scuola Superiore di Giornalismo.

Cosa succede a una giovane persona che riprende gli studi dopo un’esperienza lavorativa? Succede che si libera di molti freni inibitori, succede che comincia a scavare dentro sé stessa per scoprire quali sono i suoi limiti interiori, succede che comincia a confrontare il suo essere donna con quello che gli riflette il mondo esterno.

Devo andare in fretta e scrivere il più possibile, se mi soffermo sulla cronaca non finisco più.

Ad ogni modo, ciò che accadde fu che cominciai a buttare giù righe di mio pungo, scritti divaganti tra pensieri e ragionamenti a ruota libera. Ma quando scrivi di qualche fiammella di idea che ti passa per la testa, inizialmente ottieni solo una gran confusione di frasi e periodi. Rileggendo non comprendi il senso di quello che volevi dire. Inizia a questo punto l’esercizio, la quotidianità sulla scrittura e il confronto costante sugli argomenti. E gli studi universitari.

Da questo humus situazionale nasce la prima idea di storia da raccontare. Scavando nell’anima e nelle radici dei propri pensieri si scoprono sensazioni ed emozioni alle quali si rende necessario dare una dimensione, un’importanza, un perché.

Questo succede nei primi stadi della scrittura, e nell’età giovane, quando si pensa di dover dare una spiegazione a tutto. Poi fortunatamente questa urgenza si perde, e si tende a esprimere in scrittura ciò che passa per la mente, per raggiungere quella frazione di ispirazione che costruisce il mondo della propria creatività. Ecco, l’ho detto.

L’esercizio fatto per raggiungere almeno la comprensione in quello che scrivevo l’ho fatto da autodidatta. Ho giocato con le parole nascondendole sotto il lenzuolo per cercarle a occhi chiusi e poterle riconoscere con il tatto lessicale. Questa non la sapevo.

Anche la Scuola ha contribuito a farmi confrontare con l’imparare a scrivere, e per qualche anno mi sono divertita con articoli e roba del genere. A un certo punto la Scuola non ha più soddisfatto le esigenze iniziali, non dava sbocchi futuri e costava troppo. Allora si molla per concentrarsi sulla vita pratica e la dedica allo scrivere diventa puro diletto.

Il primo testo intesto come romanzo, come storia da raccontare, ha subito moltissimi cambiamenti nel corso dei decenni e nel susseguirsi delle stesure. È nata come una ricerca, poi è diventata una storia complessa che, per la sua buona evoluzione, deve restare ancora segreta.

La seconda idea per un racconto, che poi si è trasformato in romanzo, è Nessun Nesso, testo che originariamente si chiamava Viaggio nell’Affitto dei Pensieri. Mi sono figurata di una persona che per scoprire alcune verità su sé stessa e sul suo compagno, anziché fare un percorso virtuoso di analisi, si affida all’esoterismo. Inizialmente per scherzo, poi la cosa diventa incontrollabile e la protagonista si trova a vivere in un mondo parallelo.

Una situazione in cui i pensieri, le storie e le vicende diventano surreali tanto quanto le vere esperienze ascoltate dalla Cartomante. Fino all’epilogo con un viaggio a cavallo tra l’onirico e il delirante.

 Mentre prendevano corpo i primi romanzi, mi sono dilettata a scrivere racconti e favole, sempre per continuare nell’ottica dell’esercizio con le parole e le ispirazioni. Sono nati così tantissimi spunti, alcuni hanno preso corpo, altri sono rimasti negli appunti, altri sono diventati “monologhi all’impazz(i)ata”.

Il bello di navigare tra tutte queste idee e racconti oltre a darmi l’impressione di essere immersa in una piscina di palline di plastica, ha partorito una certa continuità e dato un sottile filo conduttore ai miei scritti. Così tra i racconti mi sono trovata un “Apoteosi di Nessun Nesso”, che posso considerare come il termine ufficiale del testo partito come Viaggio nell’Affitto dei Pensieri.

Nell’analisi della realtà attorno a me, e con le esperienze che la vita ti fa fare, soprattutto seguendo la crescita dei figli, è nato La Goccia.

Un testo che racconta la storia dei protagonisti analizzando situazioni che dimensionano gli attimi e le condizioni ingigantendole proprio come fa la goccia appoggiata su un testo scritto. A me è piaciuto molto, scriverlo.

Un altro testo che è nato con l’osservazione delle persone e delle situazioni attorno a me è La Storia di Gàlino, una via di mezzo tra realtà e investigazione.

La soddisfazione di riuscire a dare un corpo di testo alle mille vicende che ognuno di noi vive nella sua storia di vita mi hanno portato a ripercorrere passi di esistenza vera, ricordi e collegamenti con le “visioni” dell’attualità.

È nato così Cicana, posta per monia? Un divertente passo indietro nel tempo fino a rivivere i giochi dell’infanzia e il tempo di quando essi hanno avuto fine. Una sorta di autobiografia dell’infanzia che si confronta con il presente e con il significato della crescita.

In tutto questo gioco, e avendo raggiunto anche una certa matura età, ci sono stati degli appunti che sono partiti come spunti e idee da far maturare in un secondo tempo. E quando si dà spazio alle idee e alle storie per come vengono in mente, si riesce a raggiungere uno stadio in cui esse prendono le dimensioni di immagini.

E quando si riesce a far scorrere le immagini fissandole nella parola scritta, ecco che le storie prendono una forma loro e devi solo seguirle per capire dove vanno a finire.

È nato in questo modo il testo La Bottega della Franca che, paradossalmente, è e sarà l’unico che ho pubblicato.

 In questi ultimi anni ho ripreso in mano il primo testo cui ho “tentato” di dare corpo e la storia si è arricchita rispetto a quella iniziale. Adesso ha una dimensione sua, una ricerca storica e un pathos del tutto diverso da quello da cui sono partita. Riuscirò a sistemarlo tanto da meritarsi la pubblicazione?

PROLOGO ALL’APOTEOSI DI NESSUN NESSO

Nella stazione pseudo immaginaria l’uomo salì sul treno che stava al terzo binario. Da dove venisse e come si fosse materializzato quel treno non si capiva. Era fatto di carrozze piene di finestrini, carrozze tutte di vetro, anche nei pavimenti; lui salì e io lo seguii.

Mi sentivo come la formichina brava e ubbidiente, che segue le sorelle che le stanno in colonna davanti. Una formichina che non si domanda cosa stia facendo, è certa che lo sappiano le altre, quindi le segue mansueta, con la mollichina di pane stretta tra le mascelle, pronta a compiere il suo dovere per portare il cibo al termitaio.

Quando scendemmo dal treno eravamo in un paese-città molto grande e, per quanto camminassimo, non ci trovavamo mai nei pressi della cinta muraria. Dall’aspetto architettonico poteva somigliare a un paese medioevale con le stradine e i vicoli caratteristici, ma le sue dimensioni erano vastissime.

Ordine, pulizia, nessun vagabondo, l’impressione era di essere di fronte all’impeccabilità e alla perfezione.

Ripresi a camminare sul tappeto erboso del prato ben curato che si stendeva di fronte a me; arrivai nei pressi di un palco, un uomo stava parlando a una folla di persone scarsa, ma molto attenta. Ero arrivata a non pensare tanto mi ero concentrata nell’ascoltare le storie degli altri, ma in quel mondo di mistificatori, di lingue dell’incomunicabilità e di culto dell’esteriorità i pensieri erano diventati merce rara di assoluto valore.

Tutto il resto erano solo i simboli di una proiezione esterna invalidante.

Ogni posto mi sembrava assurdo e ogni passo in avanti verso una spiegazione ne registrava almeno dieci all’indietro sul piano di una coerente comprensione. Se dei piccoli spiragli si aprivano lasciando intravedere una possibile soluzione finale del sogno, nel frattempo frane di fatti inspiegabili occludevano la via del ritorno. Più il viaggio proseguiva e più appariva probabile la fine logica in un candido risveglio.

O questo era quanto speravo fin troppo intensamente.

Mi alzai di scatto per scuotermi dall’immobilismo, ma prima che i fatti potessero concretizzare le miei intenzioni di movimento, dalla porticina uscì una Signora completamente vestita di nero, del tutto simile a una di quelle vedove che s’incontrano nei paesini mediterranei assolati e sperduti. Si portava dietro uno sgabello di legno che mise vicino allo stipite della porta, la stessa da cui entrava e usciva la gente, e si sedette appoggiando la schiena al muro esterno della casa.

La Signora aveva l’apparente età di cinquant’anni, i capelli neri corvini, la pelle scura, la bocca carnosa, i seni abbondanti e le mani sottili.

Solamente lei avrebbe potuto dare una risposta sensata, una spiegazione plausibile a quel mondo sconclusionato e al mio esserci dentro; nessun nesso collegava il viaggio all’avventura e gli oggetti alle persone.

Né io, né il viaggiatore, né i mistificatori, né la gente, nessuno aveva più importanza al di fuori di quella donna e di quello che avrebbe fatto con il fanciullo.

NESSUN NESSO – 5 –

Pur essendo la domenica un giorno di riposo, e dopo averlo trascorso a spasso con Mauro, la mia condizione psicologica è tornata a essere frustrata. Sono di nuovo piena di domande senza risposta e già mi urge tornare da quella donna; sono stregata!

È come essere assuefatti alla droga delle sue parole e dei suoi gesti, mi sento come una nuova adepta che ne ha bisogno per la comprensione di se stessa.

Mi appare l’immagine di me con la veste bianca fino ai piedi mentre guardo la luce dorata in fondo al sentiero, certa del cammino che ho di fronte e con la sicurezza dei tanti fratelli che mi aiuteranno a percorrere la strada. I fratelli sono le risposte della Cartomante, le sue rassicurazioni sono mani protese che mi aiutano e mi sostengono.

Ma il cammino per raggiungere le mete che mi sono prefissata è lungo, faticoso, e se continuo a lasciarmi ipnotizzare non proseguo alla scoperta del segreto.

Lunedì è giorno di chiusura, come al solito dopo aver gironzolato senza scopo per casa, mi decido a uscire per fare una passeggiata. Devo razionalizzare l’ultimo incontro per isolarne i contenuti ed evitare l’errore di parlare solo di me stessa.

Cammino nei giardini del quartiere, quest’autunno tiepido aumenta il mio senso di malinconia; guardo una foglia che galleggia nell’aria, solitaria e leggera. Penso a quello che dovrei raccontare alla Cartomante, sempre che riesca a mantenere il controllo e non mi lasci imbambolare com’è accaduto ogni volta.

Forse dovrei parlarle chiaramente dell’”uomo in grigio”, farle identificare quel personaggio come lo stronzo fattucchiere che mi vuole male. Io, invece, sono stata un’oca, ho lasciato che lei trovasse nel mio stato d’animo alterato la facile soluzione a un presunto malocchio. Ho aspettato che scoprisse la verità senza sottoporle nulla di quello che avevo ipotizzato.

L’intenzione di giocare al gatto col topo con le mie emozioni, le mie paure, le mie sensazioni per scoprire l’anima di me stessa, deve passare attraverso l’esame degli altri personaggi, non facendomi snudare dalla Cartomante!

Che stupida sono, vorrei fare di tutto un gioco o una commedia, ed è già la seconda volta che mi faccio fregare alla prova generale.

NESSUN NESSO – 4 –

La naturalezza con cui Vanessa affronta certi argomenti mi fa invidiare il suo stato di perfetto agio nella situazione. Io, al contrario, sono un condensato di agitazione e mi sento ridicola nei confronti di chi frequenta questi posti con la stessa facilità con cui io prendo un caffè. Non riesco a stare seduta e, mentre stiro i capelli tra le dita nel tentativo di darmi un contegno, mi sposto dal divano al davanzale. Guardo prima la porta e poi la melassa. L’ansia di quest’attesa mi fa credere ancor di più in un fallimento di quest’iniziativa di Vanessa.

La porta di fianco al divano si apre all’improvviso e la stessa signora di prima ci accompagna verso la porta dall’altra parte della stanza. Nessuno è uscito da lì e, ingenuamente, credo di essere la prima cliente del pomeriggio. Siamo nel luogo dove si ricevono i clienti, la porta sull’altro lato della stanza si chiude piano. Evidentemente fanno entrare i clienti da una stanza diversa da quella dalla quale sono fatti uscire.

Le luci sono soffuse, rilassanti, né troppo forti da infastidire, né troppo basse da doversi sforzare; l’arredamento è di mobili massicci e i tendaggi pesanti di color rosso scuro. La stanza è piena di suppellettili che potrebbero distrarre, invece mi rendo conto che inducono a concentrare l’attenzione su di lei, la Cartomante. È seduta sopra una grande sedia tipo poltrona, con lo schienale alto e imbottito; ci guarda dritto negli occhi, prima me, scrutandomi, poi Vanessa, con un cenno di riconoscimento. Quando il suo sguardo torna deciso su di me, mi sento sprofondare dalla vergogna. Chi me l’ha fatto fare di mettermi in questa situazione imbarazzante, e di venire da questa persona per avere chiarimenti sulla mia vita?

Sento già di essere su un piede sbagliato, in un esimo di coscienza maledico Mauro, Vanessa, l’uomo in grigio e me stessa, che mi sono lasciata trascinare in questo posto. Sono arrabbiata con il mondo intero, ma in quel momento non posso far altro che sedermi di fronte alla Cartomante, su di un sediolino lungo e scomodo, privo di braccioli e poggia schiena.

NESSUN NESSO – 3 –

Martedì la situazione diventa più normale, la routine stanca e apatica del lavoro e della casa diventa quasi noia e questo appesantisce molto lo stato di attesa.

La settimana diventa lunga e corta, avanti e indietro. Quando un giorno mi sembra passato in fretta, il successivo credo di essere tre giorni avanti rispetto alla realtà. In questa condizione da gambero i pensieri diventano paranoici con il loro ripetersi. La mia ansia cresce di pari passo con l’irritabilità.

L’appuntamento con la Cartomante è il nodo cruciale, da qui verrà fuori l’esistenza o meno dell’uomo in grigio o dell’amante. Sarà la prova della verità sull’eventuale stronzaggine di Mauro. Ieri sera lo guardavo dormire e ho avuto la forte smania di confidargli tutto. Fortunatamente sono riuscita a trattenermi, altrimenti la mia farsa di regista per trame fantasiose sarebbe crollata prima ancora di accendere la suspense degli spettatori!

Il cumulo di fatti e personaggi che potrebbero prendere forma in seguito, cresce man mano che io gli dedico i miei pensieri. Certe volte il gambero riesce a camminare in avanti e allora m’immagino quello che potrebbe succedere dalla Cartomante.


Mercoledì: con tanti pensieri nella testa la distrazione sul lavoro diventa una costante. Sbaglio a dare un bottone alla cliente e mi scuso regalandole quello giusto. Mentre chiacchiero scherzosamente cercando di riprendermi, il negozio si riempie, una fettuccia a lei, un gomitolo a un’altra e una cerniera a un’altra ancora.

Giovedì: questo è un periodo di magra al lavoro, sarà la stagione morta. Comunque, come spesso succede in questi periodi, o non c’è nessuno o sono tutti lì con la fretta al culo. Quando è il momento di tornare a casa, invece, di fretta ne ho anch’io, sia per rivedere Mauro sia per uscire al più presto dal traffico caotico.

Come sempre in questi momenti cerco di scaricare il nervosismo incazzandomi con chiunque incroci. Nella quotidianità della vita in casa, invece, Mauro non si è accorto del mio stato d’ansia, con lui tutto scorre in maniera tranquilla.

Devo ammettere, comunque, che quando siamo insieme, attorno a me c’è un’atmosfera rilassata e io sono più comprensiva.

Certo, nascondere quello che sto architettando alle sue spalle mi fa sentire in torto, perché credo che sarebbe giusto fargli conoscere il mio tentativo di “vita parallela”. In questo momento sono in una fase troppo delicata e svelargli i retroscena potrebbe compromettere tutto. Fintanto che non avrò chiara la situazione, non posso affrontarlo direttamente e neppure tenerlo informato.

Sono certa che non mi tradisca, ma scaccio ogni dubbio su una mia possibile mancanza di correttezza nei suoi confronti perché la lettera e la telefonata le ho ricevute io, quindi ho ben diritto di svolgere le indagini come meglio credo.


In questa settimana del tempo che non scorre, “l’uomo in grigio” è diventato una fissazione. Ogni volta che esco da casa lo cerco con lo sguardo, ogni volta che in negozio alzo gli occhi alla strada, vorrei distinguere il suo abito informe tra i colori della gente. Lo penso talmente tanto che finisco per dargli dei contorni che non ha, tant’è che se dovessi incontrarlo probabilmente stenterei a riconoscerlo.

A lui imputo le colpe di ogni cosa che va storta, è diventato come il diavolo, responsabile del bene e del male, e lo inserisco in ogni imprecazione, come il governo ladro. Oggi l’ho incrociato mentre rientrava con una borsa portadocumenti che non gli avevo mai visto prima. Un fatto inconsueto e così, senza riuscire a fermare la corsa dei pensieri irrazionali, me la sono immaginata piena di lettere anonime, fotografie osé e messaggi cifrati destinati alle persone soggette alla sua perfidia.

NESSUN NESSO – 2 –

Le impiegate escono dall’edificio, il solito mucchio di persone viene avanti muovendosi come un gregge ordinato che si dissolverà all’uscita sul vialone, quando ognuno prenderà la sua strada. Vanessa è dietro a tutti, cammina a fianco del solito gruppetto di colleghe, che le sta attorno come le api al miele.

Chissà quali strappi di vita riesce a donargli, quali aliti di fantasia,
come fiammiferi illuminanti, riesce ad accendere in quelle povere menti.

Dio, quanto sono diventata acida! È la gelosia nei confronti dei suoi rapporti di amicizia che mi fa pensare queste cose, ma questo mio atteggiamento non è giusto, soprattutto perché è una mancanza di rispetto verso Vanessa!

Apro il tettuccio della mia five hundreds e la chiamo a gran voce.

  • Vanessa!

Lei mi fa un breve cenno di assenso, allora io torno a sedermi per aspettarla. Quando arriva sale senza scambiare una parola, sembriamo due complici che attendono il momento giusto per iniziare a parlare delle loro trame segrete.

Il traffico scorre lento, non si preoccupa per niente della mia fretta di arrivare alla meta; ho la casa libera stasera, perché Mauro esce con gli amici, e io non vedo l’ora di affrontare il problema a quattrocchi, in assoluta tranquillità con Vanessa.

Siamo arrivate lungo il viale alberato prima del mio quartiere, un signore cammina lungo la fila di auto parcheggiate, le fiancheggia passando rasente agli sportelli.

  • Ma che cazzo fa?

Esclamo mentre lo vedo buttarsi in mezzo alla strada.

  • È impazzito?
  • No, Avana, stai calma, è solo che ha un cane scatenato al guinzaglio e lo sta trascinando in mezzo al traffico!

Vanessa cerca di rabbonirmi, perché non vuole giustificare tutto quel nervosismo; intanto io sono costretta a un’inchiodata pazzesca, per evitare di mettere entrambi, cane e padrone, sotto le ruote dell’auto.

La visibilità delle strisce pedonali sull’asfalto è pressoché nulla, per di più certa gente spesso si catapulta in mezzo alla strada come peggio non potrebbero fare!

In certi orari, poi, c’è una confusione pazzesca, come in questo momento, e il livello della mia incazzatura si alza in maniera vertiginosa.

Che nervi!

Anche perché i pochi marciapiedi lasciati liberi dai musi dalle auto che vengono malamente parcheggiate, sono deserti, nel senso che la gente li ignora continuando a camminare sulla strada in cerca dell’attimo giusto per buttarsi in mezzo e attraversare.  

Durante l’intero tragitto almeno due volte evito all’ultimo istante di mettere sotto qualcuno, e sette volte sono stata costretta a inchiodare per evitare di ammazzare qualcuno.

È mai possibile che tutta questa gente disordinata e indisciplinata sia in giro proprio quando passo io? Non potrebbero aspettare a uscire giusto quei dieci minuti, che nel frattempo io sarei arrivata a casa?

Vanessa si sporge dal finestrino per maledire chiunque veda, sta avvertendo il mio nervosismo e cerca di darmi una mano nello sfogo; comincia a prendersela con l’autista dell’autobus, che a suo dire è un imbranato, poi vede il pedone che si butta in mezzo alla strada, e appioppa un vaffanculo anche a lui. In realtà la vedo divertirsi un po’ troppo in questo suo spargere improperi a destra e sinistra con piglio da vendicatrice; quando manda a quel paese anche il cane che si ferma al bordo della strada per i suoi bisogni, decido che è meglio farla smettere.

Prendo con forza il gomito di Vanessa e la tiro dentro dal finestrino.

  • Vanessa, io non posso andare dalla Cartomante.

Ho deciso di essere sincera con lei, d’altronde sarebbe difficile, oltreché molto sleale, fare la bugiarda. Purtroppo il nervosismo accumulato in questi giorni, e questa guida che mette a dura prova i limiti della mia pazienza, mi fa saltare ogni cautela di preamboli. Le mie parole sono quasi un attacco anche se, in realtà, sto solo cercando un argomento che ci distragga; devo essere convincente altrimenti non ci liberiamo di questo comportamento che sta rasentando l’oscenità, ed è ingiustificato.

  • Come sarebbe a dire che non puoi andare dalla Cartomante, non ti ho mica detto quando hai l’appuntamento.
  • No, voglio dire che non me la sento di … vorresti dire che hai già fissato un appuntamento per andare dalla Cartomante?
  • Certo cara, tu l’hai chiesto, io l’ho fatto.

NESSUN NESSO – 1 –

Il primo incontro con Vanessa successe al supermercato, lei non aveva i soldi sufficienti a pagare la spesa e stava discutendo con la cassiera. La conoscevano bene in quel negozio e forse era proprio per quello che non volevano farle credito; Vanessa faticava a saldare puntualmente i suoi debiti, non tanto perché non fosse in grado di farvi fronte più che altro perché se li dimenticava. Questo era il motivo per cui i negozianti cercavano di limitare al minimo quegli aiuti, affinché non diventassero un’abitudine.

Quel giorno, per dispetto alla cassiera che non ne voleva sapere di darle una mano, lasciò la spesa sul nastro della cassa e se ne andò incazzata minacciando ritorsioni.

L’occasione di conoscerla meglio avvenne pochi giorni dopo, quando la incontrai in strada e le lanciai un saluto con un sorriso di complicità; dopotutto nell’incazzatura con la cassiera non aveva avuto tutti i torti, quella era antipaticissima. Il tipo di persona che ti spulcia la spesa per capire cosa prepari per pranzo e magari darti anche consigli su come cucinarlo!

Vanessa raccolse il mio sorriso come un invito di condivisa complicità e da lì cominciò la nostra amicizia, dai sorrisi ai saluti, e da quelli alle chiacchiere.

Per tanto tempo avevo sognato di avere un’amica “matta”, una “fuori”; bizzarra per come affrontava le situazioni, stravagante di per sé e nel rapporto di amicizia con me. Un giorno entrò in casa mia con la furia di un tornado urlando contro il suo vicino, colpevole, a suo dire, di averle avvelenato il gatto. Aveva un diavolo per capello e per farla sfogare l’avevo invitata a restare a pranzo da me. Aveva addosso un livore tale da sembrare irriconoscibile, invece era proprio da quella rabbia furente che riconoscevi l’istintività animalesca del suo carattere.

Il gatto per fortuna si era salvato e, che dire, lei aveva addirittura rischiato di compiere un omicidio mentre il gatto si era ripreso in fretta da quella che, probabilmente, era stata solo un’intossicazione. 

Se così non fosse stato, però, Vanessa non avrebbe avuto quella reazione; se il gatto fosse morto, lei sarebbe crollata nello sconforto più profondo e nessuna rabbia sarebbe riuscita a farglielo superare. Di fronte al dolore della perdita qualsiasi reazione che non fosse stata il completo abbandono, sarebbe stata un insulto.

Vanessa è fatta così, ogni sentimento lo vive con forza, fino in fondo; per questo quando arriva, allegra e gaia, porta un suo profumo tutto speciale, ha un modo di fare che appena la vedi già ti senti meglio. È una boccata di libertà quando ti senti prigioniera e una cella di attenzioni quando ti senti abbandonata; affronta l’insoddisfazione, quella che ognuno di noi si porta dentro, usando un suo stile particolare, cercando la strada di svilupparla per risolverla al meglio. Un giorno arrivò in casa mia folgorata dal giansenismo e trascorse un mese in meditazione nella mia stanza degli ospiti.

  • Fammi questo favore – disse – perché a casa mia non c’è la pace sufficiente!

Accettai di buon grado, come faccio sempre con le sue stramberie, perché ogni volta se ne esce come prima e più di prima, cioè sempre la stessa, ancora più marcatamente sé stessa.      

ORDINARY DAYS OF MADNESS

We don’t know what to call these closed days at home, we don’t know what and how to define what until yesterday, after all, was the usual boring daily routine.

I don’t take a shower anymore! I don’t train, I don’t go out for a long walk with my dog, I don’t have the opportunity for shopping or going out for a pizza; so why do I have to wash myself?

Also this morning the dog followed me in every room of the house wagging his tail in the illusion that we were going out for a walk. POOR BLUE ‘.

Actually she did it because she saw me washing myself and dressing properly, without staying in my pyjamas until noon!

And why did I do it this morning? Because today they’ll bring me fruit and vegetables, so it’s an occasion for social life!

We have to settle for these little things, to wear jeans and be happy that it still manages to tie the button. That’s an evident sign that the two weeks closed at home cooking and eating, with few possibilities to dispose of, are not creating TOO many hitches

Today I would have an opportunity to go out indeed. Last Saturday, (oh my god it seems to me a century ago instead it happened only the day before yesterday!), Doc Nurse gave me the coupon for pick-up the withdrawal results. And I kept it, even if I don’t remember where I’ve put it.

When the oncology nurse called me to explain how to get the sample, she also told me that Doc Oncologist would have looked at the results of the tests on the computer. And then, if there had been no urgency, which I strongly recommend, they wouldn’t let me go to the visit on April 2nd.

Now, the day for the retreat would be today, March 24th, and I would have the possibility of going to the hospital with justified reason. It would be a walk beyond THREE borders, municipality, province and region! In defiance of all those who don’t have a valid reason and perhaps invent to pass along the railway to escape the controls.

I’m not afraid of the outcome (true, not true, bah …), but this morning I would’nt go to the hospital to collect the results of my analyzes. I will not take this LIFE STRIKE. On the other hand I’ll call the Doc Diabetologist to report that she also can check the exams from the computer. And then she’ll let me know if I have to go to visit on April 3rd or not.

Here, however in this specific case, there’s a strictly personal gain. Yes, because at Diabetology they would put me on the scale! I would not know how to justify the pounds taken from the last visit. Unfortunately, today all diets and good intentions to get back on track have disappeared in the psychological protection of this forced quarantine.

#ISTAYHOME #EVERYTHINGWILLBEGOOD #ILARYDELLEXPERIENCE

GIORNI DI ORDINARIA FOLLIA

Non sappiamo come chiamarle queste giornate chiusi in casa, non sappiamo cosa e come definire quello che fino a ieri, dopotutto, era la solita noiosa routine quotidiana.

Io non faccio più la doccia! Non mi alleno, non vado a fare lunghe passeggiate con il cane, non ho occasione di uscire in pizzeria o per lo shopping; dunque perché mi devo lavare?

Anche stamattina il cane mi ha seguito in ogni stanza della casa scodinzolando nell’illusione che si andasse a fare un passeggiata. POVERA BLU’.

In realtà lei l’ha fatto perché ha visto che mi sono lavata e vestita senza restare in pigiama fino a mezzogiorno!

E perché l’ho fatto stamattina? Perché oggi mi consegnano la frutta e la verdura, dunque è un’occasione di mondanità!

Dobbiamo accontentarci di queste piccole cose, di indossare un jeans ed essere felici che riesca ancora ad allacciarsi il bottone, segno evidente che le due settimane chiusi in casa a cucinare e a mangiare, con poche possibilità di smaltire, non stiano creando TROPPI intoppi

Oggi, in realtà, un’occasione per uscire ce l’avrei; sabato scorso, (oddio mi sembra un secolo fa invece è successo solo l’altro ieri!), l’infermiera del prelievo mi ha dato il tagliando per il ritiro dell’esito e io me lo sono tenuto, anche se non ricordo dove l’ho messo.

Sì perché quando mi ha chiamato l’infermiera di oncologia per spiegarmi come fare per il prelievo, mi ha anche detto che Doc Oncologo avrebbe guardato i risultati degli esami al computer e poi, se non ci fosse stata urgenza, cosa che io caldeggio vivamente, non mi avrebbero fatto andare alla visita il 2 aprile.

Ora, il giorno per il ritiro sarebbe oggi, il ventiquattro marzo, e io avrei possibilità di andare in ospedale con giustificato motivo; sarebbe una passeggiata oltre TRE confini, comune, provincia e regione!, in barba a tutti quelli che una ragione valida non ce l’hanno e magari s’inventano di passare lungo la ferrovia per sfuggire ai controlli.

Non ho paura dell’esito (vero, non vero, bah …) però stamattina non andrò in ospedale a ritirare i risultati delle mie analisi. Non mi prenderò questa BOTTA DI VITA, anzi, mi organizzo per chiamare la medicina e Doc Diabetologa per riferirgli che anche lei potrà controllare gli esami dal computer e poi farmi sapere se devo andare a visita il 3 aprile oppure no.

Qui però, cioè in questo caso specifico, c’è un tornaconto strettamente personale. Sì perché alla visita in Diabetologia mi metterebbero sulla bilancia, e io non saprei come giustificare i chili presi dall’ultima visita. Purtroppo a oggi TUTTE le diete e i BUONI PROPOSITI di rimettermi in riga sono SPARITI nel salvacondotto psicologico di questa quarantena forzata.

#IORESTOACASA #ANDRÀTUTTOBENE #ILARYDELLEXPERIENCE