CICANA, POSTA PER MONIA?

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” G. MARQUEZ

CAPITOLO UNO

LA TRAMA DEL FILM

Sì, la vita è come un film, e Giò se la immaginava così, con lo srotolarsi all’indietro dei fotogrammi, come un’esistenza che trovava teatro nella sua fantasia e che da qualche parte, in un mondo parallelo, andava in scena costantemente. 

Quell’incontro tra i suoi nonni, probabilmente, non si era mai verificato, ma a lei piaceva ricostruirlo in quel modo, con un tocco di romanticismo che lasciava aperte le possibilità.

Per Giò, ogni memoria si trasformava nella trama del film di cui lei scriveva la sua personale sceneggiatura, e dove aggiungeva quei particolari mancanti che servivano ad arricchire l’avventura. Non era un modo per modificare il destino, purtroppo esso è quello che ci è dato, ma era un mezzo per dare un tono più avvincente alla storia vera.

Mentre osservava i suoi figli che giocavano sulla riva del mare, un’improvvisa ondata di malinconia le salì in gola. Tutto quello che era stato e non era più, stava diventando un peso attaccato alla striscia dei ricordi.

Un’altra dura giornata di lavoro estivo presso l’hotel gestito dai suoi genitori si era appena conclusa, e quelli erano gli unici momenti di relax che si poteva godere, con il tramonto a colorare di rosso la spiaggia deserta di turisti. In quella circostanza decise che non poteva rovinarlo con eccessi di tristezza.

Riprese a guardare i suoi figli ed evitando che l’infelicità prendesse il sopravvento si concentrò a scoprire il loro gioco. Stavano facendo avanti e indietro tra la buca che avevano scavato nella sabbia e la riva del mare, portandosi dietro ogni volta un piccolo secchiello colmo di acqua del mare.

Nell’alternanza con cui ripetevano la spola, correndo e ridendo pieni di eccitazione, lasciavano che gran parte dell’acqua, appena presa dall’immensa distesa dell’Adriatico, si spargesse in giro senza arrivare a destinazione.

Dall’entusiasmo e dalla foga con la quale s’impegnavano, nonostante le risa e il gioco, sembrava che volessero svuotare il mare e che il loro fine ultimo fosse quello di portare tutta l’acqua nella loro piccola buca.

Giò li osservava seduta sul moscone arenato vicino all’ultima fila degli ombrelloni. L’estate era giunta nel pieno della stagione e Giò cercava di rilassarsi per evadere in qualche modo dopo un’altra stressante giornata di lavoro in albergo.

Quel loro gioco, semplicissimo e assurdo nello stesso tempo, riuscì a distrarla quel tanto che bastava a portare i pensieri lontani dai problemi pressanti. Adesso si sentiva libera d’interessarsi a quel loro divertimento infantile.

Correvano e si affannavano, per non perdere l’attimo, e per mantenere la buca sempre piena fino all’orlo, evitando che si prosciugasse. Il maschietto si occupava con una solerzia simile a quella dell’impegno sul lavoro di un adulto, mentre la sorella, più grande di lui di qualche anno, lo incitava con urla accompagnate da risate sguaiate che rasentavano l’isteria. 

Mentre Giò osservava i suoi figli, si ricordò dell’articolo di un noto giornalista che sua sorella Eva aveva letto su un quotidiano. Era un brano che riguardava la difficoltà nel gioco per i bambini che, tra computer e videogiochi, sono surclassati dalla complessità del divertimento.

Il mondo adulto si adopera all’inverosimile per mettere a disposizione dei propri figli il meglio della tecnologia. Tuttavia, nonostante questi costosi sforzi, in realtà non c’è niente di meglio e che li impegni tanto a lungo come un secchiello e una paletta in riva al mare.

In questo, rifletté Giò, lei e le sue sorelle si potevano considerare veramente fortunate nell’avere a disposizione una spiaggia lungo la costa dell’Adriatico dove far sfogare liberamente i propri figli.

Intanto che si perdeva nei pensieri, i due bambini erano diventati sempre più indaffarati. Il loro fare avanti e indietro, pur avendo poco senso ai fini del risultato, strappava tanta tenerezza: quanto erano belli!

Entrambi si erano infervorati in quel gioco, e facevano delle scelte complicando le regole a mano a mano che avevano deciso cosa fare e come farlo.

Ai bambini basta veramente poco per divertirsi e per inventare un motivo di gioco. Per Giò quella fu una rivelazione che la fece di nuovo tornare nei ricordi.

Chissà se anche lei era stata così come loro, ingenua ed esaltata per un gioco semplice. Chissà se insieme alle sue sorelle, aveva costruito un mondo fatto di regole dettate solo dalla loro fantasia.   

Giò pensò di nuovo a quello che aveva letto Eva, e al ragionamento che avevano fatto su come era diventato complesso il mondo dei loro figli. Giò e le sue sorelle, dopo gli eventi di quegli ultimi anni, erano diventate più esigenti. Avevano trasformato il loro modo di vedere la vita in maniera complicata, più di quanto non fosse necessario per affrontare la realtà.

Per esempio, riguardo alla temuta complessità del mondo, quanto si sbagliassero nel considerarla tale glielo stavano dimostrando i suoi figli in quel momento, con la semplicità del loro gioco.

Per questo, concluse Giò tra sé e sé, non dovevano lasciarsi condizionare dalle difficoltà o arrivare a considerare la crescita dei figli come un passaggio difficile da seguire e da accompagnare.

Bisognava fare tesoro delle opportunità e sfruttare l’esperienza acquisita per garantire, anche ai propri figli, uno sviluppo degno delle loro potenzialità. Per permettergli di affrontare il mondo, complesso o semplice che fosse.

Fare quelle considerazioni portarono Giò a riflettere su ciò che era stato e, immediatamente, il suo cervello fu catapultato indietro nel tempo e nei ricordi.  Come la pellicola del suo immaginario film, le immagini cominciarono a scorrere, e lei iniziò a ricordare il modo in cui loro si erano divertite, con i giochi della loro infanzia.

Giò aveva avuto due sorelle come compagne di giochi, Eva, di un paio d’anni più grande, e Lia, un anno meno di lei. Diverso tempo dopo la famiglia si sarebbe arricchita con l’arrivo di Ricky, il non sospirato maschio; ma a quel punto il gioco avrebbe assunto delle caratteristiche diverse, sia per le tre bambine, diventate ragazze e quasi donne, sia per il piccolo Ricky.

A nessuna di loro tre erano mancati i bei giochi. Nonostante l’elettronica non fosse ancora entrata nel mondo dei bambini, anche ai loro tempi c’erano le bambole che parlavano e i trenini a batteria.

Tuttavia la fantasia di tre bambine non poteva farsi limitare dalle bambole che dettavano le regole del gioco. È vero, camminavano, parlavano e piangevano ed erano all’ultima moda. Tuttavia loro, dopo averci fatto qualche esperienza a riguardo, le abbandonavano e tornavano a giocare con quelle più semplici, perché si strapazzavano meglio.

Come succedeva ai maschietti, che giocavano con il trenino il tempo sufficiente finché venisse a noia, anche loro facevano piangere e parlare la bambola finché serviva al gioco. Poi toglievano il dischetto e continuavano a giocare liberando la fantasia e costruendo la loro rappresentazione di mamme e figlie.

Certi giochi, per la loro complessità, limitavano di fatto la fantasia dei bimbi permettendo solo certi sviluppi dell’azione. Se il dischetto della bambola diceva: “mamma, ho fame” chi faceva la sua mamma doveva per forza darle da mangiare di continuo, mica poteva portarla a spasso come facevano le altre bambine, che alle loro bambole mettevano in bocca le frasi che più facevano comodo per il gioco!

Il bambolotto di Giò, per esempio, faceva sempre la cacca e lei era sempre dietro a lavarlo; non per niente le aveva dato il nome di Popò. La fantasia quando non ha limiti imposti dalle regole di un gioco strutturato, spazia in maniera incredibile e quando non è codificata dagli stereotipi della vita degli adulti è ancora più vivace nella sua freschezza e semplicità.

Così le tre bambine costruivano il loro piccolo mondo pieno di bambine/mamme indaffarate, e di bambini/bambole che davano ogni sorta di problemi; come tutti i bambini, giocavano con la trasposizione della realtà, e il gioco era infinito.

Quando gli anni dell’infanzia terminarono per dar spazio a quelli dell’adolescenza, il loro modo di affrontare la vita continuò sulla stessa linea ludica. Copiavano l’impegno e il tipo di occupazione che vedevano fare agli adulti, cambiando le regole del gioco.

Che, comunque, sempre gioco restava.

Per imitare e per poterlo fare al meglio, iniziarono a trasformare anche le difficoltà in un gioco e, cercando di risolvere le complicazioni, finivano per non chiamare mai i problemi con il loro vero nome.

Forse era l’enorme dose di spensieratezza che certa età porta intrinsecamente in sé a dargli quella costante dimensione di gioco. Oppure solo la grande fiducia nei loro mezzi con la quale erano cresciute, che le rendeva così sicure di come affrontavano la vita.

Di fatto la realtà restava ai loro margini senza mai scalfirle. Le verità giravano attorno a loro senza colpirle mai, senza mai portarle via dal loro meraviglioso mondo del gioco. Perché la realtà era triste e cattiva, ma se la si applicava a un gioco tutto diventava gestibile.

Per come la vivevano loro, tutto veniva dimensionato alla trama dei loro divertimenti.  E quando diventavano padrone del gioco potevano gestirlo come volevano. Nel momento in cui veniva a noia, poteva essere cambiato con un altro.

Oltre ai giochi che scatenavano la loro fantasia di bambine, s’impegnavano ad applicarci una sorta di trasposizione della realtà. Lo facevano per adattare i connotati dell’ambiente al loro mondo di fantasia.

E questo si concretizzava anche con la reazione verso gli atteggiamenti dettati dalla mentalità del piccolo paese in cui vivevano. Nel senso che scacciavano i fantasmi alimentati dalle chiacchiere banali con un comportamento che le portava a sentirsi superiori a esse. Perciò non diventavano mai delle limitazioni alle decisioni sulle loro scelte.

Il fatto di avere una madre straniera e di essere state a contatto con altri paesi, altri usi e altri costumi, le faceva sentire diverse e, naturalmente, orgogliose di esserlo. Gli piaceva credere di essere, o perlomeno sentirsi di essere, un po’ fuori dai canoni della normalità.

Quanto questo fosse visibile o comprensibile non lo sapevano, ma, tutto sommato, poco importava. Avevano un atteggiamento diverso nei confronti della vita e questo modo di affrontarla era ciò che segnava i loro comportamenti.

Il trascorrere del tempo non le avrebbe cambiate e, alla soglia dei trent’anni, potevano continuare a credere di aver mantenuto gran parte della loro spontaneità di bambine.

Giò continuava a guardare i suoi figli che giocavano sulla battigia e intanto la memoria scandagliava i ricordi e accendeva brevi flash su immagini di come erano cresciute.

Nella loro famiglia il gioco aveva sempre avuto un ruolo importante, come cura dello spirito e come rinfrancante dagli stress delle fatiche e del lavoro. Se il fatto di andare a trovare i parenti lontani durante le festività natalizie era un noioso obbligo, loro lo avevano trasformato nel più grande dei giochi avventurosi.

Quando il lavoro estivo era affaticante e snervante, loro lo trasformavano in un momento di incontro e di gioia. Se le serate con i nonni erano limitanti loro le trasformavano in gioco con rappresentazioni teatrali a uso e consumo della famiglia.

Probabilmente in tutto ciò avevano avuto la complicità del resto della famiglia, i cui membri, dal nonno alle zie e ai cugini, avevano una propensione genetica al gioco inteso come sdrammatizzazione del vivere terreno.

Giò e le sue sorelle avevano vissuto il gioco sotto le forme più diverse, da quando erano stati i giochi della prima infanzia, fatti di lotte e gare con gli orchi, a quelli che diventavano più ragionati fatti con le bambole e le esplorazioni fuori dal giardino.

Dalle passeggiate di svago in montagna fatte in periodi fuori stagione, che si trasformarono nelle settimane bianche con le gare sugli sci, dalle gelosie puerili con le amiche che si sarebbero trasformate nelle diatribe con i morosi.

Dalla gara a chi restava incinta per prima a quella su chi avrebbe cresciuto meglio i figli. Tutto era stato, ed era, un gioco; se non lo era, loro lo rendevano tale.

Era l’inevitabile evoluzione nella crescita di tre menti intelligenti, e loro tre erano state giocherellone per un lungo periodo. Probabilmente lo erano ancora al momento in cui avevano preso marito e fatto i figli. 

Certamente il gioco era cambiato, era diventato più complicato e animato da momenti duri e difficili. Ma questo non aveva modificato il loro modo di prendere la vita, sempre e comunque, come un grande gioco.

Le immagini che stava seguendo dal vivo la portarono indietro nel tempo, a ricordare i suoi giochi d’infanzia. Chissà se anche lei con le sue sorelle, all’età che avevano i suoi figli adesso, erano state così semplici ed entusiaste nei giochi. Oppure se avevano cercato le vie più complicate del divertimento perché si sentivano stanche delle cose semplici.

Giò guardava i suoi figli giocare con l’acqua del mare e scoprì nei loro gesti una sorta di ritualità, una specie di legge invisibile sotto la quale veniva codificata l’azione che stavano svolgendo.

Quella legge invisibile era la stessa che aveva segnato i loro rituali di crescita all’interno della grande scuola di pratica che sono i giochi dei bambini. Una scuola senza maestri, senza insegnanti e senza arbitri.

Una scuola che aveva le regole impresse nella natura umana e seguiva l’istinto primitivo delle leggi non scritte, che fanno parte del patrimonio genetico dei cuccioli dell’essere umano. Regole dettate, nell’età dell’infanzia, dal massimo della spontaneità, quella che non si ritroverà mai più in tutto il resto del processo evolutivo.

Seguendo come si assoggettavano i suoi figli a quelle leggi, a Giò tornarono in mente i suoi momenti d’infanzia.

Quello che ricordò fu una lunga serie di episodi, un ordinato resoconto di fatti che la mente selezionò come i passi fondamentali della sua crescita. Episodi e fatti che si interromperanno solo quando la crescita e il gioco finiranno per sempre.

CAPITOLO DUE

LE RADICI

– Goofie stai vicino a me, di là passa la ferrovia e non ti devi avvicinare.

In quei giorni di primavera Giò stava camminando lungo uno dei tanti sentieri delle Terre di Focara. Era in aperta campagna e quella passeggiata con il suo fido Goofie era uno dei modi per scoprire quale stradina avrebbe potuto condurla fino al Cimitero degli Inglesi.

Ad un certo punto lasciò alle sue spalle il vecchio casello ferroviario, quello dove suo nonno aveva fatto trascorrere l’infanzia e l’adolescenza a suo padre e al resto della famiglia.

In quel periodo Giò stava scoprendo di nuovo la Storia che era passata tra quelle selve durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Come in un gioco mentale ormai collaudato la sua mente fece ripartire l’elaborazione dei ricordi. E la trama del film sulla memoria tornò a costruirsi armata dalla sua fantasia.

Richard si guardava la mano pensieroso, aveva messo il gomito sul ginocchio destro e lo stivale era appoggiato sul parafango della camionetta. Durante quella piccola pausa, mentre scrutava l’orizzonte di quelle terre desolate, era tornato con gli occhi sul suo palmo, e con il pensiero alla sua lontana Inghilterra, alla sua famiglia, alla sua casa.

Il suo compleanno era passato da alcuni giorni e, alla fine di quell’estate del millenovecento quarantaquattro, la lontananza durava ormai da parecchio tempo e i ricordi di chi lo aspettava a casa stavano diventando pressanti. Se continuava così, a rimuginare nella sua testa, avrebbe corso il rischio che la malinconia prendesse il sopravvento.