DIARIO QUOTIDIANO

Cronache dell’ordinaria prevaricazione maschile

Pur essendo un’opera di fantasia, i riferimenti a fatti, luoghi o persone realmente esistite non sono casuali

CAPITOLO PRIMO – GIO’ E IL CONCORSO

È come stare sotto la luce di una lampadina fioca, che illumina solo lo spazio dritto
davanti a sé; quando la luce non sta ferma, si entra e si esce dal buio. Così si sente Giò in
quell’altalena per sapere se può essere idonea o no, se supererà la prova oppure no.
È seduta di fronte alla porta della sala riunioni, tra poco la chiameranno per rispondere alle
domande della prova orale. Non credeva che sarebbe riuscita ad arrivare fino a quel punto,
ma se si trova lì significa che qualcosa deve averlo azzeccato.

Poco prima del suo turno, un ragazzo esce dalla sala riunioni e riferisce quello che gli hanno chiesto. Le informazioni si scambiano tranquillamente , il cameratismo tra i partecipanti al concorso non manca, fare gruppo è un modo per stemperare la tensione. Qualcuno se ne sta in disparte, sono quelli più grandi, quelli che hanno già un lavoro e sono qui principalmente per migliorare la loro posizione. Saranno senz’altro ben preparati e avranno molta pratica alle spalle di quanta possa averne una sbarbina come lei .

Oddio non si ricorda più niente!

La porta si spalanca, davanti a Giò si apre la grande stanza delle riunioni. Si domanda
come deve muoversi e il posto dove mettersi, poi l’occhio le cade su una sedia messa in
mezzo all ’enorme scrivania a ferro di cavallo. Giò capisce in che direzione deve andare.
Dall’altra parte del ferro di cavallo tante facce maschili adulte la guardano, non sa come
mettere le mani.

Comincia l’interrogatorio e Giò risponde quasi esaurientemente a ognuna delle domande.
A un certo punto uno di loro si fa più serio chiede la specifica di un argomento. Non capisce
se vuole sapere qualche formula in più, di cui non conosce i termini, oppure se vuole che
spieghi con parole sue come si comporterebbe.

Deve abbandonare immediatamente la prima ipotesi, non saprebbe cosa rispondergli , e poi è meglio evitare il mutismo che s’accompagna al pensiero quando va alla ricerca di numeri dispersi nella memoria. Cavalca la seconda soluzione e inizia a elencare i diversi tipi di comportamento che adotterebbe trovandosi nella situazione proposta.

Sorrisi, strette di mani, saluti. Esce senza essersi fatta un’idea di cosa hanno capito di lei.

La sensazione di leggerezza che la avvolge è determinata solo dalla fine di quell’avventura romana, non certo dalla sicurezza di essersi imposta. A conclusione di quel giovedì di metà novembre millenovecento ottantadue non le resta che cercare Lia e andarsene da quella città.

Non crede che la assumeranno in quell’istituto e fondamentalmente , non sa neppure lei quanto potrebbe essere contenta di un eventuale, quanto sconosciuto, impiego in banca.

L’ iscrizione a quel concorso di Roma l’aveva fatta senza neppure leggere il bando, un
professore di scuola le aveva dato la dritta su come fare per parteciparvi e a quale ufficio
rivolgersi . Aveva presentato la domanda all’ispettorato agrario di Nobili, la città capoluogo
della provincia in cui risiedeva.

Fece l’iscrizione a settembre millenovecento ottantadue e quando si era recata nell’ufficio, con tutta l’ingenuità e la spavalderia che caratterizzava i suoi diciannove anni, aveva notato gli sguardi interrogativi rivolti alla sua persona.

Non capiva a cosa potessero alludere. Alla sua giovane età? Al suo modo di essere? O forse il concorso era riservato solo a certe persone? Figure più qualificate professionalmente rispetto a una ragazza appena uscita dalla scuola superiore.

Erano domande senza risposta in quel momento, così le abbandonò assieme ai dubbi su
quello che poteva essere il tipo di lavoro che stava dietro a quel concorso.

Nei mesi che precedettero la prova scritta, svoltasi a ottobre millenovecento ottantadue, si
concentrò su quello che doveva studiare e preparare. A sostenere quella prova si fece accompagnare da sua sorella minore, Lia. Rimase talmente poco tempo in sede di esame
che , una volta fuori dalla banca, Giò dovette andare a cercarla per le strade di Roma,
anziché trovarla fuori ad attenderla.

Il compito si era rivelato abbordabile e non incontrò grandi difficoltà nel completarlo. Aveva terminato gli studi da pochi mesi e la freschezza di aver trattato certi argomenti fino a poco tempo prima le era stata di grande aiuto.

Inoltre per le prove della maturità aveva portato alcune materie che riguardavano l’estimo e l’economia aziendale per cui era preparata sulle domande del concorso.

I giorni degli esami di maturità erano trascorsi solo da cinque mesi di conseguenza aveva una memoria abbastanza fresca su certi argomenti. L’undici giugno aveva sostenuto la prova orale, esattamente il giorno prima della finale ai mondiali spagnoli dell’ottantadue.

Sostenne l’interrogazione il dieci giugno e ciò consentì a Giò di gustarsi in tutta tranquillità sia la mitica e vittoriosa finale che i successivi festeggiamenti per la coppa del mondo conquistata dall’Italia di Rossi e Cabrini.

A Bicami, località della riviera dove i suoi genitori gestivano un hotel, le spiagge erano
affollate di turisti, per la maggior parte tedeschi, e la sera della finale ogni locale organizzò
un evento speciale. Al termine della partita ci furono strombazzamenti e sfilate di auto lungo
le strade, mentre sui marciapiedi veniva offerto il vino a vincitori e vinti. La partecipazione alla
festa non prevedeva distinzione tra gli uni e gli altri , dato lo spirito sportivo dei tedeschi e la
contagiosa allegria degli italiani.

In quella metà novembre millenovecento ottantadue, dopo aver sostenuto la prova orale, Giò si sente la coscienza libera dagli impegni presi e sollevata dall’obbligo di studiare.

Deve ammettere con se stessa che la partecipazione a quel concorso ha un senso più per dare
concretezza alla ricerca d’impiego che per un reale desiderio di farsi assumere in banca. In quel periodo, assieme agli ex compagni di scuola, tengono d’occhio diversi concorsi. Arrivano addirittura a tentare l’assalto ai posti disponibili all’ICE (Istituto per il Commercio
Estero).

Lì la concorrenza sarà spietata, ci saranno come minimo alcune decine di migliaia di persone
pronte a sostenere le prove d’esame pe r cui non sarà certo facile entrare in uno dei posti disponibili. Oltretutto saranno necessari appoggi esterni e Giò , come i suoi amici,
non ne ha, quindi decideranno all’ultimo momento se sarà il caso di sostenere le spese per
parteciparvi.

Il lato positivo di quel tipo di concorso è che sono costretti a iscriversi all’Albo Professionale, e perciò avranno un pensiero in meno da affrontare nel futuro. Secondo alcuni loro vecchi professori di scuola tra qualche anno sarà introdotto anche per i Periti Agrari l’obbligo di sostenere l’Esame di Stato prima di potersi iscrivere all’Albo. Essere già registrati si rivelerà un prezioso vantaggio.

Nei primi anni ottanta la ricerca di un posto di lavoro è un obbligo al quale bisogna sottoporsi con ligio dovere di bravi ragazzi e ragazze.


La famiglia ha la pretesa di vedere un ritorno concreto per i sacrifici fatti nel crescere i figli. La scuola deve dimostrare la validità degli insegnamenti dati. Quindi spesso si consiglia di non proseguire gli studi e di non dare concretezza alle proprie aspirazioni imparando un’arte o un mestiere. L’imperativo unico è guadagnarsi da subito uno stipendio e mettere da parte qualsiasi
desiderio di realizzazione personale.

In questo clima di caccia alla “sistemazione buona” non c’ è tempo da perdere, né
distinguo da fare sulle occasioni proposte o alle quali si accede faticosamente
tramite i concorsi . L’Italia moderna attende a braccia aperte queste nuove leve di lavoratori e
lavoratrici per farli crescere modellati sull’onda della nuova Era dell’Ottimismo. È un
positivismo da infondere nell’opinione generale come un’ iniezione di fiducia dopo i duri e
austeri anni settanta.

Nessuno spiega a quelle nuove generazioni di ragazze e ragazzi che certe postille, di stampo tipicamente italiano, saranno gli unici dati su cui si baserà la selezione.

Quelle qualifiche fuori curriculum da inserire tra un foglio e l’altro, quelle aggiunte alla lista dei requisiti utili per partecipare a qualsiasi concorso o proposta di lavoro, sono degli “extra” che possono agevolare o addirittura garantire l’accesso all’impego. È un nuovo modo di percepire l’avanzata del progresso che giustifica l’uso indiscriminato di raccomandazioni, di conoscenze, di mazzette, di favori o di qualsiasi strumento che possa aiutare ad aprire le porte d ‘ingresso nel mondo produttivo.

In Italia la referenza, in particolar modo se può essere merce di scambio, è diventata l’unico metro tenuto in considerazione per l’assegnazione di un posto di lavoro e di un impiego. Tutto vale tranne il merito.

In teoria si pensa che il lavoro sia assegnato a chi lo sa svolgere e a chi s’ impegna nel migliore dei modi. Senza fare distinzioni di figlio di … amico di … raccomandato da … pagato da … e soprattutto senza distinzione di sesso, religione, razza.
Invece in Italia resiste il vecchio metodo di selezione per conoscenza, quello che spesso fa sorvolare su titoli e su qualifiche dei candidati, per favorire l’assegnazione del posto di lavoro al protetto preferito.

A rendere ancora più pesante la situazione nel sistema utilizzato per la selezione dei lavoratori, ci sono le discriminazioni di tipo sociale, quelle stabilite con regole non scritte, ma ben impresse nella memoria della gente.

Regole basate sulle distinzioni di rango e di appartenenza alla classe sociale di provenienza, regole che non permettono lo scambio dei ruoli. Discriminazioni che si acuiscono nei confronti delle donne le quali, solo per il fatto si appartenere al “sesso debole”, devono costantemente dimostrare di possedere requisiti migliori dei colleghi maschi.

Nel proseguo della carriera lavorativa, indipendentemente dalle qualifiche professionali che raggiungono e per quanto validi o alti sono i loro meriti lavorativi, le donne devono accontentarsi del livello raggiunto. E dimenticare gli avanzamenti di livello come avviene per i colleghi maschi.

Con queste premesse è difficile, per una ragazza giovane come Giò, sperare di superare quella marea di ostacoli con le sue sole forze. Ciononostante partecipa a più concorsi e si presenta a molti colloqui, nel tentativo di aumentare le possibilità che almeno uno dia un esito positivo.

CAPITOLO SECONDO – LA PROFESSORESSA

Il giorno dopo il suo rientro da Roma, Giò torna a Nobili, per andare a trovare la sua ex
professoressa di Italiano, Maria Fraboschi. Giò vive a Gàlino , una ridente località turistica
affacciata sul mare Adriatico e confinante con Bicami. Questa cittadina, pur trovandosi solo
qualche metro più a nord di Gàlino, è già sotto un’altra provincia e in un’altra regione.

Lungo la Statale Adriatica che attraversa sia Gàlino che Bicami si trova anche Nobili, città capoluogo di provincia e sede dell’Istituto Tecnico frequentato da Giò. È a una ventina di chilometri più a sud delle due cittadine lungo il tracciato della vecchia Flaminia.

Maria Fraboschi abita in una via del centro ed è sempre un piacere fare una passeggiata
lungo il Corso o prendere un caffè nel bar sotto casa sua. Nel periodo estivo i ragazzi e le ragazze che hanno frequentato le sue classi vanno spesso a trovarla.

Ha insegnato la materia di Italiano all’Istituto Tecnico nella classe di Giò durante il triennio finale. Stessa aula dalla terza alla quinta. In quegli anni hanno costruito un buon rapporto e già nell’estate seguita al diploma, Giò ha trovato in quella signora di mezza età una confidente anche per i problemi di cuore.

-Prof, io non so come devo comportarmi per farmi capire da lui.

-Che cosa vorresti dire Giò? Pensi che non si renda conto della vostra situazione? –
La storia tra Giò e Valerio è iniziata in seconda superiore, poco prima della fine dell’anno
scolastico. Era stata il classico rapporto in cui, tra alti e bassi, molti coetanei si accompagnano
nella crescita, dall’adolescenza fino all’età adulta. L’affetto tra i due si era affievolito a mano a mano che si era avvicinato il momento del distacco dalla scuola. La frequentazione all’Istituto era stata il principale motivo che li aveva tenuti legati fino a quel momento.

Non ci sono tante cose da scoprire o da capire dietro alla loro finita relazione, semplicemente i fatti hanno seguito il loro percorso logico. Sia Giò sia Valerio hanno tentato di trovare una soluzione senza però riuscirci.

-Prof, io ho bisogno di sapere se mi sto sbagliando sul suo conto, se tutta questa storia
tra me e lui si regge solo sull’affetto dettato dall’amicizia oppure se c’è dell’altro.
Abbiamo condiviso dei momenti importanti, ma anche molti litigi e allontanamenti.
Adesso comincia la vita vera, quella fatta di lavoro e d’impegni ben più importanti
della scuola. Credo che non riuscirei a fingere di continuare a stare bene con lui
mentre in realtà lo sento come una zavorra. –

-Giò, non ti fare troppe domande, Valerio è un bravo ragazzo, ma non puoi pretendere da lui una stabilità di sentimenti. Il tempo stabilirà il giusto equilibrio, per il momento devi cercare di crescere e di affermarti, il resto verrà da sé.

Quelle parole escono sincere, ma nel cuore di Maria c’è molta apprensione, Fin dai primi d’agosto millenovecento ottantadue la sua vita è stata regolare, pochi gli scossoni o i cambiamenti alla routine.

Da qualche mese, invece, il suo rapporto con il marito, Paolo, è diventato una sorta di percorso di sopravvivenza in cui gli imprevisti appaiono a sorpresa e senza dare preavviso.

Hanno appena finito di sorseggiare il caffè sedute al tavolino lungo il corso principale di
Nobili. Maria abita in un vecchio palazzo del centro e il posto migliore per incontrarsi con i
suoi ex alunni è il Bar Pepi, sotto casa sua. Le confidenze di Giò fanno riemergere i ricordi
delle scene viste a scuola di loro due teneramente abbracciati sulle scale o lungo i corridoi.
Una fitta di nostalgia s’insinua nel sentimento di Maria, e il sottile dispiacere di non avere più la serenità di apprezzarne appieno la freschezza sta diventando un’amara costatazione.

-Tu sei stata una brava alunna, Giò, il tipo di studentessa che non si trova spesso in un Istituto in cui l’italiano è una delle materie peggio considerate, soprattutto dal consiglio dei docenti.
Non sai le infinite discussioni che ho dovuto portare avanti con gli altri colleghi per
riuscire a imporre un minimo di programma! Sono contenta che le mie lezioni siano
servite per aiutarti nell’affrontare la vita professionale. Sarai sempre avvantaggiata con la tua capacità di esprimerti e potrai far valere al meglio il bagaglio delle tue nozioni tecniche. Però non lasciare che i sentimenti ti condizionino in un momento così importante della tua vita! –

Quell’ultimo consiglio le esce di bocca prima che abbia il tempo di riflettere. Per fortuna Giò si è già alzata dal tavolino e non gli dà peso. Velocemente la ringrazia per gli incoraggiamenti ricevuti.

Maria stava per lasciarsi sfuggire di aver ricevuto delle confidenze da Valerio. Negli incontri di quell’estate lui l’ha pregata di trovare un modo di riprendere i contatti con la sua ormai ex ragazza.

A detta di Giò la storia con Valerio si è chiusa da un pezzo e quelle chiacchiere con la professoressa servono solo per avere la conferma di essere sulla strada giusta. Giustamente non spetta a Maria cercare di farla tornare sui suoi passi.

Inoltre Maria Fraboschi sta attraversando un periodo della sua vita molto critico. Deve fronteggiare dei problemi personali molti più grandi di quelli dell’insegnamento e delle paturnie di una giovane adolescente. Perciò non se la sente di far prevalere il romanticismo e dare false speranze a Valerio.

È meglio che quella logora storia d’amore tra adolescenti non torni a essere una gabbia per una ragazza dalle buone prospettive di realizzazione personale.

Il sabato mattina è sempre stato il suo giorno libero e aver sacrificato qualche minuto per l e
confidenze di Giò a Maria non pesa affatto. Da quando la sua vita ha subito uno stravolgimento
Maria intende approfittare dei momenti di riposo per fare il punto sulla sua situazione famigliare. Dunque dopo quell’episodio verificatosi alla fine d’agosto l’appuntamento fisso di quelle mattinate a casa è un bagno caldo in cui coccolarsi e riflettere.

Lo scopo è ricordare com’è cominciata la sua vita di coppia e come abbia fatto a trasformarsi in quella sorta d’incubo psicologico. La chiacchierata con Giò le ha dato un o spunto per riflettere e riscoprire quali dilemmi ha dovuto affrontare per fare le sue scelte.

Cosa s’ infila in una mente, in un sentimento, in una coscienza, in un pensiero, quando nasce un amore?

Che cosa porta il proprio io a impegnarsi in una storia d’amore indipendentemente da come si è vissuto fino a quel momento?

Nemmeno le donne sanno quello che sta succedendo, quello che accade al nuovo universo
coppia che si sta formando. L ’unica cosa che si ammette è che ci si trova di fronte a un
nuovo universo e al suo infinito. Nel momento in cui ci si mette in gioco, libere e aperte nei confronti dell’amore, non si fanno calcoli, non si pongono limiti al successo e ci si preoccupa esclusivamente di far fronte agli attacchi provenienti dal giudizio del mondo esterno (che comunque è d’ importanza minima rispetto all’ampiezza del “nuovo universo”).

Travolte dall’ entusiasmo non si fa nessuna valutazione su quelle che potrebbero essere le conseguenze dovute al cambiamento che sta avvenendo. Non si calcola lo sforzo che
bisogna affrontare per difendere e continuare a mantenere vivo l’ amore. Ci si crede
sufficientemente forti per superare qualsiasi difficoltà confidando nella forza dell’amore per superarle. Il problema di quanto costerà al proprio stato d’animo, alla propria disponibilità e allo spirito di sacrificio che bisognerà mettere in campo, non si pone nemmeno.

Le donne evitano di pensare che la battaglia contro il mondo esterno sia
un ostacolo. Non si rendono conto di quello che potrebbe tornare indietro come moneta affettiva di scambio per compensare la completa dedizione al nuovo rapporto.

Quando si è libere e piene di ottimismo e quando si è felici non si pensa neppure lontanamente al fatto che il soggetto dell’ amore potrebbe non meritarlo. E non essere altrettanto disposto a
quei piccoli sacrifici che la vita in comune pretende. Perché amore non è solo passione, è
anche sacrificio, quello che si consuma piano, con il rapporto e con il trascorrere degli anni.

Le donne sanno fare questo sacrificio, è la genesi umana che glielo ha insegna a fare. Ma gli uomini? E l’uomo soggetto del travolgente amore, possiede questa stessa forza interiore?

Ci sono alcuni rapporti, poi, che nascono con un prezzo ancora più alto da pagare. È un
pedaggio che riscuote sia dai sentimenti rivolti alla persona amata sia da molti altri
che s’ intersecano nell’ animo. E questo succede nei rapporti che coinvolgono altre persone come figli, madri o padri che convivono all’interno della coppia. Soprattutto nei rapporti che nascono dalle ceneri di altre unioni e richiedono un grande sforzo di comprensione e di alta maturità per essere vissuti serenamente.

Nelle situazioni dei nuovi amori, che comprendono vecchie passioni, figli e parentele che
non sono strettamente legate al nucleo della coppia più recente, chi è il collante e il cardine su
cui riesce a ruotare senza troppi attriti un insieme così variegato di persone e di sentimenti?

La donna, naturalmente!

Il prezzo da pagare per tenere in piedi questi rapporti è sempre a carico della donna che,
senza rendersene conto, accetta gioiosamente il peso delle aumentate responsabilità. Perché
lei è la sola che sa vivere l’amore assieme al sacrificio, è la sola che può gestire i conflitti
che invariabilmente nascono in questo tipo di unioni. E il sacrificio e la capacità di gestione
sono ingredienti fondamentali nelle unioni durature. Perché l’amore, da solo, è un sentimento
che ha ben poco a che fare con la lunga convivenza. E questa è un’altra storia.

Maria ha sempre taciuto a se stessa la realtà che il peso delle aumentate incombenze dei suoi
rapporti famigliari sia ricaduto esclusivamente su di lei. Adesso che ha deciso di fare il resoconto del suo matrimonio, si rende conto che oltretutto è stato dato come un obbligo scontato. Invece il suo uomo avrebbe dovuto dimostrare una maggiore condivisione degli impegni organizzativi della loro unione.

Il ricordo bruciante di quanto accaduto in agosto e la cocente delusione di vedere
confermati tanti sospetti taciuti, inducono Maria ad abbandonare certe riflessioni e godersi gli ultimi minuti del rituale bagno caldo.

CAPITOLO TERZO – SUSY DEL BAR

L a serata sta per cominciare nel bar all’angolo tra via del Ponte e via Rossa, alla periferia ovest di Nobili. Sono le sei pomeridiane di un giorno di metà autunno millenovecento ottantadue e il punto di riferimento per adulti e ragazzi che abitano nel quartiere, inizia ad animarsi.

Le prime “compagnie”, gruppi di persone quasi omogenei che s’incontrano lì da Giorgio,
iniziano a radunarsi. Per il gestore del bar parlare di compagnia significa usare un
termine troppo importante. Sì certo, si ritrovano, s’incontrano, qualche volta organizzano
una partita a carte, ma non c’è una vera e propria unione.

Come gestore del bar Giorgio ha tentato, qualche anno prima, di trovare un motivo che potesse legare quelle persone di là dall’incontro occasionale. E magari per tenere lontano la ricerca di un profitto con lo spaccio e i traffici illeciti. Aveva creato il fan club della Juventus, squadra di cui Giorgio era ed è tifosissimo, organizzando le trasferte per seguire le partite di campionato. In alcune occasioni era addirittura riuscito a organizza degli incontri di calcio con tifosi che frequentavano gli altri bar in città.

Nel momento di euforia seguito alla vittoria mondiale dell’Italia in quel di Spagna, era nata l’idea di creare una vera e propria squadra di calcio. Poi tutto si era spento dietro l’individualismo mentre i gruppetti, pardon, le compagnie, avevano ripreso la solita routine di sempre.

Ciò che preoccupa Giorgio è la facilità con cui circola ogni tipo di droga e di come, per tutti, sia
normale farne uso. Dal semplice fumo di marijuana fino alle droghe più pericolose, come gli
acidi e l’eroina. L’unico a non fumare, neppure le sigarette, è Valerio che, anche stasera,
entra nel bar con il suo solito fare dinoccolato e canzonatorio .

Si sta prospettando l’ennesima serata antipatica, una di quelle prive di eventi che possono tenere le persone riunite attorno a un tavolo o davanti alla TV. Valerio di siede ai divanetti di fianco al flipper, chissà quanti altri del suo gruppo, pardon, compagnia, riuscirà a fare come lui e a evitare quei passatempi che tanto preoccupano Giorgio.

-Eh, no Così non va bene per un cazzo! Luca prima mi chiede di vederci, poi me la
tira buca appena si affaccia la possibilità di stare insieme . Tante moine per strappare
un sì al suo “ti accompagno io” e poi non si fa vedere. –

Susy, una ragazzina di qualche anno più giovane di Valerio, si siede accanto a lui cercando di attaccare bottone. Si vede che è su di giri ed è di ritorno da uno di quegli “incontri” tra amici che sono il cruccio di Giorgio.

-Certo che adesso non posso pensare di mollare la presa dopo che è stato lui a farsi avanti. Capirai, non mi ha mai cagato di una lira, sempre preso dalle carte, figurati, ha solo gli occhi puntati su quella strafiga della Rosy. –

Susy sembra incazzata per qualcosa che non gli è andato per il verso giusto e non vede
l’ora di sfogarsi con qualcuno. Sta letteralmente assillando Valerio che, fortunatamente, è un
tipo tranquillo e non si lascia stravolgere dalle scenate di una ragazzina.

-Ieri, quando mi ha parlato è sembrato veramente interessato … di sicuro non mi ha cercato per stare con me fisso, ma anch’io voglio solo divertirmi e adesso che ho l’occasione non voglio lasciarmela scappare come un’imbecille. Non voglio rompergli tanto le palle, ma ti rendi conto di cos’ha combinato stamattina? –

-Susy mi sa che sei un po’ fuori! –
Sono le uniche parole che riesce a dire Valerio sommerso dalla veemenza con cui la sua
amica gli sta parlando.

-Non voglio mica che pensi di avere a che fare con una stupidella come quelle ochette che gli girano intorno , soprattutto quando Luca viene a giocare a carte al bar! –

Valerio alza gli occhi al cielo, stasera non c’è verso di far rientrare quella ragazza in sé.
Luca è il suo migliore amico, del tipo con cui condividi le confidenze e per il quale sei
disposto a fare ogni sacrificio. Ha due anni più di Valerio, lavora presso una fabbrica fuori
Nobili e oltre a fumare e bere, ha anche il vizio del gioco d’azzardo a carte. Hanno
avuto molte discussioni a riguardo perché, oltre a rovinarsi la salute e il portafoglio, Luca
perde tante occasioni per stare in compagnia degli amici. O peggio, aggravante che suscita
l’invidia di Valerio, non si accorge delle ragazze che gli ronzano intorno e sarebbero disposte a
tutto pur di mettersi con lui .

La tenda che separa la saletta dal corpo principale del bar si scosta e dal retro del bar compare Luca, bicchiere di whisky in una mano e sigaretta nell’altra. Come si accorge di Susy, e più perché è vicina al suo migliore amico che per altro, gli viene in mente l’appuntamento saltato quella mattina.

-Dio, che scemo, Susy! M i sono scordato, no sai com’è, quella palla di mia madre doveva andare a fare le analisi e io sono uscito da casa prestissimo, allora, dopo… –

Bastano quelle poche parole, dette con il sorriso sulle labbra e la mano tesa per avvicinare
Susy a sé, e l’atteggiamento della ragazza cambia completamente.

-Va bè , dai, se dici così, non fa niente … –

-A che ora stacchi domani? Giuro che all’uscita sarò lì da te. –

-Lascia stare, no dai, non fa niente, e poi io ci vado in motorino. –

-Porca miseria che sfiga! Facciamo un’altra volta, allora, eh? Adesso ti saluto, devo
tornare da quella palla di mia madre. Ciao. –

-Occheei… –

La risposta si smorza nella gola di Susy tant’è che Luca neanche la sente, preso dal suo correre via per raggiungere chi sa quale altra meta di bevuta o di carte.

-Chissà chi si crede di essere! – sbotta Susy appena si riprende dalla soggezione e accorgendosi di essere stata liquidata in malo modo – Io faccio quel cazzo che mi pare, di dar retta a lui non ci penso proprio. La prossima volta me lo dovrà chiedere in ginocchio se vuole passare a prendermi! –

Valerio si alza distrattamente dal divanetto mentre Susy, che si sta ricomponendo dopo lo scambio di parole con Luca, ha già rivolto lo sguardo agli altri amici presenti nel bar.

-Susy anch’io devo andare via, Barbara mi aspetta a casa sua, deve darmi i soliti panni da far pulire a mia madre. Ci vediamo più tardi, casomai. –

-Salutami tua sorella allora! –
Susy accompagna quelle parole con un gesto di scherno, tutti s’inventano scuse con lei! Si alza d’ impeto e per un attimo è sul punto di mandare a fanculo anche Valerio. Passa qualche minuto gironzolando tra chi gioca a stecca e chi sta appollaiato sullo sgabello del flipper. Nessuno dei presenti l’aggrada, né per compagnia né per interesse. Esce dal bar e inforca il suo motorino, in meno di cinque minuti è davanti al bar di Luca.

Bighellona passando davanti all’ingresso un paio di volte. È indecisa se fermarsi o no, perché siccome vede solo degli sfigati ha paura di farsi contaminare ed essere considera come una di loro. Di Luca non vede traccia. Detta sinceramente le tira il culo entrare da sola. Però dopo un po’ capisce che forse è meglio entrare invece di passare lì davanti troppe volte.

Susy si fa avanti lanciando occhiate a destra e a sinistra per controllare che non ci siano “ochette” pronte a rubarle la scena.

Luca dovrebbe arrivare a momenti, lo sa bene lei, perché aveva capito da subito che non doveva tornare da sua madre, come aveva detto di fronte a Valerio!

Susy con le mani dà una pettinata veloce ai capelli dopo essere scesa dal motorino. Non si sente a posto come vorrebbe esserlo quando arriverà Luca e una volta entrata nel bar va al bagno per darsi una sistemata. Anche se il cesso non è il posto migliore per truccarsi, uno spicchio di specchio per vedere come sta riesce a rimediarlo.

Nonostante la buca di stamattina, in cuor suo crede di andargli proprio a genio a quel figo di Luca e vuole mantenere viva la sua attenzione. Se vuole che si mettano insieme non deve fare errori.

-Ciao Susy, come va? Sempre sola? –

-Dì, ma che cazzo vuoi? –

-Ehi, non t’incazzare, stavo scherzando. Ti va un caffè? –

-NO! –

Bisogna essere secchi con certi rompipalle e lei Jodi lo manda a fanculo subito. È uno dei pochi che conosce in quel bar di merda e di sicuro è uno degli sfigati peggiori del gruppo.

Comunque sia lei non vuole nessuno intorno quando arriverà Luca. Possibile che non si
possa stare in pace seduti al tavolino? Susy spegne il piccolo registratore che si porta
sempre dietro e chiude la registrazione del suo personale diario in audiocassetta. Quella sua
fissazione di incidere su nastro è cominciata quando ha ricevuto in regalo dal suo zio preferito quel dispositivo portatile.

Oltre al discorso affettivo, Susy è affascinata dall’immediatezza con cui riesce a registrare gli avvenimenti senza dover scrivere una sola parola. A scuola, invece, per riuscire a dire qualcosa era costretta a riempire pagine intere!

Purtroppo di quello che succede quando arriva Luca c’è proprio poco da raccontare. Le immagini della serata si spengono verso mezzanotte, ma per Susy si potevano anche chiudere prima.

Non si sono mossi dal bar. Luca a giocare le sue carte e lei a gironzolargli intorno tra i flipper e il bancone, dove prende il whisky da portargli. Sì, ogni tanto Luca allunga un bacino, ma da lontano, perché quando alza gli occhi dalle carte, non la vede. Solo quando beve, allarga la vista fino a incrociarla. Susy ha la netta impressione che sia meglio stargli alla larga mentre gioca, perché quando gli è vicina manco la caga.

Per fortuna anche Rosy è stata al bar tutta la sera e allora con lei d’intorno ogni tanto si fanno due risate. Hanno guardato il film sul maxi schermo dopo che il resto del gruppo si è diviso tra quelli che sono andati a fare un giro in centro e quelli che si sono visti alla sala giochi di Tito. Susy non ha voglia di avere tante storie, quella è una serata partita male e proseguita peggio. Si accontenta di stare attaccata a Luca per sperare in un nuovo aggancio.

È che la partita gli ha detto male a Luca e quando hanno finito, non si è festeggiato niente. Però lei piace a Luca , Susy ne è certa. Perché non ha mai guardato la Rosy e quando ha tolto gli occhi dalle carte, è stato solo per guardare lei. Comunque sia domani si vedranno e staranno insieme tutta la serata, fuori dal bar, niente carte.

Faranno un giro in macchina. Loro due soli. Il resto è affidato al racconto dentro al registratore.

CAPITOLO QUARTO – BARBARA

MI MI SOL MI MI SOL MISOLDOSI LALASOL REMIFARE REMIFARE REFASILASOL SI DO DODODO LA FA SOL MI DO FA SOL LA SOL DODODO LA FASOL MI SOL FA SI LA SOL SI DO.

Barbara canticchia le note mentre accarezza il suo bimbo. Ecco cosa le è rimasto della musica imparata alle scuole medie, quattro note di non si ricorda quale ninna nanna da suonare sul flauto.

Coccola il suo bimbo mentre lo tiene in braccio dopo che ha finito la poppata. Si guarda attorno per controllare che tutto sia in ordine. Ogni cosa al suo posto, ogni polvere levata, il pavimento pulito, i vetri splendenti. È così che vuole la sua casa, in ordine, e solo dopo può trascorrere qualche minuto cullando il suo bimbo addormentato.

Si rilassa in quei momenti che ha solo per per se stessa, e allora riesce a perdersi nel ricordo di quando era bambina. Di quando era una ragazzina e i problemi della vita si concentravano tutti nell’imparare a suonare quattro note sul flauto!

Sono quasi le sette di sera e in quell’uggiosa fine giornata di metà novembre millenovecento ottantadue l’unica nota di colore è l’arrivo di suo fratello Valerio, che viene a prendere i panni sporchi . Se non avesse i suoi genitori a darle una mano in quelle incombenze quotidiane Barbara non saprebbe proprio come fare.

-Vorrei concedermi più momenti come questo. Oppure portare Andrea più spesso a
spasso e dedicargli più tempo. Le mie amiche vanno in giro con le carrozzine, ma con tutte le cose da sistemare in casa dove lo trovo il tempo per andare a fare una passeggiata? –

Si rivolge a Valerio che è appena entrato usando le sue chiavi. Le ha rivolto uno sguardo interrogativo vedendola seduta in poltrona. Ma Barbara non s’è mossa per non scomodare il suo Andrea teneramente addormentato.

-Forza sorella, tieni duro che tra poco arriva il week end e ci sarà Nicola a darti una mano! –

Barbara si alza e adagia il suo piccolo nella carrozzina. Deve darsi da fare per preparare qualcosa da mangiare, e poi la tavola è da apparecchiare, la cucina da sistemare.

Nei giorni infrasettimanali vuol seguire gli insegnamenti di sua mamma. Le dice che il dovere di una donna che non lavora è quello di dedicarsi completamente alle pulizie e all’ordine in casa. È stata educata così e da quando si è sposata, un anno e mezzo prima, non ha fatto altro che ripetere ciò che le era stato insegnato. Il sabato e la domenica, però, quando anche Nicola è a casa, Barbara crede che sia giusto lasciare da parte le pulizie, perché anche una casalinga, il settimo giorno, deve riposare.

-Come va a casa, Valerio? E tu, tutto ok? –

-Tutto a posto; sto cercando lavoro per questi mesi che mi separano dalla chiamata del servizio militare. Ma a parte qualcosa di temporaneo è difficile che riesca a trovare un posto
fisso. Chi vuoi che assuma uno che deve partire!-

-Tieni duro dai, vedrai che passerà anche per te questo periodo di merda. –

Valerio saluta la sorella alzando un braccio mentre con l’altro trascina la sacca con i panni sporchi. In quei mesi di vuoto dopo la maturità la paranoia del tempo perso s’è ingigantita. Ma adesso si sta dissolvendo.

Tra poco riceverà la chiamata per il servizio di leva obbligatorio che nell’ultimo anno di scuola ha dovuto per forza rinviare per non saltare l’esame di maturità. È quello il motivo per cui scatta uno slittamento del giorno della chiamata e ci sono mesi di attesa in cui si può combinare poco e niente.

Barbara ha smesso di studiare perché non aveva voglia di continuare. Terminate le
scuole medie ha capito che la storia con Nicola era già il meglio di quanto potesse sperare.
Ha cercato un lavoro in fabbrica e appena compiuti i diciotto anni ha deciso di sposarsi.

Non è stato difficile abbandonare la casa dei genitori e neppure staccarsi da suo fratello Valerio, di due anni più piccolo di lei. Dopotutto è venuta ad abitare in un quartiere di Nobili non distante dai suoi, e può incontrarli quando vuole. Inoltre loro, dopo che è nato il primo nipotino, si prodigano in tanti piccoli aiuti che le facilitano la quotidianità.

Certo la libertà di prima se la può scordare e in più, da quando è arrivato Andrea, non riesce neppure a concedersi neanche qualche mezza giornata di svago . Come farà ad avere il tempo per sistemare la casa quando dovrà riprendere il lavoro?

U n brivido le corre lungo la schiena, il solo ricordo del lavoro le fa venire un rumoroso
singhiozzo da cui solitamente fatica a riprendersi. Valerio è appena uscito con la cesta di
panni, Nicola deve ancora arrivare e se quel fastidio non le passa, finisce che sveglierà il
piccolo Andrea ed è fritta.

Il problema del lavoro è sempre stato un tormento per Barbara. Da quando aveva quindici anni, ha sempre lavorato in fabbrica e la fatica non le ha mai fatto paura. Solo che un conto è lavorare otto/nove ore al giorno dal lunedì al venerdì e il sabato e la domenica andare a spasso. E un conto è lavorare con la casa da accudire, il marito da seguire e il figlio da badare.

Che tempo libero le resta? Come potrebbe far conciliare ogni cosa senza diventare matta?

-Ciao Babi, com’è andata oggi? –
Nicola si china sulla guancia della moglie sfiorandola con un bacio. Poi mette il naso su quel che bolle nella pentola che la moglie ha sul fuoco. Barbara continua a mescolare e gli risponde in maniera automatica perché sta ancora seguendo i suoi ragionamenti sul tempo.

-Bene! A te? –

Valerio è andato in camera a cambiarsi, Barbara non sa se gli risponde o no. Perciò racconta un po’ della sua giornata.

-Sai che sono riuscita a portare Andrea con me a far la spesa da Mario, il fruttivendolo all’angolo? Avevo finito di mettere in ordine e Andrea aveva già fatto la poppata del pomeriggio, così ho pensato che ci poteva stare un’uscita di dieci minuti. –

Quelle sono le uniche eccezioni alle sue giornate casalinghe. Quando Andrea non fa i capricci e la casa è abbastanza in ordine, Barbara esce per una breve passeggiata con il suo piccolo. e riesce a fare anche qualche commissione o spesa.

-Hai fatto bene, non potete stare sempre chiusi in casa! –

-Di sicuro non voglio ridurmi come quelle comari che si affannano solo per preparare pranzo e
cena e puliscono tutto il giorno! Secondo me nella vita ci sono tante altre cose da fare
invece che spazzare, pulire, cucinare o stare alla finestra a guardare gli altri! –

Si siedono a tavola continuando a discutere sulla diversità tra loro e le vecchie generazioni. I loro genitori si comportano molto diversamente e adesso è cambiato il modo di gestire la vita familiare.

-Fai bene a trovare tempo per portar fuori Andrea, ma non criticare troppo i nostri genitori. Le nostre madri bisogna capirle, sono di un’altra generazione e sicuramente vogliono solo dare consigli. –

Barbara farebbe proprio a meno di quelli che a lei sembrano più dei rimproveri che delle amorevoli raccomandazioni. È propria stufa di sua madre rompe le scatole perché vuole vedere la casa sempre in perfetto ordine e le fa un sacco di storie se lascia ammucchiare i panni da stirare.

Nei primi mesi di matrimonio, quando ancora lavorava in fabbrica, il sabato mattina in due ore sbrigava le pulizie di casa e il resto del fine settimana era a loro completa disposizione. Passeggiavano per il centro della città guardando le vetrine e a volte andavano al cinema il sabato sera. La domenica mattina facevano una bella passeggiata, poi guardavano un po’ di sport in TV nel pomeriggio e magari uscivano a mangiare la pizza la sera. Spesso in compagnia di altre coppie, a volte da soli. Adesso le uscite con la compagnia dei vecchi amici si sono diradate perché l’arrivo dei figli ha condizionato la vita delle altre coppie. Ognuno si è adeguato alle nuove esigenze di famiglia.

-Io invece chi non capisco è la Susy. Non da una mano in casa, non ha un interesse né degli
svaghi e trascorre il tempo passando da un bar all’altro! –

Chiacchierando della vita per come la vivevano loro fino a pochi mesi prima, sono arrivati a parlare anche dei ragazzi più giovani che ancora frequentano le compagnie.

La sorella di Nicola, Susy, ha cinque anni meno di lui, lavora in una fabbrica fuori Nobili ed è rimasta a vivere con i genitori.

Certo per lei è un po’ presto per mettere su famiglia, anche se ha solo un anno meno di Barbara.

-Hai ragione, passa le serate con quegli sbandati del bar invece di trovarsi un fidanzato serio. Se
devo essere sincero, ti confesso che sono preoccupato, gira di tutto in quelle compagnie, fumo, droghe, LSD. –

-Dai, non fare il fratellone maturo che vuole mettere la testa a posto alla sorellina! Anche noi ci divertivamo prima di mettere su famiglia; vedrai che alla fine anche lei troverà il ragazzo giusto e si aggiusterà tutto. –

CAPITOLO QUINTO – PATRIZIA

-Signora! Allora, come vanno le cose? E sua figlia? Gran brava ragazza studia vero? –

-Sì, frequenta l’università, facoltà di giurisprudenza. –

Il direttore si siede sulla sua poltrona di pelle dopo averle stretto la mano all’ingresso in ufficio. Comincia a parlare in toni affabili, cortesi, come se volesse convincerla di qualcosa.

-Oggi come oggi, con questi ragazzi, non si sa mai come comportarsi, pretendono ogni agevolazione, ogni agio e poi … –

Patrizia lo lascia parlare, non capisce dove voglia arrivare con quella tiritera sui giovani d’oggi e non riesce a comprendere se si stia solo sfogando, oppure sia in cerca di qualcos’altro. Recentemente Sara, la figlia di Patrizia, ha dato alcune lezioni private di recupero al figlio del direttore. Doveva mettersi in pari con l’inglese al liceo, e forse si sta parando il culo per aver avuto quella necessità. Oppure vuole sentirsi fare qualche complimento per come l’ha cresciuto, o chissà che.

Qualunque sia il motivo che lo porti a sproloquiare, Patrizia non ci mette molto a farlo contento con qualche apprezzamento di convenevole su quanto sia educato e tralasciando di mettere l’accento sulle difficoltà scolastiche.

-Eccoci al dunque, lei signora è venuta da me per il suo conto corrente. –

Ora che sono arrivati al sodo, Patrizia si rende conto che sarà difficile riuscire a convincerlo di lasciarle aperto il fido allargato. Invece lei ne ha proprio bisogno per tirare avanti il suo esercizio come prima.

Prova a giocare d’anticipo.

-Vorrei chiederle la cortesia di lasciare aperto il conto mantenendo le stesse
credenziali e il fido che avevo con mio marito. –

-Intende continuare l’attività come prima? –
Arrivati al punto più importante di quell’incontro il tono di voce del Direttore si è trasformato da affabile a ironico. Patrizia si sforza di non darci peso, ma è molto infastidita da quel cambio
di atteggiamento. Come se con una donna non sia lecito parlare di affari.

-Sì, in qualche modo la vita va avanti e io devo provvedere agli studi dei figli e alle spese della famiglia. Lei sa com’è, l’università costa e anche se cercano di darmi una mano, i miei figli sono ancora dei ragazzi … e poi non sono mica in età da pensione, no? –

-Che scherza signora Ha ragione a continuare a lavorare, una donna in gamba come
lei, figuriamoci! –

Dopo un a breve pausa, proprio per farle capire che quei complimenti sono solo un convenevole di rito, le dice rudemente quello che invece pensa veramente.

-Tuttavia deve ammettere che non sarà più la stessa cosa; non avere più al suo fianco una persona come il suo povero marito ridimensiona tutto. Non voglio con questo dire che non ce la farà, ma non ha pensato di coinvolgere qualcun altro, come suo cognato, oppure di trovare un socio? –

-I miei famigliari saranno presenti nella gestione, mi aiuteranno e seguiranno in ogni passo che farò, di questo può stare certo. –

Il discorso torna sul piano pratico e il direttore accetta di lasciare il fido aperto , ma dimezza l’importo dello scoperto e le propone un canone mensile doppio rispetto al precedente. Sembrerebbero dei particolari di poco conto, ma Patrizia sa di dover affrontare un’altra dura
tappa del percorso che, in quel malinconico giorno di metà novembre millenovecento ottantadue l’ha portata fino a quell’ufficio.

Suo marito è morto da circa nove mesi, una tremenda malattia se l’è portato via alla soglia dei sessant’anni. Patrizia, nel lungo periodo della degenza, aveva volutamente chiuso gli occhi di fronte alla realtà di quello che stava vivendo. Del futuro che la aspettava nessuno accanto a lei ebbe il coraggio di prospettare il baratro che poi avrebbe dovuto affrontare. O perlomeno darle un consiglio su come affrontarlo. Dal giorno in cui si mise la parola fine al calvario della malattia, Patrizia si era gettata a capofitto nel lavoro. Voleva a tutti i costi scacciare il vuoto e la solitudine che sentiva dentro.

Una grande città come Roma e la gestione del negozio di merceria sono state come delle stampelle per aiutata a superare l’emergenza.

Tutto è andato bene fino a quei giorni, almeno così è sembrato a Patrizia. Invece dall’inizio di autunno millenovecento ottantadue il cordoglio e la compassione dimostrati nei primi mesi stanno scomparendo. Al suo posto è sorto un sentimento misto tra pietà e commiserazione che
talvolta si trasforma in atteggiamenti di vera e propria ostilità.

Durante il colloquio con il proprietario dei muri del suo negozio, una decina di giorni prima di
quell’appuntamento con il direttore della banca, c’era stato uno scontro verbale non propriamente piacevole.

-Signora, non posso lasciare l’affitto uguale per altri tre anni. Si rende conto anche lei che è tutto aumentato e le tasse per gli immobili sono alle stelle. Questo contratto … –

-Il nostro contratto non c’entra nulla con i vari aumenti, è un contratto privato. –

-Sì, ma io devo rispondere ai condomini e al proprietario del palazzo. –

Falso. E ipocrita!

-Allora mettiamolo in regola, almeno potrò portare la spesa in detrazione! –

-Quest’anno ancora non posso, ma al prossimo rinnovo glielo prometto. –

-E intanto io mi devo sobbarcare il costo di quest’aumento. – Cerca d’intenerirlo Patrizia.

-Suvvia, signora, lei sa benissimo come gestire la sua attività, come trovare la strada giusta per mantenere il suo guadagno. Lo diceva sempre il suo povero marito che se non fosse stato per il suo oculato modo di gestire gli affari lui non avrebbe saputo come fare. –

In un primo momento aveva pensato di controbattere, ma il tono viscidamente adulatorio e falso la fecero desistere. Doveva a tutti i costi trovare un accordo più favorevole.

Oltretutto quell’uomo aveva le aveva prospettato, con tono ricattatorio, un rinnovo con annuale anziché biennale.

Squalo di merda! Né più né meno di quanto lo sia il direttore di banca in quel frangente. Mentre firma l’ultimo foglio che le sta mettendo sotto il naso, Patrizia sente salire dal chakra del collo delle strane sensazioni. Non aveva alcun timore prima di venire a quel colloquio, e adesso che l’ha “quasi brillantemente” superato, sente mille paure addosso. Perché?

Venanzio, il direttore che ha di fronte, le sta facendo la stessa impressione del proprietario dei muri del negozio. Patrizia sente sorgere un dubbio dentro di sé: che il mondo si stia rivoltando contro di lei?

Esce dall’ufficio della banca con un’agitazione addosso di cui fatica a capire il senso. Sente delle ragnatele appoggiate sulla pelle e il desiderio di strapparsele via sta diventando una vera e propria ossessione. Vuole togliersi di dosso la spiacevole sensazione che quella domanda sul mondo le ha insinuato nel pensiero.

Alla ricerca affannosa di una risposta negativa, inizia un percorso nel tentativo di ricostruire quella che è stata la sua vita negli ultimi mesi. Nella mente certi ricordi s’illuminano come scene di un palcoscenico e nella memoria si costruisce un trailer dal sapore malinconico

La malattia di Carlo è durata nove mesi. Sembrerebbe un tempo infinito, invece Patrizia non ha avuto neppure il tempo di organizzare il passaggio delle consegne come si deve. Durante la
tremenda malattia che gliel’ha portato via ha vissuto dei momenti veramente tragici. E non
c’è stato spazio né per pensare né per prendere le dovute precauzioni riguardo la burocrazia del dopo.

Nonostante il bruciante impatto con quell’improvvisa situazione avversa, era riuscita a superare molti ostacoli. Tutto si sarebbe aspettato tranne di dover affrontare l’ottusità maschile.

La gestione di una merceria è il tipo di attività che da lavoro costante durante l’anno, con qualche picco in estate, quando arrivano i turisti. Nel suo quartiere, che è a ridosso del centro di Roma, alcuni hotel si riempiono e aumenta il lavoro. Fintanto che Carlo lavorava con lei, si ripartivano le mansioni, per cui non avvertiva il peso della fatica.

Da quando lui non c’è più è cambiato tutto. Lei è stata costretta a tirare avanti da sola durante tutta la stagione estiva di quell’infausto millenovecento ottantadue, cercando di cacciare indietro i tristi pensieri e facendosi forza con l’aiuto dei suoi due splendidi figli, Sara e Matteo.

Alla quella fine di novembre c’è arrivata con il fiato corto e con le ossa rotte, come se fosse stata travolta da un treno in corsa. Quegli intoppi burocratici dovuti agli scontri con l’ottusità maschile non l’aiutano di certo.

Deve trovare il modo per ricaricarsi se vuole affrontare serenamente l’inverno. Il pensiero corre immediatamente ai figli e ai loro impegni. La scuola è cominciata da due mesi per Matteo che in quell’anno deve darsi parecchio da fare se vuole superare la maturità. Purtroppo soffre ancora dei postumi di un anno scolastico perso in terza superiore, e deve riuscire buttarsi alle spalle la crisi.

Sara, invece, ha davanti a sé ancora due anni di università e se non riuscirà a garantirgli il necessario sostegno economico, Patrizia sarà costretta a chiederle altri sacrifici.

CAPITOLO SESTO – ESITO DEL CONCORSO

Il tempo passa e Giò non ha notizie del concorso, intanto ha saltato l’appuntamento con un altro concorso. Si era iscritta a una selezione per l’assegnazione di una borsa di studio
all’Istituto Nazionale di Biologia della Selvaggina. Quel giorno ha preferito andare al
carnevale di Venezia con una sua amica!

L’anno nuovo, il millenovecento ottantatré, è arrivato da un pezzo e in quel mese di febbraio Giò è stata invitata alla settimana bianca con la sua ex squadra di volley. I vecchi dirigenti sportivi, memori del bel periodo trascorso assieme, le hanno proposto quelle giornate di vacanza. Naturalmente Giò ha accettato e spera che la piacevole compagnia la distragga anche dall’affannosa ricerca di lavoro.

-Hai vinto il concorso dell ’Istituto di Roma, devi cominciare a lavorare il primo di aprile. Hanno telefonato ieri da Roma e dovrebbe arrivarti la lettera d’assunzione tra pochi giorni. –

La mamma di Giò le comunica questa notizia al telefono senza lasciarle il tempo di essere
preparata a riceverla. La velocità e l’impatto dell’importanza di quella novità non le danno il tempo di gioirne.
O forse non è contenta di quel posto di lavoro felicemente, conquistato? Compirà vent’anni
tra qualche mese ed essere riuscita ad avere un contratto di lavoro tra le mani non è
assolutamente cosa da poco.

Certo Giò di dubbi su quel lavoro ne ha tanti e tante sono le domande senza risposta su quali mansioni dovrà svolgere con il suo titolo di studio in quella banca.

I preparativi da affrontare per iniziare la nuova esperienza d’impiego sono principalmente indirizzati alla ricerca di un posto per dormire in città. Fortunatamente Giò conosce una ragazza la cui zia materna abita a Roma e potrà aiutarla a trovare una sistemazione provvisoria.

Non dovrà restare nella capitale molto a lungo, giusto il tempo di conoscere l’ambiente di lavoro e fare un po’ di pratica con le scartoffie. Poi ci sarà il trasferimento alla sede regionale, al posto vacante per il quale è stato indetto il concorso.

I motivi della sua permanenza a Roma quindi, non rendono necessaria una sistemazione
definitiva.

Alla fine di marzo millenovecento ottantatré con qualche giorno d’anticipo rispetto al
momento in cui inizierà a lavorare, Giò va a Roma per fare la conoscenza di Patrizia, la zia
della sua amica.

L’appuntamento per quell’incontro sarà sul marciapiede sotto le pensiline di fronte alla stazione Termini. In extremis, prima di salutarsi al telefono della chiamata fatta per prendere quell’accordo, Giò aveva chiesto come avrebbero fatto a riconoscersi, dato che non si erano mai viste. Dal suo lato del telefono Patrizia aveva riso divertita:

-È vero, non ci conosciamo! Facciamo così allora, io sarò alla fermata del numero nove con un fazzoletto rosso in testa e una copia di Gioia sotto il braccio.

Alla data e ora prefissate per l’incontro, Giò è lì a scrutare le donne che corrispondono a quelle caratteristiche e che sono alla fermata del tram numero nove. Fortunatamente non deve faticare molto a individuarla perché quando arriva alla zona delle pensiline, è già lì ad aspettarla.

Alla faccia del cronico ritardo dei romani! Probabilmente sono le sue origini romagnole a mettere le cose a posto!

Mentre si avviano verso casa, Patrizia le spiega la soluzione che ha trovato per la sua sistemazione in città. Spenderà trecentomila lire al mese per un posto letto in camera con altre ragazze, per la maggior parte studentesse. Nella retta sono inclusi tre pasti ogni giorno, colazione, pranzo e cena.

Il pensionato di suore che offre questo servizio, ha rimediato un buco tra le tante richieste e i pochi posti disponibili. Patrizia mette l’accento sulla fortuna che hanno avuto nel trovarlo.

Giò resterà in casa da lei solo qualche settimana, il tempo che venga libero il suo letto al pensionato delle suore.

Durante quel periodo Giò si rende conto di conoscere ben poco della vita di città.

Giò è nata in una grande metropoli del nord ed è abituata a viaggiare con la famiglia fin da piccola. Ha sempre pensato di avere una discreta dimestichezza con gli ambienti più disparati. Tuttavia un conto è muoversi sotto l’ala dei genitori e un altro è trovarsi da sola a vivere in un ambiente, sia di vita che di lavoro, assolutamente sconosciuto.

Essendo giovane Giò non ha fatto tante esperienze per poter conoscere a fondo come vanno le cose della vita, di questo se ne rende conto. Perciò cerca di trarre il meglio dalle persone di cui si può fidare e mantiene un certo distacco con gli estranei.

Nelle prime giornate di lavoro impara come si articolano e si suddividono i compiti all’interno della banca. Sono ore che trascorrono in maniera discretamente noiosa, quella gente non ha un’idea di cosa intende Giò con il termine lavoro!

Il giro inizia con un primo ufficio in cui si trova nella stanza con quattro scrivanie e solo tre dipendenti impiegati. La quarta postazione sarà sua per qualche settimana, poi sarà spostata in altri uffici per conoscere altre pratiche.

Constatazione dal primo al l’ultimo giorno che sta lì dentro: quella gente non fa un cazzo dalla mattina alla sera! Per lei non c’è nulla da imparare e per evitare la paranoia si legge alcuni libri di leggi e regolamenti. Quello che sta seduto alla scrivania davanti a lei non fa altro che aprire e chiudere le mollettine dei fermacarte. La signora che occupa la scrivania di fianco all’entrata ha il suo massimo impegno quando legge il settimanale comprato in edicola. E si sofferma quasi mezz’ora su ogni pagina!

Ogni tanto telefona a casa per sapere cosa fanno i figli, ogni tanto va dalla collega dell’altro ufficio, ogni tanto fa una fotocopia, ogni tanto mangia yogurt, ogni tanto … cristo!

-Un giorno ho trascritto i suoi movimenti dal momento in cui è arrivata, ma a metà
giornata ho perso la pazienza e mi sono fermata al rito della telefonata a casa.
Insomma di minuti lavorativi impiegati, produttivamente, non ne ho contato neppure
uno. L’unico ad avere qualcosa da fare, almeno apparentemente, è quello della terza
scrivania, solo che è sempre in giro negli altri uffici e verificarlo è impossibile! –

Giò si sta sfogando con Matteo, il figlio di Patrizia, che ha la sua stessa età e nonostante
debba ancora completare gli studi e abbia poca esperienza del mondo del lavoro, condivide molte delle opinioni di Giò. Sono rimasti a tavola dopo la cena, per scambiare due chiacchiere su com’è trascorsa la giornata. Patrizia dal cucinotto ascolta e controlla i loro discorsi. La sbandata di Matteo per una ragazza, innamoramento che gli ha fatto perdere un anno scolastico, è una bruciatura abbastanza recente. Da brava mamma, Patrizia non vuol vedere di nuovo il figlio cadere nella trappola di cupido.

Giò è una bella ragazza e molto alla mano, la sua apertura nei confronti del prossimo potrebbe essere pericolosa. Si è inserita benissimo nella sua famiglia e va d’accordo anche con Sara, la sua figlia maggiore, tre anni più grande di Matteo.

-Vedrai che alla prima occasione finirai dietro una scrivania sotto una pila di pratiche da evadere! Voglio vedere se dopo ti lamenterai ancora della noia! –

-Sono d’accordo con Matteo – s’intromette Patrizia – vedrai che questo è solo il primo periodo di
ambientamento, poi daranno da fare anche a te! –

-Lo spero proprio, un’altra settimana in quell a stanza e credo che si possa essere pronti per il manicomio! E pensare che vorrebbero assumere un altro impiegato da mettere lì dentro! Quando passerò in un altro ufficio per completare il giro della presa in visione dei vari reparti, si libererà la mia scrivania e verrà un’altra impiegata, in pianta stabile. Cosa le faranno fare, la tappabuchi? –

Scoppiano a ridere tutti e tre mentre Giò si rende conto della fortuna che ha avuto nell’incontrare quella splendida famiglia. Ha scoperto di avere a che fare con le persone giuste e questo aumenta il suo senso di sicurezza. Patrizia è simpatica, spontanea, senza i condizionamenti spocchiosi tipici di chi vive in città. I ragazzi, oltre a studiare con profitto,
non hanno una visione comoda della vita e si sono messi di buona lena a lavorare per aiutare
la mamma rimasta sola a mandare avanti il negozio.

Sono cose importanti per Giò che sta facendo un’esperienza al di fuori del suo mondo. Durante le due settimane che si ferma a casa loro, spesso si rivolge a Patrizia o a Matteo per avere consigli su come simpatizzare con i romani e, soprattutto, con i colleghi di lavoro.

Con Sara il rapporto è più difficile, un po’ perché la vede meno spesso degli altri elementi della famiglia, e un po’ per via della competizione sorta tra loro due.

Giò non si ricorda bene in quale frangente è scattato il battibecco tra di loro. Probabilmente quando ha parlato del lavoro stagionale in riviera e si è permessa di svilire quello in città, meno concentrato e stressante a suo parere. Sara aveva ribattuto criticando aspramente quel modo di sentenziare su un lavoro che non si conosce.

Di sicuro Giò aveva peccato di presunzione. Dopotutto quando una città dalla forte vocazione turistica, come lo è Roma, si riempie di visitatori raggruppati in comitive esagitate, gestirli è sicuramente impegnativo, almeno quanto accade in un affollato bar sulla spiaggia!

Quella piccola incomprensione tra Sara e Giò ha fatto sì che entrambe sfruttassero altre discussioni per punzecchiarsi ironicamente. Per fortuna le occasioni sono state poche e la ruggine si è dissolta nel giro di pochi giorni.

Patrizia e la sua famiglia hanno un solido equilibrio, nonostante le vicissitudini e le difficoltà che hanno dovuto affrontare. Questo è molto importante per Giò che di una cosa è certa.

Quando verrà il momento di trasferirsi al pensionato, continuerà a frequentare la loro casa. Sono l’unico appoggio cui far riferimento qualora si dovessero presentare dei problemi.

CAPITOLO SETTIMO – IL POSTINO DI MARIA

DRIIIN, DRIIN.
Doppio suono di campanello. Chi diavolo sarà a suonare alla porta in quell ’ora di sabato mattina? Certo, la vita non si ferma solo perché Maria sta pensando ai fatti suoi e tra
poco s’infilerà nel suo consueto bagno caldo. Fortunatamente non ha ancora iniziato a spogliarsi e può andare alla porta per rispondere.

-Grazie, grazie.
Ci mancava anche il postino e la raccomandata da firmare! Maria aveva capito che probabilmente si trattava della posta e di qualcosa da dover ritirare. I suoi alunni non la
disturbano senza avvisare. Sanno che il sabato è il suo giorno libero, ed è sacro sia durante l’anno scolastico sia d’estate.

L’unica eccezione a quella regola potrebbe farla per Giò, che però è andata a
trovarla qualche giorno prima e le ha portato la bella notizia del lavoro appena cominciato. Roma! Non poteva avere una destinazione migliore, in Banca poi!

Maria rigira tra le mani la busta consegnata dal postino. Cosa sarà? È per Paolo.
Sembra una multa, tanto per cambiare. Bè, poco male se ha firmato. Almeno ha evitato il deposito dell’avviso, e la seccatura di dover andare all’ufficio postale a ritirarla.

-Moglie convivente? – Aveva chiesto il postino.

-Ma certo! – gli ha risposto Maria senza indugi, intanto dentro di sé gli dava dell’imbecille. Ma come, non la conosce? Non sa che è la moglie e che abitano lì insieme?

Probabilmente chiedere certe cose è una frase fatta, un rito previsto dalla consegna. Oppure quell’uomo, molto maliziosamente, pensa che ci sia qualche cambiamento in agguato. Meglio lasciar perdere, decide Maria, cosa gliene importa di capire il perché delle domande e delle allusioni di uno stupido postino!

Anche se dovrà essere così ancora per poco, cioè che lei resterà la moglie convivente, non deve di certo prendersi la briga di giustificarsi con il portalettere!

Il mese di marzo è cominciato da un paio di settimane, l’anno scolastico è entrato nel
secondo quadrimestre e quell’anno il ritorno alla classe terza non è stato traumatico come nelle precedenti occasioni. Il millenovecento ottantatré sembra iniziato sotto i migliori auspici e la nuova generazione di adolescenti non le fa rimpiangere i giovani che ha lasciato dopo la
maturità.

Giò è andata da lei qualche giorno prima e contrariamente a quanto le accade quando rivede un ex alunna, non è precipitata nella nostalgia dei tempi passati. Sarà stato per l’entusiasmo con cui Giò le ha raccontato del suo nuovo lavoro!

Oppure la verità è molto più semplice e vicina a Maria. Durante l’estate dell’anno precedente ha vissuto un crescendo di eventi che si sono srotolati addosso con una rapidità tale da lasciarla senza fiato. E la vita di prima è finita per cui riprendere in mano i ricordi per cercare di riportarla a quello che era ormai non ha più senso.

Maria torna a concentrarsi sul rito del sabato mattina, quel bagno caldo che rilassandola la fa immergere nella ricostruzione della sua vita con il marito, Paolo.

Da quando è successo il patatrac, l’estate scorsa, nella testa di Maria ha cominciato ad affermarsi la necessità di fare un viaggio indietro nel tempo. Un’escursione nei sentimenti e nelle emozioni che ha vissuto in quegli anni di matrimonio al suo fianco. Inoltre vuole ricordarsi com’era prima e, soprattutto, vuole riscoprire come viveva il loro rapporto prima di accorgersi di avere accanto un uomo totalmente diverso da quello di cui si era innamorata.

Magari viene fuori che non è cambiato per niente, che è sempre stato uno stronzo! Va bè, deve aspettar e la fine del viaggio per dare giudizi.
Deve riprendere in mano il tutto e tentare di ricostruire.

Sì, ricostruire, ma cosa? La su a vita con Paolo? Il loro rapporto per com’ era prima che arrivassero i figli? Il matrimonio? Quello che è stato? Ciò che è? Quello che potrebbe essere?

No, no, non ha assolutamente intenzione di mettersi a fare la psicanalista della coppia; mai e poi mai. E poi perché, a quale scopo? Con quale fine? Quello di far tornare tutto com’era?
No, quello che è stato è stato, e non sta a lei ritrovare il filo di quello che era il loro rapporto.

È lui che si sta allontanando, è lui che rompe gli equilibri, è lui che si permette di umiliarla senza riflettere sulla gravità di quello che dice. A Maria interessa solo capire da che parte mettersi, come schierarsi in quella che si prospetta come una battaglia da combattere su più fronti. Deve analizzare quello che è successo, scoprire in quale momento è cominciata quella specie di separazione occulta, quella specie di di staccamento misurato, lento e costante, che la sta facendo vivere in un baratro di vuoto e d’incomprensione.

Adesso, stabilita quella scaletta di punti da chiarire a se stessa, chiude la porta a chiave, stacca il telefono e s’infila nella vasca da bagno. Quale miglior posto per meditare, pensare e ricordare? Fuori sta cominciando a piovere, ancora la primavera tarda ad arrivare e il tempo ancora non ne vuole sapere di tirare fuori un po’ di caldo.

E Claudio, se lo ricorda Claudio? Altroché! Con quella storia della vasca da bagno aveva montato su un tormentone con cui ha perseguitato le colleghe per un mese.

Secondo Maria era il tipo di uomo che ci provava in ogni occasione, e ogni momento era buono per avere la possibilità di tentare un aggancio e di ricamarci su con tanta fantasia. Chissà perché le viene in mente Claudio! Sarà per via della vasca da bagno che si sta riempendo. Comunque è strano come certi pensieri riescono a creare dei collegamenti veloci con persone e situazioni lontane nel tempo.

S ’immerge nell’acqua calda mentre sale il ricordo della litigata fatale, quella che ha definitivamente rotto tutto, quella che ha portato al disfacimento degli equilibri,
quella che è stata l’inizio del tormento.

Quella in cui lui ha confessato i tradimenti e non solo.

A parte la storiella della vasca da bagno, con cui sono nate certe associazioni d’idee, Maria
ricostruisce le tante occasioni di tradimento che lei ha avuto. Sono stati molti i tentativi d’approccio nei suo i confronti. Tutti apparentemente casuali, come sempre sostengono gli uomini, in realtà ognuno nascondeva il vero tentativo di costruire una scappatella. Gli uomini, in genere, non fanno altro che cercare consenso e complicità, con qualsiasi donna che incrociano. E ogni scusa è buona per creare occasioni di aggancio.

Ma questo è un discorso che accomuna tutto il genere maschile. Ciò non toglie che debbano ritenere la prerogativa di quel comportamento limitata alla propria sfera d’azione.

Non è mica vero, come dice Paolo, che lei è una povera sciocca e non ha mai conosciuto occasione di scappatella. Una che non sa com’è fatto il mondo al di fuori dal matrimonio, una che neppure ha idea di cosa siano le avances e che non sa cosa significa trovarsi in un ambiente di lavoro in cui l’unico pensiero fisso è fare sesso costantemente. È convinto che la scuola sia come un monastero, povero scemo!

Certo, dal punto di vista maschile è dato per scontato che il proprio mondo sia una cosa esclusiva, un universo fatto solo di quello che esiste attorno a lui. È tipico di ogni uomo avere il paraocchi ed essere convinto di risiedere al centro dell’universo!

Un pianeta in cui Paolo ha occasioni a bizzeffe, e il suo luogo di lavoro è per eccellenza il posto migliore dove ci sono mille occasioni per allacciare nuove amicizie. Solo lui fa incontri speciali ed è lì che vive una gran vita al di fuori del loro matrimonio.

È in un ambiente cosmopolita, moderno, proiettato tra la gente di rango migliore e dove per mantenere i contatti, è d’obbligo intrecciare rapporti interpersonali che vanno ben di là dei convenevoli.

Vorrebbe farle credere che non esiste altra scelta che non sia quella di vivere fino in fondo ogni aspetto di quell’ambiente, che sia utile cadere nei tranelli tesi da miriadi di donne adoranti che aspettano solo un passo falso per far cedere la sua carne! Come se quella situazione sia la più logica conseguenza per vivere appieno la propria realizzazione lavorativa, e le donne non abbiano altri i pensieri che farsi portare a letto da lui!

Paolo non si rende assolutamente conto di quale sia la sua realtà lavorativa. Dopo essere stato costretto a scoprire il suo sporco comportamento, non ha fatto altro che ingiuriarla e offenderla. Ovvio che il suo intento malefico sia quello di farla sprofondare sempre più a fondo nel suo delirio assieme a lui.

Comunque di tutto ciò non le importa, di dover ridurre alla giusta dimensione il mondo
di Paolo o di dovergli dimostrare che anche lei ha vissuto certe situazioni, non è una cosa
cui tiene particolarmente. Figurarsi poi se le interessa spiegargli le motivazioni delle sue
rinunce ad altre storie, non gliene frega proprio niente!

Certo è la sua superiorità di donna a far sì che non si abbassi il livello di certe posizioni di confronto. Mentre se volesse metterla sul suo stesso piano, trattando la faccenda in modo maschile, come fa lui, quante ne avrebbe da sparargli addosso!

L’incazzatura di Maria cresce perché nonostante eviti qualsiasi paragone o confronto, nonostante non gli dia il benché minimo appiglio affinché si scontrino, Paolo insiste nel tormentarla come se fosse un essere inferiore.

Da quel fatidico giorno è stata sempre lei ad abbandonare la discussione per non scendere al suo stesso livello. Per evitare che diventassero giustificate le sue deviazioni come conseguenze logiche del vivere moderno.

Perché adesso, secondo Paolo, per essere all’altezza delle situazioni moderne bisogna tollerare le scappatelle. Maria dovrebbe allargare le braccia e accogliere benevolmente ogni sua nuova conoscenza, anche quella che comporta un’umiliazione!

Come se accettare con indifferenza le moine di qualche sgualdrinella di collega o allargare le braccia per lasciarsi abbracciare alla prima occasione, siano i giusti modi per essere aperti e moderni. È maleficamente straordinario come Paolo riesca a fondere e confondere sentimenti e alti ideali con sussurri e palpeggiamenti che niente hanno a che fare con l’ampliamento delle proprie visioni. Cosa ne sa lui di quel che significa allargare le braccia o aprire i propri orizzonti per comprendere e assistere il prossimo!

Se solo si rendesse conto di quante volte l’ha dovuto fare lei di aprirsi per accogliere e comprendere ogni sentimento nella loro famiglia.
Lui che ha solo badato agli allargamenti fatti in favore delle sue puttanelle adoranti.
Meglio non pensarci!

Torna in camera cercando di distrarsi dall’incazzatura che le sta salendo direttamente dal cuore. Cerca qualcosa da mettere dopo il bagno, vorrebbe qualcosa di comodo e di caldo, per farsi avvolgere dal tenero e coccolarsi un po’. Mette sul letto la prima cosa morbida trovata dentro l’armadio, non le piace girare nel guardaroba con l’accappatoio umido addosso e non vede l’ora di toglierselo di dosso. Comunque, non dovendo uscire, qualunque capo d’abbigliamento va bene.

La mente continua a sciorinare pensieri che seguitano a girare vorticosamente. A parte riversagli addosso tutti gli argomenti che avrebbe da elencare riguardo alle tante possibilità di tradimento, che non ha mai realizzato perché non ne aveva assolutamente interesse, sono le rinunce in termini di tempo, di lavoro, di occupazioni e di svago, che sono diventate delle pietre pesanti sulla bilancia del loro rapporto. E si trasformano in veri e propri macigni quando lo sente blaterare parole prive di ogni riguardo nei suoi confronti

Chi cazzo si crede di essere quando la infama perché non è immediatamente pronta per una serata speciale, o quando non riesce a organizzarsi per l’ennesimo invito arrivato, come di consueto, all’ultimo minuto?

CAPITOLO OTTAVO – STORIE DA BAR

Il venerdì è sempre una giornata particolare al bar di Giorgio perché si avvicina la fine di un’altra settimana e ognuno di quelli che lo frequenta si prepara per i due giorni di riposo dal lavoro.

-Ciao Giorgio, com’è andata la mattinata? Mi dai una birra piccola? –

-Ciao Susy! Vieni dal lavoro? Come va? –

-Un’altra giornata di merda , ma per fortuna oggi è venerdì e mancano solo poche ore
al week end. Dopo tutto sarà possibile tutto il meglio e la schifezza della settimana sarà
solo un brutto ricordo. –

-Eccoti la tua birra, sbarbina. E non te la prendere per quello che non va per il verso
giusto. –

-Me la prendo eccome! Le cose hanno girato storto da subito perché stamattina ho
dovuto sorbirmi tutta la strada a piedi, che il motorino aveva le gomme a terra. Sono
arrivata in fabbrica in ritardo e la caporeparto ha cominciato subito a rompere. –


Susy neanche riprende fiato tanta è la foga con cui elenca la sua disgrazia.

-Che cazzo ci avrà da sbraitare quella stronza! Non ho mai fatto un ritardo e stamattina ho
avuto un problema con il motorino ma lei non voleva sentire ragioni, allora le ho
detto che avrei recuperato i minuti che avevo perso durante la pausa pranzo, e adesso
mi tocca mangiare un panino a strozzo perché devo rientrare subito! –

-Quella donna è incazzata con me e non è la prima volta che mi dice di stare attenta a come mi comporto. Poi s’inventa commenti pesanti su come mi vesto e mi dà della stracciona! –

Adesso un morso al panino lo deve dare per forza, altrimenti neanche riesce a mangiarlo prima di dover tornare in fabbrica. Il resto del suo sfogo matura tra parole masticate e frasi piene di commenti sprezzanti.

-Pensasse a come si veste lei, invece, con quei jeans attillati da puttana! È meglio se si
preoccupa della figura che fa con i suoi figli! Essere più grande di me non le dà il diritto stressare. –

Il giorno dopo, sabato, quella conversazione ancora riecheggia nelle orecchie di Giorgio. Gli capita spesso d’immergersi nelle riflessioni mentre fale pulizie di rito la mattinata del sabato. Quello è il momento più noioso della giornata, e quel sabato di fine marzo millenovecento ottantatré non fa eccezione.

Giorgio deve ancora riprendersi dalla serata precedente , che è stata il classico venerdì sera in cui tutti si sballano. In quel tranquillo sabato mattina non si preoccupa di smentire la regola della routine anzi, sente che è il momento giusto per trovare un significato a ogni storia che transita nel suo bar.

A volte è difficile stare dietro al senso di tutto quello che accade, ma la sera prima, quando si è sentito rispondere da una ragazza che cercava di far smettere di bere: “Lasciami stare Giorgio, posso fare quello che voglio, grazie a Dio è venerdì !”, qualcosa è scattato nel suo cervello .

Gli è tornato in mente quello che aveva detto poche ore prima Susy. quel grazie a Dio è venerdì, che se è leitmotiv di una delle canzoni in voga nelle discoteche, non per questo deve diventare una giustificazione alla smodata ricerca dell’essere e dello stare “fuori”.

Certo, a volte bisogna accontentarsi di quelle risposte strampalate se si vuole mantenere un minimo di confidenza con i ragazzi. Giorgio non può pretendere altro, perché è l’unico modo per avere qualche possibilità di dare una mano a chi è in difficoltà. Con i tempi che corrono, avere un appiglio per aiutarli non è poco.

Gli anni bui degli scioperi e delle manifestazioni sono rimasti alle spalle con la fine degli anni settanta, ma già da qualche tempo l’emergenza nel quotidiano è diventata la droga e il suo spaccio.

Quando i toni delle discussioni si alzano e li vede in difficoltà o litigare per futili motivi,
Giorgio non riesce a capire se i problemi nascono dallo scontro tra i loro caratteri o a causa delle situazioni problematiche che devono affrontare. Ogni ragazzino o giovane adulto che
frequenta il suo punto di ritrovo in via Rossa a Nobili, uno dei bar più frequentati della città, sembra incapace di comprendere i vari aspetti della realtà che lo circonda.

Giorgio ha l’impressione che quei ragazzi vivano una vita parallela al mondo reale. La dissociazione è una costante che spesso li porta a confondere i tratti di ciò che gli sta accadendo attorno. Le poche volte che si riesce ad approfondire un argomento, il linguaggio è talmente confusionario da trasformare il messaggio. Ciò che più sconcerta è l’impossibilità di distinguere tra comportamento naturale e atteggiamento costruito, tra volontà e forzatura.

La rapidità con cui modificano le loro sensazioni a seconda dei repentini cambi d’umore, sono il frutto di una predisposta immagine di se stessi, come se la loro vita debba segua un preciso copione cui devono costantemente attenersi.

Giorgio ha la netta sensazione che certi stereotipi televisivi abbiano influenzato il significato di realizzazione personale per cui ciò che conta è solo l’apparenza. I comportamenti delle nuove generazioni si sono modificati per aderire al meglio ai modelli predisposti dal circo mediatico.

Nei momenti delle sbandate peggiori, quando tornano dalle loro sperimentazioni fatte con qualunque tipo di sballo, il racconto è privo di filtri e, in diversi tratti, pieno di frasi spudorate molto comuni. Giorgio scuote la testa al pensiero, ma quello è il modo di prendere la vita dei ragazzi e non deve stupirsi se trattano se stessi e gli altri a specchio del loro volgare modo di vivere.

Ogni generazione ha segnato i suoi passi nell’adolescenza e nella prima gioventù, lottando per rompere i canoni della convenienza e della convivenza nei rapporti con gli altri.

Tuttavia il degrado che Giorgio coglie nelle storie che gli passano accanto apre uno squarcio su
quanta negatività ci sia dietro quella ricerca di sballo. Quei ragazzi sono privi d’interesse e di una qualsiasi voglia nell’essere stimolati a cercarli. Sicuramente hanno sentimenti e sono animati da passioni, però quello che mostrano al di fuori è solo il prototipo dell’immagine che vorrebbero dare di sé.

Il loro comportamento riflette l’adesione a una figura già predisposta, e attraverso quel sostegno riuscissero a superare l’inevitabile contrasto che nasce quando si cresce e si
diventa adulti. Essere la perfetta incarnazione di un modello predefinito offre ai giovani la
possibilità di essere accettati evitando di lottare per la propria affermazione.

Mentre finisce di pulire il piano del bancone, Giorgio ripensa a Susy, a quella strana ragazzina che racconta ogni cosa incidendola sul registratore a cassette.

È convinta che sia il modo migliore per rendere reale la sua presenza nel mondo. Ogni tanto gli fa ascoltare dei brani, e Giorgio cerca di raccogliere il senso delle storie da quel diario realizzato con una registrazione spezzettata. Questa è la scelta della ragazza, quella di fare un diario su nastro di audiocassetta invece che mettersi scrivere.

Non ci sono filtri, di alcun genere, tanto più che certi brani sono in presa diretta. Una volta gli ha fatto ascoltare la serata trascorsa alla Tana, il locale dove spesso si ritrovano i più sballati e trasandati di loro.

A un certo punto s’è imbattuto in una litigata tra due ubriachi e Giorgio si è sentito talmente coinvolto nel turbinio degli avvicendamenti da restarne sconvolto.

Prima di potersi accorgere di scendere sempre più in basso nei gradini del degrado, l’urlo di ribellione contro la violenza di cui era testimone gli si era già spento in gola.

Ha tentato di chiedere spiegazioni alla ragazza Susy, ma lei gli aveva risposto con un’alzata di spalle. Nel momento in cui dovrebbe dovuta scattare la molla della disapprovazione, il disagio viene fuori e ci si rende conto di quanto quei ragazzi maneggiano con sguaiata disinvoltura la propria vita.

Basta guardare Susy per avere chiari i contrasti della sua generazione. A parte lo scontro continuo con il sesso opposto, e i diversi stratagemmi che adotta nel vano tentativo di farsi accettare , è evidente soprattutto la solitudine con cui affronta la vita nel branco.

La riflessione di Giorgio si concentra sulla volgarità usata con il linguaggio e su quella con cui maneggiano la loro vita. La contraddizione maggiore dei giovani sta nel mancato rispetto di se stessi e nel rifiutare a priori il concetto di vivere una vita normale.

Tutto deve essere un extra trip. Perciò è difficile avvicinarsi a loro per offrirgli un tipo svago meno eccitante, ma più positivo.

-Ciao Rosy, come va? –

-Tutto bene, Giorgio, mi dai un crodino? –
La ragazza si siede al bancone appena lucidato e dopo aver ordinato il suo drink.

-Aspetti qualcuno? –

-No, tra poco vado a pranzo dai miei. –

Giorgio ha inquadrato da tempo la ragazza che ha di fronte. Lei non fa parte di quei giovani sbandati per i quali prova tanta compassione. Lei riesce sempre a far girare le cose per il
verso giusto e non è come alcuni di loro che restano ai margini dei gruppi o delle compagnie. come la Susy.

-Hai visto la Susy oggi? –

-No perché? – gli risponde la Rosy con noncuranza.

-Ieri mattina l’ho vista incazzatissima con la caporeparto e la sera non sono riuscito a
scambiare due parole per capire com’è andata a finire. –

-Non ti preoccupare per lei, Giorgio. Il suo vero problema non è la caporeparto, ma le colleghe che non fanno altro che parlar male di lei. Che poi non capisco proprio perché lo facciano e perché lei non le mandi a fanculo e basta. –

Verso le cinque del pomeriggio, nel bar pieno e affollato, Susy arriva per unirsi alla compagnia con cui dovranno decidere come trascorrere la serata.

L’incazzatura con la caporeparto è passata, ma quello che ancora la innervosisce è la complicità di cui si sente vittima. Ha affidato una nuova incisione al suo prezioso registratore, come se potesse essere una denuncia. Perché lei lo sa che le altre ragazze ridono dietro alle sue spalle. Una di quelle che lavora nell’altro reparto, poi, fa comunella con la caporeparto e Susy la odia, soprattutto quando la vede farle il verso.

Ha il terrore che tutto il mondo lo venga a sapere. Il brutto, poi, è che la stronzetta frequenta lo
stesso bar di Luca e lei teme che possa raccontargli tutto.

Alla fine dovrà trovare un modo per affrontarla, o per farsela amica, altrimenti chissà cosa va a raccontare in giro! Manca solo che riesce a farla cascare in delle figure di merda. Dopo dove va a sbattere la testa con Luca?

CAPITOLO NONO – PROBLEMI DI CASALINGA

Nicola entra sbattendo la porta di casa con forza, è appena tornato dal suo solito giro al
bar e Barbara si domanda come mai è così incazzato.

-Un giorno o l’altro la strozzo! Non può andare avanti così! –

-Con chi te la prendi? – chiede timidamente Barbara.

-Con mia sorella Susy, con chi credi che m’incazzo. Sono andato a fare un giro al bar
di Giorgio e l’ho trovata già su di giri, alle sei di sera! Poi appena mi vede scappa via per non incrociarmi. –

Barbara cambia argomento, ogni volta che viene fuori la discussione sulla sorella di Nicola, c’è sempre il rischio di fare baruffa. C’è una specie di tabù da sconfiggere se vuole far ragionare Nicola riguardo alla sorella. Sembra che, più che proteggerla ,voglia costringerla a comportarsi come lei.

Solo che la storia della vita di Barbara non si può paragonare a quella di Susy, anche se ha molto in comune con quella di tante altre ragazze che abitano, come lei, in una città dell’Italia centrale.

Loro abitano a Nobili, una piccola città capoluogo di provincia e tutti nel quartiere si conoscono. È un ambiente chiuso dove il primo obbligo per trovare posto nella comunità è quello di sistemarsi. Ognuno deve cercare la propria posizione per dimostrare di avere la testa
sulle spalle e per dare l’immagine della sua realizzazione sociale.

Barbara non ha fatto molti di quei ragionamenti quando ha fatto le sue scelte, ha agito d’istinto, senza sentire il peso delle pressioni sociali. Almeno così crede.

Sicuramente la Susy sta facendo altrettanto e, anzi, secondo Nicola si lascia trascinare troppo dalle amicizie sbagliate. Però Barbara non vuole che Nicola s’ incaponisca troppo per tentare di redimerla o, perlomeno, che nel farlo non ci metta di mezzo la loro nuova famiglia.

In quei primi anni ottanta le regole per farsi accettare sono universali, e chi non si adegua è automaticamente dichiarato estraneo alla società. Non si può sfuggire a questa realtà e bisogna conformarsi ai canoni delle norme da rispettare. L’osservanza di questi principi viene insegnata a tutti, fin da giovani e addirittura da quando si è bambini.

Anche Susy ha ricevuto gli stessi insegnamenti di Barbara, per cui se ha deciso di comportarsi in maniera diversa, la scelta è solamente sua.

In un mondo dove la priorità per il raggiungimento del benessere è la conquista del futuro attraverso la stabilità economica, qualsiasi ragazza è portata a mollare gli studi, a preferire la scelta di avere un fidanzato e a cercarsi un impiego fisso. Dopo aver terminato l’obbligo scolastico l’unico obiettivo di Barbara è stato quello di trovare un buon lavoro e il fidanzato
giusto che la portasse a un buon matrimonio.

Non ha fatto sogni o cercato strade diverse da percorrere per trovare la soddisfazione dei suoi desideri o per realizzare la sua personalità.

Ogni scelta deve essere incentrata sullo scopo di raggiungere delle mete stabili e sicure, quelle dettate dalla nuova mentalità del benessere. E anche i divertimenti, le uscite, gli svaghi, devono tutti essere incentrati alla realizzazione di quella stabilità.

Poco importa se poi le piace disegnare, se avrebbe preferito dedicarsi a qualche hobby,
se si divertiva a giocare con le amiche. Nulla deve far perdere di vista l’obiettivo finale e non
ci devono neppure essere rimpianti sapendo che il lavoro, trovato in così giovane età, dovrà
accompagnarla con la sua monotonia fino a settant’anni.

Se la ricorda bene sua madre, quando insisteva sottoponendola alla classica tortura delle
frasi come: ai nostri tempi si stava peggio! Oppure: non dovete lamentarvi, noi non abbiamo avuto niente, voi siete fortunati, eccetera.

Era chiaro che attraverso quelle parole sua madre rivendicava la libertà che le era stata negata in gioventù. Ma quando anche suo padre si univa al coro con la classica frase: “È per il tuo
bene!”, Barbara capiva che avevano raggiunto il culmine.

Lo sa che dietro quelle parole si nascondono i loro desideri più segreti, perciò le accetta come una sorta di esortazione a realizzare un nuovo modello di progresso in cui loro, e anche lei, s’identificano.

Oltre alle pressioni della famiglia, secondo Barbara, Susy deve combattere contro anche le sollecitazioni delle persone che spargono in giro le chiacchiere più becere. In generale quelle dicerie s’accomunano ai commenti rivolti ai facili costumi, quando di una ragazza che veste attillato o che porta i tacchi alti e dicono che fa la puttana. Oppure quando additano
chi fa attività sportiva come delle perditempo e quando si fa di tutto per sminuire le arti o la
musica.

Quando l’ignoranza prende il sopravvento, ciò che è diverso non è riconosciuto come espressione delle proprie abilità. Si cerca in ogni modo di ostacolare, con condanne in parte sottili e in parte esplicite, qualsiasi manifestazione del proprio sentire alternativo. In contrasto a un più retto
e corretto dover essere.

L’importante, dunque, è dimostrare di essere conformi, di avere la testa a posto, di non avere grilli in capo. Non ci si può domandare il perché del proprio essere al mondo, ma solo cercare di soddisfare le richieste della società adeguandosi ai suoi canoni di produttività .

Una domenica di fine marzo millenovecento ottantatré, esattamente il giorno dopo la
discussione riguardo alle uscite di Susy, Barbara e Nicola sono a pranzo dai genitori di
Barbara. Andrea ha otto mesi e sta diventando il cocco dei nonni, sia materni sia paterni.

Per loro si tratta del p rimo nipotino ed è logico pensare che abbiano occhi solo per lui. Valerio, invece, gli dedica un sacco di attenzioni e di vizi. Anche i genitori di Nicola stravedono per Andrea, nonostante non sia il primo nipote a essere arrivato. Infatti la sorella di Nicola, che ha sette anni più di lui, è diventata mamma già da qualche anno!

Domenica prossima saranno a pranzo dai suoceri di Barbara. A lei piace alternare quelle
presenze dai nonni, anche se certe volte preferiscono andare il sabato sera dai suoi e la
domenica mezzogiorno dai genitori di Nicola.

Barbara si fida di più a lasciare Andrea qualche ora con sua madre mentre lei e Nicola escono con gli amici, perché i suoceri escono il sabato sera e Barbara non se la sente di farli rinunciare a qualche ora di svago per badare il nipotino.

Oppure la verità è che la suocera fa delle lasagne eccezionali e allora meglio godersi il pranzo della domenica da loro ! Chissà cosa ne dirà Andrea quando saprà parlare! Non vede l’ora che sia più grandicello e che cominci a parlare, per godersi i suoi commenti.

Mancano diversi mesi prima dell’arrivo dell’estate e del grande caldo, Barbara si gode
quelle belle giornate primaverili portando a spasso più che può il suo bambino. Le ore di
luce sono aumentate e riesce a trovare qualche mezz’ora di tempo tra una faccenda e l’altra. In cuor suo si domanda se riuscirà, più avanti, a trascorrere anche qualche mezza giornata al mare.

Dedicare il tempo libero al figlio non le sembra un demerito. Neppure quando trascorre interi pomeriggi a casa di altri bambini o vede la sua devastata dagli amichetti invitati a giocare con Andrea.

Alcune delle sue amiche vanno in apprensione per quello che potrebbe succedere. È vero che fanno quello che voglio e che l’egoismo tipico dei bambini piccoli spesso sfocia in litigi e grandi pianti, però questo non giustifica l’asia o la continua insistenza di sua madre per tenere isolato e protetto Andrea.

Barbara spera di resistere a quelle pressioni e di riuscire a essere meno ansiosa quando suo figlio crescerà. Le dispiacerebbe molto limitarlo nelle sue esperienze solo per paura che gli accada qualcosa di brutto.

La settimana scorsa è stata al compleanno di Luigi, il figlio della cugina di Nicola, che ha compiuto due anni. Hanno organizzato una festicciola a casa invitando alcuni compagni
di asilo e altri bimbi più piccoli, figli di loro amici.

La cugina di Nicola vive in una casa con giardino e ha potuto organizzare una bella festa all’aperto. Luigi, così si chiama il bimbo, frequenta l’asilo nido del
quartiere e ha conosciuto tanti bambini e bambine che abitano nei dintorni.

Andrea ha solo otto mesi e la differenza con quelli più grandi, anche se solo di pochi mesi, si nota subito. Matilde, per esempio, che ha da poco compiuto un anno, ha solo quattro mesi più di Andrea e frequenteranno le scuole assieme. Solo che adesso lei dà due giri a suo figlio perché già cammina e sta iniziando a dire le prime parole!

Barbara sa che quelle differenze si appianeranno man mano che si avvicineranno all’età della scuola materna, tuttavia crede che la frequentazione del nido aiuti molto nella crescita. Quand’ era piccola, sua madre non l’ha fatta andare alla scuola materna perché , con la scusa che l’avrebbero contagiata con tutte le malattie possibili e immaginabili, ha preferito tenerla a casa.

Barbara, invece, non vede l’ora di mandarci Andrea perché crede che i bambini stiano meglio con i loro coetanei che con i nonni anziani.

Sua madre rompe le scatole perché vuole vedere la casa sempre in ordine e fa un sacco di storie se lascia ammucchiare i panni da stirare. Ma Barbara è diversa da lei e vuole dare una infanzia diversa al figlio. E, ogni tanto, prendersi del tempo per se stessa senza sentirsi in colpa.

Quando Barbara era piccola giocava in cortile con le amiche, e un genitore, di solito la madre che abitava più vicino, sorvegliava dalla finestra di un appartamento. Le più grandi del gruppo badavano le più piccole e così si cresceva con l’educazione della strada, rispettando le regole non scritte del gruppo.

Nei primi anni ottanta la situazione sta cambiando e il figlio di Barbara, per giocare assieme agli amici, deve organizzarsi per andare a casa di qualcuno o invitarli da lui. Certo quando sarà più grande, avrà la possibilità di incontrarsi con bambini di diversa età e Barbara spera, in cuor suo, che possa crescere con maggiori stimoli. Chissà cosa succederà se e quando verrà il momento di proporgli un fratello o una sorella!

Ogni tanto fa un pensierino anche all’asilo nido, forse quando Andrea avrà compiuto un anno e lei avrà trovato un lavoro. Sì perché la retta mensile supera le trecentomila lire! E chi ce li
ha tutti quei soldi per mandare il figlio all’asilo nido!

Forse se riprendesse il suo vecchio lavoro in fabbrica potrebbe permettersi quella spesa. Chissà come fanno quelle mamme che li mandano, forse hanno un lavoro molto ben pagato?

Quando si è licenziata dalla Plasio, la ditta dove lavorava, era incinta di quattro mesi. La gravidanza era a rischio e i padroni le avevano fatto capire che non poteva continuare a chiedere permessi di salute per assentarsi.

Per accudire un bambino piccolo e quando si è in gravidanza si ha diritto a dei congedi, ma di quanto si riduce lo stipendio con le assenze per malattia di gravidanza? E poi, la gravidanza è davvero una malattia?
Quelle domande è meglio non farsele!

CAPITOLO DECIMO – INCUBO UOMO

-Buongiorno signora serve una mano? –

-No, grazie, ce la faccio da sola, e poi sono già arrivata all’ascensore. –

-Quando ha bisogno non si faccia scrupoli, mi chiami, qui ci sono sempre io che
posso aiutarla. –

-Grazie Gino, è molto gentile, ma per oggi ho fatto. ci vediamo più tardi. –

Patrizia sale in ascensore gettando uno sguardo allo specchio per verificare di essere in
ordine, nella pettinatura e con i vestiti. Solitamente si dà sempre una controllata quando esce, ma quel giorno sta correndo come una matta dal mattino alle sei e forse ci sono state delle conseguenze sul suo look.

Quei dubbi sul suo stato le sono venuti dopo le premure che le ha riservato Gino, il portiere. Ha davvero esagerato con tutte quelle attenzioni, mancava poco che le strappasse le borse dalle mani per aiutarla!

Forse lei dà l’impressione di essere trascurata? Oppure c’è qualcosa nel suo abbigliamento che attira l’attenzione? Si è truccata in modo troppo appariscente? Non ricorda che sia sempre stato così disponibile.

Le domande si accendono nel cervello come fulmini, ma non sempre si possono ottenere
delle risposte immediate e, in quel caso, lo sguardo dato allo specchio dell’ascensore non
partorisce alcuna spiegazione.

-Ragazzi, la situazione per noi è cambiata e dobbiamo fare i con ti con qualche
ristrettezza; stavo pensando … –

-Che nessuno tocchi i miei CD! – irrompe Sara mettendo subito in chiaro le sue
priorità.

-Mica svendiamo casa, scema! – le rimprovera immediatamente il fratello.

-Calma, calma. Non intendevo dirvi che dobbiamo tirare la cinghia nel senso
economico. È vero che da quando non c’è più vostro padre dobbiamo sforzarci per far quadrare i conti, ma per fortuna non ci manca niente. –

Patrizia sospira profondamente. Ha preparato un bel discorso da fare ai figli e vuole che la seguano fino in fondo.

-Il problema è che il proprietario mi ha alzato l’affitto del negozio e per starci dentro con le spese devo ridurre l’orario alla commessa. Avrei bisogno che voi due mi deste una mano nei
pomeriggi che rimangono scoperti. –

-Dipende che giorni sono. Io tre pomeriggi li ho impegnati con il basket. – Precisa
subito Matteo.

-Vorrà dire che rinuncerò alle lezioni di chitarra. – Prova a suggerire Sara nella speranza che farsi avanti le possa portare un vantaggio.

-Che cosa avete capito! No, no, non dovrete sacrificare le vostre attività. Vi chiederò di darmi una mano quando siete liberi dai vostri impegni. Gli orari li conosco bene, forse meglio di voi, quindi non vi dovete preoccupare. Non ci saranno grandi rinunce, l’importante sarà rendervi disponibili nel vostro tempo libero e … –

-Vuoi dire niente uscite il sabato pomeriggio? –

-E niente prove con il gruppo? –

-Calma, calma. Il sabato sarà sicuramente uno dei giorni più richiesti, ma vedremo di
fare a turno, va bene? –

-Mamma! Così ci rovini! –

-Ve l’avevo detto che dovevamo fare i conti con delle ristrettezze. –

Sara in quel momento ha un impulso di generosità e va a stringersi al collo della madre
dimostrandole tutta la sua voglia di affetto E non solo!

-Va bene, mamma, non preoccuparti; noi ti daremo la nostra piena disponibilità –
“basta che poi farai due sabati con lui e uno con me” le sussurra nell’orecchio mentre
si stringe nel suo abbraccio.

I figli!

Siamo alla metà di aprile millenovecento ottantatré, Roma mostra i primi assaggi della
primavera e già si possono pregustare i dolci effetti della stagione calda in arrivo. Patrizia,
oltre all’incombenza dell’affitto aumentato, in quei giorni deve gestire un’altra situazione straordinaria.

Sta ospitando una ragazza, amica della figlia di sua cugina che vive dall’altra parte dello stivale, sulla costa della riviera adriatica. È venuta a Roma per lavorare, dovrà starci per qualche mese, il tempo sufficiente a far pratica negli uffici centrali della banca che l’ha assunta. Dopo verrà assegnata definitivamente al posto di lavoro più vicino a casa sua, quello per cui ha vinto il concorso.

In realtà a casa sua si fermerà solo un paio di settimane, il tempo sufficiente che si liberi il posto al pensionato di via Puccini. In cuor suo Patrizia si augura che questo avvenga nel più breve tempo possibile. Non che le sia pesante avere un ospite in casa, di cui, tra l’altro, può star tranquilla riguardo all’affidabilità.

Ciò che la preoccupa sono le sue precarie condizioni economiche e i problemi pratici che la assillano in quel momento. Il negozio e il lavoro, gli studi dei suoi ragazzi e la disponibilità ad aiutarla. E poi, sarà brava questa ragazza romagnola … e se poi Matteo si distrae?

Ha esattamente l’età di suo figlio e Patrizia non vorrebbe che ricadesse in un’altra crisi come quella che ha dovuto affrontare qualche anno prima. Per lei sarebbe difficile stargli dietro ed essergli d’aiuto.

Comunque beata questa ragazza che ha trovato un lavoro! Patrizia sospira al pensiero di
quando arriverà anche per lei il giorno in cui i suoi figli avranno raggiunto l’indipendenza
economica.

Giò, così si chiama la ragazza che arriva da Gàlino, dorme in camera di Sara. È stato già un miracolo riuscire a organizzare il letto nella stanza di Sara che ha gentilmente fatto un po’ di spazio tra il disordine delle sue cose!

Un sorriso increspa le labbra di Patrizia, anche lei da ragazza era disordinata come lo è sua figlia adesso. Eppure è riuscita a tirare su famiglia e a mandarla avanti anche ora che è rimasta sola.

Una leggera malinconia al pensiero del marito che non c’è più le offusca il ricordo.

In quei mesi poi, quasi a farle pesare di più la mancanza del suo compagno, deve affrontare quella che identifica come una sorta di avversione del mondo maschile. Sinceramente non sa da dove nasce né quale sia il motivo che spinge tanti uomini a comportarsi diversamente ora che lei è senza marito.

Oltre alla sofferenza della solitudine nel dover fronteggiare la vita che va avanti, attorno a lei si stanno manifestando una serie di ostacoli che erano rimasti nascosti finché Paolo era con lei.

Alcune lungaggini burocratiche hanno raddoppiato i tempi di attesa, sia che si tratti di un certificato o di un affidamento o un prestito. Le diffidenze dei fornitori riguardo alla sua solvenza sono diventati veri e propri rifiuti adesso che l’interlocutore maschile non c’è più. La clientela comincia a dare segni di
disaffezione e fa circolare chiacchiere sessiste sul suo nuovo status … e via di seguito.

Come se sia considerato un evento fuori dalla logica il fatto che una donna continua a lavorare senza il marito o il compagno.

DRIIINN, DRIIINN!

-Pronto? –

-Buongiorno signora, sono il direttore del Banco, avrei una comunicazione da darle,
potrebbe passare più tardi nel mio ufficio? –

-Buongiorno Direttore, senta, io ho appena aperto il negozio e sa, fino alle sette e
trenta sono chiusa qua dentro; potrebbe dirmela per telefono. –

-Sarebbe meglio se lei venisse, signora, non ha la commessa da lasciare per una
mezz’oretta? –

-Silvia oggi ha preso mezza giornata di permesso, e io sono sola; davvero non può dirmi
per telefono … –

-Se proprio insiste e non possiamo fare diversamente, perché deve sapere che le hanno revocato il fido. –

Tutto s’ interrompe, vede buio, ha gli occhi spalancati, la bocca secca, e il sudore che si gela addosso come se non avesse una coperta.

Già, la coperta. È caduta dal letto.

Sarà stata quella sensazione di scopertura a far partire quello schifosissimo incubo? E adesso quanto tempo le ci vorrà per scacciarlo dai pensieri? È da qualche mese che sta combattendo con certi sogni strani e le sembra che l’essere umano, in particolare l’uomo nella sua essenza maschile, s’ingigantisca nei suoi incubi fino ad assumere sembianze terrificanti.

In tanti di quei turbamenti gli attacchi di stronzaggine maschile avvengono da più parti, come se
la commedia della vita abbia deciso di metterla nuda e sola di fronte alla battaglia contro
l’universo maschile.

Eppure le persone che Patrizia frequenta sono le stesse: il portiere del palazzo, il barman del cappuccino di mattino, il direttore della banca, il commesso, il rappresentante, l’insegnante di sua figlia, il maestro di yoga, …Eppure come in un vortice che la sta risucchiando improvvisamente tutti quegli uomini sono diventati dei mostri pronti all’attacco. Si sono trasformati in avversari da cui si deve difendere come una preda in balìa degli squali.

Districarsi nella dura lotta per tirare avanti la famiglia e difendersi dagli assalti, a volte
ironici a volte brutali, del mondo maschile sta diventando un’impresa ardua. Patrizia spera
d’incontrare il sostegno morale della ragazza che sta ospitando.

Se non proprio tangibile, come potrebbe essere quello di un’amica coetanea, almeno che la aiuti a distrarsi e a spostare l’attenzione dei pensieri dal mondo maschile a quello dei giovani. Chissà che così non riesca anche a essere più in sintonia con i figli.

CAPITOLO UNDICESIMO – IL LAVORO IN BANCA

Dopo aver mosso i primi passi nei meandri della burocrazia bancaria, trascorsi dieci
giorni di tortura in un impiego anonimo, Giò viene assegnata all’ufficio cambiali. Finalmente ha
qualcosa da fare. L’impegno non è gratificante dal punto di vista professionale, ma almeno Giò si sente occupata in un lavoro pratico. Deve spulciare mazzi e mazzette di titoli cambiari per poi suddividerli in diversi fascicoli.

Ogni tanto fa mente locale al fatto che tutte quelle carte sono posizioni debitorie e che dietro di ognuna c’ è una storia diversa con persone coinvolte a vario titolo. È difficile focalizzare quale mondo esista al di fuori di quelle scartoffie e per Giò, che deve solo timbrarle e spostarle da un cassetto a una scrivania, è un modo come un altro di avere il tempo impegnato.

Sistemarle le toglie di dosso il senso d’ inutilità e scaccia via le sensazioni di pesantezza causate dall’inattività che ha vissuto nel precedente ufficio.

Una mattina passa in visita il presidente della banca, fresco di nomina. Dopo più di vent’anni di posto vacante il ministero competente ha deciso di dare un Presidente anche all’Istituto di
Credito Agrario dove lavora Giò.

Nel suo giro è accompagnato dal Direttore Generale che presenta i vari uffici e direttori. Lui stringe la mano a tutti. Qualcuno aggregato al capannello si spreca in elogi sul brillante superamento del concorso da parte di Giò.

-È passata avanti a tutti i suoi colleghi maschi. –

Durante quel breve incontro è l’unica frase che le resta in testa. A Giò non piace ricevere
complimenti, la mettono a disagio. Oltretutto non portano nulla di utile.

-L’impiegato che lavora con me è disponibile, mi spiega come funzionano gli uffici all’interno della banca. C’è chi lavora e chi no, c’è chi fa carriera e chi resta al palo. C’è chi occupa un posto in sostituzione di maternità che gli permetterà un domani di restare in pianta stabile e chi, occupando lo stesso posto in sostituzione di maternità, ma in un altro ufficio, non potrà restare a lavorare oltre il contratto a termine. –

-Va bè, Giò, questi potrebbero essere casi singoli, la regola non vale per tutti. –

-Non credo Matteo, per come la vedo io, ci sono poche eccezioni! –

-Allora vuoi dire che anche tu sei stata aiutata? –

-Non ti permettere di dire che sono raccomandata, eh! –

Con quell’affermazione Giò alza la forchetta verso Matteo per intimorirlo. Poi finiscono la cena rimasta ancora nel piatto e lasciano morire il discorso con qualche battuta. Devono andare a una partita di basket e non vogliono certo far tardi arrampicandosi in disquisizioni su come va il mondo.

Patrizia li guarda mentre escono ridendo e scherzando. È proprio contenta di far vivere quell’esperienza ai suoi figli perché il confronto con altre esperienze e conoscere persone al di fuori della città fa sempre bene.

Il giorno dopo Giò fa i conti proprio con una delle situazioni di cui aveva parlato con Matteo la sera precedente. Nel suo ufficio viene a lavorare una ragazza assunta a tempo determinato, in sostituzione di una signora in maternità, e non ha voglia di fare niente.

È riuscita a entrare in quell ’ufficio con una raccomandazione e siccome lì ci sarà bisogno di
una nuova assunzione potrà restarci lei. La tristezza di avere quella compagnia raccomandata s’accompagna al dovere di impegnarsi lavorare anche per lei. Costatare che certi privilegi sono dati a prescindere dai meriti dà sempre fastidio.

Certo non è compito di Giò fare quelle considerazioni, ma è l’impiegato che lavora con lei ad aprirle gli occhi sulla questione raccomandazioni.

Carlo le racconta che al piano di sopra c’è una ragazza che è stata assunta a tempo determinato, sempre in sostituzione di maternità, ma nonostante sia un’ ottima lavoratrice, l’hanno messa in un ufficio dove non sono previste assunzioni definitive nell’immediato futuro. Una volta scaduto il contratto, se ne dovrà andare.

Ogni volta che cambia ufficio Giò fa conoscenza di nuove persone. Poche le donne in alcuni reparti, molte in certi altri. Differenze tra i sessi se ne vedono eccome ! Alcune di loro le spiegano che in quella banca le donne non sono trattate allo stesso livello degli uomini.

Giò raccoglie ogni lamentela o precisazione, cerca di capire gli stati d’animo, poi elabora ogni notizia con le dovute cautele.

Per esempio, come fanno a dire che lì ce l’hanno con le donne se poi hanno assunto lei, unica donna concorrente in mezzo a tanti uomini? Non è così cretina da ritenersi un super genio in grado d’infrangere il muro della discriminazione.

Sempre che non abbiano creduto di avere a che fare con un maschio! In tanti la consideravano un maschiaccio, ma da qui a confondere i dati anagrafici ce ne vuole!

Effettivamente quando era arrivato l’elenco dei documenti da portare per rendere effettiva
l’assunzione, sulla lista c’era anche il foglio del congedo militare, o la sua posizione nei
confronti del servizio di leva obbligatorio. E nell’intestazione il suo nome era al maschile!

In quel momento aveva pensato si fosse trattato di una svista e per tale l’aveva archiviata nella sua memoria. Certo che se invece l’avevano davvero presa per un maschio, chissà che choc hanno vissuto quando si sono accorti che ha due pere invece di due maroni!

-Credo proprio che tu stia esagerando, Giò! Vuoi che la commissione del concorso non si sia resa conti di chi stava assumendo? –

Maria cerca di contrastare le conclusioni cui sta arrivando la sua ex allieva. L’estate del
millenovecento ottantatré è ormai cominciata e la visita di Giò la riempie di piacere, soprattutto perché la distrae da un periodo di vera e propria catastrofe familiare.

-Queste sono valutazioni che faccio in conseguenza di quello che ho visto e che sto
vivendo, prof. Perché le impiegate vorrebbero farmi capire che la realtà è un po’ diversa da come sono andate le cose nel mio caso. Io sto attenta a cogliere tutte le sfumature, perché magari qualcuna di loro è un po’ alienata. Si figuri che per farmi capire che non ci sono equilibri professionali, mi hanno spiegato in cosa consistono i trattamenti diversi e in particolare come funzionano i permessi di maternità. Intanto sono difficili da ottenere, e poi una donna che decide di avere figli trova degli ostacoli nel percorso lavorativo. Nell’anno della nascita del bambino riceve il premio di produzione più basso, per scarso rendimento, poi, al rientro al lavoro, è relegata negli uffici infimi, come quelli dello schedario che si trovano nei sotterranei del palazzo! Medioevale, eh? –

Maria è turbata da quel racconto, le sembra che ci sia un contrasto stridente tra quello che accade alle impiegate e il rispetto delle norme previste dal contratto di lavoro. Oltretutto quello dei bancari è unanimemente considerato uno dei migliori per gli impiegati dipendenti.

La scuola, nel senso degli apparati dell’istruzione pubblica in cui lavora Maria, non è certo l’impiego ideale per confrontare stipendi e meriti. Comunque una donna che ci lavora può organizzare gli orari e seguire la casa senza temere di essere licenziata o di perdere gli avanzamenti di carriera. Almeno così è andata per lei. Se ci sono quelle discriminazioni in banca, invece, chissà cosa succede alle donne negli altri settori lavorativi!

-Io credo che non ti debba fasciare la testa con troppe supposizioni, Giò, vai avanti per la tua strada e vedrai che riuscirai a farti una posizione. –

-Non è della posizione buona che vado in cerca, prof. Io sto cercando di capire se questo posto di lavoro mi piace e non mi preoccupo più di tanto se sono io a non piacere a loro. –

Bellissimo modo di affrontare la vita, pensa Maria, peccato che con il prossimo bisogna sempre fare i conti. Si trattiene dal dire quello che le frulla in testa, dopotutto lei deve solo incoraggiare i suoi ex alunni.

Il tempo del caffè è finito da un pezzo, sono già le tre del pomeriggio e la loro chiacchierata non si prolunga oltre il dovuto.

Giò è tornata a Roma rinfrancata dopo il week end trascorso a casa. Staccare dall’ambiente
dell’ufficio e respirare l’aria della provincia sono sempre un toccasana. La settimana al lavoro comincia con la solita routine e Giò cerca di cogliere le sfumature per capire i comportamenti dei colleghi.

Il suo è un modo di guardarsi attorno per conoscere il confine tra la verità che le è stata raccontata e la realtà che sta vivendo.

Giò non vuole fraintendere le giuste lamentele contro una manifesta disparità di trattamento tra i sessi con le recriminazioni prodotte dal logorio degli anni trascorsi a svolgere un lavoro monotono.

Sarebbe logico sostenere che l’esaurimento contribuisca ad alzare i toni di certi commenti.

Oltre ad aver costatato che le raccomandazioni sono fondamentali per entrare in certi uffici a prescindere dalla voglia di lavorare, Giò mette a confronto le differenze tra le posizioni delle donne e quelle de gli uomini. Ad esempio, le mansioni che svolgono le donne non superano mai il livello di segretaria e in ogni ufficio c’è sempre un uomo che dirige.

Facendo una verifica nei vari reparti della sua banca, si accorge che l’unica donna che ha raggiunto il livello di capo ufficio, il primo gradino superiore all’impiegato semplice, è una signora di più di quarant’anni, rigorosamente nubile e senza figli.

Sicuramente non è mai incappata in richieste di permessi di maternità e in quella sorta di disdicevole assenteismo per malattia, necessario a chi deve occuparsi della procreazione. Ma la gravidanza, è una malattia?

A quel punto è spontaneo domandarsi se l’avanzamento di carriera sia determinato dalle presenze al lavoro e dai timbri sul cartellino, e non piuttosto prendendo in considerazione le capacità e la dedizione al lavoro.

Mentre cerca delle risposte a tutti quegli interrogativi, Giò comincia a provare un certo disorientamento. Si domanda in che razza di mondo è finita.

In quei giorni scene fantozziane si svolgono sotto i suoi occhi allibiti di ventenne incapace di comprendere dove arrivano i limiti dell’assurdità.

È da poco entrata a far parte dell’ufficio economato e una sera decide di fermarsi qualche minuto in più per terminare una pratica. Poco prima delle cinque di pomeriggio si trova di fronte a un gruppo d’impiegate che organizzano i preparativi per l’uscita dal lavoro.

Complicità nel far scivolare contemporaneamente i cartellini da timbrare, corse per raggiungere
velocemente l’uscita e tutti gli stratagemmi possibili per uscire nello stesso istante in cui
scocca l’orario di chiusura.

-Sei sconvolta? – domanda una collega che ha notato lo sguardo sgomento di Giò.

-No, è solo che non ho mai visto … –

-Te lo spiego io; vedi, Carla sta pronta a timbrare quattro cartellini, Maria ha la maniglia della porta in mano e Claudia tiene aperto l’ingresso in ascensore.
Naturalmente sono già vestite e con le borse in mano per non perdere tempo. Solo facendo così riusciranno a raggiungere la fermata del bus e a salirci senza dover aspettare la prossima corsa. –

Ascoltando quelle parole, Giò ricorda di aver visto delle vere e proprie orde di persone che
si riversano, ogni giorno esattamente alle cinque del pomeriggio, nelle strade del centro di
Roma per raggiungere le diverse fermate di tram o metropolitana o bus.

Sicuramente sgomitano parecchio per occupare il posto sul primo mezzo che arriva ed evitare così di attendere quello successivo.

-È comprensibile che tutti vogliono essere a casa presto, ma per una donna è fondamentale
essere di ritorno a un orario decente, per evitare che i figli di restino da soli per troppo
tempo. –

Con quella logica spiegazione la collega di Giò chiude l’argomento e spera di essere
riuscita a far comprendere, a quella giovane ragazza, quali enormi problemi deve affrontare una donna nella quotidianità.

Per il momento non è riuscita neppure a togliere dal suo viso l’espressione di sbigottimento e incredulità.

CAPITOLO DODICESIMO – UOMINI E CARRIERA

L’estate del millenovecento ottantatré è già nel pieno del suo calore. Giò fa la spola da Roma a Gàlino ormai da tre mesi e non vede l’ora di essere assegnata alla sede definitiva di Tonosa .

Si sta stancando della grande città e da quando è scoppiato il caldo soffocante certe
giornate sono proprio insopportabili. Certo in riviera, a casa sua come a Nobili, l’aria è più
respirabile e il caldo non crea una cappa cocente come succede nelle metropoli.

Ogni fine settimana Giò non manca al suo incontro per il solito caffè con Maria Fraboschi. Hanno spostato l’appuntamento alle sei del pomeriggio, un momento della giornata in cui l’aria è più fresca.

La loro chiacchierata è come sempre incentrata sulle esperienze che Giò sta facendo a Roma.

-Si ricorda prof di quella ragazza che è stata assunta nell’ufficio sbagliato? Ieri pomeriggio l’ho incontrata nei corridoi della banca, per caso, e abbiamo scambiato qualche parola. Essere a conoscenza della situazione ingiusta in cui si trova me l’ha resa simpatica senza neppure sapere chi fosse. Così le ho lasciato l’indirizzo dell’hotel dei miei genitori, chissà che non decida di venire a trovarmi quando avrà le ferie. –

Maria ascolta i racconti di Giò prestando quel minimo d’attenzione necessaria a non
perdere il filo del discorso. Nella sua testa ancora riecheggiano le voci dell’ultima
discussione avuta con il marito, qualche sera prima.

Lui era arrivato a casa tardi dall’ufficio dicendole che avrebbero cenato fuori e, mentre usciva dalla doccia calda, aveva preteso che Maria fosse stata già pronta. Lei, invece, aveva già preparato la cena, e poi i figli, dove li cacciava?

I loro figli ormai sono grandi e possono stare in casa da soli, ma lei la doccia non l’ aveva
fatta, i capelli erano in disordine, la cucina sottosopra; e poi dove lo trova va, lei, il tempo di
prepararsi? Ha provato ad avanzare dei dubbi , ma lui subito l’ha infamata dicendo che era
una pantofolaia, che non riusciva a fare in fretta per essere pronta per lui. E che termini aveva
usato!

-Le differenze tra i sessi esistono eccome! L’altro giorno ho scoperto che l’unica donna diventata capoufficio è una zitella di quarantacinque anni. Quelle che hanno famiglia e figli, sono rimaste tutte dietro di lei, a livello di promozioni! –

Giò continua a parlare senza curarsi del sovrappensiero della sua ex insegnante. L’accenno alle promozioni in banca però, scuote Maria dai ricordi. Anche suo marito lavora in banca.

-Se credi che di avere la strada spianata unicamente perché sei entrata in banca, te lo puoi scordare! Devi essere cosciente che in ogni lavoro, per una donna, ci saranno sempre da fare molti sacrifici! –

È una reazione istintiva e forse esagerata per Maria. perché i discorsi con Giò sono sempre interessanti, sia per gli argomenti sia per le conclusioni cui s’arriva.
Purtroppo quel giorno lei sta prestando poca attenzione e ogni correlazione con il suo momento di vita la fa scattare come una molla.

Quello che vorrebbe far capire alla sua ex alunna è che la mancanza di meritocrazia sul lavoro è solo uno dei tanti ostacoli che devono affrontare le donne. Non per ultimi i numerosi sacrifici per tenere in piedi impegni e famiglia.

Maria si ricorda bene qual è stato il primo che è stata costretta a superare, nella sua vita con Paolo. E lo ha fatto quasi gaudentemente.

È stato quello di sobbarcarsi il peso psicologico di avere una famiglia allargata prima ancora di averne una sua. È stata così brava e l’ha vissuto con una leggerezza tale da non fargli pesare il benché minimo disagio. A lui.

Giò va avanti nei suoi racconti e inizia a parlare del suo nuovo amico Matteo, un ragazzo romano presso il quale aveva vissuto i primi tempi del trasferimento a Roma.

-A proposito di ragazzi, è venuto Valerio qualche giorno fa a trovarmi. Non se la passa
benissimo, hanno rinviato la chiamata per il servizio di leva e il lui non riesce a trovare una sistemazione di lavoro stabile. –

Giò non si sente spiazzata da quel cambio di argomento, e di soggetto. Da quando si è confrontata con i suoi nuovi amici, Mattea e Sara, ha capito quanto sia importante dare la spinta giusta al proprio destino.

-Lo so prof che è un momento difficile per i ragazzi della mia età, per via del militare e tutto il resto, però lui non fa un passo per cercare di uscire dal circolo chiuso delle amicizie e neppure per svincolarsi dalla super protezione della sua famiglia. –

Maria lascia libero sfogo a Giò che si sta lanciando contro l’universo delle lamentele al maschile. Purtroppo dovrà farci i conti sempre più spesso da quando il suo vivere non si limita più a frequentare la scuola. Lentamente, ma prima o poi si accorgerà che il mondo gira in maniera diversa rispetto alle regole della scuola o della famiglia.

Maria torna con la mente ai suoi ultimi anni di scuola superiore e improvvisamente si sente vecchia e nostalgica a rivangare certi ricordi. Aveva avuto anche lei un fidanzato, all’età di sedici anni e per tutta la durata del liceo. Era una storia nata per gioco, per condividere la compagnia della gioventù, il gruppo di amici, il cinema, la pizza, l’università da scegliere.

Poi era arrivato Paolo.

-A me sembra che Valerio stia vivendo sopra a se stesso, credo che abbia trovato una
sorta di adagiamento per cui ogni pigrizia è valida. Non lo sopporto! – insiste Giò.

Maria cerca di mantenere la conversazione, ma è immersa nei pensieri da dove stanno riemergendo, come boe nel mare, i ricordi dei vecchi tempi.

Ripensa alla vita della sua gioventù, per com’ era ripetitiva, stanca, appoggiata ai ritmi di chi si trastulla tra gli studi e lo svago. L’arrivo in scena di Paolo era stato quasi un evento preparato, che doveva accadere come la scena di un film rubata da un copione e messa a disposizione nella vita di
Maria.

Per lei che s’era immedesimata in quella routine, nulla lasciava sospettare che potesse arrivare un cambiamento ad angolo così ampio. All’inizio aveva resistito, cercando di non dare peso alle avances di Paolo. Non aveva senso dargli retta, chi era quell’uomo sposato che la cercava e la voleva a tutti i costi? E poi lei aveva ancora Giorgio!

Ricorda di aver sentito una vocina interna sostenere la verità sul suo rapporto con Giorgio e che la avvertiva di quanto non fossero suoi i panni in cui stava vivendo.

Di Paolo non le interessava nulla, cioè , evitava anche ogni pensiero a riguardo. Lui era sposato, in via di separazione, sì, ma con un figlio piccolo. Lei invece, stava ancora con Giorgio.

Trascorreva i giorni nella noia più assoluta, ma la voglia di liberarsi da una routine simile al binario della ferrovia, che costringe il treno a percorrere una strada e solo quella, cominciò a smaniare dentro di lei. E deragliò.

Quei ricordi fanno nascere l’indulgenza verso se stessi, e anche Maria si lascia più spiragli alla comprensione.

-Non essere troppo severa nel giudicare Valerio, alla fine troverà la sua strada e diventerà un uomo anche lui. –

Maria parla con termini neutrali e comprensivi, non vuole che Giò si contorca l’anima per scovare una soluzione a tutto. È meglio se riesce a mantenere un certo equilibrio di visione in modo da mantenere l’amicizia dei suoi coetanei. Si rende conto con ciò di essere molto benevola, sia con i suoi ricordi sia con la discussioni tra i due ragazzi.

-Io non voglio giudicare, ma da come si è comportato le rare volte che ci siamo sentiti il suo tono vittimistico mi ha fatto innervosire. Non capisco perché deve usare sempre quei modi da persona torturata, quando il problema è uguale per tutti. –

Tutto sommato l’irruenza di Giò è abbastanza giustificata. Perché gli uomini si costruiscono
un’arma di ricatto con le lamentele sulle maggiori pressioni sociali cui vanno soggetti rispetto alle donne. E approfittano della disponibilità femminile per usarla a loro vantaggio.

Il tempo a disposizione per la loro chiacchierata è finito, almeno per Giò, che deve fare rientro a Bicami dove i suoi genitori la attendono per dare una mano in albergo.

-Se la tua amica di Roma verrà a trovarti nel mese di agosto, magari fate una scappatella anche qui a Nobili e mi venite a trovare, va bene? –
-Può starne certa prof, ci rivedremo presto. –

Dopo che Giò se n’è andata Maria resta ancora qualche minuto a riflettere, con la testa immersa in pensieri messi molto alla rinfusa. Pazienza se Paolo non le riconosce il fatto di essersi fatta il culo per spianare ogni contrattempo, ma che poi la infami se non scatta sull’attenti appena la chiama, questo non riesce a perdonarglielo.

Paolo crede di essere in diritto e di poter approfittare della disponibilità di Maria. Più che lamentarsi lui la mette sul piano del ricatto, e le rinfaccia di continuo le pressioni sociali che invece lui doveva sopportare. Maria, però, ha troppo rispetto per se stessa, per gli sforzi che ha fatto affinché la famiglia vivesse in serenità per poter accettare quel comportamento o che si mandi tutto all’aria solo per giustificare le sue occasioni speciali.

Maria è rientrata in casa, sta preparando il solito bagno e si ferma, ancora una volta, a riflettere su quanto sta accadendo alla sua vita.

Mette la mano sotto l’acqua per sentire la temperatura e decide che scotta troppo. Meglio farla scorrere con un po’ di quella fredda. Nel rito estivo del rilassamento le basta essere avvolta dal tepore e immergersi per trovare il giusto conforto. D’estate poi, preferisce usare i sali da bagno invece del solito schiumoso bagnoschiuma, e così ottiene anche un effetto tonificante sulla sua
pelle.

Con calma prepara i vestiti da mettersi dopo il bagno, appoggia sul letto una comoda tuta in
cotone leggero e s’appresta a godere il suo rifugio di coccole. Le occasioni speciali, torna a pensare mentre s’immerge, il fatto di dover essere pronta in pochi minuti, sono tutte esigenze che s’inventa lui. È lui che le trasforma in pretese, oltretutto ricattatorie, per ricompensare la sua presunta afflizione. Quella necessità di dover sottostare agli obblighi di mondanità è una copertura per nascondere le sue debolezze.

Sì, va bè , alla cena con il tipo bisogna esserci , la gita con quell’altro è importante, la mostra del tale merita di essere vista … ma non è solo pigrizia, svogliatezza, o l’essere pantofolaia, che la porta a rinunciarci, a scappare via, a fare altre scelte.

Maria s’è fatta un gran culo per vivere la sua vita e non se la sente di sconvolgere tutto in nome di una presunta modernità.

Che poi la sente come una scusa, quella del vivere moderno, soprattutto dopo le rivelazioni avute ormai quasi un anno prima. Per Maria è del tutto improponibile lasciarsi travolgere dai suoi impegni.

Non parlano mai direttamente di quanto è accaduto e di come si stanno allontanando. Maria ha sempre preferito evitare di discutere sull’argomento. E pure suo marito ha pensato bene di lasciare ogni cosa nel limbo del “non è successo nulla”. Oppure, molto più probabilmente,
non si ricorda neppure quello che è accaduto!

Comunque per Maria non ha alcun significato rinunciare alle sue abitudini, quelle su cui
ha costruito, passo dopo passo, la sua quotidianità. Fondamentalmente non le frega un
beneamato cazzo della cena, della mostra o della sfilata.

E poi perché solo adesso arrivano tutte quelle necessità di partecipazione? A suo tempo, agli inizi della carriera di Paolo, la sua partecipazione alla mondanità non serviva. Almeno non quanto il suo sacrificio per la costruzione della famiglia e dell’immagine di una vita perfetta.

In quegli anni le sue rinunce erano scontate e giustificate. Non serviva il suo apporto al di fuori della famiglia e non c’erano state reazioni ai suoi rifiuti, sempreché ci fosse stato l’invito.

In quell’ultimo anno, invece, Paolo le sta gettando in faccia gli inviti come uno schiaffo al suo non essere, come se la vita dovesse realizzarsi esclusivamente attraverso la partecipazione ai suoi eventi.

Maria non è più giustificata nel restare a casa e le sue rinunce hanno assunto un significato diverso dal momento in cui il rifiuto è indirizzato al mondo del marito. Per questo la infama quando si tira indietro, ma lei non ci casca in quel tranello!

Deve impegnarsi per trovare un modo di far pesare tutte le rinunce in termini di tempo per se stessa che ha dovuto fare quando i bambini erano piccoli.

E anche se non sa a quanto potrà servire, lei riuscirà a buttargli in faccia tutti i sacrifici che ha fatto per includere suo figlio e la sua ex nei loro week end da famiglia allargata.

Ah, ma certo, s’immagina già quale sarà la sua reazione. Le urlerà in faccia che è stata lei a costruire quel castello di consuetudini, lei ha fatto in modo che si potesse trovare spazio e tempo per tutto e tutti. È stata Maria ad adattare ogni sua esigenza per adeguarsi alla nuova famiglia.

Ora che non serve più, ora che certi comportamenti sono diventati automatismi, a detta di Paolo dovrebbe gettare via le vecchie abitudini e allargare gli orizzonti verso quelle nuove. Dovrebbe organizzare cene con coppie di amici, frequentare i loro caffè mattutini, raccogliere le chiacchiere per stare al passo delle novità, andare in palestra e dimagrire, imparare a cucinare cibi esotici, dovrebbe andare a letto con questo e con quell’altro per renderlo libero e giustificato nel scoparsi le altre ……BAH!

Quei pensieri la stano innervosendo troppo, proprio adesso che iniziano gli effetti rilassanti del bagno profumato.

Chiude gli occhi lasciando che sia il movimento dell’acqua a cullarla, la dolcezza del profumo a distenderla. Se vuole ricostruire ciò che è stato, deve reprimente la rabbia per come si comporta il marito e rimandare il giudizio sulla sua condotta ad altri momenti.

CAPITOLO TREDICESIMO – LO SBALLO

Valerio entra nel bar di Giorgio con fare dinoccolato, come sempre. Si siede al tavolino di fianco al flipper e accende una sigaretta. Nella testa gli riecheggiano le parole della professoressa Fraboschi, quelle che si sono scambiati all’incontro nel bar sotto casa sua, e su cui sta rimuginando da qualche giorno.

Fa presto lei a liquidare tutto dicendo che il tempo sarà galantuomo, intanto lui deve ciucciarsi quel periodo di merda e stare immerso in un limbo che non sa di niente. E per giunta senza l’aiuto di nessuno.

-Dai una sigaretta anche a me? –
Susy è avvicinata senza che lui se ne sia accorto. È l’unica ragazza del bar che fuma e basta, come lui, niente di più.

Quanto agli amici di Luca, che Susy dice essere il suo ragazzo, sono ancora più sballati di quelli che stanno in compagnia con Valerio. Spesso finiscono la serata a sbronzarsi e Valerio non sa se si fanno di canne o altro, gli è bastato vedere quello che bevono al bar!

Susy ringrazia dopo aver acceso la sigaretta e si gira per andare a raggiungere il suo gruppo. A lei la droga non interessa. I suoi genitori le stanno molto addosso e le rompono le palle con tremila paure, e comunque lei non vuole trovarsi troppo sballata da non riuscire a gestire le situazioni come vuole.

Qualche canna, scroccata all’amico di turno come ha appena fatto con la sigaretta a Valerio,
ogni tanto ci scappa, ma niente di più.

A lei va bene qualsiasi cosa pur di stare in compagnia. Non è il tipo di persona da farsi certi problemi, lei; il gruppo è ciò che conta, se se i integrata ogni cosa fila via liscia.

In quel periodo, poi, le interessa solo di Luca e non si preoccupa d’altro. È convinta che essere
accolta nel gruppo per il fatto di stare con Luca, potrà essere un modo per venire presa in
considerazione da tutti. Certo dovrà spararsi qualche rottura di palle, ma pazienza, ne sarà
comunque valsa la pena.

Stanno proprio bene insieme. Lei e Luca . La serata di sabato è stata da sballo, hanno fatto il dritto, fino alle sette di domenica mattina, sempre in giro. Dal bar sono andati alla Tana, per una bevuta e quattro salti, poi sono passati alla pizzeria di Pico per uno spuntino veloce e hanno preso quattro birre da portarsi dietro.

Sì perché non volevano spendere un puttanaio di soldi alla Tana. Certi locali succhiano soldi e danno da bere delle schifezze, scarsissime oltretutto. Perciò spesso fanno rifornimento al di fuori dei locali.

Lei è d’accordo con Luca, per non farsi pulire il portafogli da quegli strozzini bisogna organizzarsi e fare la spesa nei supermarket comprando ogni ben di dio alcolico!

A pensarci bene anche durante quella nottata, verso le tre, alcuni ragazzi della compagnia sono spariti per una mezz’ora e quando sono tornati, si capiva benissimo che avevano fatto il carico. La Jessi è sparita con loro e si è conciata oltremisura. Avranno riempito i bauli di lattine e bottiglie, ma potrebbero anche aver fatto scorta di altro. Però, perché non hanno spartito?

L’unica pecca della serata è stata aver avuto pochi momenti per loro due soli, ma alle sette hanno dovuto cedere e sono crollati. Alla fine il fisico non poteva reggere oltre e allora ognuno a casa sua.

In verità deve ammettere che le scoccia parecchio che Luca abbia dovuto accompagnare a casa la Jessi. Era talmente ubriaca che doveva farsela passare un po’ prima di essere presentabile ai suoi genitori . Va bè.

Va bè un corno! Con la scusa di accompagnarla chissà quante se ne sono fatte! Oddio è gelosa! No, non è nel suo stile. Poi non può fargli delle paranoie, a Luca, altrimenti fugge.

Deve essere tranquillo quando sono insieme per non avere rotture di cazzo tra loro. Susy non deve neppure farsi tante domande su dove va, cosa fa, con chi è, altrimenti finisce che se ne trova un’altra. Allora è meglio non far e tante storie e non correre troppo avanti con la fantasia.

Deve togliersi dalla testa d’immaginarsi certe scene di corna, perché che ci siano o non ci siano state non fa alcuna differenza. Certo la Jessi è rinomata, si sa come va a finire quando si sbronza, non è la prima volta e non sarà l’ultima. Succede sempre che qualcuno se lo scopa. E poi lo sanno tutti che ci prova con ogni mezzo per portarsi a letto Luca.

La Jessi non sarà l’unica e Susy è convinta che ce ne siano tante altre che vogliono stare con Luca per cui deve farci l’abitudine e stare all’erta.

Quando si troverà a faccia a faccia con la Jessi, però, le chiederà di pagare il conto per quello che è successo sabato sera. Se è vero che dovrà farci l’abitudine non è mica detto che tutte la debbano passare liscia.

Susy lo sa che ci sono molte stronze che vanno in cerca di cornificare con chiunque, magari solo per il gusto di farti soffrire. Non sono mica tutte delle santarelline come Barbara, la moglie di suo fratello Nicola.

Beata lei che ha trovato la pace con un bravo marito. Quella però non è l’immagine che ha Susy
del suo futuro. Perlomeno non crede che sia quella la strada giusta per trovare una buona storia con un tipo.

Che poi di Nicola ce n’è uno solo, tutti gli altri uomini sono uguali, una sera ti tiri e tutti ti cercano, poi appena ci stai se la filano per mettersi alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Però che stronzo Luca , sta con lei da due giorni e già se la fa con un’altra. Ma Susy non se ne fa di problemi, se a Luca gli va, sanno insieme, se no niente, pace e amen.

Qualche giorno dopo la serata prometteva bene, la dovevano passare fuori dal bar, senza le sue adorate carte. Avrebbero fatto un giro in macchina, loro due soli, invece Susy ha dovuto consegnare al registratore un racconto scialbo e povero.

Mai una che vada liscia! Gli si è bucata una gomma mentre veniva a prendermi e ha tardato due ore perché trovare il rimedio a quell’ora di sera, non è facile. Morale lei e Luca sono stati insieme un’oretta, tempo di una sveltina e via. Niente passeggiata per il centro, niente giro alla sala o in tana.

Solo un po’ d’intimità sui sedili posteriori della Golf di Luca, e di spazio non ce n’era tanto! Niente preservativi e tanto sbrodolamento, ma per fortuna Susy aveva i fazzoletti di carta e hanno rimediato alla meno peggio. Però la prossima volta ci vorrà un pochino d’ impegno in più.

È stato importante per lei mettere il primo paletto della loro storia, tanto per far capire alle altre come stanno le cose. Infatti, subito dopo quella sveltina Luca e Susy sono passati al bar per un saluto e tutti li vedono parcheggiare la macchina sul viale.

Il più è fatto. Anche se non è fondamentale farsi vedere in giro con lui, basta che si sappia di loro e che il fatto di essere coppia sia chiaro per tutti. Il resto è solo contorno.

Comunque la faccenda più pallosa della serata è stata doversi sorbire l’attesa di due ore restando impalata con quegli sfigati del suo bar attorno. Per poi avere così poco tempo da stare
assieme!

L’unico lato positivo della faccenda è stato riuscire a strappargli la promessa per il prossimo fine settimana.

-Usciamo insieme, insomma, dai, stiamo con la mia compagnia e vedrai che ci divertiremo! –

Susy l’aveva registrata quella frase, mica poteva lasciarsela sfuggire quella promessa! Trascorrere la serata con i suoi amici equivale a dire che sono coppia … insomma, una cosa quasi fissa.

Non saranno soli ma Susy non può pretendere di più. Deve stare attenta a non forzare la situazione. E poi di solito in gruppo ci si diverte. Anche se non ha l’esclusiva di Luca, può comunque ritenersi soddisfatta di come sta andando la loro storia.

Dopotutto è entrata nel giro della sua compagnia da poco e non deve avere fretta di stare al passo con tutti i movimenti del gruppo.
Susy conosce alcuni ragazzi della compagnia di Luca, sono più grandi di lei e ogni tanto vengono al bar di Giorgio per giocare a carte.

-Esci con Luca stasera? –

Nicola butta lì una domanda di cui conosce benissimo la risposta, però vuole sentirselo
dire dalla sorella. Se è vero quello che teme deve avvisarla che la compagnia di quel ragazzo non è certo delle più raccomandabili. Sono ragazzi senza testa, senza scopi nella vita che non
siano quelli legati allo sballo totale o al gioco delle carte.

-Sì, perché? –

-Sai che alcuni di loro si bucano, vero? –

-Senti Nico, tu fatti gli affari tuoi, che io so badare ai miei. –

Susy chiude la discussione con il fratello prima che possa cominciare con le solite litanie sulla famiglia e sull’essere persone serie. Quella deve essere una serata unica per lei e Luca e non
vuole che qualcuno gliela rovini.

Mentre suo fratello cerca di convincerla a lasciar perdere, Susy se ne va per non sentirlo ripetere le solite raccomandazioni. Invece di aspettare che Luca si faccia vivo, lo raggiunge al suo bar.

I ragazzi della compagnia sono tutti nella sala grande a guardare una partita di calcio. La Susy , la Rosy, la Cicci e la Tati, invece, vanno nella sala biliardo per trovare un po’ di pace. Fanno du e chiacchiere e bevono un po’.

Quella che doveva essere una serata magica si è trasformata in un mortorio e nonostante la promessa di Luca, succedono esattamente le medesime cose della settimana precedente.

– Stai attenta con quel pennello di smalto, non t’ impiastricciare come tuo solito! – urla La Tati.
– Ehi, vaffanculo, io non m’ impiastriccio, passami da bere! – Ribatte piccata la Cicci.
– Dai che l’han visto tutti che carichi la mano per farti guardare da Luca. –

– Dai Tati, lasciala in pace, perché devi sempre rompere! – Cerca di mediare la Rosy.
– Guarda che non mi rompe per niente, le sue tirate se le può anche mettere in
culo! E poi chi si crede di essere, lei, Miss Universo? Solo perché Luca la caga un
po‘ di più delle altre. –
– Sei gelosa? – Rintuzza la Tati che proprio non vuole smetterla di stuzzicare l’amica.
– Eh? Ma va là! Io Luca me lo sono fatta da un pezzo, e credetemi , passata la novità
del momento ti smolla per passare ad altro , o continuare con le sue carte; non è
diverso da tutti gli altri. – Le risponde con strafottenza la Cicci.
– Passami da bere. – Chiede la Susy per cercare di cambiare discorso. la vogliono far innervosire?
– Ehi , tu, non è meglio se smetti?, Ne ha i scolati già due. –
– Chissenefrega! – Chiude la Susy.

Che serata di merda!

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – EPISODIO UNO

Il mese di luglio sta per finire, la riviera adriatica si prepara con gioia al tutto esaurito del
mese di agosto e in ogni locale si alternano serate e manifestazioni.

Una sera Giò decide, assieme alle sue compagne di volley, di andare a cena a Gàlino Alta, in un ristorante che ha una vista spettacolare su tutta la costa. Considerando che si trova sul primo promontorio che s’incontra venendo giù da Venezia, il panorama s’allunga di molti chilometri con un paesaggio mozzafiato.

-Sono in stanza con altre due ragazze, Angela e Lucia; una lavora alle poste ed è originaria dell’Abruzzo, e l’altra studia lingue e viene dalla Calabria. In pensionato ci sono solo ragazze e le regole del collegio bisogna rispettarle altrimenti ti cacciano fuori. Non si può girare per le stanze mezze nude e per fare la doccia bisogna portarsi tutto dietro. Ma siamo tutte donne, ho protestato, che problema c’è? Non si può, mi hanno risposto, dobbiamo rispettare le regole altrimenti ti sbattono fuori. –

-Le altre ragazze come sono, sì, cioè, in generale come ti trovi? –

-Quelle che sono in stanza con me non sono eccessivamente pallose, tranne Lucia, che
la sera studia fino a tardi e il mattino odia sentire qualsiasi rumore . Così io e Angela siamo costrette a fare attenzione al minimo movimento e la sera dobbiamo preparaci quello che ci occorre per vestirci in modo che il mattino disturbiamo il meno possibile. –

-Siete in camerate grandi? –

Le pizze che hanno ordinato stanno per arrivare e le chiacchiere tra le ragazze continuano
animatamente. L’argomento principale è sempre lo stesso perché la curiosità per l’ avventura romana di Giò ha contagiato tutte le sue amiche.

-No, anzi! La nostra stanza è molto piccola, ma a me va bene lo stesso perché durante
la settimana ci devo stare solo per dormire e il venerdì pomeriggio, appena stacco
dall’ufficio, corro in stazione per il treno che mi riporta a casa mia. –

-Brindisi! Brindisi! A Giò che non vede l’ora di tornare da noi! –

Il coro di risate e il tintinnio dei brindisi con i boccali di birra copre ogni altro chiacchiericcio. Le ragazze iniziano a mangiare e continuano a scambiarsi scherzi e battute in quella che si annuncia come una serata interessante.

Mentre si alza dalla sedia per completare il brindisi, lo sguardo Giò cade su una tavolata al
lato opposto della terrazza del ristorante. Ci sono diverse coppie di giovani, alcune con bambini altre senza, a quanto pare st a n no festeggiando un compleanno. Tra loro Giò riconosce Barbara, la sorella di Valerio, il suo ex ragazzo.

-E di Roma, Giò, della città eterna cosa ci racconti? –

Paola vuole sempre sapere tutto dei luoghi, sia quelli in cui si trovano le sue amiche, sia quelli da andare a visitare. È nata in una grande città, per questo le piace sentirne parlare e poter assaporare certi ricordi.

-Roma è una città meravigliosa! Al mattino faccio a piedi il tragitto per arrivare in via
Sistina, e mi godo ogni angolo e ogni scorcio, che è ricco di storia. Cerco d’approfittare del fatto di vivere in una città mitica, anche se lavoro tutto il giorno e il venerdì pomeriggio scappo per tornare qui! –

-Brindisi! Evviva! A Giò che preferisce stare con noi! –

Ancora risate e scherzi, nell’allegra compagnia ogni scusa è buona per divertirsi. Giò allunga l’occhio per capire quando potrebbe essere il momento adatto per fare un saluto a Barbara.

Per un attimo le è sembrato che Barbara si sia accorta del suo tavolo e l’abbia riconosciuta. Purtroppo non c’è stato il tempo di scambiare uno sguardo d’intesa perché entrambe le tavolate sono state servite e hanno cominciato a mangiare.

Al momento dell’ordine dei dolci, dopo aver scelto il suo Giò approfitta per allontanarsi. Raggiunge la tavolata di Barbara dopo essersi accertata che Valerio non sia nei paraggi.

Ha proprio voglia di scambiare due chiacchiere con Barbara, una ragazza che ha sempre considerato una buona amica, nonostante il fratello.

-Ciao Babi, come va? –

-Ciao Giò, che piacere vederti! Come stai, come va la vita a Roma? –

-Osservo molto, devo imparare tante cose. Cerco di capire se è la mia strada, e mi faccio gli affari miei, come sempre . Come mai siete qui a Gàlino? –

-Oggi è il compleanno di Andrea e con gli amici abbiamo deciso di venire a festeggiare insieme. Oggi pomeriggio abbiamo organizzato una festa a casa. Ho invitato qualche amichetto e con una bella torta siamo riusciti a fare un po’ di confusione. Comunque ci siamo divertiti, anche se domani mi toccherà sgobbare per pulire dappertutto! –

Barbara si avvicina all’orecchio di Giò e sussurra:

-Senza contare di dover lavare tovaglie e tovaglioli! – Poi ricomincia con un tono più alto.

-Comunque i bambini si sono divertiti un mondo perché hanno potuto muoversi come
volevano perché la casa è a prova di pericolo. Ho tutti i rischi e dove passano loro non ci sono coltelli o vetri che si possono rompere. I detersivi e le candeggine o gli acidi li tengo fuori dalla loro portata. T ’immagini cosa potrebbe succedere se uno di loro si attacca a uno di quelle bottiglie? –

Entrambe cercano di parlare di argomenti generici e tengono da parte ogni riferimento a Valerio, alla vita di coppia o ad ogni altro motivo che potrebbe fargli perdere il feeling di
quell’incontro.

Sono sicure di aver fatto delle scelte per libera iniziativa, per conscia accettazione di come vanno le cose, per dimestichezza con la vita adulta. Tutte e due sono convinte di essere persone che sanno stare al mondo e non intendono tirare in ballo motivi che possano rovinare quella certezza.

-Le suore mi fanno incazzare perché non mi lasciano mangiare a cena quello che c’è per il pranzo. Non sarebbe un gran problema senonché in tavola, la sera, c’è sempre la stessa minestra: zuppa in brodo, prosciutto cotto e insalata scondita. Tento qualche supplica, ma mi hanno chiaramente detto che se cominciano a fare un’eccezione, poi tutte chiedono il pranzo
al posto della cena. Così non riesco a fare un pasto decente e quando arriva la domenica, ho lo stomaco talmente chiuso da non riuscire a finire neppure le tagliatelle che prepara mia mamma. Mi viene una tristezza a lasciarle nel piatto! –

-Dai che finirà presto. Tra quanto tempo sarai trasferita a Tonosa? –

-Non lo so ancora, spero tra poco, ma una data non mi l’hanno detta. E tu, invece, come
va la vita da mamma? –

Barbara si ritrae dal tavolo, ha preso il bicchiere di birra in mano e ne manda giù qualche sorso.

-Bè, ecco, le fatiche di casa non mi pesano, quello che mi manca è che non ho ancora trovato un lavoro. Le nostre finanze cominciano a risentire della mancanza del mio stipendio e le esigenze di Andrea aumentano. –

-Vedrai che troverete una soluzione, e poi dai, Andrea sta diventando grandicello sarà sempre più facile gestirlo. Avete pensato di mandarlo all’asilo? –

Barbara prende di nuovo il boccale di birra, beve un sorso e risponde.

-Andrea è bravo, a volte si isola a giocare con le costruzioni o con le macchinine e si perde nel mare della sua fantasia. Certe volte mi fermo a osservarlo e trovo fantastico il modo in cui riesce a inventare le situazioni. Non parla molto, nel senso che dice poche parole e si fa capire a gesti. Credo che se frequentasse l’asilo sarebbe più spigliato e avrebbe più stimoli a imparare a parlare. Comunque, a parte il fatto che entrambe le famiglie sono contrarie, io e Nicola non ci possiamo permettere il costo dell’asilo, a meno che non riesca a trovare un lavoro stabile. –

Giò sa che per la gran parte delle ragazze esiste il problema di un lavoro fisso. Nella zona in cui vivono non ci sono molte prospettive, eccezion fatta per la stagione estiva che però, non dà la garanzia di un’entrata sicura per più di tre o quattro mesi.

-Hai provato in qualche fabbrica fuori Nobili? –

-Oggi sono andata a un colloquio di lavoro, ho lasciato Andrea da mia suocera e sono
partita per Monterovo. Il posto si libererà al rientro dalle ferie estive, ma quel
lavoro sembra fatto a posta per me. Dovrò svegliarmi un po’ presto il mattino, lasciare
Andrea con mia suocera fino alle due del pomeriggio, ma la paga è buona e avrò il
resto della giornata per la casa. Spero proprio che il colloquio sia andato bene. –

-Dai, allora, vedrai che le cose si sistemeranno al meglio. In bocca lupo e … saluta
Valerio. – Quell’ultimo cenno è scappato di bocca più come cortesia che altro. Barbara non ci fa troppo caso.

Giò torna al suo tavolo, le altre ragazze hanno terminato il dolce da un pezzo e la stanno
aspettando. La sua chiacchierata si è prolungata oltre il tempo! Barbara, invece, torna alla conversazione con i suoi amici. Le ha fatto piacere scambiar e due parole con Giò, l’ha sempre ritenuta una brava ragazza e le è dispiaciuto che il fratello non sia riuscito a tenersela vicino.

Il fatto che abbia studiato e sia impegnata in una carriera lavorativa diversa dalla sua non le crea imbarazzo né invidia.

Barbara, in fondo, è convinta di avere una certa dimestichezza con le cose della vita e accetta i fatti per come sono. È questo che la rende forte e sarà uno dei suoi punti di forza per non soffrire troppo. Perché una volta diventata adulta, conoscerà la verità su quella che ha sempre considerato una sua libera scelta.

Dovrà imparare a distinguere tra ciò che preferisce per conoscenza delle alternative e ciò che è decisione dettata dalla mancanza di possibilità. La differenza tra ciò che è il vero volere e ciò che è velatamente imposto di volere.

CAPITOLO QUINDICESIMO – VITA A ROMA

Giò entra nell’ufficio della Suor Madre Superiora in punta di piedi, non vuole importunare né trovarsi in difficoltà per un comportamento troppo irruento. Deve chiedere un favore, la concessione d’ allungamento dell’orario di rientro serale per il mercoledì successivo, e non vuole fallire. Ha già preso i biglietti per il concerto di Eric Clapton e non deve lasciarsi sfuggire questa possibilità di assistere a tutta la sua performance all’Eur.

Aveva già chiesto una dilazione dell’orario di rientro in occasione della partita di basket che è andata a vedere con Matteo ed era andata bene. Poi le altre ragazze del pensionato l’avevano ringraziata per aver avuto qualche ora in più a disposizione per godersi la vita notturna romana.

-Signorina, purtroppo lasciare le porte aperte fino all’una di notte, è impossibile; abbiamo già fatto uno strappo alle regole quando le abbiamo concesso di rientrare alle 23.00 in un’altra occasione, ma per questa volta non se ne parla. –

Giò osserva il volto e l’espressione della Suor Madre Superiore e capisce che è inutile insistere. Quanto alla magnanima concessione d’orario cui ha fatto riferimento, non si sente proprio di considerarla uno strappo tanto doloroso!

Giò cerca di non farsi scombussolare troppo da quelle mancate concessioni. Ancora le roga quella dell’impossibilità di invertire pranzo e cena in modo da avere almeno un pasto decente durante il giorno. Durante la breve pausa pranzo in ufficio, non riuscendo a rientrare in pensionato, Giò è costretta a mangiare uno spuntino nei bar vicino alla sede.

Le sue colleghe, poi, che di sera possono contare sulla cena casalinga, a mezzogiorno sono tutte a dieta e in loro compagnia Giò si trova spesso davanti a una semplice insalata. Saltare un pasto o farne uno leggero non è un problema, ma nel lungo periodo quella situazione sta diventando pesante.

La grande fortuna di Giò in quell’avventura romana è e resta la famiglia di Matteo.

-Pronto? Ciao zia Patrizia, sono Giò, chiamo dal pensionato. Per mercoledì sera non
c’è verso d’avere uno spostamento dell’orario di rientro per cui se voglio andare al
concerto con Matteo, ho bisogno di restare a dormire da voi. Che ne dici? –

-Mercoledì hai detto? C redo che non ci siano problemi, fammi pensare … sì, ok, Sara
resterà dalle amiche a studiare per cui avrai il suo letto a disposizione. –

-Grazie mille! Come farò a sdebitarmi con voi? –

-Non ti preoccupare, sai che Matteo ha piacere di passare qualche serata di svago in
compagnia. –

-Grazie, grazie ancora! Senti, ti volevo chiedere un consiglio, dato che non ho ancora risolto il
problema dei pasti con le suore e le colleghe a mezzogiorno mi portano a mangiare mini sandwich o insalate insipide, come faccio per mangiare un pranzo decente nella mezz’oretta
che ho a disposizione? –

-Giò, sei in pieno centro a Roma, se ti guardi un pochino attorno, scoprirai che ci sono tanti bar o trattorie che servono dei primi veloci anche a pranzo! –

Semplice, no?

Patrizia chiude la conversazione dopo aver ricevuto l’ennesimo ringraziamento da parte di Giò. Da quando quella ragazza è entrata nella loro vita si sono aperte le porte a una ventata di novità. E a una maggiore serenità, soprattutto con i suoi figli.

Senza suo marito, morto dopo una tremenda malattia che se l’è portato via alla soglia dei sessant’anni, Patrizia ha volutamente chiuso gli occhi di fronte alla realtà di quello che stava vivendo e del futuro che l’aspettava. Nel momento in cui giunse la parola fine, si gettò a capofitto nel lavoro tentando in ogni modo di scacciare i vuoti e la solitudine che sentiva dentro.

È andato tutto bene, o almeno lei è riuscita egregiamente a superare l’emergenza della disgrazia.

Tuttavia, trascorso un anno dalla tragedia, il cordoglio e la compassione dimostrati nei primi mesi senza Carlo sono scomparsi per lasciare il posto a un sentimento che in certi momenti si trasforma in vera e propria ostilità.

A un dato momento si è innescato una sorta di gioco delle parti che ha avuto un crescendo a dir poco farsesco. Gli avvenimenti che la coinvolgono nel rapporto con gli uomini si stanno sconvolgendo fino quasi a travolgerla e il mondo apparso fino ad allora con un volto ben preciso, sembra essersi capovolto.

Eppure frequenta sempre le stesse le persone: il portiere del palazzo, il barman del cappuccino mattutino, il direttore della banca, il commesso, il rappresentante, l’insegnante di suo figlio, il maestro di yoga … improvvisamente tutti quegli uomini sono diventati dei mostri pronti all’attacco.

Avversari da cui si deve difendere come se fosse una preda in balia degli squali. Districarsi nella dura lotta per tirare avanti la famiglia e difendersi dagli assalti talvolta ironici o brutali del mondo maschile, è diventata un’impresa ardua.

L’arrivo di Giò ha ristabilito un certo equilibrio, ha fatto sì che la situazione diventasse più leggera e, se non altro, ha contribuito a dare un po’ di svago ai suoi figli.

Dopo che Giò si è sistemata al pensionato di suore le giornate di Patrizia hanno assunto un andamento regolare, sia al lavoro sia a casa. Il passaggio dell’ospite, nonostante si sia protratto ben oltre la settimana che avevano messo in conto, non ha causato i temuti scossoni a Matteo. Giò è tornata a casa di Patrizia numerose altre volte e quel mercoledì di fine luglio millenovecento ottantatré sarà una delle tante.

-Ti giuro Patrizia, è una scena che ho visto più di una volta: una sta sopra l’orologio con tre o quattro cartellini in mano, per timbrarli appena scatta l’ora giusta, una tiene l’ascensore occupato e una raccoglie le borse! –

-Tutte organizzate per essere pronte all’uscita! –

Davanti a una tazza di caffè, dopo la solita deliziosa cena e prima di andare al concerto, Patrizia e Giò scambiano due chiacchiere.

Patrizia è perplessa riguardo a quei racconti che fa Giò. Sono episodi visti con l’ottica ingenua di una ragazza di vent’anni e, sicuramente, nella realtà sono meno grotteschi di come li sta descrivendo lei.

-So bene quello che succede negli uffici del centro città, le mie clienti mi raccontano dello stress degli orari degli autobus, che non sono mai rispettati, dei pienoni di persone alle fermate e di tutti quegli intoppi che le fanno arrivare tardi a casa! –

-Sì però, dai, certe scene sono proprio fantozziane! –

-Eh, ma bisogna mettersi nei loro panni. Mica è facile far combinare gli orari di tutti! È una lotta quotidiana fatta di corse e d’impazzimenti. Pensa che alcune di loro mi raccontano che diventano isteriche se solo qualcuno gli si avvicina troppo sul tram, specialmente se hanno borse, ombrelli e altri accidenti per le mani! Sanno che gli potrebbero rompere i collant e il solo pensiero di star fuori un giorno intero con le calze rotte le farebbe impazzire! –

Giò può solo ridere di una battuta del genere. Lei è giovane e sportiva, difficilmente può immedesimarsi nella realtà delle donne che vivono nella grande città.

-E invece con i colleghi come va? –

-È tutto abbastanza tranquillo, cioè, veramente è una noia stare in quegli uffici! –

-Dai che qualche mese passa in fretta e quando sarai definitivamente a casa,
dimenticherai questi momenti e ti resteranno solo i ricordi positivi. –

-Lo spero proprio e, comunque, il capo ufficio con cui sono adesso è abbastanza simpatico.Non stressa più di tanto forse perché è cosciente di avermi lì ancora per poco, per cui non spreca energie con me! Ogni tanto scambiamo due chiacchiere, ma non riesco a capire bene le sue battute e allora me ne sto zitta senza cercare altre spiegazioni. –

Patrizia sa che c’è tanta ipocrisia che aleggia nelle stanze di certi uffici, riguardo soprattutto alla situazione delle donne. È sicura che quelle chiacchiere non comprese da Giò siano dei sottintesi tipici degli atteggiamenti maschili.

Senz’altro Giò è all’oscuro delle intenzioni di certi marpioni e la sua giovane età le consente di essere abbastanza impermeabile a quella malizia. Sicuramente non corre il rischio di trovarsi in situazioni pericolose, tuttavia Patrizia non può trattenersi dal metterla in guardia nei confronti dei suoi superiori al lavoro.

-Molti uomini, Giò, vedono la donna come un avversario e cercano in ogni modo di imporre una sudditanza per non rischiare di essere superati. Non ci sono delle precise norme che regolano i rapporti tra i dipendenti negli uffici prima che scatti un’accusa di molestie. Però tu non devi lasciarti trascinare nel loro modo di vedere il mondo, perché sarebbe fuorviante. Gli uomini non si rendono conto della fatica che deve fare una donna per affermarsi, e non si schierano mai dalla tua parte. Poi nel privato non vogliono neanche ammettere che sono le vere colonne della loro vita! –

Patrizia sta riversando alcune delle sue riflessioni sull’universo maschile in quella chiacchierata con Giò. Forse lei è troppo giovane perché capisca come va il mondo.

Patrizia si sente vecchia e stanca, probabilmente perché sta vivendo un momento particolare in cui l’uomo, nel suo genere maschile, sta diventando una sorta di nemico. Comunque sia si rende conto di aver messo un accento troppo forte su certe considerazioni. È vero che Giò ha una freschezza tale nell’affrontare quegli argomenti, da rendere poco impegnativo anche un discorso sui battibecchi e le invidie sul lavoro! Comunque sia è meglio non calcare troppo la mano.

-Giò, sei troppo giovane per affrontare certi discorsi, pensa solo a non esporti troppo e vedrai che il tempo passerà in fretta! –

Patrizia capisce bene quando è il momento di chiudere con certe discussioni. Per di più non vuole cadere nel patetico delle sue constatazioni recenti. Non si può influenzare la vita dei giovani portando ad esempio i propri casi personali. Giò sta vivendo la sua prima esperienza lavorativa e non è il caso di spaventarla insistendo troppo su come la vita di una donna sia una vera e propria corsa ad ostacoli.

-Ciao Matteo, tutto OK? –

Il figlio di Patrizia si è affacciato alla soglia della cucina e Giò gli va incontro alzandosi dalla sedia. L’ora di recarsi al concerto è arrivata e se non vogliono far tardi e trovarsi invischiati nella fila di gente all’ingresso, è meglio che si spicciano.

CAPITOLO SEDICESIMO – IL TRASFERIMENTO

Il giorno successivo al concerto, dopo un rientro a dir poco rocambolesco e le poche ore
dormite a casa di Matteo, Giò si trova di fronte a un’altra delle solite disperate giornate lavorative .

All’ufficio cambiali almeno era riuscita a fare qualcosa, ma gli altri passaggi negli uffici sono stati un vero disastro. Adesso si trova all’economato dove si prospetta la possibilità d’imparare alcune cose sui calcoli riguardanti la solidità finanziaria delle aziende.

Un impiegato, che si sta laureando in economia e commercio, le ha insegnato come trarre le informazioni utili a comprendere la reale consistenza di un’azienda dall’esame dei bilanci.

Il signor Gazzi le ha anche spiegato che l’avanzamento di livello dopo il conseguimento della laurea non sarà molto gratificante. e che, in ogni caso, non potrà sperare di trovare un lavoro altrettanto remunerativo al di fuori della banca.

Dopo anni passati a lavorare su un particolare settore e su determinate pratiche, l’esperienza maturata non sarà sufficiente a garantire l’accesso a un lavoro meglio retribuito al di fuori della banca.

Questo accade perché l’organizzazione interna degli istituti di credito non permette di fare un’esperienza complessiva nel settore finanziario di cui ci si occupa. Le mansioni sono limitate al proprio ufficio e ciò preclude l’accesso a uno spettro più ampio di competenze. Edificante!

Gli ultimi passi nei meandri della burocrazia bancaria di Roma, Giò li fa presso l’ufficio agrario, uguale a quello in cui prenderà sede fissa una volta trasferita a Tonosa. È quello in cui s’istruiscono le pratiche di mutui e prestiti che arrivano dagli sportelli delle Casse di Risparmio. La sua banca non lavora sui mutui fondiari.

Dopo quattro mesi e mezzo di permanenza a Roma, ai primi d’agosto millenovecento ottantatré Giò si trasferisce all’ufficio di Tonosa e può tornare a vivere con la sua famiglia e le sue amicizie.

Oltre a ritrovare ambiente familiare, per Giò è un sollievo vivere quelle giornate di caldo estivo in riva al mare anziché nella grande e soffocante città.

Per quanto sia impegnativo fare avanti e in dietro per i settantacinque chilometri che separano Nobili da Tonosa, Giò riesce a districarsi bene e trova anche il tempo per godersi gli ultimi scampoli della frizzante stagione estiva.

Pochi giorni dopo ferragosto va a trovarla Rossana, la ragazza con cui ha stretto amicizia nei corridoi degli uffici di Roma. Dopo aver chiuso il contratto a termine per il periodo di sostituzione di una maternità, è stata licenziata.

Pochi giorni dopo, su richiesta del nuovo Presidente, si è aperta la porta per l’assunzione di una segretaria proprio per il nuovo dirigente. Così ora verrà assunta di nuovo e in pianta stabile. Per una volta, almeno per come l’aveva saputa Giò, le raccomandazioni sono finite col farsi fottere per lasciare spazio a chi merita. E le capacità di Rossana l’hanno immediatamente proposta per quel ruolo.

Il legame con Rossana, nato per la sottile empatia dovuta a una sottintesa complicità, si sta tramutando in una vera e propria amicizia. L’occasione di quell’incontro estivo è buona per approfondire la conoscenza.

-Sai Giò, ricomincerò a lavorare all’Istituto già dai primi di settembre. –

-Davvero? –

-Sì, il nuovo Presidente ha fretta di avere una segretaria e non vede l’ora che sia affidato l’incarico. C’è un po’ di attrito tra Presidente e Direttore, sembra che si cerchino tutti i modi per ostacolarlo o, perlomeno, per rendergli la vita meno comoda. –

-E perché? Forse dopo tutti quegli anni passati senza avere il Presidente si erano abituati a non avere intrusioni? Chissà che aria strana si respira i quegli uffici! –

-Non me lo dire! Alla fine di luglio già si sapeva che avrebbero dovuto assumere questa segretaria, però non si è scatenata nessuna lotta né è stato indetto un concorso per quel posto.
Anzi, hanno subito avanzato la mia candidatura, come a dire che una in sostituzione
di maternità sarebbe stata più che sufficiente a coprire quel ruolo. C’è un po’ di smania nel voler accantonare ogni sua esigenza e non saprei dire se è una questione di potere o di gelosia. Tu, invece, come te la passi al nuovo ufficio? –

-Abbastanza bene, dai, ho finalmente cominciato a conoscere come sarà il mio vero lavoro d’impiegata in banca. –

Le chiacchierate a ruota libera sulla terrazza dell’hotel gestito dai genitori di Giò, le uscite con le amiche della pallavolo e con la sorella, rendono quei giorni di vacanza in riva all’Adriatico allegri e spensierati.

Il mese di agosto trascorre velocemente e le vacanze diventano un ricordo. Giò ha un bel bagaglio d’informazioni e tra esse deve imparare a selezionare quelle che sono utili a inserirsi nel nuovo ambiente. Nel nuovo ufficio di Tonosa deve abituarsi a una realtà molto diversa da quella di Roma, l’ambiente è più piccolo e il lavoro è strettamente legato alla materia dell’estimo agrario.

I primi tempi le affidano pochi compiti e le dicono che per farsi un’idea sulle pratiche e le aziende di cui si occupa l’ufficio deve sistemare gli archivi. In teoria avrebbe potuto essere
un lavoro noioso e poco gratificante. In realtà spulciando in quegli enormi faldoni che le sottopongono quasi con dispetto, Giò fa la conoscenza delle diverse aziende del settore agrario che lavorano con quella banca.

Cerca di applicare le formule imparate dall’impiegato di Roma appassionato di calcoli economici, il dottor Gazzi. Costruisce dei grafici sui bilanci delle aziende in modo che si possa r avere immediatamente sott’occhio la consistenza finanziaria.

Quest’impegno naturalmente non è valorizzato, ma a Giò non importa e continua il suo lavoro prestando attenzione a ogni polvere che si muove. Ancora non è avvezza al mondo degli adulti e cerca di comportarsi indifferentemente con tutti, senza fare distinzioni di livello lavorativo.

Alla sede regionale di Tonosa ci sono tre impiegati più una segretaria e regna una certa armonia. Giò non vuole che il suo arrivo possa evidenziare delle scale nei ruoli.

Nell’ambito del lavoro deve imparare a destreggiarsi nel labirinto dei prestiti elargiti e di quelli che, invece, restano da dare. Anche se a lei affidano le pratiche più semplici, quelle il cui ammontare non supera i cinquanta milioni di lire, presta attenzione alle grandi aziende e al credito che gli viene concesso. In lei comincia a farsi strada l’ipotesi di un lavoro futuro. Indipendente.

L’estate trascorre senza notevoli cambiamenti nel ritmo di lavoro. Giò partecipa a qualche riunione negli uffici fuori regione e in quell’occasione i colleghi aprono le porte alla presenza delle segretarie. Infatti, per non lasciare che Giò sia l’unica donna presente, fanno partecipare
anche la segretaria degli uffici regionali che li ospita.

Donne.

Una domenica pomeriggio di metà settembre, quando ancora i bollori dell’estate devono
sopirsi, Giò e le sue amiche vanno a Nobili per assistere a una partita di basket di alcuni loro amici.

Prima di entrare nel palazzetto dello sport si fermano al bar del quartiere. Una compagnia di giovani ragazze si fa sempre notare, se poi sono prestanti e sportive ancora di più. Si siedono sui divanetti di fianco al flipper mentre Paola ordina la birra per tutte.

Attorno a loro bighellonano compagnie di altri ragazzi, alcune dall’aspetto quantomeno trasandato, per non indagare oltre. Fra loro ci sono gli immancabili frequentatori del bar che passano interi pomeriggi a giocare a carte.

In mezzo alle ragazze che si alternano attorno ai tavolini, Giò riconosce Susy, la sorella di Nicola, marito di Barbara.

Giò continua a chiacchierare con le sue amiche ostentando indifferenza verso le altre persone nel bar. Non crede che Susy la conosca e neanche che possa riconoscerla in quel frangente. Sembra tutta presa dal gruppo di amici e in particolare da Luca, che Giò riconosce come il migliore amico di Valerio.

Luca, al contrario di Susy, non la caga per niente e dedica tutte le attenzioni alle sue carte e al suo bere.

-Ti levi di torno, per favore! – urla improvvisamente uno dei quattro seduti al tavolo dove si gioca.

-Ehi, chi ti credi di essere, porto solo da bere! – risponde Susy cercando di rintuzzare la violenza verbale con cui è stata aggredita.

-Già, poi sbirci le carte e fai la spia al tuo Luca! –

-Vaffanculo! –

Gli ribatte Susy con veemenza, ma nonostante sia riuscita a rispondere a tono, non riesce a schivare il calcio che il ragazzo le rifila sul sedere mentre si sta allontanando.

La risata sonora che echeggia per tutto il bar, e anche tra i denti di Luca, mette fine a quell’episodio. Susy si ritira in un angolo, visibilmente contrariata per essere stata l’oggetto di quello scherno. I suoi occhi tornano a guardare Luca con la stessa venerazione di prima. Nessuno alza un dito per difenderla.

Giò e le sue amiche si sono ammutolite, dopo quella smargiassata e non vedono l’ora di lasciare il locale. Non hanno nessuna intenzione di mettersi a litigare con quel gruppo di sbandati e
neppure vogliono cercare di dare un esempio di comportamento morale. Non riuscirebbero comunque a cancellare l’impronta del sopruso che quella ragazza ha subito. Quanto a Susy, è già tornata a fare le smorfie al suo Luca.

-Che schifo, avete visto che compagnia di merda? – sbotta Vania appena escono dal bar.

-Io non le capisco proprio certe ragazze, stanno lì a farsi prendere per il culo e non fanno
niente per smerdare qualcuno di quei perditempo! –

Paola conosce quel tipo di ragazza, una andava a scuola con lei. Aveva un padre violento, sia con la madre sia con i figli e lei aveva imparato una muta sottomissione. Non è piacevole constatare che certe persone non riescono a uscire dal vincolo di violenza, neppure con gli amici.

Tra Giò e le sue amiche nasce un’animata discussione sui tanti e troppi i modi in cui il mondo maschile perpetra la violenza sulle donne.

Paola fa l’esempio della prepotenza dei compagni nell’età infantile, poi bulli nell’adolescenza, per arrivare agli esibizionisti, ai maniaci e a quelli che sfruttano ogni occasione per mettere le mani addosso. E così via di seguito, con gli amici stronzi, i fidanzati gelosi, i datori di lavoro bavosi e i prepotenti che non trattengono le botte.

-Meglio non pensarci troppo se no odiamo anche i nostri amici maschi! Andiamo a goderci la partita! –

Ogni mattina Giò si alza prestissimo per prendere il treno che la porta a Tonosa. La piccola stazione di Nobili, che è anche quella che serve gli abitanti di Gàlino, ha un suo via vai giornaliero che raramente porta delle novità sorprendenti.

Diversamente da quanto succede nella stazione della città.

Giò cammina sempre a testa alta, segue la sua strada e non da confidenza a nessuno. Ovviamente nota i pendolari che percorrono la stessa tratta, ma non riesce a identificare qualcuno con cui possa scambiare delle chiacchiere.

Un venerdì di metà ottobre millenovecento ottantatré Giò è sul marciapiede del binario quattro in attesa che parta il suo treno. È un locale che farà tutte le fermate e partirà dalla stazione di Tonosa, quindi non ci saranno ritardi, almeno in partenza.

Giò sta finendo la sigaretta che si è accesa dopo aver mangiato in fretta un panino. L’orario di uscita del venerdì è anticipato rispetto agli altri giorni e Giò già pregusta il resto del pomeriggio e il fine settimana di libertà dal lavoro.

Il capotreno fischia con decisione, l’altoparlante ha annunciato da un pezzo l’imminente partenza del treno, ma c’è sempre chi sale all’ultimo momento.

Giò è colta di sorpresa, schiaccia a terra il mozzicone rimastole in mano e corre velocemente verso lo sportello del treno. Un controllore la vede in affanno e le urla:

-Ehi, ragazzo, pensi di salire al volo? –

Giò capisce che sta parlando con lei e si gira di scatto mentre sale di corsa sul vagone chiudendosi dietro lo sportello. Il controllore richiude il suo sportello e sparisce nella
carrozza da cui si è sporto.

Avrà capito dal suo sguardo con chi avesse a che fare: una donna, non un uomo!

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – SACRIFICI FAMIGLIARI

-Le giuro professoressa, quel controllore mi ha proprio chiamato così: ehi ragazzo! –
Maria Fraboschi ascolta mentre Giò si sfoga.

-Ma dai, sarà stato l’abbigliamento casual e la sigaretta gettata via di corsa che ha fuorviato
il funzionario delle ferrovie e gli ha fatto fare quello scambio di personalità. Quando ti ha visto in faccia ha capito di essersi sbagliato. –

-Non mi sembra una giustificazione sufficiente! Le apparenze e il modo in cui ci si comporta non devono essere un metro di giudizio. Che poi si arrivi a essere scambiati per una persona diversa, addirittura nel sesso, mi lascia molto perplessa! –

Beata innocenza, pensa Maria, le toccherà scontare a caro prezzo questa convinzione di voler cancellare i luoghi comuni delle differenze tra uomini e donne!

Dopo un’altra estate trascorsa tra alti e bassi nelle sue vicende famigliari, per Maria è cominciato un altro anno scolastico e in quell’uggioso sabato di fine settembre
millenovecento ottantatré, è di nuovo alle prese con i tentativi di trovare una ragione al crollo
della sua vita.

Paolo non è ancora uscito di casa e il ménage tra loro due si è trasformato in una lotta per prevalere uno sull’altra, senza esclusione di colpi. Purtroppo la parola fine è ancora lontana da venire e, fintanto che non si decidono ad affrontare seriamente la situazione, è inutile tentare di avvicinare l’epilogo.

Quel sabato mattina, suo giorno libero come sempre da quando insegna, si sarebbe aspettata di tutto meno che la comparsa di Giò. Ha suonato al suo campanello proprio mentre stava preparando il solito bagno.

Trovarsi immersa in una discussione sulla condizione della donna, poi, è quasi bizzarro!

Ti sarai sentita disorientata, una bella ragazza come te apostrofata in quel modo! Comunque quando l’hai guardato negli occhi s’è accorto dell’errore? –

-Ah, non lo so, s’è infilato nel vagone! –

Maria ascolta gli altri racconti che le fa Giò e uno in particolare cattura la sua attenzione.
L’episodio di violenza nel bar di Giorgio, quello in cui è rimasta coinvolta una ragazza che probabilmente anche lei conosce.

Le parole corrono veloci e Giò le sta già raccontando la confidenza di Paola riguardo a una ragazza il cui padre è violento in famiglia. Maria deve raccogliere ogni forza in suo possesso per continuare a seguirla. In quei giorni sta vivendo dei momenti terribili e si sta curando una nuova ferita interiore provocata dall’ennesima sopraffazione fisica di Paolo.

Le analogie con ciò che le sta raccontando Giò non devono portare a nessuna condivisione. L’evoluzione drammatica che sta vivendo il suo matrimonio deve restare nell’intimità dei suoi pensieri e non può permettersi di condividerlo con nessuno, men che meno con Giò.

Le dispiace mostrarsi distaccata o poco interessa, ma non può fare a meno di assistere in maniera passiva allo sfogo di quella chiacchierata. In cuor suo non vede l’ora di poter star sola con i suoi pensieri.

-Prof mi dispiace di non essere riuscita a venire a trovarla con la mia amica di Roma ma Rossana è stata da me solo pochi giorni e in estate lo sa, le ore corrono via veloci! –

Giò si è accorta della distrazione della sua ex professoressa e crede che possa essere offesa per per la sua dimenticanza. Maria invece si alza dalla sedia e risponde affabile alla sua ex alunna. È venuto il momento di congedarsi e quel cambio di discorso le dà lo spunto giusto.

-Non ti preoccupare, l’importante è che adesso siate sistemate tutte e due, lei con il nuovo
incarico e tu con il trasferimento alla sede regionale. –

Maria saluta la sua ospite dopo averla accompagnata alla porta. È venuto il momento d’immergersi nel suo rituale di bagno caldo.

Il pensiero torna al racconto sull’episodio accaduto al bar di Giorgio. Maria ricorda che Valerio le aveva parlato di Susy e di come quella ragazzina si lasciava sopraffare dal gruppo e dalla prepotenza degli amici.

Quando ne avevano parlato, Valerio le aveva raccontato che Susy ha una cotta per Luca, l’amico di Valerio, e che per questo si lascia dire e fare qualsiasi cosa pur di stare assieme alla sua compagnia. In quella discussione erano stati d’accordo, lei e Valerio, sul fatto che è molto difficile inserirsi nelle dinamiche di certe compagnie per modificarne i comportamenti.

Ai tempi della sua gioventù la condivisione della vita di gruppo tra i coetanei aveva tutto un altro sapore. Ma forse era perché lei frequentava degli amici che non avevano nulla a che spartire con i ragazzi di certe compagnie da bar!

Se lo ricorda bene quel week end a casa di Francesco, quando lei e Paolo avevano abbandonato il resto del gruppo e si erano dati alla fuga. Quanto si era divertita! Lei e Paolo soli. Il luogo, il tempo, lo spazio, tutto solo per loro.

Era bastato cedere alle insistenze di Paolo, far finta di non avere alcun impegno e di non dover rendere conto a nessuno. Non doveva esistere nulla al di fuori dei loro corpi, nulla al di fuori d i quello che facevano loro due.

Poi, quando si era svegliata il lunedì mattina, fu il giorno più terribile che Maria ha vissuto.

Perché dopo la sbornia dei sensi viene la coscienza di quello che si è combinato per essersi approfittati della propria libertà.

E i giorni successivi furono un susseguirsi di scontri emotivi interiori: da una parte la quotidianità che la riportava con i piedi per terra e dall’altra il continuo confronto su quello che s’era innescato in quel fine di settimana.

All’inizio, dopo lo choc di quel primo lunedì, tentò di cancellare con un colpo di spugna sulla memoria tutto quello che era successo in quel benedetto o maledetto week end. Ma dopo solo ventiquattr’ore dall’inizio di quel tentativo, cominciò a sentire l’angoscia della perdita.

E sapeva di cosa si sentiva privata. Le mancava lui, i suoi occhi, la sua bocca e il suo profumo.
Aveva più equilibrio terreno, e sapeva che allontanare il pensiero di Paolo faceva crescere il
suo vivere civile.

Però le mancava. Le mancava quando non lo cercava per la strada, le mancava quando cancellava il ricordo nel cervello, le mancava quando temeva di non realizzare certi sogni.

Il danno ormai era stato fatto, dentro il suo vivere s’era insinuata quella nuova storia, quell’improvviso amore. E lei non poteva far altro che accettare quella nuova
situazione. Ma, soprattutto, doveva rendersi conto che non sarebbe più potuto sfuggirle.

Nei giorni seguenti ebbe inizio la strana elaborazione, una sorta di resa dei conti su come doveva continuare la loro storia. Perché ormai era decisa a costruire con metodo il tempio di vita che doveva contenere il loro amore.

Il sangue si sta gelando, che siano i ricordi? No. È l’acqua della vasca che si sta
raffreddando. Dio mio, ma da quanto tempo è immersa là dentro?

Certo la similitudine tra il bagno caldo e la condizione che ha vissuto nei primi due anni con
Paolo è abbastanza calzante. Dapprima una passione bollente, come l’acqua fatta scorrere dal
rubinetto, poi la fusione per stemperare con docce di freddo realismo, l’acqua fresca che ha
aggiunto, e infine il gelo addosso per l’ingresso in una famiglia non sua.

Ecco il primo sacrificio che ha gaudentemente vissuto senza far pesare il benché minimo disagio a Paolo. Maria si è sobbarcata il peso psicologico di avere una famiglia allargata prima ancora di averne una sua.

Certo, suo figlio è un ragazzo delizioso, e con ciò non vuol credere che avrebbe rinunciato a fare certe scelte se fosse stato antipatico.

Il punto è che, comunque, una volta stabiliti i limiti e le grandezze del tempio amore e di chi e come ci sarebbe entrato, la gestione del menage se l’è ciucciata tutta lei.

Comodo trovare gli appuntamenti preparati per portare il figlio con loro; facile trovare la festa di compleanno organizzata come una mamma non potrebbe fare meglio; decisivo sentire il sostegno incondizionato alle sue visite all’ex moglie; preponderante lo spazio riservato al suo adagiarsi su una grande famiglia come se fosse un harem adorante.

Maria aveva fatto tutto senza mai un cenno di cedimento, senza mai lamentarsi di niente, senza lasciar trapelare il benché minimo disagio. Vero anche che per lei quel disagio era minimo, ma questo dovrebbe vergognarsi di ammetterlo, anche solo con se stessa. E poi ciò non toglie nulla al merito di esserci riuscita alla perfezione!

Decide d i berci su e, dopo essere uscita dal bagno, si prepara un’ottima tazza di tè. È una di quelle bevande che maggiormente scolpisce i suoi momenti di riflessione. Ma adesso non è il tempo di riflettere, è il momento della ricostruzione fedele per prendere delle decisioni importanti.

Allora perché non mettere sul piatto le litigate sui corsi di aggiornamento? Anche quelle erano
state messe sulla bilancia dell’organizzazione di famiglia, per chi capire chi doveva rinunciare a cosa, mentre le uscite di Paolo con tanto di cena dopo lavoro sono state considerate intoccabili. Erano, egoisticamente parlando in suo favore, necessarie allo sviluppo del loro tenore di vita.

Si sta dicendo un mucchio di stronzate e anche in maniera disordinata.

Eh, certo! Che bisogno ha lei di ripetere le sue ragioni con se stessa?
Invece dovrebbe sputarle in faccia a Paolo assieme a tutte le rinunce cui bene o male l’ha costretta, mentre delle sue non se n’è vista neppure l’ombra! E ora ha il coraggio di dirle che non è più all’altezza, che essere legata alla famiglia fa di lei una persona poco moderna, abbarbicata a un modello che deve essere abbandonato alla deriva delle sue vele.

Eggià! Per lui che non ha costruito un bel niente è facile parlare di abbandono.

Per lei, invece, lei che ci ha messo il sangue in quella famiglia, lei che l’ha cresciuta, lei che ha
rinunciato a una maggiore realizzazione nell’ambito del lavoro, lei che ha curato tutti gli
aspetti (persino quelli più scomodi) della loro facciata di famiglia modello, lei che ha
appianato tutti gli ostacoli, lei che si è , modestamente, fatto un culo così. Ecco, lei adesso
non se la sente di mollare quel modello perché sono diverse le situazioni esterne o solo perché sono cresciuti i figli.

Lei ci ha creduto davvero nella famiglia, e non solo perché facesse comodo o permettesse di avere un tenore di vita migliore.

Maria non se la sente, adesso, di vivere come una coppia aperta. Adesso che è stata costretta a chiudersi dentro la vita di coppia e di famiglia, secondo Paolo dovrebbe rinunciare a tutto per vivere una fantastica vita di opportunità. Per lei sarebbe solo una rinuncia.

E certo che per Paolo non lo è. Cosa ha sacrificato, lui, per permettere a Piero di seguire il suo sport preferito? Quante cene ha saltato per studiare con Marta? Quante promozioni ha dovuto rifiutare per non poter fare straordinari in ufficio? Quante cene ha cucinato per allargare le loro conoscenze?
Quanto, quanto, quanto. Lui, quanto ha sacrificato di suo per avere qualcosa da mettere nella loro famiglia?

CAPITOLO DICIOTTESIMO – EPISODIO DUE

Susy è su tutte le furie, l’hanno inculata come una gallina tonta, ha creduto di bere birra o qualcosa di poco alcolico, invece chissà cosa le hanno messo nel bicchiere!

La serata è proprio cominciata male, con quella urlata di Paci e quei reciproci vaffanculo; forse se lo doveva aspettare da quei quattro alle prese con le carte, incluso Luca.

È un venerdì sera di fine settembre millenovecento ottantatré e Susy si rassegna decidendo che certi episodi bisogna cercare di metterseli alle spalle altrimenti non si va avanti.

Luca tarda, come sempre, e per dimostrare di essersi dimenticata di quello che è successo nel
tardo pomeriggio, Susy cerca di stare su di giri senza dare a vedere d’essere scocciata per la sua assenza.

Tutti devono sapere che non gliene frega un cazzo di niente e che può fare quello che le pare. Passa dalle ginocchia di uno a quelle di un altro, assaggiando nei loro bicchieri.

La Tati, che è su di giri anche lei, propone una gara a chi resiste di più a bere. L’hanno fatto tante volte, con la birra, e Susy non subodora l’inganno, mettendosi subito in fila. Invece dovrebbe sospettare perché la Tati, purtroppo per lei, ha sempre un secondo fine. Comunque Susy dimostra a tutti di reggere bene, che sia birra sia qualsiasi altra diavoleria, finché al momento della quarta bevuta, arriva Luca, e lì capisce che non può farcela ad andare avanti. Troppo tardi, però, la serata è persa.

Un altro venerdì sera sprecato. L’autunno e la stagione fredda incombono e Susy si rende conto di buttare via il tempo lasciandosi fregare con delle colossali sbornie.

Il sabato mattina, quando si alza con la testa pesante e le ossa rotte, giura che saprà rifarsi presto e non si lascerà incastrare al bar con i soliti stronzi.

Ecco lo scenario del sabato sera, atto primo, tutti presenti: Susy , Iro, Paci, Candiotti, Moni e Naso.
Manca qualcuno? Manca qualcuno! Eccola là, la Rosi.
Si avvicina con passo deciso e ondeggiante , porta i tacchi misura dodici e jeans attillati. La serata si annuncia interessante.

-Ci siamo banda? – irrompe Paci.

-La pianti di toccare Paci, smettila e tira via la mano dal mio culo. – Urla la Moni mentre corre lontano dall’amico.

-Ehi calma, non scaldiamoci troppo. – Suggerisce Candiotti cercando di fare i conti su quanti dovranno salire in auto. Certe anime accese bisogna evitare di metterle troppo vicino!

In teoria sono una compagnia unita, ma poi ognuno fa assolo da sé, tra acuti alti e bassi profondi; è mai possibile che riescano a essere solo una generazione di eccessi?

Questa sera Susy se la sente addosso, che c’è voglia di fare qualcosa di grande, ancora non sa cos’è, ma è sicura che esploderà. Si capisce da come Naso guarda la Rosi, da come tutti smaniano per partire e da come Iro gira lo sguardo in cerca di Luca, che non si vede;
Susy, stasera, se lo deve dimenticare.

-Ahó, poche pugnette! Dove si va? – Smania Iro staccandosi dal flipper e raggiungendo gli
amici.
La gina dal banco (gina si scrive piccolo perché la gina del bar è un nome comune):

-Perché non andate da Verio , lì sì che … –

Il resto della frase si perde , nessuno la sta cagando, ancora non ha capito il loro genere. Ma fra quelli che non capiscono un cazzo lei è forse la più innocente. Paci, invece, lui insiste con la Villa. Costa troppo!

-Sì, ma se passiamo in Tana può darsi che troviamo Sorry che ci rimedia qualche ingresso alla villa. –
La Tana è il discobar dove non si paga l’ingresso , ma se becchi la cameriera stronza ti fa sborsare qualcosa anche per il solo parcheggio del culo sullo sgabello del bancone.

-A me basta che ci leviamo di qui, poi con una botta di culo qualcosa salterà fuori anche stasera!
La Rosi riesce sempre a metterla sul pratico. Alza le sue solide chiappe e si avvia sculettando. Gli altri tutti dietro, Susy inclusa, perché mannaggia se le viene un’idea almeno da dire due parole!

Si adegua, come sempre; ma sì , vada per come butta alla Tana, se non ha altre idee brillanti da proporre, è meglio tacere per non fare figuracce.

Tanto anche il resto della compagnia è come lei, che solo se qualcosa gli piove dal cielo, sono capaci di raccoglierlo, sempreché la Rosi faccia vedere a tutti dov’ è caduto!

Perché non riesce a essere come lei? Va là che se riuscisse a essere svelta come lei , col cazzo che Luca guarda anche le altre, e poi lascerebbe da parte anche quelle maledette carte.

Alla Tana c’è musica alta, Susy non riesce a registrare bene e non sente nemmeno la sua voce. Quegli stronzi di gestori mettono la musica da sballo per attirare più gente possibile, perché dopo essere arrivata lì, ci resta e consuma. Per il resto , tutto fa cagare, come la qualità scadente del whisky, per non parlare della birra che è servita calda. Tanto la gente resta lo stesso.

Solo alla Villa, e non sempre, le due cose combaciano. E lì sono al top.
Invece la Tana è sempre la Tana, cioè un posto del cazzo. Stasera, poi, beccano la cameriera stronza e cinquemila lire le tirano fuori subito!

Di Luca neanche l’ombra.
Le aveva detto che si sarebbero rivisti al bar, ma lei non può mica far aspettare gli amici. E se poi non fosse arrivato? A piedi un’altra volta! E no, non la prende mica per il culo! Vada a farsi fottere lui e chi è!
E scema lei che ha creduto di ripetere un week end da sogno

La vita va cambiata sempre, bisogna guardare la Rosi, che si diverte e poche palle. Susy
vuole fare come lei e non mettersi nelle paranoie mentali come con chi sta, dove va, cosa fa.

Luca se lo fa quando vuole , dopotutto si sta dimostrando uno di quelli che vuole solo scopare e per il resto passa il tempo al bar a giocare a carte!

Se stanno con il resto della compagnia è disposta ad aspettarlo, ma se deve farlo mentre gli altri escono per andare a ballare, non ci riesce. Bella figura girare attorno a lui tutta la serata! Magari rischiando una figura come quella fatta con Paci, a prendere calci in culo. Susy vuole divertirsi , anche se lui non c’ è, e allora vuol dire che in quella serata lo farà con gli altri.

E non sarà un sabato sera sprecato: di solito quando non ci sono programmi già fatti , viene fuori il meglio.

-Guarda Susy , è arrivato Sorry, laggiù Iro indica con il dito un punto imprecisato
vicino all’ingresso della discoteca. –

-Dov’è che non lo vedo? –

-Di fianco al guardaroba. –

-Eccolo, sì, lo vedo! Certo che si veste come un boss della mafia, fa proprio cagare. –

-Sì, però quando trova le storie giuste, non è poi tanto male! – la interrompe Iro con uno sguardo sprezzante e compassionevole allo stesso tempo.

-Eh capirai, per un’entrata in Villa. –

-Non capisci proprio un cazzo te, eh? –

Questo è Paci, che si mette in mezzo a fare il saputo e ha sempre piacere di farle fare figure di merda!

Susy si gira verso la Rosi per avere una smentita, ma lei sta ridendo con gli altri. Ecco, la prima
figura del cazzo in quella serata è arrivata. Possibile che non sa mai tenere la bocca chiusa ?
Che stracazzo le deve fregare di fare i commenti sui vestiti di Sorry!

-Qualcuno lo capisco, stronzo. –
Urla Susy nell’orecchio di Paci mentre le sue mani s’infilano tra le sue gambe, così,
d’istinto.

In qualche maniera vorrebbe recuperare la figuraccia che ha fatto e quella carezza ,
può essere utile.

Lui, però, non la considera proprio e torna a concentrarsi sull’arrivo di Sorry. Iro, invece, le sorride comprensivo e la abbraccia. Vuole approfittare di quel momento d’imbarazzo per Susy e non vuole perdere l’occasione. Dal canto suo Susy decide di non staccarsi da lui, così Paci vedrà se capisce qualcosa.

Paci è andato da Sorry, stanno parlottando; Paci cerca di fare il grande, ma si vede da lontano che lo sta supplicando. La Tana è piena di gente, Sorry si guarda attorno mentre ascolta Paci, non vede l’ora che quel leccaculo gli si levi di torno, e alla fine lo accontenta perché gli dà qualcosa in mano spingendolo via.

Iro to glie il braccio dalla spalla di Susy e si mette a bere, forse non ha capito bene le sue intenzioni perché all’improvviso si alza e va a raggiungere Paci che è sparito nei bagni. Al
diavolo anche lui!

Se vuole divertirsi, Susy deve cercare la Rosi e allungando lo sguardo la vede in mezzo a
un’altra compagnia. Ci sono sempre mille ragazzi attorno a lei, sorride a tutti, tutti la
toccano, dice sempre quello che le va e tutti la adorano. In quel momento sta facendo
delle chiacchiere, infatti, la guarda e ride facendole segno di vedersi dopo.

Perché non riesce a essere come lei? Perché resta sempre al tavolino da sola come una scema ? Vorrebbe lasciarsi prendere dalla disperazione, ma non fa in tempo a pensarlo perché arriva Iro, che sembra un tornado, le prende la mano e urla.

-Si va! Dai, vieni, andiamo via, che Paci ha rimediato la Villa! –

Non può aggiungere nient’ altro, qu el la stretta forte alla su a mano cancella ogni tristezza e
da quel momento i n poi solo l’allegria deve accompagnarla per il resto della serata.
Salgono in macchina, Ob e Calil stanno davanti, Iro e Susy dietro … Abbracciati. Si capiscono.

La gente davanti al locale è tanta, Susy e Iro aspettano Paci e gli altri, poi via, dentro la bolgia di fumo e di calore. Immergersi nell’atmosfera ben calda e trovarsi di nuovo nella musica ad alto volume come in macchina, mantiene costante il loro stato di ebbrezza.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO – UN LAVORO PER BARBARA

-Sì, è andata! Mi hanno preso alla fabbrica di Monterovo. Dovrò solo compilare
questo questionario e da lunedì inizierò il periodo di prova. Caspita! Sono passati
solo due giorni dal colloquio dopo le ferie, e già mi hanno chiamato. Il signore con
cui avevo parlato era stato vago circa l’assunzione, diceva che per il momento
avevano bisogno di qualche part time, che fino alla fine dell’anno non se ne sarebbe
parlato. Invece tacchete, mi hanno preso subito! –

Barbara non riesce a trattenere la gioia per quel posto di lavoro tanto agognato e finalmente arrivato. Nicola è appena rientrato dal lavoro, ha la luna storta per via della sorella, ogni fine settimana si caccia in qualche guaio; per questo non è altrettanto allegro della buona notizia della moglie.

-Dopo cena mi dai una mano a compilare il questionario? – Cerca di stimolarlo Barbara.

-Ok, dopo vediamo cosa vogliono sapere sul questionario. – Risponde distrattamente il marito sedendosi a tavola e mettendosi Andrea sulle ginocchia.

Nome e cognome, e fino a lì ci arrivano entrambi. Titolo di studio, terza media, e non è molto (a loro non gliene frega mica se sa suonare la ninna nanna sul flauto). Residenza, via Togliatti 15; stato civile, sposata, e fino a quel punto nessun problema. Figli? Sì, Andrea, la loro gioia. Precedenti impieghi?

-Dovrò metterla la fabbrica di Calmare? –

-Anche se ci sei stata solo cinque mesi, devi metterla. Poi cosa voglio sapere? –

-Referenze. Scusa ma quali referenze deve avere un’operaia? –

-Forse vogliono conoscere se sei puntuale, o se trascorri la metà dell’orario di lavoro
in pausa sigaretta. –

-Hanno paura che possa mettermi in malattia due giorni dopo essere stata assunta? –

Un brivido corre la schiena di Barbara.

Non saranno anche questi come la Plasio, il lavoro successivo a quello di Calmare e anche loro vogliono la firma della dichiarazione? E poi cosa c’entra quell a richiesta di disponibilità agli straordinari?

Barbara scrive di getto che accetta tutto e dà la piena disponibilità agli straordinari, poi
spera che vada tutto bene.

Quando inizia a lavorare la prima settimana se ne in un baleno, l’autunno del millenovecento ottantatré è arrivato, e Barbara non ha più tempo per fare nulla. Non riesce a combinare niente con i lavori domestici e le ore che trascorre con Andrea sono dedicate solo a raccogliere su quello che ha lasciato in giro per casa.

Sì perché il bambino la suocera glielo bada, ma solo se stanno in casa di Barbara, in modo che abbia tutti i suoi giochi a disposizione. Nonostante questo, quando lei torna dal lavoro, non fa altro che chiederle di giocare con lui e di portarlo fuori a spasso. Che cosa combinano tutta la mattina insieme, lui e la nonna? La casa sembra un campo di battaglia, in cucina ci sono biscotti dappertutto!

-Andrea, si può sapere cosa combinate tu e la nonna? –
Il piccolo la guarda con fare interrogativo; la domanda doveva essere tra sé e sé , non può
sperare che capisca cosa vuole sapere veramente.

L e giornate corrono via veloci senza che Barbara abbia il tempo di capirle; spera di farci
l’abitudine, dopotutto un po’ di difficoltà nel tornare a lavorare le ha messe in conto. Piano
piano riprenderà l’abitudine e riuscirà anche a smaltire quella maledetta pila di panni da
stirare!

Deve tenere duro, mancano appena due settimane alla fine dei tre mesi di prova; dopo le faranno firmare il contratto definitivo di assunzione a tempo indeterminato e potrà cominciare a organizzarsi con calma.

In quei primi giorni di lavoro non può tardare di un minuto , e il mattino deve presentarsi quasi un quarto d’ora prima per essere pronta a timbrare in tempo anche per le altre. All’uscita deve restare qualche minuto in più perché prima devono uscire le altre che hanno mari to, casa, figli e frette varie.

Chi arriva per ultimo, come lei che è entrata da poco, deve farsi il culo con questi piccoli aiuti per dare una mano alle colleghe. Non che ci siano dei soprusi o che si approfittino di Barbara perché è più giovane, ma essendo l’ultima ruota del carro deve avere un’attenzione in più se vuole farsi ben accettare.

Questa situazione stressante non durerà molto, appena sarà sicura del posto, potrà rilassarsi e tirare il fiato, così finalmente riuscirà anche lei a godersi le chiacchiere con le colleghe senza sentirsi sempre in affanno.

Un venerdì di metà novembre millenovecento ottantatré , in fabbrica accade un fatto strano:
per qualche sconosciuto motivo i reparti sono riuniti e le operaie si trovano a lavorare tutte
assieme. La fabbrica di Barbara produce laccetti per le scarpe, di tutti i tipi, da quelli per le
scarpe da tennis a quelli per le calzature in cuoio e in pelle buona.

Vicino a Barbara si mette a lavorare una ragazza che ha all’incirca la sua stessa età e, appena entrambe riescono a dare un buon ritmo alla macchina cui sono addette, quella che lega le coppie di laccetti, cominciano a chiacchierare. Nadia, così si chiama la nuova collega, lavora lì dentro da più di cinque anni ed è molto simpatica .

Il lavoro non la entusiasma tanto più che secondo lei uno vale l’altro, per cui non c’è alcuna differenza tra produrre magliette alla moda o laccetti per le scarpe.

-Giusto! – Approva Barbara, e intanto si mettono a ridere perché stanno perdendo il passo con i pezzi da portare via e quelli da mettere dentro.

-Il lavoro è uguale dappertutto, timbri il cartellino all’entrata e all’uscita, mantieni il ritmo di una macchina robotizzata, ti strozzi il pranzo ogni giorno per essere di rientro in tempo e a casa devi stare attenta a non farti incastrare in matrimoni, convivenze e figli, altrimenti resti senza neanche un minuto di tempo libero! –

Quella frase Barbara non se la aspettava proprio, si sente coinvolta in prima persona. Lì per lì ci resta male, poi decide che può anche controbattere.

-Dai che il lavoro è quello che ci permette di avere un po’ di libertà economica, poi possiamo divertirci come ci pare. –

-Già, con uno stipendio che ti permette il lusso! –

-In questo ti do ragione perché noi non possiamo neppure permetterci l’asilo nido per
il nostro Andrea! –

-Hai un figlio? –

-Sì, ha fatto l’anno a settembre. –

-Brava! Meno male che l’hai avuto prima di cominciare a lavorare qui, perché io non voglio rischiare, con una gravidanza, di essere messa alla porta. –

La discussione sta diventando pericolosa perché Barbara ha paura di sentire nuovamente le argomentazioni sulle rinunce da fare in nome di un posto di lavoro.

Urge cambiare immediatamente l’argomento e allora si mette a scherzare sulle facce che fa il capo reparto, quand’è incazzato.

Passano i giorni e Barbara non torna più sull’argomento con Nadia. La gavetta , quella specie di noviziato da scontare facendosi il mazzo per accontentare le colleghe, sta continuando senza sosta . Il contratto ancora i padroni non gliel’ hanno fatto firmare, dicono più avanti , la prossima settimana, e di quel passo s i è già arrivati a novembre.

Ha fatto le sue rimostranze e l’hanno subito zittita perché secondo il contratto nazionale il periodo di prova deve essere di sei mesi; ma sono stati loro a dirle un mese, che cazzo ne sa lei!

In compenso la situazione economica della famiglia è nettamente migliorata e anche Nicola è più sollevato adesso che le entrate sono aumentate. Barbara deve farsi forza pensando a questo miglioramento e non badare alle rotture di palle. Se supereranno l’affanno
economico, poi anche tutto il resto si aggiusterà.

Dopo l’ estenuante tiramolla aziendale, finalmente il momento tanto atteso arriva e Barbara si trova davanti al contratto di assunzione. Sta per firmarlo senza neppure leggerlo, tanta è la voglia di chiudere quel capitolo. Prima di riuscire a mettere la penna sulla riga, però, un altro foglio viene messo sotto i suoi occhi.

– … e lo sai, vero, come funziona il lavoro, è come per le belle donne, non le devi toccare neanche con un fiore, solo che il lavoro è un fiore con le spine, e bisogna stare attenti a non farsi pungere … –

Il capo continua a parlare mentre Barbara getta un’occhiata sui fogli che ha davanti. Non capisce dove voglia arrivare col discorso che sta facendo e avverte uno strano fastidio per come sta mettendo le parole.

-Non devi prendertela, così va il mondo e tu sei stata molto brava, finora. Basta poco
mettere tutto a posto e questo lo devi firmare prima. –

Chiude la frase troppo in fretta, e non solo per mettere un punto ancor più fermo al suo discorso. Il suo dito è premuto sul foglio dove c’è segnata una grande X. Barbara abbassa gli occhi per capire dove e cosa deve firmare.

Presa dalla foga di mettere la firma sul contratto che finalmente la libererà dall’affanno di quelle ultime settimane, cerca di non perdere tempo.

Siccome però è cosciente del fatto che non avrà mai una copia di quel foglio, scrive alquanto lentamente in modo da sbirciare alcune delle frasi. Un ’occhiata veloce le è sufficiente a capire che con quella firma s ’impegna a non usufruire di periodi di malattia per gravidanza nei prossimi due anni.

Con la stessa rapidità con cui è arrivato davanti a lei, quel foglio sparisce nel cassetto della scrivania e il tanto sospirato contratto di assunzione definitiva è nelle sue mani.

Adesso potrebbe anche rilassarsi, invece Barbara, e non sa perché, non sente cantare gli
inni di trionfo e le torna in mente quella nenia imparata alla scuola media. Nelle orecchie le rimbombano le note di quella cantilena che si trasformano in una musica ossessiva degna della colonna sonora di un film horror.

Non capisce cosa stia succedendo. Perché crede di vivere in un film dell’orrore?

CAPITOLO VENTESIMO – GLI UOMINI MOSTRO

-Il punto è che quando si supera una certa età, il fisico non risponde più …. –
Il giovane istruttore della palestra di Patrizia e Vera sta cercando di giustificare le sue clienti riguardo alle difficoltà d’esecuzione degli esercizi di Yoga.

-Va bene che non siamo delle giovanette, ma il problema non mi sembra di quanto possa o no rispondere il nostro fisico; credo che ti stiamo facendo troppe domande inutili. –

Vera, come sempre, riconduce il problema all’eccessiva pignoleria con cui le donne di una certa età considerano il loro essere in forma. Secondo lei essere in palestra una volta a settimana è già una conquista, non si può pretendere anche di avere l’assetto perfetto nelle posizioni!

-Istruttore, istruttore. –

-Arrivo, finisco con le signore, e sono da voi. –

-Sei richiestissimo, eh? –

-C’è chi non è capace neppure di mettersi a sedere correttamente se non ci sono lì io a
spiegargli ogni volta come si fa. Per fortuna ci siete voi , che date qualche soddisfazione. –

Vera e Patrizia si guardano in faccia sconcertate; ma come, poco prima gli stava dando delle tardone rinsecchite, e adesso si complimenta?

Dario, l’istruttore, si è appena allontanato per raggiungere la persona che l’ha chiamato.

-Sai una cosa? – Le dice Vera non appena lui si è portato fuori dalle loro voci.

-Dimmi. –

-Secondo me ci sta facendo un pensierino. –

-Chi? –

-L’istruttore, come chi! –

-Con chi, con quella là? –

-Mamma mia quanto sei incantata! Con te, con te. È di te che sto parlando. insiste Vera prendendo l’amica per il gomito. –

-Macché , vuoi che quell’uomo abbia tempo da perdere con me. – Si schernisce Patrizia divincolando il braccio dalla presa dell’amica.

-Di tempo da perdere ne ha, da retta a me, ne ha!

-Bè certo, fa un lavoro che gli lascia molto tempo libero; ma sai quante ne avrà da accontentare, come tutte quelle là che non sanno neanche come sedersi!

La risata gli fa perdere di colpo l’aplomb della posizione nell’ esercizio. Patrizia non crede a una virgola di quello che ha detto Vera, riguardo a lei e l’istruttore.

A parte che non è proprio il suo tipo … con ciò non vuole ammettere che Gino, il portiere de palazzo, sia migliore ma insomma …

Patrizia, ogni lunedì mattina di chiusura del negozio, va in palestra a fare lezioni di Yoga con la sua amica Vera. Non aveva mai pensato di poter trovare un’occasione di svago in una palestra facendo esercizi di rilassamento, invece la cosa sta funzionando.

Tuttavia i commenti di Vera le hanno messa una pulce e fatto drizzare le orecchie. Se Dario la sta corteggiando senza che lei se ne sia accorta, è probabile che anche in altre situazioni Patrizia non riesca a cogliere delle sfumature importanti nei comportamenti degli uomini.

Un eventuale corteggiamento dell’istruttore potrebbe avere degli sviluppi piacevoli, ma a parte quello negli altri episodi di approcci maschili Patrizia non ci trova nulla di simpatico, anzi, le danno proprio fastidio.

Per esempio quando l’edicolante all’incrocio del viale sotto casa sua, le ha dato il resto in monete del suo acquisto del quotidiano strisciando la mano umidiccia sul suo polso. Fortunatamente era impegnata a sistemare il portamonete che fatica va a chiudersi e non ha da to peso al gesto, altrimenti sarebbe stata pronta a fare una scenata!

Non è un’esagerazione considerare disdicevoli o fastidiosi certi avvenimenti. Patrizia sa cosa vuol dire affrontare le incombenze del quotidiano senza un uomo a fianco e perciò non
crede assolutamente di essere paranoica. Il problema è che non tutti se ne rendono conto.

La sua amica Vera, per esempio, fa tante battute simpatiche ma non affronta mai l’argomento seriamente. E non esita a dirle che è paranoica.

Eppure anche lei ha una figlia e secondo Patrizia dovrebbe veramente preoccuparsi per come sta andando il mondo, in particolare per quel che riguarda le donne.

Sara, la figlia di Patrizia, quell’anno ha deciso di andare a lavorare per capodanno in un ristorante e in una discoteca di Nobili, la città vicina a dove abita Giò.

Purtroppo i racconti che si scambia Patrizia con i suoi parenti che vivono là non sono molto rassicuranti e lei sarebbe più contenta se Sara cambiasse idea ed evitasse di trovarsi in mezzo a un’enorme e sconosciuta confusione. Tuttavia Sara, quando si discute sulle decisioni da prendere riguardo al lavoro, l’attacca di continuo e non si riesce a farla ragionare sulla questione .

-Allora è deciso Sara, andrai a Nobili a lavorare sotto le feste? –

-Sì mamma starò via pochi giorni a ridosso del capodanno, così rimedio qualche soldino per le mie spese. –

-Non è meglio se trovi un lavoro qui in città, come hai fatto l’anno scorso? –

-Senti mamma ne abbiamo discusso un sacco di volte e ti ho già spiegato che a Nobili pagano il doppio. Verrà anche Rossana, l’amica di Giò, così ci sarà anche una romana con me e non sarò sola e abbandonata! Ci ospiterà Giò, che abita in una casa grande; loro resteranno a Gàlino per festeggiare l’ultimo dell’anno con la compagnia di Giò. Dopotutto è un modo per contraccambiare con Giò, no? –

La discussione va avanti ancora per poco perché Sara, la primogenita di Patrizia, sta uscendo per recarsi in università ed è arcistufa di quelle tiritere con la madre. Esce sbattendo la porta, non vede l’ora che si avvicini la fine dell’anno per andarsene.

Fino all’ultimo momento utile Patrizia incalza la figlia, anche davanti alla valigia che sta riempendo per andare a Gàlino.

Non riesce a rassegnarsi e in cuor suo spera sempre in un ripensamento.

-Sai che in riviera Adriatica, c’è un sacco di gente costretta a lavorare in nero? –

-Ancora con questa storia, mamma! –

-Tu non ti rendi conto di quello che stai facendo! –

-Hai paura di restare da sola? –

-Non ho paura per me, e poi Matteo resta qui … –

-Ad esso vuoi farmi sentire in colpa perché io vado via e lui resta? –

-Non essere sciocca e non fare la gelosa! È che se ne sentono dire tante sulla confusione e la gente sballata che frequenta quei posti, specialmente a Capodanno. –

Mamma smettila di preoccuparti, per favore, non sarò in mezzo alla giungla dei drogati e dormirò a casa di Giò, non in una stamberga!

Patrizia stenta a rassegnarsi a quell’idea e le sue normali paure si quintuplicano quando di mezzo c’è la figlia. In quel periodo, poi, gli uomini le sembrano ancora più mostri e sempre pronti all’attacco.

Si stanno trasformando in avversari da cui si deve difendere e perciò riversa i suoi timori anche sulla figlia.

Il giorno dopo dal fruttivendolo.

-Buonasera signora, serve qualcosa? –

-Sono rimasta senza frutta in casa, poi stasera volevo fare il purè per quei ragazzi e mi servono un po’ di patate. –

-Per di qua, signora, venga a prendere queste di patate, sono una qualità particolare adattissima per il purè. –

-Posso fidarmi? – Chiede Patrizia in tono scherzoso.

-Certo , signora , non l’ho mica mai delusa, io. – E lui invece la prende troppo sul serio!

L’omone si tira su i pantaloni, di una taglia enorme, cercando di allentare la cintola, poi inspira come se stesse per prendere una rincorsa. Vederlo compiere quei gesti le mette quasi paura.

-No, no, non mi ha mai deluso lei, anzi. – Si affretta a rincuorarlo Patrizia. È meglio farlo stare calmo.

-Me ne dia tre chili, se sono ottime come dice lei serviranno anche per un’altra volta. –

L’omone la guarda di sott’occhio prima di indicarle il banco della frutta.

-Scelga fra quelle mele e quelle pere, laggiù, poi vengo io a farle il peso dopo, che le
ho messo da parte le patate. –

L’omone si è avvicinato alle scansie, dove Patrizia sta scegliendo la frutta, prende il cartoccio che lei ha in mano e continua la scelta al posto suo.

-Ce la farà a portare tutto a casa? –

-Certamente! Abito qua vicino e poi nel palazzo abbiamo l’ascensore. –

-Ecco qua anche le belle mele per la signora. Se vuole l’aiuto io a portare i sacchetti;
ormai è ora di chiusura e posso lasciare per due minuti mentre lo accompagno. –

-No, grazie, davvero, sono solo quattro passi; comunque grazie lo stesso. Quanto le
devo? – L’insistenza dell’omone sta diventando ambigua. Patrizia inizia ad avvertire un po’ d’imbarazzo. e poi perché non si ricorda neanche il nome di quel fruttivendolo.

Quando si avvicina alla cassa per il conto, l’omone la guarda con un sorriso nascosto sulle labbra e sotto i baffi. Ma li ha sempre avuti quei i baffi, oppure è lei che non ci ha mai fatto caso? Ancora non ha presente il nome.

Forse perché le sembra di incontrare mostri dappertutto, sarà che ormai non si aspetta più niente da nessuno e vede malizia in ogni atteggiamento, ma la mano che si è avvicinata per porgerle i sacchetti era moscia senza ombra di dubbio.

CAPITOLO VENTUNESIMO – AVVISO DI BURRASCA

Giò trascorre qualche mese tra le paranoie delle scartoffie e la mancanza di un riscontro alle tante domande che si fa sull’adeguatezza o meno di quel lavoro. Non tiene in gran considerazione i discorsi che si fanno tra colleghi, si concentra sulla pratica del lavoro e
cerca di capire se quel tipo d’impiego le interessa o potrà piacerle, se dovrà scappare da
quell’ambiente chiuso e muffito, o se si vorrà abituare a esso.

Il capufficio ogni tanto chiede notizie personali, se ha il fidanzato o no, e che intenzioni ha a riguardo. Giò da poca importanza a quelle domande, evita di raccontare episodi personali come quello del controllore sul treno e risponde a culo, senza dare troppo peso all’argomento.

È ancora troppo impegnata a capire se a lei piace quel posto di lavoro per preoccuparsi di sapere se lei piace agli altri.

I rapporti all’interno dell’ufficio sono ben definiti e Giò, dopo l’episodio della partecipazione delle segretarie alle riunioni negli uffici regionali, nota un cambiamento nell’atteggiamento verso le donne. In realtà è una modifica che si svolge in una maniera un po’ strana, come se la segretaria sia salita di grado e il ruolo di Giò come perito sia più basso rispetto a quello dei maschi.

Giò inizialmente non da un gran peso a quelle sottili differenze e pensa che siano dovute al mutamento dello stato di fatto, cioè alla sua presenza.

Gli altri due impiegati poi sono laureati e hanno una maggiore anzianità di lavoro.

Giò, quindi, continua la copiatura a macchina delle pratiche svolte dagli altri impiegati, poi inizia a occuparsi di alcune semplici domande di prestito che si possono evadere anche restando in ufficio. Solo dopo qualche settimana comincia a vivere appieno il lavoro di perito e va a fare alcuni sopralluoghi in campagna.

Le prime volte vanno insieme, lei e il secondo capo ufficio, persona discretamente sopportabile dal punto di vista di Giò. Un tantino chiacchierone e troppo interessato a conoscere i dettagli della sua assunzione, per dirla tutta.

Tuttavia Giò ne approfitta per imparare qualche trucco del mestiere, di quelli che servono a rompere la diffidenza degli agricoltori nei confronti delle persone che arrivano a bussare alla loro porta con una valigetta ventiquattr’ore stretta in mano.

Gira le Marche in lungo e il largo e, anche se i suoi incari chi sono poco importanti, inizia a scoprire un aspetto certamente più interessante del lavoro. A parte l’aumento di stipendio determinato dalle diarie per i sopralluoghi, la gratifica maggiore le viene dal conoscere gente nuova e avere una giornata lavorativa più intensa.

Naturalmente sono ancora netti i confini tra le sue attitudini e gli incarichi da svolgere. Giò non sa ancora quante e quali sono le probabilità di vedere accresciute le sue responsabilità, ma non se ne preoccupa molto.

Ormai ha deciso di restare a lavorare in banca il tempo sufficiente a conoscere i maggiori imprenditori della zona per poi aprire uno studio di consulenza, o qualcosa del genere.

Un giorno di fine novembre millenovecento ottantatré Giò va in visita alla sua ex scuola. La sede è in una villa alle porte della città e per lei è un piacere portare suo fratello a fare una passeggiata tra i ridenti giardini curati dagli studenti. Negli uffici della segreteria incontra il
vice preside, che è stato anche suo professore, il quale la accoglie con molte riverenze. È orgoglioso che una delle sue studentesse abbia raggiunto un traguardo invidiabile come il
posto in banca.

-Lo dicevo io che nel mondo del lavoro va avanti chi sa, e lei ne è una conferma. –

Giò non trova parole replicare a quella frase, che è una via di mezzo tra un complimento e il compiacimento del suo anziano professore. L’esperienza fatta sul campo ha già dato a Giò una sensazione completamente diversa rispetto a quell’affermazione.

Rik, il suo fratellino, ha cominciato a fare i capricci e lei non se la sente di allungare il colloquio. Ringrazia per i complimenti e si congeda.

Lungo il corridoio che porta ai laboratori, Giò incontra anche il suo vecchio professore di botanica, una persona affabile e gentile con cui fa sempre piacere scambiare due parole.

-Salve, professore, come stanno le sue rose? –

-Benissimo, grazie Giò! Qual buon vento ti porta alla tua vecchia scuola? –
Giò aggiorna la sua situazione per sommi capi mentre il professore dondola la testa in
segno di approvazione.

-Per fortuna tu non hai presentato la domanda per essere assunta alle assicurazioni,
perché la Feronsi che l’ha fatto si è vista respingere al mittente. Te la ricordi la Feronsi, no? –

E chi se la scorda la sgobbona della classe! Alla maturità aveva preso sessanta
sessantesimi!

-Che lavoro danno le assicurazioni? – Chiede Giò.

-Nel ramo delle stime danni per grandine, assumono periti che vanno a valutare i danni degli assicurati. Hanno avuto dei problemi in un paio di situazioni in cui c’erano delle coppie che approfittavano per avere relazioni sessuali. Morale della storia, i dirigenti non vogliono più avere a che fare con le donne. –

-Scusi professore, ma per avere rapporti sessuali occorre che ci sia l’uomo sia la donna, perché se la prendono con noi e non con i maschi? –

-Perché il mondo va così, ma per fortuna tu non hai fatto domanda! –

La loro chiacchierata si chiude con i saluti di rito e a Giò comincia a ronzare in testa una specie di litania, un leitmotiv; che sia una preghiera?

Non lo sa. Un cerchio dal diametro stringente si sta chiudendo attorno a lei e ovunque volga lo sguardo, vede donne in difficoltà che devono aggirare l’ostacolo uomo.

Esce dal cancello principale con Rik recalcitrante perché si è stancato di stare fermo ad ascoltare, e si avviano al parcheggio. Lì, con enorme sorpresa, Giò incontra la sua ex compagna di scuola, la Feronsi.

Proprio lei, quella silurata dalle assicurazioni! Giò ha sempre mal sopportato la sua eccessiva aria da studiosa, quel suo modo di ostentare sicurezza sugli argomenti basata esclusivamente sui riferimenti ai libri e mai all’esperienza sul campo.

Quel giorno, però, si trova davanti una ragazza diversa, una persona che ha subito uno choc simile alla padella improvvisa che arriva in faccia a Will Coyote nei suoi cartoni animati.

Appena Sonia, questo il nome della Feronsi, si accorge di lei cambia viso completamente e torna ad avere le sembianze degli ultimi giorni di scuola, quando studiavano per la maturità.

Un colpo di spugna incredibile.

-Ciao Giò, come va? – L’esitazione dopo la domanda per attendere la risposta, è minima e Sonia riparte subito. – Sono passata dalla Fraboschi ieri, te la ricordi, sì? – Ancora una brevissima esitazione dopo un’altra domanda. Questa volta Giò capisce che la ragazza ha bisogno di sfogarsi. – Non se la passa tanto bene, sai? Con quello che sta vivendo il marito poi … –

Sonia ha ancora una brevissima esitazione, ma è chiaro che non si aspetta alcun commento da Giò.

Dal canto suo lei è rimasta quasi a bocca aperta di fronte a quell’inizio di sfogo che sembra più un serbatoio enorme di rivelazioni segrete, piuttosto che un semplice scambio di notizie.

Il marito della professoressa Fraboschi è un noto funzionario della Banca Popolare della zona, invece Giò lavora con la cassa di risparmio. È una persona molto influente a Nobili ma Giò è stata a Roma per parecchi mesi e senza il contatto quotidiano con la città non può conoscere gli sviluppi delle situazioni.

In quel momento, quindi, capisce che è meglio sollecitare Sonia ad andare avanti, per scoprire di più. Fingendo di essere in parte al corrente dei segreti butta lì due parole per stimolarla a proseguire.

-Ah, sì, il lavoro e… –

Così lo sfogo di Sonia irrompe con tutta la sua isteria e lei continua il suo racconto, quasi a voler tenere lontana la minima possibilità che il discorso possa cambiare per prendere vie più pericolose. O almeno questa è l’impressione di Giò.

-Se fosse solo il lavoro, allora non ci sarebbero gran di problemi, sai lui è un alto funzionario della Popolare e può permettersi quasi di tutto, ha la città in pugno. Solamente che essere in cima alla vetta provoca le vertigini a chiunque e lui, per curarsele, ha trovato il bel sistema di cominciare a ubriacarsi! Durante certi consigli d’amministrazione, che i suoi acerrimi avversari dicono che si svolgono nelle osterie, è stato costretto ad abbandonare la sala. –

Sonia fa ancora una brevissima esitazione, poi il fiume continua.

– Ovviamente la professoressa non parla di questo con me, ma quando sono andata al suo appartamento, sabato scorso, l’ho trovata in una condizione veramente terribile. Per questo i sospetti di ciò che si mormora in città, credo proprio che abbiano un fondamento. Durante l’estate dell’anno scorso, poco dopo la nostra maturità, hanno avuto un grosso diverbio, per via della richiesta di trasferimento che lei aveva fatto per allontanarsi dalla situazione familiare. Sembra che nell’inveire contro di lei le abbia lanciato un posacenere. –

Ancora una brevissima pausa ad effetto. Poi riparte, con ancora più malizia nella voce.

-Ma queste sono solo chiacchiere. Comunque, dati i precedenti di comportamento anche in pubblico, la gente non ha dubbi riguardo alla sua violenza; quindi che il loro matrimonio sia in crisi, è certo. Solamente che non mi aspettavo di trovarla così sconvolta e abbacchiata. –

Poi conclude con un augurio e velocemente prosegue per la sua strada.

-Spero che si riprenda presto e che vada a buon fine la sua richiesta di trasferimento. Adesso vado, devo passare dal vicepreside per la mia pratica all’albo professionale. Ciao. –

Giò non ha tempo di fare commenti, né di cercare altre informazioni, Rik è salito in auto e sta letteralmente distruggendo la sua povera Panda. È meglio avviarsi a casa.

La fastidiosa nenia, litania, cantilena, leitmotiv o preghiera che sia, torna a suonarle sempre più forte dentro la testa.

Qualche giorno dopo la sua visita alla scuola, in una tranquilla giornata lavorativa in cui sono tutti al lavoro in ufficio, capita l’occasione di scambiare quattro chiacchiere personali con gli altri impiegati.

Ci sarebbero mille e un discorso da fare sul lavoro, sulla condizione della donna, su quello che potrebbe piacere a Giò e su quello che piace al suo capo ufficio. La chiacchierata sembra tranquilla, anche se le domande sulla vita privata di Giò convergono su unico punto: che intenzioni ha riguardo al lavoro e alla famiglia?

Giò non dà peso a quell’interesse per il suo mondo. Non ha un ragazzo né va in cerca di una storia d’amore; non pensa di avere figli o di mettere su famiglia, tutt’altro. E poi qualcuno la scambia ancora per un maschio!

Di fatto lei continua a guardarsi attorno e vede confermata la sensazione di aver trovato un modo per inserirsi nel mondo del lavoro. Non intende restare in quella banca per tutta la vita ma spera di maturare l’esperienza sufficiente per un lavoro autonomo al di fuori di lì.

La mattina successiva il capo la chiama nel suo ufficio:

-Qui c’è un trasferimento e lei dovrà essere a Roma la settimana prossima.
Amen.

CAPITOLO VENTIDUESIMO – L’ORA DEI CONTI

La fine dell’anno millenovecento ottantatré si sta avvicinando e il mese di dicembre non è cominciato bene. La nenia, la litania, la cantilena, il leitmotiv o preghiera che sia, non ha mai
smesso di suonare nella testa di Giò e la realtà ha occupato un posto nell’immaginazione .
Quel trasferimento appena deciso dai superiori di Giò è solo la conferma a tutti i sospetti di
misoginia.

-Prof, io speravo che ci fosse un po’ di giustizia nel mondo del lavoro e la vicenda di Rossana mi aveva dato speranza. Invece in capo a qualche mese mi trovo con questo trasferimento improvviso. –

-Credi che ci sia qualche spazio per opporsi a questo trasferimento? –

-Ho provato ad accennare qualcosa ai miei superiori, doveva vedere che faccia ha fatto qualcuno di loro quando gli ho detto che preferivo lavare i piatti in albergo invece di continuare a lavorare alle loro condizioni! –

-Posso immaginarlo ! Essere un dirigente di banca e trovarsi di fronte una ragazza che gli sbatte in faccia un rifiuto del genere, non deve essere gratificante! –

Quella battuta scatena la risata di Maria che però, alle orecchie di Giò, suona quasi isterica. La ragazza non può saperlo, ma nella mente della sua professoressa si è accesa una scena esilarante. Suo marito con di fronte una bella ragazza come Giò che, al contrario delle altre puttanelle adoranti, gli sputa dritto nel piatto dove lui s’ingozza!

Durante un lungo istante Maria cede all’irrefrenabile ilarità che le ha provocato quella figurazione, poi si ricompone per paura di aver scoperto troppo il nervo di una sua debolezza.

Sfortunatamente Paolo lavora in una banca diversa e non potrà mai incrociare Giò, comunque Maria sa benissimo che ce ne sono tanti di dirigenti misogini. Non osa immaginare come potrebbero reagire a una provocazione come quella di Giò. Anche perché sono avidi come tori e, seppure non si rendono conto di essere degli animali legati alla mangiatoia, continuano a gestire il loro ambiente con prepotenza.

-Forse con il tempo riuscirai a tornare a Tonosa, magari con l’aiuto della tua amica a Roma trovi una soluzione. –

-Io non credo più a niente, prof, sono troppo disorientata per combattere. E poi crede che ne valga la pena? Sa cosa ha detto mio padre? Che quando s’incontrano certe persone bisogna solo tirare giù l’acqua e andarsene! –

Maria coglie la palla al balzo per cambiare argomento e cercare d’allargare la visione sul campo della delusione di Giò verso una più generale argomentazione sulla misoginia maschile.

-Sai Giò , è triste ammetterlo ma credo che ogni uomo abbia avuto alle spalle un’educazione che gli ha insegnato a comportarsi in maniera così vile con la donna. –

Giò non sa quanto sia giusto spostare il focus dell’ argomento sui rapporti privati con gli uomini e ha paura che il dramma personale della professoressa possa emergere in tutta la sua crudeltà.

-Bè prof, io sinceramente non ho mai incontrato stronzi di questo genere né ho mai avuto dei rapporti tribolati. Valerio lei lo conosce, per quanto ci possano essere stati dei litigi, il rapporto tra di noi è sempre stato paritario. –

Giò non se la sente di affrontare una disquisizione relativa alla cattiveria dell’uomo sulla donna e neppure di disquisire sulle differenze tra i sessi o tra le classi sociali. Ha tanta di quella rabbia in corpo da noi riuscire a essere lucida nell’analisi. Appena affonda il pensiero tra i perché di quello che le sta accadendo, il cervello fa passi indietro e tutto si offusca nel risentimento.

-Certo, non dico che tutti gli uomini sono marci – cerca di riprendersi Maria per non diventare troppo cinica – però devi ammettere che a tutte le donne è capitato di ricevere offese, fosse anche una semplice mano morta. A te non è mai capitato? –

-Adesso che ci penso, quando ho fatto la fila per prendere i biglietti per una partita di basket a Roma, mi sono ritrovata vicino un omone che non faceva altro che strusciarsi e ansimare. Eravamo in mezzo a un’enorme calca di gente, però mi ha fatto molto schifo! –

-Purtroppo è così, la donna deve sempre difendersi per evitare situazioni spiacevoli e deve avere un’attenzione particolare nei frangenti in cui si trova sola in mezzo agli uomini! –

Maria rimarca quell’affermazione contenta di poter uscire da quello che si prospettava un discorso a vicolo cieco, che terminava con il suo dramma stampato sui muri. E ribadisce.

-Non credo che gli uomini siano tutti dei maiali, se capisci cosa intendo. Solo che questi comportamenti sono diventati talmente d’uso comune dal finire per essere considerati normali. E il passo verso l’umiliazione della donna è breve. Per questo bisogna cominciare dall’educazione e insistere nel non accettare né avallare come semplici e irrisorie volgarità certi modi di agire. –

Giò avverte un campanello d’allarme nelle parole della professoressa. Nelle orecchie le riecheggiano ancora le parole gravi della sua ex compagna di scuola Feronsi e sa che Maria sta vivendo un periodo terribile.

Se la discussione dovesse andare avanti con quei toni, Giò teme che possa emergere qualche lato personale della vita della sua insegnante di cui non dovrebbe venire a conoscenza. E non crede di riuscire a reggere il peso di un segreto, non in quel frangente.

-A me non interessa educare la gente, a me certe persone hanno fatto del male e basta! –

-Hai ragione Giò, non si può generalizzare. Comunque nell’ultimo periodo che starai in quell’ufficio, cerca di non farti sopraffare dallo sconforto e non dare motivazioni che possano giustificare in qualche modo il loro comportamento. So che è difficile essere indifferenti, ma devi fare uno sforzo per evitare di lasciargli qualsiasi spunto a loro favore per attaccarti. Fammi sapere gli sviluppi. –

Dopo essersi congedate Maria è contenta di essersi tolta di dosso alcuni tristi pensieri. Ma deve comunque decidersi a fare i conti con delle importanti decisioni da prendere. Da quando la piega del suo rapporto con Paolo ha degenerato nella violenza pura, si sono aperte delle ferite che non riesce a medicare con un semplice bagno caldo, come fa ogni sabato mattina da più di un anno a quella parte .

Il ricordo dell’episodio zero, quello accaduto nell’estate del millenovecento ottantadue, in cui lui le aveva messo le mani addosso unicamente perché aveva presentato la domanda di trasferimento, è stato l’inizio di una valanga.

Tanti altri fatti si sono sommati fino a trasformare la slavina ingrossandola lungo a china sempre più scoscesa dell’ escalation!

L’allontanamento lento e costante dei primi tempi ha lasciato il posto a umiliazioni sempre più frequenti. I toni sono saliti in proporzione a quelle mortificazioni e ora stanno cominciando a diventare insopportabili, accresciuti dall’irascibilità alimentata dall’alcol.

Maria rientra in casa dopo l’incontro con Giò e dopo pochi minuti sente qualcuno salire le scale.

“ Chi starà tornando a quest’ora, non sarà mica Paolo già a casa?”.

Quel pensiero rimuginato quasi ad alta voce la fa fermare lungo il corridoio del suo appartamento, vicino al portone dove può allungare l’orecchio. È quasi mezzogiorno in quel sabato di dicembre millenovecento ottantatré e dopo la chiacchierata al bar con Giò, Maria spera di avere ancora del tempo libero da dedicare a se stessa.

Il nuovo arrivato sta salendo le scale, l’incedere è obliquo, si sente da come mette giù i piedi. Avrà già bevuto? Altro pensiero quasi detto ad alta voce; è sicura che si tratti di Paolo, gli altri condomini del palazzo generalmente sono fuori durante il week end.

“È quasi mezzogiorno e figuriamoci se non ha approfittato dell’aperitivo con gli amici del
bar!”

Maria si avvia verso la cucina, decisa a non affrontare il marito e per evitare qualsiasi contatto. Qualsiasi approccio tra di loro scatena inevitabilmente una discussione e questo avviene quando l’alcol ha già superato il livello di soglia minima.

Paolo varca la soglia di casa e si dirige automaticamente verso il salotto. Per fortuna, così
Maria può preparare il pranzo in tranquillità.

All’inizio la sua abitudine al bere era considerata un modo per essere di compagnia e l’esagerazione era considerata un particolare poco significante.

Questo nel suo entourage, invece a casa l’abitudine è diventata vizio, ed è andato via via peggiorando. Maria ha provato a risolvere questo problema cercando giustificazioni e continuando a negare l’evidenza, per non creare traumi. Ma questo era possibile fino a qualche anno prima, quando ancora il lento allontanamento non stava producendo frutti.

Paolo è riuscito a mascherare bene le sue difficoltà e all’inizio non pressava Maria per ottenere la sua complicità.

Adesso invece questo suo vizio lo getta in faccia alla moglie come moneta del costo di un suo presunto sacrificio sull’altare della realizzazione della famiglia ideale. Ora Maria non può più fare finta di niente.

Perché pazienza l’essere costantemente mandata a quel paese, ma che questo avvenga dando una ridicola manifestazione di sé è l’insulto più grande a tutto quello che ha costruito per lui fino adesso. Non le resta che fargli capire che ad andare a fondo, questa volta, sarà lui da solo. Con la sua bottiglia.

Maria avrebbe voluto capire cosa c’è alla base di quella trasformazione. Se non altro prima di prendere una qualsiasi decisione, ma non ne ha avuto il tempo ed è stata travolta dall’escalation.

Ora non le resta che farci i conti. E la sua soluzione è già maturata.

Maria ha deciso di tirarsi indietro, non è disposta a subire l’umiliazione di avere a fianco l’uomo che è diventato lui adesso. O lui si decide a fare retromarcia o la sua ordinaria stronzaggine (termine coniato da lui ogni volta che Maria ha ragione) se la vive da solo.

Inoltre non affronterà Paolo faccia a faccia, sarebbe inutile. Subito dopo le feste di Natale
millenovecento ottantatré andrà da un avvocato.

CAPITOLO VENTITRESIMO – IMPREVISTO

Nei primi giorni successivi alla firma del contratto, Barbara entra in quella routine di cui
aveva appena assaggiato il sapore nelle lunghe settimane di gavetta. Si è felicemente liberata
dall’affanno di dover soddisfare le colleghe in ogni capriccio e le giornate si scandiscono a
un ritmo regolare e costante.

Purtroppo le restano pochi momenti per lei e le faccende di casa la impegnano per gran parte delle ore libere; nonostante ogni suo sforzo è difficile arrivare dappertutto.

In parte è normale, si aspettava che la vita sarebbe cambiata radicalmente, ed è impossibile pretendere di mantenere le vecchie abitudini. Star dietro ad Andrea è impegnativo, soprattutto perché quando è con lei, c’è poco tempo per riordinare la casa.

Chiunque al suo posto non se lo sognerebbe mai di andarsi a complicare la vita aggiungendo altri figli alla famiglia, perciò i suoi padroni possono stare tranquilli!

Alcune amiche di sua madre dicono che come riesci a crescere un figlio, si fa con due, ma non lavorano mica in fabbrica, loro!

A metà dicembre millenovecento ottantatré, in una strana giornata di caldo fuori stagione
probabilmente propiziato dal forte garbino che imperversa da un po’ di giorni, Maria riceve
la visita di Valerio. Le ha telefonato qualche giorno prima specificando che aveva bisogno di
parlare con lei e avevano fissato quell’appuntamento al bar sotto casa sua.

La professoressa Fraboschi ha tante cose che le frullano in testa viste le decisioni prese per raddrizzare la sua vita e non si sente particolarmente aperta nei confronti dei problemi dei giovani. Meno che meno di Valerio, che lei sta cominciando a sopportare sempre meno.

Tuttavia il ragazzo era stato troppo insistente e lei aveva dovuto cedere.

-Prof, ho un problema con mia sorella Barbara, ha un ritardo nel ciclo e
pensa che sia solo un incidente. –

-Spiegati meglio. – Lo sollecita Maria dopo aver zuccherato il caffè e avergli lanciato un’occhiata indagatrice.

-Hanno deciso di non tenere il nuovo fratellino o sorellina per Andrea; in questi ultimi tempi hanno messo qualche soldino da parte, la vita sta cominciando a girare meglio e possono permettersi qualche sfizio in più. Però adesso che lei è rimasta incinta pensano che sia solo un problema cui dover porre rimedio. –

Maria è interdetta, quel giovanotto le sta dicendo che la sorella ha intenzione di abortire e non capisce perché venga a confrontarsi con lei.

Valerio s’è fatto un’opinione ben precisa sul perché la sorella abbia fatto quella scelta e non è d’accordo. Quello che Maria non sa sono i retroscena della faccenda. Non sapendo come rispondergli tenta un approccio prendendo l’argomento alla larga.

-Certe volte, Valerio, le gravidanze arrivano come un fulmine a ciel sereno e con ogni
probabilità tua sorella e il marito non erano preparati all’evento. –

Valerio scuote la testa, è evidente che ha qualche altro rospo da sputare.

-Non mi convince prof, sotto c’è sicuramente qualche altro motivo. Mia sorella è sempre stata sicura di volere più di un figlio e adesso non può giustificare di buttare via questo solo per
non complicarsi la vita.

-Forse pensano che potrebbe essere un problema per il loro equilibrio familiare. –

Tenta di suggerire Maria con poca convinzione. Nella testa comincia a suonare la cantilena, la nenia, la litania o che diavolo sia, quel leitmotiv che si accende nella sua mente ogni volta che l’idea si sofferma sulle difficoltà della vita delle donne.

Valerio è silenzioso, come se quel ragionamento lo abbia già fatto, ma non sia stato sufficiente a fornirgli una giustificazione a quell’aborto programmato. Con Barbara non ne hanno mai discusso apertamente, ma lui ricorda benissimo quando gli ha raccontato del contratto firmato e dell’impegno di non andare in malattia per gravidanza per i prossimi due anni.

Nonostante tutte le giustificazioni che Barbara gli ha ripetuto, a consolazione della scelta fatta, Valerio ha capito che c’è un altro il motivo, oltre alle sue scuse. Un motivo che va al di là della loro possibilità di decidere e che non prevede alcuna possibilità di ripensamento.

-Buttare via un bambino non è una cosa facile. Sì, in teoria si va in ospedale una mattina e si torna a casa la sera; ma io credo che questo segnerà per sempre la sua vita! –

Valerio sente tanto amaro in bocca nel pronunciare quelle parole, tuttavia non se la sente di raccontare alla professoressa i retroscena di quel contratto di lavoro infamante. Si vergogna.

-Cerca di starle vicino come meglio ti riesce, aiutala a capire se sta veramente facendo la scelta giusta. – insiste Maria nel tentativo di consolarlo. –

Pochi minuti dopo la fine della loro chiacchierata, Maria scosta la tenda della finestra nel suo salotto e guarda il viale di sotto.

Valerio si sta avviando verso la piazza principale di Nobili, poco più avanti, appena fuori dal centro storico, c’è la fermata del suo tram. Cammina a testa bassa, con un andamento meditabondo, quasi volesse tornare sui suoi passi per dirle ancora qualcosa.

Maria sa di non essere stata molto d’aiuto, né per lui né per trovare una soluzione che eviti alla sorella di vivere quei drammatici momenti. Purtroppo lei è immersa nella più totale mancanza di serenità. La sua precaria condizione familiare gioca un ruolo fondamentale per impedirle di
essere un sostegno o un supporto morale.

Un’attenta riflessione permette a Maria di comprendere che un suo intervento non cambierebbe di molto la situazione, soprattutto per la povera Barbara. E la nenia, la litania, il leitmotiv o la cantilena riprende a suonare dentro il suo cervello.

Barbara rientra dal lavoro correndo come suo solito. In quel sabato di fine dicembre millenovecento ottantatré la vita si sta riempendo di malinconia e strane sensazioni la
avvolgono. Le tornano in mente le note della nenia imparata a scuola e se le ripete a
memoria canticchiandole sottovoce.

S’immagina una bimba seduta nel seggiolone e si tocca la pancia.
Allora il pensiero s’intristisce, le immagini cambiano e il cucchiaino che la bambina immaginaria agita nel seggiolone diventa uno strumento da battere contro il tavolo.

Lei e Nicola hanno cercato di stare attenti, ma non sono riusciti a evitare quella gravidanza e ora devono risolvere il problema. Le loro discussioni vertono sempre sul nodo cruciale del suo licenziamento.

-Come faremo ad andare avanti con un solo stipendio! –
Si domanda Nicola a voce alta.

-Per non parlare delle difficoltà nei primi mesi di gravidanza, se dovesse essere come
quella di Andrea, non riuscirei neanche a lavorare fino al sesto mese! –
Le parole di Barbara sono un modo per trovare ulteriore conferma al fatto di non poter nascondere a lungo la sua condizione. Nicola, invece, insiste sul lato economico della faccenda.

-Quando lascerai la fabbrica, non potremmo più permetterci di andare a mangiare la pizza con gli amici il sabato sera. –

-Senza contare che in fabbrica me la farebbero pagare a caro prezzo, sia le colleghe sia i padroni! –

Un brivido corre lungo la schiena di Barbara, la scena della bimba sul seggiolone si trasforma e la nenia musicale diventa un tintinnio ritmico e sinistro degno di un film dell’orrore.

Dopo tanti ragionamenti hanno definitivamente preso la decisione di non avere la bambina.-

-Barbara non drammatizzare, è solo un periodo storto e finirà come sono passati tutti quelli che abbiamo già superato. – Cerca di rincuorarla Nicola dopo che gli ha raccontato i suoi timori.

-Lo so che sarà come dover affrontare una sorta di depressione post parto, ma io certe sensazioni le vivo adesso che la bimba è ancora dentro la mia pancia! –

Nicola allunga la mano e la attira a sé sussurrandole nelle orecchie.

-Sei proprio convinta che sia una femmina eh? – La costringe a sedersi sulle sue ginocchia e la abbraccia riempiendola di baci. Andrea guarda curioso dal suo seggiolone. Poi Nicola continua.

-Abbiamo fatto la scelta giusta, vedrai che si sistemerà tutto e magari fra quattro o cinque anni avremo anche noi la nostra bambina! Sarà quello il momento giusto e dovremo solo preoccuparci di non far ingelosire Andrea! –

Barbara si è accucciata tra le braccia del marito, ha bisogno di essere consolata. Il dubbio che la prospettiva futura ipotizzata dal marito possa realizzarsi sono tanti.

Innanzi tutto Barbara non è sicura che sarà capace di ricominciare da capo, dopo tanti anni, con pappe e pannolini. Senza contare il trambusto della casa nuovamente sottosopra e le difficoltà di conciliare le esigenze di tutti.

Mancano ancora diversi giorni alle feste di Natale, in fabbrica si respira aria di vacanza e Barbara non vuole rovinare clima di allegria. Tiene per sé i suoi tormenti, non condivide le sue paure con nessuno e spera che nessuno si accorga del suo diverso stato. Se scoprono che è incinta, potrebbero licenziarla!

Dunque loro hanno concluso che non possono permettersi di aumentare la famiglia! Qualsiasi ragionamento si possa fare, Barbara e Nicola hanno deciso di non tenerlo quel nuovo fratellino o sorellina per Andrea.

La loro vita sta cominciando ad andare meglio da poco tempo, hanno messo qualche soldino da parte e possono permettersi qualche sfizio in più. Non avrebbe alcun senso complicarsi la vita con l’arrivo di un altro figlio!

Quindi il piccolo ritardo del ciclo è un incidente, un problema cui dover porre rimedio. È una conclusione a cui giungono di comune accordo e dopo aver riflettuto molto.

Comunque non è che abbiano tante altre scelte, il contratto di lavoro di Barbara parlava chiaro. Nonostante siano finiti i mesi di prova, deve sempre
rispettare l’impegno di non andare in malattia in questi due anni, altrimenti addio lavoro.

Trascorso il tempo dell’impegno preso con la sua firma, Andrea avrà quattro anni. Se tutto dovesse filare liscio a quel punto Barbara potrebbe pensare a dargli un fratellino o una sorellina. Certo saranno trascorsi altri due anni, Andrea ne avrà quasi sette e comincerà ad andare a scuola. Chissà se sarà più geloso di una sorellina o di un fratellino. Ma che cosa sta pensando

Sarà meglio rinunciare. Chi avrà voglia dopo tanto tempo di ricominciare da capo con pappe e pannolini!

Gli eventi hanno portato Barbara a fare delle rinunce e, anche se ogni passo è stato fatto
come una libera scelta, lei non si toglie dalla testa di aver subito una costrizione.

Sa che buttare via un figlio non è un modo per ribadire la propria accettazione di come vanno le cose o per dimostrare di essere una persona che sa stare al mondo. È una costrizione e basta. Un sopruso.

Barbara è stata educata a rispettare le regole, e forse questo l’aiuterà a soffrire un po’ di meno. Nelle traversie che sta affrontando, però, è ancora difficile distinguere tra ciò che è scelta e ciò che deve scegliere, tra ciò che lei vuole e ciò che deve fare.

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO – L’ULTIMO DELL’ANNO

-Ti sconsiglio vivamente di andare a lavorare alla Tana per la sera dell’ultimo
dell’anno, Sara. –

Giò, Rossana e Sara stanno discutendo sull’organizzazione di quelle feste di Capodanno millenovecento ottantatré sedute sui letti della mansarda della casa di Giò. Le ragazze sono
arrivate da Roma subito dopo Natale. Rossana trascorrerà qualche giorno di vacanza mentre
Sara lavorerà per avere qualche spicciolo in tasca senza gravare sul bilancio di casa.

-Secondo te Giò, dovrei andare al ristorante Lanterna e basta, vero? –
Chiede Sara.

-Sono d’accordo anch’io, da quel che so io nelle discoteche per l’ultimo dell’anno, succede di tutto, potresti trovarti in difficoltà, anche se il lavoro è più semplice di quello nel ristorante. – Le conferma Rossana.

Tra consigli e confronti la discussione nel sottotetto della casa di Giò, arredato per ospitare le sue amiche, diventa ben presto un resoconto delle varie esperienze. Poi il discorso, inevitabilmente, torna a essere quello dell’imminente trasferimento di Giò.

-Sono rimasta immobile, muta, con il cuore che mi batteva forte e la mente che non sapeva cosa dire! – Racconta Giò mentre spiega i primissimi istanti dopo aver ricevuto la notizia dal suo capo. –

-Ci credo, una notizia del genere che salta fuori di punto in bianco, dev’essere stato un trauma tremendo! –

Incalza Sara ricordandosi di quanto Giò le aveva raccontato della decisione presa dai suoi superiori. Quel viscido di Serrati, il suo capo ufficio, alle domande pressanti di Giò aveva
saputo solo aggiungere che non conosceva i particolari di quel trasferimento e che a lui l’avevano comunicato per telefono!

-Sono tornata alla scrivania e ho automaticamente aperto il cassetto per prendere una copia del mio contratto di lavoro. Non riuscivo a capacitarmi di quello che mi stava succedendo e lui non rispondeva a nessuna domanda che gli facevo. Ero disorientata, com’era possibile fare un trasferimento di personale con una telefonata. Potevano farlo? –

-Io mi sono informata con il Presidente, ma non ho cavato un ragno dal buco. A quanto pare
i trasferimenti sono decisi da due o tre dirigenti, fra cui il Direttore Generale. Non passano per il consiglio, per cui il Presidente non può farci nulla! – Specifica Rossana, più che altro per aggiornare Sara sulla situazione.

Il giorno in cui ricevette quella brutta notizia, circa quindici giorni prima di quell’incontro con le amiche in mansarda, appena Giò era tornata alla sua scrivania aveva letto la voce riguardante i trasferimenti. Sul contratto c’erano dei termini di legge che stabilivano come dovevano essere
eseguiti.

Era tornata nell’ufficio del capo.

-Guardi, qui c’è scritto che devono darmi almeno un mese di preavviso prima di potermi trasferire e, in ogni caso, devono inviarmi una lettera scritta e motivata. –

Due occhi porcini e disorientati l’avevano guardata spaventati. Per come la scrutavano sembrava che quello che gli stava dicendo venisse da un altro pianeta. Come se Giò avesse messo in discussione il verbo!

Poi il viso si era deciso a mettere lo sguardo sul contratto che aveva sotto il naso e, dopo aver letto il comma riguardante i trasferimenti, aveva dato ragione a Giò. Senza dire una parola, il suo capo ufficio aveva preso il telefono in mano per spiegare la situazione a Roma e Giò era tornata alla sua scrivania.

Per come aveva reagito alle sue precisazioni, molto scocciato e in fastidito, era evidente quanto
per il capo ufficio fossero assolutamente ininfluenti le motivazioni portate da Giò. La domanda sulla sostanziale regolarità o meno di quel trasferimento non si poneva nemmeno.

Il risultato di ciò che voleva ottenere doveva essere solo uno, che Giò se ne andasse da quell’ufficio, tutto il resto non contava.

-La signorina qui mi dice che … –

Giò ascoltava il capo ufficio mentre discuteva al telefono e nel sentire le sue argomentazioni
pensava: Adesso sono cazzi loro, toccherà a loro fare la prossima mossa.

Quel signorina aggiunto al tono mellifluo di Serrati infastidiva moltissimo Giò, tutta la telefonata era una farsa. Soprattutto perché si capiva benissimo che non avevano digerito la sua puntualizzazione e il fatto che lei avesse pienamente ragione.

Quando aveva ricevuto la notizia di quel trasferimento, in piedi davanti al suo capo, non era riuscita a far altro che tempestarlo di domande: quanto tempo dovrà restare a Roma ? In quale ufficio la manderanno? Che cosa dovrà fare?

Probabilmente ne aveva sparate troppe e troppo in fretta, ma aveva una tale confusione in testa che quello le sembrava l’unico modo per dare dei contorni alla situazione e farla apparire più credibile.

In un attimo i problemi affrontati otto mesi prima, quando si era dovuta organizzare per vivere a Roma, le erano passati davanti come le scene di un film già visto . Con quel trasferimento le davano appena una settimana di tempo per organizzarsi e c’era proprio di che preoccuparsi.

Il capo non aveva risposto ad alcuna di quelle domande e la luce di lampadina che si spostava di qua e di là, era tornata a farsi vedere nella mente di Giò. Che cosa doveva andare a fare a Roma? Tornerà al suo posto di Tonosa? E se dovrà restare a Roma, sarà all’ufficio agrario o in uno di quei paranoici uffici contabili?

Giò pensa alle possibili manovre o alla malafede che ci potrebbero essere dietro quei comportamenti; per fortuna è riuscita a prendere un po’ più di tempo rispetto alla settimana
con cui pretendevano che lei si trasferisse.

Se ripensa al fatto di essere costretta a presentarsi in ufficio a Roma in poco tempo non riesce a riprendersi dallo choc. Dovrebbe trovare in quattro e quattr’otto una sistemazione in città per non si capisce quanto tempo, senza contare lo sbaraccamento dei piani della sua vita. E questo con soli sei giorni di tempo!

Non si può cambiare la vita delle persone con un preavviso di soli sei giorni!

È confusa. Riesce a respirare solo perché si è presa il tempo necessario per farlo. Perché
hanno deciso di trasferirla? Ha partecipato al concorso perché il posto sarebbe stato a
Tonosa, nella sua regione, perché adesso cambiano la sua destinazione? Davvero quella faccenda del trasferimento è stata messa in piedi solo perché lei è una donna?

È vero che il capo ha accennato più di una volta che se Giò dovesse rimanere incinta , lui
non se la sentirebbe di lasciarle la responsabilità dei sopralluoghi; ma questo cosa c’entra
col lavoro? Non ha un marito, né un moroso, né qualche storia, né la voglia di averne. Inoltre
una soluzione si sarebbe dovuta valutare al momento, cioè sarebbe spettato a Giò decidere
se abbandonare quella parte del lavoro o affrontare il problema di essere nelle condizioni
fisiche per farlo.

E poi cosa c’entra una gravidanza? Un figlio non è mica una tegola che cade sulla testa, un incidente che ti cambia la vita da un giorno all’altro! Un figlio è un evento della vita che deve avere un suo spazio e un suo tempo, non è un infortunio sul lavoro!

Non è una condizione che matura dall’oggi al domani e che potrebbe compromettere la sua
efficienza sul lavoro. Ma forse è solo Giò a pensarla in quel modo.

Infatti il capo insiste con la colpa di essere donna, dei problemi che avrà Giò quando metterà su famiglia, e del fatto che lui, lì dentro, non la vuole più.

Nelle chiacchiere immediatamente successive alla decisione sul suo trasferimento, Serrati ha anche insisto nel raccontare di continuo che probabilmente, anzi quasi sicuramente, non andrà a lavorare nell’ufficio agrario di Roma. Si creerebbero gli stessi problemi sorti lì a Tonosa.

Potrebbe essere sballottata da un ufficio all’altro a seconda delle necessità, fosse anche solo quella timbrare cambiali.

Giò ragiona sulle prospettive che le vengono esposte e si rende conto che il problema non sarebbe tanto lavorare negli uffici dove c’è qualcosa da fare, il vero problema è che il discorso professionale va a farsi fottere!

Affrontando la questione da un punto di vista meramente economico, invece, in un ufficio a fare l’impiegata semplice non guadagnerebbe uno stipendio sufficiente a mantenersi a Roma.

Fondamentalmente Giò non riesce a capacitarsi del perché l’abbiano fatta andare a Tonosa per poi cacciarla via! Deve assolutamente conoscere i termini del concorso e vedere se può recuperare delle motivazioni per opporsi a quel trasferimento. A Giò di andare a Roma per non guadagnare una lira pulita, poiché se ne andrebbero tutti in spese, non le va proprio!

La lettera di conferma per il trasferimento, come aveva richiesto Giò dopo la
consultazione del contratto di lavoro, si materializza in ben due telegrammi a lei indirizzati. Hanno paura che non ne capisca uno?

Evidentemente si sono trovati in difficoltà dopo che li ha messi di fronte alle regole da rispettare. Nei due telegrammi , in poche righe sterili, si specifica che il trasferimento è dovuto a cause di calo di organico alla sede centra le. Che stronzata!

In quei giorni di grande confusione e delusione, Giò s’informa con Rossana per riuscire a scoprire quali retroscena ci sono dietro la sua vicenda. Purtroppo la sua amica può dirle poco nell’immediato. Innanzi tutto perché non poteva parlarne in ufficio, in realtà neanche il nome di Giò può essere pronunciato all’interno della Banca. Poi credono entrambe che sia meglio tenersi in contatto al di fuori del lavoro.

Nel frattempo scrive una lettera di risposta al trasferimento in cui spiega le motivazioni della sua opposizione; ne indirizza una al Presidente e una al Direttore Generale.

Una sera, dopo l’orario di ufficio, Giò va alla sede dei sindacati, dove aveva preso un appuntamento per parlare della situazione con un avvocato. Non ha tessere di partito o di sindacato, né l’intenzione di prenderle, spera solo che un modo legale per difendere la sua posizione ci possa essere!

L’avvocato con cui ha parla è una signora di mezza età molto disponibile e attenta a quello che le raccontava. Dal canto suo Giò ha cercato di non tralasciare niente, le ha spiegato la situazione e anche che al momento dell’assunzione ha dovuto accettare qualsiasi sede di lavoro.

-È questo che ti frega perché lo spostamento da una sede all’altra è accettato per contratto. Il fatto che ti abbiano detto che non gli vai a genio perché sei una donna non dice niente. Sono solo parole e non c’è nulla di scritto. Potresti provare a registrare le conversazioni con il tuo capo, solo così avresti in mano qualche prova che le motivazioni ufficiali sono solo scuse. –

-Penso che lei abbia ragione, da come hanno reagito quando gli ho fatto rispettare il preavviso, credo che non faranno altri passi falsi. Comunque io ho saputo che hanno sarà indetto un altro concorso per coprire il mio posto, e questo è un dato ufficiale! Come giustificano il fatto di trasferire me per metterci qualcuno altro? –

-Ci servirà a poco, perché basta che cambiano il titolo di studio richiesto o la residenza o una sola virgola e sono salvi. Forse la cosa migliore da fare è trovare il bando di concorso cui hai
partecipato, per leggere se vi era specificato il posto in assegnazione. –

Per giorni Giò si scapicolla per stanare quel benedetto bando, ma non riesce a trovare alcuna traccia, a quanto pare è stato inghiottito nei caveau della Banca d’Italia. Giò non sa proprio quali rami andare a smuovere per trovarlo.

I sindacalisti con cui è in contatto vogliono sapere come la pensa politica mente, insomma, capire bene da che parte sta. Giò sente delle affinità con la parte politica di sinistra, gli dice, ma non ha mai preso la tessera di un partito o di un movimento politico.

Un giorno di fine dicembre millenovecento ottantatré un sindacalista passa a trovarla in
ufficio. Aveva preso un appuntamento con lei ma sicuramente il suo vero scopo era vedere in che ambiente lavora Giò e, magari, fare un po’ di pubblicità al sindacato.

Giò non poteva trovare modo migliore per provocarli. Le smorfie che si sono dipinte come maschere sui visi dei colleghi avevano a che fare con lo spavento della visita del diavolo rosso!

CAPITOLO VENTICINQUESIMO – DISCRIMINAZIONI

-Non capisco perché hanno lasciato che vincessi il concorso e di conseguenza che fossi assunta, se poi devo fare questa fine! –

Le parole di Giò faticano a contenere l a delusione e l’arrabbiatura per quanto le sta accadendo. Accoccolate sul letto matrimoniale della mansarda Giò e le sue amiche chiacchierano di quello che è successo dentro l’istituto bancario in cui lavorano sia lei sia Rossana.

-Il concorso è stato un capitolo a parte. Era stata istituita una Commissione e c’erano più di una persona coinvolte sia per valutare sia per scegliere. Invece i trasferimenti li decidono solo tre persone e tra di esse non c’è il Presidente. Comunque il tuo caso ha creato una certa tensione all’interno della banca. –

Rossana cerca di stemperare lo sconforto della sua amica, sa che non ci sono appigli cui aggrapparsi, né per una soluzione positiva né per risollevarsi da quella melma. Forse l’unica consolazione sta nella solidarietà.

-Non me ne frega un cazzo delle loro tensioni e non m’importa neanche di dare ragione
all’impiegata di Roma che aveva tanto insistito nell’affermare la stranezza del mio
caso. Se ripenso a tutte le avvisaglie che avevo avuto quando giravo per quegli ammuffiti uffici di Roma, mi cresce un’amarezza e una rabbia senza fine. Mi hanno distrutta!

Le chiacchiere nella mansarda di Giò vanno a ruota libera, mancano pochi giorni alla fine dell’anno millenovecento ottantatré e ognuna di loro sta già pensando alla festa di capodanno.

Sara ha definito gli orari del lavoro al ristorante per il cenone dell’ultimo e il pranzo del primo dell’anno, invece Rossana la sera del trentuno uscirà con Giò e i suoi amici e resteranno in giro fino al mattino del primo dell’anno. Il giorno dopo tutti faranno una lunga dormita .

-Quello che mi stupisce è che nessuno fa riferimento al concorso o alle mie capacità. Si limitano a dire che c’è questo trasferimento e non si può fare niente per contrastarlo. Allora perché hanno indetto il concorso per quel posto di Tonosa? –

Nessuna delle ragazze sa dare una risposta a quella domanda e le frasi di Giò cadono nel vuoto provocando un collettivo singulto d’impotenza.

-Non ammetteranno mai di avere la necessità di assumere un’altra persona al tuo posto. Se lo facessero dovrebbero rimangiarsi il trasferimento e annullare tutto. Hanno intenzione di indire nuovamente il concorso e richiedere un laureato, figurati se pensano di fare un passo indietro! – Spiega Rossana scrollando il capo

-E così potranno mascherare il tuo trasferimento con la necessità di un impiegato con qualifica migliore! Bella trovata! Sono disgustosi! – Termina Sara rimarcando la sua contrarietà per quanto sta accadendo a Giò.

-Sapete cosa vi dico? Spero che al concorso si possa iscrivere una donna laureata e che lo vinca pure! –

La risata si perde sui tetti di Gàlino. Ognuna di loro è cosciente del fatto che ciò che sta
accadendo a Giò potrebbe succedere anche a loro. Per fortuna riescono a sdrammatizzare, a modo loro e con la spensieratezza della gioventù. Purtroppo ciò che non riescono a focalizzare appieno è quanto quegli avvenimenti segneranno per sempre la vita di Giò.

Tanti discorsi si potrebbero fare, e tante sarebbero le disquisizioni a favore e contro. Perché è così che va la vita.

Purtroppo la prassi della selezione e gli errori d’impostazione nelle assunzioni compiute agli inizi degli anni ottanta costeranno la mancata crescita di una valida classe dirigente in moltissimi settori delle attività economiche dell’Italia.

Le tre ragazze, invece, sono perfettamente in grado di capire la portata dello svarione esistente tra le qualifiche e i rispettivi avanzamenti professionali, che non sono per niente meritocratici. Difficile in quei frangenti rendersi conto di avere identificato un’altra causa del disagio giovanile.

Dovunque volgano lo sguardo, Giò e le sue amiche si trovano a faccia a faccia con tante situazioni discriminanti nei confronti della donna che causano difficoltà e pesano come macigni.

Per molte donne le situazioni di stronzaggine maschile attaccano da più parti, come se la commedia della vita avesse improvvisamente deciso di lasciarle sole a combattere contro l’universo maschile.

Nella battaglia quotidiana il gioco delle parti si sviluppa in un crescendo farsesco e gli avvenimenti si stravolgono a tal punto che il mondo, fino a quel momento apparso con
un altro volto, sembra essersi capovolto.

In quella fine di anno millenovecento ottantatré Giò indaga sui retroscena della vita coniugale della professoressa Fraboschi, e non riesce a darsi pace. Suo marito è un funzionario di banca e quante di quelle persone che lavorano con lei e con Rossana, sono degli stronzi maschilisti anche tra le mura domestiche?

Pochi chilometri più a sud di Gàlino, dove Giò e le sue amiche si confrontano sul tema della parità di genere, in un appartamento di Nobili Barbara e Nicola hanno fatto la loro scelta.

Non avrebbe senso complicarsi la vita con l’arrivo di un altro figlio e non vogliono rinunciare
all’entrata dello stipendio di Barbara .

I padroni hanno già in mano le sue dimissioni firmate e senza data, se dovessero sapere che lei aspetta un figlio finiranno di compilarle e a quel punto lei dovrebbe farsi da parte.

Quella decisione, al di là delle giustificazioni che continuano a ripetersi come consolazione della strada imboccata, è stata presa senza avere altra scelta.

La nenia, le note ripetute, il leitmotiv, la litania, forse una preghiera, continua a suonare nella testa di Barbara come un’oscura colonna sonora da film horror.

Nelle stesse strade di Nobili, Susy combatte la sua muta battaglia per essere visibile, per avere uno spazio nella sua compagnia, per imporsi all’attenzione degli altri. In alcuni momenti parla da sola dentro il suo miniregistratore.

A ch vorrebbe lanciare il suo grido d’aiuto? È una domanda che quasi urla avvicinandosi al microfono .

Di quali attenzioni ha bisogno una normale ragazza di periferia, una giovane qualsiasi che non ha fronzoli per la testa, che lavora e si diverte come tutti gli altri, che aspetta il sabato sera per non pensare a nulla. Da dove nasce quel suo bisogno di non pensare a nulla?

Le rivelazioni sui retroscena della vita familiare di Susy si sono arricchite a mano a mano che Giò e le sue amiche ne hanno parlato. Ne è venuto fuori un quadro sconcertante, uno squarcio di luce che ha chiarito come l’ambiente possa contribuire a modificare l’atteggiamento delle persone.

Il clima di sopraffazione che si respira in quella famiglia, è rivolto unicamente contro la donna , con la precisa intenzione di volerla sottomettere.

Perché Nicola, fratello di Susy e marito di Barbara, sorella di Valerio, non ha subito la stessa influenza negativa.

La continua negazione delle aspirazioni di Susy e la mancanza di stimoli ad averne, porta come risultato la necessità di sballarsi come fanno tutti gli altri e spiega bene l’incapacità di reagire per fronteggiare le umiliazioni del branco.

Qualche giorno prima di Natale millenovecento ottantatré, Giò passa a trovare la professoressa Fraboschi. Anche lei conosce la situazione di Barbara, gliene ha parlato Valerio.

-È terribile quello che sta affrontando Barbara, spero proprio che prenda la decisione migliore per se stessa. –

-È propri o questo il punto, Giò, riuscire a distinguere qual è la decisione migliore! Purtroppo per noi donne non è mai facile. –

Giò spera, in quell’incontro con l’ex insegnante, di capire qualcosa in più della sua situazione tra le mura domestiche. Durante le ultime settimane di lavoro all’ufficio di Tonosa, soprattutto per distrarsi da quello che le stava succedendo, ha indagato tra le conoscenze dei suoi colleghi per scoprire qualcosa di più riguardo al marito di Maria Fraboschi.

Dopotutto è considerato un collega, anche se lavora per un altro istituto, in più ha raggiunto un livello molto alto della scala dirigenziale per cui la sua notorietà, e di conseguenza i pettegolezzi che lo riguardano, ha superato le soglie del suo ufficio.

Naturalmente non è molto bello parlare alle spalle delle altre persone, ma Giò sa che difficilmente rivedrà ancora i suoi colleghi di lavoro e avere informazioni su una persona lontana e distante da loro non lo considera disdicevole.

In particolare cerca di conoscere gli aspetti pubblici dei comportamenti di Paolo, quindi non s’impiccia di vicende private o personali. Il quadro che viene fuori porta alla luce il suo grande problema della dipendenza da alcol.

Quel giorno a casa della professoressa Giò è già a conoscenza di quello che Maria ha sempre creduto essere un problema personale. La ragazza aspetta solo l’occasione giusta per spendere un po’ di solidarietà. Non solo femminile, ma soprattutto contro l’establishment bancario.

Giò si alza dalla sedia scostandosi dal tavolo della cucina e dopo aver bevuto l’ultimo sorso di caffè, la professoressa, gentile come sempre, l’ha invitata a casa sua per quell’incontro.

All’improvviso si sente sbattere il portone in fondo alle scale del palazzo e Giò volta istintivamente la testa in direzione del portone d’ingresso dell’appartamento.

Una persona sale le scale con incedere insicuro, si capisce da come mette giù i piedi. Maria si alza velocemente portando via le tazzine dal tavolo.

È quasi mezzogiorno, vuoi che Paolo non abbia approfittato dell’aperitivo con gli amici al bar!

-Scendiamo a dare un’occhiata in libreria, ti va? – Domanda Maria a Giò che assente entusiasta. Sulle scale incrociano il marito di Maria, che lancia un saluto frettoloso mentre Giò, che non lo conosce di persona, visto il suo stato penoso, si fa da parte con indifferenza.

Certo deve essere difficile per la sua ex professoressa trovare giustificazioni per quel comportamento e continuare a negare l’evidenza per mantenere il decoro della famiglia.

Quando raggiungono la libreria sull’altro lato del viale, dalla vetrina spunta il titolo di
un libro che parla di dipendenza all’alcol.

-È un buon libro, sai tratta l’argomento in maniera un po’ tropo clinica, ma è scritto bene. –

Maria sta per tirare fuori tutto il suo dramma confidandosi con Giò, e usa la scusa della critica sul libro per mettere a fuoco quello che succede nel suo matrimonio.

-La dipendenza dall’alcol pesa molto nel rapporto di coppia e le discussioni si scatenano proprio quando il tasso di alcol nel sangue ha superato il livello di sogli minima. È un vizio che l’uomo spesso getta in faccia alla donna come se fosse colpa sua, e spesso è questo che tocca subire come ricompensa al sacrificio fatto per mantenere in piedi la coppia. –

Maria fa una breve pausa, forse per riprendere fiato, forse per addentrarsi ancor più nel suo dramma.

-A un certo punto ci si trova costrette a non poter più fare finta di niente. E poi pazienza l’essere costantemente mandata a quel paese, ma che ciò avvenga dando una ridicola manifestazione di se stesso, è l’insulto più grande che si possa subire. –

Sono entrate nella libreria e Giò è contenta di come riescano a parlare liberamente di un argomento tanto delicato senza scendere sul piano personale.

-Io credo che a un certo punto la donna debba tirarsi indietro, per far capire all’uomo
che ad andare a fondo deve essere solo lui e il suo vizio! – Dice Giò mantenendo il tono impersonale della professoressa. – Perché comunque bisogna salvaguardare la dignità dei figli e poi per ché bisogna mandare chiaro il messaggio di non essere disposte a subire l’umiliazione di avere al fianco un uomo che si è trasformato nella caricatura di se stesso. –

Maria sorride, ha preso in mano l’ultimo best seller di Fruttero Lucentini e il discorso passa su un altro argomento.

La libreria è piena di titoli che occhieggiano sotto forma di regalo per le feste e questo le aiuta a cambiare tono e modo della loro chiacchierata.

Poco dopo si commiatano e se Maria da un lato è riuscita a togliersi di dosso qualcuno dei suoi tristi pensieri, dall’altro deve tornare a fare i conti con le importanti decisioni che ha preso.

Da quando la piega del suo rapporto con Paolo ha cominciato a scendere la china della violenza, non ci sono più scuse che reggono né ferite che si possono guarire con un semplice bagno caldo il sabato mattina.

Non può più permettersi di avere al suo fianco un uomo com’è diventato Paolo. Deve indurlo a invertire la rotta, per recuperare se stesso, altrimenti la sua ordinaria stronzaggine se la dovrà vivere completamente da solo.

Appena terminate le vacanze natalizie tornerà da ll’ avvocato per definire la questione .

CAPITOLO VENTISEIESIMO – MOLESTIE

-Buongiorno desidera? –

-Avrei bisogno di qualcosa di speciale, sa, devo fare un regalo. –

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno millenovecento ottantatré, nel negozio di Patrizia a Roma, entra un signore sulla cinquantina.

-Per chi è il regalo? –
Domanda prontamente Patrizia notando un certo nervosismo nell’uomo. In quel momento nella sua testa una nota stonata inizia a suonare componendo una sorta di leitmotiv cui non capisce né l’origine né la melodia.

-Mia moglie. – Risponde lui con voce melliflua e guardandola con occhio languido.

-Cosa pensava di regalarle, qualcosa per la casa, un pigiama, dell’intimo, una sottoveste? – Mette tutte quelle parole una sopra all’altra, spostandosi lungo il bancone. Patrizia spera di fargli capire che è meglio impostare la conversazione sul piano professionale, tanto per non dargli spago.

-Cerco qualcosa di speciale per l’ultimo dell’anno, pensavo a uno di quei reggiseni che vanno di moda adesso, quelli con un po’ d’imbottitura. Tanto per fare bella figura, almeno alla serata danzante, ormai sa, mia moglie ha poco da mettere dentro un reggiseno.

Porco e anche stronzo. Ecco cos’è la nota stonata, quella che si compone in un leitmotiv, in una melodia, in una litania o che diavolo altro può essere quel ritornello fastidioso e gracidante che si forma nella sua testa ogni volta che s’imbatte in certi comportamenti maschili.

-Mi sono arrivate le ultime novità proprio questa settimana, adesso le faccio vedere. – Gli risponde Patrizia cercando di riprendersi dopo essersi resa di conto di quanto sia viscido quell’uomo. Il cliente va servito comunque, anche se lei pensa che sia un maiale.

-Mi piacerebbe colorato, sa, il bianco e il nero, ormai … –

-Hanno stancato, ha ragione. Guardi, ci sono questi colori nuovi, il grigio perlato, il verde acqua, il color ruggine. –
Il cliente li alza e li guarda da vicino sotto la luce del bancone. Poi allunga il braccio verso di lei reggendone uno in mano.

-Chissà come stanno bene addosso a lei. –

Maiale e sempre più stronzo.

-Io sono tradizionalista, ho il mio genere e mi trovo bene con quello. –
Patrizia tenta in qualche modo tocca di far cadere nel vuoto la provocazione.

-Lei li ha mai provati questi? –

-E come no, altrimenti come farei a sapere se sono comodi o no. E questi, in effetti, sono i modelli più elastici e avvolgenti che ci sono. Con tutte queste belle colorazioni, poi, sono diventati veramente un must per tutte le donne, sia in fatto di qualità sia di comodità. –

Bisogna buttargliela sul tecnico professionale; ma lui non molla.

-Lei certamente non mi direbbe mai che la sua merce non è valida, e io non discuto; ma
quello che volevo sapere è l’effetto che fa indossato da lei. –

Patrizia è salita sulla scaletta per raggiungere lo scaffale in alto, dove tiene gli altri reggiseni. Il parlare in un sussurro di quell’uomo, con un tono melenso che lo rende ancora più viscido di quanto già non lo sia, e il fatto di essersi allontanata un poco, le danno la scusa per fingere di non aver sentito.

-Vede questi, per esempio, sono di un’altra ditta, hanno le stesse caratteristiche di quelli che ha in mano, ma non sono così comodi e confortevoli. –

Patrizia è tornata al bancone e mentre posa la scatola sul piano, si sente prendere la mano con forza.

-Io però vorrei avere qualcos’altro in mano … –
Il cliente si è pericolosamente avvicinato al suo viso. Sarà per la velocità e la forza con cui afferra la mano di Patrizia, sarà per il fastidio che il suo comportamento le sta provocando, fatto sta che lei reagisce con ugual forza, strappandosi via.

-Scusi ma lei ha già sotto mano il meglio! Questi costano 45 euro, questi altri 30. –
Il tono è diventato secco e deciso: o capisce e la smette, o finiranno per litigare.

In quel frangente si ricorda chi la moglie di quell’uomo, donna che lei che conosce benissimo e che non è affatto quel gran seccume, come dice lui.

Un uomo così porco non se la merita una donna in gamba come lei e, proprio per questo, gli ha detto in faccia che lui ha già il meglio. Farebbe bene a non rischiare di perderla. Lui.

Quanto alla moglie, Patrizia spera per lei che non ci tenga troppo a uno stronzo d’uomo come quello.

-Una bella doccia è senz’altro quello che ci voleva! –

-Sì, ma mamma sono quasi le dieci di sera, è mezz’ora che ti sto chiamando, finalmente ti sei degnata di rispondermi! –

Sara sta chiacchierando con la madre con un tono misto tra la compassione e il rimprovero. Il lavoro al ristorante Lanterna di Nobili è appena terminato, i preparativi per la serata dell’ultimo dell’anno sono a buon punto e stanno fioccando le prenotazioni. Ogni sera da quando ha raggiunto la riviera adriatica per quel lavoro di fine anno, Sara chiama la madre per tranquillizzarla sull’andamento della sua esperienza.

-Lo so che è tardi, ma non potevo proprio farne a meno. È da stamattina che sento il bisogno di farla. Oggi non ho fatto altro che lavarmi le mani. –

-Perché, cosa hai fatto, ti sei sporcata con gli scatoloni? –

-Eh, magari fosse stata sporcizia di polvere … –

-Dai, racconta, cosa ti è successo? –

-Hai presente Mario? –

-Mario chi? –

-Quello che ha il negozio di fotografia in cima al viale, hai presente?

-No, ma fa lo stesso. Che cosa ha fatto ‘sto Mario? –

-È venuto in negozio per comprare un regalo alla moglie, e poi si è messo a fare allusioni, su come starebbe bene addosso a me e … –

-Come starebbe bene addosso a te cosa? –

-Un reggiseno. –
Patrizia sta per essere sopraffatta dalla nausea; a volte certe situazioni provocano più
problemi nel parlarne che averle vissute.

-Davvero? Si è messo così di brutto a farti i complimenti? –

-Macché complimenti, quello è un maiale e basta. –

-E dai mamma, magari invece …

Sara continua la conversazione pensando alla madre alle prese con le avances di un uomo e la faccenda la incuriosisce.

-Ma è sposato! –

-E allora? E dimmi, com’è, bello? –

Sara si sta divertendo a incalzare la madre verso quella nuova conoscenza, ma si sa, i figli pensano sempre ai genitori come a delle persone superiori, come se ciò che gli accade non fa parte del loro mondo.

-Sara, sei fuori binario; quell’uomo mi ha molestato, non mi ha fatto i complimenti! Mi ha afferrato la mano e se non sto svelta a farmi da parte mi ritrovo anche i suoi baffi in bocca!

-Ha i baffi? –
Sara scoppia a ridere. Beata gioventù. Non prendono mai niente sul serio. Poi, per fortuna, si riprende.

-Scusa, mamma, hai ragione tu, è stato un maiale, dovresti denunciarlo! –

-Oh, lascia stare , sono stata furba io a portare la discussione sui particolari del suo acquisto, anche se lui non mi dava tanto retta. Comunque gli ho fatto capire che non era aria, gli ho incartato il regalo e se n’è andato. –

-Ha pagato, almeno? –
Le chiede Sara, più per riprendere il controllo dopo la risata che non è riuscita a trattenere. È meglio cambiare discorso, e Sara comincia a raccontarle qualcosa delle chiacchierate a casa di Giò.

Dopo aver chiuso la comunicazione, Patrizia va a vestirsi, l’accappatoio umido le sta facendo gelare le ossa. Sara ha ragione a dire che dovrebbe denunciare Mario, ma poi chi ha tempo di seguire tutte le beghe della denuncia, e poi il negozio, e poi i clienti?

Mario è una persona stimata, la moglie non merita di finire additata per colpa sua. Fortunatamente non è successo nulla di grave, quindi è meglio lasciar stare.

Sono trascorsi diversi mesi da quando la presenza di Giò, dentro casa sua e dentro la sua vita, è passata come un tornado. Patrizia ricorda con affetto quei giorni e la distrazione di cui hanno potuto godere sia lei, sia i suoi due figli. Se non fosse stato per le traversie che ha dovuto sopportare nel fronteggiare le vicissitudini quotidiane, Patrizia avrebbe prestato più attenzione nei confronti delle confidenze di Giò.

I racconti su quello che subivano le donne per via dei vari problemi nel riuscire a conciliare vita di casa e lavoro l’avevano lasciata distaccata, ma adesso che ha saputo dei guai che sta passando Giò con la banca, la domanda su come se la stia e passando quella ragazza è diventata quasi un’ossessione.

Per fortuna Sara, da quando si è recata a Gàlino per lavorare durante le feste di Natale millenovecento ottantatré, l’ha aggiornata con gli ultimi sviluppi. Purtroppo le decisioni che Giò deve prendere non la porteranno di sicuro a tornare da Patrizia, perché non ha alcuna intenzione di tornare a Roma per lavorare.

Il comportamento degli uomini che ha attorno non è per niente migliorato rispetto a quei giorni e Patrizia è riuscita sola mente a smussare qualche angolo. Con questo non vuole ammettere che siano diventate una routine cui non fare più caso, anzi, il peso della sopraffazione maschile sta diventando sempre meno sopportabile.

Gli uomini, tanto duri nel fronteggiare le donne quando si tratta di lavoro o di affari, non cambiano modo di vivere neppure in famiglia. Osteggiano la donna in ogni ambito, quasi avessero paura di loro e sfruttassero ogni arma per farle sentire inferiore.

Se non succede sul lavoro, accade dentro casa. Quando in famiglia va tutto bene ecco che i guai capitano con le relazioni sociali e tra gli amici. Maria non riesce a svicolarsi dalla violenza del marito. Patrizia oltre a dover combattere contro gli squali che vorrebbero farle chiudere il negozio, deve subire le molestie dei clienti. Barbara è costretta dal contratto di lavoro a decidere se tenere o meno la sua bambina.

Da quando Carlo non c’è più, l’atteggiamento avverso si è riprodotto in ogni uomo che Patrizia ha incontrato. Come se la donna senza un marito, oltre ad essere una preda, possa rappresentare anche un pericolo.

Possono le donne insegnare qualcosa di diverso agli uomini, possono le donne crescere i figli maschi affinché diventino uomini per bene?

CAPITOLO VENTISETTESIMO – EXSTASI –

A metà serata Susy e i suoi amici escono per prendere una boccata d’aria. Timbrano la contromarca per rientrare e fanno quattro passi nel parcheggio.

L’organizzatore di quell’intermezzo, il solito Paci , si avvia verso la sua auto, apre lo sportello e
accende la musica a tutto volume.

Iro si stacca da lei, e allora Susy comincia a ballare da sola in mezzo alle macchine. Iro è corso al lato opposto dell’auto, confabula con l’amico seduto al posto di guida, poi si avvicina di nuovo a Susy.

Ha qualcosa in mano. La sua faccia contenta esprime la soddisfazione per quello che è riuscito a ottenere e che porge a Susy.

-Guarda cosa ti regala il tuo Iro. – Le dice melenso accarezzandole la spalla.
Susy si sporge all’indietro per vedere cosa sta portando l’amico, però non vede niente, e
allora lo guarda come per dire che cazzo ha.

-Dai! – La esorta Iro come se avesse per le mani un tesoro in grado di aprire le porte del paradiso.

-Cos’è? – Chiede Susy caricando lo sguardo d’interrogativi nonostante sappia già che non avranno una risposta certa.

-Niente, una cosina che ti farà andare su di giri. –

Il resto Susy se lo ricorda strano, non sa quanto Iro abbia insistito, né se le parole uscite dalla sua bocca siano state esattamente come Susy immagina . Ricorda di aver messo in bocca quel niente di cui forse il suo amico Iro ha parlato e di aver continuato nel suo ballo solitario. Come se tutto fosse normale. E non ricorda neppure di essere stata male.

La discoteca in cui Susy e i suoi amici hanno deciso di trascorrere l’ultimo dell’anno si trova a due passi dal ristorante, quello in cui Sara ha trovato lavoro per la notte dell’ultimo dell’anno millenovecento ottantatré.

Nel locale la serata si sta consumando tra brindisi e carrellate di allegria nei trenini danzanti che girano tra i tavoli; i ragazzi che svolgono il servizio assieme a Sara, ogni tanto escono sul retro della cucina per fumare una sigaretta.
Sull’altro lato della strada si vede il parcheggio della discoteca che ha registrato il pienone
nonostante l’esorbitante prezzo d’ingresso.

Giò e le sue amiche, Rossana inclusa, hanno preferito partecipare a una festa privata in un albergo di Bicami. Sara è contenta che siano lontano da Nobili a festeggiare.

Per quello che riesce a vedere dei frequentatori della discoteca vicino al ristorante, deve convenire con Giò riguardo alla presenza di sballati d’ogni genere. Sarebbe stata in pensiero nel saperle immerse in quella bolgia inverosimile.

-Come ti va? Riesci a farcela? –
Roberto si rivolge a Sara tra un tiro e l’altro della sigaretta.

-Il ritmo del servizio ai tavoli è veramente duro e certe volte faccio fatica a capire dove sono arrivata a portare i piatti. –

Risponde Sara continuando a fissare un punto indefinito dietro ai bidoni del cortiletto che si trova sul retro della cucina del ristorante.

-Meglio qui che là dentro – dice Roberto facendo un cenno verso la discoteca
dall’altra parte della strada – mi avevano proposto un lavoro per stasera, ma io ho preferito venire qua. Si fatica un po’ di più, però non ci si trova immersi nel casino! –

-Anche a me hanno sconsigliato quel posto per lavorarci, però sembra che la gente là dentro si diverta da matti! –

-Si divertono di sicuro ma circola troppa droga per i miei gusti! Canne, acidi di ogni tipo, eroina, alcol. Domani avranno parecchio da lavorare gli addetti alle pulizie! –

Sara è senza parole, Roberto vive a Nobili e sicuramente conosce molto meglio di lei quelli che sono nel locale.

Quando vede la ragazza che balla tra le auto parcheggiate e i suoi amici che fumano e bevono senza limiti, si rende conto di quanto sia stato provvidenziale per lei evitare di finire a lavorare in quel posto.

Il pensiero corre subito alle preoccupazioni di sua madre Patrizia. Se dovesse venire a conoscenza di quello che sta succedendo a pochi metri da sua figlia, sarebbe la fine della sua libertà.

Nello stesso istante in cui ne prende coscienza, Sara formula immediatamente il fermo proposito di non raccontare nulla a nessuno di ciò che ha visto.

Poco dopo rientrano in cucina per continuare il loro lavoro e, chiudendosi la porta alle spalle, Sara e Roberto concordano di lasciare la triste realtà dello sballo allucinato separata da loro.

Diversa è la situazione per Susy. Lei non può più scegliere di separarsi da quello che è accaduto nella notte.

I giorni seguenti Susy non riesce più a distinguerli e, nella settimana sono tutti uguali. Nelle ore del sempre e del mai, Susy si trascina come un automa .

Ormai ha poca importanza il perché e il per come di quello che è successo e ancor di meno ciò che le è rimasto in testa.

Lo sapeva. Susy aveva capito fin da subito che presto o tardi sarebbe andata a finire così. Tutta
colpa di quel deficiente di Iro, e di lei che gli ha dato retta.

Buttati, le diceva, entra nel mucchio, ne vale la pena, vedrai che sballo.
Eh, già. Lo sballo c’è stato, ma adesso che è tutto finito Susy non è certa di poter dire se ne sia valsa la pena.

Non sta a lei giudicare, troppo poche le sue qualità per pensare di riuscire a esprimere
delle opinioni. Lei deve stare ai fatti, elencare la scena, allestire il palcoscenico, mostrare
ciò che è successo. Nella sua registrazione.

Poi saranno gli applausi o i fischi a decretare il successo o avvallare il fallimento.

Come in una commedia farsesca dove ognuno deve interpretare il suo ruolo e attenersi al copione, così Susy si sente nel vivere la sua vita. E così deve essere
per restare protagonista del suo nastro registrato.

Le incisioni, quei resoconti impressi nel registratore nei rari momenti in cui riesce a parlare con se stessa, sono diventate una sorta di nenia, una litania, un leitmotiv.

Di tutto il resto poco importa. Se nella realtà che è stata narrata i protagonisti delle storie si mescolano tra loro, gli scenari cambino e il racconto assuma una diversa aderenza alla
realtà.

Qualcuno, alla fine, si ricorderà di quella mania di Susy e ritroveranno, tra le parole incise, la ricostruzione di quello che è successo. Ma il seguito di quegli episodi di violenza contro la donna non avrà mai una coda penale, una denuncia pubblica e neppure l’onore della creazione di una legge ad hoc.

Nel frattempo il problema è solo di Susy, che fatica a ricordarsi le cose, a volte neppure quello che ha mangiato a pranzo, neppure se ha davvero scopato con Iro, o se Luca la cerca ancora, o se la Rosi esce ancora con la compagnia.

Tutto è diventato niente. Come niente è stato ciò che le ha dato Iro.

Ogni tanto le basta avere niente da mettere in bocca, sta assieme agli altri, fa le cose normali tutti i giorni, e così si va avanti; sempre con niente.
Allora, ne è valsa la pena?

CAPITOLO VENTOTTESIMO -LA DECISIONE

-Ragazze, se volessi, potrei combattere una volta che sarò a Roma, cioè dall’interno della Banca; ma solo al pensiero di tornare in quelle fogne di uffici mi sento male! E poi dove lo trovo un posto per dormire? –

Le parole di Giò risuonano amare tra i muri delle stanze, la piccola mansarda sta cercando
di contenere troppe delusioni e troppa rabbia.

Alla fine potrebbe esplodere travolgendo le vite di chi si trova al suo interno. Fortunatamente la loro giovane età permetterà di far crescere in ognuna di loro la coscienza di quanto sia importante il valore di se stesse come persone.

Tutto il resto non deve condizionarle più di tanto; difficile da sopportare, ma devono farlo.

-Stai scherzando Giò? Sai benissimo che casa nostra è sempre a tua completa disposizione. –
Sara sgrida l’amica e si sente offesa per quella mancanza di considerazione riguardo all’ospitalità della sua famiglia.

-Anche mia madre sarebbe felicissima di averti di nuovo da noi! –
Aggiunge Rossana ricordando quanto si erano divertite la volta che Giò aveva trascorso un
week end a casa sua a spasso per Roma.

-Ragazze, so benissimo che non avrei problemi ad avere il vostro appoggio in città, ma quanti soldi dovrei rimetterci se decidessi di trasferirmi? Considerate che non sarei più retribuita come tecnico, sarei un’impiegata semplice. E come potrei mantenermi a Roma con uno stipendio di ottocentomila lire? –

Il discorso si anima sulle eventualità di trasferimento in città e su come si potrebbero risolvere i problemi di una lunga permanenza.

-Comunque ragazze, se anche riuscissi a fare un passo del genere poi dovrei combattere da dentro l’istituto, ma non sono sicura che questo possa dare dei frutti. Pensate cosa succederebbe se riuscissi a riconquistare il mio posto a Tonosa, che ambiente avrei attorno? Come farei a lavorare serenamente, trovandomi davanti a un capo ufficio che non mi
sopporta? Non posso mica diventare un uomo solo perché lui mi accetti come impiegato tecnico! –

Il tono della discussione si modifica immediatamente perché l’abbinamento con il cambio di sesso è troppo stimolante per un gruppo di ragazze come quello. È facilissimo passare a un argomento più leggero come i travestimenti e i travestiti.

Gli interrogativi di Giò, invece, restano intatti, come i dubbi e le possibili risposte che continuano a ronzare nella sua mente. E si compone la solita nenia, il leitmotiv, la litania.

Se davvero dovesse riuscire a mantenere il posto di lavoro, poi come lo vivrebbe?
Sicuramente non è disposta a lasciarsi logorare come quelle esaurite impiegate romane!

Se dovesse tornare al suo lavoro di Tonosa, poi riuscirà a convivere con la schizofrenia di
essere uomo sul lavoro e donna nel privato?

Giò si sente e vuole restare donna in ogni aspetto della sua vita e non è disposta a cambiare solo per mantenere un posto di lavoro che non la rispetta. Ha solo vent’anni, non può pensare di morire professionalmente e come persona solo perché ha incontrato una massa di stronzi!

Certo è difficile farsene una ragione senza cadere nella disperazione della condizione femminile. Basta pensare alle persone vicine a lei che devono saltare una marea di ostacoli e il quadro diventa nero immediatamente.

La Feronsi, per esempio, che dovunque gira lo sguardo per cercare un lavoro, deve subito abbandonare qualsiasi velleità di realizzazione professionale.

Prima l’assicurazione che non ha tenuto in considerazione la sua domanda perché essendo donna, avrebbe potuto creare dei problemi con i suoi colleghi uomini. Come se nelle storie di corna l’uomo non abbia alcuna responsabilità. Ridicolo.

Dopo quella delusione ha presentato il curriculum al consorzio, all’ispettorato agrario e a un’altra assicurazione: “Non si sa mai” aveva pensato “magari quest’assicurazione non se la prende con le donne!”.
Nessuna delle domande aveva ricevuto risposta e alla fine Sonia Feronsi aveva preferito continuare gli studi e laurearsi, con la speranza che un altro pezzo di carta le desse qualche
opportunità in più di affermarsi.

Giò è convinta che questo non aiuterà più di tanto la sua ex compagna di scuola a trovare un lavoro professionalmente gratificante. Per come l’ha capita Giò e per le esperienze che sta vivendo, il quadro della condizione femminile nel mondo del lavoro difficilmente riuscirà a migliorare e sicuramente non raggiungerà mai la giusta parità con l’uomo.

In quei primi anni ottanta le discriminazioni nei confronti delle donne esistono in ogni campo e ancor di più in quelle professioni ritenute ancora esclusivo appannaggio degli uomini.

L’amarezza più grande sta nella constatazione che proprio i lavori più remunerativi sono affidati solo agli uomini. Esistono ampie sacche retributive in cui la parità è negata alle donne oppure, a parità di grado con l’uomo, le donne sono sotto retribuite.

Purtroppo la situazione non cambia se si esce dalla cerchia stretta della ricerca di un lavoro retribuito. Una sua amica che si è diplomata qualche anno prima di Giò, ha deciso di cambiare completamente la sua vita e si è presentata a una selezione per volontari da inviare in Africa per collaborazioni.

Aveva già un lavoro, che non riguardava l’agraria, e volendo dare una svolta alla sua carriera professionale ha deciso di ripartire dal volontariato.

Ha risposto a un inserto apparso su un quotidiano specializzato in agricoltura di cui è abbonata e si è presentata a un colloquio per la selezione di volontari. Al termine dei vari test e confronti con gli psicologi le è stato detto che, una volta arrivati in Africa, bisogna essere certi della propria autonomia e si deve essere pronti a ogni evenienza.

Naturalmente aveva concordato in pieno a quella richiesta, non si può mica pretendere di andare ad aiutare gli altri se si è i primi ad avere bisogno!

Perché il servizio dei volontari comprende anche il dare da mangiare ai bambini e fare taglio e cucito con le donne dei villaggi.

Teresa è rimasta esterrefatta da quella conclusione perché comprendeva benissimo che non si poteva pensare di avere in Africa gli stessi servizi dell’Europa. Ma non avrebbe mai pensato che questo includesse impegnarsi in un compito che lei non svolge neppure a casa sua.

E poi cosa c’entra la sua professionalità in agricoltura (come richiesto specificamente nell’annuncio) con un la voro da assistente sociale che lei non conosce per niente?

Alla fine Teresa prima ancora di aspettare la loro chiamata ha deciso di rivolgere altrove le sue attenzioni. La telefonata, comunque, non è mai arrivata.

CAPITOLO VENTINOVESIMO – L’ABORTO

Buttare via un bambino non è una cosa facile. Sì, in teoria si va lì una mattina e si torna a
casa la sera. La differenza è che succedono tantissime cose in quelle poche ore.

Nicola è sempre stato con lei. Sono arrivati all’ospedale presto, l’aria attorno sembrava avvolgerli di una strana quiete, come se la fine dell’ anno
millenovecento ottantatré potesse presagire anche l’epilogo di tante traversie.

Le danno una cameretta assieme ad altre mamme che aspettano di partorire. Che angoscia. Le lenzuola sono fredde, anche se l’aria riscaldata del reparto fa soffocare anche chi sta vestito con la sola maglietta.

Barbara cerca di non pensare a niente, è riuscita a convincersi che è un intervento di routine, che non ci saranno complicazioni e che deve solo togliere qualcosa che dà fastidio alla loro vita. Come un ostacolo che si è messo improvvisamente davanti a loro.

Quando esce dalla sala operatoria Nicola l’aspetta lì vicino, le stringe le dita, quelle della sua mano sinistra che se ne sta appoggiata, come morta lungo il fianco al bordo del letto.

Barbara è stordita, come se non avesse dormito per mesi. Nel suo corpo avverte lo svuotamento dell’ utero. Si è liberato. Secondo i medici tutto si è svolto in tranquillità e la sera può tornare a casa.

Nelle ore successive a quel triste evento ci sono pensieri e sogni che diventano strani. Barbara guarda il piccolo Andrea e le viene in mente che potrebbe aver buttato via lui. Piange di continuo.

Ci sono sentimenti che vengono a galla a tradimento e le lasciano dentro una malinconia senza fine. Si sente la pancia vuota.

Passerà anche quel periodo, le hanno detto. Sarà come dover affrontare una specie di depressione post parto che durerà solo qualche settimana, poi tutto tornerà come prima. Lei
e Nicola hanno fatto la scelta giusta e ogni volta che il pensiero ricorre a quegli orribili momenti, cerca di farsi forza attaccandosi a quella certezza.

Di tristezza in malinconia sono finite anche le festività e i primi dell’anno millenovecento ottantaquattro Barbara torna al lavoro. La fabbrica non le sembra più la stessa e maledice quel posto ogni giorno di più.

Le altre operaie non fanno altro che prenderla in giro. Ogni tanto riesce a riderci su, ma le battute stanno diventando sempre più pesanti e sempre più cattive.
Nessuna di loro sa del suo aborto, e dovrebbe dirglielo, così la pianterebbero di sfotterla.

Invece si trattiene, si vergogna di parlarne e quando si lascia andare alle confidenze, Barbara
dice solo che vorrebbe avere un altro figlio, le piacerebbe che fosse una bambina, dice. Le colleghe la sfottono quando parla di Federica, la sua futura figlia, dicono che invece farà un altro maschio e che poi sarà vecchia quando lo avrà.

Stupide! Lei sa che la avrà presto la sua bambina, non appena saranno trascorsi i mesi che la separano dalla fine dei due anni previsti dal contratto. Maledetto quel giorno e quella firma. Dentro di lei una vocina le dice che non avrebbero potuto pretenderla, ma oramai l’ha fatta e non può tirarsi indietro.

CAPITOLO TRENTESIMO – CHE SARÀ

Un pomeriggio dei primi dell’anno millenovecento ottantaquattro, Giò passa davanti alla sua vecchia scuola di Nobili , di ritorno da alcune commissioni sbrigate in città.

Le lacrime non sono riuscite a starsene dentro l’occhio. Quante belle parole sono state dette in tanti anni di scuola, e quanti bei discorsi erano venuti fuori dopo che aveva vinto il concorso.

E adesso cosa avrebbero da dirle? Quale premio elogiativo troverebbero per incoraggiare le sue capacità?
Che se s’impegna tanto, magari le crescono pure i coglioni?

Che amarezza! Che grandissima confusione. Certe situazioni non si riescono a immaginare vere, neppure quando si vivono sulla propria pelle. Lei, poi, che spesso è scambiata per un uomo a causa della sua camminata e del suo abbigliamento sportivo. Lei che ha sempre pensato di essere un maschiaccio. Proprio lei, adesso, perde il posto di lavoro perché è una donna! Perché appartiene al genere femminile!

Questo proprio non lo avrebbe mai creduto possibile e stenta a credere che sia una situazione reale. È troppo paradossale. Tant’è vero che, come succede per ogni violenza che viene perpetrata, la vittima si sente colpevole: E Giò, come tutte le donne che ne subiscono, si domanda: avrò fatto qualcosa di sbagliato? Non ho svolto bene il mio lavoro? Ho pestato i piedi a qualcuno?

Ha cercato delle risposte nelle persone coinvolte che hanno dimostrato un minimo di comprensione, ma tutti , tutti le hanno dato nette rassicurazioni riguardo al suo lavoro. E da come glielo hanno detto, sono sembrati sinceri.

A parte il capo, vero artefice di quell a storia nonostante continui a negare ogni responsabilità, gli altri impiegati degli uffici agrari non sanno dove mettersi per l’imbarazzo.
Certo Giò non sa che farsene del loro imbarazzo, riesce solo a gettargli in faccia la miseria umana che rappresentano nell’essere tacita parte di quel sistema.

Addirittura gli aveva detto che per lei era meglio andare a lavare le pentole in albergo dal babbo piuttosto che accettare una sub condizione professionale pur di mantenere l’impiego.
Qualcuno resta male all’accenno dei piatti in albergo, ne va della loro dignità di colletti bianchi, ma a Giò non glie ne frega nulla.

Non sa dire che tipo di ferita sente dentro, non sa capire quale danno psicologico ha subito.

Aveva poca fiducia in un suo inserimento nel mondo del lavoro e in quei frangenti deve ammettere di ritenere il tutto solo una grandissima schifezza.

In brevi barlumi di positività Giò crede e spera di potersi rifare, di riuscire a trovare altri impieghi. Ma rifiutando di accettare la negazione dell’essere donna nella professione, cosa le resterà come conseguenza psicologica di quel rifiuto?

Ce la farà a considerarsi un perito agrario con ruoli minori oppure assieme al posto di lavoro dovrà gettare alle ortiche anche gli studi e i sogni di lavorare nel settore?

-Ciao Rossana, come vanno le cose a Roma? Ti sei ripresa dal Capodanno in riviera? –

-Ciao Giò, sì qui tutto a posto, io mi sono ripresa bene e tu come stai? –
La chiacchierata tra le due amiche prosegue con lo scambio di notizie riguardo agli amici
comuni e al lavoro.

Giò ha preso tempo rispetto ai termini del suo trasferimento e, alla data in cui doveva presentarsi a Roma, entra in malattia. Ci resterà almeno il tempo che sarà necessario per capire se, dentro se stessa, ci sono ancora delle risorse per combattere.

Le è sembrato l’unico modo per trovare delle risposte adeguate e prendere la decisione giusta, prima di mandare tutti a fanculo.

Anche Sara le ha consigliato di fare quel l’intervento, a lungo rimandato, per dare una
sistemata al suo ginocchio destro, danneggiato da un infortunio sportivo. Nel frattempo s’impegna a mantenere alta la tensione tra lei e l’istituto che la vuole trasferire. Del nervosismo
che serpeggia negli uffici centrali ne è testimone Rossana, che le sta proprio raccontando di
come il suo nome non possa neppure essere pronunciato!

-Il Presidente dopo aver ricevuto la tua lettera ha detto che se questa faccenda arriva in consiglio non riusciranno a farla passare. Il problema è che i trasferimenti li decidono solo tre persone del Direttivo Generale e il Presidente non fa parte di queste tre. A parte il mio ufficio, comunque, nelle altre stanze non vola una mosca riguardo alla tua situazione. –

-La cosa non mi tange, se la sono cercata loro creando questa situazione di tensione, non sta certo a me renderla meno spinosa. Per quel che mi riguarda, oltre sono impegnata con le visite pre-intervento e mi prendo tutto il tempo per meditare e ragionare sulla situazione. –

Per il momento cercherà di tenere la corda tirata al massimo, poi deciderà se rientrare o no. Le corre un brivido lungo la schiena al pensiero di tornare a Roma, anche se dovesse essere per un breve periodo. Il progetto sarebbe quello di riprendere altri permessi di malattia e continuare a tirare la corda.

Non sa se quella è la soluzione giusta, ma spera che i mesi che ha di fronte la aiuteranno a capire la sua strada.

Nella testa di Giò, il leitmotiv, la cantilena, la nota stonata, il ritornello da film horror, è lo stesso che passa per la testa di Barbara, di Maria, di Sonia, di Patrizia, e forse anche di Susy, nonostante non se ne renda conto pienamente.

Barbara sta elaborando il lutto dell’aborto e cerca di distrarsi con Nicola e Andrea. Di avere altri figli non ci pensa proprio, almeno nell’immediato presente. Il destino li ha messi di fronte a quella decisione da prendere, e ciò significa che nel futuro dovranno sempre valutare bene ogni passo prima di farlo.

Perché in futuro, adesso che la situazione economica ha cominciato a girare bene, lo stipendio di Nicola basterà all’intera famiglia. E forse sarà il lavoro di Barbara non avere più un futuro.

Altri figli non ne arriveranno più, Barbara va a fare una visita e le dicono chiaramente che le speranze di restare nuovamente incinta sono pochissime, per via di un problema all’utero, dovuto, con ogni probabilità, a quel raschiamento.
Dunque le scelte sono scelte?

Barbara non si pente di nessuna.
Le resta qualche dubbio su quanta coscienza abbia avuto nel gestire le situazioni passate e le rode il tarlo di aver dato un valore esageratamente alto alle cose sbagliate.
Il suo umore si alterna tra l’incoscienza di aver fatto le scelte giuste e la coscienza di vivere una vita ingiusta.

La professoressa Fraboschi ha consultato un avvocato per chiedere la separazione dal marito violento, ma non sa ancora quanta umiliazione dovrà affrontare prima di vedere riconosciuta la sua verità.

Patrizia continua la sua lotta per mantenere aperto il negozio, sempre in battaglia contro gli aumenti delle spese e la mancanza di qualsiasi sostegno, sia economico sia lavorativo.

Un capitolo a parte è la vicenda di Susy, chiusa nel suo cervello bruciato dalle
droghe, una ragazza che non avrà mai la piena coscienza di quel che ha subito in termini di condizionamento psicologico.

La sua testimonianza è affidata al registratore, ma lei non lo dà a nessuno, neppure a Giorgio, il gestore del bar frequentato da quella massa di sbandati e assuefatti.

Giorgio la guarda muoversi senza senso tra gli altri, che adesso si scansano al suo passaggio e seppure non la scherniscono più, le rivolgono una pietosa commiserazione.

Nessuno si rende conto di essere stato la causa di quella situazione. Men che meno riescono a capire di essere vicini al limite e di poter finire nelle stesse condizioni di Susy.

Le frasi che girano sono sempre le stesse: “Gli è andata male”, “L’ha preso male, capita”, “Un brutto trip”.

Sì, ma chi gliel’ha dato quell’acido maledetto? Chi l’ha portata a fidarsi così tanto di quelle pessime amicizie?

Per tutte queste donne ogni momento di quello che hanno vissuto, che stanno affrontando, che hanno sopportato, che hanno cercato di combattere, è stato il passo più difficile della loro vita.

La domanda da porre al mondo maschile è se, per ognuna di loro, quelli saranno episodi
nella loro vita o se il danno subito gli resterà impresso come una croce indelebile.

Purtroppo non si può dare una risposta a questi dubbi, sarà solo il tempo a determinare quanta influenza hanno queste discriminazioni, quante ferite lasciano questi soprusi, quanti disagi causa questa costante necessità della donna di dimostrare migliori requisiti rispetto ai colleghi maschi.

E dell’essere donna, cosa ne sarà?