LE ECO FIABE

Sette favole per sette comandamenti di rispetto della natura.

1 – Non abbandonare rifiuti – IL BOSCO INCANTATO

2 – Non inquinare l’aria – LA NUVOLA D’ORO

3 – Non maltrattare gli animali – LE AVVENTURE DI ROD

4 – Non inquinare l’acqua – CICÌ E CICIÒ

5 – Non cacciare – IL FANTASMA DELLA PALUDE

6 – Non disboscare – LA MONTAGNA SALATA

7 – Rispetta il territorio – IL TESORO DELLA COLLINA

IL BOSCO INCANTATO

In un mondo non molto lontano dal nostro c’era un paese dove tutti gli abitanti vivevano in armonia; la tranquilla vita degli animali e delle piante non veniva mai disturbata.

Qualche tempo prima di quando inizia la nostra storia dallo spazio arrivarono due potenti forze che sconvolsero la calma e la quiete di quel paese.

Eco e Logos, questi i nomi delle due forze, scatenarono una guerra tra di loro per il predominio sull’intero paese. Furono anni assai tristi e la guerra durò molto a lungo poiché nessuno dei due eserciti riusciva a dominare l’altro. Le due potenze sperperarono tutte le loro forze finché a entrambe non restò altro da fare che abbandonare la lotta senza che ci fosse un vincitore.

Da quel giorno nessuno ha più visto gli eserciti combattere e ora che un po’ di calma è tornata, tutto ciò che resta di quel brutto periodo è la grande confusione provocata dalle leggi che le due potenze hanno imposto agli abitanti. Seguendo una strana regola di guerra, infatti, chi vinceva una battaglia aveva l’onore di stabilire una legge che tutti dovevano rispettare.

Naturalmente il vincitore finale avrebbe potuto stabilire tutte le sue leggi, ma in questo caso, poiché un vincitore assoluto non c’era, il risultato era un insieme di leggi confusionali. In alcuni casi c’era poca libertà, a causa delle leggi di Eco, mentre in altri ce n’era troppa a causa delle leggi di Logos. Per capire meglio questa situazione basta andare nel bosco vicino al villaggio dove le leggi hanno fatto cambiare molte vecchie abitudini.

Per entrare nel bosco bisogna attraversare il Passo dei due Lecci; infatti Eco, che non voleva danneggiare i confini del bosco, stabilì una legge secondo la quale tutti dovevano passare per una sola entrata.

In origine si poteva passare ovunque mentre adesso chi tenta di passare da qualunque altra parte che non sia l’entrata dei Due Lecci viene respinto da forze misteriose. Questo è un esempio di come non si può sfuggire alle leggi di Eco e di Logos.

Quando ci si addenta nella folta e lussureggiante vegetazione del bosco, davanti agli occhi appare uno spettacolo d’incanto.

Uccellini d’oro che cantano, alberi dai frutti canditi, animali vestiti di stravaganti stoffe e tutto attorno la sensazione di essere in un gran bazar.

Tra le tante leggi che regolano la vita nel bosco ve n’è una, di Logos, secondo la quale tutto ciò che viene portato nel bosco deve restarci e niente può sfuggire a questa regola poiché è facilissimo controllare l’unica via di accesso. Capita così che numerosi visitatori sono costretti a lasciare nel bosco tutto quello che si portano dietro per allietare le loro scampagnate.

A dire il vero nessuno si preoccupa, né si preoccupò a suo tempo, di queste strane leggi, ora tutti le conoscono e si sono abituati, alcuni addirittura le considerano delle invenzioni originali. Roando lo scoiattolo è uno di questi, infatti perde intere giornate a vestirsi con le più strane pezze raccolte qua e là. Vuole essere diverso dagli altri scoiattoli e ci riesce davvero quando si mette addosso i vestiti fatti di quello strano materiale lucido e liscio che si trova ovunque.

Non tutti fanno caso alle stravaganze di Roando e degli altri personaggi come lui. Cino, il fungo porcino, è tra coloro che svolgono una mansione nella vita quotidiana del bosco. Cino fa il porta-notizie e corre sulle ife in lungo e in largo per il bosco. È molto simpatico e già dall’aspetto, con quel suo bel cappello rosso e il corpo rubicondo, appare d’animo buono e gentile.

Ogni mattina Cino passa alla centrale dove raccoglie tutte le notizie utili alla vita del bosco. Non è da solo a fare questo lavoro, infatti prima di iniziare la corsa sulle ife, Cino trasmette le notizie alle sue due aiutanti: Galatina, che ha una gran parlantina, e Calocera, con la lingua come una suocera.

Sono due funghi che non possono muoversi, ma riescono a comunicare con molta facilità e sono loro che aiutano Cino dando le notizie agli abitanti del sottobosco.

L’incontro con Calocera e Galatina è sempre molto interessante anche se a volte esagerano un po’ con le chiacchiere; quando si lasciano prendere dalla parlantina, aumentano così tanto le loro vibrazioni che fanno tremare tutte le ife!

Appoggiando l’orecchio all’ifa più vicina, alcuni animali dall’udito fino possono sentire quello che si dicono anche a distanza di centinaia di metri.

Dopo aver riferito le ultime notizie e ascoltato alcuni pettegolezzi delle due aiutanti, Cino comincia il suo giro quotidiano. Il fondo del suo corpo rubicondo sventola sull’ifa mentre il suo cappello rosso fiammante lo rende riconoscibile ovunque. E tutti si fanno da parte per lasciarlo passare.

Quando nel bosco qualcuno è in difficoltà e ha bisogno di aiuto, Cino corre più veloce del solito per raggiungere in fretta la centrale e far suonare l’allarme. I primi che accorrono in aiuto sono i folletti volontari, che una volta facevano parte dell’esercito di Eco e che, terminata la guerra, hanno deciso di restare nel bosco a fare i soccorritori. Dopo di loro arriva sul posto il dottore che presta la sua opera nel caso qualcuno sia rimasto ferito.

Fortunatamente questi episodi accadono di rado, ma in ogni emergenza tutti sono pronti a fare il loro dovere.

Qualche volta Cino è costretto a fare gli straordinari e ciò succede quando un abitante del bosco sta poco bene e ha bisogno del medico. In quei casi Cino deve per forza andare a casa del dottore perché se suonasse l’allarme di soccorso metterebbe in subbuglio tutto il bosco.

Da qualche tempo questo dovere è diventato più faticoso per Cino a causa di una triste storia cominciata con gli scontri tra Eco e Logos.

Durante la guerra il dottore del bosco lavorò duramente e vide tante cose brutte; diventò triste e quando finì la guerra, e il suo lavoro diminuì, cominciò a bere fino ad ubriacarsi. Ora non è più capace di lavorare come prima, molti abitanti del bosco non hanno più fiducia in lui e preferiscono chiamare il dottore di paese. Perciò il percorso di Cino s’allunga e non di poco.

Durante una delle solite mattinate d’autunno nel bosco tutto sembra calmo e tranquillo quando d’un tratto si sente un grido d’aiuto provenire dal fosso delle querce.

È Roando che si lamenta e non appena Cino capisce che qualcosa di grave è successo corre a suonare l’allarme di soccorso. Roando è caduto nel fosso e quando i folletti arrivano sul posto devono faticare non poco per tirare fuori lo sfortunato scoiattolo.

Mentre arriva il dottore del bosco, Roando viene sdraiato su una barella ai piedi della quercia; con le lacrime agli occhi racconta quello che gli è successo:

  • Stavo … sigh sigh … cercando qualcosa di bello …sigh sigh … volevo trovare cose nuove… sigh sigh … mi sono affacciato al fosso … sigh sigh … per vedere meglio … sigh sigh … poi, patapunfete a testa in giù! Ahi! Ahi! – sospira continuando a piagnucolare.

      Il fosso dentro al quale è caduto è abbastanza profondo, lungo le pareti e sul fondo c’è tanta roba luccicante e si capisce benissimo quanto Roando ci tenesse a rovistare là in mezzo.

Per sua fortuna non si è rotto niente e le uniche conseguenze del ruzzolone sono un piccolo dolorino al braccio e tanta paura. Cadendo Roando ha urtato qualcosa con il braccio e ha sentito il dolore come per una puntura. Il dottore lo visita molto accuratamente poi prepara la cura che lo farà guarire da quel dolore.

Risolta la situazione nel migliore dei modi tutti tornano a casa contenti che il peggio sia stato evitato.

Passano solo alcuni giorni e Cino sente di nuovo parlare di Roando, quello scansafatiche si trova davvero nei guai ora; Galatina, infatti è venuta a sapere che il povero scoiattolo ha febbre alta ed è immobile a letto.

  • È stato chiamato il dottore? – chiede Cino preoccupato.
  • Certamente – risponde Galatina – ma la situazione è molto grave; pare che Roando, dopo il ruzzolone nel fosso delle querce, non abbia seguito la cura che il dottore gli aveva dato. Adesso ha un braccio tutto gonfio, rosso e duro! –

Galatina accompagna il suo racconto con ampi gesti per far capire meglio com’è ridotto il povero scoiattolo.

Cino, spinto dalla curiosità, oltre che dalla preoccupazione, decide di andare a trovarlo. Quando giunge a casa dello scoiattolo, però, il peggio è già accaduto.

Roando è morto e attorno al suo letto si disperano gli amici che gli sono sempre stati vicino. Appena vede Cino il dottore gli si avvicina e, scansandolo dalla confusione, cerca di spiegargli come sono andate le cose.

  • Io ho tentato l’impossibile, ma quando sono arrivato era già in condizioni disperate. Ho cercato di fare qualcosa, ma queste sono malattie che vanno curate in tempo altrimenti non c’è nulla da fare. –

In quell’istante uno dei presenti, vestito di tutto punto come soleva fare Roando, si alza e urla contro il dottore.

  • È lei che non è capace di guarire chi sta male. Lei è un buono a nulla! Non sa far altro che …
  • Basta! – interrompe Cino rivolgendosi anche a tutti gli altri – sapete benissimo che è soprattutto colpa vostra se succedono queste cose. Dovete finirla con le vostre pagliacciate e smetterla di andare a rovistare qua e là per il bosco. Tutte queste chincaglierie che trovate sono il frutto della guerra, il risultato dell’odio e della cattiveria, non c’è da stupirsi che siano la causa di nuove malattie. Roando è morto e se non la smettete di andare a cercare guai come faceva lui, farete tutti la stessa fine!

Sono passati diversi giorni da quella triste storia; qualcuno ha imparato la lezione e non si avvicina più alla roba abbandonata mentre altri continuano ancora a rovistare in giro, ma non vanno a rischiare nei punti pericolosi. La vita nel bosco ha così ripreso i suoi ritmi di sempre.

Un giorno, mentre corre svolazzando sull’ifa, all’improvviso Cino si imbatte in Rico il Lombrico. Sta attraversando l’ifa e impedisce a Cino di proseguire. Per fortuna nessuna notizia è urgentissima per cui Cino può tranquillamente aspettare che Rico finisca di attraversare.

  • Caro Cino, mi dispiace farti aspettare ma sai, da un po’ di tempo non mi sento molto bene e faccio fatica a stare sotto terra; non riesco più a mangiare come dovrei e per questo sto andando dal dottore a farmi guarire.
  • Tanti auguri Rico! Vedrai che troverai il rimedio e la prossima volta che ci incontreremo andrà già meglio! – così dicendo Cino riparte velocemente.

Anche quel giorno il suo lavoro finisce presto e non avendo altro da fare decide di passeggiare lungo le ife che portano sui sentieri più belli del bosco. Cammina fischiettando e guarda i raggi del sole che filtrano tra i rami. D’un tratto capitombola a testa in giù vicino all’ifa.

Mentre si rialza lentamente guardandosi attorno per capire cosa è stato vede sdraiato sull’ifa un altro lombrico.

  • Allora oggi è proprio destino che io debba inciampare su di un lombrico! Dai muoviti di lì che me ne torno indietro! –

Il lombrico, però, non si muove e Cino sta per perdere la pazienza. Mentre gli si avvicina per ripetergli che deve spostarsi di lì s’accorge che il lombrico è morto. Ormai non c’è più nulla che possa fare quindi decide di imboccare la prima ifa a destra e intraprendere un’altra via di ritorno.

Lungo la strada capitano altri spiacevoli incontri come questo e prima di giungere a casa Cino ha visto più di dieci lombrichi in difficoltà. Questo è un fatto piuttosto insolito per il bosco e Cino decide di andare a sentire cosa ne pensa il dottore.

Gli racconta per bene tutto quello che è successo e quando finisce di parlare il volto del dottore si è fatto triste e malinconico.

  • Purtroppo Cino noi possiamo fare ben poco; i lombrichi, e questo vale anche per Rico che ho appena visitato, si sono ammalati di Plastintasonomia Internea. Non si conoscono rimedi contro questa malattia, si sa solo che è molto rara perché si diffonde quando il terreno è pieno di agenti esterni. Poiché si sono ammalati così tanti lombrichi, c’è da pensare che il nostro bosco sia più ricco di agenti esterni che di terra!

Sconsolato Cino fa ritorno a casa; nella sua mente ci sono tanti pensieri, ma una soluzione bisogna trovarla e Cino non s’arrende. Il giorno dopo mentre porta le notizie agli abitanti del bosco guarda bene dappertutto e si accorge che la situazione non è così grave come poteva sembrare. Nel suo viaggio, infatti, non incontra neppure un lombrico morto.

Quando giunge nei pressi della Grande Quercia si ferma a riposare e a scambiare due chiacchiere con il vecchio albero.

  • Caro Cino – racconta la quercia – qui le cose non vanno mica bene sai! Da un po’ di giorni i rifornimenti alimentari diminuiscono e io, come ben sai, ho bisogno di molto cibo per nutrire la mia folta chioma. –

Cino ascolta pazientemente le lamentele della quercia che è nota per essere una grande brontolona.

Poco dopo riparte per il suo viaggio e ben presto termina il giro quotidiano. Sulla via del ritorno si ferma da Calocera e Galatina per conoscere le ultime novità. Purtroppo viene a sapere che molti alberi si stanno lamentando perché non hanno cibo a sufficienza.

In quell’istante Cino comprende quel che sta succedendo nel bosco. I lombrichi malati non riescono più a lavorare e a produrre cibo per cui la terra si impoverisce, le piante hanno sempre meno cibo e ben presto si ammaleranno anche loro.

Ora che Cino ha capito in quale grosso guaio si trovano, decide di fare una riunione con tutti gli abitanti del bosco per vedere se si può trovare una soluzione.

  • Scappiamo tutti e cerchiamo un altro bosco dove possiamo continuare a vivere! – propone senza tanto riflettere lo scoiattolo Ciof.
  • No – risponde l’Istrice – è meglio chiamare tanti lombrichi che prendano il posto di quelli malati.
  • Io non sono d’accordo – urla l’amico di Roando – prima dobbiamo sentire cosa dice il dottore di paese. Tutti sanno che il nostro non è bravo e può darsi che ci sia una cura per i lombrichi.

In quel momento da dietro le orecchie della lepre spuntano il faccione tondo e gli occhi vispi del gatto, dottore del paese. Comincia a parlare molto lentamente per fare in modo che tutti capiscano bene ogni parola.

  • Cari amici, la vostra situazione è molto grave; purtroppo non c’è rimedio contro la Plastintasonomia Internea e io non posso fare niente di più di quanto non abbia già fatto il vostro dottore. Alcuni lombrichi guariscono da soli, ma sono pochi e l’unica soluzione che vi resta è quella di togliere tutti gli agenti esterni che ci sono nel bosco e che provocano la malattia.

Gli abitanti si guardano l’un l’altro increduli perché capiscono che questa soluzione è impossibile da realizzare; il bosco è talmente pieno di agenti esterni che per portarli fuori tutti ci vorrebbe un esercito di carriole!

Il nostro solito Cino, però, fa funzionare il cervello e in men che non si dica studia un piano per percorrere l’unica via di salvezza del bosco.

  • Sentite – spiega agli altri – visto che l’unica soluzione è quella che ha detto il dottore, dobbiamo subito darci da fare; ognuno di noi porterà via gli agenti esterni che si trovano vicino alla sua casa. Non importa se raccoglierà poco o molto, siccome il bosco è abitato in ogni suo angolo quando ognuno farà il suo dovere ben presto lo avremo ripulito. 

Appena finito il discorso tutti approvano e s’avviano verso casa per fare il proprio dovere; dietro alle loro spalle però si alza una voce. È l’amico di Roando che urla:

  • Dove credete di andare? Cosa sperate di risolvere? Io conosco bene gli agenti esterni, so da dove vengono e so anche che è impossibile fermarli. Non è solo quello che viene lasciato in giro che rovina la nostra terra, andate a vedere il fiume che confina con il bosco, avrete una grande sorpresa! –

Senza aspettare un attimo gli abitanti del bosco si precipitano a vedere cosa c’è di tanto pericoloso nel fiume. Appena ci arrivano si trovano di fronte a uno spettacolo orrendo; l’acqua non è più trasparente, ma è diventata di tutti colori perché assieme a essa scorrono tanti agenti esterni. Alcuni oggetti si fermano lungo la riva e si capisce bene come presto diventeranno parte degli agenti esterni che danneggiano il bosco.

Ancora una volta e all’unisono gli abitanti si rivolgono a Cino per vedere se ha ancora una risposta pronta. In realtà Cino comincia a essere scoraggiato perché sembra che ogni sforzo sia vano; ma questa volta in suo aiuto si propone il dottore del bosco.

  • La soluzione è semplice amici. Ci faremo aiutare da Nutria, il Castoro. Costruirà una diga che fermerà gli agenti esterni e lascerà passare solo acqua pulita.

Naturalmente sono tutti d’accordo, il dottore ha avuto una idea brillante e ora può di nuovo essere considerato uno di loro. Quando la riunione si scioglie ognuno è pronto a fare il suo dovere.

Cino e il dottore del bosco partono alla ricerca di Nutria, che vive in disparte e non partecipa alla vita collettiva del bosco. All’epoca della guerra tra Eco e Logos litigò aspramente con gli abitanti del bosco e da quella volta non volle più saperne di vivere con loro. Il motivo del litigio era che Nutria voleva unirsi con gli abitanti del paese per far fare la pace ai due eserciti nemici, mentre gli abitanti del bosco si preoccuparono solo salvare se stessi.

Nutria restò molto deluso da quell’atteggiamento d’indifferenza e ora sarà molto difficile per Cino e il dottore convincerlo che il bosco ha bisogno di lui.

Quando giungono a casa del Castoro è già notte fonda e Nutria, gentile come sempre, li invita e entrare nella sua abitazione.

Cino e il Dottore non si perdono in chiacchiere e gli spiegano subito la grave situazione e il motivo della loro visita. Nutria rimane un po’ in silenzio poi comincia a parlare.

  • In tanto tempo che sono stato qui da solo ho imparato molte cose; portando via tutti gli agenti esterni non risolverete niente perché altri agenti verranno portati nel bosco e sarà di nuovo la stessa storia. Bisogna eliminare le stupide leggi di Eco e di Logos e per far questo bisogna che le due forze si riappacificano.
  • Tu ha ragione, Nutria, ma questa non è una cosa molto facile.
  • È quello che pensate voi, in realtà basta far capire a Eco e Logos che possono tranquillamente mettersi d’accordo sulle leggi da far rispettare e se loro si uniscono stabiliranno un equilibrio che avrà il sopravvento eterno su tutti gli abitanti del mondo.
  • Ma dopo ci rovineranno! – esclama il Dottore che non riesce a trattenersi.
  • No, questo non succederà. Eco e Logos sono due forze che devono esistere quindi è meglio averle entrambe come protettrici della natura che in guerra tra di loro. Ora che anche voi avere saputo come stanno le cose dovrete convincere anche gli abitanti del bosco e del paese. Se volete che io vi aiuti dovrete cercare di unire Eco e Logos.

Cino e il Dottore restano senza fiato di fronte alla richiesta di Nutria! Unire due grandi potenze non è impresa da tutti i giorni e richiede un grandissimo impegno.

Tuttavia la situazione nel bosco è drammatica e non si può rinunciare a prezioso aiuto del Castoro. Per il bene del bosco non resta che accettare la proposta di Nutria e mentre il Castoro inizia a costruire la diga Cino e il Dottore fanno una riunione tra gli abitanti del paese e quelli del bosco per decidere come realizzare quell’incredibile progetto di unire le due forze.

  • Non possiamo andare a stuzzicare il can che dorme! – urla un signore.
  • Lasciamo che se la vedano tra di loro, non mettiamoci in mezzo! – ribadisce un altro abitante del paese.
  • Non vogliamo rischiare di scatenare di nuovo la guerra – protesta l’Istrice che si unisce al coro dei contrari al progetto del Castoro.
  • Amici, amici, amici! – urla Cino cercando di farsi sentire da tutti.

Improvvisamente si fa silenzio e può continuare a parlare.

  • Non possiamo vivere seguendo queste leggi assurde e con la paura che la guerra possa ricominciare da un giorno all’altro. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per trovare la soluzione finale quindi votiamo per vedere cosa decide la maggioranza. Chi non è d’accordo a far unire Eco e Logos alzi la mano.

Nel silenzio assoluto il Dottore comincia a contare le mani alzate e quando finisce scrive il numero sul taccuino.

  • Adesso chi è d’accordo per far fare la pace a Eco e Logos alzi la mano.

Ancora una volta il Dottore conta le mani alzate e scrive il numero finale sul taccuino. Dopo aver fatto i dovuti calcoli il Dottore proclama che la maggioranza degli abitanti ha votato a favore della pace tra le due forze.

Ora che la decisione è stata presa bisogna formare un gruppo che si prenda la responsabilità di recarsi da Eco e Logos. Vengono scelti i più coraggiosi e decisi tra gli abitanti del paese e del bosco e il mattino dopo partono per la missione. Nel cuore di ognuno c’è la speranza che al loro ritorno portino solo buone notizie.

I giorni scorrono e Nutria lavora alla diga mentre gli abitanti del bosco continuano a raccogliere gli agenti esterni vicini alle loro case. Ciò che si raccoglie viene portato in mezzo alla radura più spaziosa del bosco dove si sta formando una montagna di roba luccicante. L’amico di Roando viene spogliato di tutti i suoi averi e come lui tutti quelli che usano gli agenti esterni per i loro comodi lussi. Il Dottore del bosco e quello di paese lavorano insieme e con le loro cure riescono a guarire i lombrichi.

Il bosco torna ad avere il suo aspetto naturale, la diga di Nutria è in funzione e alcuni gruppi di abitanti devono ogni tanto andare a raccogliere la roba che vi si ferma contro. L’acqua dall’altra parte torna a scorrere chiara e trasparente come prima.

Questi sono solo i primi passi verso la soluzione del problema perché se le leggi non cambieranno tutto tornerà nel disordine. Ognuno però è convinto che il gruppo per l’unione di Eco e di Logos saprà fare l’altro decisivo passo e così finalmente ci saranno leggi giuste e armoniose.

Sono passati cinque giorni da quando la spedizione è partita e nel bosco la raccolta di agenti esterni è finita. Alla diga non si ferma più niente contro le canne di Nutria e la montagna di roba luccicante ha finito di crescere. Verrà bruciata durante la grande festa che gli abitanti hanno organizzato come auspicio per la fine dell’invasione degli agenti esterni.

Finalmente la sera della festa arriva e mentre la montagna di roba arde illuminando la radura, attorno a essa gli abitanti del bosco e del paese ballano e cantano allegramente.

Proprio quando nessuno se lo aspetta dal bosco sopraggiungono i componenti della missione di pace. La curiosità di sapere quello che è successo fa tacere di colpo ogni musica e ogni parola.

  • Eco e Logos hanno discusso per giorni e notti e alla fine hanno deciso di allearsi per stabilire le leggi che proteggono la natura. Ora il problema della guerra è risolto perché hanno firmato la pace per sempre!
  • Urrà! Urrà!

LA NUVOLA D’ORO

C’era una volta un gran nuvolone grigio che vagava per i cieli di tutti i continenti portando ovunque tanta pioggia e grandi nevicate. Produceva più acqua di tutte le altre nuvole messe assieme e per questo si era meritato il nome di Pluvione.

L’acqua aveva una grande importanza per gli abitanti della Terra e Pluvione sapeva quanto fossero indispensabili le sue piogge. Il suo corpo nuvoloso, spinto dai forti venti dell’Ovest, si gonfiava di orgoglio e correva a più non posso dispensando acqua ovunque passasse.

Come certo si sarà capito, Pluvione era veramente enorme e non solo perché conteneva tanta pioggia, ma soprattutto perché racchiudeva il grande e complicato meccanismo usato per fabbricare la pioggia.

Esso veniva manovrato da tante piccole nuvole operaie che lavoravano alacremente. Volina era una di esse e, pur essendo molto piccina, lavorava quanto le altre e anche di più, infatti svolgeva molto bene il suo lavoro perché era velocissima. Il suo compito era quello di portare il Pulviscolo dalla Sala di Raccolta al Magazzino di Separazione.

Il Pulviscolo serviva per costruire le gocce d’acqua e veniva raccolto setacciando l’aria che Pluvione attraversava. Al Magazzino di Separazione veniva diviso in modo da portare i pezzi più grandi nel luogo dove si costruivano le gocce più grosse e quelli più piccoli dove si costruivano quelle più piccole. Dalla Sala di Raccolta uscivano carrelli stracolmi di Pulviscolo, ma non erano pesanti e consentivano un veloce trasporto.

In alcuni paesi, dove il caldo torrido prosciugava i pozzi d’acqua, l’arrivo di Pluvione era considerato un grande avvenimento perciò, quando i venti dell’Ovest annunciavano il suo arrivo, le popolazioni di quei territori preparavano grandi feste, ricche di balli e danze. Era un modo per ringraziare Pluvione del suo prezioso dono.

Pluvione apprezzava tutte quelle riverenze, ma la sua maggiore soddisfazione era vedere la Terra rivitalizzata sotto la sua acqua: il deserto rifioriva, i peschi sbocciavano, i torrenti si gonfiavano d’acqua correndo gioiosamente verso valle e le cime delle montagne diventavano bianche sotto la sua candida neve. Questi spettacoli favolosi erano la gioia nella vita di Pluvione e gli davano la spinta necessaria a svolgere sempre meglio il suo lavoro.

Un giorno, mentre sorvolava il Continente Desertico annaffiando generosamente quelle terre riarse, improvvisamente Pluvione s’inceppò. Non riuscì più a far cadere una goccia d’acqua e fu come se tutto si fosse fermato. Mentre Pluvione cominciava a correre più velocemente del solito nel tentativo di sbloccare il meccanismo, al suo interno c’era un caos senza senso. Le nuvole operaie vagavano senza meta cercando di capire cosa fosse successo e intanto i rilevatori sembravano impazziti.

Pluvione era infuriato, ma l’unica cosa che riusciva a fare era correre per i cieli nella speranza di sbloccarsi il più presto possibile.

Le ore e i giorni iniziarono a trascorrere e non si trovava alcuna soluzione. Nel frattempo la Terra cominciò a mostrare i primi segni di sofferenza per la mancanza di acqua. Le immagini dei terreni aridi accrescevano la disperazione di Pluvione che non sapeva più come fare per tornare a produrre la sua pioggia.

Volina, come tutte le altre nuvole operaie, era rimasta senza lavoro e girovagava per il nuvolone cercando una spiegazione a quel caos. Un giorno, mentre si trovava in una zona a lei poco conosciuta, vide una vecchia nuvola, poco più grossa di lei, che se ne stava in disparte da tutte le altre. Le si avvicinò incuriosita e, quando le fu appresso, si presentò:

  • Salve, mi chiamo Volina e lavoro alla Sala di Raccolta, Voi, invece, cosa fate?

La vecchia nuvola non rispose e, addirittura, sembrava non essersi neppure accorta della presenza di Volina. Lei ci rimase male e si voltò per andarsene, ma in quel momento la vecchia nuvola si voltò dalla sua parte dicendo.

  • Salve piccina, io mi chiamo Biancone e sono talmente vecchio che potrei essere tuo nonno!

Volina restò sbigottita. Ma come, prima non le aveva neppure risposto e ora le riservava quelle gentilezze! Mah, certe nuvole sono proprio strane, pensò Volina. Comunque le sembrò educato rispondere.

  • Ho molto piacere di conoscerti, Biancone, io mi chiamo Volina e lavoro alla Sala di Raccolta. Tu cosa fai?
  • Eh? Cosa? Che hai detto? Parla più forte! – urlò Biancone.

Ora il mistero dell’indifferenza di prima era svelato, Biancone era sordo! Volina ripeté la sua domanda, ma questa volta parlò più forte e scandì bene ogni sillaba.

  • Ehi – disse Biancone quasi interrompendola – non urlare, non sono mica sordo!

Volina trattenne a stento una risata, quella vecchia nuvola era davvero matta, però era anche molto simpatica e restò volentieri a fare due chiacchiere.

Biancone costruiva le gocce d’acqua al Laboratorio Precipitonometrico e questo contribuì ad accrescere l’ammirazione di Volina per quella vecchia nuvola. Era risaputo, infatti, che i lavoratori del Laboratorio avevano molta esperienza e conoscevano palmo a palmo i cieli e i loro abitanti.

Molte nuvole giovani, come lo era Volina, decidevano di stare con Pluvione per fare un po’ di esperienza prima di iniziare l’avventura solitaria nei cieli, invece le nuvole anziane si stancavano di volare e preferivano restare con Pluvione.

Volina era affascinata da quella strana e vecchia nuvola e le fece tantissime domande sul suo passato e su quello che aveva visto viaggiando da sola. Biancone era felice di aver trovato una così simpatica ascoltatrice delle sue storie.

Poiché durante gli anni trascorsi volando per conto suo ne aveva viste di tutti i colori, Biancone ne raccontò diverse tra le più interessanti. Delle tante storie che ascoltò a Volina restò impresso il racconto della vicenda che indusse Biancone a lavorare per Pluvione. Successe pressappoco così.

Biancone aveva appena finito di scaricare la sua pioggia su una verdeggiante collina quando all’improvviso un forte vento iniziò a soffiargli alle spalle. Data la sua modesta mole fu subito sospinto via, ma quel vento caldo non lo infastidiva, anzi, gli creava una sensazione di piacere.

Dunque si lasciò trasportare senza opporre resistenza, cullandosi nel tepore di quell’arietta, e per un attimo dimenticò i suoi doveri di caricamento per la produzione di pioggia, rimanendo in balìa di quel vento.

Il dolce viaggio si interruppe bruscamente allorché Biancone si scontrò con un grande nuvolone nero e, d’un tratto, si trovò immerso in un mondo mai conosciuto prima. All’interno della nuvola c’erano tante altre piccole nuvole che vi lavoravano ma, a differenza di Pluvione, nel nuvolone nero c’era un’attività molto più lenta e il colore delle nuvole aveva una strana tendenza al giallo.

Biancone si guardava attorno meravigliato, ma dopo il primo attimo di stupore si accorse di essere accerchiato da una puzza tremenda, impossibile da descrivere.

Cercò al più presto di uscirne fuori e solo dopo innumerevoli tentativi vi riuscì. Tornato finalmente all’aria pura si voltò per vedere in che razza di coso era stato. Con suo enorme stupore vide uscire da quell’orrendo nuvolone una pioggia giallastra e puzzolente, le sue gocce bruciavano ogni cosa appena toccavano terra.

Biancone scappò via spaventato e continuò a correre finché non fu esausto. Poi si fermò per riposare e cominciò ragionare su quale strano fenomeno potesse aver provocato la trasformazione di quella nuvola. Per quanto si sforzasse di ricordare, un fattaccio del genere non era mai successo, per cui doveva sicuramente trattarsi di un cambiamento abbastanza recente.

Per diversi giorni il pensiero fisso del nuvolone nero continuò a tormentarlo finché un giorno, mentre dispensava un po’ della sua acqua, si trovò a passare nei paraggi di Nuvola d’Oro e decise di andare a chiedere il suo parere.

Fu subito abbagliato dal grande splendore irradiato dal suo corpo nuvoloso, le sue forme avevano un’armonia perfetta e il suo colore dorato le donava l’aspetto fantastico di cui tanto si parlava. Nuvola d’Oro aveva l’importante compito di far partire le giovani nuvole per il loro primo viaggio solitario. A loro raccomandava e consigliava i metodi migliori per la produzione della pioggia.

Nuvola d’Oro era molto saggia e per questo qualche volta anche le nuvole anziane si rivolgevano a lei per avere consigli utili o trovare rimedi per i loro acciacchi.

Biancone decise di raccontarle la sua spiacevole avventura per sapere se poteva esserci una spiegazione. Mentre le parlava, Nuvola d’Oro diventava sempre più triste perché aveva già sentito altri racconti come quello. Quegli strani avvenimenti avevano cominciato a verificarsi da quando l’aria si era trasformata e non era più come una volta. Adesso la pioggia prodotta non aveva più le stesse caratteristiche.

Purtroppo il Pulviscolo dell’aria era pieno di tante sostanze che rendevano la pioggia velenosa. Queste sostanze entravano nei meccanismi di produzione causando l’inceppamento e, invertendo il ciclo naturale, cominciavano a produrre pioggia velenosa.

A volte Nuvola d’Oro riusciva a sbloccarli, ma quelli trasformati definitivamente non potevano far altro che continuare a produrre acqua insana. Il Nuvolone Nero attraversato da Biancone faceva parte delle nuvole trasformate e niente avrebbe potuto farlo tornare come prima.

Ma ci doveva pur essere qualcosa da fare per migliorare la situazione, si domandava Biancone, diventato anche lui molto triste. Il solo rimedio, ammise Nuvola d’Oro, era aiutare Pluvione, l’unica nuvola in grado, con la sua pioggia limpida, di tenere il cielo pulito. Fu questo il motivo per cui Biancone decise di abbandonare la sua vita di nuvola solitaria per dedicarsi al lavoro con Pluvione.

Volina era senza parole, il racconto dell’anziana nuvola la stava sconvolgendo. E se tutte le nuvole avessero cominciato a produrre pioggia velenosa, che fine avrebbe fatto la Terra?

Questa domanda la spaventava moltissimo ma, improvvisamente, le tornò in mente Pluvione, ancora impossibilitato a riprendere la produzione di pioggia. Forse aveva lo stesso problema del Nuvolone Nero. Bisognava fare qualcosa prima che la situazione precipitasse definitivamente. Ma sì, certo, perché non ci aveva pensato prima!

Doveva andare a parlare con Nuvola d’Oro, solo lei avrebbe potuto trovare il modo di sbloccare Pluvione. Immediatamente si confidò con Biancone per sapere se la sua era una buona idea.

  • Cara Volina, la tua sarebbe un’ottima idea se non fosse che Nuvola d’Oro dista parecchie miglia da dove ci troviamo noi ora.
  • Ma io corro veloce, caro Biancone, e prima che tu te lo aspetti tornerò qui con Nuvola d’Oro!

Detto questo Volina partì ben sapendo d’intraprendere una corsa contro il tempo, perché più si aspettava e maggiori erano le probabilità del cambiamento irreversibile di Pluvione. Non riusciva a immaginarsi di lavorare dentro a un produttore di pioggia velenosa!

Volina era velocissima e nel cielo sembrava un siluro, molte nuvole si voltavano a guardarla e si domandavano dove andasse con tutta quella fretta.

Ben presto arrivò alla sua meta e appena ebbe ripreso un po’ di fiato spiegò a Nuvola d’Oro il problema di Pluvione.

  • Va bene, Volina, verrò a vedere cosa posso fare e nel frattempo lascerò il mio lavoro a qualche aiutante.

Partirono immediatamente, ma questa volta il viaggio fu più lungo perché Nuvola d’Oro non poteva correre alla stessa velocità con cui Volina era arrivata da lei.

Arrivarono quando la situazione dentro Pluvione stava per diventare insopportabile, le nuvole operaie avevano perso la speranza di tornare a lavorare e alcune avevano già deciso di abbandonare Pluvione al suo destino.

Volina accompagnò Nuvola d’Oro da Biancone il quale, appena le vide, si svegliò dal suo torpore e s’accinse a far entrare Nuvola d’Oro nel Laboratorio Precipitonometrico. A Volina non era permesso entrare quindi restò fuori ad aspettarli.

Lente e inesorabili iniziarono a trascorrere le ore, poi i giorni, e niente di nuovo succedeva.

Finché all’alba di un fresco mattino le due nuvole uscirono dal Laboratorio. Nello stesso istante le attività si rimisero in moto e le nuvole operaie poterono tornare al lavoro. Volina restò con Biancone e Nuvola d’Oro per farsi spiegare com’erano andate le cose.

  • All’interno del Laboratorio sono stati portati dei Pulviscoli avvelenati che hanno incastrato il meccanismo di produzione della pioggia; li abbiamo individuati ed eliminati per cui ora tutto tornerà come prima. – disse soddisfatta Nuvola d’Oro.
  • Adesso sembra tutto risolto, ma non potrebbe succedere ancora? Potrei addirittura essere io a portare i Pulviscoli avvelenati e saremmo daccapo con lo stesso problema! – ribatté Volina preoccupata.
  • Questi casi, per fortuna, sono rari, quindi non ti preoccupare del tuo lavoro, continua a farlo tranquillamente come prima. Fino a ora sono state liberate molte sostanze velenose, ma gli abitanti della Terra si sono accorti del pericolo e stanno correndo ai ripari. Crediamo che nel futuro questi problemi non esisteranno più, anche se per il momento possiamo solo sperare che quel giorno arrivi il più presto possibile.

Concluse Nuvola d’Oro con un profondo sospiro.

LE AVVENTURE DI ROD

Ci fu un tempo in cui i conigli avevano il pelo color rosso e vivevano liberamente in ogni parte del paese. La leggenda dice che accadde qualcosa di misterioso che fece prendere una grande paura a tutti gli esseri viventi e si verificarono delle trasformazioni nel regno animale tra le quali anche il cambiamento di colore del pelo dei conigli. Infatti oggi i conigli non hanno più il pelo rosso e la sola cosa rimasta a ricordo dei loro antenati è il colore degli occhi.

Rod, invece, non si sa per quale scherzo della genetica, è nato completamente rosso. Non crediamo che sulla Terra ci possa essere qualche altro coniglio come lui, per cui chi dovesse vedere un coniglio rosso può star sicuro che quello è Rod.

I conigli erano invidiosi del pelo fulvo di Rod e non perdevano occasione per deriderlo. Un giorno Rod, stanco di sentire quegli sberleffi, fece il suo fagotto e se ne andò per altri posti. Ora gira per il mondo e quelle che vi raccontiamo sono solo alcune delle innumerevoli avventure che gli sono capitate.

IL CANE INCATENATO

S’è appena fatta l’alba, l’aria tutt’attorno è calma e il nostro amico Rod lentamente sbircia fuori dalla sua tanta. È arrivato da pochi giorni in quel nuovo Paese e ha avuto appena il tempo di costruirsi una rudimentale tana. Non ci sono le comodità a cui si era abituato nelle ultime soste, tuttavia l’indispensabile è assicurato: il posto per tenere una riserva di erba, lo spazio per dormire e il bagno per lavarsi. Rod si stiracchia le orecchie e dopo aver assaggiato un po’ di erba trovata lì attorno, esce e s’avvia verso il Paese.

Passeggia lentamente lungo il fosso che fiancheggia la strada. Non ha fretta, nessuno gli corre dietro e non ha orari da rispettare. L’unico scopo è soddisfare le sue curiosità e anche oggi conoscerà un posto nuovo.

Lungo la strada incontra qualche contadino che con il suo mulo va a fare provvista di legna. Poveri muli, sempre costretti a portare la soma! Pensa Rod malinconico.

Ma poi, riflettendoci un attimo, capisce che la vita del mulo non è così male visto che portare pesi è la sua attitudine e che i contadini lo nutrono e lo strigliano come fosse un tesoro. C’è chi sta peggio, conviene Rod tra sé e sé.

Sovrappensiero il coniglietto rosso è già arrivato alle porte del villaggio e mentre si ferma a raccogliere un po’ di erba, sente un cane abbaiare allegramente. Allunga lo sguardo dietro la siepe e vede un grosso cane da guardia legato alla catena che scorre lungo un filo di ferro tirato tra la casa e il fienile.

Qualcuno gli sta portando da mangiare e lui, tutto contento abbaia per ringraziare. Bella vita quella del cane, pensa Rod, c’è sempre chi si prende cura di lui e non deve preoccuparsi della sopravvivenza come devo fare io! D’altronde lui è molto bravo a fare la guardia.

Certo se io fossi altrettanto bravo potrei prendere il suo posto, ma io non so mordere e se arrivasse un ladro sarebbe un brutto guaio. Rod scrolla le spalle e riparte continuando la sua passeggiata.

Oggi è giorno di mercato e per le strade i venditori espongono la loro merce gridando per attirare l’attenzione dei passanti. Tra l’altro per l’intera settimana si svolge una fiera e molti ambulanti hanno colto l’occasione per venire da queste parti con le loro mercanzie. Ogni sera ci sarà tanta gente proveniente dai paesi limitrofi e la possibilità di fare affari è assicurata.

Rod ha gli occhi sgranati per le meraviglie che vede e i colori e gli odori stimolano la sua curiosità.

È talmente inebriato da non accorgersi che il tempo passa rapidamente. S’è fatto tardi ed è ora di tornare alla sua tana, la strada da fare è tanta e vuole essere di ritorno prima del buio.

All’uscita dal villaggio il sole è già calato da un pezzo e Rod si rende conto di non fare più in tempo a raggiungere la sua tana prima di notte fonda. Non può proseguire correndo il rischio di essere assalito dai predatori. Così Rod decide si fermarsi sotto la siepe che costeggia la casa del cane da guardia. In questo modo il cane veglierà affinché nessuno s’avvicini e lui non dovrà preoccuparsi delle aggressioni. S’addormenta pacifico e tranquillo, sicuro che in quel posto nessuno gli darà fastidio.

È notte fonda ormai, Rod è raggomitolato nel suo pelo lungo e morbido, niente lo disturba, quando all’improvviso il cane comincia ad abbaiare furiosamente. Rod si sveglia di soprassalto e, con gli occhi ancora chiusi e le orecchie abbassate per non farsi vedere, sporge il musetto fuori dalla siepe per capire cosa sta succedendo.

Il lieve chiarore della luna gli permette appena di distinguere delle ombre che camminano curve nell’aia di casa. Vede che entrano forzando la porta del casolare, ma sono molto silenziosi tant’è vero che anche il cane smette di preoccuparsi di loro e non abbaia più.

Rod resta a guardare incuriosito, finché le ombre escono portando un pesante fardello sulle spalle. Il cane ricomincia ad abbaiare più forte di prima, ma è legato e i malfattori evitano accuratamente di portarsi nei suoi paraggi.

Dopo qualche minuto che se ne sono andati il cane finalmente si calma e Rod può riprendere il sonno interrotto. Ma trascorrono solo pochi minuti e un gran chiasso sveglia di nuovo il nostro povero coniglietto.

Questa volta le luci della casa sono accese, i proprietari sono tornati dalla festa del paese e hanno trovato la casa svaligiata dai ladri.

A un certo punto qualcuno esce e s’avvia minaccioso verso il cane da guardia; prende in mano il bastone che trova sull’aia e comincia a picchiare la povera bestia. Rod trattiene a stento la sua rabbia, ma come può prendersela con il cane che, essendo legato, non poteva fare più di quel gran abbaiare che ha fatto!

Le persone sono proprio cattive quando non riescono a ragionare! Intanto il cane cerca rifugio nella sua cuccia mentre il bastonatore viene richiamato in casa. Finalmente ritorna la calma e le luci cominciano a mano a mano a spegnersi.

Rod, però, non riesce a dormire perché quella scena del cane bastonato gli ha tolto il sonno. Vuole fare qualcosa per aiutare quella povera bestia. Se quel che è successo dovesse ripetersi, il cane verrebbe bastonato nuovamente senza motivo. Si avvia verso il casolare e s’arrampica su di un’edera per raggiungere una finestra e parlare con qualcuno.

Dopo aver passato in rassegna un paio di camere da letto, dove però vede gente che non pare dalla faccia molto propensa a discutere la cosa, arriva alla stanza dove dorme un bambino. Capisce che deve fermarsi lì e comincia a bussare ai vetri.

Finalmente, dopo aver pensato che per avere una risposta bisognasse svegliare tutta la casa, la bambina si avvicina incuriosita. Prima che gli venga aperta la finestra il povero coniglietto deve fare ancora una dozzina di smorfie per far capire alla bimba che vuole proprio parlare con lei.

Una volta entrato cerca di spiegarsi come meglio può, aiutandosi con gesti e movimenti, per raccontare quello che è successo quella sera. Non è giusto che il cane abbia preso tutte quelle bastonate quando aveva abbaiato a più non posso per avvisare della presenza dei ladri. Se fosse stato libero certamente i malviventi non avrebbero combinato quel guaio.

La piccola capisce perfettamente Rod, anche perché lei è sempre stata dello stesso parere, ma gli adulti non ne vogliono sapere di lasciare il cane sciolto. Trovano un sacco di scuse come quella che potrebbe scappare e mordere qualche persona di passaggio.

Sono tutte scuse e Rod convince la bimba a slegare il cane di nascosto la prossima volta che tutti andranno via da casa. Così i malviventi non si avvicineranno più e gli adulti capiranno che è meglio lasciare il cane libero in certe occasioni.

La bambina approva il piano, ora non resta che metterlo in pratica alla prima occasione che si presenterà. Il coniglietto e la bimba si salutano e quest’ultima promette di fargli sapere come andrà a finire.

Rod si ferma per qualche giorno vicino al villaggio perché la festa è molto bella e vuole godersela per tutta la sua durata. Una sera, mentre torna allegramente alla sua tana, passa di nuovo alla casa del cane da guardia. Si apposta dietro la solita siepe e senza farsi notare dà una sbirciatina. Con sua enorme gioia vede il cane che scorrazza libero nell’aia; quella brava bambina ha fatto il suo dovere, ma come l’avranno presa gli adulti?

Deciso a saperne qualcosa di più si ferma ad aspettare che i padroni facciano ritorno dalla festa.

Poco prima che diventi notte fonda, i padroni tornano a casa e salutano affettuosamente il loro cane.

Rod è sempre più incuriosito dal cambiamento avvenuto e aspetta il momento buono per andare a parlare con la bimba. Poco dopo la luce nella sua camera s’accende e il coniglietto rosso corre a bussare alla finestra. Questa volta gli apre subito e lo saluta affettuosamente. È dispiaciuta perché non è riuscita a incontrarlo prima, ma adesso può raccontagli quello che è successo qualche sera prima.

Erano usciti per andare alla festa del paese e la bimba aveva attuato il piano slegando il cane di nascosto. Quando erano tornati dalla festa avevano trovato i malviventi incastrati contro il muro e il cane che gli abbaiava contro impedendogli di fuggire.

Le persone adulte erano rimaste colpite da quella scena e, anche se non avevano capito come avesse fatto il cane a slegarsi, avevano deciso che era molto meglio lasciarlo sciolto per sempre.

IL GATTO ABBANDONATO

Oggi Rod è molto pigro, cammina stancamente e non ha neanche voglia di costruirsi la tana. Per di più il posto in cui si trova non offre nascondigli dove rifugiarsi perciò decide che è meglio proseguire lungo strada, nella speranza d’incontrare un posto che gli sfagioli di più.

Arriva nei pressi di una casa di campagna e s’avvicina per vedere se è abitata. Purtroppo è così e, anche se avrebbe preferito essere in una zona isolata, decide comunque di fermarsi e di trovare un luogo riparato dove nessuno ficchi il naso.

Dietro all’abitazione dei contadini c’è una capanna che sembra in disuso ed è il punto adatto per sistemarsi. Varca la soglia e adocchia immediatamente lo spazio giusto per prepararsi un giaciglio. In men che non si dica è tutto fatto e Rod è proprio intenzionato a farsi una bella dormita che lo riposi dopo la lunga camminata.

All’improvviso da un’asse rotta scappa fuori un gatto che corre all’impazzata con il pelo ritto. Manco a farlo apposta si ferma proprio davanti al nostro coniglietto e appena lo vede caccia un urlo scappando via di nuovo.

Rod, che s’è svegliato di soprassalto, vuole scoprire cosa ha spaventato tanto quella povera bestia. Lo chiama con tono rassicurante, non deve temere niente da lui perché non gli farà alcun male.

Il gatto si tranquillizza, cerca di riprendere fiato, poi spiega a Rod che in quella casa sono tutto cattivi e trattano gli animali in maniera crudele. Poco prima, infatti, è stato cacciato via a calci nel sedere solo perché chiedeva qualche avanzo di cibo. In effetti il gatto è molto magro e Rod capisce che nessuno si prende cura di lui.

Adesso che sono soli nella capanna e lontano dalla casa, però, possono considerarsi al sicuro da ogni fastidio. Al cibo saranno in grado di occuparsi da soli e se l’uomo preferisce fare meno della loro presenza peggio per loro.

I due animali uniti dalla sorte si stringono sul giaciglio e si addormentano pacifici.

L’indomani, e per molti altri giorni a seguire, restano assieme andando per campi e boschi alla ricerca di qualcosa da mangiare. La loro diventa una bella amicizia e si aiutano l’un l’altro come fratelli.

Un giorno, quando Rod decide che ormai il gatto è capace di badare a sé stesso senza avere più paura né bisogno di qualcuno al suo fianco, il coniglietto pensa che sia ora di andarsene per altri luoghi. Solo che proprio mentre vuole affrontare l’argomento con il suo amico accade un fatto che lo costringe a cambiare idea.

I ragazzini che abitano nella casa sono venuti a giocare vicino alla capanna e quando comincia a piovere ci entrano per ripararsi. Rod e il gatto ascoltano i loro discorsi stando ben nascosti.

L’argomento principale è il grosso problema che hanno a casa. Da qualche tempo i topi sono tornati a fare i loro comodi e per tutta la famiglia non c’à stata più pace. I genitori sono disperati, non sanno come fare per combattere quell’invasione e ogni giorno che passa la situazione diventa sempre più drammatica.

Il gatto, che ascolta con attenzione, si lecca le zampe divertito, ben gli sta, confessa a Rod, così imparano a trattare male gli animali che possono aiutarli. Il coniglietto è d’accordo con il suo amico, però crede che sia grave anche il problema per quelli che abitano la casa.

Allora chiede al gatto se è disposto a perdonare tutti i torti subiti e a tornare nel casolare, ma non fa in tempo a finire che i due ragazzi si accorgono di loro e si avvicinano incuriositi.

Il gatto cerca di scappare velocemente, ma Rod, più lesto di lui, lo trattiene per la coppola. Nel frattempo si presenta ai due giovani e, spiegandosi come può, cerca di fargli capire che l’unica soluzione al problema dei topi è convincere il gatto a tornare.

Naturalmente il felino non si sogna neanche lontanamente di condividere quella proposta dato che non vuole rischiare di tornare a subire angherie di ogni tipo. Ma i ragazzi sono pronti a dimostrargli che le cose sono cambiate e promettono che quella sera stessa parleranno ai genitori per preparare la giusta accoglienza al suo ritorno.

Quando se ne vanno Rod e il suo amico decidono di andare di nascosto a sentire i discorsi per capire se tutte le promesse verranno mantenute. Al calare della sera s’avvicinano alla casa e restando nascosti dalla penombra si avventurano nella cantina adiacente alla cucina.

I genitori sono convinti che il ritorno del gatto aiuterebbe a risolvere il problema, ma sanno di essersi comportati male e sono certi che non tornerà più. Quando i figli gli dicono di averlo visto nella capanna e di avergli promesso che lo tratteranno bene se solo tornasse da loro, si dichiarano sinceramente pentiti di ciò che hanno fatto e promettono anche loro di trattarlo come un re.

Rod e il suo compare parlottano un poco tra loro, poi decidono di dare fiducia a quelle persone e il gatto fa il suo ingresso trionfale. Nella grande cucina s’accorgono immediatamente di lui e lo accolgono come un eroe. Per il coniglietto è un grande soddisfazione assistere a quella scena di riappacificazione e poco dopo se ne torna indisturbato alla capanna.

Il mattino dopo, come aveva già deciso, Rod fa i suoi bagagli, ma prima di andarsene va a vedere come vanno le cose al suo nuovo amico. Torna nella cantina e di soppiatto sbircia in cucina. Con suo enorme stupore constata che il gatto è davvero trattato come un re, ha una cuccia bellissima e foderata di velluto e una ciotola di cibo prelibato accanto. Tutti quei lussi sono forse un’esagerazione, ma gli uomini possono prendere questo esempio per avere maggiori riguardi nei confronti degli animali perché i primi a goderne i vantaggi sono proprio loro.

CICÌ E CICIÒ

Sono chiamati Cicì e Ciciò

e questa è la storia di loro che so.

Corron felici nell’acqua del fiume

perché divertirsi è d’uso comune.

Idrogeno uno ossigeno l’altro

manca un fratello uno soltanto.

Dev’essere uguale o come Cicì

e allora molecola saranno così.

È così bello senza neanche un fardello

ma il loro dovere lo sanno ben bene

e non possono sottrarsi

al giusto trasformarsi.

È appena passata una piccola ondata

è acqua piovana

con una molecola anziana.

Racconta la storia di una strana leccornia

che molti han bevuto

ma era veleno come poi si è saputo.

Adesso stan male e non

potranno raggiungere il mare.

Bisogna stare attenti

perché son frequenti certi incidenti!

Ma tutta la vicenda ha sapor di leggenda

per chi non ha mai visto

niente di tristo.

Continua l’avventura senza alcuna paura

e di lì a poco cambiano loco.

Tra salti e gran balzi

si trovano innanzi

a una bolla odorosa

che cosa gioiosa!

Ci saltano sopra con fare gaudente

sarà divertente

lasciarsi portare dalla corrente.

Attenti ragazzi son giochi da pazzi!

E in men che non si dica

dopo tutta la gran fatica

la bolla scompare lasciando l’odore.

C’è solamente un senso pungente

di pulito invadente

ma dimenticano presto il fattaccio molesto.

La strada è sbarrata da una vecchia cerata

e non san come fare per poter continuare.

Ma ora il pensiero lo toglie un vortice leggero

che con modi delicati

libera i due malcapitati

Un fatto è certo in tutto lo sconcerto

l’acqua è sporca non c’è dubbio di sorta!

Sarà ancora possibile trovare il proprio simile?

Cicì e Ciciò non si arrendono no

e riprendono convinti dei loro validi intenti.

All’improvviso l’acqua si fa nera

come fosse di sera

e Cicì e Ciciò si spaventano un po’.

Capiscono solo che è tutto un gran brodo

e chiedono notizia dell’orrenda disgrazia.

Senza curarsi di questo o quell’altro

è stata l’industria a fare il disastro!

Non c’è più niente da fare

per curare quel gran male

ma d’altronde, come dicono le onde

lo sporcare è senz’altro da evitare!

Cambia ancora la corrente che li sposta finalmente.

L’acqua che sta loro attorno torna chiara come il giorno

e proseguono felici i nostri piccoli amici.

Non potran dimenticare il loro navigare

ma per il momento resta vivo il loro intento.

Hanno adesso ritrovato il pulito tanto amato

e potranno ancor cercare il fratello da legare.

E le lor peripezie tra le mille traversie

faran certo convenire

che ci sia un lieto fine.

Ecco infatti dietro ai sassi

mestamente ora appare l’idrogeno compare.

S’avvicinano al fratello

son sicuri è proprio quello

ora uniti in un terzetto faran l’acqua

è presto detto.

Sarà chiara e ben pulita

per dar forza a nuova vita.

Pur se piccolo il loro apporto

darà spinta a un altro sforzo

quel tutti dobbiamo fare per

poter disinquinare.

La morale non è bella

ma conclude la storiella

se vogliam pulito il mare

Cicì e Ciciò dobbiamo aiutare.

IL FANTASMA DELLA PALUDE

C’era una volta un grande lago attorno al quale si estendeva, per chilometri e chilometri, un’immensa prateria. Lungo le sponde del lago vivevano diverse tribù di uomini che lavoravano la terra, allevavano il bestiame e abitavano nelle capanne.

Un giorno arrivò nella zona una nuova tribù che costruì le sue capanne sulla riva del lago e iniziò a cacciare gli animali selvatici. In quel posto ce n’erano moltissimi e quindi l’arrivo dei cacciatori non disturbò minimamente le altre popolazioni.

Dopo un po’ di tempo, però, gli animali iniziarono a scarseggiare e i cacciatori spostarono i loro territori di caccia verso i terreni già occupati dalle altre tribù. Cominciarono così delle lotte furibonde che sfociarono in una vera guerra, fintanto che gli antichi e pacifici abitanti furono costretti ad andarsene.

Durante uno dei tanti combattimenti, un vecchio capo della tribù degli allevatori s’oppose strenuamente al sopruso dei cacciatori e quando fu ucciso, giurò vendetta contro gli invasori. La sua anima era talmente determinata a soddisfare quel desiderio di vendetta, che il suo spirito si trasformò in un fantasma arzillo e dispettoso, che creò non pochi problemi ai cacciatori.

In quei tempi si cacciava con archi e frecce, oppure gli animali venivano catturati con le trappole. Lo spirito del vecchio capo tribù di notte liberava tutti gli animali imprigionati nelle trappole e, durante il giorno, avvertiva del pericolo gli animali che finivano sotto la mira delle frecce.

Un giorno alcuni cacciatori indirizzarono dei cinghiali verso una radura aperta dove altri cacciatori li attendevano con le loro lance e frecce. Lo spirito del fantasma fece soffiare una leggera brezza tra i cespugli della macchia e, sussurrando tra il fogliame, indusse i cinghiali a seguirlo lungo il lato opposto della radura.

I cacciatori attesero invano per tutto il giorno l’arrivo dei cinghiali, i quali, beffandosi dei cacciatori e aiutati dal fantasma, se ne stavano tranquilli in un altro posto. Il susseguirsi di questi eventi ridusse tutte le possibilità di caccia e i cacciatori furono costretti ad abbandonare il loro paradiso di selvaggina.

Il tempo era trascorso da quella antica vicenda, ma ancora la leggenda del fantasma del capo tribù veniva ricordata da quelli che abitavano nei pressi del lago. Anche il paesaggio era cambiato da allora: la prateria non esisteva più, il grande lago era diventato una grande palude. Attorno a essa c’era un canneto e gli uomini abitavano in un villaggio poco distante.

Il grande lago diventato palude, però, era ancora la meta preferita dei cacciatori, i quali potevano riempire i loro carnieri facilmente data l’abbondanza di selvaggina.

Un giorno alcuni cacciatori abbatterono diversi animali ma, nonostante un meticoloso cercare non poterono trovare traccia delle loro prede. Disperati tornarono a mani vuote al villaggio e raccontarono quanto di strano era successo. Ben presto tutti si resero conto che cacciare non era più tanto facile. Gli animali da abbattere c’erano, la mira nel colpirli anche, ma poi delle prede non restava traccia.

Una sera, durante la veglia in un casolare, un anziano cacciatore rispolverò la vecchia leggenda del capo tribù. Nessuno però era disposto ad ammettere che nella zona ci fosse un fantasma, e tanto meno che si potesse far beffe di tutti quei cacciatori.

La realtà della situazione però non cambiava, quindi gli uomini decisero di allearsi per trovare una soluzione che gli permettesse il recupero delle prede. Tutti portarono alla battuta di caccia il meglio dei loro cani e l’avventura incominciò.

Nonostante l’impegno e la decisione con cui i cacciatori aveva affrontato la situazione, alla fine della giornata il risultato fu lo stesso di sempre, e i carnieri erano vuoti.

Il mistero s’infittiva e con esso la rabbia e l’impotenza dei cacciatori.

Il solito anziano cacciatore, che non aveva partecipato alla battuta di caccia, studiò attentamente tutto quello che successe. In particolare si concentrò sul comportamento dei cani e notò che tornavano ogni volta con un atteggiamento frustrato, ma soddisfatti.

Incuriosito da quello strano atteggiamento, una notte decise di lasciare libero il suo cane e di seguirlo di nascosto per cercare di scoprire qualcosa su quel mistero.

Era una notte chiara di luna piena, e questo favoriva gli incontri tra i cani, ma il suo sembrava che stesse gironzolando a vuoto.

In realtà aveva una meta ben precisa, infatti si fermò in un punto lungo la riva della palude dove i cacciatori non si spingevano mai e, in mezzo alle canne, spuntò fuori una cuccia scavata nel fango. In lontananza il vecchio identificò le sagome di due cani: uno era il suo, l’altro era l’abitante di quella rudimentale tana.

Convinto di aver fatto un buco nell’acqua con la sua indagine, poiché il suo cane l’aveva solamente portato a conoscere un suo amico randagio, il vecchio se ne tornò a casa deluso, e ci dormì su.

Il suo cane, però, aveva gradito quella notte di libertà e da quella volta pretese tutte le sere la libera uscita. Data l’innocenza del fatto, l’anziano cacciatore decise di assecondarlo, dopotutto era stato il miglior cane da caccia che avesse mai avuto e un premio lo meritava comunque.

Anche gli altri cacciatori cominciarono a lasciare liberi i loro cani più spesso, perché da quando era diventato impossibile cacciare, gli animali potevano anche stancarsi gironzolando per conto loro.

Un fatto che incuriosì non poco il vecchio cacciatore fu notare che, stranamente, i cani non chiedevano più cibo ai loro padroni. Nonostante ciò avesse ridotto i costi per il loro mantenimento, e questo era un sollievo per i cacciatori, alcuni di loro portarono il cane a fare una visita dal veterinario, per verificare le loro condizioni di salute. Il dottore, però, escluse che ci potesse essere una qualsiasi causa di malattia che determinasse quel loro comportamento.

Tutta quella storia nascondeva qualcosa di strano, sospettava il vecchio cacciatore, che un giorno decise di scoprire la verità.

Lasciò il suo cane libero anche di giorno e ne seguì gli spostamenti. Così fece la conoscenza del cane misterioso che abitava la tana di fango e scoprì che era diventato amico di tutti i cani della zona che giravano in branco assieme a lui.

Seguendo le orme dei cani, il vecchio s’accorse che tutto l’ambiente stava cambiando: c’erano più uccelli e più animali selvatici, passeggiando lungo le rive della palude si scopriva un mondo nuovo, più naturale, più ricco e senz’altro migliore del precedente. L’inaspettata e forzata chiusura della caccia aveva fatto sì che la grande palude tornasse a vivere con i ritmi naturali del cerchio della vita.

Il vecchio cacciatore era deciso a scoprire quel mistero e volle fare un altro tentativo di caccia per capire cosa stesse succedendo. Portò al guinzaglio il suo cane e s’avventurò nel canneto.

Ora che c’era una grande abbondanza di cacciagione, però, al vecchio parve brutto danneggiare quel paradiso, quindi si limitò ad abbattere due uccelli.

Seguì il cane mentre raggiungeva le prede e, con suo enorme stupore, vide che assieme a lui c’era anche il cane randagio. Ambedue si erano gettati sugli animali colpiti, ma anziché riportarli a lui, se li spartirono.

Il cacciatore restò sbigottito, ma all’improvviso ogni cosa divenne chiara. Quel cane randagio aveva mangiato le prede e poi aveva convinto gli altri cani a fare altrettanto.

Evidentemente un fatto di eccezionale gravità aveva fatto scattare una molla nel suo cervello, trasformando il cane da riporto in un animale che cacciava solo per sé stesso. Sarebbe bastato catturarlo e farlo sparire, in quel modo le cose sarebbero tornare a essere come prima, e non ci sarebbe più stato il problema del “fantasma della palude”.

Il vecchio cacciatore, però, era più che mai incuriosito da quel cambiamento del cane e decise che avrebbe scoperto il motivo che lo aveva provocato.

Più ci pensava, poi, più si stava convincendo che l’intero paese avrebbe tratto un vantaggio da quella situazione e che, prima di far tornare in azione le doppiette, sarebbe stato giusto attendere ancora un po’. I giorni trascorsi in mezzo alla quiete lo rendevano sicuro che probabilmente sarebbe stato giusto farle tacere per sempre.

S’avvicinò ai due cani e notò che anche il cane randagio aveva il collare; dunque non era sempre stato un vagabondo! Dalla sua piastrina identificò il proprietario e quella sera stessa lo andò a trovare per avvertirlo di aver ritrovato il suo cane da caccia.

L’uomo abitava in un luogo lontano dal villaggio e, quando il vecchio cacciatore entrò nella sua casa, notò con stupore gli innumerevoli trofei appesi alle pareti.

Prima di raccontargli del suo cane volle scambiare qualche chiacchiera per capire che tipo era. Scoprì che era un cacciatore diventato avido e irrispettoso della natura, uccidere per lui era una soddisfazione che lo portava a essere molto crudele e sterminatore.

Era chiaro che aveva abbandonato il suo cane perché, data la sua età, non era più tanto agile e scattante e faticava nel correre appresso al suo padrone, che uccideva tantissimi animali.

La crudeltà di quell’uomo e l’abbandono dopo anni di fedele lavoro, avevano provocato il cambiamento nel cane, tanto da trasformarlo in un cacciatore avido e irrispettoso, proprio come il suo padrone.

Il vecchio cacciatore decise di tacere riguardo al ritrovamento e, dopo essere tornato a casa, rifletté a lungo su quanto aveva visto durante il giorno. La storia del cane abbandonato, e tradito dal suo padrone, gli aveva aperto gli occhi sulla mancanza di rispetto dei cacciatori. Se tutti fossero diventati come l’ex padrone del cane randagio, la distruzione della natura sarebbe stata certa.

Il vecchio decise di smettere di cacciare per sempre e portò il randagio a casa sua per accudirlo come faceva con il suo cane.

Permettere che quel paradiso ritrovato restasse libero dai fucili era decisamente la scelta migliore che potesse fare.

Anche se lui sapeva che non esisteva alcun fantasma della palude, era meglio per tutti che gli altri cacciatori continuassero a crederci!

LA MONTAGNA SALATA

Le cime degli alberi ondeggiavano lievemente sotto la leggera brezza del pomeriggio, la primavera stava arrivando e le piante, che sembravano capirlo, già pregustavano la nuova stagione. Il verde del loro fogliame si era fatto più vivo, segno di quella ripresa di vitalità che contraddistingueva il periodo primaverile. La neve nelle valli si era sciolta da poco e sulle cime ancora rifletteva il bagliore del sole.

Il vecchio abete da tanto tempo viveva quei cambiamenti di stagione ma ogni volta sembrava diverso e più bello. Chissà, forse l’avvicinarsi della vecchiaia gli creava una beatitudine che gli permetteva di vedere le cose con maggiore bellezza.

Dalla sua posizione in mezzo al pendio dominava la valle e, nello stesso tempo, poteva alzare lo sguardo per vedere il paesaggio delle cime di montagna. Era piuttosto isolato dal resto della macchia perché gli abeti che gli stavano vicino erano morti da qualche tempo e quelli che li rimpiazzavano erano poco più che arboscelli.

Quando i venti scuotevano le cime degli alberi, le sue fronde non arrivavano a toccarsi con quelle degli altri abeti, ma riusciva lo stesso a comunicare con loro lasciando che fosse il vento a trasportare i loro mormorii.

In fondo alla valle del vecchio abete scorreva un torrente che a volte era molto impetuoso. Ora che si avvicinava la primavera, con lo sciogliersi delle nevi, i suoi argini stentavano a trattenere la piena delle acque.

In questo periodo tutta la valle diventava una grande orchestra, con i bassi toni dell’acqua che scorreva, gli acuti dei cinguettii e le melodie delle fronde ghermite dai venti. Sembrava di essere in un incantesimo e chiunque abbia la fortuna di andare in una valle come quella può costatare quanto sia vero quello che si dice.

Nella nostra storia, purtroppo, esiste un brutto mattino in cui tutta la valle si trovò di fronte a qualcosa che ne avrebbe cambiato la vita. Erano arrivati gli uomini.

Da principio nessuno ci fece caso più di tanto, erano pur sempre degli esseri animali. Rispetto agli altri esseri viventi avevano quegli strani mezzi meccanici, le automobili, che facevano un puzzo tremendo e, a volte, faceva venire la tosse.

Un giorno gli uomini cominciarono a salire su per il monte piantando pali e paletti in giro e prendendo le misure di non si sa cosa.

Poi, un altro giorno ancora, iniziò il disastro! Cominciarono a segare alberi a più non posso e in men che non si dica la macchia che stava poco lontano dal vecchio abete scomparve come sotto l’effetto di una tetra magia.

Il vecchio abete fu lasciato al suo posto e nessuno mai si avvicinò per abbatterlo. L’albero si chiese più volte il perché di quel riguardo, anche se non gli dispiaceva essere ancora vivo, ma era triste restare da solo a vedere tutto quello scempio.

Altre volte, in seguito, l’abete si sarebbe rammaricato per quel riguardo e avrebbe certamente preferito fare la stessa fine degli altri abeti.

Gli uomini non si accontentarono dell’eliminazione di quella macchia e nei giorni successivi continuarono a tagliare finché una striscia di bosco fino alla cima della montagna fu rasa al suolo. Il risultato estetico era davvero poco bello, la montagna sembrava divisa come la scriminatura di una capigliatura.

Più gli uomini lavoravano, più il vecchio abete si domandava fino a che punto volessero arrivare. Finalmente un giorno quel taglia-taglia finì e per un certo periodo gli uomini scomparvero dalla circolazione.

Era stato tutto talmente veloce che ancora il vecchio abete, guardandosi attorno, non riusciva ad ambientarsi. Quegli spazi vuoti lo facevano sentire nudo, triste e solo. Quando la brezza scuoteva le sue cime, non raggiungeva più alcun brusio di altre cime e non comunicava più con nessuno. Gli animali non arrivavano a posarsi sui suoi rami perché si trovavano troppo lontani dal bosco e non offrivano un rifugio sicuro.

Guardando verso il basso il vecchio abete cercò di consolarsi con la musica della corrente d’acqua, ma anche quella consolazione sarebbe durata poco.

Venne infatti l’alba di un altro triste giorno, quello in cui gli uomini tornarono. Questa volta portarono molti altri aggeggi puzzolenti e, con essi, seminarono altrettante cose puzzolenti.

In breve tempo furono costruiti due alberghi, un rifugio, tre piste di sci, una strada larga, un ponte sul torrente e alcune piccole villette. Così la musica dell’acqua del torrente si trovò ben presto sommersa da tutti gli altri rumori provocati dagli impianti di sci, dagli alberghi, dalle macchine, e tutto il resto.

Il vecchio abete era completamente frastornato da quei repentini cambiamenti e non potendo neppure consolarsi con qualcuno dei suoi simili, non gli restava altro da fare che cercare di abituarsi a quella nuova vita.

Arrivarono le nuove stagioni invernali durante le quali i silenzi della natura addormentata sotto la neve erano diventati solo un lontano ricordo. Ora la valle e la montagna si popolavano di gente e di macchine, di grida e di rumori; niente più era come prima e piano piano il vecchio abete dovette ambientarsi.

In fondo in fondo, pensava, i bambini che giocavano sotto i suoi rami erano così vivaci e simpatici, la gente che veniva lì era spensierata e allegra, aveva una gran voglia di giocare, di divertirsi e si vestivano in modo sgargiante e multicolore. In fin dei conti, forse, la vita era diventata più colorata.

Trascorsero diverse stagioni e ogni inverno che passava la gente diventava sempre più numerosa, le piste più affollate, il traffico più caotico. Così, in un’altra triste primavera, gli uomini che erano arrivati la prima volta tornarono e ricominciarono a segare alberi a destra e a manca. In breve tempo tutto il versante di monte dove si trovava il vecchio abete fu raso al suolo.

Ancora una volta il nostro vecchio albero si salvò dal massacro; probabilmente perché dov’era lui, non si potevano costruire altre strutture.

Al posto degli alberi sorsero nuovi edifici, case, alberghi, ristoranti, cabinovie, sciovie e seggiovie; furono spianate nuove piste di sci e al posto del bosco ora c’erano tanti fili e pali e tralicci.

Anche la valle era cambiata, nuove strade avevano occupato il posto dei campi e sul torrente erano stati costruiti altri ponti. D’inverno quando la neve ricopriva le piste quel posto si riempiva di tante persone impegnate a ritagliarsi un angolino di spazio tutto per sé, ma erano sempre più appiccicati gli uni agli altri.

Ora la vita non era più spensierata e allegra, vivace e divertente; la gente quasi combatteva per avere uno spazio e ognuno trionfava per il suo senza alcun rispetto per quello degli altri.

Il vecchio abete si era ormai rassegnato e d’altronde, pensava lui, la fine dei suoi giorni era vicina, di cose belle ne aveva godute molte, pazienza se gli ultimi momenti sarebbero stati un po’ malinconici.

Per sua fortuna l’albergo che sorgeva sotto di lui, il primo a essere stato costruito, aveva mantenuto le caratteristiche originarie e non si era trasformato in un mega centro funzionale. Anche gli ospiti che ogni anno vi tornavano conservavano la vecchia voglia di divertimento e ricordavano con nostalgia i tempi andati facendo con questo un po’ di compagnia al vecchio abete.

Quell’anno l’inverno arrivò abbastanza presto e la neve era già caduta ai primi di dicembre. Mancavano pochi giorni al Natale, una festa che il vecchio abete aveva imparato a conoscere dopo l’arrivo degli uomini; prima era abituato a festeggiare solo l’arrivo della primavera.

Il Natale! Quella strana festa dove la più bizzarra usanza era quella di addobbare un abete con luci e strisce argentate. Ogni anno era naturalmente il vecchio abete a finire tra le grinfie del decoratore di turno. Anche quell’anno gli sarebbe toccata la stessa fine, anzi forse sarebbe successo di peggio perché era rimasto l’unico albero nel raggio di qualche chilometro. Fu così che in molti si accanirono sul povero abete inondandolo letteralmente di addobbi; per sua fortuna la festa durava poco e ben presto sarebbe potuto tornare ai suoi abiti normali.

Mancavano esattamente quattro giorni al Natale quando accadde un fatto che all’inizio sembrò trascurabile, ma che poi si rivelò una faccenda molto seria.

Mentre le piste erano gremite di gente, da un gruppo di sciatori si separò un signore dall’aria distinta ed esperto sciatore. S’avventurò in un punto della pista dove la neve non era stata ancora battuta e continuò la sua discesa.

A un certo punto, non si capì se per errore o perché incontrò un ostacolo, fece un gran ruzzolone finendo a testa in giù nella neve. Il vecchio abete, che aveva seguito tutta la scena, per poco non cacciò un urlo. Ma l’uomo si alzò poco dopo e facendo finta di niente terminò la discesa arrivando proprio sotto l’abete. Si fermò a scrollarsi la neve di dosso poi, all’improvviso, schioccò la bocca gridando:

  • Caspita! È salata! La neve è salata!

Così dicendo corse in direzione dell’albergo, ma il suo racconto lasciò tutti gli altri molto interdetti, nessuno sembrava dare un gran peso alle sue parole.

Quella stessa sera in giro si sentì dire che a qualcuno si erano irreparabilmente rovinati gli sci e non se ne capiva il motivo.

Passò un altro giorno e già la storia della neve salata aveva fatto il giro di tutta la zona. La gente però si divertiva troppo, aveva già pagato l’albergo e non era disposta a rinunciarci. E per che cosa poi? Solamente perché la neve era salata?

A mano a mano che le ore passavano, i segni della distruzione provocata dal sale cominciarono a essere evidenti. Le macchine mostravano la ruggine, gli skilift non funzionavano bene, sempre più paia di sci erano da buttare, le strutture avevano evidenti segni di corrosione.

Le persone cominciarono a spaventarsi, la neve era diventata un pericolo per tutti. Gli albergatori e i gestori degli impianti cercarono di minimizzare, ma non sapevano come rimediare a quella catastrofe. Non c’era alcuna spiegazione per quel fenomeno di neve salata.

Quell’anno si festeggiò un amaro e salato Natale e, pochi giorni dopo la festa, la gente se ne andò in tutta fretta e nessun altro tornò su quelle piste di sci.

Il vecchio abete, coperto dagli addobbi di Natale, non era stato toccato dalla neve salata e per questo si salvò. Mentre tutti fuggivano dalla montagna salata, l’anziano albero assistette al progressivo degrado di quello che gli uomini avevano costruito, finché la montagna non restò altro che un nudo deserto pieno di scheletri.

Ben presto, infatti, tutte le strutture abbandonate e corrose dal sale diventarono delle rovine spettrali che, sparse sulla nuda montagna, apparivano come un rimprovero a chi aveva distrutto la natura per costruire troppo.

Per ironia della sorte a lui, vecchio e saggio abete che si era salvato per scherzo del destino proprio per mano degli uomini, spettava ora il compito di dare una speranza di vita alla montagna.

IL TESORO DELLA COLLINA

C’era una volta, nella campagna sperduta tra verdeggianti colline, una vecchia casa dove viveva un piccolo contadinello. Era l’ultimo figlio rimasto a lavorare la terra assieme agli anziani genitori perché i fratelli e le sorelle più grandi erano andati a vivere in città, dove c’era più possibilità di trovare un lavoro.

La fattoria non era grande, ma la cura e l’amore con cui la famigliola accudiva ai campi, rendevano possibile ricavarne il sostentamento sufficiente. Il piccolo contadinello non poteva fare i lavori pesanti, perciò dava una mano nelle piccole faccende: curava il pollame, puliva la stalla, sistemava il granaio e ogni tanto andava anche nei campi con il suo babbo.

Durante l’inverno frequentava la scuola del paese e gli piaceva molto studiare anche se era certo che ben presto avrebbe lasciato la scuola per continuare il lavoro dei suoi genitori. Loro si lamentavano per quanto era faticoso e poco redditizio il lavoro in campagna ed erano convinti che ben presto anche il loro figlio più piccolo si sarebbe trasferito dai suoi fratelli in città.

Il giorno in cui loro due avessero smesso di lavorare, la terra sarebbe stata venduta e la casa lasciata all’abbandono.

Il piccolo contadinello ascoltava di nascosto quei discorsi, ma attendeva solo il momento giusto per poterli rassicurare perché lui avrebbe continuato a lavorare nei campi non permettendo ad alcuno di occupare il loro posto in quella casa.

Nelle lunghe giornate invernali il bambino trascorreva gran parte del suo tempo in casa con la compagnia del focolare e dei suoi amati gatti. Un giorno volle andare a curiosare nella vecchia soffitta con la speranza di scoprire qualche tesoro fatto di vecchie cianfrusaglie.

Vi trovò molto disordine e la polvere e le ragnatele che la facevano da padrone in ogni angolo. Si avvicinò a un vecchio baule i cui cardini arrugginiti rendevano inutile la chiusura a chiave. Quando alzò il coperchio neanche una delle cerniere fece resistenza. Il forte odore di chiuso stantio che ne uscì gli fece girare il viso dall’altra parte poi, quando si riprese, cominciò a rovistare.

Dentro c’erano vecchi pizzi che pur non essendo mai stati usati erano ormai logori e alcuni libri le cui pagine si erano incollate con l’umidità. All’improvviso un fiocco colorato attirò la sua attenzione; avvolgeva rotolo di carta pergamena che srotolò con mola cura temendo che si rompesse.

Restò esterrefatto vedendo quello che c’era scritto: era una mappa del tesoro! Sembrava impossibile averla trovata nella sua soffitta eppure era del tutto simile alle mappe del tesoro che si vedevano nei telefilm.

C’era poca luce nella soffitta e decifrare quelle scritte minute era impossibile. Arrotolò la pergamena e se la mise sotto la camicia, richiuse il baule e scese nella sua camera a leggere. C’era scritto della collina dei pozzi, quella che si trovava dall’altro lato della strada in cima alla sua collina.

Conosceva bene quei posti, ma l’impegno per scoprire qualcosa di più del tesoro non gli diede modo di individuare bene i punti di riferimento indicati sulla pergamena. In fondo lesse che il tesoro era stato nascosto circa un secolo prima da un signorotto del luogo che temendo per i cambiamenti che si manifestavano in quella zona aveva nascosto i suoi beni in attesa di momenti più tranquilli.

C’era quindi la possibilità che il tesoro fosse già stato recuperato, ma il piccolo contadinello non si preoccupava di ciò perché la vera avventura era cercare il tesoro, che poi fosse ricco o povero, poco importava. Spense la luce deciso a mettersi all’opera fin dall’indomani e si addormentò sognando di trovarsi immerso in una marea di monete e ninnoli di ogni genere.

Il giorno dopo a scuola non riuscì a seguire una sola delle lezioni del maestro, i suoi pensieri erano rivolti all’avventura del tesoro. Finalmente la scuola terminò e dopo aver pranzato, velocemente, scappò correndo verso la collina dei pozzi.

Il momento era arrivato e il piccolo contadinello si era ben equipaggiato per l’avventura; indossava stivali di gomma e aveva portato con sé un piccolo coltello e un badile. Sapeva bene che tutti i tesori si trovano solo dopo aver scavato una buca!

Aprì la pergamena cercando il primo riferimento della mappa; era la grande quercia che stava vicino alla strada. Si sedette lì sotto per individuare il percorso: dalla quercia si dovevano contare settantasette passi verso ovest quindi girare a destra e proseguire per altri cinquanta passi.

A quel punto si arrivava davanti ad una siepe di rovi, di là della quale si potevano vedere gli olmi. Secondo la mappa si doveva attraversare la siepe di rovi proprio nel punto in cui si raggiungeva, quindi dirigersi verso gli olmi contando trenta passi e via di seguito.

Il piccolo contadinello chiuse la pergamena, il seguito lo avrebbe guardato dopo, intanto era meglio partire prima di fare troppa confusione con gli indizi. Cominciò a contare i passi verso ovest; dodici, tredici … quarantuno, quarantadue… sessantanove, settanta … settantasette!

Si rivolse verso destra e proseguì per altri cinquanta passi: venti, ventuno … quarantacinque … cinquanta! Il piccolo contadinello alzò gli occhi alla ricerca della siepe di rovi, ma per quanto girasse la testa a destra e a manca, della siepe non c’era traccia.

Riprese in mano la mappa per vedere se avesse fatto qualche sbaglio, ma non era così, in quel punto doveva proprio esserci la siepe di rovi e di là di essa si dovevano vedere gli olmi.

Alzò lo sguardo per cercare gli olmi, dopotutto della siepe si poteva fare a meno. Neanche degli olmi c’era traccia. Pensò che forse si potesse fare a meno anche degli olmi e riprese a leggere la pergamena.

C’era scritto che, dopo aver contato i trenta passi dalla siepe, si raggiungeva un grande olmo dal quale, seguendo la direzione del suo ramo più grande, bisognava andare al primo cippo che si vedeva e di lì contare sette passi verso est.

Per quanto guardasse attorno a sé, il piccolo contadinello non trovava segno di quanto leggeva sulla mappa. Più volte c’era scritto di cercare conferma nei riferimenti guardando i cippi che delimitavano il podere e che ai tempi del contadinello non esistevano più. Altri punti di riferimento erano una quercia, un filare di viti, il canneto di un fossato, ma niente di tutto ciò si poteva rintracciare nel suo orizzonte visivo. Era affranto e deluso, era come cercare un segno di riconoscimento nelle dune del deserto; attorno a lui c’erano solo distese di campi lavorati e seminati.

Di tutto si sarebbe aspettato fuorché di doversi arrendere perché non era possibile riconoscere la strada da percorrere. Nella sua fantasia aveva immaginato di combattere contro chiunque e qualsiasi cosa pur di raggiungere il suo tesoro. Mai si sarebbe aspettato di non poter trovare la strada.

Deluso da tutta la vicenda, nascose la pergamena nel suo diario segreto con la speranza di poter un giorno ritornare sui suoi passi e trovare il percorso segreto.

Le giornate invernali ripresero a trascorrere ancor più lente e tristi.

Un giorno, quando il ricordo della pergamena tornò a tormentare i suoi pensieri, volle tornare sulla collina dei pozzi per vedere se qualcosa fosse cambiato oppure se aveva sbagliato lui in qualche conteggio e quindi fosse ancora possibile inseguire il tesoro.

Purtroppo niente era cambiato e lui non aveva fatto alcun errore. Dopo averlo capito si mise a sedere sotto la grande quercia. Sotto di lui il profilo arrotondato della collina sembrava scivolare via dolcemente. Guardava quel fazzoletto uniforme cercando di immaginarsi come potesse essere stato nel secolo precedente, quando la mappa era stata disegnata.

C’erano tanti alberi e arbusti, sentieri e fossati. Insomma un mondo intero dove gli animali costruivano i loro nidi e rifugi. Al pensiero di quel mondo perduto una lacrima scese lentamente sulla sua guancia.

Era talmente assorto nel pensiero di quel mondo lontano e affascinante che non fece caso alla piccola lepre che si era fermata alle sue spalle. Il piccolo animale, che aveva seguito i suoi strani movimenti, aveva notato la sua tristezza, ma non ne capiva il perché.

Quella sera il leprotto tornò nella tana dove mamma lepre aveva già preparato la cena, zuppa di fagioli, proprio il suo piatto preferito! Quando tutti furono a tavola, raccontò del suo incontro con il piccolo contadinello e cercò di farsi spiegare per quale motivo potesse essere triste.

Suo padre disse che probabilmente la sua tristezza era dovuta a quello che era scritto sul foglio che teneva in mano e non diede importanza alla cosa. La piccola lepre, però, era molto più curiosa di quanto non sembrasse e inoltre voleva aiutare quel bimbo triste.

L’indomani di buon ora si recò in visita alla casa del bambino e, intrufolatosi di nascosto nella sua camera, cercò il foglio che gli aveva visto in mano il giorno prima. La ricerca non fu semplice e, solo dopo aver frugato in tutti gli angoli, lo trovò chiuso dentro a un quaderno.

La sera stessa lo mostrò a suo padre per farsi dire quale grosso problema affliggeva il suo amico. Papà lepre restò a bocca aperta quando vide la pergamena con la mappa del tesoro e immediatamente la mostrò a mamma lepre per avere la sua conferma definitiva.

Certo, confermò lei, quella era proprio la mappa del tesoro della collina che i vecchi nominavano sempre. Finalmente si poteva far luce sulla leggenda del tesoro della collina. Se ne parlava da tanto tempo perché nessuno era stato in grado di trovarlo. Avrebbero mostrato la mappa alla riunione delle lepri in modo che, con l’aiuto dei vecchi, fosse possibile tracciare la via del tesoro.

La piccola lepre ascoltò attentamente quanto disse suo padre, ma ancora non si spiegava perché quella mappa avesse reso tanto triste il contadinello. Fu sua madre allora che gli spiegò come la terra di superficie non fosse più uguale a tanti anni prima e che il suo amico non era in grado di seguire le indicazioni della mappa perché mancavano i punti di riferimento.

Le lepri con l’aiuto dei più anziani, avrebbero tradotto le indicazioni di superficie in tracce sotterranee e poiché il loro mondo non era cambiato molto rispetto a tanti anni prima, avrebbero facilmente scoperto la via del tesoro.

Naturalmente gli animali non erano interessati al vero tesoro e, una volta risolto il mistero della leggenda, la piccola lepre avrebbe riconsegnato la mappa al proprietario accompagnandolo a prendersi il tesoro.

La scoperta della pergamena suscitò molta meraviglia alla riunione delle lepri, perché in molti credevano che si trattasse solo di una leggenda e ora, invece, avevano la certezza che il tesoro della collina esisteva.

I punti di riferimento della mappa furono ridisegnati adeguandoli ai sentieri sotterranei, che nel tempo avevano mantenuto la loro integrità, e confrontando le posizioni con i cambiamenti avvenuti in superficie, fu ricostruito tutto il percorso.

Le lepri si misero subito all’opera e ben presto trovarono il famoso tesoro. Ora non restava altro che consegnarlo al piccolo contadinello. Quell’ammasso di monete e ori non aveva alcun valore per gli animali, ma dopo averlo scoperto, desideravano fare in modo che il suo ritrovamento portasse un messaggio agli uomini.

Dopotutto era stato il loro rispetto e la loro capacità di essere tenaci nella conservazione del territorio a permettere di ricostruire il percorso della mappa, quindi anche gli uomini dovevano convincersi a diventare più sensibili nella conservazione della natura.

La piccola lepre avrebbe condotto il contadinello lungo la strada del tesoro spiegandogli com’erano riusciti a ricostruire il percorso e lasciando a lui il compito di far conoscere il vero valore di quel ritrovamento.