FOTOGRAFIE SCRITTE

UN  FULMINE  A  CIEL  SERENO (IN MEZZO AL MARE)

Un lampo in mezzo al mare, quello che l’occhio coglie in un attimo, quello che l’occhio ti fa vedere in un barluginìo velocissimo; ma il cervello  non ha la certezza della veridicità di quello che l’occhio dice  di avere  visto.

Questo è il fulmine a ciel sereno, visto e non capito, un segno del destino di cui non si comprende niente.

Camminare sulla sabbia con il cane lontano a compiere il suo rito di passeggiata mattutina; abbassare gli occhi per guardare i propri passi e accorgersi di quell’attimo di luce fulgida che si imprime nell’angolo alto dell’occhio destro. Proprio sopra al confine del mare con il cielo. Tornare con lo sguardo a quel punto in alto e non trovarci più niente; riabbassare lo sguardo per ripetere l’esercizio e restare con lo sguardo abbassato.

IL PESCATORE 

Perchè puntualizzargli nel titolo che il suo mezzo di pesca è un semplice moscone? Lasciamo quest’uomo nel suo quadro di tranquillo appagamento senza voler calcare la mano sui termini che potrebbero inquinarne l’immagine.

Un termine, dunque, potrebbe cambiare il significato di quello che sto raccontando? Senz’altro.

Un mare piatto come il lago ove le onde debolmente annunciano il loro arrivo sulla spiaggia; montagne di sabbia, lasciata a protezione degli stabilimenti, salvano il paesaggio del mare creando una sorta di enclave naturalistica. Tolta la visione delle cabine e degli ammassi di ferraglia che le proteggono dalle prossime intemperie invernali, il mare si impossessa di nuovo della sua vera identità.

Le alghe lasciate a marcire sulla riva dopo la burrascata di bora; i legni logorati dal trasporto nelle acque salate emergono come carcasse indistinte dalla superficie della sabbia; nessuno passeggia lungo la riva e la purezza della semplicità del mare s’illumina al sole splendente. Gli scogli puntellati di gabbiani fermi, le acque liscie interrotte dalle boe di ormeggio.

L’uomo prende gli scafi del suo legno in mano e con tanta forza di braccia lo trascina fino alla riva; gli stivali proteggono i piedi per i due passi che si devono fare a riva, poi lo slancio porta il pescatore a salire di scatto sul legno. I remi si gettano in acqua, la quiete dello specchio viene interrotta; troppo calma induce al rispetto per quell’incantesimo d’argento. Le pale ruotano nell’acqua senza alzare alcuno spruzzo, quasi s’uniscano al movimento delle maree e da esse traggano la spinta per muovere il legno.

Il pescatore guarda lontano, al di là delle scogliere, verso la sua meta; avrà tempo per rimirare la lucentezza dei fondali una volta raggiunto il punto di pesca. Scorrono le sagome delle barriere artificiali, il legno punta la prua verso est dirigendosi sottomonte.

Che giornata fantastica, il mare stupendo e solo lui a goderselo.

Colori intensi e vivi.

LA  CENTOVENTISEI  ROSSA

Il grigio del cielo si riversa sui colori del paesaggio; per di più l’asfalto largo e nuovo sembra riempire l’immagine di quello che c’è di fronte. Quest’incrocio ha qualcosa di orribile, sembra il premonitore di catastrofici incidenti. Nessuno di coloro che si trova ad immettersi o a togliersi dalla strada principale ha idea di quale sia la sua esatta corsia. Per fortuna proprio sotto il semaforo è il posto giusto, altrimenti è meglio ridare l’esame per la patente.

Il rosso troneggia, trionfante per il mollare in quest’attesa di niente: non passa nessuno dove c’è il verde! Potrebbe sembrare uno di quegli incroci da far West, un luogo frequentato da nessuno, ma rigidamente controllato da chi ha voluto crearlo.

Finalmente appare un’auto che incrocia qui davanti.

Beata lei che ha il verde. La signora che guida, no, anzi, è una ragazza, tiene il sedile direttamente sotto al  parabrezza; dove diavolo trova il posto per le gambe e per mettere le mani sul volante, dio solo lo sa. Il viso è incollato al vetro, le mani quasi all’altezza delle spalle, occhiali spessi due centimetri sono l’interposto tra il suo mondo e quello in cui tenta di viaggiare sulla sua centoventisei rossa.