LA BOTTEGA DELLA FRANCA

OGNI RIFERIMENTO A FATTI
LUOGHI O PERSONE
REALMENTE ESISTITI
È PURAMENTE ONIRICO

CAPITOLO 1 – LA BOTTEGA

Questi oggetti, il blocchetto di marciapiede, il tombino in ghisa o il buco
della fogna, stanno dentro il baule nel retro di un negozio del paese.

Ogni tanto salgono in vetrina e ogni tanto devono essere ripescati da questo baule. Non c’è
la cassa. Non che non si paghi quello che si compra, ma la riscossione non
avviene attraverso i soliti canoni di scontrino. Non è un negozio, dunque, ma non
è neppure una sala mostra. È piccolo. Piuttosto un nido per acquistanti. È un
posto dove non c’è specificità di vendita, né di acquisto, un posto dove non c’è
niente, ma si trova tutto quello che serve; quasi una presenza metafisica di
risposta al nostro bisogno.

Nel senso che, se non abbiamo un bisogno, non troviamo niente da acquistare. Se abbiamo un bisogno, ma non lo riconosciamo, nella Bottega della Franca troviamo ciò che serve a soddisfa re un bisogno che neppure riconoscevamo di avere.


Non è un bazar, dove sono esposte mille e una merce di ogni provenienza, in
cui ognuno trova per forza quella che gli serve.

Come quando uno ha una domanda e, in mezzo a mille risposte, ne trova una giusta che fa per lui; oppure dà un personale significato a una di quelle mille risposte, adeguandola alla sua domanda e trovandosi soddisfatto. No, questa Bottega della Franca non è un posto di frode, di fregatura, d’illusione o, peggio ancora, di false certezze . La Bottega della Franca è vera.

È un luogo accogliente quanto può esserlo un grembo; è protettivo nel senso
che ripara il tuo acquisto da ogni sguardo indiscreto o critica svilente; è intrigante quando fa scaturire il bisogno di quello che neanche tu sapevi di desiderare.


A volte vi potrebbe essere capitato di trovarvi davanti a un negozio di cui non
capite la vendita, tipo un atelier di un artista che espone in maniera confusa i suoi
lavori: guanti o matite, quaderni o profumi, bigiotteria o soprammobili .
Niente di tutto questo è la Bottega della Franca.

Tre vetrine che si affacciano sul piccolo slargo di un vicolo incastrato nel
centro storico di Tirone; in cima a esso la via si divide lasciando intravedere il
ristorante Cuncin e Muliga. Inutile dire c he la strada si chiama via della spiga
proprio perché il suo dividersi ricorda l’aprirsi alla base della spiga di grano.
Tutte le vie del paese sono lastricate a parte quella del centro, leggermente in
salita, dove cammina il trio di studenti, o presunti t ali.

La facciata del negozio è come quella di una volta, con gli infissi di legno che
coprono la parte bassa delle vetrine divise in due ante uguali, dimensioni medie, sul metro e mezzo l’una.

Quando si entra dall’ingresso principale, cioè dalla porta dotata di maniglia, al posto del solito suono tintinnante e confuso, parte una musica di sonagli con una melodia ben precisa. Diventa subito familiare e la riconoscerete immediatamente all’uscita, o se qualcun altro entra nel negozio.

I piedi che entrano si appoggiano su una pavimentazione lastricata e gommosa, ci si sente ondeggiare come se ci si trovasse sul ponte di una nave soggetta al rollio delle onde; è una sensazione brevissima perché al momento in cui entrambi i piedi si posano a terra e la porta si richiude alle vostre spalle, ritrovate il vostro equilibrio e siete perfettamente a vostro agio.

Gettate uno sguardo alla vetrina alla vostra sinistra, quella dove avevate visto un tavolino di ferro battuto con degli oggetti esposti, ma non ne trovate neanche l’ombra, il negozio è vuoto.
Stropicciate le palpebre degli occhi e, quando li riaprite, improvvisamente
l’ambiente attorno a voi è pieno; non c’è il tavolino che cercavate prima, il motivo
per cui siete entrati nel negozio e che adesso non ricordate neppure più. In
compenso tanta altra mercanzia è a vostra disposizione.

Non ci sono commesse nel negozio, né qualcuno che vi consigli o possa
indicarvi dove trovare quello che cercate; dopotutto, visto che non c’è il tavolino, non lo sapete neppure voi cosa volete acquistare.

Nonostante la curiosa avventura che state vivendo sia a dir poco paradossale, continuate la visita in attesa di capirci qualcosa e, quando prendete in mano un oggetto per guardarlo meglio o magari per comprarlo, ecco che si materializza una persona che vi spiega e vi
farà pagare.

È sempre stata così, la Bottega della Franca, ha sempre avuto quel nome e le
proprietarie che si sono succedute, ereditando pregi e virtù del suo commercio,
hanno sempre continuato la peculiarità della sua tradizione.

CAPITOLO DUE – IL RISTORANTE

Una trattoria all’apparenza come tante altre, come tante altre che si sono viste in ogni altro paesino dalle stesse caratteristiche di Tirone.

Questo locale, però, non c’è negli altri paesi, e non siamo sicuri neppure della sua esistenza nella realtà. Un po’ come altre cose che vediamo in questo racconto; esistono, ma non
ci sono, oppure non esistono, ma ci sono.

Comunque si voglia vedere, questa trattoria si chiama “da Cuncin e Muliga”
e si trova esattamente di fronte alla via che porta alla Bottega della Franca, al
bivio di una strada del centro storico e in prossimità di una piazzetta cieca.

La trattoria ha un’insegna di legno, illuminata da una luce forte emessa dal
tubo luminoso che gli batte sul davanti; un tubo luminoso agganciato al muro con ricurvi pezzi di metallo.

È stata messa lì dopo tanti an ni dalla prima insegna di legno e simboleggi a la modernizzazione del locale, nel senso delle ristrutturazioni che si sono susseguite negli anni con gli adeguamenti di legge; per il resto il locale ha mantenuto le stesse caratteristiche di un tempo, i tavoli di
legno, le sedie impagliate, le tovaglie a quadretti bianchi e rossi.

A vederlo da fuori non sai che cosa aspettarti, se un locale alla buona dal mangi are cattivo o un locale di vecchia generazione che mantiene intatte le genuinità che l’hanno reso famoso. Perché che si tratti di un locale di una certa rilevanza è lampante a prima vista.

Il bancone sporge lungo tutta la parete sinistra fino alla vetrata
d’ingresso; sembra un bancone da pasticceria e forse il locale agli inizi era di quel tipo lì,
oppure potrebbe essere stato un antico forno e poi, nel corso degli anni, essersi
trasformato fino a diventare luogo di ristoro.

Il bancone, fatto di legno e con i vetri lucidissimi, espone vini e salumi; di
fronte ad esso, e per tutta l’estensione del locale, ci sono i tavoli. La vetrata in
estate può aprirsi fino a permettere di occupare, con alcuni tavoli, il piccolo
marciapiede in pietrisco che sta davanti all ’ingresso e dove, solitamente, sono
serviti gli aperitivi con stuzzichini.

A prima vista non sai cosa aspettarti da un locale di quel tipo, ma sedendoti al
tavolo ti accorgi subito dell’accuratezza d’ogni particolare, mangiando capisci la genuinità che sta dietro alla cucina e andando via realizzi l’onestà della gestione.


Oggi ci sono due clienti. Il locale non è mai troppo pieno.
Questi due avventori sono persone distinte, forse commessi viaggiatori,
oppure semplici impiegati di banca in pausa pranzo; sono formalmente vestiti,
giacca e cravatta, camicia perfettamente stirata.

Eppure, probabilmente per il semplice fatto di essere in quel locale, non hanno quella spocchia caratteristica di chi si sente più importante di quanto in realtà non lo sia.

– Per me gnocchi all’anatra e acqua gasata.

-Anche per me. E sì, mi scusi, ci porti anche un quarto di vino rosso.

Appena il cameriere si allontana dopo aver preso le ordinazioni, i due
ricominciano la loro conversazione.

-Dici che presentandosi con quella lista abbia qualche possibilità in più dell’avversario?

-Certamente! E poi, scusa, intanto ha un maggiore sostegno dei partiti
politici, accontenta gran parte delle associazioni più importanti e per giunta ha scelto una donna come vice! E che donna poi! Oltre ai voti di tante casalinghe si aggiungeranno quelli di molti uomini!

– Andrai al comizio stasera?

-Non ce la faccio, ho riunione fino a tardi; poi non mi aspetto niente di
nuovo. Quello che vuole fare è tutto scritto nel programma e, come al solito, quello che ci interessa non è mai affrontato.

-Né lui né il suo avversario tireranno mai fuori il problema, figurarsi poi se
pensano di risolverlo! Anzi, secondo me a loro sta bene così. Che non si muova
mai niente e le cose restino come sono sempre state.

Arriva la loro ordinazione, mangiando l’argomento cambia finendo
inevitabilmente sui problemi con le donne.

Non si capisce chi dei due è sposato, o se lo sono entrambi, o se hanno compagnie saltuarie; uno dei due è più grande, di età e di corporatura, l’altro, più mingherlino, avrà quasi dieci anni di meno, ma non li dimostra, poiché entrambi sono alla soglia della mezza età e certe
differenze nella distanza tendono ad assottigliarsi.

Il cameriere non ascolta le loro conversazioni forse perché, quando gli capita
vicino, parlano di donne e a lui non interessano le loro opinioni a riguardo; ha già tanti problemi con la sua, di donna, e non gli servono dei consigli a riguardo.

Avrebbe invece volentieri orecchiato la discussione sulle prossime elezioni;
quello, infatti, è uno degli argomenti di maggior discussione con la sua
compagna.

Il fatto che nessuno parla del premio e tutti si concentrino sulle
chiacchiere riguardanti le persone, e non i fatti e i programmi, ogni volta è
argomento di litigio.

A lui non interessa tanto chi sarà o non sarà eletto, ma le
argomentazioni sul premio riescono sempre a fargli nascere una grande curiosità.
Sa benissimo che non è sano avere quel morbo attaccato ai pensieri, ma non riesce a farne a meno, soprattutto quando nascono le discussioni.

– Daniele!

-Arrivo!

Uno dei due clienti lo chiama a voce alta, anche se nel locale non c’è nessuno
e non ci sarebbe bisogno di sovrastare alcun suono; ma Daniele è appena andato dietro al bancone lungo, in un angolo seminascosto che si rivolge verso il retro, e dal tavolo non si vede.

-Ci porteresti il caffè e il conto? Grazie.

-Subito.

Per un attimo, mentre sistemava accuratamente l’argenteria appena lucidata,
si era assentato dalla sala e dalla preoccupazione di seguire i clienti; solitamente
non gli succedeva mai di perdere il controllo di quello che accadeva ai tavoli dei
clienti ed era sempre tempestivo nel servire e nel seguire le ordinazioni
successive. Daniele non è un cameriere per caso, ha studiato all’istituto
alberghiero e ci tiene a dare un’impronta personale ed efficiente al suo lavoro.

Il suo sogno è di avere un giorno un locale tutto suo, ancora non sa se gli
piacerebbe aprire un ristorante, un bar, gestire un hotel, o un semplice B.&B.

Tuttavia non sono stati questi pensieri a distrarlo dal lavoro, ascoltando i due sono stati questi pensieri a distrarlo dal lavoro, ascoltando i due parlare di donne si era messo a fantasticare di lui e Simona, la sua compagna. Lei parlare di donne si era messo a fantasticare di lui e Simona, la sua compagna. Lei sta seguendo un corso di aggiornamento sui computer e si è diplomata l’anno sta seguendo un corso di aggiornamento sui computer e si è diplomata l’anno prima alla scuola per segretarie d’azienda; il suo desiderio è di fare qualcosa in arie d’azienda; il suo desiderio è di fare qualcosa in più della semplice stenografa.
E Daniele la sogna alla reception del suo Hotel o alla cassa del suo bar.

-Daniele, questo caffè?

CAPITOLO TRE – IL PAESE

CINTA MURARIA
Lo scoglio
isolato battuto dai venti
L’ergersi orgoglioso della rovina sulla rupe di brughiera
Il vento batte la cima e le scogliere
Il battito d’ali di mille gabbiani
L’avvolgersi a coperta di scialle del vento
Chiudersi tra le proprie rovine
Nido
Giaciglio di se
stessi
MURA DI CINTA

Cosa c’entrano i gabbiani, lo scoglio e le scogliere non si capisce. Il paese è
chiuso tra i monti, sospeso a metà di un pendio in mezzo alla foresta.

Di similitudine con il mare ce n’è ben poca, solo l’isolamento dettato dal verde che
lo circonda come un mare, che però è blu. Chiunque abbia lasciato quel ricordo,
forse un viaggiatore che ha voluto imprimere quelle parole per raccontare
qualcosa del mondo fuori, ha pensato bene di inciderle sulla pietra dell’arco
d’ingresso al centro storico.

Cuncin e Muliga si trova pressa poco al centro del paese, tra la porta d’ingresso,
situata a sud ovest, e il castello centrale, che delimita il confine a nord; le ali del
castello sono la partenza di una grande cinta muraria che, come due enormi
braccia, racchiudono tutto il paese. La via principale separa in due il centro
abitato, e si snoda in un percorso tortuoso dalla porta d’ingresso fino al portone
del castello; da essa partono diverse vie laterali e una di queste, sul lato sinistro, è
quella che porta, dopo un restringimento dovuto agli ampliamenti delle
costruzioni che la fiancheggiano, da Cuncin e Muliga.

All’esterno del locale si apre una piazzetta, che in realtà è uno slargo,

da sempre considerato piazzetta, ma è più simile a un’apertura s ul vicolo cieco; che poi proprio chiuso non è, nel senso che dalla parte opposta alla trattoria, ai lati di un palazzo alto che sembra chiudere la piazzetta, si dipartono due vicoli che portano in altri luoghi del paese.
Quindi non si tratta di un vero e proprio vicolo cieco.

Incisa sulla pietra larga e liscia sul lato destro di quel palazzo una poesia, che
sembra riferirsi a luoghi di quel paese, spicca con il suo bassorilievo.

Costruzione armoniosa
Di pensieri a mattoncino Come un cono rovesciato Base di partenza Luogo di ritorno

Si legge sulla lastra di marmo incisa che campeggia sopra le teste delle persone che ci passano vicino.

Nella periferia del paese, al di fuori della cinta muraria, si trova la stazione
ferroviaria, poi c’è un borgo di laboratori artigiani, il magazzino del consorzio, il
mulino, il vecchio lavatoio, il molino e il circolo della bocciofila. Si potrebbe
pensare che le attività lavorative si concentrino al di fuori delle mura, ma è un
inganno; all’esterno del paese si svolgono i servizi che servono alle attività
all’interno della cinta muraria.

I magazzini e i laboratori sono costruzioni allineate ai lati di un viale alberato che
parte dalla stazione ferroviaria e si snoda su un sentiero che si perde sul
delimitare d el bosco. Sono fatte in mattoni faccia vista, con ampie finestre che ne
illuminano le pareti laterali, lunghe una ventina di metri; l’ingresso, largo dieci, si
affaccia sul viale e il portone con vetrate occupa gran parte della facciata. Dietro
non ci sono uscite o finestre, l’altezza di ognuno è di circa quattro metri.

Primo artigiano il falegname,

con le sue corde verticali sparse per l’ampio laboratorio; sono corde azionate a pedale e alcune elettriche per permettere di lavorare e incidere il legno. Un giovane e due aiutanti, ragazzi anch’essi, si occupano dell’attività. Gli anziani, come per tutti gli altri laboratori, svolgono il
lavoro all’interno delle mura.

Secondo artigiano il sarto.

Rotoli di stoffe occupano una griglia su più piani in fondo al suo laboratorio, cinque giovanotti si avvicendano alle macchine per disegnare, tagliare e cucire gli abiti. Un anziano coordina il lavoro, perché in questo caso è necessario la supervisione di un esperto.

Terzo artigiano il tessitore.

Entriamo nel suo capannone con una telecamera che riprende dal basso all’apertura della porta e vediamo otto diverse postazioni di telaio che lavorano le diverse filature, che sia lana, cotone, canapa, juta. Ragazzi e ragazze si avvicendano senza supervisione di anziane ragazze si avvicendano senza supervisione di anziani, perché hanno già i, perché hanno già acquisito le competenze e la manualità per svolgerlo al meglio.

Quarto artigiano il fabbro.

Questo è il posto più caldo, dove al centro del laboratorio troviamo un’ampia fucina con tanto di mantice per tenere vivo il fuoco; sparsi lungo la parete in fondo alcuni bracieri utilizzati per le rifiniture. Ognuno di essi, fucina centrale inclusa, ha una sua cappa con tanto di canna fumaria che arriva al tetto.

Quinto artigiano lo stagnino.

Qua e là nella piccola bottega, pinze, cesoie,
martelli, incudini di diversa misura, una vecchia pompa per irrorare di zolfo e
ossido di rame i vigneti, una morsa, un trapano a mano, un cannello e, in un
piattino ossidato, frammenti e perle di stagno. Su un soppalco ci sono paioli,
caldaie, contenitori per olio e, ancora un po’ nascosti sul retro, degli enormi fogli
di zinco.

Sesto artigiano l’impagliatore.

Costui si occupa della lavorazione di paglia e
vimini per la costruzione e riparazione di sedie, contenitori per damigiane, ceste
di varie misure. Per gli intrecci usa vimini, rametti di salice, paglia e germogli di
olivo; nel suo laboratorio troviamo ampi mastelli pieni di acqua e fascine di legna
fresca, oltre a tanti sgabelli sui quali si alternano al lavoro i giovani.

Altri laboratori che compongono il borgo all’esterno delle mura sono le cantine
del vino, il mulino, il frantoio, le stalle del latte, quelle della carne, il macello.

CAPITOLO QUATTRO – LA STAZIONE FERROVIARIA

La stazione ferroviaria si trova qualche centinaio di metri a nord dei laboratori;

una tettoia di legno e ferro battuto copre il marciapiede esterno alla zona di
transito dei binari. Più che una stazione è un binario morto perché la ferrovia non
continua e per andarsene d i lì bisogna tornare indietro.
Nel piazzale antistante alla stazione da un’automobile lussuosa scende una
coppia con una bambina; il paesaggio attorno è circondato da montagne alte e
verdi, ricche di folta vegetazione nella parte bassa, e di larghi pascoli sulla cima.
La donna ha lo sguardo che spazia a trecentosessanta gradi nel suo campo visivo,
per capire l’ambiente nel quale si trovano.

Oppure studia la zona perché si aspetta che accada qualcosa di strano. Infatti, un treno si avvicina al termina le, sorvolato da una nube enorme che sembra vapore acqueo, in realtà è il prodotto della scia di due aerei che gli volano sopra a bassa quota.

-Sai che una volta c’era chi sparava alle nuvole? –


È la donna della coppia scesa dalla macchina lussuosa che si rivolge alla bambina, cercando di darle un motivo per capire quella scia di fumo o acqua che esce dalle carenature degli aerei. Le racconta la pratica contadina per evitare le grandinate, quando si facevano fuochi di erba, molto fumosi, che portavano calore e pulviscolo fin sulle nuvole per sciogliere il ghiaccio della grandine; ma quegli aerei sopra al treno, quell’acqua vaporizzata o quel fumo che esce, non sono la stessa cosa, non riguardano lo stesso argomento.

La spiegazione con un diversivo, tuttavia, serve a dare tutte le risposte alle possibili domande della della bambina, che si distrae e segue docilmente la coppia che la sta accompagnando verso la sua meta.

Si dirigono dalla parte opposta alla stazione. verso la sua meta.

Noi restiamo a guardare la stazione e gli aerei che se ne vanno; la nube da
azzurrina è diventata verdina, e ora è rosa chiaro. Ha un che di confetto e anche
l’aria sembra diventata zuccherina, come un’enorme bambagia di zucchero filato,
inconsistente al tatto ma presente all’olfatto e alla vista.

Con un rumore di ferraglia stridente, il treno appena uscito dall’ultima
lunghissima galleria si ferma, lasciando filtrare dai finestrini quel po’ di luce
rimasta nella sera e prima di infilarsi sotto le pensiline della stazione.

CAPITOLO CINQUE – LA STRADA

Lo scaldamuscoli arriva a coprire tutta la tomaia della scarpa da tennis,

resta fuori solo la punta davanti, mentre dietro, sul tallone, la stoffa striscia per terra.
Sono un bel paio di scaldamuscoli arancione, che spiccano sulla scarpa bianca a
righe nere. Le due gambe che portano questi indumenti si muovono ogni tanto, in
sintonia con gli spostamenti delle altre due paia di gambe e scarpe che occupano
la scena.

Un paio di queste altre gambe vestono jeans senz’orlo e molto consuma ti, cosicché la parte in fondo è tutta sfilacciata e lisa; le scarpe sono di tela spessa, color viola spento, con il loro bel logo di traverso sul laterale interno ed esterno della scarpa.

Questo paio di piedi fa su e giù nella strada,

scendendo da un marciapiede un po’ sistemato e un po’ no; alcune parti sconnesse sono fatte
di cordoli grossi, tipo quelli di una volta che si facevano in pietra. Il terzo paio di
gambe sembra il più regolare dei tre, il jeans con l’orlo preciso che non sborda,
né troppo corto né così lungo da strisciare a terra; la scarpa è di pelle e non da
tennis. I suoi movimenti, mentre sta sul bordo del marciapiede, sono di un
ciondolamento naturale e non schizzato.

La strada è asfaltata ma polverosa, impercettibilmente in salita.

Il trio si avvia lungo la via, due sul marciapiede, uno dabbasso sulla strada;
viene da dire così perché la strada è bassa, non tanto rispetto a un marciapiede,
che potrebbe anche essere inesistente, quanto riguardo ai palazzi e alle case che
la costeggiano.
The street. In the town. That becomes road.Through the country.

Ecco, così, una strada che è in paese, ma che assomiglia a quelle di campagna per quanto è polverosa.

Che cos’è una strada bassa? Quella dove cammina il trio, con il suo annesso
marciapiede, questa è una strada bassa. Un luogo che c’è, perché noi lo vediamo,
ma non c’è perché non esiste. È un concetto, un’idea, un’astrazione. È un nome
fittizio, la strada bassa, per un posto vero, quello in cui stanno camminando i tre
personaggi. Essendo un no me fittizio per un luogo vero, essendo un’astrazione
per dare l’idea di una cosa vera, è possibile identificare un oggetto di quella
strada che la rappresenti in dipendenza di quello che esprime; in questo caso il
concetto della strada bassa.

Considerato come la voglia di essere e di stare
“fuori”, in giù, sotto, per un basso profilo, allora il nostro oggetto potrebbe essere
il blocchetto di marciapiede, quello fatto in pietra, magari un po’ sconnesso e che
sta sopra al tombino di scarico della strada bassa . Oppure possiamo prendere a
riferimento il tombino stesso, quello solitamente fatto in ghisa, salvo che quello
scarico non sia rappresentato da un semplice buco che conduce alle fogne.

Il trio, ignaro del mistero che si cela dietro alla scelta degli oggetti che
compongono la merce della Bottega della Franca,

sta percorrendo la strada in una frizzante e soleggiata giornata di metà marzo duemila ventitré. Al loro fianco, dopo il marciapiede, un alto muro in mattoncini faccia a vista si erge a
nascondere i cortili retrostanti.

CAPITOLO SEI – ROMA

Mark e Greta sono davanti al Colosseo, Roma è una città meravigliosa

e loro si stanno godendo quel tour de force di monumenti con molta spensieratezza. Non
sono il tipo di turista che segue le guide alla lettera o che spende soldi per avere
un cicerone che gli indichi cosa sia meglio visitare. Preferiscono lasciarsi
orientare dall’istinto e, comunque, a Roma non ci sono problemi di ricerca perché
è tutto sotto i loro occhi. Andranno a piedi fino ai Fori Imperiali e poi all’Altare
della Patria; da lì proseguiranno per il centro fino a raggiungere piazza San
Pietro.

La primavera è già arrivata e la temperatura in città è veramente gradevole; hanno gli zaini in spalla, il deposito bagagli della stazione Termini non è aperto e non hanno potuto lasciarli lì. A tarda sera prenderanno il treno per andare a Napoli.


– Ce l’avete una sigaretta?

L’uomo si avvicina a Mark e chiede gentilmente; lo sconosciuto è molto
elegante, ha un bastone da passeggio e Greta dà un colpetto al gomito del suo
compagno sollecitandolo a dargli quello che chiede.
– Fa niente, ma se volete, sarò il vostro Cicerone per le strade del centro.
Mark e Greta sono stupefatti, prima di avere la sigaretta che ha chiesto, si è
rivolto a loro in perfetto inglese proponendosi come guida.

– Ecco la sigaretta, per la guida grazie, ma non ne abbiamo bisogno.
Lo sconosciuto ringrazia Mark per la sigaretta, sempre in perfetto inglese, e si
affianca camminando con loro.

Comincia a parlare della sua gatta, che l’altro giorno se n’è andata in giro per il palazzo dove abita a graffiare sulle porte.

È vero che stanno attraversando la zona tipica del covo di gatti romani , ma quel discorso su Betta, la sua gatta, non lo capiscono proprio. Sauro, l’uomo con il bastone da passeggio, sta iniziando una lunga dissertazione sui luoghi e sui personaggi che facevano parte della storia di Roma e che occupano quegli spazi antichi.

I due ragazzi sono proiettati indietro nel tempo pur avendo davanti agli occhi la contemporaneità; in mezzo ai tanti racconti si sentono trasportati in una dimensione di cui faticano a capire i confini e la provenienza.
A tarda serata salgono in treno convinti di essere diretti a Na poli; ancora
stentano a riprendersi dall’ubriacatura sulle storie di quell’uomo, del quale non
ricordano neppure il nome.

Aveva un modo di raccontare le vicende antiche che li aveva trasportati in una sorta di ambiente interattivo, nel quale poi loro sono diventati i veri protagonisti. E vivere duemila anni di storia è faticoso!

CAPITOLO SETTE – OLTREOCEANO

Dall’altra parte dell’oceano, nell’entroterra sperduto di uno stato di quelli
uniti, una giovane ragazza si aggira per l’immensa casa padronale in apparenza
senza aver nulla da fare. Ogni tanto raccoglie qualcosa da terra e la mette in
ordine, ogni tanto v a a bersi un sorso di succo di arancia dal cartone tirato fuori
dal grande frigo, ogni tanto si affaccia alla finestra scrutando il vialetto di
accesso.

Pensa a una persona lontana e a quella che sta per arrivare, pensa a
quello che deve succedere e a come si metteranno le cose dopo.

Accosta le tende che coprono la vetrata che si trova sul lato a sud est della casa; fuori una piccola palude divide il prato regolare del giardino dalla piantagione di pioppi che si
estende per gran parte della proprietà.

Sulla veranda che circonda la casa, le sembra di rivedere Sonny, seduta sulla sedia a dondolo con addosso ha la sua solita salopette di jeans e il basco di blasco in testa, una sigaretta fatta a mano penzolante dal lato sinistro della bocca, un fucile a sale in mano; un’arma nera e
lucida con il calcio di legno.

È il suo fucile. Certo, deve avere un’arma in mano
per difendere la sua proprietà. Quando hanno deciso di trasferirsi definitivamente
in quel posto sperduto ed ereditato, l’acquisto dell’arma è stata la prima spesa che
hanno fatto. Solo una settimana prima, Sonny era ancora con lei, poi è dovuta
quasi scappare per quel viaggio verso un nuovo lavoro dai contorni indefiniti. È
stato giusto così, lei deve essere da sola a ricevere l’ospite.

Torna a controllare che la casa sia pulita e in ordine, l’arrivo dell’ospite è imminente e vuole farsi trovare preparata.

CAPITOLO OTTO – LA LEGGENDA

ventitré. Alzò gli occhi dalle carte sparse sul tavolo davanti a lui e, penetrando la densa cortina di fumo che aleggiava sopra la sua testa, tentò di guardare fuori dalla porta a vetri del suo studio. Voleva constatare di persona chi si permetteva ancora il lusso di transitare per le vie del
paese, e si mise a spiare da dietro la vetrina del suo ufficio, che si affacciava sulla
piazzetta all’incrocio di due strade nel centro storico del paese. Gli ultimi Abitanti
se n’erano andati da pochi giorni e la trasformazione del borgo, che una volta si
chiamava Intero e ora era diventato Tirone, si stava completando sotto i più neri
dettami della legge di divisione.

Tornò a sedersi alzando sui gomiti le mezze maniche di stoffa nera che aveva indossato sopra la camicia bianca.

Gli sfuggì un sospiro pensando a quanto erano stati lontani dalla verità credendo che la loro vita sarebbe cambiata radicalmente in alcuni anni, mentre in realtà erano stati sufficienti pochi mesi. Sua moglie, la sua adorata Franca, se n’era andata una
settimana prima; lei non aveva resistito alle infauste previsioni che si erano
adombrate alla vigilia dell’ultima elezione. Si era ammalata subito dopo la
riunione segreta e, da quel giorno, niente aveva più potuto salvarla dal destino di
morte.

Tutto era cominciato un pomeriggio di fine estate di sette mesi prima, quando
lui aveva dovuto incassare un’altra sconfitta e l’avversario politico si era rivelato
più ostico del dovuto. Poco prima del crepuscolo, sua moglie era arrivata
entrando di scaranata dalla porta a vetri del suo studio, era piombata sulla sua
scrivania e, urlando con quanto fiato aveva in gola, gli aveva sbattuto in faccia la
verità:


– Te l’avevo detto che quel Cavoli ci avrebbe inguaiato e adesso ci
ritroveremo belli e fritti!

– Si può sapere di cosa stai parlando?

– Ascolta Paolo, quando Cavoli si è candidato a diventare Podestà, ha fatto
un patto con gli integralisti e, se sarà eletto, saremo costretti a seguire le leggi
della divisione.
– Cara, non possiamo farci niente se sarà eletto, e questo accadrà di certo
dopo la sconfitta alla riunione di ieri sera. Adesso calmati e torna a casa. Faremo
il possibile per non finire schiacciati dalla divisione.

La donna lasciò l’ufficio, demoralizzata e incredula della remissività del
marito.

Non capiva come si poteva subire una simile sopraffazione senza tentare
l’impossibile per evitarla. Non sapeva che Paolo aveva mosso tutte le sue
conoscenze giungendo fino ai piani alti nei palazzi della politica di Roma, ma
non c’era stato nulla da fare. Le decisioni e i sostegni erano stati presi e nessuno
avrebbe potuto mettersi contro.

Quella sera, nella loro casa di campagna, vennero a veglia i vicinati, una
ventina di persone in tutto, che avevano deciso di incontrarsi nel disperato
tentativo di trovare una via d’uscita per non far cadere il paese nella sconfitta di
quell’Elezione.
– Se non possiamo evitare di vedere eletto questo nuovo podestà corrotto, Se non possiamo evitare di vedere eletto questo nuovo podestà corrotto, almeno organizziamo una resistenza per combattere i danni e le conseguenze delle leggi della divisione.

– Sono d’accordo, solo la nostra rete segreta può permetterci di salvare il paese dal caos totale.

– Le varie corporazioni sono già d’accordo, resta solo da vincolare un patto e aspettare l’arrivo di condizioni favorevoli.

– E chi lo stabilisce? E chi lo stabilisce?
– Dobbiamo scrivere un vademecum che precisi quali saranno i passi che ricondurranno alle regole dell’Unione.
– Sappiamo tutti che quando entreranno in vigore le leggi della divisione saremo travolti dai loro esiti e non saremo più in grado di ricordare come siamo adesso.
– Non mi ci far pensare, ho il terrore! Siamo sicuri che non possiamo fare niente per contrastare questa elezione?

– Le certezze sono sempre difficili da avere al cento per cento, ma intanto conviene organizzarci per non essere completamente sopraffatti.


– Giusto!
– Giusto!
– Giusto!

– Dato che non riusciamo a evitare questo patto scellerato del nuovo
podestà e non riusciremo a contrastare le leggi della di visione che arriveranno
subito dopo, non possiamo far altro che legare la nostra liberazione a un
intervento esterno. Bene, adesso scriviamo questo benedetto vademecum e
predisponiamo i contatti con ogni gruppo del paese in modo che la rete segreta abbia i riferimenti in ogni settore; dobbiamo fare in modo che il periodo dell’oblio sia protetto in una sorta d’isolamento in attesa delle condizioni propizie.

La discussione si perse in un chiacchierio confabulatorio.

Attorno a loro, fu solo lo svolazzare continuo delle scopette di saggina, quelle con cui le donne pulirono le madie infarinate dalla preparazione di dolci per il convivio. Alcune di loro avevano partecipato attivamente all’organizzazione del patto segreto e quando a notte fonda si chiuse la riunione, ognuno di loro fu cosciente del fatto che non si sarebbero visti mai più.

Quella notte Paolo e la moglie, rientrati nel loro appartamento in paese, si
abbracciarono stringendosi come se non ci fosse più un domani e vissero un
rapporto come mai era stato fino a quel giorno. Ciò cui si stavano attaccando in
ogni istante di vita, era anche ciò che stavano perdendo, e ciò per cui avevano
lottato una vita intera. Paolo non sapeva che, assieme a quell’ideale di unione,
stava perdendo anche l’incarnazione di quello che rappresentava per lui, in altre
parole il suo grande amore, la moglie Franca.

Nella stanza buia e silenziosa, sdraiata sul letto di ferro battuto il cui materasso era rivestito di un verde lenzuolo Laura guardava il soffitto sopra di lei.

Vittorio era appena uscito. L’aveva abbandonata dopo l’amplesso spiegandole per grandi linee quello che sarebbe successo dopo la sua elezione. Lei avrebbe dovuto abbandonare il paese, senza lasciare tracce che potessero far risalire al suo
rapporto con lui e neppure ricondurre al luogo dove lei si sarebbe rifugiata.

Era delusa da quell’improvviso cambio di comportamento; lui le aveva giurato eterno amore ma, nonostante tutte le promesse fatte, non era riuscito a proteggere la loro relazione dalle conseguenze delle leggi sulla divisione. Sua sorella Franca l’aveva avvertita che quell’uomo non le avrebbe portato nulla di buono, ma lei non ma lei non se se n’era preoccupata.

Aveva vissuto fino a quel giorno nella gioia della loro unione ed era sicura del fatto che nulla avrebbe potuto distruggerla; invece ciò che Franca aveva predetto era accaduto e le incombenti leggi della divisione l’avrebbero allontanata dal suo amore per sempre.

Si alzò timida e sconcertata, doveva raccogliere le sue cose e andarsene. Mise le pietre in un piccolo sacchetto, erano il prezzo del suo silenzio e della sua rassegnazione.

Decise di legare quel piccolo tesoro a un oggetto umile, con esso l’avrebbe fatto sparire dalla circolazione camuffato sotto a un simbolo insignificante.
Lei se ne sarebbe andata, questo era stato deciso, ma non riusciva a rassegnarsi a quella rinuncia e ancora stentava a credere che il suo amato Vittorio avesse sacrificato il loro amore sull’altare del potere. L’unica rivalsa possibile era legare sacrificato il loro amore sull’altare del potere.

L’unica rivalsa possibile era legare a sé il vincolo che aveva determinato quel sacrificio, così nessuno sarebbe stato in grado di trovarlo e di scioglierlo.

Se non poteva opporsi a quella separazione, voleva almeno evitare che altri subissero la sua stessa sorte.

Doveva nascondere il simbolo di ciò che era stato e creargli attorno una specie di sortilegio, sarebbe bastato per evitare di far vivere un seme abbandonato.

Come lei, in ottemperanza alla legge della divisione, un’intera generazione di
abili lavoratori fece i bagagli: professionisti integri, impiegati onesti e chiunque
vi fu costretto dalle valutazioni dei nuovi canoni. L’imposizione della distinzione tra affiliati e no, di là di ogni capacità o merito, divenne come una mannaia che fece parecchie vittime.

Un cavallo grigio, con macchie argentate tonde più scure sul mantello, stava
risalendo il torrente lungo la riva bassa, imboccando la galleria che passava sotto
l’altopiano; al di là c’era la foresta, il bosco, l’incognita di una vita fuori delle
mura. Dalla criniera penzolava un sacchetto, attaccato a un oggetto
insignificante; era notte fonda ormai, domani sarebbe stato un giorno memorabile
per il paese che stava abbandonando. Nessun cavaliere lo montava, nessuna
cascina lo aspettava.

Il futuro podestà si godeva la vigilia del suo trionfo, non rimpiangeva
minimamente il patto chiuso con gli alleati e sapeva di essere ben sostenuto in
quella sua Elezione.

Non gli importava del prezzo che avrebbero dovuto pagare certi suoi concittadini, era tronfio di se stesso.

Uscì sul balconcino del suo appartamento per respirare l’aria fresca della notte; sotto di lui, lungo il vicolo, vide passare un cavallo grigio che si allontanava al piccolo trotto.

Si accese un sigaro beandosi della sua condizione e contemplando la luna sui tetti; neppure un
rammarico per il suo amore, perduto per sempre.

Franca raccolse le ultime briciole dei dolci e i resti della farina sparsi sulla
madia, poi cercò la sua scopetta di saggina, ma non la trovò. I conviviali se
n’erano andati, il patto era stato sigillato e ora il paese sarebbe stato protetto,
almeno fino al ritorno della normalità. Avevano stabilito quali sarebbero state le condizioni favorevoli che, una volta realizzate, avrebbero fatto ritornare ogni cosa al suo posto. Inclusa la sua scopetta, pensò in quel momento, che era sparita chissà dove.

Diede un’ultima occhiata di controllo alla sua cucina, poi si decise ad affrettarsi; suo marito la stava aspettando impaziente di raggiungere l’appartamento in paese.

Ogni minuto da vivere insieme stava diventando per entrambi, ma per lei lo era ancora di più, dopo gli esiti della visita cui si era sottoposta qualche giorno prima.

Un giorno un viaggiatore proveniente da un paese lontano, dove ha lasciato
il suo amore ad attendere l’incontro per avere il seme della nuova vita, si troverà
a passare per uno strano paese e lì incontrerà due turisti, provenienti anche loro
da un paese lontano, che la accompagneranno a una grande festa. I due turisti,
dopo essersi persi e poi ritrovati, saranno in grado di riportare alla luce un
oggetto dimenticato.

CAPITOLO NOVE – LA PROPRIETARIA DELLA BOTTEGA

Si avvolge in una sciarpa dalle dimensioni di un tappeto, invece di uno scialle
o di un soprabito si butta sulle spalle quella stola di lana per proteggersi dal
freddo. È talmente abituata a usarla che, anche in estate, se ne avvolge solo per
percorrere quei pochi metri di strada tra il retro della Bottega che gestisce, e il
negozio vero e proprio.

Si alza molto presto il mattino, non che gli orari di apertura la vincolino in particolar modo, ma a lei piace godersi la solitudine delle prime ore della giornata dentro il suo esercizio commerciale.

È una donna di mezza età, quando stabilire a quanti anni ci si trovi nel mezzo del cammino della vita, è molto difficile, per questo, nel nostro caso, è impossibile dare riferimenti al secolo.

Di certo c’è esperienza nel suo modo di gestire l’attività, e saggezza nel
rapportarsi con i clienti. È sola a portare avanti il negozio e non si sa se ha avuto
figli, un marito, un amante, e quale sia la famiglia che l’ha generata. Nel paese
tutti la rispettano, ma nessuno la incontra fuori dalla Bottega. In certi giorni, alla
Bottega, si svolgono delle riunioni di donne: tè torte e crostate, uno scambio di
argomenti e di discussioni sulla vita di Tirone.

La sua giornata tipo? Togliendo quelle prime due ore alle luci dell’alba
durante le quali nessuno sa quello che fa, si dice di yoga, meditazione, letture e
bevute di taniche di caffè solubile, p er il resto è sempre indaffarata tra le
mercanzie. In realtà, spesso e volentieri, riordina la confusione lasciata dagli avventori del giorno precedente e si organizza per quelli che arriveranno durante
la giornata.

Come già detto, la Bottega della Franca non è un negozio nello
stretto senso del termine, piuttosto un luogo per acquistanti. Perciò è importante
curare la disposizione degli oggetti in modo che ognuno possa soddisfare il
proprio bisogno. Da quando apre gli scuri delle vetrine a quando li chiude sul far
della sera, la proprietaria si aggira tra i vari reparti creando e smontando la
mostra degli oggetti. Qualche cliente l’ha vista arrivare dal sottoscala sul retro,
reggendo in mano degli oggetti da mettere in vetrina.

Nessuno ha mai visto il baule dal quale provengono quegli oggetti, ma tutti ne riconoscono l’esistenza.

Quel venerdì diciassette è cominciato male, Avana non è superstiziosa e quella giornata di metà marzo duemila ventitré la vorrebbe considerare un giorno come tutti gli altri. Tuttavia la mattinata si è dimostrata strana fin dalle prime ore dell’alba; non sa quanto il fatto sia dovuto al sogno avuto nella notte o provenga, invece, dal turbamento della telefonata ricevuta la sera prima. Un vecchio conoscente che vive a Roma l’ha chiamata, inizialmente per sapere come stava e bla, bla, bla, le solite cose; poi ha iniziato a parlargli di un incontro avuto con due turisti a Roma.

Sauro è una persona distinta, un nobiluomo di una volta, dai modi calmi e cortesi, e Avana non riesce a capire cosa le ha dato fastidio in quella telefonata; se il tono entusiastico con cui parlava di quelle due persone o il fatto che alludesse al suo passato di Abitante. Quando viveva a Tirone, faceva il maestro elementare e, una volta andato in pensione, aveva deciso di lasciare il paese per andare a fare la guida turistica a Roma.

Il sogno fatto la notte prima, invece, ha fatto vivere ad Avana una situazione di pericolo controllato. Che significato ha?

Nel sogno ha fatto un viaggio su una teleferica strana cui era agganciata con
un cavo, e che la stava trasportando su un altopiano da dove, poi, avrebbe dovuto
incanalarsi dentro a un tunnel. Il tunnel era una galleria sotto la quale scorreva un
torrente di acqua chiara; lei era sospesa sopra la pianura a ridosso di quel fiume
e, con uno sguardo al paesaggio sotto di lei, aveva visto il cavallo grigio, un
bellissimo esemplare che trottava nelle acque basse del torrente. Un’immagine
serena. Nel frattempo la teleferica, che avrebbe dovuto portarla dentro il tunnel
abbassandosi sotto la pianura dell’altopiano, la stava invece facendo passare per
la via esterna. L’immagine sfumava e lei si trovava salva in una baita mentre
vedeva scorrere su un video la notizia di persone ricercate che erano in difficoltà.
Invece lei era in salvo. Con Sauro.

Questo era quanto successo nel sogno, ma non crede che sia stato quello ad
agitarla; è meglio ragionare sulla telefonata della sera precedente, soprattutto per
capire tutte le implicazioni che la riguardano. Sauro le ha detto che i ragazzi
sarebbero venuti a Tirone e che lei avrebbe dovuto aiutarli con il Premio; Avana è
sempre stata convinta che la storia di quel Premio se la fosse inventata lui, ma le
è piaciuto stare al gioco e ogni volta che ne ha parlato, gli ha dato corda
assecondando le sue coincidenze e le sue deduzioni.

I troppi pensieri possono essere stati il motivo di quell’inizio catastrofico di
giornata.

Come quando ha inciampato nel gradino del retro notando che la gatta
tricolore non si era ancora fatta vedere, ed è da qualche giorno che manca. Strano
per lei, per la gatta s’intende. Oppure quella strana mattinata è partita male
quando ha rovesciato sul tavolo la tazzina del caffè; oppure quando nel frigo ha trovato la marmellata con una punta di muffa; oppure quando il radiogiornale ha
comunicato la notizia di due turisti dispersi tra i boschi delle montagne.

Le rituali meditazioni e gli esercizi yoga le fanno ritrovare un minimo di
equilibrio e, riappropriandosi dei suoi pensieri, Avana trova un collegamento con
quello che le ha detto Sauro nella telefonata della sera prima. Con entusiasmo gli
ha annunciato l’arrivo dei turisti e che finalmente sarebbe successo quello che a
Tirone tutti si aspettano, cioè di riuscire a rovesciare quello che è considerato uno
strano sortilegio. Nonostante Avana la ritenga una fantasia senile, in paese la
vicenda ha una certa rilevanza e quello che poteva essere un semplice
divertimento tra anziani, è diventato una vera propria leggenda per Tirone.

” Dove sarà finita la scopetta?” si domanda Avana andando con i ricordi a due
giorni prima, quando l’ha usata l’ultima volta per pulire la madia prima di
preparare i dolcetti per il solito incontro del mercoledì.

Ha lavorato parecchio quel martedì, un sacco di visitatori era venuto al negozio e lei aveva dovuto giostrarsi tra la cucina e il servizio ai clienti; ricorda anche i due turisti che non si
capiva cosa cercassero. Cerca di far chiaro nei pensieri e nei ricordi, incluso il
modo di ritrovare quella scopetta di saggina.

CAPITOLO DIECI – IL VIAGGIATORE

Il treno s’infila veloce in una galleria, il breve scatto che fa la corrente
elettrica è sufficiente a interrompere il suo lavoro.
Quando tornano alla luce del sole, ci sono tanti fogli sparsi per terra; lo
scompartimento per fortuna è vuoto e può con calma ricomporre gli appunti che,
con lo scossone in uscita dalla galleria, le erano volati via dal tavolinetto vicino
al finestrino. È troppo stanca perché continui a lavorare sulla relazione, e poi avrà
tutto il tempo di dedicarsi dopo essere arrivata a Tirone. Che razza di paese la
aspetta? Tirone! Già dal nome non c’è da aspettarsi un granché.

Si domanda se quel difetto di voler sempre giudicare venga fuori anche nelle
relazioni.

Se così fosse, sarebbe un ma le minore, e poi, dopotutto, di quel contratto non le frega molto. Inoltre adesso le va così, come se ogni cosa dovesse essere presa a spizzichi e bocconi, a tududun tatadan, come le ruote del treno che corrono sulle rotaie della ferrovia.
Ah, la vita; certe volte riserva delle sorprese, pure in occasioni del cazzo
come quella. Cosa ci andrà a fare lei a Tirone, non lo capisce proprio.

Il viaggiatore si sta spostando in treno da un punto certo, la città dov’è stata
per lavoro, verso una meta sconosciuta, Tirone appunto. Nel frattempo si rigira
tra le mani una relazione senza trovargli la parola “fine” e continuando a perdere
i fogli tra dentro e fuori del vagone. Sono fogli di A4 che le scappano dalla mano come sogliole che non vogliono farsi togliere la pelle.

In tutto quel bailamme di carta e di pensieri che balzellano per la testa, c’è la sottile convinzione di essere sulla strada sbagliata.

Difficile capire fino a che punto l’errore è dovuto a un fatto fisico, cioè riferito al posto in cui sta andando, o piuttosto sia determinato dalla piega negativa che sta prendendo il suo lavoro.

Insomma, ci troviamo di fronte a una sorta di viaggio con un viaggiatore che sta esplorando, suo malgrado, i diversi e sorprendenti aspetti di un itinerario sconosciuto. Alla fine sta sbagliando strada, ma non per un suo sbaglio, la colpa è del treno, o meglio, del bigliettaio
della stazione Termini che le ha dato una destinazione diversa da quella che
voleva prenotare. Se n’è accorta quando il controllore le ha fatto i complimenti
per aver scelto di recarsi a Tirone. Tirone? Lì per lì ha fatto finta di niente,
incassando gli elogi, poi nel pensiero ha cominciato a vorticare una miriade di
domande.

Sapeva di essere su una strada diversa imboccata con il lavoro, perché
nonostante gli sforzi per terminare quanto iniziato in città, della sua relazione alla
fin fine resta solo una decina di fogli appallottolati di carta formato A4.

Il treno si ferma lentamente, con lo stridore dei freni sulle rotaie e il dolce
arresto dei vagoni; sono appena usciti dall’ennesima galleria e si trovano lungo
una curva della linea a binario unico che stanno percorrendo. Il sole inonda il
prato che si estende alla destra del loro senso di marcia. Sonny si affaccia anche
lei al finestrino, come sta facendo la gran parte dei passeggeri. In lontananza il
prato s’inerpica per una collina in cima alla quale si trova un edificio dalle
sembianze di una villa, ma dalle dimensioni molto più grandi. Un palazzo.

Molti ragazzi sono stesi sul prato o si affaccendano con i compagni nello scambiarsi fogli e informazioni.

Alcuni si stanno dirigendo verso l’edificio, altri s’impegnano a fermarli chiedendo di aspettare. Una strana atmosfera di fremente attesa aleggia attorno alla scena che si offre ai suoi occhi. Dopo alcuni minuti che sono fermi, Sonny decide di scendere per andare a vedere cosa succede. Oppure per capire cosa diavolo sia capitato al suo treno, oppure per scoprire qualcosa in più sullo strano posto in cui si trova. Un ricciolo nero attraversa il su o campo
visivo nell’occhio sinistro, si volta di scatto per vedere cosa le è passato accanto.
Niente. Attorno a lei c’è solo lo scompartimento vuoto; sarà stato un altro scherzo
della sua vista matura.

Scende dal vagone avviandosi verso la collina, non comprende quello che si
dicono i ragazzi distesi sul prato, vaga con lo sguardo per capire una direzione da
prendere. L’edificio che domina dall’alto ha l’aria di una scuola, forse per la
giovane età di chi gli sta attorno; ma potrebbe essere anche un istituto, un luogo
in cui sono prese decisioni importanti, un luogo dove si smistano azioni e
persone.

Un fischio trancia l’aria di fianco a Sonny, si volge per capire se proviene dal
treno. È così.

Dai finestrini sagome agitate fanno segno di risalire sul treno che
sta per ripartire. Deve farlo di corsa, quasi rotolando lungo la discesa della
collina su cui si è appena inerpicata.

CAPITOLO UNDICI – IL MERCOLEDI’ DELLA BOTTEGA

Ci sono giorni in cui ognuno di noi si trova sommerso dal quotidiano e sono tante
le cose da fare che non si capisce in quale direzione stiano andando gli sforzi che
si fanno per tirare avanti. Non è il caso di Avana, che riesce sempre a mantenere
il suo aplomb.

Tuttavia qualcosa di diverso è successo quel mercoledì pomeriggio inoltrato di qualche settimana prima, durante il solito incontro per il quale non fissano appuntamento e non sono previsti avvisi. Come già accennato, la Bottega della Franca è anche il luogo di ritrovo per le donne del paese; niente di speciale, il mercoledì si riuniscono e mangiano torte, biscotti, sorseggiano tè o caffè e, intanto, chiacchierano su cosa proporre per le attività extra scolastiche
dei bambini, o per i lavori al parco giochi, o per la ristrutturazione della mensa, e
altro. Solitamente tutte cose pratiche, poche volte si parla di libri o di film o di
leggende.

Quel fatidico mercoledì, invece, mentre tutto si stava svolgendo in assoluta tranquillità, improvvisamente si sono messe a discutere animatamente dell’Elezione e della Leggenda.

Tanti ne parlano in paese ed è già girata la voce che si sia vicini all’epilogo. Avana ritiene il tutto una specie di gioco, ma qualcuna delle signore, invece, dà un peso di straordinaria importanza a quello che deve accadere; altre persone stanno addirittura pensando di organizzare una
grande festa.

– Nel momento in cui la nostra candidata si è ritirata alle scorse Elezioni, abbiamo avuto come conseguenza di trovarci nella stessa situazione del periodo del Podestà, e la Leggenda è tornata a perseguitarci.

-Vi ricordate cosa successe allora? Anche in quell’occasione, come quando c’era
il Podestà, una rinuncia ha portato al blocco amministrativo del paese, come
successe a causa delle leggi della divisione.

-È vero, però questa volta la nostra è una vice candidatura, e poi l’Elezione non
porterà alla stipulazione di nessun accordo fuori dalle regole, e forse questo potrà sfatare il mito della Leggenda.

-Il problema è che non si conosce neppure la natura del patto del segreto, e neppure quali siano le condizioni propizie per romperlo; come facciamo a dire che siamo alla vicini conclusione degli intoppi amministrativi?

-È qui che entrano in ballo le coincidenze, quelle che si devono verificare affinché sia rispettato l’iter per la soluzione. –

Adesso Viola ha cominciato a diventare enigmatica e le altre donne hanno iniziato a bersagliarla di domande.

-Vuoi dire che un uomo fuori città indicherà la strada ai turisti?

-Oppure pensi che il Viaggiatore riesca a trovare il Tesoro?

-Adesso vi dico cosa non succederà – interrompe Avana cercando di riportare la
discussione a qualcosa di più concreto – questa storia della Leggenda legata
all’Elezione è solo una fantasia. È meglio che ci diamo da fare per far sì che la
nostra candidata riesca a diventare vice e che pensiamo a risolvere certe faccende
con le nostre mani.

-Hai ragione ha concluso Paola è meglio non illuderci con queste presunte
coincidenze, anche se si stanno verificando e potrebbero diventare una
scorciatoia per far eleggere una buona amministrazione.

Da quel momento in poi la discussione si è orientata su lati più pratici e nessuna è più tornata a parlare dell’antica Leggenda.

CAPITOLO DODICI – I SENTIERI

Il viaggiatore arriva nel paese, proveniente dalla veranda di legno della sua
casa in mezzo alla prateria, dove solitamente siede sulla sedia a dondolo di legno
che sta fuori dall’uscio, con il fucile sulle gambe. Sta vicino a un bosco di pioppi,
la casa, e la veranda si affaccia tra il vialetto di accesso dalla via principale e quel
boschetto.

Il viaggiatore l’ha abbandonata per compiere un viaggio di lavoro, già iniziato
a Roma, e del cui seguito non capisce il senso fino in fondo; a parte un retrogusto
di abbandono che fatica a scrollarsi di dosso. La sua arma è rimasta a casa, ma lei
non sa che potrebbe tornarle utile per difendere un tesoro.

– Moonie?

– Sonny?

– Sono io, scusa, prima non sono riuscita a tirare fuori il cellulare dalla
borsa. Sto treno maledetto fa dentro e fuori dalle gallerie e non riesco a capire
dove sto andando.

– Come stai?

– Tutto okay, e tu?

– Ancora non si vede nessuno, fuori c’è calma piatta e la giornata si
annuncia caldissima.

– Qui è quasi sera e credo che tra poco farà un temporale, anche se riesco a
vedere il cielo solo a sprazzi e faccio fatica a orizzontarmi bene. Comunque il lavoro è andato bene, devo solo buttare giù la relazione e poi sarò libera.

– Quando torni?

– Domani mi organizzerò con i voli e poi ti faccio sapere come …

Cade la linea, il treno s’infila velocemente nell’ennesima galleria e la
conversazione si chiude bruscamente. Poco dopo il treno fischia e i freni stridono
sulle rotaie. Sono a destinazione.

E adesso dove siamo arrivati?
Si domanda Sonny mentre getta un’occhiata alle tabelle per capire il luogo dove si trova. Il suo sguardo non incrocia alcuna insegna che possa dare una risposta alla sua domanda.

Accidenti a me e a quando ho deciso di salire su questo maledetto treno!
Sono in una stazione con binario morto e non credo che ci sia qualche possibilità
di procedere oltre. Avrei dovuto avere più pazienza fermarmi a Roma in attesa
dell’aereo per tornare a casa! Ho preferito prendere il treno convinta di poter
aggiungere un’altra tappa di lavoro, ma sarei dovuta andare a Napoli, invece
quell’invornito del bigliettaio ha fatto scappar fuori questa meta! Adesso cosa
posso sperare di trovare a Tirone? E in che razza di posto sono?

Scende dal vagone svogliatamente, ha indossato l’impermeabile, più per
evitare di avere qualcos’altro da tenere in mano, che per il freddo che fa fuori. La
borsa con il computer e i fogli della relazione penzola dalla sua spalla destra.

Devo trovare un posto in cui fermarmi stanotte, devo raccogliere le idee e
capire quanto mi ci vorrà per uscire da questa specie d’incubo.

Attorno a lei le prime ombre della sera calano su quel paese sperduto; nella
piccola stazione il personale sta lasciando i rispettivi posti di lavoro. È più che evidente, se mai ci sia bisogno di altre conferme, che la giornata e il tempo, in poche parole il suo viaggio, si stanno fermando dall’attimo stesso in cui ha toccato terra in quello strano paese.

Fuori dalla stazione la attende una confusione e un vocio di persone
affaccendate che non aveva sospettato prima.

-Taxi! Taxi! l’auto non si ferma e Sonny si guarda attorno cercando un altro
mezzo per recarsi al centro del paese. Un uomo si avvicina e sembra comunicarle
una buona informazione per quello che sta cercando.

Intanto dal treno sono scesi due ragazzi, apparentemente stranieri, di sicuro
viaggiatori del mondo perché hanno lo zaino sulle spalle.

Dal piazzale rivolgono lo sguardo verso una zona affollata, un mercato, o meglio, un punto di smercio, un luogo di carico e di scarico. Lì si sono dirette le tra persone scese dall’auto
rimasta sul piazzale.

I due ragazzi consultano una cartina, non sono arrivati in quel paese per caso,
è stata una meta scelta la loro; e d’altronde non poteva essere diversamente dato
che il treno non prosegue, ma torna solo indietro.
Hanno fatto tesoro del consiglio ricevuto da una persona conosciuta a Roma, che
gli ha parlato di quel paesino la cui cinta muraria è una vera e propria attrattiva
per i turisti; per non parlare dei resti del castello, dei dipinti conservati nelle
chiese, del museo della guerra.

Ciò che ha maggiormente spinto verso quella meta è stata la curiosità del
Tesoro, perché anch’esso è stato nominato dalla persona di Roma. Non ne hanno compreso bene il significato, ma forse è stato proprio l’alone di mistero attorno a quella persona di Roma a spingerli verso una nuova meta. Mark e Greta vengono da un altro mondo, lontano nello spazio da quel paese, come potrebbe esserlo la Germania o addirittura l’Australia, per quello che conta; sono curiosi di qualsiasi cosa riguardi quel posto, di cui non conoscono i confini e non sanno in che ambiente inserirlo per le vicinanze.

Dai finestrini del treno, prima di arrivare, hanno potuto vedere poche cose
che caratterizzassero il luogo della meta.

A dieci chilometri dalla stazione, comincia una serie di gallerie lunghissima che termina solo qualche centinaio di metri prima della fermata. Tuttavia alcune impressioni prima del buio totale hanno potuto prenderle, come i contadini che faticano sui pedali delle loro
vecchie biciclette, e intanto scalano la salita larga di una grande strada.
Popolazioni che vivono nella campagna come nomadi e possiedono per casa
delle capanne; hanno un’organizzazione sociale basata sulla costruzione di orti
sugli alberi, dove coltivano le piante in appezzamenti coltivati a terrazza e che
sono del tutto simili alle costruzioni delle capanne. La loro particolare produttività è molto redditizia.

Mark e Greta hanno potuto osservare bene quella comunità che vive fuori dal paese, perché il treno rallenta per circa due chilometri prima di imboccare una lunga galleria, e quelle persone non passano di certo inosservate. Si vede che vivono bene, hanno case confortevoli e non gli manca null a. Tuttavia sono emarginati, come sospesi in un limbo, dal quale non
possono uscire, né per andarsene, né per tornare da dove sono arrivati. Vivono
una sorta di vita sospesa tra un passato abbandonato e un futuro, non ancora
raggiunto, che da qualche parte aspetta di essere abbracciato.

Ora sono di fronte a uno spettacolo completamente diverso.

Dopo il grande buio dell’attraversamento della galleria, il paesaggio si è aperto sulla stazione
ferroviaria e sulla piazza fuori dal paese, popolata di moltissime persone.

-Cosa ci fa tutta questa gente qui?

Nulla di particolarmente importante, nel senso che non c’è un avvenimento
annunciato da strilloni o megafoni, che possa giustificare la presenza di quel
tramestio di folla che stanno vedendo.

-Ci deve essere un traffico di qualcosa proveniente da fuori.

Quelle persone, infatti, si scambiano di mano in mano grossi pacchi incartati
nella carta paglia.
Mark e Greta sarebbero curiosi di capire cosa ci fa lì tutta quella gente, che
relazione hanno con il paese, se sono cioè originari del posto o se vengono da
fuori a fare affari con la gente di lì. Vorrebbero chiedere informazioni sulla
popolazione degli alberi, quella che hanno visto prima di entrare nella lunga
galleria, e vorrebbero conoscere la realtà di quegli scambi.

La curiosità, però, non si può dissipare in un attimo,

e gli zaini pesano da bestia, come la soma; per prima cosa devono trovare un posto in cui riposarsi, e non possono fermarsi a osservare quella gente.

Si avviano verso il centro, passando sotto l’arco della cinta muraria, e
s’immergono nell’atmosfera del paese; un luogo irreale, ma ben costruito, una
specie di villaggio settecentesco. Osterie con insegne di legno e di ferro battuto,
messe l’una sopra l’altra; traffico di gente che va a piedi come in un giorno di mercato. Stoffe pendenti da abiti raffazzonati. Fogge strane.

CAPITOLO TREDICI – ALTRI SENTIERI

-Si spiccerà Giorgio a prepararci gli hot dog? Altrimenti finisce che tardiamo al
rientro.

-Non ti preoccupare perché ci aspettano, e poi le lezioni pratiche le facciamo da soli per cui figurati quanto gliene frega se tardiamo.

-A me non piace questo sistema di lavorare, c’imbottiscono di teoria il mattino e quando bisogna metterla in pratica, ci mollano allo sbaraglio!

– Speriamo almeno che questo corso ci dia un pezzo di carta valido.

-Ecco i panini.

Giorgio, il gestore del fast food che si affaccia sulla via, è sempre stato uno
veloce, uno che il cliente viene prima di tutto. Sporge i suoi hot dog dalla
finestra, protetta da un tendale colorato e sbiadito che parte dal piano di sopra. Il
locale sta al piano terra di un palazzo alto e grande, compone l’angolo della
strada e si affaccia al lato esterno con una finestrina di servizio. All’interno è
piccolo, giusto quattro o cinque posti attaccati al bancone, e molte persone
preferiscono farsi servire in strada.

-Mangia che se no si raffredda.

-No, è che a me certe cose danno fastidio; prendi l’Elezione, per esempio, non si
fa altro che parlare dei candidati, però del tesoro non ne fa parola nessuno.

-Allora vorresti farlo tu?

Giorgio s’intromette nelle chiacchiere dei tre; si presume che abbia allungato l’orecchio da dentro il suo locale mentre era intento a preparare gli hot dog.

Giorgio, che potrebbe avere sui cinquant’anni, il viso tondo affabile, è la
classica persona conosciuta, quello che dà da dire a tutti, quello che sa sempre
l’ultima su ogni argomento, di giornata o meno. Giorgio non si chiama Giorgio,
in realtà il suo nome è Bruno, o almeno così l’hanno battezzato i suoi genitori;
però tutti lo chiamano Giorgio. È un’anomalia che si è sviluppata nel paese,
prima si battezza un figlio con un nome e poi si chiamarlo con un altro. È così
che un Giacomo è chiamato Piero, un Franco è chiamato Toni, un’Ilaria è
chiamata Franca, e tanti altri.

-Sta scherzando, Giorgio, non dargli retta! È solo una caccia naso in cerca di
chiacchiere!

Giorgio, o Bruno se volete, dopo aver consegnato i panini ha appoggiato i
gomiti al piccolo davanzale; vuole chiacchierare con quei tre, dentro non c’è
nessuno da servire, e per di più i clienti che ha di fronte non hanno ancora
ordinato qualcosa da bere.
Uno dei tre, sempre inquadrato dalle gambe che si muovono sul
marciapiede, parla con la bocca piena del panino e, intuendo le intenzioni di Giorgio, gli
chiede di rimando:

-Tu che ne sai dell’Elezione?

-Le solite cose che sanno tutti e che andrà a finire come sempre. Il potere è
difficile da mollare. Troveranno un accordo, tra l’altro i programmi dei candidati
hanno differenze minime. Del Tesoro, invece, mi piacerebbe che parlassero.

-Mi faresti una birra piccola alla spina, per favore? a interrompere è una
voce diversa dalla prima, siamo tornati all’inquadratura delle gambe, dopo aver
seguito Giorgio mentre parlava appoggiato ai gomiti sul piccolo davanzale.

A parlare, adesso, è uno dei tre che, mentre trangugia velocemente un
boccone del panino, interrompe Giorgio proprio nel momento in cui tocca
l’argomento pi ù importante. Di proposito?

-Subito! – si affretta Giorgio, che non ha dubbi circa il buon esito del suo
intervento ai fini dell’ordinazione, e non si preoccupa per niente di essere stato
interrotto. Che effettivamente non avesse niente d’importante da dire sul Tesoro,
potrebbe essere un dato di fatto.

-Anch’io vorrei conoscere meglio la storia del Tesoro e perché sia di
fondamentale importanza per l’Elezione. –

La voce di Simona è alta e chiara, quasi a inseguire Giorgio che si allontana per preparare la birra e potrebbe non sentire bene. Adesso l’inquadratura dei piedi ci fa vedere la gamba dello
scaldamuscoli arancione che pesta il piede della scarpa di pelle. Simona vorrebbe
continuare il discorso per far tornare Giorgio sull’argomento.

-Il Tesoro della Leggenda garantisce l’Elezione! – sussurra Giorgio
sporgendosi ancor di più dalla finestra con la mano protesa alla consegna del
bicchiere di birra richiesto. Di ritorno con il boccale pieno, la sua voce è
diventata volutamente bassa e misteriosa.

-Vorresti dire che questo insistere sulle condizioni propizie sia in realtà un
modo per garantirsi i voti? – Le gambe coperte dallo scaldamuscoli arancione si
alzano sulla punta delle scarpe. Giorgio si sta allontanando e con una scrollata di
spalle si avvia a servire i nuovi clienti che sono arrivati nel frattempo.

-Io non credo a niente di quello che ha detto Bruno, sono tutte chiacchiere
pre elettorali. –

-Lui è Giorgio, perché lo hai chiamato Bruno?

-Quanto la fai lunga Simona, non lo sai ancora che ha due nomi?

-Veramente l’ho sempre chiamato solo Giorgio. Comunque è un’altra di
quelle cose dette e non dette che sono fastidiose.

-Ce l’hai proprio con questa storia del nascosto, del segreto, ogni piccola
contraddizione ti porta a cercare il perché e il per come, stai cominciando a
innervosirmi.

-Smettetela voi due, è ora che rientriamo.

Simona, l’unica femmina del trio, quella dello scaldamuscoli arancione, ha
una folta chioma bionda e riccia, la pelle chiara e punteggiata d’invisibili
lentiggini; cammina gesticolando e continua il suo discorso tra un boccone di
panino e l’altro. Gli altri sono uno riccio e nero di capelli, non tanto scuro di
carnagione, sicuramente quello del jeans preciso; l’altro è castano e liscio, porta
qualche ciocca di capelli sugli occhi e si sbrodola il ketchup continuamente cercando,
molto maldestramente, di riuscire a tenerlo a bada nella salvietta. Lui è quello del
jeans liso.

Arrivano davanti a un’entrata e s’infilano uno dietro l’altro, perché la porta è
aperta solo per una piccola parte dell’immenso portale. Fuori una scritta fatta su
un foglio semplice di carta A4 con l’indelebile nero e attaccata sotto la targa
dell’Istituto di Studi Sociali, indica la sede del

Corso di Specializzazione in Gestione d’Azienda.

CAPITOLO QUATTORDICI – GLI INCROCI

Mark si muove silenzioso rasentando i muri degli alti palazzi, si sposta a destra e
a sinistra per scansare il suo ingombrante zaino mentre la gente gli dà spallate per passare oltre; Greta lo prende per una manica.

– Dobbiamo trovare un posto per appoggiare gli zaini, hai tu l’indirizzo che ci ha dato l’amico di Roma?

Lascia cadere lo zaino a terra togliendoselo dalle spalle e, con un leggero
movimento rotatorio, libera i lunghi capelli neri che scendono dolcemente lungo
la schiena; si siede sulla sua sacca posata sul pavimento e lo sguardo dei suoi
occhi azzurro mare si disperde senza raccogliere emozioni. È stanchissima.
Mark sembra scuotersi dallo strano torpore che l’ha assalito nell’osservare la
stravaganza di quelle genti; ma è solo un attimo, per il resto è come incantato
dalla visione di ciò che hanno attorno. Si è fermato qualche passo dopo Greta, ma
non sembra intenzionato a mettersi alla ricerca di un posto dove andare.

-Sono stufa! Voglio farmi una doccia, mollare definitivamente lo zaino e
sdraiarmi su un letto! –


Mark non la ascolta. Se ne va continuando il cammino in estasi con l’ambiente. Poco dopo sparisce in mezzo alla folla che si dirige verso il centro.

Greta ha fiducia nel suo ritorno, ma dovrà aspettare a lungo. Questa separazione, momentanea ma non voluta, non porta conseguenze nel rapporto tra loro due e non guasta l’atmosfera del loro viaggio. Lei è stanca, lui incuriosito; lei si siede, lui cammina. Entrambi vivono l’esperienza del posto in cui sono.

Quando si ritrovano, è come se si fossero divisi da pochi minuti, qualche
cenno d’intesa, poi appoggiano gli zaini sul tavolo che hanno raggiunto; quel
gesto provoca un rumore sodo e tintinnante, sono le cinture dei jeans. Sono sul
lato destro della strada, che è sembrata aprirsi un pochino dopo il susseguirsi di
alti muri; davanti a loro ci sono delle tavolate sotto una tettoia, sono vuote e
sembra che il posto sia chiuso.

All’improvviso un uomo esce dal locale associato a quella veranda coperta,

ha il grembiule corto, bianco e sporco, si avvicina al loro tavolo e mentre guarda
fisso gli zaini come se fossero oggetti preziosi, chiede cosa vogliono quei due
ragazzi, perché quello è giorno di chiusura.

-Stiamo cercando un posto per dormir e, un nostro amico di Roma ci ha
indicato un B&B, ma non troviamo l’indirizzo. Veramente è lui che non lo trova,
perché io so di avere messo un biglietto nella tasca esterna e … – mentre continua
a parlare per tenere viva l’attenzione di quell’oste un po’ strano, Greta fruga nello
zaino provocando un continuo tintinnio che neppure lei sa da dove venga. Non si
cura di ciò che sta rendendo sempre più curioso l’oste nei loro riguardi e continua
il lungo racconto su chi e come gli ha dato l’indirizzo e le indicazioni per arrivare
in quel posto.

Ogni tanto è interrotta da Mark che ci tiene a precisare alcuni particolari che Greta tralascia o che ricorda diversamente. Per esempio il bastone che quell’uomo usava per appoggiare il suo incedere zoppo; un bastone che ricordava il manico di una grossa scopa, di quelle fatte di rami e usate per spazzare le aie dopo la trebbiatura. Greta dice che poteva essere il manico di una zappa, di quelli fatti con i rami di sambuco, ma quello era più leggero, a detta di Mark; poi si mettono a discutere sul colore della camicia che indossava, rosa shocking secondo Greta, mentre Mark dice che era verde acqua e Greta si corregge ricordandola però azzurrina. Nella gran confusione che fanno nel ricordare quell’incontro avuto a Roma, i ragazzi non si accorgono che l’oste non li ascolta per niente; e che la sua risposta prescinde da qualsiasi cosa possono
chiedergli.

-Ah sì, conosco quel posto- dice riferendosi alla costruzione che si trova lì
di fronte-

-è tanto che è chiuso, pensate che un cartello con scritte delle
informazioni è stato appeso per molto tempo. E nessuno ha mai chiesto nulla.
Ora che il cartello non c’è più arriva qualcuno a chiedere del posto. –

Dice tutto questo mentre con lo sguardo continua a fissare i due zaini.

-Ha lavorato molto e bene, era ben gestito; poi è successo il patatrac e tutti
sono spariti.

A Mark e Greta non frega assolutamente niente di quel ristorante che era
stato in concorrenza con l’oste, neppure se una volta ospitava persone nelle
camere che stavano di sopra. Il locale cui si riferisce l’oste , infatti, sta al piano
seminterrato di un palazzo e potrebbe aver svolto funzione di ristorante con
annesse camere. Ma ora è chiuso e non può servire a nulla.

Attorno a loro sempre lo stesso via vai di gente all’apparenza indaffaratissima, Mark e Greta capiscono che lì non possono trovare le indicazioni che servono per arrivare all’indirizzo che gli è stato dato a Roma.

Quell’oste dallo sguardo insistente appoggiato sui loro zaini sta diventando insopportabile.

Lasciano lì l’oste e il suo sguardo fisso sugli zaini tintinnanti, e se ne tornano
per la strada, a cercare notizie di una certa via dei Mille e di una certa
affittacamere di nome Sonia. Finiscono di nuovo fuori dalla cinta muraria, il via
vai di gente che hanno lasciato dentro il paese, si ripete nell’affollato piazzale
vicino alla stazione. Tutto è come l’avevano lasciato pochi istanti prima.

Confusione, così aveva detto Edoardo a Roma, o Antonio secondo la versione di
Greta, quando aveva parlato loro di quel posto. Troverete confusione. E questo
ora è un fatto certo.
Si fermano al lato del piazzale, appoggiano gli zaini sul marciapiede dove si
siedono a guardare la folla e ad aspettare che qualcuno possa essere fermato per
ottenere informazioni accettabili. Il bisticcio di poco prima è già dimenticato.

Nessuna di quelle persone ha una bancarella o espone mercanzie.

Qualcuno ha vicino ai piedi degli scatoloni da cui ogni tanto estraggono grossi pacchi.
Alcuni viaggiano con dei sacchi in bilico sulla testa. Altri hanno pacchi sotto
braccio.

“una confusione insensata; ma voi non preoccupatevene, restate uniti e
chiedete di via dei Mille e di Sonia” “chiunque saprà indicar vi la strada; ma se
sarete separati , allora no, non potrete trovare nessuna informazione”

Questo aveva detto l’amico di Roma, che adesso ricordano chiamarsi Sauro.

-Scusi, io e la mia amica siamo molto stanchi, saprebbe indicarci la Via Dei Mille e l’affittacamere Sonia?

-Sicuro. Entrate sotto l’arco, proseguite dritto per la via centrale, poi alla
seconda a sinistra entrate in via Cento e quando siete alla piazzetta, prendete a
destra. Troverete il vicolo che sbuca in via dei Mille e dopo venti metri sulla
sinistra trovate l’affittacamere che cercate. Buongiorno! –

Tanto difficile?

Si avviano per i viottoli angusti del centro storico e finalmente trovano il loro indirizzo; si tratta di una casa comune, non di una parte di palazzo e neppure di un’ala di castello, o di una parte delle mura. È una casa normale, probabilmente costruita di recente a occupare il posto di un rudere irrimediabilmente perduto.

La casa ha un cortile che si affaccia sul retro della strada; la finestra della loro
stanza ha la visuale proprio su quel cortile cementato. Qua e là spuntano viti a
pergolato che si alzano fino a oltre due metri e costruiscono una vera e propria
copertura. La stagione ancora è indietro, le piante non hanno cacciato, sicché
l’atmosfera è un po’ spoglia.

Hanno posato gli zaini in fondo ai letti, non hanno voglia di uscire subito e
cominciano a mettere a posto la loro roba; hanno detto a Sonia che si fermeranno
qualche giorno senza specificare quanti o fino a quando. Mentre sistemano le
loro cose iniziano le schermaglie e poco dopo si mettono a letto.
Mark fuma, sempre dopo aver fatto l’amore, quasi
mai in giro per la strada.
Nella camera fa caldo, possono permettersi di restare nudi nel letto senza doversi
coprire troppo.

-Cosa guardiamo per primo in questo paese di matti?

-Perché dici così?

-Non ti sei accorta di come vanno in giro e degli sproloqui che gli escono dalla bocca?

-Non saranno mica tutti come quell’oste impiccione!

-Forse no, ma hai fatto caso a come guardava i nostri zaini?

-Ripeto, sarà successo che abbiamo incontrato il più matto del villaggio.

-Beh, tutta quella gente che andava in giro vestita di stracci.

-Ma quali stracci e stracci, non hai fatto caso alle combinazioni di stoffe e colori? Erano stupendi!

-Sarà.

-Comunque a me piacerebbe visitare il castello, non so perché ma credo che quest’atmosfera dipenda molto da quello che vedremo in quel posto.

-Allora ammetti che sia un posto strano?

Tirandosi su dal letto e andando verso il bagno della camera Greta, in tono
scherzoso e non nascondendo una certa dose di mistero e segretezza, gli rimanda
per risposta delle curiose affermazioni su fantasmi e tesori.
Quando escono dalla casa si dirigono immediatamente verso il castello le cui
segnaletiche indicano il cammino preciso da prendere. Uno sguardo dalla parte
opposta alla loro direzione gli mostra il vicolo che a un certo punto si apre, non
proprio in una piazza, ma in un rilevante slargo; da un lato c’è l’osteria da Cuncin
e Muliga e, prima di notare l’insegna, hanno odorato i profumi della cucina e hanno deciso subito dove sarà la loro cena.

Visita al castello. Niente di particolare, nessun accenno al tesoro, nessuna
grotta misteriosa, nessun custode dall’aspetto strano, nessun visitatore che si
comporti come l’oste impiccione. Niente.
La sera a cena conoscono Daniele poi, sul tardi, quando la serata volge al
termine, lui gli presenta Simona. I quattro decidono, dato che domani sarà giorno
di riposo per Daniele e Simona non avrà il corso, di trascorrere la giornata
insieme per farsi raccontare la storia e le bellezze del paese.

Sono passate le undici di sera e la serranda della bottega a fianco del
ristorante è chiusa.

Dopo essere rientrati alla loro stanza da Sonia, da una finestra che si affaccia
sullo slargo di via dei Mille sentono suonare un pianoforte. Non si capisce quali
mani accarezzano i tasti, se quelle di un giovane talentuoso o di un vecchio
nostalgico; quell’indefinito strimpellare è un ospite della via, è come un suono
che potrebbe assumere tanti volti, tante espressioni. È bello sentire un pianoforte
che suona, sempre e comunque, non da noia, non stona con l’ambiente, integra le
situazioni.

CAPITOLO QUINDICI – LA SITUAZIONE

La piazzetta dell’osteria Cuncin e Muliga si trova dalla parte opposta all’ingresso del loro alloggio; seguono il vicolo in direzione contraria a come hanno fatto il giorno prima per andare al castello, e si trovano di fronte all’ingresso del ristorante. Che a quest’ora del mattino è chiuso, ma la serranda aperta è quella del negozio a fianco. Che non è un negozio, nel senso dell’idea fisica che può dare un negozio, ma nel senso di un posto dove c’è esposta della merce che dovrà essere venduta. In quest’ottica diciamo però che si tratta più di una mostra che di un’esposizione. Mark e Greta entrano.

C’è un momento in cui Mark e Greta stanno per portarsi via il blocchetto del marciapiede. Neppure loro sanno perché lo vogliono comprare; poi si rendono conto che dovranno andare tutto il giorno in giro con Simona e Daniele e non è il caso di portarsi dietro zavorra. Torneranno verso sera a fare acquisti. Magari il bisogno del blocchetto riesce a tramutarsi in qualcosa di più semplice e meno pesante.

Con gli amici escono dalla cinta muraria del paese e si avventurano lungo un sentiero che s’inoltra nel bosco; ci sono alberi alti, latifoglie, che sotto lasciano un terreno spoglio e tufaceo.

Trovano uno spuntone di roccia liscia che sembra il luogo adatto per fare il pic-nic che si sono portati dietro.

-È bello il paese visto da quassù, vero? – Greta chiede conferma della sua opinione a Mark e ai due amici.

-Sembra una cagata di vacca lasciata in bilico sul monte. – dice Daniele togliendo ogni poesia al momento di contemplazione di Greta.

-Ma come, dai! A parte che noi siamo sopra e non possiamo neppure vedere se sotto sta in bilico veramente! Chi è riuscito ad affacciarsi da una feritoia del castello dice che sotto si vede tutto il mondo. – si affretta a correggere Simona cercando di recuperare una visione meno volgare.

-Io credo che sia molto bella la veduta di un paese così raccolto su un angolo di montagna. Sembra un gatto accoccolato più che una “cagata”, come dice Daniele.

-Sono d’accordo, Mark, e comunque io scherzavo anche se, con tutto il marrone dei coppi e del cotto, effettivamente una certa somiglianza con la merda ce l’ha .

-Ma smettila!
I ragazzi iniziano a scherzare e spintonarsi tra di loro.

-Siamo venuti fino quassù per fare una bella mangiata, forza, tiriamo fuori le provviste!

Mentre stanno per affannarsi attorno ai panini, da lontano vedono arrivare un gruppo di persone che corre in maniera scomposta. Sembra che stiano fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Non portano con loro né borse, né zaini. Due sono vestiti con giacca e cravatta, uno è in abbigliamento più sportivo e porta scarpe da tennis. Il quarto è una donna in tailleur.
Non si vedono persone che li rincorrono ed è difficile capire quel loro scappare.
I fuggitivi passano davanti al gruppo di amici senza neppure accorgersi di loro e tirano avanti con la medesima solerzia, voltandosi di tanto in tanto a controllare ipotetici inseguitori. Mark e Greta sono ammutoliti e li guardano a bocca aperta con i panini ancora incartati tra le mani. È Simona a rompere quella specie di contemplazione.

-È vero. Ogni tanto succede che qualcuno prende la fuga e vuole scappare a tutti costi. Nessuno è mai tornato indietro.


Mark e Greta sono increduli ancor più di quando sono rimasti a guardare il quartetto in fuga. Si aspettavano di vedere comparire la polizia o il servizio d’ordine alla rincorsa di quei quattro. La spiegazione di Simona li lascia ancor più sbigottiti.

Daniele, che ha già addentato il suo primo panino, alza lo sguardo farfugliando una nuova spiegazione per i due amici; ma resta con il boccone tra le mascelle perché vede comparire all’orizzonte un drappello di quelli che potrebbero essere gli ipotetici inseguitori. Anch’essi sono affannati e alla rinfusa, sono in cinque, tutti ben vestiti e non attrezzati per un’escursione nel bosco. Raggiungono i quattro amici ma, anziché superarli senza notarli, chiedono informazioni del gruppetto che si è appena dileguato dietro la roccia.

Ancora una volta è Simona a prendere parola.

-Sono passati poco fa e sono andati da quella parte. – dice Simona, indicando loro il punto opposto a dove hanno preso il sentiero i fuggitivi.

-Cosa hanno fatto? – chiede Greta che non riesce più a trattenere la curiosità.

-Niente di speciale – risponde quello meglio vestito e in apparenza il più autorevole del quintetto – sono convinti di tornare prima di notte con il Tesoro in mano.

-Comunque sono andati da quella parte. – insiste Simona che vuole liberarsi di quelle persone. Intanto Mark e Daniele hanno capito che la situazione potrebbe diventare pesante, sono sicuri che prima quelle persone se ne vadano, meglio è; quindi addentano i panini e mostrano indifferenza verso la conversazione sollecitando Greta a fare altrettanto.

-Io non ci sto capendo niente. – inizia Mark dopo qualche minuto che il gruppetto si è dileguato verso la falsa pista.

-Non c’è molto da capire. In fondo ognuno di noi si deve togliere certe curiosità, se ci tiene proprio. – risponde Simona.

-Cioè?

-Alcuni credono nella Leggenda e sono convinti che ci sia un Tesoro da scoprire; solo che poi finiscono per andarsene e non tornare più. Il che non è niente di grave, ce ne sono tanti di posti nel mondo dove si vive meglio di qua! –

-Ma che cazzo è questo Tesoro? –

Chiede Mark, che si è trattenuto fino a quel momento cercando di capire la situazione per quello che è, ed ha creduto che il gruppetto in fuga avesse solo commesso un reato; adesso, però, non riesce più a dare un significato a quello che ha visto, inclusa quella gente che va alla rincorsa dei ladri senza neppure un poliziotto a fianco. Che siano tutti impazziti?

-Non si sa cosa sia, si sa solo che il ritrovamento del Tesoro porterà a una liberazione.

-Qualcuno dice che sia solo una Leggenda, qualcun altro dice che sia tutta una montatura dei politicanti per avere più voti, altri pensano che il Tesoro sia una scoperta personale, come le rivelazioni religiose. – dice Simona.

-Non ti viene in mente altro da affibbiare? – la interrompe Daniele.

-Per esempio? – ribatte piccata Simona.

-Per esempio noi.

-Spiegati meglio. – chiede Greta a Daniele, ormai spazientita da tutto quel non senso.

-Qualcuno racconta di una storia accaduta molto tempo fa: l’amante di un uomo potente legò la sua rinuncia all’amore a un Tesoro che fece sparire non si sa dove. Le uniche coincidenze che potrebbero portare alla sua scoperta sono legate a un Viaggiatore straniero e a dei giovani che si ritrovano tra le nostre quattro mura. Come sempre succede da una paglia nasce un pagliaio e ora molte situazioni strane sono collegate ai seguiti della Leggenda.

-E cosa c’entriamo noi? – a interrompere questa volta è Mark, che ha finito anche il suo secondo panino.

-Da leggenda nasce Leggenda e adesso circola la voce che ci sia addirittura un incantesimo che lega quella vecchia storia d’amore a certi episodi che stanno accadendo adesso. Chi vi ha parlato del nostro paese? – È Simona che vuole sapere quanto ci sia di vero nelle dicerie che circolano in paese. I loro amici sono due ragazzi della loro stessa età, e questo è sicuramente il motivo che li ha uniti, ma le coincidenze non si fermano a questo.

-Ce ne ha parlato un nostro amico di Roma. – risponde Mark distrattamente, poi ha un momento di ripensamento e precisa – Veramente non è una persona che conosciamo molto bene, ci ha ospitato qualche notte in città dopo la visita al Colosseo.

-Ma cosa dici? – lo interrompe Greta – lo abbiamo incontrato in stazione quando siamo arrivati e un giorno ci ha accompagnato a visitare il Campidoglio; ma abbiamo dormito in albergo, non ricordi? Forse lui ci ha accompagnati.

-Adesso che ci penso non ci ha mai neppure detto come si chiama. Se volessi rintracciarlo, non saprei dove andare a cercarlo, mi si stanno annebbiando anche i ricordi di Roma! Mi sembra di essere qui da una vita.

-Infatti, hai ragione, è più di un’ora che siamo fermi qui a mangiare. Sarà il caso di fare ritorno in paese. – dice Daniele mentre si alza spolverandosi i pantaloni dalle briciole del panino.
Iniziano a raccogliere le loro cose, in silenzio; ognuno di loro cerca di spiegarsi qualcosa o di capire qualcuno. Simona interrompe quell’impasse.

-Passiamo per il sentiero delle fonti, che ne dici Daniele? Sarà più breve e più interessante del paesaggio che abbiamo visto fino adesso.

-OK.
Si mettono in fila indiana, ognuno immerso nei propri pensieri; Simona apre la fila, Mark la chiude.

CAPITOLO SEDICI – COINCIDENZE

Arrivano in paese quando il sole ancora non è calato, si separano alla
piazzetta e Greta e Mark, prima di infilarsi sotto la doccia calda della loro stanza,
tornano alla Bottega della Franca. Nella confusione di quello che è successo e
che si sono detti in quella lunga giornata, non hanno perso la memoria della visita
al negozio che hanno fatto di prima mattina; anche se adesso quel bisogno
impellente del blocchetto del marciapiede è scemato completamente. Girano tra
uno scaffale e l’altro, estasiati dalla varietà delle mercanzie e da come possano
starci tutte quante lì dentro. Ognuna è bella e se la vorrebbero portare a casa.

È Greta a decidere per una piccola scopa di saggina, di quelle che una volta si usavano per pulire la madia dove si preparava il pane.

L’uso di quell’oggetto le è stato spiegato dalla signora della bottega, ma non è per quello che Greta ne sente il bisogno. È per la sua forma, per il materiale di cui è fatta, per la naturalità che rappresenta, e perché non lo sa neanche lei. Del resto non bisogna farsi troppe domande su un acquisto fatto alla Bottega della Franca.

Tornano in stanza, stanchi all’inverosimile e soddisfatti come se avessero compiuto la più grande impresa del mondo.
Fanno la doccia e l’amore, fumano e dormicchiano un po’, poi si alzano per
prepararsi all’appuntamento della cena con Simona al locale dove lavora Daniele.
Greta decide di svuotare gli zainetti usati per la gita per dargli aria; mentre butta via le cartacce dei panini, assieme alla scopetta di saggina salta fuori un sacchetto di velluto viola stretto da un cordoncino dorato.

-E questo cos’è? – Greta lo agita ascoltando uno strano tintinnio che viene da quell’oggetto. Mark si sta infilando i pantaloni e distrattamente guarda verso la sua compagna.

-Dove l’hai preso?

– Dove l’hai preso tu! Era dentro il tuo zaino!

-Io non ho preso niente, alla Bottega della Franca mi sembrava di averne visto uno uguale, ma era vuoto, e io non l’ho preso.

-Vorresti dirmi che hai preso il sacchetto senza sapere cosa conteneva?
Almeno l’hai pagato?

-Non mi ricordo di niente, ma sono sicuro di non averlo messo nello zaino! Dobbiamo restituirlo.

-D’accordo, domani mattina lo riporteremo alla Bottega. –
I ragazzi vanno all’appuntamento della cena dopo aver nascosto il sacchetto
con il suo misterioso contenuto in un angolo dello zaino. Quella sera evitano
accuratamente di parlare di quanto successo e non rivelano neppure il loro
acquisto fatto alla Bottega

CAPITOLO DICIASSETTE – GLI SVILUPPI

Qualcosa di misterioso aleggia nella serata dei quattro amici.

Piccole allusioni, ritorni sulle frasi scambiate al pic-nic di mezzogiorno, pensieri d’idee
strane, spiegazioni sul fantomatico Tesoro, analogie.
Una in particolare impressiona Mark, quando Daniele parla del bastone di
suo zio; gli torna in mente un’altra persona che possedeva lo stesso tipo di
bastone. Poi la similitudine che fa Simona con una scopa di saggina, esattamente
come quella in miniatura che hanno comprato alla Bottega. E il segreto di quello
che c’è dentro il sacchettino di velluto che nessuno dei due sapeva di aver
comprato.

Il mattino successivo si recano alla Bottega della Franca per restituire alla
proprietaria il sacchetto misterioso. Lei, ritirandolo quasi con indifferenza, gli
restituisce una somma di denaro quasi uguale a quella spesa il giorno prima. In
cambio pretende di sostituire la loro scopetta di saggina con un’altra del tutto
simile. Mark e Greta accettano la sostituzione e comprendono di aver pagato una
cifra irrisoria per quell’umile oggetto. Sono confusi dalla situazione, sia per la
scoperta del sacchettino di cui non sanno provenienza e valore, sia per
l’eventualità di essersi approfittati di una venditrice poco abile; per questi motivi
Mark e Greta non cercano altre spiegazioni e se ne vanno.

La loro permanenza in quel paese si avvia alla conclusione; sono soddisfatti
di quella visita, hanno visto cose uniche, e sentito raccontare storie di là dalla
loro comprensione.


Il treno parte alle sei di sera, hanno tutto il tempo di incontrarsi con gli amici,
per salutarli e per guardare un’ultima volta lo scorcio più bello del castello o
addentrarsi nei vicoli per rivedere l’oste pazzo.

Giungono alla stazione pochi minuti prima della partenza, attorno a loro c’è
un’aria rilassata e forse annoiata; si assoggettano con una certa inquietudine alle
pratiche di rito che sono effettuate prima di ogni imbarco. Però gli sembra strano
quel comportamento da parte del personale di servizio, dopotutto dovranno salire
su un treno, e non prendere un aereo o andare a bordo di un traghetto.

CAPITOLO DICIOTTO – PREPARAZIONE

Quella sera il paese si veste a festa, non è il Patrono, non è Pasqua, non è la Sagra, non è Natale; è solo Festa.
Bandierine tricolori stese su lunghi fili che vanno da palazzo a palazzo, colorano di vita le strade.
Grandi manifesti salutano la Festa e l’arrivo degli ospiti, sul programma annunciati giochi, ricchi premi e cotillon.

Timide luci cominciano a lanciare i primi bagliori sulle ombre della sera.
Lunghi drappi di stoffa rossa pendono dalle finestre dei piani superiori dei palazzi.
Armonie di colori vestono i balconi addobbati a festa.

Gli alberi nelle aiuole ricavate sul lastricato della pavimentazione del centro storico sono adornati con fiocchi di carta colorata.
Luccichii riflessi di provenienza ignota provocano scintille che si accendono a scatti tra le mura e i portoni dei palazzi.
Un leggero venticello muove le decorazioni delle coccarde. Sono refoli simpatici che alzano i capelli a ciocche senza spettinarli; morbide carezze di aliti accompagnatori; sussurri di aria che s’insinuano tra le cose e le persone.
Odori diversi cominciano a solleticare il naso, dolci, salati, alcolici, piccanti. Riconoscibili sensazioni olfattive compongono un quadro tangibile di goduria culinaria.

Note di pianoforte scorrono nell’aria, musica melodica, senza ritmo, che cresce come un’onda della risacca.
Proviene dalla stanza non meglio definita degli appartamenti davanti alla Bottega della Franca.
In quell’ora di prima sera il negozio è chiuso, sicuramente per via della festa.
La proprietaria sta girando attorno al monumento centrale della piazza con un sacco dell’immondizia in mano e raccoglie le cartacce. Nell’altra mano stringe una scopetta di saggina con il suo sacchetto di velluto blu legato al cordoncino dorato.

Capannelli di persone si formano agli incroci dei vicoli, alcuni si spostano mentre parlano tra loro, ed altri restano fermi ad osservare la piazza; il gesticolare di un abitante si fa notare per l’eccitazione che l’accompagna.

Sordi colpi di grancassa si sentono arrivare dalla strada principale e danno ritmo, aumentando l’incalzare della musica rimasta fino a quel momento in sottofondo; la piazza si popola, arrivano ballerini, giocolieri e suonatori.
Le tavolate si sono riempite in un batter d’occhio, camerieri servono cibarie e versano bevande gassate e schiumose; tutti cantano, e mangiano, e parlano, e ridono.
La confusione diventa generale, un caos di vociare, musica, balli. Festa.

CAPITOLO DICIANNOVE – TURBAMENTI

Mark e Greta si affannano per segnalare il poco tempo a loro disposizione; quelle guardie si devono spicciare altrimenti non faranno in tempo a salire in treno per l’orario di partenza.

-Senta, il treno sta per partire, possiamo riprendere la nostra roba e andare? – è Greta a parlare, senza neppure rendersi conto dell’assurdità della sua pretesa; in quel momento l’idea del treno che sta per partire e la voglia di allontanarsi da quel paese di fuori di testa, non le fanno contemplare nessun’altra scusa o spiegazione. Quella che doveva essere una normale pratica di controllo documenti si sta trasformando in un incubo.

La guardia più svagata, quella che stava per lasciarli andare senza neppure guardare gli zaini, si è accorto della scopa; adesso non è più dentro la piccola sacca di iuta come quando l’avevano scambiata alla Bottega, è avvolta da una strana carta argentea e trasparente. Appena emersa dallo zaino di Greta e messa sotto la luce della loro scrivania, i nodi delle spighe hanno rivelato un forte luccichio di preziosi.

Come avevano fatto quelle piccole pietre rosse verdi e bianche a incastonarsi nella loro scopa?

Non avevano restituito il sacchetto dal contenuto ignoto alla proprietaria della Bottega? Le guardie non vogliono conoscere la loro versione dei fatti e continuano a tenerli sotto stretta sorveglianza.

Fortunatamente è la terza guardia, quello che stava seduto a gingillarsi le chiavi appese alla cintola, che, pur farneticando cose incomprensibili, riesce a fargli capire che quella faccenda esula dalla loro comprensione.
Le altre due guardie non sanno cosa fare, posano la scopa diventata preziosa sul tavolo e si guardano esterrefatti. Ancor di più lo sono Mark e Greta che vedono l’orario di partenza del loro treno avvicinarsi inesorabile mentre loro sono costretti ad assecondare quell’ingiustificata perquisizione.

-Va a chiamare il capo. – ordina uno dei due all’altro.
Arriva il capo a dissipare ogni dubbio, ma non spiega nulla.

-È tutto così incredibile! – sussurra Mark all’orecchio di Greta – mi sembra di essere in un sogno!

-Prova a darti un pizzicotto. Magari ci svegliamo!

-Non ci riesco, ho le mani legate!
Finalmente il candidato eletto prende il microfono in mano dal palchetto allestito:

-Ascoltate, genti di Tirone, il momento importante, che aspettavamo da tanto tempo, è giunto, festeggiamo, alziamo i calici, brindiamo, mangiamo e cantiamo. A breve ci sarà la presentazione ufficiale e tutti noi saremo finalmente liberi. Auguri a tutti!
Mark e Greta si trovano catapultati in quel tourbillon e sono allibiti. La musica torna ad avere il sopravvento, loro si guardano increduli e cominciano a temere il peggio.

-Ragazzi ma cosa sta succedendo? – chiede Greta sperando di avere una risposta delucidante dalla sua amica Simona che si è materializzata al suo fianco come d’incanto.

-Io non ci capisco più nulla! Daniele, vuoi spiegarci che cosa è successo di tanto importante e perché ci hanno portato qui invece di lasciarci partire? – Mark cerca di trovare un punto d’appoggio per far crescere la speranza di uscire da quel turbamento.

-Si sono verificati dei fatti che, combinati tra loro, daranno gli esiti che aspettavamo da tanto tempo. Brindiamo!

Detto questo, Daniele riempie nuovamente i boccali e tutti tintinnano con i bicchieri trangugiando la bevanda schiumosa. Non è tanto chiaro quello che sta accadendo, ma ormai è tardi per cercare di capirci qualcosa. Devono lasciarsi trasportare da quell’onda che sta travolgendo le genti di Tirone, anche se per loro non è entusiasmante e stanno perdendo ogni speranza di tornare a casa.

CAPITOLO VENTI – DELIRIO COLLETTIVO

Sonny, in disparte, osserva le scene davanti e accanto a lei; non sa spiegarsi il
perché di quella Festa senza nome, ma s’impone di esserne spettatrice per un
report che possa essere il più fedele possibile A l risveglio da quella sbornia
collettiva, qualcuno dovrà fare un re so conto. Tiene d’occhio i ragazzi stranieri li
ha conosciuti la sera prima, all’uscita dall’osteria di Cuncin e Muliga; Sonny li
aveva notati perché era evidente che non erano abitanti del paese. Sa che sono in
pericolo e potrebbe essere necessario un suo intervento; sarebbe contenta di avere
la sua arma al fianco, anche se è solo poco più di scacciacani, potrebbe tornare
utile per disperdere un po’ di quella ressa. Comunque spera che non s ia
necessario.

Dalla porta principale all’ingresso del paese arrivano le popolazioni esterne,
quelle degli alberi, quelli del palazzo sulla collina, e tutti convogliano nella già
affollata piazza del paese.
Un leggero solletico sale dalla natica destra lungo la schiena di Sonny che , con la
mano ancora infilata nella tasca dei pantaloni muove la stoffa per togliersi il
fastidio.

Il gruppo di persone attorno a loro si allarga per creare un improvvisato spazio vuoto; Sonny cerca di mettersi tra la folla e i due ragazzi, per riuscire a proteggerli meglio.

Neppure loro si rendono conto di essere al centro di quella Festa;
ma non c’è tempo per comprenderlo tutti e tre sono presi e portati di forza
vicino al palchetto. Alcuni ragazzi li sollevano e li portano di peso, mantenendo
le braccia tese; il cappotto di Mark penzola sul lato destro, la sciarpa di Greta
tocca terra strisciando il lastricato. Dall’alto sembra di vedere tante maschere di
sangue sui volti delle persone che si agitano attorno a loro.

Nel momento in cui Sonny si lancia per un ulteriore tentativo di salvataggio, si
sent e sollevare il braccio sinistro; dal suo gomito parte una presa che la spinge a
camminare in avanti. La folla è in una bolgia totale. Trascinata dalle genti attorno
a lei in un attimo si ritrova sotto il palco, di fianco a Mark e Greta.
L’impermeabile svolazza ai lati delle sue braccia mentre con le mani infilate
nel le tasche dei pantaloni, guarda il via vai di persone che si affannano attorno a
quella specie di palco.


A Sonny tocca fare un discorso cui non è preparata.

Il solletico sulla natica destra si è acuito. La folla è silenziosissima, l’imbarazzo degli stranieri deve rientrare in un atteggiamento consono per un momento tanto importante.

Sonny ha il microfono davanti, uno di quelli grossi, con una lunetta in metallo
colorato sopra. Il silenzio è assordante. Deve dire qualcosa, qualsiasi cosa. Le
parole cominciano a uscirle dalla bocca senza che lei ne comprenda il significato.
Eppure sono tante, ben articolate e fluide. Mentre pronuncia il suo discorso, il
solletico alla natica destra è sparito, in compenso le sta arrivando un forte dolore
in mezzo alla pancia. Accelera le ultime battute del discorso, come se la mente,
collegata con il corpo che avverte l’incidenza di quel dolore sorgente, riesca a
modificare le sue azioni permettendole di finire alla svelta.

Mark e Greta si siedono sulle panche delle tavolate allestite sotto il tendone della piazza, si guardano increduli; ma gli zaini dove sono, ancora alla stazione?
Uno scossone fa svanire ogni domanda.

CAPITOLO VENTUNO – FINALE

Mark e Greta dormono abbracciati stringendosi nei sedili accanto al finestrino, davanti a loro Sonny sta mettendo a posto alcuni bagagli.

Li guarda con invidia, da come sono assopiti all’unisono, sembra che stiano convivendo anche il sogno di quel dormiveglia ferroviario. Chissà quali giornate hanno trascorso in
quell’incredibile posto che stanno finalmente lasciando; neanche Sonny è
pienamente cosciente di quello che le è successo in quella tappa forzata,
stranissima e non voluta.

L’amicizia tra loro è nata all’angolo della piazzetta di Cuncin e Muliga, quando
Sonny aveva da poco finito di cenare e lor o si erano salutati con Daniele e
Simona. Poche ore dopo si sono ritrovati sul binario per la partenza di quel treno
di ritorno, e la condivisione di quel nuovo incontro si è ben presto trasformata in
una sorta di gioiosa liberazione.
Il treno fischia in uscita dalla galleria, uno scossone fa svegliare all’unisono i
due ragazzi che si guardano attoniti. Gli scompartimenti sono pieni
all’inverosimile, tutti hanno un posto a sedere, ma nessuno lo occupa; Mark, dopo
essersi ripreso dal sonno, va a prendere qualcosa da mangiare anche per Greta, e
torna poco dopo dalla carrozza ristorante con i pacchetti stretti nelle mani, che
tiene in alto mentre passa stringendosi tra i passeggeri.

Poco dopo si mettono a confabulare del sogno appena fatto per cercare di capire quanto di quello che hanno vissuto è veramente successo. Il loro viaggio è finito, anche se alcune mete non sono state raggiunte.

Stanno rientrando a casa, li aspetta una nuova vita, quella che avevano abbandonato all’inizio del viaggio e che si è rinnovata per contenuti e prospettive.

Nel sedile davanti a loro Sonny si gode un po’ di pace, perché adesso c’è
meno confusione e via vai di passeggeri. Ha fame, ma non osa pensare di andarsi
a buttare tra gli altri per riuscire a comprare un sandwich.
Moonie l’ha chiamata poco prima e lei ancora si deve riprendere dal
trambusto delle ultime notizie. Il suo cellulare è morto, e ha dovuto lasciarlo
spento mentre è attaccato per la ricarica. A casa sua, dall’altra parte dell’oceano,
sarà giorno ancora per diverse ore e avrà tutto il tempo di chiamarla più tardi.

Sonny non andrà alla prossima meta di lavoro, farà rientro immediato a casa. Gli
appuntamenti sono stati annullati perché le ditte in questione hanno urgenze
diverse rispetto alla qualificazione. Non se ne duole per nulla, Moonie la sta
aspettando e anche per lei saranno giorni di soddisfazione e gratitudine.

Un giorno un viaggiatore proveniente da un paese lontano, dove ha lasciato il
suo amore ad attendere l’incontro per la vita, si troverà a passare per un uno
strano paese e lì incontrerà due turisti, provenienti anche loro da un paese
lontano, che la accompagneranno a una grande Festa. I due turisti, dopo una
visita alla Bottega della Franca, saranno in grado di riportare alla luce un oggetto
dimenticato.

Genti dai posti vicini si riunirà per festeggiare l’evento.

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