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PROLOGO ALL’APOTEOSI DI NESSUN NESSO

Nella stazione pseudo immaginaria l’uomo salì sul treno che stava al terzo binario. Da dove venisse e come si fosse materializzato quel treno non si capiva. Era fatto di carrozze piene di finestrini, carrozze tutte di vetro, anche nei pavimenti; lui salì e io lo seguii.

Mi sentivo come la formichina brava e ubbidiente, che segue le sorelle che le stanno in colonna davanti. Una formichina che non si domanda cosa stia facendo, è certa che lo sappiano le altre, quindi le segue mansueta, con la mollichina di pane stretta tra le mascelle, pronta a compiere il suo dovere per portare il cibo al termitaio.

Quando scendemmo dal treno eravamo in un paese-città molto grande e, per quanto camminassimo, non ci trovavamo mai nei pressi della cinta muraria. Dall’aspetto architettonico poteva somigliare a un paese medioevale con le stradine e i vicoli caratteristici, ma le sue dimensioni erano vastissime.

Ordine, pulizia, nessun vagabondo, l’impressione era di essere di fronte all’impeccabilità e alla perfezione.

Ripresi a camminare sul tappeto erboso del prato ben curato che si stendeva di fronte a me; arrivai nei pressi di un palco, un uomo stava parlando a una folla di persone scarsa, ma molto attenta. Ero arrivata a non pensare tanto mi ero concentrata nell’ascoltare le storie degli altri, ma in quel mondo di mistificatori, di lingue dell’incomunicabilità e di culto dell’esteriorità i pensieri erano diventati merce rara di assoluto valore.

Tutto il resto erano solo i simboli di una proiezione esterna invalidante.

Ogni posto mi sembrava assurdo e ogni passo in avanti verso una spiegazione ne registrava almeno dieci all’indietro sul piano di una coerente comprensione. Se dei piccoli spiragli si aprivano lasciando intravedere una possibile soluzione finale del sogno, nel frattempo frane di fatti inspiegabili occludevano la via del ritorno. Più il viaggio proseguiva e più appariva probabile la fine logica in un candido risveglio.

O questo era quanto speravo fin troppo intensamente.

Mi alzai di scatto per scuotermi dall’immobilismo, ma prima che i fatti potessero concretizzare le miei intenzioni di movimento, dalla porticina uscì una Signora completamente vestita di nero, del tutto simile a una di quelle vedove che s’incontrano nei paesini mediterranei assolati e sperduti. Si portava dietro uno sgabello di legno che mise vicino allo stipite della porta, la stessa da cui entrava e usciva la gente, e si sedette appoggiando la schiena al muro esterno della casa.

La Signora aveva l’apparente età di cinquant’anni, i capelli neri corvini, la pelle scura, la bocca carnosa, i seni abbondanti e le mani sottili.

Solamente lei avrebbe potuto dare una risposta sensata, una spiegazione plausibile a quel mondo sconclusionato e al mio esserci dentro; nessun nesso collegava il viaggio all’avventura e gli oggetti alle persone.

Né io, né il viaggiatore, né i mistificatori, né la gente, nessuno aveva più importanza al di fuori di quella donna e di quello che avrebbe fatto con il fanciullo.

NESSUN NESSO – 5 –

Pur essendo la domenica un giorno di riposo, e dopo averlo trascorso a spasso con Mauro, la mia condizione psicologica è tornata a essere frustrata. Sono di nuovo piena di domande senza risposta e già mi urge tornare da quella donna; sono stregata!

È come essere assuefatti alla droga delle sue parole e dei suoi gesti, mi sento come una nuova adepta che ne ha bisogno per la comprensione di se stessa.

Mi appare l’immagine di me con la veste bianca fino ai piedi mentre guardo la luce dorata in fondo al sentiero, certa del cammino che ho di fronte e con la sicurezza dei tanti fratelli che mi aiuteranno a percorrere la strada. I fratelli sono le risposte della Cartomante, le sue rassicurazioni sono mani protese che mi aiutano e mi sostengono.

Ma il cammino per raggiungere le mete che mi sono prefissata è lungo, faticoso, e se continuo a lasciarmi ipnotizzare non proseguo alla scoperta del segreto.

Lunedì è giorno di chiusura, come al solito dopo aver gironzolato senza scopo per casa, mi decido a uscire per fare una passeggiata. Devo razionalizzare l’ultimo incontro per isolarne i contenuti ed evitare l’errore di parlare solo di me stessa.

Cammino nei giardini del quartiere, quest’autunno tiepido aumenta il mio senso di malinconia; guardo una foglia che galleggia nell’aria, solitaria e leggera. Penso a quello che dovrei raccontare alla Cartomante, sempre che riesca a mantenere il controllo e non mi lasci imbambolare com’è accaduto ogni volta.

Forse dovrei parlarle chiaramente dell’”uomo in grigio”, farle identificare quel personaggio come lo stronzo fattucchiere che mi vuole male. Io, invece, sono stata un’oca, ho lasciato che lei trovasse nel mio stato d’animo alterato la facile soluzione a un presunto malocchio. Ho aspettato che scoprisse la verità senza sottoporle nulla di quello che avevo ipotizzato.

L’intenzione di giocare al gatto col topo con le mie emozioni, le mie paure, le mie sensazioni per scoprire l’anima di me stessa, deve passare attraverso l’esame degli altri personaggi, non facendomi snudare dalla Cartomante!

Che stupida sono, vorrei fare di tutto un gioco o una commedia, ed è già la seconda volta che mi faccio fregare alla prova generale.

NESSUN NESSO – 4 –

La naturalezza con cui Vanessa affronta certi argomenti mi fa invidiare il suo stato di perfetto agio nella situazione. Io, al contrario, sono un condensato di agitazione e mi sento ridicola nei confronti di chi frequenta questi posti con la stessa facilità con cui io prendo un caffè. Non riesco a stare seduta e, mentre stiro i capelli tra le dita nel tentativo di darmi un contegno, mi sposto dal divano al davanzale. Guardo prima la porta e poi la melassa. L’ansia di quest’attesa mi fa credere ancor di più in un fallimento di quest’iniziativa di Vanessa.

La porta di fianco al divano si apre all’improvviso e la stessa signora di prima ci accompagna verso la porta dall’altra parte della stanza. Nessuno è uscito da lì e, ingenuamente, credo di essere la prima cliente del pomeriggio. Siamo nel luogo dove si ricevono i clienti, la porta sull’altro lato della stanza si chiude piano. Evidentemente fanno entrare i clienti da una stanza diversa da quella dalla quale sono fatti uscire.

Le luci sono soffuse, rilassanti, né troppo forti da infastidire, né troppo basse da doversi sforzare; l’arredamento è di mobili massicci e i tendaggi pesanti di color rosso scuro. La stanza è piena di suppellettili che potrebbero distrarre, invece mi rendo conto che inducono a concentrare l’attenzione su di lei, la Cartomante. È seduta sopra una grande sedia tipo poltrona, con lo schienale alto e imbottito; ci guarda dritto negli occhi, prima me, scrutandomi, poi Vanessa, con un cenno di riconoscimento. Quando il suo sguardo torna deciso su di me, mi sento sprofondare dalla vergogna. Chi me l’ha fatto fare di mettermi in questa situazione imbarazzante, e di venire da questa persona per avere chiarimenti sulla mia vita?

Sento già di essere su un piede sbagliato, in un esimo di coscienza maledico Mauro, Vanessa, l’uomo in grigio e me stessa, che mi sono lasciata trascinare in questo posto. Sono arrabbiata con il mondo intero, ma in quel momento non posso far altro che sedermi di fronte alla Cartomante, su di un sediolino lungo e scomodo, privo di braccioli e poggia schiena.

NESSUN NESSO – 3 –

Martedì la situazione diventa più normale, la routine stanca e apatica del lavoro e della casa diventa quasi noia e questo appesantisce molto lo stato di attesa.

La settimana diventa lunga e corta, avanti e indietro. Quando un giorno mi sembra passato in fretta, il successivo credo di essere tre giorni avanti rispetto alla realtà. In questa condizione da gambero i pensieri diventano paranoici con il loro ripetersi. La mia ansia cresce di pari passo con l’irritabilità.

L’appuntamento con la Cartomante è il nodo cruciale, da qui verrà fuori l’esistenza o meno dell’uomo in grigio o dell’amante. Sarà la prova della verità sull’eventuale stronzaggine di Mauro. Ieri sera lo guardavo dormire e ho avuto la forte smania di confidargli tutto. Fortunatamente sono riuscita a trattenermi, altrimenti la mia farsa di regista per trame fantasiose sarebbe crollata prima ancora di accendere la suspense degli spettatori!

Il cumulo di fatti e personaggi che potrebbero prendere forma in seguito, cresce man mano che io gli dedico i miei pensieri. Certe volte il gambero riesce a camminare in avanti e allora m’immagino quello che potrebbe succedere dalla Cartomante.


Mercoledì: con tanti pensieri nella testa la distrazione sul lavoro diventa una costante. Sbaglio a dare un bottone alla cliente e mi scuso regalandole quello giusto. Mentre chiacchiero scherzosamente cercando di riprendermi, il negozio si riempie, una fettuccia a lei, un gomitolo a un’altra e una cerniera a un’altra ancora.

Giovedì: questo è un periodo di magra al lavoro, sarà la stagione morta. Comunque, come spesso succede in questi periodi, o non c’è nessuno o sono tutti lì con la fretta al culo. Quando è il momento di tornare a casa, invece, di fretta ne ho anch’io, sia per rivedere Mauro sia per uscire al più presto dal traffico caotico.

Come sempre in questi momenti cerco di scaricare il nervosismo incazzandomi con chiunque incroci. Nella quotidianità della vita in casa, invece, Mauro non si è accorto del mio stato d’ansia, con lui tutto scorre in maniera tranquilla.

Devo ammettere, comunque, che quando siamo insieme, attorno a me c’è un’atmosfera rilassata e io sono più comprensiva.

Certo, nascondere quello che sto architettando alle sue spalle mi fa sentire in torto, perché credo che sarebbe giusto fargli conoscere il mio tentativo di “vita parallela”. In questo momento sono in una fase troppo delicata e svelargli i retroscena potrebbe compromettere tutto. Fintanto che non avrò chiara la situazione, non posso affrontarlo direttamente e neppure tenerlo informato.

Sono certa che non mi tradisca, ma scaccio ogni dubbio su una mia possibile mancanza di correttezza nei suoi confronti perché la lettera e la telefonata le ho ricevute io, quindi ho ben diritto di svolgere le indagini come meglio credo.


In questa settimana del tempo che non scorre, “l’uomo in grigio” è diventato una fissazione. Ogni volta che esco da casa lo cerco con lo sguardo, ogni volta che in negozio alzo gli occhi alla strada, vorrei distinguere il suo abito informe tra i colori della gente. Lo penso talmente tanto che finisco per dargli dei contorni che non ha, tant’è che se dovessi incontrarlo probabilmente stenterei a riconoscerlo.

A lui imputo le colpe di ogni cosa che va storta, è diventato come il diavolo, responsabile del bene e del male, e lo inserisco in ogni imprecazione, come il governo ladro. Oggi l’ho incrociato mentre rientrava con una borsa portadocumenti che non gli avevo mai visto prima. Un fatto inconsueto e così, senza riuscire a fermare la corsa dei pensieri irrazionali, me la sono immaginata piena di lettere anonime, fotografie osé e messaggi cifrati destinati alle persone soggette alla sua perfidia.

NESSUN NESSO – 2 –

Le impiegate escono dall’edificio, il solito mucchio di persone viene avanti muovendosi come un gregge ordinato che si dissolverà all’uscita sul vialone, quando ognuno prenderà la sua strada. Vanessa è dietro a tutti, cammina a fianco del solito gruppetto di colleghe, che le sta attorno come le api al miele.

Chissà quali strappi di vita riesce a donargli, quali aliti di fantasia,
come fiammiferi illuminanti, riesce ad accendere in quelle povere menti.

Dio, quanto sono diventata acida! È la gelosia nei confronti dei suoi rapporti di amicizia che mi fa pensare queste cose, ma questo mio atteggiamento non è giusto, soprattutto perché è una mancanza di rispetto verso Vanessa!

Apro il tettuccio della mia five hundreds e la chiamo a gran voce.

  • Vanessa!

Lei mi fa un breve cenno di assenso, allora io torno a sedermi per aspettarla. Quando arriva sale senza scambiare una parola, sembriamo due complici che attendono il momento giusto per iniziare a parlare delle loro trame segrete.

Il traffico scorre lento, non si preoccupa per niente della mia fretta di arrivare alla meta; ho la casa libera stasera, perché Mauro esce con gli amici, e io non vedo l’ora di affrontare il problema a quattrocchi, in assoluta tranquillità con Vanessa.

Siamo arrivate lungo il viale alberato prima del mio quartiere, un signore cammina lungo la fila di auto parcheggiate, le fiancheggia passando rasente agli sportelli.

  • Ma che cazzo fa?

Esclamo mentre lo vedo buttarsi in mezzo alla strada.

  • È impazzito?
  • No, Avana, stai calma, è solo che ha un cane scatenato al guinzaglio e lo sta trascinando in mezzo al traffico!

Vanessa cerca di rabbonirmi, perché non vuole giustificare tutto quel nervosismo; intanto io sono costretta a un’inchiodata pazzesca, per evitare di mettere entrambi, cane e padrone, sotto le ruote dell’auto.

La visibilità delle strisce pedonali sull’asfalto è pressoché nulla, per di più certa gente spesso si catapulta in mezzo alla strada come peggio non potrebbero fare!

In certi orari, poi, c’è una confusione pazzesca, come in questo momento, e il livello della mia incazzatura si alza in maniera vertiginosa.

Che nervi!

Anche perché i pochi marciapiedi lasciati liberi dai musi dalle auto che vengono malamente parcheggiate, sono deserti, nel senso che la gente li ignora continuando a camminare sulla strada in cerca dell’attimo giusto per buttarsi in mezzo e attraversare.  

Durante l’intero tragitto almeno due volte evito all’ultimo istante di mettere sotto qualcuno, e sette volte sono stata costretta a inchiodare per evitare di ammazzare qualcuno.

È mai possibile che tutta questa gente disordinata e indisciplinata sia in giro proprio quando passo io? Non potrebbero aspettare a uscire giusto quei dieci minuti, che nel frattempo io sarei arrivata a casa?

Vanessa si sporge dal finestrino per maledire chiunque veda, sta avvertendo il mio nervosismo e cerca di darmi una mano nello sfogo; comincia a prendersela con l’autista dell’autobus, che a suo dire è un imbranato, poi vede il pedone che si butta in mezzo alla strada, e appioppa un vaffanculo anche a lui. In realtà la vedo divertirsi un po’ troppo in questo suo spargere improperi a destra e sinistra con piglio da vendicatrice; quando manda a quel paese anche il cane che si ferma al bordo della strada per i suoi bisogni, decido che è meglio farla smettere.

Prendo con forza il gomito di Vanessa e la tiro dentro dal finestrino.

  • Vanessa, io non posso andare dalla Cartomante.

Ho deciso di essere sincera con lei, d’altronde sarebbe difficile, oltreché molto sleale, fare la bugiarda. Purtroppo il nervosismo accumulato in questi giorni, e questa guida che mette a dura prova i limiti della mia pazienza, mi fa saltare ogni cautela di preamboli. Le mie parole sono quasi un attacco anche se, in realtà, sto solo cercando un argomento che ci distragga; devo essere convincente altrimenti non ci liberiamo di questo comportamento che sta rasentando l’oscenità, ed è ingiustificato.

  • Come sarebbe a dire che non puoi andare dalla Cartomante, non ti ho mica detto quando hai l’appuntamento.
  • No, voglio dire che non me la sento di … vorresti dire che hai già fissato un appuntamento per andare dalla Cartomante?
  • Certo cara, tu l’hai chiesto, io l’ho fatto.

NESSUN NESSO – 1 –

Il primo incontro con Vanessa successe al supermercato, lei non aveva i soldi sufficienti a pagare la spesa e stava discutendo con la cassiera. La conoscevano bene in quel negozio e forse era proprio per quello che non volevano farle credito; Vanessa faticava a saldare puntualmente i suoi debiti, non tanto perché non fosse in grado di farvi fronte più che altro perché se li dimenticava. Questo era il motivo per cui i negozianti cercavano di limitare al minimo quegli aiuti, affinché non diventassero un’abitudine.

Quel giorno, per dispetto alla cassiera che non ne voleva sapere di darle una mano, lasciò la spesa sul nastro della cassa e se ne andò incazzata minacciando ritorsioni.

L’occasione di conoscerla meglio avvenne pochi giorni dopo, quando la incontrai in strada e le lanciai un saluto con un sorriso di complicità; dopotutto nell’incazzatura con la cassiera non aveva avuto tutti i torti, quella era antipaticissima. Il tipo di persona che ti spulcia la spesa per capire cosa prepari per pranzo e magari darti anche consigli su come cucinarlo!

Vanessa raccolse il mio sorriso come un invito di condivisa complicità e da lì cominciò la nostra amicizia, dai sorrisi ai saluti, e da quelli alle chiacchiere.

Per tanto tempo avevo sognato di avere un’amica “matta”, una “fuori”; bizzarra per come affrontava le situazioni, stravagante di per sé e nel rapporto di amicizia con me. Un giorno entrò in casa mia con la furia di un tornado urlando contro il suo vicino, colpevole, a suo dire, di averle avvelenato il gatto. Aveva un diavolo per capello e per farla sfogare l’avevo invitata a restare a pranzo da me. Aveva addosso un livore tale da sembrare irriconoscibile, invece era proprio da quella rabbia furente che riconoscevi l’istintività animalesca del suo carattere.

Il gatto per fortuna si era salvato e, che dire, lei aveva addirittura rischiato di compiere un omicidio mentre il gatto si era ripreso in fretta da quella che, probabilmente, era stata solo un’intossicazione. 

Se così non fosse stato, però, Vanessa non avrebbe avuto quella reazione; se il gatto fosse morto, lei sarebbe crollata nello sconforto più profondo e nessuna rabbia sarebbe riuscita a farglielo superare. Di fronte al dolore della perdita qualsiasi reazione che non fosse stata il completo abbandono, sarebbe stata un insulto.

Vanessa è fatta così, ogni sentimento lo vive con forza, fino in fondo; per questo quando arriva, allegra e gaia, porta un suo profumo tutto speciale, ha un modo di fare che appena la vedi già ti senti meglio. È una boccata di libertà quando ti senti prigioniera e una cella di attenzioni quando ti senti abbandonata; affronta l’insoddisfazione, quella che ognuno di noi si porta dentro, usando un suo stile particolare, cercando la strada di svilupparla per risolverla al meglio. Un giorno arrivò in casa mia folgorata dal giansenismo e trascorse un mese in meditazione nella mia stanza degli ospiti.

  • Fammi questo favore – disse – perché a casa mia non c’è la pace sufficiente!

Accettai di buon grado, come faccio sempre con le sue stramberie, perché ogni volta se ne esce come prima e più di prima, cioè sempre la stessa, ancora più marcatamente sé stessa.      

ORDINARY DAYS OF MADNESS

We don’t know what to call these closed days at home, we don’t know what and how to define what until yesterday, after all, was the usual boring daily routine.

I don’t take a shower anymore! I don’t train, I don’t go out for a long walk with my dog, I don’t have the opportunity for shopping or going out for a pizza; so why do I have to wash myself?

Also this morning the dog followed me in every room of the house wagging his tail in the illusion that we were going out for a walk. POOR BLUE ‘.

Actually she did it because she saw me washing myself and dressing properly, without staying in my pyjamas until noon!

And why did I do it this morning? Because today they’ll bring me fruit and vegetables, so it’s an occasion for social life!

We have to settle for these little things, to wear jeans and be happy that it still manages to tie the button. That’s an evident sign that the two weeks closed at home cooking and eating, with few possibilities to dispose of, are not creating TOO many hitches

Today I would have an opportunity to go out indeed. Last Saturday, (oh my god it seems to me a century ago instead it happened only the day before yesterday!), Doc Nurse gave me the coupon for pick-up the withdrawal results. And I kept it, even if I don’t remember where I’ve put it.

When the oncology nurse called me to explain how to get the sample, she also told me that Doc Oncologist would have looked at the results of the tests on the computer. And then, if there had been no urgency, which I strongly recommend, they wouldn’t let me go to the visit on April 2nd.

Now, the day for the retreat would be today, March 24th, and I would have the possibility of going to the hospital with justified reason. It would be a walk beyond THREE borders, municipality, province and region! In defiance of all those who don’t have a valid reason and perhaps invent to pass along the railway to escape the controls.

I’m not afraid of the outcome (true, not true, bah …), but this morning I would’nt go to the hospital to collect the results of my analyzes. I will not take this LIFE STRIKE. On the other hand I’ll call the Doc Diabetologist to report that she also can check the exams from the computer. And then she’ll let me know if I have to go to visit on April 3rd or not.

Here, however in this specific case, there’s a strictly personal gain. Yes, because at Diabetology they would put me on the scale! I would not know how to justify the pounds taken from the last visit. Unfortunately, today all diets and good intentions to get back on track have disappeared in the psychological protection of this forced quarantine.

#ISTAYHOME #EVERYTHINGWILLBEGOOD #ILARYDELLEXPERIENCE

GIORNI DI ORDINARIA FOLLIA

Non sappiamo come chiamarle queste giornate chiusi in casa, non sappiamo cosa e come definire quello che fino a ieri, dopotutto, era la solita noiosa routine quotidiana.

Io non faccio più la doccia! Non mi alleno, non vado a fare lunghe passeggiate con il cane, non ho occasione di uscire in pizzeria o per lo shopping; dunque perché mi devo lavare?

Anche stamattina il cane mi ha seguito in ogni stanza della casa scodinzolando nell’illusione che si andasse a fare un passeggiata. POVERA BLU’.

In realtà lei l’ha fatto perché ha visto che mi sono lavata e vestita senza restare in pigiama fino a mezzogiorno!

E perché l’ho fatto stamattina? Perché oggi mi consegnano la frutta e la verdura, dunque è un’occasione di mondanità!

Dobbiamo accontentarci di queste piccole cose, di indossare un jeans ed essere felici che riesca ancora ad allacciarsi il bottone, segno evidente che le due settimane chiusi in casa a cucinare e a mangiare, con poche possibilità di smaltire, non stiano creando TROPPI intoppi

Oggi, in realtà, un’occasione per uscire ce l’avrei; sabato scorso, (oddio mi sembra un secolo fa invece è successo solo l’altro ieri!), l’infermiera del prelievo mi ha dato il tagliando per il ritiro dell’esito e io me lo sono tenuto, anche se non ricordo dove l’ho messo.

Sì perché quando mi ha chiamato l’infermiera di oncologia per spiegarmi come fare per il prelievo, mi ha anche detto che Doc Oncologo avrebbe guardato i risultati degli esami al computer e poi, se non ci fosse stata urgenza, cosa che io caldeggio vivamente, non mi avrebbero fatto andare alla visita il 2 aprile.

Ora, il giorno per il ritiro sarebbe oggi, il ventiquattro marzo, e io avrei possibilità di andare in ospedale con giustificato motivo; sarebbe una passeggiata oltre TRE confini, comune, provincia e regione!, in barba a tutti quelli che una ragione valida non ce l’hanno e magari s’inventano di passare lungo la ferrovia per sfuggire ai controlli.

Non ho paura dell’esito (vero, non vero, bah …) però stamattina non andrò in ospedale a ritirare i risultati delle mie analisi. Non mi prenderò questa BOTTA DI VITA, anzi, mi organizzo per chiamare la medicina e Doc Diabetologa per riferirgli che anche lei potrà controllare gli esami dal computer e poi farmi sapere se devo andare a visita il 3 aprile oppure no.

Qui però, cioè in questo caso specifico, c’è un tornaconto strettamente personale. Sì perché alla visita in Diabetologia mi metterebbero sulla bilancia, e io non saprei come giustificare i chili presi dall’ultima visita. Purtroppo a oggi TUTTE le diete e i BUONI PROPOSITI di rimettermi in riga sono SPARITI nel salvacondotto psicologico di questa quarantena forzata.

#IORESTOACASA #ANDRÀTUTTOBENE #ILARYDELLEXPERIENCE

AT THIS TIME – BLOG #ILARYDELLEXPERIENCE

This morning I had the most cool event of the past fifteen days.

Whau you should say.

Of course, I answer. For the moment.

I set the alarm at 6.20 a.m. and, as usual, I woke up two minutes before it rang. What do you want, it’s my ancestry.

I went to the bathroom and collected the pee, then I washed and dressed. I wore green denim trousers, comfortable because they are stretchy and a little less banal than the usual jeans. Then I chose the black V-neck pullover, to have the excuse of putting a scarf around my neck. Without any delay I chose to put on black ankle boots, which languished after almost a month of inactivity.

At that point I went back to the bathroom, in front of the mirror, to finish the details of the make-up; I have never cured it in a specific way, but this morning is a special day because I will go out and then I will do my best.

I’m ready, I said to myself, I collect my bag, cell phone, keys and documents.

“Then I’m going” I shout to Sauro from the corridor “I feel like a criminal preparing the big shot!”. From behind the bathroom door comes a soft laugh. We are all tense.

I put on a mask and gloves. Now I’m really ready.

I remove the key from the door and push the button to open the fence gate; when the door closes behind me, the fresh morning air caresses my cheeks, in the areas left free by the mask. An encouragement comes to my ears which at the beginning I cannot distinguish then, looking up, I see tricolors hanging on the balconies and, unexpectedly, a strong clapping accompanies my steps on the sidewalk.

Everything seems to say: “you will make it! You will make it!”. I get in the car and put the key in, then wait for the engine to start. How many days are I not driving? Almost twenty, I mentally count.

The parasol falls in front of me and the noises around me go out. Let’s go. I look at the mirrors wondering who can be behind or beside me. In front of the windshield, a lone cat placed himself in the middle of the street, above a manhole. I dodge it and turn left.

Between empty streets and intersections there’s no sign of life, also from the sidewalk. A woodpecker ventures from a pine to a laurel. At the roundabout with the car on the right to start on the main road, then I glance to my left, to see the traffic in front of the supermarket. Desert.

The void is taking over, such a scenario would not even have been imagined by Asimov or P.H. Dick, not even the legendary BRADBURY!

I arrive at the ring road and here too I encounter the desert, the void; the only positive note is that there is no police or carabinieri or police or finance blockade that exists. I pass the petrol and gas station, which is very popular because it has the best prices. Here too there is a vacuum and tempting the fuel price banner flashes unnecessarily. 1.29 per liter, NEVER SEEN!

The few corners left before I arrive at the hospital await me without seeing a living soul; the mask annoys me on the nose, gloves are not a problem. I arrive in front of the building, which has become a friend after frequent visits, and I am pleased to note that there is no parking problem, and I can leave the car two meters from the entrance. Magic.

A gentleman walks beside me looking around, then sees that I go straight to the stairs leading to the basement and asks me if he has to go to the reception; as I nod and follow me I notice the absence of the man kneeling to ask for charity outside the main entrance.

the wait is long because, as usual, I arrived too early, but then everything happens quickly enough. I would like to cheer, but it seems absurd behavior given the context. then I go to the bold car: I did it, I made the sample for the oncological follow-up, and they didn’t ask me to do the swab for the CORONAVIRUS COVID-19. I’M SAVE!

But when I get home I can’t resist and, as soon as I cross the gate, I raise my arms to heaven as a sign of victory.

Around me no chorus of encouragement or applause of compliment … MAYBE I DREAMED EVERYTHING !?

DI QUESTI TEMPI – BLOG #ILARYDELLEXPERIENCE

Questa mattina ho avuto l’evento più mondano degli ultimi quindici giorni.

Whau, direte voi.

Certo, rispondo io. Per il momento.

Ho messo la sveglia alle 6.20 e, al solito, sono riuscita a svegliarmi e alzarmi due minuti prima che suonasse. Cosa volete, sono fatta così di natura.

Sono andata in bagno e ho raccolto la pipì, poi mi sono lavata e vestita. Ho indossato i pantaloni di jeans verdi, comodi perché elasticizzati e un po’ meno banali dei soliti jeans. Poi ho scelto il pullover nero con il collo a V, per avere la scusa di mettere un foulard al collo. Senza alcun indugio ho scelto di mettere gli stivaletti neri, che languivano dopo quasi un mese di inutilizzo.

A quel punto sono tornata in bagno, davanti allo specchio, per rifinire i particolari del trucco; non l’ho mai curato in maniera specifica, ma stamattina è un giorno speciale perché uscirò e allora mi impegno al meglio.

Sono pronta, mi dico, passo a raccogliere borsa, cellulare, chiavi e documenti.

“Allora io vado” urlo a Sauro dal corridoio ” mi sento una delinquente che prepara il colpo grosso!”. Da dietro la porta del bagno arriva una risata sommessa. Siamo tutti tesi.

Infilo mascherina e guanti. Adesso sono pronta davvero.

Tolgo la chiave dal portone e spingo il bottone per aprire il cancelletto della recinzione; quando l’uscio si richiude dietro alle mie spalle, l’aria fresca del mattino accarezza le mie gote, nelle zone lasciate libere dalla mascherina. Alle mie orecchie giunge un incoraggiamento che all’inizio non distinguo poi, alzando gli occhi, vedo tricolori appesi ai balconi e, inaspettatamente, un forte battimani accompagna i miei passi sul marciapiede.

Tutto sembra dire: “ce la farai! ce la farai!”. Salgo in auto e infilo la chiave, poi attendo che il motore si avvii. Quanti giorni sono che non guido? Quasi venti, faccio conto mentalmente.

Calo il parasole davanti a me e i rumori attorno a me si spengono. Si parte. Guardo gli specchietti domandandomi chi ci possa essere dietro o di fianco a me. Davanti al parabrezza un gatto solitario si è piazzato in mezzo alla strada, sopra a un tombino. Lo scanso e svolto a sinistra.

Passo tra strade e incroci vuoti, dai marciapiede non arriva segno di vita. Un picchio si avventura tra un pino e un alloro. Alla rotonda svolto con l’automobile a destra per avviarmi sulla strada principale, poi butto un’occhiata alla mia sinistra, per vedere il traffico davanti al supermercato. Deserto.

Il vuoto sta prendendo il sopravvento, uno scenario del genere non lo avrebbe immaginato neppure Asimov o P.H. Dick, neanche il mitico BRADBURY!

Arrivo alla circonvallazione e anche qui incontro il deserto, il vuoto; l’unica nota positiva è che non c’è blocco della polizia o carabinieri o vigili o finanza che esista. Oltrepasso il distributore di benzina e gas, quello frequentatissimo perché ha i prezzi migliori. Anche qui c’è il vuoto e allettante lampeggia inutilmente il banner dei prezzi carburante. 1,29 al litro, MAI VISTO!

Le poche curve che mi restano prima di arrivare all’ospedale mi attendono senza che si veda anima viva; la mascherina mi dà noia sul naso, i guanti non sono un problema. Arrivo davanti all’edificio, diventato ormai amico dopo un’assidua frequentazione, e noto con piacere che il non esiste problema di parcheggio, e posso lasciare l’auto a due metri dall’ingresso. Magia.

Un signore cammina a fianco a me guardandosi attorno, poi vede che io vado dritta verso le scale che portano al seminterrato e mi chiede se deve passare all’accettazione; mentre gli faccio segno di no e di seguirmi mi accorgo dell’assenza del rom inginocchiato a chiedere la carità fuori dall’entrata principale.

L’attesa è lunga perché, come al solito, sono arrivata troppo in anticipo, però poi si svolge tutto abbastanza in fretta. Vorrei esultare, ma sembra un comportamento assurdo dato il contesto. allora mi avvio verso l’auto baldanzosa: ce l’ho fatta, ho fatto il prelievo per il follow up oncologico, e non mi hanno chiesto di fare il tampone per il CORONAVIRUS COVID-19. SONO SALVA!

LO SAPEVATE CHE IL LABORATORIO A FIANCO AI PRELIEVI È DEDICATO AL SIC?

Però quando arrivo a casa non resisto e, appena varcato il cancello, alzo le braccia al cielo in segno di vittoria.

Attorno a me nessun coro di incoraggiamento o applauso di complimento … FORSE HO SOGNATO TUTTO!?