NESSUN NESSO

CAPITOLO 1 – IL FATTACCIO

Sono già le tre! Sembra passata un’eternità eppure è ancora troppo presto per vedermi con Vanessa. È da stamattina che cerco di trovare una spiegazione a quello che mi è successo, ma non so da che parte cominciare.

Sono stata nel mio negozio come sempre, cercando di rendere normale una giornata che, invece, mi ha sconvolto la vita. Sono trascorse alcune ore dal fattaccio e ormai è troppo tardi per cercare un rimedio da sola, se non riesco a parlare con Vanessa prima che Mauro torni, non so se riuscirò a trovare un modo per affrontarlo.

Oggi è il pomeriggio di chiusura infrasettimanale della mia merceria e restare da sola in casa ha contribuito ad aumentare il mio logoramento nel dubbio; il passare delle ore mi ha provocato un crescendo di tensione che si sta avvicinando all’acuto finale.

Devo parlare con Vanessa subito, prima di prima, non ce la faccio ad aspettare fino alle otto, impazzisco!

Purtroppo non posso fare diversamente, perché lei non c’è e io devo aspettare: così è.

Mi siedo sul letto. Accendo la radio. Trasmettono musica jazz, vorrei distrarmi e cerco in tutti i modi qualcosa che mi possa rilassare. Dopo il fattaccio sono rimasta come un’ebete nel vano tentativo di riprendere quello che stavo facendo, per ritrovare il filo di me stessa.

Quella telefonata mi ha sconvolto! L’uomo parlava con un sussurro mieloso da far vomitare e io non ho avuto la benché minima reazione nei suoi confronti! Sono stata con la cornetta in mano come un’imbecille ad ascoltare le sue stronzate. Ah, perché lo so che sono stronzate, non ho dubbi!

Comunque per come le diceva, o forse solo perché sono proprio un’oca, me le sono bevute tutte! Più ci penso e più m’incazzo; e le otto non arrivano mai!

Avrò solo mezz’ora per parlare con Vanessa, dovrò riuscire a sfogarmi e trovare una soluzione per affrontare la situazione. Vango nei pensieri, nella rabbia e nell’agitazione; ma non mi serve a niente e, avanti di questo passo, finisce che sprofondo nel buio dei vuoti spaventosi e nell’ansia spasmodica. Che attesa sfibrante!

Vanessa, Vanessa, Vanessa! Solo lei può aiutarmi!

Cerco di cancellare i vuoti inspirando con violenza, come a spazzar via col vento qualsiasi cosa. Riesco a identificare i momenti di crisi prima che abbiano il sopravvento, e limitarne gli eccessi; ma adesso non c’è nulla che mi distragga, nulla che mi distenda e i pensieri, come vortici a cono, tornano sempre allo stesso centro.

Giro gli occhi, poi li chiudo, vago con lo sguardo nel buio delle palpebre seguendo i luccichii del niente; farei meglio a uscire.

Anzi, come sono stupida a non averci pensato prima! Vado incontro a Vanessa! L’aspetterò fuori dal suo ufficio, così avremo più tempo per parlare; e Mauro?

Gli lascio un biglietto così se dovessi tardare, non si preoccuperà. È meglio essere lontani da casa a parlare di certe faccende, pensa se invece ci beccasse qui a parlare delle sue storie, non avrei più modo di scoprire la verità.

Una cosa intelligente l’ho pensata e la faccio; scendo in strada e mi dirigo verso la mia auto, parcheggiata sull’altro lato del viale. Sono già le cinque e mezzo, Vanessa terminerà il turno alle sei e un quarto, se le vado incontro anticiperò di quasi un’ora il nostro appuntamento delle otto!

Mentre attraverso la strada l’occhio mi cade sul tizio che esce dal palazzo di fronte; lo conosco di vista, ma il pensiero subito lo collega alla telefonata ricevuta, magari è geloso di noi e si diverte a fare degli stupidi scherzi.

L’uomo sfila via e io lo seguo con sguardo e con il pensiero. Questi palazzi alti e grigi come lui, un quartiere con le costruzioni attaccate le une alle altre, che danno anonimato, ma che permettono di vedere gli uni nel salotto degli altri. I palazzi e una vita grigia potrebbero avergli fatto nascere una perversione che ben si addice all’autore della telefonata.

Ho deciso, è stato lui! Stasera lo dico a Mauro.

Ma che cazzo penso! Lui non deve sapere niente, casomai potrei confidare questo sospetto a Vanessa e chiedere il suo parere.

Certo che se dovessi scoprire chi trama all’origine del dubbio, sarebbe più facile trovare il modo di snebbiarlo.

L’uomo se n’è andato, io mi scuoto dai pensieri e finisco di attraversare la strada; ma come faccio ad avere certe idee, cosa gliene importerà mai quell’uomo di me e di Mauro!

Avrà chissà quale vita sulla quale concentrarsi, qualche croce da portare come una madre inferma, un fratello pazzo o una moglie handicappata; e io che aggiungo i miei sospetti!

L’ipotesi di un vicino ficcanaso, tuttavia, non è da scartare, uomo grigio a parte; c’è tanta gente in giro che si diverte a farsi i cazzi degli altri.

Fermo i pensieri, che potrebbero andare avanti all’infinito, metto in moto la five hundreds e parto per l’ufficio di Vanessa; in poco più di mezz’ora dovrei essere da lei.

Dio! Mi sono dimenticata di lasciare il biglietto a Mauro! Va beh, tanto non lo faccio mai, lasciarglielo stavolta sarebbe stato motivo di sospetto (ho la coda di paglia). Comunque la decisione di andare incontro a Vanessa è stata senz’altro azzeccata, se non altro per togliermi dalla paranoia delle mura di casa.

Il traffico e il caos della città in quest’ora di punta, invece, mi farebbero quasi pentire della scelta fatta; gli incroci sono incasinati, chi svolta a destra mette la freccia a sinistra, chi va dritto frena non lasciando passare nessuno. Fortunatamente sono in anticipo e per una volta non mi urta incontrare i semafori rossi, neppure quello lungo il viale, che è eterno.

Una ragazza attraversa sulle strisce pedonali, ma nessuno si ferma; solo io, che non ho fretta, per una volta mi comporto da persona civile e blocco l’auto. La ragazza ha un look simile a Vanessa e io ricollego il pensiero al nostro primo incontro.

Successe al supermercato, lei non aveva i soldi sufficienti a pagare la spesa; la conoscevano bene in quel negozio e forse era proprio per quello che non volevano farle credito.

Vanessa faticava a saldare puntualmente i suoi debiti, più che altro perché se li dimenticava, e non tanto perché non fosse in grado di farvi fronte. Per questo motivo i negozianti cercavano di evitare che diventassero un’abitudine.

Quel giorno, per dispetto alla cassiera che non la stava aiutando, lasciò la spesa sul nastro della cassa e se ne andò incazzata minacciando ritorsioni.

L’occasione per me di conoscerla venne pochi giorni dopo, quanto la incontrai in strada e le lanciai un saluto con un sorriso di complicità.

Dopotutto nell’incazzatura con la cassiera non aveva avuto tutti i torti, quella era antipaticissima. Il tipo di persona che ti spulcia la spesa per capire cosa prepari per pranzo e magari darti anche i consigli su come cucinarlo!

Vanessa raccolse il mio sorriso come un invito di condivisa complicità e da lì cominciò la nostra amicizia, dai sorrisi ai saluti, e da quelli alle chiacchiere.

Per tanto tempo avevo sognato di avere un’amica “matta”, una tipa “fuori”, bizzarra per come affrontava le situazioni e stravagante di per sé, oltre che nel rapporto di amicizia con me.

Un giorno entrò in casa mia con la furia di un tornado urlando contro il suo vicino, colpevole, a suo dire, di averle avvelenato il gatto.

Aveva un diavolo per capello e per farla sfogare l’avevo invitata a pranzo da me. Aveva addosso un livore tale da sembrare irriconoscibile, invece era proprio da quella rabbia furente che riconoscevi l’istintività animalesca del suo carattere.

Il gatto per fortuna si era salvato e che dire, lei aveva addirittura rischiato di compiere un omicidio mentre il gatto si era ripreso in fretta da quella che, probabilmente, era stata solo un’intossicazione.

Se così non fosse stato, però, Vanessa non avrebbe avuto quella reazione; se il gatto fosse morto, lei sarebbe crollata nello sconforto più profondo e nessuno sfogo di rabbia sarebbe riuscito a farglielo superare.

Di fronte al dolore della perdita qualsiasi reazione che non fosse stata il completo abbandono, sarebbe stata un insulto.

Vanessa è fatta così, ogni sentimento lo vive con forza, fino in fondo; per questo quando arriva, allegra e gaia porta un suo profumo tutto speciale, ha un modo di fare che appena la vedi già ti senti meglio.

È una boccata di libertà quando ti senti prigioniera e una cella di attenzioni quando ti senti abbandonata; affronta l’insoddisfazione, quella che ognuno di noi si porta dentro, usando uno stile particolare, cercando il modo di evolverla per appagarla al meglio.

Un giorno arrivò in casa mia folgorata dal giansenismo e trascorse un mese in meditazione nella mia stanza degli ospiti.

  • Devi ospitarmi – disse – a casa mia non c’è la pace sufficiente!

Accettai di buon grado, come faccio sempre con le sue stramberie, perché ogni volta se ne esce come prima e più di prima, cioè sempre la stessa, ancora più marcatamente se stessa.  

Arrivo al parcheggio degli uffici e mi metto in doppia fila davanti all’uscita per avere sott’occhio il portone dal quale uscirà Vanessa. È ancora maledettamente presto e sono in anticipo sull’orario di chiusura, apro il tettuccio dell’auto e mi siedo sul lunotto posteriore.

Qualcuno comincia a uscire dal palazzo degli uffici, sono pochi sporadici impiegati, niente in confronto all’ondata di piena che arriverà dopo. Tra di loro ci sarà Vanessa, l’unica che potrà aiutarmi.

È una persona straordinaria, mi distrae sempre e comunque, mi fa viaggiare senza muoverci mai; e poi conosce la danza della primavera, ama gli animali, non si lascia condizionare nei rapporti con gli altri, tratta tutti indifferentemente e non dà alcun valore agli status sociali.

Saluta l’anima delle persone che incontra senza preoccuparsi dell’esteriorità, senza pensare di cambiare l’atteggiamento in base al fatto che uno sia fidanzato o no, che studi o no, che frequenti le discoteche, eccetera.

Non sono i dati oggettivi a renderci importanti, anche se poi l’importanza ce la danno gli altri; quante volte gli altri non possono sapere se siamo importanti o no? È giusto che questa importanza sia data da valutazioni oggettive e non soggettive? L’importanza è una misura dentro o fuori di noi?

Tra le innumerevoli considerazioni che ho fatto riguardo al fattaccio, per prima viene la consapevolezza di voler drammatizzare la situazione, d’ingigantire i fatti per stravolgerli e renderli degni della trama di un film.

Vorrei essere come Vanessa, un tipo di ragazza “fuori”, vorrei vivere delle avventure multicolori, gonfie e fatue, che mi possano portare a fingere di essere un’altra persona.

Non ci riuscire mai! Una parte di me resterebbe attaccata alla cronologia del tempo e non ce la farei mai ad abbandonarmi completamente all’inconscio lasciando il mondo reale senza risposte.

Eppure potrei tentare la via dell’oblio lasciando libero l’istinto, certa che, comunque vada, il mio angolo di salvataggio riuscirebbe a recuperarmi.

Viaggiando ai confini di me stessa potrei provare a misurare la mia abilità nel destreggiarmi in una vita non mia. L’idea sarebbe quella di vivere un film nella vita e questa telefonata anonima mi dà l’opportunità giusta.

Le supposizioni fatte da quel tizio riguardanti me e Mauro potrebbero essere un abbozzo di trama simile a quello di una telenovela. Elaborandolo riuscirei a completare una commedia, una falsa trama con noi come veri protagonisti.

Fino a quando riuscirò a reggere il gioco? Poi, sarà tutto un gioco o alla fine verrà fuori che davvero Mauro ha un’altra donna? Sta cominciando una finta commedia o diventerà una vera tragedia?

L’ondata d’impiegati esce dal palazzo, mi alzo in piedi sul sedile per guardare più lontano possibile; finalmente identifico Vanessa e cerco di richiamare la sua attenzione.

  • Vanessa! Ehi Vanessa! – urlo a squarciagola, ma lei non mi caga di una lira.

Sta chiacchierando con le sue colleghe e neppure nota le mie ampie sbracciate. Quando arrivano vicino alla mia macchina, vedendo che Vanessa non si ferma, scendo di corsa dall’auto e mi accodo a loro, meditabonda e in attesa che il gruppetto si scomponga.

Come faccia un tipo come Vanessa a stare in mezzo a questa gente, proprio non lo capisco; un carattere esuberante come il suo sembra in contrasto con l’ordinarietà di quelle persone.

A essere sincera devo ammettere che mi sembra più inspiegabile il fatto che Vanessa abbia trovato lavoro alla società dei telefoni! Eppure è un lavoro che le piace, s’impegna e si trova in armonia che le colleghe. Tutte parlano bene di lei e dicono che riesca a dare un tocco di simpatia e colore anche in quei luoghi che sono monumenti della mediocrità.

È proprio vero che non ci sia nulla di già scritto nei destini delle persone. Io che sono una lavoratrice autonoma e gestisco un negozio dovrei avere doti di prontezza e brillantezza, e invece sono una persona normalissima. Vanessa che svolge un lavoro alle dipendenze e apparentemente anonimo, ha il brio e la stravaganza di un personaggio fiabesco.

Cammino distanziata dal gruppetto, i loro discorsi non m’interessano. Lascio che s’allontanino sperando che Vanessa se ne liberi al più presto e possa tornare indietro per restare sola con me. 

Finalmente, dopo uno scambio di battute e risate, le altre colleghe salutano e se ne vanno.

  • Andiamo a prenderci un caffè, meglio guardarci in faccia che stare sedute in macchina.

Le dico appena s’avvicina, poi infilo la mano sotto il suo braccio e l’accompagno verso il bar più vicino.

  • Cos’è successo di tanto grave d’aver bisogno di un mio consiglio?

Vanessa ha capito subito che la faccenda è seria. Anche se Vanessa ha l’aria distratta e il tono della sua voce sembra sempre sarcastico, io faccio finta di niente. Ordino i due caffè e Ii porto dal bancone del bar al tavolino dove ci sediamo, poi comincio a raccontare. La commedia ha inizio.

  • Stamattina mi è arrivata una lettera anonima, come quelle fatte con i ritagli di giornale incollati sul foglio; appena l’ho vista mi ha fatto schifo, mi dava l’idea di qualcosa di sporco. C’era scritto che Mauro si vede con una donna e spiegava anche come dove e quando avvengono gli incontri. Che schifo! Beh, insomma, io non gli ho dato peso e l’ho buttata nel cestino subito.

– Hai fatto bene, sono tutte stronzate!

  • Sì, ma non è finita lì. Poco dopo ha suonato il telefono, un tipo, almeno a me è sembrato un uomo, diceva le stesse cose che erano scritte sulla lettera. Non so cosa m’abbia preso, ma sono rimasta come un’oca ad ascoltare quelle stronzate. Credevo che una volta chiuso il telefono sarei riuscita a fregarmene, invece mi avevano sbalordito e più passavano i minuti e più mi tornavano in mente e mi facevano incazzare! In un certo senso mi hanno fatto nascere qualche sospetto.
  • Ma dai, non crederai mica che Mauro abbia un’altra donna?
  • Non lo so, non capisco più niente! Una cosa è certa, voglio scoprire la verità e sapere chi ha scritto la lettera e fatto la telefonata.

Vanessa mi guarda assorta, poi scompare nei suoi pensieri e si eclissa davanti a me. Ho fretta di chiederle quali passi dovrei fare per schiarire i miei dubbi, ma adesso posso solo aspettare che esca dalla sua meditazione.

Interromperla non servirebbe a farla rientrare, quando è in questo stato di concentrazione, non caga nessuno. Probabilmente sta valutando la situazione per capire come affrontare il discorso con Mauro.

Finisco il caffè e seguo i pensieri che se ne vanno dietro agli stimoli visivi.

Dietro al nostro tavolo c’è una signora con la pelliccia, è bella, poco truccata, con i capelli lunghi e lo sguardo intenso; è sola, ma da come si guarda intorno, credo che stia aspettando qualcuno.

A prima vista potrebbe sembrare una delle colleghe di Vanessa, per bene, indipendente, attratta dalla moda, ma con la volontà di essere diversa, infatti, indossa una pelliccia ecologica. Chissà com’è la sua vita, il suo lavoro, la sua famiglia, se è sposata … l’occhio mi cade sulla mano sinistra per vedere se porta la fede.

Non vedo anelli, ma questo potrebbe non significare nulla. Starà aspettando il marito o l’amante, e poi perché penso che stia aspettando proprio un uomo? Forse perché è bella ed elegante e il fine di una donna così è solo quello di aspettare gli uomini?

Sono tutte domande prive di senso e senza possibilità di risposta, finché al suo tavolino arriva veramente un uomo. Si siede vicino a lei, è elegante, bello e attraente, la saluta con un bacio affettuoso sulla guancia e si mettono a chiacchierare spigliatamente.

Nei loro sguardi non c’è complicità maliziosa, né artificiosità nel gesticolare, il viso della donna ha assunto l’espressione di una radiosa felicità; quell’uomo è importante per lei.

Potrebbe essere il marito, l’amante, un caro amico, un socio in affari oppure il fratello; non lo saprò mai, mi manca la maliziosa curiosità di chi si fa i cazzi degli altri.

Il pensiero sfuma sull’argomento donna e riparte alla caccia di altri spunti su cui spigolare; Vanessa è sempre immersa nel suo buio meditabondo.

Guardo il barman, gentile, sorridente, a ognuno riserva la stessa dose di professionale ospitalità. In strada passa una sua amica e lui le fa un gran saluto, come a voler dire tante cose dopo tanto tempo che non ci si vede più.

Oppure è un semplice saluto per manifestare il maggior riguardo che quell’amicizia merita e per promettersi più tempo la prossima volta che capiterà di incontrarsi.

Vanessa è sempre immersa nei pensieri, ma io mi sono stancata di dar retta alle pazzie dei miei pensieri e decido che possiamo andarcene via. Sono già le otto e un quarto e ho pochissimo tempo a disposizione prima che Mauro torni.

Pago le consumazioni e trascino Vanessa quasi di peso; saliamo in macchina, chiudo la capote della five hundreds e avvio il motore.

La strada è meno trafficata a quest’ora, ma la mia guida e molto nervosa, il silenzio di Vanessa inizia a infastidirmi. Forse sta pensando a qualche altro cazzo, magari riguardante una delle sue colleghe. E se si disinteressa del mio?

– Devi andare dalla Cartomante.

Dopo più di mezz’ora di silenzio assoluto, ecco cosa esce dalla bocca di Vanessa!

  • Ma per favore, Vanessa! Come fai a pensare una cosa del genere! Lo sai che non credo a certe cose! Sei stata mezz’ora in meditazione e alla fine scappi fuori con una scemata del genere?

Buco, vuoto, nulla, Vanessa non risponde e non chiarisce la sua proposta. Forse l’ho offesa, ma come può pensare seriamente che ritenga valido il suo suggerimento!

  • Scusa Vanessa – cerco di usare cautela per non urtare la sua suscettibilità – io pensavo di fare appostamenti, di seguire Mauro, o l’uomo in grigio, per stabilire dov’è e qual è la verità; non voglio stare con le braccia incrociate ad aspettare di sentirmi dire da un’estranea se Mauro ha l’amante o no!

Neanche a farlo apposta i semafori stasera sono sempre verdi e non mi danno il tempo di fare una sosta per guardare in faccia Vanessa, se non altro per capire con che spirito mi ha dato quella sibilla!

Impreco contro la gente che attraversa la strada, contro quelli che svoltano e contro quelli che sono davanti. Mi sembra che anche i palazzi si buttano addosso a me.

Ho addosso una quantità enorme di nervosismo latente che sta per esplodere. Vanessa ha ripreso il mutismo e continua a starsene zitta, nonostante sia chiaro quanto mi fa incazzare il suo atteggiamento.

Arriviamo sotto il palazzo di casa mia, parcheggio l’auto e spengo il motore in attesa che Vanessa dia qualche segno di vita.

Mauro e io abitiamo in periferia, in un appartamento al terzo piano di un palazzo di dodici; conviviamo dividendo le spese di affitto e di casa, ma non ci sposiamo perché non c’interessa, lo riteniamo un pro forma superfluo, ci amiamo e ci basta così.

La lettera e la telefonata di quella mattina, niente di specifico e circostanziato direbbe un buon detective, non sono indizio di crisi, ma quanto basta per far nascere il dubbio e dar corpo a una certa commedia delle esagerazioni.

Sfrutto l’idea che Mauro possa avere un’amante come spunto per sviluppare una trama che possa dar corpo alla mia voglia di essere “fuori”. Che sia tutto un pretesto, però, non posso dirlo a Vanessa, almeno non apertamente. Forse pensa che voglio solo giocare e l’idea della Cartomante ne è la logica conseguenza.

Se voglio continuare a reggere la scena, devo fingere di crederci sul serio, altrimenti faccio presto a finire nel ridicolo.

Sulla lettera c’era scritto che Mauro frequenta un’altra donna e che, se non voglio perderlo, devo darmi da fare per smascherarlo.

È un’insinuazione talmente grottesca, grossolana e grezza che l’istinto preferirebbe ignorare; ma a me serve come paravento dietro al quale liberare gli istinti.

Che sia soltanto un paravento è fuori di dubbio, infatti, stamattina ho confrontato l’esperienza della telefonata con alcune mie amiche ed è venuto fuori che c’è chi si diverte a infastidire la gente; sono delle compagnie di ragazzini che non hanno niente di meglio da fare.

Claudia, mentre ascoltava la telefonata, ha addirittura sentito le risate in sottofondo e Paola ha trovato la lettera anonima identica a quella delle altre inquiline del suo pianerottolo. Ci sarebbero i presupposti per archiviare la faccenda, invece io vado avanti e qualcosa in questo mio comportamento non mi è chiaro.

Un moscerino si spiaccica sul vetro del parabrezza e io gli bestemmio contro; ogni cosa m’innervosisce e per dare maggiore enfasi alla mia insofferenza esco dall’auto sbattendo violentemente la portiera. Vanessa è sempre più muta e io sempre più scema. Le otto e mezzo sono passate da qualche minuto e Mauro dovrebbe rientrare da un momento all’altro.

Merda! Ho pestato la merda di un cane! Vado vicino all’aiuola di un albero per pulirmi la scarpa e mentre percorro quei pochi metri, mi rendo conto di aver fatto una cazzata a fermarci sotto casa mia.

Un autobus suona il clacson facendomi sobbalzare; dobbiamo andarcene di lì e trovare un posto dove decidere il da farsi senza temere sguardi indiscreti.

Salgo in macchina e ripartiamo. Vanessa sempre muta e io che ragiono sui posti lontano da dove potremmo incrociare Mauro o farci sentire da lui. Così, quasi automaticamente, torno al parcheggio della società dei telefoni.

Vanessa scoppia a ridere: – Tutto questo casino per riportarmi qui?

Quando ride Vanessa lo fa con gusto, esageratamente, non ha una via di mezzo o un sorriso di convenienza, tutto è sempre il massimo di tutto per lei.

  • Senti Vanessa, io non voglio offenderti, ma pensi davvero che la soluzione Cartomante sia la migliore?
  • Ti ho mai dato un consiglio sbagliato io? La Cartomante è una persona speciale, fidati, vedrai che saprà aiutarti.

È difficile contraddire Vanessa nelle sue convinzioni, soprattutto quando diventa seria e ti dà i consigli col cuore. Tuttavia io cerco comunque di portarla verso la mia trama da soap opera.

  • Io pensavo di dover fare degli appostamenti, di seguire Mauro, sapere qual è il bar dei suoi incontri, e altre cose di questo tipo.
  • Già, e magari metterti a indagare come Sherlock Holmes, vero? Lascia stare e dà retta a me, te la caverai in maniera brillante e in meno tempo.

Per un attimo ho paura che il castello di carte fatto con le supposizioni riguardanti la lettera e la telefonata stia per crollare. Perché a rigor di logica risolto il dubbio sull’amante il gioco della falsa trama finirebbe immediatamente perché se Mauro ha davvero un’amante, diventerebbe tragedia, mentre se non ce l’ha, finirebbe ogni scusa da accampare per andare a seguirlo nei bar.

E se invece riuscissi a reggere il gioco anche con la Cartomante? Se ce la facessi a fingere vere e continue le insinuazioni anonime?

Vanessa mi sta salutando, è scesa dall’auto e si sta avviando a piedi verso casa. Resto sola con i miei pensieri, immobile dentro la macchina ad appannare i vetri.

La giostra ha iniziato a girare, anche se non me ne rendo pienamente conto; sono convinta che la soluzione di Vanessa toglierà ogni dubbio utile alla mia trama, e chiuderà ogni possibilità di sviluppo del filo conduttore.

Rientro in casa cercando di fermare le tensioni, i pensieri, i ragionamenti e le macchinazioni cervellotiche. Nel momento in cui giro la chiave nel portone, lo stato d’animo si placa e ora che sono a tavola con Mauro, ho riacquistato la solita tranquillità.

Ci sono molte cose da raccontare dopo un’intera giornata che non ci vediamo. Mauro lavora in una fabbrica a una decina di chilometri dalla città e non torna mai a casa per pranzo, perciò l’unico momento di condivisione è durante la cena.

La serata scorre piacevole, un bicchiere di vino, quattro chiacchiere, un buon film, e io dimentico quello per cui mi sono arrovellata tanto. Sul divano, abbracciati e appisolati davanti al televisore, distanti dal mondo e con la mente immersa nell’universo di noi due, siamo come due cuccioli in dolce apatia amorosa.

È curioso, però, che quando Mauro è con me, sveglio intendo, non ho pensieri in testa, non inseguo ricordi, non ho tensioni, non sento nervosismi. Invece quando dorme, come sta succedendo in questo momento, la mente si riaccende e si riempie di nuovo dei ragionamenti che l’affollavano. Che l’amore sia la morte della ragione? … Sì!

Quando ci siamo messi insieme ho pensato solo alla meravigliosa avventura che mi aspettava nel costruire il nostro nido d’amore e mi sono impegnata a realizzarlo. Sicuramente non credevo che la ragione mi avrebbe portato a impelagarmi in indagini da detective privato!

Ne ho viste di coppie che vivono delle crisi e ingigantiscono le discussioni della convivenza per evidenziare i difetti del partner e avere più scuse per la separazione. Sicuramente di discussioni per futili motivi, come quelle sullo scambio di spazzolino da denti o sulle impronte delle scarpe lungo il corridoio o sulla spazzola piena di capelli ne abbiamo avute anche noi, ma siamo riusciti a dare la giusta dimensione a questi piccoli attriti per evitare di farli ingigantire fino ai limiti della sopportazione.

Anche perché nessuno ammetterebbe di essersi stancato della moglie perché lascia lo sputacchio del dentifricio nel lavandino e non c’è donna che confesserebbe di lasciare il marito perché trascina rumorosamente le pantofole.

In questo mio caso, poi, non sono i piccoli fatti del vivere quotidiano a essere ingigantiti, bensì una semplice lettera anonima alla quale do più importanza di quanta non ne abbia realmente. Tuttavia non ricorrerò a elaborate macchinazioni per scoprire se Mauro mi tradisce o no, voglio solo percorrere un tratto di strada parallela fingendo che sia tutto vero, prima di raccontargli ogni cosa apertamente.  

Mi sono addormentata e ora mi sento infreddolita fino alle ossa su questo divano senza coperta.

  • Forza Mauro, andiamocene a letto.

CAPITOLO 2 – LA SOLUZIONE

È più di mezz’ora che sto aspettando Vanessa e a volte maledico il mio lavoro, gli orari, e tutto quello che si mette in mezzo a farmi perdere tempo. Sono bloccata qui fuori dal suo ufficio ad aspettarla e anche se avremo tutta la serata a disposizione, vorrei che comunque s’affrettassero i tempi in modo da dedicare le dovute attenzioni a questa storia della Cartomante.

A parte il fatto di crederci o meno e di non aver mai avuto una grande considerazione verso chi risolve i suoi problemi affidandosi ai tarocchi, a parte tutto ciò non me la sento di andare da una di loro per risolvere questa faccenda.

Ho troppa paura di non riuscire a gestire il gioco delle parti? O forse ho paura di una verità che non vorrei sentirmi dire?

In qualsiasi modo rigiro la frittata, il risultato è sempre lo stesso, mi scoccia andarci e voglio convincere Vanessa a cambiare idea cercando un’altra soluzione.

Sono determinata e sicura di ciò che voglio, ma nonostante sia tutt’oggi che rimugino sulle soluzioni possibili, non ho trovato neppure i termini giusti per spiegare a Vanessa come la penso.

Lei crede fermamente in questa cosa e non ha fatto quella lunga meditazione per arrivare a una soluzione futile o banale. Perciò se voglio convincerla a cambiare idea dovrò trovare una motivazione più che valida.

Potrei dirle che non me ne importa più niente, che rinuncio perché ho fiducia in Mauro. Poi però come faccio a scoprire la verità sulla lettera e sulla telefonata? Vado avanti da sola come il detective solitario? Neanche per sogno! Devo assolutamente avere Vanessa al mio fianco!

Le impiegate escono dall’edificio, il solito branco di persone viene avanti muovendosi come un gregge ordinato che si dissolverà all’uscita sul vialone, quando ognuno prenderà la sua strada.

Vanessa è dietro a tutti, con il solito gruppetto di colleghe che le sta attorno come fanno le api con il miele. Chissà quali strappi di vita riesce a donargli, quali aliti di fantasia riesce ad accendere in quelle menti; me li immagino come se fossero fiammiferi che illuminano i loro bui pensieri.

Dio quanto sono diventata acida! È la gelosia nei suoi confronti che mi fa pensare queste cose! E quest’atteggiamento non è giusto, soprattutto per rispetto a come si comporta Vanessa!

Ho aperto il tettuccio della mia five hundreds e la chiamo a gran voce.

  • Vanessa!

Lei mi fa un breve cenno di assenso, allora io torno a sedermi per aspettarla; quando arriva sale senza scambiare parola. Se non fosse che siamo noi due, sembreremmo delle complottanti che attendono il luogo e il momento giusto per iniziare a parlare delle loro trame segrete.

Il traffico scorre lento, non si preoccupa per niente della mia fretta di arrivare alla meta. Casa mia stasera è libera, Mauro esce con gli amici e io non vedo l’ora di affrontare il problema a quattr’occhi e in assoluta tranquillità con Vanessa.

Siamo arrivate lungo il viale alberato che porta al mio quartiere, un signore cammina lungo la fila di auto parcheggiate e le fiancheggia passando rasente agli sportelli.

  • Ma che cazzo fa?

Esclamo mentre lo vedo buttarsi in mezzo alla strada.

  • È impazzito?
  • No, Avana, stai calma, è solo che ha un cane scatenato al guinzaglio, e lo sta trascinando in mezzo al traffico!

Cerca di rabbonirmi Vanessa che non giustifica tutto il mio nervosismo. Intanto sono costretta a esibirmi in un’inchiodata pazzesca, per evitare di metterli sotto entrambi, cane e padrone.

Già la visibilità delle strisce pedonali è pressoché nulla e questo di sicuro non agevola gli attraversamenti, per di più spesso la gente si butta in mezzo alla strada come gli capita! In certi orari, poi, c’è una confusione pazzesca e il livello della mia incazzatura si eleva a livelli impensabili.

Che nervi!

Quei pochi marciapiedi liberi dai musi delle auto malamente parcheggiate restano deserti, e comunque la gente li ignora continuando a camminare per strada in cerca dell’attimo giusto per buttarsi in mezzo e attraversare.

Durante l’intero tragitto rischio almeno due volte di mettere sotto qualcuno e sette volte sono stata costretta a inchiodare per evitare di ammazzare qualcuno. È mai possibile che tutta questa gente disordinata e indisciplinata sia in giro proprio quando passo io?

Non potrebbero aspettare a uscire, giusto quei dieci minuti che a me basterebbero per arrivare a casa?

Vanessa si sporge dal finestrino per maledire chiunque vede, sta avvertendo il mio nervosismo e cerca di darmi una mano nello sfogo.

Se la prende con l’autista dell’autobus, che è imbranato, poi vede il pedone che si butta in mezzo alla strada e appioppa un vaffanculo anche a lui.

In realtà la vedo divertirsi un po’ troppo in questo suo spargere improperi a destra e sinistra con piglio da vendicatrice e, quando manda a quel paese anche il cane che si sta fermando a farla quasi in mezzo alla strada, decido che è meglio farla smettere. Prendo il suo gomito e la tiro dentro dal finestrino.

– Vanessa, io non posso andare dalla Cartomante.

Le dico subito cercando di essere più convincente possibile. Ho deciso di essere sincera e d’altronde sarebbe sleale, oltre che difficile, fare la bugiarda con lei. Solo che il nervosismo accumulato con questa guida ai limiti della pazienza ha fatto saltare ogni cautela di preamboli.

  • Come sarebbe a dire che non puoi andare dalla Cartomante, non ti ho mica detto quando hai l’appuntamento.
  • No, voglio dire che non me la sento di … vorresti dire che hai già fissato un appuntamento per andare dalla Cartomante?
  • Certo, cara, tu l’hai chiesto, io l’ho fatto.
  • Veramente io non ho chiesto niente, hai fatto tutto da sola; tu credi che sia la soluzione giusta, ma io non sono tanto d’accordo.

Abbiamo iniziato la discussione in auto, ma adesso che siamo nell’ascensore del mio palazzo diventiamo mute, come se la paura di orecchie indiscrete ci faccia temere di essere spiate.

Che ridicole che siamo! Ci comportiamo come quegli agenti segreti che parlano della missione solo in luoghi sicuri, ma qui non c’è nessuno che ci spia!

L’analogia con le spie mi fa tornare in mente l’uomo in grigio. Non ho detto nulla a Vanessa, ma il sospetto che possa essere lui l’artefice del duplice messaggio anonimo riaffiora assieme al dubbio che possa spiarci.

Ordiniamo le pizze e mentre attendiamo che arrivano, stuzzichiamo salatini bevendo vino rosso. Stiamo stravaccate sul divano per stare più comode e il tavolo della cucina l’abbiamo lasciato sgombero per la cena.

  • Credo che tu non mi capisca fino in fondo, Vanessa, non posso andare dalla Cartomante per sapere se Mauro ha un’altra donna o no, non me la sento proprio! Al solo pensiero di raccontare a un’altra persona quello che mi è successo mi vien da star male!  

Vanessa mi guarda con un sorriso compassionevole.

  • Che sciocca sei! Tu non dovrai raccontare niente a nessuno! Le sedute non sono come quelle dei telefilm, dove si spettegola e si parla di stronzate! È tutta un’altra storia, mia cara!

Per un attimo resto interdetta, sia per quello che sta dicendo, sia per il modo in cui lo sta facendo; mi ha preso per stupida?

  • Okay, sarà la migliore indovina del mondo, ma dovrò pur raccontarle della lettera e della telefonata.

Vanessa si ritrae sullo schienale del divano, ha la faccia impietrita.

  • Non ti azzardare mai più a chiamarla indovina!

La sua espressione mi fa capire che forse mi sono spinta troppo in là con certi commenti ed è meglio non irritare ulteriormente la sua suscettibilità.

  • Scusa non volevo offendere, ma credo che ci dovrà essere un momento in cui parleremo di me, di Mauro, della lettera, della telefonata; dio, se penso di dover ripetere quelle parole viene il vomito!
  • Insomma Avana, ti ho già spiegato che ha un modo tutto suo per conoscere i fatti e non ci saranno domande imbarazzanti cui dovrai rispondere. È difficile capire prima di averne avuto esperienza, ma ti assicuro che quella donna è eccezionale. Non dovrai fare nessuna cronaca degli avvenimenti e lei riuscirà a metterti a tuo agio. E adesso andiamo ad aprire al fattorino della pizza, è un quarto d’ora che aspetta!

Sedute a tavola davanti alla pizza fumante, continuiamo a bere vino rosso e intanto Vanessa mi racconta di quanto è brava la Cartomante e dei problemi che ha già risolto.

Le sue argomentazioni sono convincenti e lascio che la sua sicurezza contagi anche me; devo avere fiducia in lei se voglio avere qualcuno al mio fianco.

La situazione è sproporzionata, creata da un’assurda lettera e da un’insulsa telefonata, e alimentata da un mio assurdo voler vivere esperienze alternative. Tutto questo s’ingigantisce fino a deformare i dati di fatto, ma se dal niente nasce il niente, che male c’è a continuare in quello che io considero un niente?

È meglio non cercare complicazioni, devo lasciare le carte in mano a Vanessa e affidarle lo svolgimento pratico della situazione. Sarà lei a decidere riguardo la Cartomante, il posto, la suggestione, il momento, l’ora, tutto!

Vanessa continua a parlare, ma io non ascolto più, ogni pensiero s’è affievolito, ogni voglia di intensificare ha abbandonato il mio corpo e la mia mente. È l’effetto del vino.

Il giorno dopo l’unico fatto di rilevante importanza che mi salta in mente è che, con tutto il parlare e il bere che abbiamo fatto, alla fine Vanessa non mi ha detto per quando ha fissato l’appuntamento. O, perlomeno, io non me lo ricordo.

  • Pronto, Vanessa? Ciao, sono Avana, allora tutto a posto? Per l’appuntamento hai organizzato tutto?
  • Ciao Avana, sì, tutto a posto, come ti ho già detto ieri sera, è per sabato alle tre, c’è qualcos’altro che devo fare?
  • No, no, solo che non mi ricordavo l’ora; tu verrai con me, naturalmente!
  • Mi dispiace, Avana, ma non posso, ho già un appuntamento con mio cugino.
  • Vanessa, ma sei matta? Non puoi abbandonarmi così, per me sarebbe una tragedia, non ho il coraggio di andarci da sola! Come faccio a dire a un’estranea che credo di essere cornuta!

Appoggio la cornetta tra l’orecchio e la spalla e prendo il telefono in mano, voglio mettermi sul divano e faccio scorrere il filo dell’apparecchio tra la presa e l’isola della cucina.

Incrocio le gambe sotto il sedere, voglio essere comoda per aumentare la mia forza di persuasione e avere qualche chance in più di convincere Vanessa. Dall’altra parte della cornetta sento una leggera esitazione, poi una voce sicura e rassicurante.

  • Ehi, adesso non esagerare, non sei sicura di essere cornuta, hai qualche dubbio … però non preoccuparti, la Cartomante saprà metterti a tuo agio.
  • Non se ne parla neanche, tu verrai con me o non se ne fa nulla!
  • Ma io ho da fare mio cugino …
  • Non raccontarmi balle, saranno dieci anni che non senti un tuo parente! Tu vieni con me punto e basta.

A questo punto la conversazione diventa più lenta, sento che Vanessa esita e se insisto forse la convinco a non tirarsi indietro.

  • Se la seduta durerà molto, io ci perderò tutto il pomeriggio e …
  • Come sarebbe a dire se durerà molto? Mi farà un sacco di domande? Non sarà una specie d’interrogatorio che …
  • Macché interrogatorio! – Vanessa scoppia a ridere – non avrà mille domande da farti, solo che in certe situazioni si comincia con una richiesta di chiarimenti, poi si passa alle conferme di quello che è successo nel passato, poi, se le risposte sono azzeccate, si chiede altro, e altro …
  • Ehi frena! Io voglio solo sapere se Mauro sta con un’altra donna, punto. Non m’interessa il futuro, né il passato e poi mi scoccerebbe sentire una falsa verità o un’infondata premonizione.

Ancora un’esitazione da parte di Vanessa, a quanto pare vuole farmi pesare il fatto di dovermi sempre dare spiegazioni. Mi sembra anche infastidita dal mio volerla convincere a venire con me!

  • Ascolta, qualsiasi cosa ti dirà la Cartomante sarà per farti conoscere una verità; comunque il punto non è quanto tu possa crederle o meno, e in realtà vedrai che poi sarà la tua curiosità a essere sollecitata, stanne sicura.
  • Sai che non credo molto nella possibilità che questa della Cartomante sia la soluzione giusta, quindi permettimi un po’ di scetticismo. Figurati poi se mi lascerei coinvolgere dalla chiromanzia! Al massimo potrei chiederle chi ha mandato i messaggi anonimi, la lettera o fatto telefonata. A proposito, sai che l’altro giorno quando sono venuta da te ho incrociato un uomo che mi ha dato l’impressione di essere lui l’autore del doppio messaggio?
  • Chi è? Come si chiama?
  • Non lo so, lo conosco solo di vista; io lo chiamo ”l’uomo in grigio”, hai presente che personaggio può essere?
  • Ho capito il tipo, uno che ha la vita monotona e il suo unico divertimento è fare dispetti a chi l’ha più colorata della sua.

È la prima volta che sento Vanessa esprimere un’opinione, seppur indiretta, sul mio stile di vita; il fatto che l’abbia definita “colorata” mi riempie d’orgoglio.

  • Effettivamente era quella l’idea che mi aveva dato, ma poi è svanito nel nulla e me lo sono dimenticato. Comunque se la Cartomante ci darà gli indizi giusti, potremo seguirlo e smascherarlo; sai che per me è importante scoprire chi le manda a volare certe stronzate.
  • Perché credi che le stronzate volino?
  • Perché se camminassero, sarebbero pestate e scoppierebbero senza lasciare traccia; invece quando escono dalla bocca di qualcuno, girano aumentando di volume e per questo volano.
  • Questa me la devo ricordare! Comunque non ti preoccupare, la Cartomante soddisferà ogni desiderio di conoscenza e, uscita di lì, non dovrai più preoccuparti di nulla.

Chiudiamo la conversazione, non ho voluto insistere sul suo diretto coinvolgimento tanto sono certa che ci sentiremo ancora prima dell’appuntamento fissato. Vanessa è riuscita ancora una volta a infondermi sicurezza e coraggio con le sue parole. Il suo auspicio, dettato come al solito dal cuore e con il serio intento di darmi una mano, si rivelerà una fatidica profezia.

CAPITOLO 3 – IL NERVOSISMO

L’appuntamento è fissato per sabato, oggi è lunedì, giorno di chiusura del negozio: ho davanti sei lunghi giorni di attesa prima dell’incontro con la Cartomante.

Stamattina Mauro è uscito presto, oggi ha il turno del mattino e dev’essere in fabbrica alle sei. Non mi sono alzata a preparargli la colazione, avevo il sonno agitato e continuavo a rigirarmi nel letto per scacciare un ingiustificato senso di disagio.

Sto girando per casa ancora in pigiama e ciabatte, non ho voglia di fare niente e rimugino su tutto quello che mi sta succedendo. 

Ahi, per la miseria! Mi sono scottata tutte e due le dita prendendo il manico della caffettiera vicino al metallo. Devo far scorrere l’acqua fresca sulla mano per calmare il dolore. Sono proprio un’imbecille!

Martedì la situazione diventa più normale, ma la routine stanca e apatica del lavoro e della casa diventa quasi noia, e appesantisce di molto lo stato d’agitazione.

La settimana diventa lunga e corta, avanti e indietro; se un giorno mi sembra passato in fretta, il successivo credo di essere tre giorni avanti rispetto alla realtà.

In questa condizione da gambero i pensieri diventano paranoici nel loro ripetersi e la staticità che li caratterizza fa crescere l’ansia di pari passo con la mia irritabilità.

L’appuntamento con la Cartomante è il nodo cruciale da cui verrà fuori l’esistenza o meno dell’uomo in grigio e dell’amante; e sarà la prova della verità sull’eventuale stronzaggine di Mauro.

Ieri sera, mentre lo guardavo dormire, ho avuto la smania forte di confidargli tutto, ma sono riuscita a trattenermi. Come avrei potuto proseguire con la farsa della regista di una trama fantasiosa se avessi svelato i retroscena prima della resa dei conti?

Il cumulo di fatti e personaggi che potrebbero prendere forma in seguito, cresce man mano che io gli dedico i miei pensieri.

Quando il gambero riesce a camminare in avanti io m’immagino quello che potrebbe succedere dalla Cartomante. Il passare delle ore mi mette in continuo stato di tensione e aumenta la curiosità su come potrebbe svilupparsi l’intera faccenda.

Mercoledì: con tanti pensieri nella testa la distrazione sul lavoro diventa una costante, così sbaglio a dare un bottone alla cliente e mi scuso regalandole quello giusto. Mentre chiacchiero scherzosamente cercando di riprendermi, il negozio si riempie, una fettuccia a lei, un gomitolo a un’altra e una cerniera a un’altra ancora.

Giovedì: anche se questo è un periodo di magra al lavoro, dovuto alla stagione morta, come sempre succede in questi casi, o non c’è nessuno o sono tutti lì con la fretta al culo.

Quando è il momento di tornare a casa, invece, di fretta ne ho anch’io, sia per rivedere Mauro, che per uscire dal traffico caotico il più presto possibile. Al solito in questi frangenti scarico il nervosismo incazzandomi con chiunque incrocio.

Nella quotidianità della vita in casa, per mia fortuna Mauro non si è accorto del mio stato d’ansia e con lui tutto scorre in maniera tranquilla. Devo ammettere, comunque, che quando siamo insieme attorno a me c’è un’atmosfera rilassata e io sono più comprensiva.

Certo, nascondere quello che sto architettando alle sue spalle mi fa sentire in torto, perché credo che sarebbe giusto fargli conoscere il mio tentativo di vita parallela.

In questo momento, però, sono in una fase troppo delicata e svelargli i retroscena potrebbe compromettere tutto. Fintanto che non avrò chiara la situazione, non sono pronta al confronto e non posso neppure tenerlo informato.

Anche se sono sicura che lui non mi tradisca, mi sento autorizzata a indagare su questa possibilità. A scacciare ogni dubbio su una mia possibile mancanza di correttezza nei suoi confronti è la verità inconfutabile che la lettera e la telefonata le ho ricevute e ho ben diritto di svolgere le indagini come meglio credo.

In questa settimana del tempo che non scorre, l’uomo in grigio è diventato una fissazione. Ogni volta che esco da casa lo cerco con lo sguardo e ogni volta che in negozio alzo gli occhi alla strada vorrei distinguere il suo abito uniforme tra i colori della gente.

Lo penso talmente tanto che finisco per dargli dei contorni che non ha, tant’è che se dovessi incontrarlo probabilmente stenterei pure a riconoscerlo.

A lui imputo le colpe di ogni cosa che va storta, è diventato come il diavolo, responsabile del bene e del male, e lo inserisco in ogni imprecazione, come il governo ladro.

Oggi l’ho incrociato mentre rientrava a casa con una borsa portadocumenti che non gli avevo mai visto prima.

È una circostanza inedita ma il fatto curioso è che, senza riuscire a fermare la corsa dei pensieri irrazionali, me la sono immaginata piena di lettere anonime, fotografie osé e messaggi cifrati destinati alle persone soggette alla sua perfidia.

Credo che esagerare con le fantasticherie finirà per influenzare e condizionare i miei comportamenti.

Un esempio? Da quando abito in questo palazzo, non ho mai tirato la tendina del bagno perché la finestra ha i vetri lavorati e nessuno può vedermi da fuori. E non mi sono mai neanche posta il problema della luce accesa che consente di distinguere le sagome di chi sta in una stanza.

In questo periodo di attesa, invece, tiro la tendina con un gesto automatico, come se l’avessi fatto da sempre, con un pudore istintivo che non avevo mai avuto. Sono già vittima dell’autosuggestione dei pensieri e credo che l’uomo in grigio possa spiarmi ovunque.

Sono nella fase di costruzione della giostra su cui farò ruotare i miei personaggi, veri, finti o costruiti che siano. Sarà poi l’evolversi della commedia a farmi prelevare il protagonista che dovrà entrare in scena.

Alcuni soggetti di questa commedia non possono essere caratterizzati o manovrati da me. Sicuramente non posso comportarmi così con Vanessa, nel senso che non posso considerarla un burattino, messo sul palcoscenico e mossa da un giostraio che le fa vivere un’altra vita!

Anche Mauro, protagonista suo malgrado, non può avere dei comportamenti premeditati da me, è un personaggio vero che fa parte della farsa. Anche se a volte capita che nella vita reale alcune sue battute coincidano con le vicende della mia trama.

Un giorno siamo andati a far spesa nel supermercato aperto fino a tarda serata e vicino al reparto dei surgelati una coppia chiacchierava animatamente mentre guardavano i prodotti esposti. Stavano discutendo di una telefonata che aveva ricevuto lui.

Appena si sono allontanati Mauro ha iniziato a prendermi in giro fingendo di aver ricevuto una telefonata anonima che mi riguardava.

Non poteva trovare un argomento più vicino alla mia trama, così ho scherzato con lui, stando al gioco e finendo col piangere dal ridere per come azzeccava per filo e per segno quello che era successo veramente a me!

  • Magari decido di andare da un mago per scoprire se è vero che hai l’amante!

Non poteva trovare un finale migliore, ero piegata in due dalle risate. Solo dopo m’è venuto il dubbio che potesse sapere qualcosa del mio confabulare su trame segrete. Ma la sua unica fonte d’informazione potrebbe essere Vanessa, e lei non mi tradirebbe mai!

Trascinando la paranoia dei pensieri, è arrivato il venerdì, che, come il solito, è un giorno tragico. Stamattina appena mi sono alzata, mi sono accorta della palpebra sinistra che aveva cominciato a tremare; un tic nervoso incontrollabile e che può essere solo un segno di negatività.

Se non sbaglio Vanessa dice che se trema l’occhio sinistro significa che qualcuno parla bene di te, se invece trema il destro, qualcuno parla male. In questo momento spero proprio che nessuno parli di me, né male, né bene.

In generale questi piccoli inciampi, come il mettere un vestito alla rovescia, avere un occhio che balla o far cadere continuamente le chiavi dalle mani, li interpreto in senso negativo, cioè credo che possano portare sfortuna.

Per questo certe mattine mi cambio due o tre volte prima di uscire da casa, perché niente di ciò che indosso soddisfa il mio desiderio di scacciare la malasorte.

Anche il giorno della settimana contribuisce ad alimentare questo tormentone del porta bene o porta male, e date le premesse, quindi, figurarsi come prendo di traverso questo venerdì.

Al lavoro poi, niente va per un verso che potrebbe aiutare a trovare un po’ di quiete o di distrazione. È già difficile che qualche cliente entri nelle giornate infrasettimanali e oggi, che c’è il mercato settimanale di quartiere, la gente è tutta a far spesa nell’altro rione.

Trascorro la giornata tra parole crociate e riviste, con la testa piena di pensieri che ruotano attorno a se stessi, stanchi di non trovare una via d’uscita.

Cerco d’immaginare le possibili varianti dell’incontro con la Cartomante, le domande che mi farà e le risposte che mi darà, l’avventura che potrebbe cominciare o che finirà ancora prima d’iniziare.

Due sono le strade che ho di fronte: se mi dirà che Mauro ha un’amante dovrò scoprire l’intera verità e, soprattutto, se l’altra è più importante di me; se invece mi dirà che Mauro non ha un’altra donna dovrò scoprire chi ha fatto la telefonata e inviato la lettera anonima.

A questo punto i pensieri s’aggrovigliano, s’attorcigliano su delle idee assurde e vorrei tanto capire se penso certe cose solo per crederne vere delle altre oppure se …

Che maestra sono nel complicarmi la vita!

Purtroppo il problema di avere questi pensieri e dell’attenzione che gli dedico, mi porta ad avere numerose disattenzioni.

Oggi, durante la pausa pranzo, ho preparato un piatto di pasta per me e Mauro, che questa settimana fa il turno del mattino e all’una torna a casa. Ecco, tra il principio d’incendio nell’accendere i fornelli, l’olio che mi si è rovesciato sul tagliere, la scottatura nello scolare la pasta e il barattolo del caffè che mi è caduto dalle mani, durante il pasto si sono susseguiti una bella scelta d’inciampi.

Le ore passano, i minuti segnano le virgole di ogni supposizione sulla quale mi arrovello e le risposte non arrivano. Mentre il tempo scorre e io resto a fissare l’attesa, l’angoscia mi sta divorando.

Sabato mattina il lavoro scorre veloce, il tempo si brucia e fortunatamente arrivo a mezzogiorno in un attimo. Il momento tanto atteso si sta avvicinando e la mia ansia si triplica.

Vanessa verrà a prendermi alle due e mezza e avremo tutto il tempo di fare le cose con calma, sempre che lei riesca a essere puntuale e rispettare l’orario.

Mauro è via con gli amici, sono andati a pescare sul fiume fuori città e non tornerà per pranzo. Così io mangio uno spuntino da sola continuando a rimestare nei pensieri.

Mentre accendo la macchinetta del caffè rifletto sulla possibilità di essermi immedesimata troppo nella parte che mi sono inventata. Potrei correre il rischio di gonfiare troppo gli spazi e mandare tutto all’aria con l’esagerazione.

Il caffè addolcisce un po’ i pensieri, fisso la parete e il vuoto davanti a me nella speranza che guardando il niente riesca a pulire le incrostazioni che sette giorni di riflessioni mi hanno lasciato addosso.

Durante questa giornata ogni cosa ha complottato per farmi andare l’umore di traverso, anche il minimo intoppo mi è sembrato una congiura.

Non è normale che tutte le marce della macchina grattano l’ingranaggio prima di essere inserite, o che ogni oggetto cada dalle mie mani come se fossero di burro e che niente riesca a stare fermo dentro ai pensili della cucina. Al momento della doccia mi è caduto il bagnoschiuma perdendo quasi la metà del suo contenuto, per cuocermi i maccheroni ho rovesciato il sale per terra; mi è andato tutto storto!

Cosa sta combinando Vanessa? È in ritardo! Va bene che la casa della Cartomante è a solo quindici minuti da qui, ma le due e mezzo sono già passate e se non si spiccia, siamo nei guai.

La mia casa è piccola eppure riesco a percorrerla avanti e indietro misurando i passi!

Ho controllato di avere tutto pronto, la giacca, la borsetta, ogni cosa, ma Vanessa non arriva! Allora mi metto a riassettare il bagno, tanto per non restare con le mani ferme e battere la testa contro il muro.

Cerco di farmi coraggio, mancano solo pochi minuti, devo tener duro. Mi sento paradossale a farmi tutte queste paturnie.

DRIIIN! Il campanello di casa! Faccio un sobbalzo mentre mi precipito in avanti e quasi cado sul citofono. Che stupida sono, sto aspettando da un pezzo questo trillo e poi prendo paura quando arriva!

Vanessa mi aspetta nell’atrio al pianterreno, essendo in ritardo ho deciso di non farla salire e di avviarci subito senza perdere altro tempo.

Mi sarebbe piaciuto chiedere il suo parere sull’abbigliamento e il trucco più adatto per l’occasione, ma adesso che siamo già per strada evito di farlo perché se poi c’è qualcosa che non va, non avrei modo di sistemarmi fuori di casa.

Un’occhiata furtiva all’orologio mi fa capire che il nostro ritardo non giustifica l’ansia da cui mi lascio travolgere.

Vanessa mi precede sicura e decisa, io la seguo come un automa e sono rigida nei movimenti per via della tensione accumulata nei confronti di quest’appuntamento.

Mi muovo come i bambini trascinati a forza a tagliare i capelli, come loro ubbidisco perché sono costretta a farlo. Purtroppo la mancanza di altre soluzioni e la grande voglia di scoprire la verità mi hanno portato a questa decisione, ma non sono convinta di fare la cosa migliore.

CAPITOLO 4 – LA CARTOMANTE

La Cartomante abita in una zona senz’altro migliore della mia, in una villetta immersa in un contesto di sviluppo residenziale abbinato a una discreta grazia architettonica; niente palazzoni anonimi, quindi.

Saliamo i sette gradini prima di arrivare al portone e perdo il tempo a contarli pensando che sia un utile espediente per distrarmi; pochi minuti dopo che Vanessa ha suonato il campanello, una signora distinta viene ad aprire.

Attraverso la soglia d’ingresso scrutando a destra e a sinistra per identificare i particolari del posto; sul davanzale della grande finestra di fianco al portone noto una ciotola piena di una specie di cera bianca e inodore.

La signora distinta ci guida verso un salottino e ci fa accomodare su un divano lasciandoci sole; lo sguardo torna sul davanzale e sulla ciotola. Non ho idea di cosa possa essere, a prima vista sembra melassa.

  • Secondo te cosa c’è lì dentro?

Vanessa sembra assorta nei suoi pensieri e devo toccarle il braccio per avere la sua attenzione. Alza lo sguardo su di me e gira la testa nella direzione che le sto indicando con il dito puntato sulla ciotola.

  • Sarà un’acchiappa spiriti.
  • Che cazzo dici! Fa la seria, secondo te cosa potrebbe essere?
  • Non lo so con precisione, ognuna di queste persone ha un metodo tutto suo per difendersi da chi gli vuole male.
  • Dici sul serio? Vuoi dire che quello è un intruglio per tenere lontani i nemici?
  • Credo di sì.

La naturalezza con cui Vanessa affronta certi argomenti mi fa invidiare il suo stato di perfetto agio nella situazione; io, al contrario, sono un condensato di agitazione e mi sento ridicola nei confronti di chi frequenta questi posti con la stessa facilità con cui io prendo un caffè.

Non riesco a stare seduta e mentre stiro i capelli tra le dita nel tentativo di darmi un contegno, mi sposto dal divano al davanzale guardando una prima la porta e poi la melassa.

L’ansia di quest’attesa mi fa credere ancor di più in un fallimento di quest’iniziativa di Vanessa.

La porta vicino al divano si apre all’improvviso e la stessa signora di prima ci accompagna verso la porta dall’altra parte della stanza. Nessuno è uscito da lì e, ingenuamente, credo di essere la prima cliente del pomeriggio.

Ora ci troviamo nel luogo in cui si ricevono i clienti, la porta di fronte a quella da cui siamo entrate noi, sull’altro lato della stanza, si chiude piano. Evidentemente fanno entrare i clienti da una stanza diversa da quella dalla quale escono.

Le luci sono soffuse, rilassanti, né troppo forti da infastidire, né troppo basse da doversi sforzare; l’arredamento è di mobili massicci e i tendaggi pesanti sono di color rosso scuro.

La stanza è piena di suppellettili che potrebbero distrarre, invece mi rendo conto che induco a concentrare l’attenzione su di lei, la Cartomante.

Sta seduta sopra una grande sedia tipo poltrona, con lo schienale alto e imbottito; ci guarda dritto negli occhi, prima me, scrutandomi, poi Vanessa, con un cenno di riconoscimento.

Quando il suo sguardo torna deciso su di me, mi sento sprofondare dalla vergogna: ma chi me l’ha fatto fare, come ho potuto pensare di mettermi in questa situazione imbarazzante e di rivolgermi a questa persona per avere dei chiarimenti sulla mia vita?

Sento già di essere partita con il piede sbagliato, in un esimo di coscienza maledico Mauro, Vanessa, l’uomo in grigio e me stessa che mi sono lasciata trascinare in quel posto.

Sono arrabbiata con il mondo intero, ma in quel momento non posso far altro che sedermi di fronte alla Cartomante, per giunta su di un sediolino lungo e scomodo, privo di braccioli e poggia schiena.

Fortunatamente la Cartomante non mi guarda più, adesso ha un mazzo di carte in mano e le rigira fissandole; poi comincia a fare domande banali, tipo sul mio lavoro, quanti anni ho, da che parte del letto dormo, se ho frequentato la scuola, cosa mangio.

E così via, fino a rapirmi in una sorta di dimensione diversa in cui non capisco più niente; cioè non comprendo a cosa servono certe domande e perché me le fa.

Non sono io che devo chiederle se il mio uomo mi tradisce? Allora perché mi fa queste domande insignificanti?

Il suo parlare ha un fluire ipnotico e la mia tensione si sta dissolvendo avvolta dal contorno delle sue spiegazioni. Il senso delle sue domande è orientato a conoscere i particolari della vita delle persone in modo da capire le ansie e i sciogliere i nodi di certi dubbi.

È in questo modo che liquida il mio sospetto sul tradimento di Mauro con una risposta lapidaria che non lascia alcun dubbio riguardo alla sua possibile esistenza.

Mi risponde con un tono contrariato quando io insisto nel suggerirle il tema della lettera e della telefonata. Mi precisa che bisogna rifiutarsi di soffermarsi sulle fantasie per concentrarsi, invece, sulle cose più importanti.

O almeno quelle che lei ritiene più importanti!

La chiacchierata diventa sempre più intensa, la situazione presenta un mix di scenari diversi in cui ruotano continuamente tutti i ruoli; le domande e le risposte girano e si capovolgono diventando l’una l’altra, e intanto io sto perdendo la bussola.

Cerco la mano di Vanessa, il mio è un gesto istintivo per restare ancorata a qualcuno; vorrei rivolgerle lo sguardo per capire da che parte stiamo, ma la testa rifiuta di muoversi e sono costretta a fissare la Cartomante.  

Raccontare a questa donna tanti piccoli particolari di come vivo, è come mettere dei soprammobili nella galleria della mia vita e io mi sento in trance. È come percorrere un sentiero vergine, né scoli di pioggia, né buche di passaggi, né ciottoli spostati, né niente. Un sentiero e basta. Vergine.

E camminare, lentamente, pensare, alzare lo sguardo come per cercare qualcosa e, invece, ritrovarmi con le cose in mano senza sapere da dove le ho prese.  

Il passato che indovina, il presente che intuisce, gli avvenimenti realizzati dal destino, tutto sembra un prodotto di questa straordinaria donna.

Il tono assoluto con cui disegna i contorni dei fatti si fonda sulla sicurezza di chi sa. E il dubbio sul tradimento di Mauro svanisce come neve al sole.

La Cartomante esaurisce il suo discorso, ormai sta solo ripetendo le stesse cose, che di Mauro posso fidarmi, che lui è un bravo ragazzo e non devo temere per la sua fedeltà; che è sincero e il nostro legame ben saldo.

Mi scuoto dal leggero torpore ipnotico nel quale sono immersa; Vanessa è visibilmente soddisfatta, chissà da quanto tempo sta facendo quei cenni d’intesa come a dirmi: vedi com’è più semplice così?

Le faccio un sorrisino di comodo, potrei considerarmi incapace d’intendere e di volere senza essere tanto lontana dalla realtà.

Il problema, tra i capovolgimenti, le inversioni, i continui scambi tra domande e risposte, è che lei ha scoperto le mie carte, il mio modo di essere, le mie nudità; l’ha fatto con garbo, con cura, senza turbare la mia sensibilità, però l’ha fatto!

Ha agito come un’illusionista, di quelli che girano e rigirano le mani davanti a te e non fanno più ritrovare il cappello; solo che lei ha girato e rigirato nella mia anima!

Ora, è vero che non ho più il dubbio del tradimento di Mauro, ma dentro di me ho sentito crescere un’altra necessità, quella di scavare nel mio inconscio.

Il colloquio è finito, dobbiamo uscire al più presto da qui se voglio raccapezzare qualcosa con Vanessa. Usciamo dalla porta alle spalle della Cartomante e nella stanzetta attigua ci attende la signora distinta alla quale pago la visita.

  • Vanessa, mi hai portato da una strega, mi ha rigirato come un calzino e si è anche presa centomila!
  • Non era questo che cercavi, non volevi sapere se Mauro ha l’amante? Ecco fatto, hai la tua risposta. Adesso ti devo proprio salutare, sono in ritardassimo, ci vediamo i prossimi giorni, ciao.

Vanessa scappa via velocemente come se avesse le ali ai piedi, io provo a trattenerla per un braccio, pregandola di non lasciarmi.

  • Vanessa aspetta un attimo, spiegami cosa … – si divincola dalla mia presa mentre io continuo a pregarla – vieni qui, dove vai?

Niente da fare, Vanessa scompare come un’ombra furtiva e non mi sente più. Accidenti! Mi ha lasciato sola come un’oca mentre io ho bisogno di confrontarmi con lei per capire qualcosa in più. 

Mestamente m’avvio verso casa, non mi sento oltraggiata da quest’abbandono, anzi, se do retta a come mi sento m’accorgo di aver acquistato una nuova leggerezza. Allora perché m’incazzo?

M’incazzo per la naturalezza con cui Vanessa ha vissuto quest’esperienza, come se fosse stata la cosa più semplice del mondo. A me invece non dà neppure la possibilità di confrontarmi con lei.

Sono venuta a quest’incontro con l’idea di fare di tutto un gioco sperando di riuscire a fingere di essere un po’ fuori, come Vanessa. Invece alla prima prova della farsa sono andata in tilt, sono precipitata nella confusione, spiazzata da una situazione che non s’avvicinava a nessuna delle mille che avevo provato a immaginare.

Ho partecipato alla seduta con l’illusione di riuscire a dare un colore alla commedia della vita, e senza l’intenzione di andare da uno psicanalista. Il mio castello di fantasie è crollato subito, la Cartomante, invece, è riuscita a farmi l’analisi senza che potessi rifiutarmi. Come ci sia riuscita, non lo so, ma m’incuriosisce scoprirlo.

Qualche giorno dopo, il solito venerdì in cui in negozio non si batte un chiodo, Vanessa viene a trovarmi. Non ci sentiamo da quel sabato pomeriggio e io ho rimestato nei pensieri fino alla nausea per cercare di capire come la Cartomante sia in grado di scoprire, attraverso le risposte sulle piccole abitudini della quotidianità, quali enigmi si celano nell’anima e quali interrogativi ci poniamo nel nostro vivere.

  • Non è sembrato anche a te che sia andata troppo a fondo nell’analisi? Dopotutto io avevo solo chiesto se Mauro ha un’altra donna, invece lei si è messa a fare tanti discorsi su cosa mangio, eccetera.

Quando viene a trovarmi in negozio nei giorni che ha il turno di riposo dagli straordinari, Vanessa porta con sé il suo thermos di tisane speciale, quelle che solo lei sa preparare.

Siamo sedute sugli sgabelli dietro al bancone da cui servo la merce, oggi non dobbiamo preoccuparci dei clienti che vanno e vengono, è un mortorio!

  • A me pare che non abbia fatto nulla di strano, ti ha dato una risposta esauriente e questo è tutto quello che ti serviva.

Guardo Vanessa per cercare di capire il vero senso di quello che mi sta dicendo. Mentre versa la tisana fumante nelle tazze con la consueta rilassatezza, io sento di avere già perso il confronto con lei sul piano della tranquillità.

  • Tu pensi che mi frulli in testa chissà che cosa, invece sono solo rimasta molto colpita dai suoi strani poteri.

Vanessa sorseggia dalla tazza mentre io non riesco ad avvicinare le labbra, tanto è bollente.

  • Strani poteri? Non penserai mica che ti abbia portato da una strega maligna?

Il tono di Vanessa ha una nota d’ironia e allora capisco che è meglio non approfondire il discorso. Non vorrei che poi a finire col fare la scettica sulla Cartomante ci finisca proprio lei.

La sera torno a casa stanca, come se avessi lavorato per dieci giorni di fila con il pienone di clienti; le gambe sono rigide e sento la schiena a pezzi, neanche fossi stata in piedi tutto il giorno!

La chiacchierata con Vanessa invece di rilassarmi ha aggiunto nuova ansia di sapere, ed è come se una specie di smania si sia impossessata del mio pensare. Ho addosso un genere di bramosia che nulla sa di sé.

Mauro tarda stasera, io apparecchio la tavola pensando a cosa raccontargli di tutta questa faccenda. Potrei fargli il resoconto dall’inizio alla fine, ma poi non sono così sicura che prenda tanto bene la storia della lettera e della telefonata.

Quando lui arriva e ci sediamo a mangiare finalmente posso chiacchierare con lui e tentare di dare un contorno più chiaro a quello che sta succedendo.

  • Ho visto Vanessa oggi, è venuta a trovarmi in negozio; mi ha raccontato una storia su una cartomante che ha dell’incredibile.

Naturalmente non tutta la verità!

Mauro ha già la bocca piena e non sembra assolutamente interessato a conoscere il prosieguo della faccenda.

Dal canto mio cerco di mantenere una certa neutralità affinché non possa immaginare da dove sia partita tutta la vicenda. Così continuo a parlare come se stessi raccontando un fatto qualunque.

  • Una sua amica credeva di avere le corna e lei l’ha accompagnata da una signora che legge le carte per scoprire la verità. E sai lei cosa le ha detto? Che non deve bere il caffè a stomaco vuoto il mattino! Ma ci pensi?
  • E chi sarebbe questa signora?
  • Abita qua vicino … – m’interrompo subito perché sto già cadendo nella trappola della verità – ma chi dici, l’amica di Vanessa o la Cartomante?

Mauro continua a guardare la televisione e capisco che mi sta facendo delle domande distratte, giusto per dedicarmi un minimo di attenzione.

  • Va beh, tanto non c’interessa sapere chi è chi; quello che volevo dirti è che questa Cartomante non legge le carte e ti spiega come stanno le cose, lei trae indizi dalle piccole abitudini quotidiane e attraverso essi ti racconta il tuo passato e il tuo presente, e ti dice cosa è meglio fare per il futuro.

Adesso l’argomento sembra interessare anche Mauro che abbassa il volume del televisore e fa una pausa tra un boccone e l’altro.

  • Secondo me è solo una questione di suggestione; voglio dire che le persone si mettono in testa certe idee sugli altri e poi cercano le conferme fidandosi delle risposte dei maghi.
  • Tu credi che non ci sia niente di sensitivo nel metodo che ha la Cartomante?
  • Assolutamente no, credimi, è solo la voglia di sentirsi diversi, un po’ fuori dal coro, che porta certa gente a confidarsi e a far fare affari d’oro a queste persone!

Detta così suona proprio male! Oddio, non posso credere di essere una povera esaurita, questo non lo accetto.

Meglio lasciar stare questa voglia di confidenza con Mauro e fare un passo indietro. Dopotutto la lettera e la telefonata sono state opere di uno stronzo che credeva di fare lo spiritoso, a questo punto non devo dargli peso e tantomeno confidare a Mauro la verità.

CAPITOLO 5 – LA SMANIA

Abbandonare i propositi di condivisione con Mauro non significa arrendersi, questo verbo non fa parte del mio vocabolario. Sono una persona testarda e il fatto che Mauro pensa che siano tutte faccende cui non dare peso, non mi disorienta per niente.

Nonostante qualsiasi connessione riguardante il tradimento non abbia più alcuna importanza, l’enigma dell’uomo in grigio rimane, e non può dissolversi in una nuvola di mai esistito.

Pretendere la complicità di Mauro è fuori discussione, in parte perché non gli ho raccontato tutta la vera verità, in parte perché è impensabile averlo al mio fianco. Sia per quel che riguarda il tradimento sia nella scoperta dei segreti della Cartomante.

Oltre alla mia vera voglia di essere fuori, la trama per il seguito della commedia ha imboccato una nuova strada e assunto altri contorni. In aggiunta alle diverse sfaccettature della vicenda tradimento ho deciso che voglio conoscere il mondo dell’occulto.

Questo percorso per essere iniziato bene non può che svilupparsi con Vanessa al mio fianco.

Oggi lei ha fatto il turno del mattino, per cui alle tre finisce e avremo un’oretta circa prima che io debba riaprire il negozio.  Sono sicura che la Cartomante nasconda un segreto psicologico che le permette di viaggiare nei pensieri e nell’anima delle persone, e sono intenzionata a scoprirlo.

Se rivedo me e Vanessa dentro a quello studio mi riesce difficile credere che lei sia rimasta colpita dalla Cartomante quanto lo sono stata io, che mi sono sentita plagiata. È probabile che lei abbia una sintonia diversa con la Cartomante, e ritenga certe cose normali, dopotutto la conosce meglio di me.

Sicuramente ha fatto finta di non accorgersi del mio stato e, più probabilmente, conosce il segreto di quegli appuntamenti e tende a difenderli. Per questo s’inalbera quando io dico che ci vedo qualcosa di strano.

I dipendenti escono dal portone dello stabile, individuo Vanessa e cerco di farmi notare sbracciando dal tettuccio aperto della mia auto. Voglio che venga a casa mia per fare due chiacchiere davanti a un buon tea.

In realtà escogito uno stratagemma per farmi dare il maggior numero d’informazioni possibili sulla Cartomante. La mia caccia al segreto, perché di enigma nascosto sono certa di poter parlare, comincia da qui, inizia adesso.

  • Vanessa salta in macchina che andiamo da me a fare due chiacchiere davanti a un buon tea, ho ancora un’ora prima di dover tornare nel mio buco di negozio.
  • Il tuo negozio non è un buco, è più grande del mio ufficio! E poi c’è poco da saltare su questa carretta di macchina, non c’è neppure lo spazio per stendere le gambe!

Lo dice mentre sta già salendo per cui non mi sento offesa dalle sue critiche, sono già felice che abbia accettato di venire.

  • Facevo per dire, dai, ma tu non fare commenti ironici altrimenti la five hundreds si offende e non parte più.

Anche Vanessa ride di quella battuta e continuiamo a scherzare fino a che non siamo a casa. È sempre una gioia stare in sua compagnia.

  • Come lo vuoi il tea?
  • Con latte, grazie. – risponde d’istinto Vanessa.

Ecco, questa è un’altra di quelle cose che rendono Vanessa unica al mondo. Per come si vuole il tea io penso allo zucchero, al miele, al più forte o meno intenso. Non mi sognerei mai di metterci il latte dentro. Per me il tea è con il limone e basta.

Vanessa ha steso le gambe sul divano e sta sfogliando una rivista, non mi viene in mente niente per iniziare una conversazione decente e allora decido di andare dritto al sodo.

  • Hai presente la Cartomante, quella donna da cui io e te siamo andate un paio di settimane fa.

Vanessa non distoglie gli occhi dal giornale che ha in mano.

  • Ti è rimasta impressa, eh?
  • Tu come l’hai conosciuta?
  • Non mi ricordo.
  • Come si chiama?
  • Non lo so.
  • Da quanto tempo abita qui?
  • Non lo so.
  • Da quanto tempo la conosci?

Vanessa si alza di scatto chiudendo la rivista e rimettendola sul tavolo; credo che si stia innervosendo.

  • Ehi ma cos’è questo, un interrogatorio? Smettila di far domande e trova qualcosa da mangiare con il tea.

Per fortuna non mi manda a quel paese, forse è meglio non urtare la sua suscettibilità calcando troppo la mano.

  • Hai ragione, scusa, è che quando divento curiosa dimentico anche le più elementari buone maniere.

Mi alzo anch’io e vado in cucina a prendere dei biscotti. Continuo la conversazione cercando di avere un tono più leggero, devo cercare di rabbonirla se voglio scoprire qualcosa.

  • Comunque mi sembra interessante quella donna, non trovi?
  • Te l’avevo detto che poi ti avrebbe coinvolto, lo sapevo perché succede a tutti così; la signora Grilli, ch’era andata da lei per sapere chi gli faceva appassire i fiori del balcone, dopo è tornata un sacco di altre volte, anche quando i fiori avevano ripreso vigore!

Mi sono accoccolata di nuovo sul divano, i biscotti con le gocce di cioccolato sono proprio quello che ci vuole per accompagnare il tea e Vanessa pare gradirli molto. Così io mi sento legittimata a tornare alla carica.

  • Tu quante ne conosci come lei?
  • Nessuna, ma credo che siano tutte uguali.
  • Da quel che ho visto in televisione, non mi sembra proprio.

Prima nota stonata, secondo passo falso. Vanessa s’irrigidisce e mi risponde secca.

  • Se fai un paragone del genere, allora vuol dire che non hai capito niente! Certo che ce n’è di differenza con quelle!

Lascio cadere l’argomento mentre inzuppo un altro biscotto nella mia tazza di tea. Meglio cambiare fronte altrimenti rischio un nuovo fallimento e la breccia aperta tornerà a chiudersi. Decido di metterla su un altro piano.

  • Penso che tornerò presto da lei.

Vanessa tace, spero proprio che non si chiuda in uno dei suoi soliti mutismi, però non voglio perdere quest’occasione per sapere come contattare la Cartomante.

  • Per chiederle qualcosa in più riguardo a Mauro.

Specifico per evitare il silenzio tra di noi e anche per non dare a Vanessa la soddisfazione di vedermi troppo sulle spine.

Vanessa mi squadra con un’occhiata indagatrice e un luccichio d’ironia sprizza dai suoi occhi color azzurro verde.  

  • Di cos’hai paura, che esca con un uomo?

Per fortuna questa volta il silenzio non c’entra per niente con il mutismo.

  • Quanto sei scema! Pensi che non si possa parlare d’altro che di corna con la Cartomante.
  • Al contrario, mia cara.
  • Allora sei d’accordo con me nel rivederla?

Vanessa torna di nuovo a irrigidirsi, non capisco cosa le vada storto in questa faccenda, dopotutto è stata lei a mandarmi dalla Cartomante.

  • Ascolta Avana, io mi rendo conto che a volte con queste persone si parte da una cazzata e poi non si riesce a smettere; è un po’ come un vizio, come fumare o giocare alle carte.
  • Allora che male c’è se lo faccio anch’io?

Vanessa guarda il soffitto in alto, come a voler chiamare a raccolta un’ispirazione.

  • Se tu hai un problema e vai da lei, non c’è niente di male; ma se tu vai da lei senza farle domande su problematiche concrete, allora sì, è un guaio!

Tutto qui il dilemma? Ci metto poco a risolverlo.

  • Io devo capire meglio, sia Mauro sia me stessa, quale argomento è più concreto di così!
  • Guarda che la Cartomante non è una psicanalista, puoi farle domande sui fatti, non cercare di sapere come sei fatta tu!
  • L’altra volta, mentre le parlavo della lettera e della telefonata, lei mi ha rivolto delle domande che non avevano niente a che fare con i fatti! E poi credi che non possa rispondermi?
  • Esatto, e sarebbe anche sbagliato chiederle certe cose. Non dovresti andare da lei con queste intenzioni.

Vanessa si alza dal divano e va a cercare un disco da mettere sullo stereo. Si sta infastidendo e spera che con la musica si possa chiudere il discorso.

Mi alzo per avvicinarmi e guidarla nella scelta dell’LP e apro il mobile che nasconde la mia collezione; alquanto scarsa devo ammettere.

  • Esagerata, cosa vuoi che siano delle domande, e poi non t’incazzare, sono io che ci voglio provare.
  • Se credi passarla liscia andando da lei a fare la cretina, sappi che ti sbagli!

Vanessa ha preso in mano l’ultimo album dei Queen e mi sembra una buona scelta. Così, mentre accendo lo stereo, la guardo dritto negli occhi cercando di sostenere al meglio la mia parte.

  • Perché secondo te è cretino voler conoscere se stessi?

Se pensavo di metterla a sedere con un’affermazione del genere ho proprio sbagliato tutto perché lei mi risponde secca.

  • È cretino andare dalla Cartomante per farlo!

A questa risposta però mi ero preparata, e so come contrattaccare.

  • E così adesso vorresti essere tu la scettica sulle capacità della Cartomante?

Vanessa contraccambia il mio sguardo duro e mentre la musica dei Queen ci accompagna in sottofondo, mi risponde acida.

  • Tu vai alla ricerca di risposte esistenziali e lei non te le può dare.
  • Che ne sai tu di quello che cerco io e di cosa può rispondere lei? Non fare tanto la preziosa per questa conoscenza che hai e cerca invece di prendermi un altro appuntamento.

Sto affondando il coltello senza rendermi conto del rischio che corro con Vanessa, ma quando il dubbio di essere sulla strada dell’esagerazione s’affaccia nella mia testa, ormai è troppo tardi.

Vanessa è tornata a sedersi sul divano, ha chiuso gli occhi per concentrarsi all’ascolto della musica, ma la sua risposta è dura e senza appello.

  • Scordatelo! Non ho nessuna intenzione di lasciarti tornare. Sapevo che avresti avuto molta curiosità, ma non immaginavo che sarebbe stata di questo tipo. Se vuoi tornare da lei, non sarò di certo io a incoraggiarti.

Sbranca gli occhi mentre si alza di scatto dal divano e prende la sua borsa per andare via; un movimento fulmineo che non mi lascia alcuna possibilità di fermarla. Tento con le suppliche.

  • Vanessa, ma dove vai? Non ti offendere, non scappare via, lasciami almeno il suo numero di telefono, Vanessa! 

Mi alzo rapidamente dal tappeto del salotto, dove mi ero accoccolata con la mia tazza di tea tra le mani. L’ingenua speranza di riuscire a convincere Vanessa a stare dalla mia parte è miseramente crollata.

Cerco di correrle dietro ma è difficile se voglio garantirmi quel minimo d’equilibrio per evitare alla tazza di rovesciarsi. Nonostante l’impegno per metterci il massimo della velocità, non riesco a raggiungerla e mentre pronuncia la sua lapidaria frase, Vanessa sparisce di colpo lasciandomi come un’ebete.

Sono sul pianerottolo davanti al mio portone d’ingresso, con la mano appoggiata allo stipite e la bocca aperta che vorrebbe far uscire un ultimo grido per richiamare Vanessa. Invece mi devo rassegnare alla realtà di averla persa e prima di farmi trovare in quest’atteggiamento scomposto da qualcuno dei condomini, torno al mio tea abbandonato sul tappeto.

Caspita che reazione violenta ha avuto!

Sono stupita che lei non creda a un mio diverso interesse nei confronti della Cartomante. Forse mi considera come una di quelle che ci va solo per conoscere il futuro o provocare del male agli altri.

Spero tanto che Vanessa sappia che m’interessano anche le cose meno superficiali. Certo che se lei mi vede come una cretina, come ha detto, è meglio che stia fuori da questa avventura.

Rimugino tra i pensieri cercando una ragione per il comportamento di Vanessa, il tea è finito e la tazza che mi rigiro tra le mani si è raffreddata; poi di colpo fisso il vuoto davanti a me, cioè, davanti a me ho il mobile dello stereo, comunque fa lo stesso, fisso un punto qualsiasi e mi dico: ma sì, affanculo anche Vanessa, e quello che pensa o non pensa di me.

CAPITOLO 6 – IL NUOVO FATTACCIO

Non ho voglia di fare niente, questa nuova condizione di dovermela cavare da sola per andare dalla Cartomante mi sta togliendo entusiasmo.

La faccenda s’è complicata ma poiché Vanessa se n’è andata con il culo tirato, sono costretta ad arrangiarmi. Fortunatamente ho memorizzato l’indirizzo quando siamo andate la prima volta e vedrò di farci una capatina per capire che numero telefonico cercare sull’elenco.

In questo momento mi sento come se fossi la nuova adepta di una setta religiosa, una persona infatuata di un’idea, di un credo o di un dio. Quelle persone che credendo di essere nel giusto vanno avanti nel cammino e compiono le azioni e le meditazioni per arrivare il più vicino possibile alla conoscenza.

Così continuo il mio percorso non comprendendo fino in fondo i perché, non sapendo dove sto andando, ma nell’assoluta certezza di essere sulla strada giusta.

Tornando dal lavoro a pausa pranzo sono passata davanti casa della Cartomante e ho tirato giù il nome sul campanello; una spulciata all’elenco telefonico e finalmente ho sotto mano il suo numero.

Sono trionfante per questo mio essere in gamba. Faccio una telefonata breve ed ecco che l’appuntamento per sabato è fissato. Due settimane esatte dopo la prima volta.

Adesso che ho tante cose per la testa il tempo passa in fretta e quando ci aggiungo qualche pensiero in più per non dar modo all’ansia di torturare il cervello, le ore diventano fragili attimi di niente.

Non capisco però perché mi succede che il momento di riflessione viene divorato dalla velocità con cui il pensiero percorre la sua logica, e passa in attimo; invece diventano eterni i cinque minuti che impiego a servire un cliente. Non riesco ad avere un media decente tra i due opposti.

Cerco di sfruttare al massimo i rari momenti in cui ho la possibilità di sintetizzare quello per cui mi devo organizzare e spendo le mie energie a elaborare gli argomenti da sottoporre alla Cartomante.

È molto importante che siano semplici e veritieri, credibili e non gonfiati; dovrò essere convinta di quello che le racconterò per darle l’impressione di vivere veramente ogni passo della mia trama.

In ogni caso dovrò far sì che le sue risposte mi aiutino di avvicinarmi il più possibile al suo segreto.

Questa volta l’attesa del sabato pomeriggio è meno smaniosa, so cosa m’aspetta e ho preparato la mia storia nei minimi dettagli.

Come due settimane fa per questo incontro avrò a disposizione quell’oretta prima della riapertura del negozio, ma se tutto filerà liscio e lei manterrà la puntualità dimostrata la prima volta, avrò anche qualche minuto per riflettere.

Ufficialmente ho preso appuntamento per farmi guarire da un ipotetico malocchio, in realtà rientro nello studio perché scoprire quale segreto nasconde questa donna. E anche Vanessa.

La Cartomante è una donna affabile, ispira fiducia e non è appariscente come quelle che si vedono in TV; si veste semplicemente e non indossa tanti ninnoli, il trucco non è volgare e le dona un aspetto di donna senza età, matura e dolce.

Questa definizione è così calzante che me la fa identificare come il condensato di tutte le figure buone che ognuno di noi si porta nel cuore.

Il suo modo di parlare, comprensivo e profondo, apre l’anima senza che nasca alcuna timidezza o ritrosia. Non sono in grado di realizzare appieno quello che sta facendo, ma il suo garbo e la sua discrezione mi portano ad accettare le sue verità come dei gradini che mi aiutano a salire verso la conoscenza.

Quando le chiedo chi mi può aver fatto il malocchio, spiegando le traversie che mi affliggono, cavalco l’ipotesi della presenza di qualcuno che mi vuole male; dopotutto non sono lontana dalla verità se penso alla lettera e alla telefonata.

La Cartomante ascolta attentamente, fa poche domande personali ed è molto interessata alla mia storia; lascia che mi sfoghi nel racconto che ho inventato con l’aggiunta delle esagerazioni preparate ad hoc per l’occasione.

Mi tranquillizza con un giro di carte spiegandomi che nessuno mi ha fatto il malocchio e che le mie negatività sono in gran parte legate al mio stato di agitazione.

In questo coglie nel segno azzeccando in pieno il mio stato emotivo, ma non è questo ciò che m’interessa.

Mentre l’ascolto sono incantata, le sue parole, i suoi gesti, i suoi movimenti, hanno un’armonia avvolgente cui non è facile sfuggire. Sono costretta a lasciarmi avvolgere dai suoi modi da incantatore di serpenti, ed esco dal colloquio imbambolata ma soddisfatta.

Con questa sensazione di leggerezza mi sento quasi rinascere e ho paura che l’appagamento possa esaurire lo slancio verso l’avventura della conoscenza. Che abbia ragione Vanessa a dire che bisogna limitare la curiosità?

Il pomeriggio al negozio trascorre in tranquillità, i clienti fluiscono in maniera ordinata e senza creare confusione; intorno a me sento un’atmosfera calma e rilassata e io mi godo la beatitudine dei momenti migliori.

I pensieri non s’affollano nella testa, l’attenzione per il lavoro non mi affatica e ho una cordialità nei confronti degli altri come non ricordo di aver mai avuto.

La sera, per cena, passo a prendere le polpette alla rosticceria vicino al mio negozio; con l’aggiunta di un po’ di verdure gratinate potrò mettere in tavola un pasto decente.

Guardo Mauro mentre inzuppa il pane nel sughetto delle polpette e mangia un boccone dietro l’altro senza respirare; so che questo è uno dei suoi piatti preferiti e, con il pane fresco a tirar su il sugo, è capace di farne fuori anche mezzo chilo!

Come se l’incanto del post seduta possa svanire come polvere di talco, adesso mi tornano in mente le frasi dette alla Cartomante. Il racconto della mia verosimile trama e tutti i particolari che le ho snocciolato come un’imbonitrice da fiera-mercato di paese.

Le ho raccontato persino dell’ex compagna di scuola di Mauro, che adesso è diventata una sua collega. Oddio! Quante altre stupidaggini della nostra vita privata le ho raccontato, e quante di queste sono vere, pseudo esatte, o completamente inventate?

La calma e la tranquillità che mi hanno accompagnato in queste ore svaniscono e ricordare i dettagli di quello che ho sciorinato durante la seduta fa crescere l’ansia. Con l’intenzione di convincere quella donna di quanto possa essere drammatica la mia situazione, ho di certo inventato esagerazioni di ogni tipo.

Per essere sincera questa constatazione non mi crea un grandissimo problema, ma l’inquietudine insorta per voler tornare dalla Cartomante si è ripresentata. E sta diventando angoscia mentre il vuoto provato in quei giorni ricompare facendo crollare la situazione alla stessa bramosia.

Mi rendo conto di aver fatto uno scalino verso l’alto, di aver superato un altro momento di conoscenza ma ora lo stesso scalino in alto, me ne fa vedere altri cinquanta che stanno sopra.

Pur avendo un giorno di riposo la domenica e averlo trascorso a spasso con Mauro, la mia condizione psicologica è tornata a essere frustrata. Sono di nuovo piena di domande senza risposta e già mi urge tornare da quella donna; mi ha stregata!

Sono assuefatta alla droga delle sue parole e dei suoi gesti, come una nuova adepta che ne ha bisogno per la comprensione di se stessa.

E così vedo l’immagine di me stessa con la veste bianca fino ai piedi, che guardo la luce dorata in fondo al sentiero, certa del cammino che ho di fronte, con il conforto dei tanti fratelli che mi aiuteranno a percorrere la strada. I fratelli sono le risposte della Cartomante, le sue rassicurazioni sono mani protese che mi aiutano e mi sostengono.

Sicuramente il cammino per raggiungere le mete che mi sono prefissata è lungo e faticoso, ma non posso lasciarmi ipnotizzare altrimenti non riesco a proseguire con la scoperta del segreto.

Lunedì è giorno di chiusura, come il solito dopo aver gironzolato senza scopo per casa, decido di uscire a fare una passeggiata. Devo analizzare l’ultima uscita per isolarne i contenuti per evitare l’errore, in futuro, di parlare solo di me stessa.

Cammino nei giardini del quartiere, quest’autunno tiepido aumenta il mio senso di malinconia; guardo una foglia che galleggia nell’aria, solitaria e leggera. Penso a quello che dovrei raccontare alla Cartomante, sempre che riesca a mantenere il controllo senza lasciarmi imbambolare, com’è accaduto ogni volta.

Avrei dovuto parlarle dell’uomo in grigio, farlo identificare con il personaggio dello stronzo fattucchiere che mi vuole male; invece, come un’oca, ho lasciato che lei individuasse una facile soluzione per il malocchio identificandolo con il mio stato d’animo alterato. Le ho dato modo d’impostare una verità senza riuscire a sottoporle nulla di ciò che io avevo ipotizzato.

L’intenzione di giocare al gatto col topo con le emozioni, le paure, le sensazioni per giocare con l’anima di me stessa, deve passare attraverso l’esame degli altri personaggi, non facendomi snudare dalla Cartomante!

Che stupida sono, vorrei fare di tutto un gioco o una commedia, ed è già la seconda volta che mi faccio fregare alla prova generale.

La passeggiata è servita a schiarirmi le idee, torno a casa alleggerita e senza il peso della preoccupazione su come affrontare la Cartomante. Dovrò studiare un altro espediente per farmi ricevere, ma di questo non m’assillo, la fantasia non mi manca.

Prima di fare rientro a casa passo in videoteca, questa sera Mauro tornerà tardi, e sarà così per il resto della settimana perché deve fare il turno serale. Così decido di organizzare il dopocena guardando con dei film in videocassetta, per non addormentarmi prima che lui rientri.

Mercoledì sera, comodamente sdraiata sul divano, con i piedi puzzolenti di un giorno di fatica che possono stare all’aria senza la preoccupazione d’infastidire qualcuno, mi godo una commedia americana.

Adoro questa tranquillità perché alle volte seguire certi film con Mauro che fa i suoi commenti sciocchi, è un vero tormento.

All’improvviso suona il telefono. Chi mai potrebbe essere a quest’ora? A volte Vanessa mi chiama tardi nella notte, ma da quando mi ha voltato le spalle incazzatissima, non l’ho più sentita. Alzo la cornetta titubante e l’appoggio all’orecchio.

  • Pronto?

Sento la mia voce dire quella parola nel microfono, ma non sono sicura di essere stata io a pronunciarla.

  • Prooontooo, soono iooo, mi riconoosciiii?

Oddio no, la stessa voce! Il cuore va a mille, chi cazzo sarà questo stronzo? Per una frazione di secondo resto con la cornetta attaccata all’orecchio, poi sbatto giù il ricevitore con violenza rabbiosa.

Torno sul divano, il film è andato avanti, non ho avuto la prontezza di fermarlo; però non riesco a seguirne la trama, allora mando indietro il nastro per vedere di recuperare il senso di quello che sta succedendo.

La testa è altrove e devo cercare di calmarmi se voglio far passare questo momento di smarrimento, solo così l’episodio si ridurrà alla sua essenza di ridicolo.

Bevo un liquore, tanto per dare un po’ di leggerezza ai pensieri. Certo che ci vuole un bel coraggio a insistere con le telefonate, e questa tenacia mi sconvolge. Comunque sono contenta di non essere rimasta come un’ebete ad ascoltare, se comincio a chiudergli il telefono in faccia, sono certa che smetterà di chiamare.

Lentamente mi tranquillizzo, riprendo a guardare il film, che finalmente mi distrae, e quando arriva Mauro, la mia calma ha raggiunto un livello accettabile.

Non gli racconto nulla della telefonata, ha lavorato ed è stanco per cui non è il caso di assillarlo con certe stronzate. Ce ne andiamo a letto dopo una tazza di tea e un po’ di biscotti.

Il giorno dopo rifletto su quello che è successo e mi rendo conto che il ripetersi della telefonata è uno spunto legittimo per tornare dalla Cartomante senza dover inventare argomenti fantasiosi.

È la possibilità giusta d’insistere con il motivo delle corna e in questo modo riuscirò ad approfondire anche gli argomenti delle sedute precedenti.

Dovrò limitarmi a raccontare i fatti reali e ripresentare i miei interrogativi: se negherà che Mauro ha un’amante dovrà comunque ammettere che c’è qualcuno che rompe i coglioni!

O di qua o di là dovrà pur cadere e questo sarà il motivo che giustificherà la ripresa del rapporto con la Cartomante.

Fissare un nuovo appuntamento è un gioco da ragazzi ora che ho fatto diventare una consuetudine ciò che, fino a un mese fa, ritenevo addirittura improponibile.

È di nuovo stabilito per sabato pomeriggio quindi ci vorranno solo ventiquattrore prima di tornare dalla Cartomante. Varrà la pena di soffrire fino a quel momento perché finalmente mi libererò del dubbio sui fatti che riguardano me e Mauro.

CAPITOLO 7 – LA SEDUTA

Il sabato arriva dopo lunghe ore di attesa che hanno dilatato il tempo lasciando un segno profondo sul mio stato d’ansia. È un periodo d’incertezze e di dubbi che fatico a gestire dunque arrivare a quest’appuntamento è una sorta liberazione.

La giornata è uggiosa, una leggera pioggerellina di nebbia scende dai tetti per diventare goccia di bagnato appena arriva a terra o sopra ai miei vestiti. Ho lasciato volutamente l’ombrello a casa, è sufficiente un buon impermeabile con tanto di cappuccio per ripararmi da questa fastidiosa umidità.

Devo ammetterlo, quando il valore igrometrico sale oltre una certa quota, io comincio a cigolare; nel senso che le mie giunture, le mie ossa, lamentano la mancanza di lubrificazione oliante del sangue che scorre.

Come mi è venuta in mente questa, non lo so! Comunque la camminata mi aiuta perché in questi casi permette al sangue di ossigenarsi, e quindi migliora il mio stato generale.

La signora distinta viene ad aprirmi al portone e dopo che sono entrata togliendo il cappuccio, mi riconosce al primo sguardo e con un cenno mi fa accomodare nel salottino.

Gli occhi girano nelle orbite a destra e a sinistra senza che il cervello sappia quello che stanno facendo; sbirciano il davanzale della finestra, ma non raccolgono nulla, e si orientano verso altri spazi, un attimo prima di tornare sul davanzale.

Il cervello si attiva e capisce che la ricerca è finalizzata a ritrovare la melassa ma, proprio mentre capisco il motivo di quell’ispezione visiva, la porta si apre: ecco, è venuto il mio turno, penso. Invece no, entra la signora distinta che viene a sedersi accanto a me. Ha intuito la mia agitazione e vede che mi guardo attorno come a cercare qualcosa.

  • Sta guardando se trova qualcosa di diverso?

Mi chiede lentamente come se sapesse già quello che cerco.

  • Sì, no, cioè veramente stavo cercando di capire dov’è il contenitore che stava sul davanzale, quello che conteneva una specie di melassa.

La signora scoppia a ridere quasi avessi raccontato la barzelletta più spassosa che abbia mai sentito; io comincio di nuovo a vergognarmi della mia ignoranza.

  • Qui non abbiamo mai avuto la melassa – mi spiega lei non appena si è ripresa e ricomposta dalla risata – forse lei intendeva quel vaso con le erbe in evaporazione?
  • Proprio quello – dico riprendendo fiducia in me stessa – scusi sa se l’ho definito in malo modo, non me ne intendo di certe alchimie – la fiducia è cresciuta troppo – a cosa serve?

Ecco, il passaggio dalla vergogna alla sfrontatezza che mi porta a fare figuracce è un passo breve, e io lo percorro sempre troppo in fretta.

La signora distinta mi guarda torvo e con occhio indagatore. Sicuramente chiunque frequenti quel posto sa cosa sia e a cosa serva quella specie di melassa (non riesco a definirla in altro modo).

Comunque sia, per l’ennesima volta nella mia vita, non ho tempo di rimediare alla gaffe. Invece di rispondere la signora si alza e mi accompagna alla porta dello studio. Anche questo secondo appuntamento senza Vanessa è cominciato male!

Quando siedo di fronte alla Cartomante inizio il mio discorso impostandolo con ordine, senza fare confusione in modo che non abbia la possibilità di rigirare la frittata come vuole lei.

Studio le risposte con attenzione, cerco di individuare le radici dei suoi ragionamenti, ma dopo un inizio incoraggiante, mi lascio andare al suo cantilenare e non capisco più niente.

Le parole escono dalla sua bocca come un mantra, come una preghiera orientale che avvolge ogni cosa e rilassa al punto di non essere più coscienti del proprio essere.

Come al solito esco dalla seduta soddisfattissima, la mia sete interiore è acquietata e mi sento in uno stato di rilassatezza completo.

Ciononostante ho la certezza di non aver capito un cazzo di niente, né del perché della mia voglia di conoscenza, né di come devo comportarmi per riuscire a continuare con la mia trama.

Ecco che le prime avvisaglie dell’angoscia post-seduta stanno per arrivare e io, come una tossicodipendente qualsiasi, godo del mio stato di beatitudine mentre so già che tra poco arriverà il dolore da astinenza.

Com’è possibile che, pur non ricevendo alcuna risposta certa su quello che mi sta accadendo, né alcun chiarimento sui miei dubbi, io sia qui a bearmi di una pace interiore che non ha senso?

La strada, la via, i marciapiedi, le case, il paesaggio, tutto scorre al di fuori di me, mentre il cervello si spreme per cercare di concentrarsi su ogni minuto passato nello studio.

Ogni domanda che ho fatto può aiutare per capire da che parte siamo andate, ogni risposta può celare una parte del segreto; solo seguendole, passo dopo passo, ho una minima speranza di capirci qualcosa.

Il lavoro di ricostruzione porta alla luce una realtà orribile e una piccola lampadina s’è accesa nel pensiero: la Cartomante mi ha dato le stesse identiche risposte dell’altra volta!

Non posso crederci! E io sono rimasta come una deficiente a beccarmi una replica bella e buona!

Non mi sembra possibile, e allora ripasso l’iter della seduta per essere sicura di quello che ho scoperto; non vorrei essere arrivata a delle conclusioni affrettate.

Desidererei sbagliarmi, vorrei poter pensare di aver preso un abbaglio, ma più ripenso alle sequenze di quello che ho vissuto, e più ci vedo l’imbroglio.

La Cartomante dovrebbe avere un registratore con una cassetta incisa che a un certo punto della seduta si mette in moto e ripete la stessa cantilena uguale per tutte le persone.

La fantasia inizia a galoppare: e se la melassa nascondesse un microfono che intercetta quello che la gente si dice in salotto? Sarebbe un metodo che le permetterebbe conoscere quale balla raccontare durante la seduta.

Questa spiegazione chiarirebbe anche lo sguardo di fuoco della signora distinta. Con ogni probabilità s’è sentita scoperta e la mia domanda sulla melassa ha messo il dito sulla piaga; altroché erbe in evaporazione e risate grasse sui miei dubbi!

A questo punto l’enigma sulla melassa è diventato il nodo cruciale per la scoperta del suo segreto, che poi non è più tale. Adesso è diventato un mistero che sicuramente nasconde la truffa.

Cosa ne sa Vanessa di tutta questa storia? Potrebbe essere d’accordo con la Cartomante, e questo spiega come mai fosse stata così certa che sarebbe riuscita sicuramente risolvere la faccenda; per forza, lei le raccontava tutto!

Ecco perché s’è incazzata quando le ho detto che volevo tornarci, perché temeva che avessi scoperto la truffa, altroché sentirsi offesa per la mia voglia di esoterismo.

Potrebbe darsi che Vanessa prenda anche una parte dei soldi, e così va a finire che sono capitata in un’organizzazione di quelle coi fiocchi.

Le supposizioni si moltiplicano in maniera esponenziale, i dubbi e i sospetti si ammucchiano uno sull’altro finché la confusione diventa totale e nel suo crescere fa lievitare la certezza di essere caduta in una trappola di approfittatori.

Una vocina s’insinua nella coscienza, cercando di alzare il tono per farsi sentire: stai esagerando, mi dice, esasperi la situazione; ma io non le do retta, adesso devo dissolvere il dubbio dell’imbroglio che questa seduta ha fatto nascere e non ci sono ostacoli che possono impedirmelo.

Percepisco una nota stonata in tutta questa faccenda, e questa è una sensazione certa; tuttavia non riesco a capacitarmi di come possa essermi successo un fatto del genere.

Sono una persona abbastanza disillusa per restare affascinata e irretita da una Cartomante, per cui come possa essere successo già al primo incontro, non riesco a spiegarmelo. Il rilassamento, poi, quella sensazione di pace e soddisfazione, come ha fatto a trasmetterle, con le droghe?

In qualunque maniera la giro credo di esagerare, di correre troppo in fretta alle conclusioni e di metterci troppa fantasia. D’altro canto sento qualcosa di stonato in quello che è successo, e non capisco se è dentro o fuori di me.

Il cervello fa girare i pensieri vorticosamente e nel tragitto di strada a piedi, le congetture si creano e si distruggono con la velocità dei mulinelli. Quando arrivo al negozio, devo sforzarmi di nascondere dubbi e pensieri in un angolo della mente se voglio servire i clienti.

Forse li ritirerò fuori questa sera per discutere con Mauro e mettermi a confronto con lui. Parlarne sarà come fare un riassunto e chissà che non riesca a tirare fuori qualche ragno di conclusione.

Mentre si avvicina l’orario di chiusura e il lavoro cala d’intensità, nella mente si riaffacciano i dubbi e le supposizioni che avevo lasciato da parte dopo la seduta con la Cartomante. Purtroppo arriva una cliente che mi tiene mezz’ora a chiacchierare delle lane per fare le copertine alle sue future nipotine.

Sono costretta ad accantonare le riflessioni per dare retta a questa signora che, oltretutto, mi fa chiudere in ritardo. Per accrescere il mio nervosismo ci si mette anche la serranda della vetrina che non vuole saperne di chiudersi; in giro a quest’ora non c’è ombra di anima viva che possa aiutarmi e devo arrangiarmi da sola.

Dopo innumerevoli tentativi d’arrampicata e duecento strappi alla mia povera schiena, con l’aiuto di un bastone riesco a farla scendere e corro veloce verso casa per mettere la cena in forno.

Poso le chiavi sulla credenza e butto la giacca sulla spalliera del divano ma quando entro in cucina mi ricordo che questa mattina non ho tolto l’arrosto dal freezer. Devo sforzare la fantasia per trovare un’altra scelta.

Fortunatamente ho sempre qualche soluzione d’emergenza, come uova e patate fritte, e la cena è salva.

Quello che se ne va letteralmente in fumo, invece, è il discorso che avrei voluto fare con Mauro, perché devo perdere tempo in cucina quando sarei potuta tranquillamente stare in salotto a chiacchierare con lui.

Essere impegnata in qualche faccenda e avere un’occupazione fisica mi distrae, e ha spostato la mia attenzione su cose concrete. L’atmosfera di calma casalinga contribuisce a rilassarmi e a farmi perdere l’interesse verso il problema Cartomante. La voglia di confidarmi con Mauro, sempre che fosse stata la cosa giusta da fare, a questo punto svanisce insieme alla rabbia contro Vanessa.

È stata una giornata pesante che mi ha sfinito fisicamente e con la stanchezza che ho addosso non è proprio il caso di affrontare un argomento così delicato.

Sarebbe una forzatura senza senso iniziare una discussione stasera quando domani, che è domenica, avremo tutto il giorno a disposizione per parlarne con calma.

La decisione di dormirci una notte sopra si rivela alquanto saggia dato che, appena mi sdraio nel letto, crollo nel sonno ristoratore.

La macchina sta affondando nel canale … slaccio la cintura di sicurezza … cerco di rompere il finestrino, ma non ci riesco … l’auto sprofonda sempre di più … scompare il profilo delle case … il panico mi soffoca il respiro … devo rassegnarmi a morire … l’angoscia della morte imminente divora gli ultimi residui d’istinto di sopravvivenza … ho perso ogni speranza …

Mi sveglio di soprassalto scalciando le coperte; è stato uno stronzo di sogno! Ho avuto un incubo! Dio che sollievo scoprire di essere nel mio letto. Guardo Mauro che dorme sull’altra metà del letto, il cuore mi batte a mille l’ora, mi sono spaventata tantissimo, è stato un sogno molto sentito e vero!

Scendo dal letto per andare a bere un bicchiere d’acqua; accendo tutte le luci, da quella sul comodino a quella del corridoio e quando arrivo in cucina, oltre al neon dei fornelli, accendo anche il lampadario grande.

La tachicardia del risveglio, improvviso e spaventato, non accenna a diminuire e credo sia meglio svegliare Mauro per confidargli il mio patema.

Capisco perfettamente quale ansia ha provocato un incubo del genere e so qual è il rimedio giusto per farlo sparire dai miei sogni: parlarne con Mauro. È l’unico modo per liberarmi di ogni peso.

Il problema è che chi subisce l’interruzione del sonno profondo difficilmente accetta le ragioni di chi gliel’ha propinato e di conseguenza non comprende quello che gli sto dicendo. Mauro c’impiega mezz’ora e due tazze di caffè.

Il tempo è più che sufficiente per riuscire a raccontargli le cose dall’inizio, con ordine e con la calma necessaria a una buona esposizione. E in questo modo anche la tachicardia mette giudizio e il brutto sogno viene relegato in un angolo della mente.

  • Capisci, Mauro, quella donna mi ha inculato centomila lire per ripetermi sempre la stessa tiritera!
  • Stupida tu che ci sei tornata! Dopotutto Vanessa ti aveva detto di lasciar perdere.

Dunque Mauro la pensa come la mia amica e, logicamente, imputa a me la responsabilità di essermi lasciata fregare. Non posso dare torto a nessuno dei due, anche perché con loro non sono stata sincera fino in fondo.

A entrambi non ho rivelato il turbamento provocato da quelle sedute e neppure il senso di soddisfazione interiore che ho provato nel parlare con la Cartomante. Come si può spiegare un sentimento che non si conosce neppure?

Per di più Vanessa mi ha quasi mangiato la faccia quando le ho detto che la Cartomante nasconde un segreto; no, con loro devo mantenere i fatti su un piano concreto, altrimenti mi danno della pazza e basta.

  • Hai ragione, non sarei dovuta tornare, ma dopo la telefonata dell’altra sera non potevo far finta di niente.
  • Quale telefonata?
  • Scusa, non te l’ho detto? La settimana in cui lavoravi il turno di notte, ho ricevuto una telefonata dalla stessa persona della prima volta, una voce melliflua e orribile, devo ammettere. Ah ma questo giro non mi sono lasciata imbambolare e dopo due parole ho sbattuto giù la cornetta.

Mauro mi guarda con un sorriso di compiacimento.

  • Hai fatto bene, brava, sono tutte cazzate e la gente deve smettere di rompere i maroni.
  • Anche la Cartomante ha detto che ho fatto bene così, anzi, ha detto che ho trovato la via delle sotto enfatizzazioni, ma non ho capito bene cosa intendesse dire.
  • Scusa Avana, ma allora ti ha detto qualcosa di diverso, non ti ha ripetuto la stessa litania di quando sei andata la settimana scorsa, perché ancora non conosceva l’episodio della seconda telefonata.

Giusto! Mauro ha perfettamente ragione. Anzi, questa storia della sotto enfatizzazione è sicuramente da approfondire. Sapevo che parlarne con lui avrebbe avuto degli sviluppi stupefacenti, ma il risultato di stanotte va oltre ogni attesa.

Credevo di essere stata vittima di approfittatori, invece scopro di avere nuove strade da percorrere nella conoscenza. Lo abbraccio di slancio e lo bacio.

  • Grazie, Mauro, mi hai fatto capire un sacco di cose. Grazie, grazie, grazie.

Mentre lo dico stampo tre baci sul suo viso, uno per ogni guancia e uno in fronte.

  • Ok, va bene, adesso che la tua nuvola di fumo di amiche traditrici e imbroglione da quattro soldi si è dissolta, possiamo tornare a letto?

Eccome no, gli rispondo trascinandolo di nuovo in camera. Con questi nuovi motivi per tornare dalla Cartomante la testa con i suoi pensieri è già partita a ragionare sui nuovi argomenti da sottoporre. E il fervore dell’adepta torna a bruciare dentro di me.

CAPITOLO 8 – LA CONTINUITÀ

Ho cominciato una serie di sedute e il sabato pomeriggio è diventato un appuntamento fisso. Dopo aver dissipato i dubbi su imbrogli e raggiri non mi preoccupo più nemmeno della melassa, o qualunque cosa sia.

Paragono questi incontri a delle sedute meditative per quanto mi distendono e mi rilassano. Forse potrei provare con i massaggi e a trascorrere qualche pomeriggio al centro benessere per avere gli stessi risultati, ma spenderei più e allora tanto vale continuare con la Cartomante. Ottengo lo stesso risultato e sono convinta che se potessi sottoscriverei con lei un abbonamento a vita.

Dopo essermi schiarita le idee con Mauro, ho pensato di sottoporre alla Cartomante l’analisi dell’incubo avuto quella notte; chissà come collegherà il sogno alla mia agitazione interiore. Riuscirà a capire che ho dubitato della sua buona fede, una volta che glielo avrò raccontato?

Poi ho deciso che forse è meglio non dirle niente, è meglio mascherare il mio stato d’animo e parlare di argomenti meno personali. Se dovesse anche solo lontanamente immaginare quello che ho pensato di lei e di Vanessa, sarebbe la fine!

Potrei raccontarle l’incubo con toni smorzati, come se fosse stato tranquillo, magari lo analizza senza comprendere fino in fondo da dove provenga nel mio sentimento.

Sarebbe un racconto assurdo, chi resta tranquillo in un sogno in cui sta affogando!

Meglio scartare l’analisi dell’incubo.

Nel cercare delle buone idee che possano aiutarmi nell’ottenere la spiegazione delle sotto enfatizzazioni, la matassa si complica e mentre cerco di sbrogliarla nuovi motivi di ricerca vengono a galla prima di aver messo a posto le risposte ricevute.

L’ideale è continuare con il mio filo conduttore che possa disegnare una trama automatica da seguire; ma non è facile.

La Cartomante è reticente a parlare degli altri e a valutare i personaggi che io le sottopongo; lei tende a distaccare la causa dei miei problemi dai soggetti che potrebbero provocarla e m‘impone delle soluzioni personali.

Per come lei dipinge il quadro della situazione sembra che quello che accade attorno a me sia una proiezione delle mie paure e delle mie ansie.

Io cerco di non insistere troppo con la mia versione dei fatti perché, come mi capita con Vanessa, potrei scontrarmi con la sua sensibilità e ne ho il terrore. Però le telefonate le ho ricevute davvero, e qualcuno le ha fatte, per cui dei soggetti reali esistono.

Allora perché devo accettare i suoi consigli di positività e rivolgermi fiduciosa verso gli altri, se poi loro si comportano da stronzi?

Non ho strumenti per darmi una risposta e non posso rivolgere questa domanda direttamente alla Cartomante; quindi non mi resta che scoprire cosa succede continuando a prendere spunto da quello che accade attorno a me.

Devo spogliare ogni avvenimento utile a portare avanti la trama di qualsiasi riferimento personale, e ingigantirlo a sufficienza per creare il problema.

Scateno la fantasia per elaborare situazioni e personaggi che possono identificarsi nella realtà: invento una vicina spiona che potrebbe essere l’amante di Mauro, ipotizzo un collega geloso che crea ansia sul lavoro, e così via.

Avanti di questo passo faccio scorrere le immagini della mia quotidianità arricchendola di mille sfaccettature; in questo modo scopro come vanno gestiti i rapporti con i vicini o aiuto Mauro a evitare lo stress legato all’impiego in fabbrica.

Dopo dieci sedute sono riuscita a parlare dei più svariati problemi, dai litigi con Mauro, alla paura di non avere figli, dall’odio per la suocera all’incompatibilità con la religione, dal panico delle vertigini all’amore per gli animali e il rispetto per l’amicizia.

In un’occasione ho rischiato di fare la figura dell’imbrogliona e lei è stata sul punto di scoprire i miei falsi arricchimenti.

È successo quando le ho raccontato di quella volta che Vanessa si era arrabbiata con il vicino per l’avvelenamento del gatto. Avevo insistito troppo sul sospetto che fosse lui l’autore della telefonata e della lettera anonima, tanto per collegare la mia amica ai miei dilemmi.

Ma la Cartomante conosce bene Vanessa e dovevo immaginare che se quella faccenda avesse avuto a che fare con il mio scocciatore misterioso, sarebbe stata proprio Vanessa a dirglielo, già dalla prima seduta.

La Cartomante stava per dirmi che la mia era una bugia bella e buona, ma in quel momento il mio angolo di salvataggio m’è venuto incontro offrendomi una frottola di scorta. Correndo precipitosamente ai ripari le ho detto che Vanessa aveva paragonato il mio uomo in grigio al suo vicino e questo era stato sufficiente affinché lo identificassi con la stessa persona.

Naturalmente questo era vero e, nonostante i tempi dell’accaduto non combaciassero perfettamente, il conto tra bugia e verità, e tra me e la Cartomante, tornava in parità.

In quest’undicesimo appuntamento al villino rosa, nome che ho dato alla casa della Cartomante, mi sento quasi svuotata, a corto d’idee.

La signora distinta, della quale non conosco ancora il nome, s’accorge del mio particolare stato d’agitazione. Dopo avermi fatto accomodare nel salottino, si siede con me e mi tiene compagnia in attesa del mio turno.

La mia abilità nel fare conversazione mi aiuta a trovare gli argomenti giusti e la chiacchierata è molto piacevole. Mentre parliamo, l’occhio mi cade su una coppia di candelabri d’argento che stanno sotto lo specchio del corridoio.

Non li avevo mai notati prima e faccio i miei complimenti per quando sono belli. La signora sorride affabile, poi mi racconta un aneddoto che li riguarda.

  • Lo sa che proprio a causa di quei candelabri abbiamo cominciato a far uscire i clienti da un’altra porta? Una sera era stato qui un ragazzo, molto giovane e inesperto, sua madre l’aveva costretto a venire per farsi togliere il malocchio. Era rimasto incantato ad ascoltare la Cartomante, poi all’uscita, aveva preso con sé i candelabri approfittando della confusione delle persone che stavano ancora aspettando qui in salotto. Quando più tardi mi accorsi del furto, non ebbi neppure il tempo di dirlo alla Cartomante, il ragazzo era già tornato con i candelabri in mano; li appoggiò al loro posto senza dire una parola e se ne andò con un’espressione inebetita sul viso. Quando lo raccontai alla Cartomante, non si stupì del ritorno sonnambulico del ragazzo, lei sa bene che chiunque tenti di comportarsi male nei suoi confronti, difficilmente la fa franca. Ad ogni modo da quel giorno abbiamo deciso di far uscire le persone sul retro, per evitare tentazioni. – la signora fa un sospiro, giusto il tempo di alzare gli occhi, per poi esclamare – ah, è arrivato il suo turno, può entrare.

Il suo racconto ha fatto in tempo a gelarmi le ossa, se questa donna è in grado di ipnotizzare la gente a distanza, di soggiogare le persone al punto da farle tornare sui loro passi, quanto durerò io con le mie storielle da quattro soldi? Quanto tempo avrò a disposizione prima che si accorga della mia falsità?

Al solito sono tutti i dilemmi senza una logica che distraggono i pensieri, e il discorso minimo che mi sono preparata, svanisce in un batter d’occhio. Poi però c’è sempre il mio caro vecchio angolo di salvataggio, che offre alla mia coscienza e al mio intelletto l’ancora di giustificazione. Allora mi dico: dopotutto io questa signora Cartomante la pago, dunque che problemi si deve porre se le racconto cose parzialmente vere?

Entro nello studio titubante, ansante per l’agitazione che mi ha assalito, ma decisa a concentrarmi per ottenere il solito colloquio, quello che mi fa uscire con le stesse sensazioni di soddisfazione e d’appagamento. Ormai queste sedute sono diventate come le medicine, anche se le prendo di traverso, mi fanno il loro effetto comunque.

Torno in negozio leggermente frastornata, e mi faccio i complimenti per come sono riuscita a cavarmela nonostante la paura iniziale. L’idea che la Cartomante possa essere in grado d’influenzare le persone al punto da fargli compiere gesti contro la loro volontà mi ha spaventato. Invece il colloquio è filato via liscio come sempre e io avrò ancora altre occasioni per avvicinarmi al suo segreto.  

La dodicesima seduta ha luogo in autunno inoltrato; tutti i problemi che ho sottoposto alla Cartomante hanno trovato le loro brillanti risposte e mi hanno permesso una crescita interiore di valore esponenziale.

Sono diventata più sicura di me stessa, più partecipe di quello che vivo e tutto questo mi dà la misura di una certa realizzazione personale. L’importante non sta tanto nella natura dell’impegno, ma in come lo faccio. Non perdo tempo a cercare di avere tante occupazioni per riempirmi la vita, vivo con maggiore intensità e traggo il massimo della sua essenza in ogni attimo che vivo.

Nonostante questa consapevolezza, ho paura di non dare la giusta concretezza ai suoi consigli e di applicarli automaticamente. Forse mi sono legata troppo alle sue risposte abusando della quantità delle sedute. E ora ho una dipendenza che non mi permette di elaborare autonomamente.

È la nuova conoscenza a darmi gli strumenti per affrontare i problemi della vita oppure ho trovato delle soluzioni ottimali prestabilite, delle quali però non sarò mai cosciente e padrona fino in fondo?

Nel mese di dicembre il lavoro al negozio e l’avvicinarsi delle festività natalizie mi occupano a tempo pieno e il sabato dalla Cartomante è rimandato all’anno nuovo. È l’occasione buona per metabolizzare al meglio tutto quello che ho imparato.

La quotidianità m’impegna moltissimo e quindi, non potendo andare ai soliti appuntamenti, cerco di confrontarmi nella realtà e di applicare le nuove capacità nelle diverse situazioni che vivo.

Naturalmente il pensiero delle corna di Mauro, o le perplessità sulla vera identità dell’uomo in grigio, sono ormai questioni superate.

Nelle dodici volte che sono andata da lei ho affrontato tutte le angosce e le ansie che potrebbero torturare una persona come me, legando gli argomenti alla falsa storia del tradimento.

Adesso ho un bagaglio di conoscenza che mi permette di affrontare la quotidianità con molta più energia e spirito d’intraprendenza e sono più aperta verso i contatti umani.

Invece in un angolino del cervello il dubbio sul segreto della Cartomante resta ancora intatto, seppur sgonfio per la mancanza di urgenza. La voglia di scoprirlo per il momento non è ancora diventata una necessità.  

Un giorno, poco prima di Natale, passa in negozio la mia amica Paola. Ci conosciamo da una vita, abbiamo addirittura frequentato le scuole assieme, ma non è il tipo di persona la cui compagnia suscita un grandi emozioni.

È una persona scialba, ecco cosa me la rende fastidiosa. Naturalmente non m’azzarderei mai a dirglielo in faccia, e giustifico questa mancanza di sincerità nei suoi confronti con il fatto che è una cliente, per cui non va mai contraddetta.

Al contrario di ciò che penso io, lei si ritiene una persona speciale, di quelle che vivono alla grande. Non ho niente da obiettare, ma il mio modo di vedere l’importanza nelle cose della vita, è alquanto diverso.

Comunque sia quando capita nel negozio cerco di essere gentile e cordiale. Durante il periodo di confronto con la Cartomante, poi, ho maturato un certo senso dell’empatia anche nei confronti di persone che, tempo fa, avrei sicuramente mandato affanculo.

Paola passa da me di ritorno dallo shopping natalizio e mi mostra tutti i regali che aveva comprato per familiari e amici. Sono già diverse settimane che non vado dalla Cartomante e il ricordo delle sedute sta sbiadendo sotto i ritmi delle cose da fare.

Tuttavia quando la mia amica tira fuori delle candele profumate appena acquistate per sua cognata, il ricordo del contenitore di melassa torna nitido ad allargare la domanda insoddisfatta riguardo al suo utilizzo.

Dentro il cervello il desiderio di trovare delle risposte sulle questioni rimaste irrisolte sale fino a diventare bruciante. Per quel che riguarda me stessa sono riuscita a raggiungere la soddisfazione delle mie curiosità, ma per ciò che riguarda a Cartomante, il suo segreto e la melassa, sono ancora al punto di partenza.

CAPITOLO 9 – LA CACCIATA

L’anno nuovo è arrivato, il millenovecento ottantatré è rimasto alle spalle e ora provo ad affrontare, gaudente, questo millenovecento ottantaquattro che, nonostante sia bisestile, spero proprio che porti tante cose belle.

C’è pure il detto: anno bisesto, chi distrugge e chi rimette in sesto; io spero di essere nella seconda categoria!

Non che l’anno scorso abbia avuto dei dissesti notevoli, ma con la nuova consapevolezza acquisita con le sedute dalla Cartomante, sento di avere una marcia in più per affrontare la vita.

Perciò mi auguro che questo serva per gioire di cose belle, piuttosto che essere un’arma per affrontare dei dissesti!

La mia sete di conoscere certi aspetti dell’animo umano è stata soddisfatta e non solo mi ha rinforzato interiormente, ma mi ha anche dato degli strumenti per gestire certe situazioni. Adesso vorrei cercare di conoscere, è il metodo che usa la Cartomante per raggiungere questa capacità di lettura.

Ora che ho sviscerato ogni argomento utile da trattare con lei, mi assale una certa ansia di non essere in grado di trovare altre giustificazioni per tornare da lei.

Tuttavia se voglio andare avanti alla ricerca della verità sul suo segreto, non posso fermarmi al primo ostacolo e farmi venire certi patemi.

Devo trovare il coraggio di affrontarla a viso aperto e se dovesse venir fuori il vero motivo che mi porta ad andare da lei, pazienza; vorrà dire che da quel momento in poi cercherò di essere sincera.

Quando chiamo per prendere l’appuntamento, la signora distinta non mi riconosce e prende nota dei miei motivi come se fosse la prima volta; misteri da Cartomanti e collaboratrici!

Un sabato di metà gennaio, quando è trascorso più di un mese dall’ultima volta e l’inverno è già entrato nei suoi giorni più freddi, torno nei pressi del solito villino.

La stessa aria che si respira nel quartiere mi accoglie fin dai primi passi nella via delle Cartomante. Dovrei essere tranquilla per via della conoscenza di tutto questo, invece sono tesa come se fosse la prima volta che mi reco da lei.

Sì, è vero, dovrò cambiare le vesti del rapporto che ho con lei e tentare di allargare lo scenario, ma questo non deve crearmi una difficoltà. Devo riuscire a gestire questa situazione d’ansia, e per farlo al meglio ripasso mentalmente i vari passaggi rifinendo i particolari sui quali dovrò calcare la mano.

Seduta sul divanetto del salotto, tento di rilassarmi in attesa del mio turno, ma improvvisamente mi trovo nel vuoto assoluto.

Ho gli occhi posati sul vaso di melassa, messo sul tavolino proprio di fronte a me e i pensieri si distraggono pensando al suo utilizzo.

In un batter d’occhio i ragionamenti costruiti con diligenza per trovare un filo conduttore, precipitano nel niente, e il castello di carte crolla miserabilmente. Non ricordo più nulla!

Se è la soggezione, l’effetto che si desidera ottenere con l’esposizione di quella melassa, con me ci riescono in pieno! Vedo il bianco dei pensieri e non riesco a ritrovare alcun colore di memoria.

Fortunatamente non è ancora il mio turno e se mi concentro, se riesco a riprendermi prima di dovermi alzare dal divano, forse ce la faccio, basta distogliere gli occhi dalla melassa, restare calma, riflettere, ragionare, non farmi prendere dal panico.

Uno, due e tre, ricomincio dall’inizio; prima devo dire … allora … mi tremano le gambe, ma non devo distrarmi. Cerco di riflettere, ma è una parola!

Ogni cosa svia dalla retta e la testa non pensa. Chissà, forse dovrei fare le analisi del sangue per capire se ho qualche mancanza vitaminica. Certo che è proprio strano quello che mi sta passando per la mente. È assurdo credere di essere malata, solo perché faccio fatica a concentrarmi e non ricordo da che parte volevo cominciare.

In questo momento è difficile focalizzare il punto verso cui avevo intenzione di dirigermi, perciò è impossibile che io riesca a ritrovare il bandolo del principio da dove cominciare.

Nulla di niente mi viene incontro, ma ormai è troppo tardi per cercare un rimedio, la signora distinta apre la porta e io sono di fronte alla Cartomante.

Al contrario di quanto accaduto con la telefonata per prendere l’appuntamento, in cui la signora distinta aveva mantenuto il distacco formale come se fosse stato il mio primo appuntamento, la Cartomante mi riconosce subito e con un sorriso cortese m’invita a sedere davanti a lei.

Il solito sediolino lungo e scomodo mi fa sentire ancora più in confusione di quanto non lo sia già; credevo di aver superato questo tipo di ostacolo fisico, invece mi ritrovo in un imbarazzo tremendo e balbetto frasi senza nesso logico.

Provo a metterla sul piano confidenziale per intavolare un colloquio sui generis, e lei si mostra cortese, come al solito; ma poi forza il mio discorso, stringe i nodi sui punti degli argomenti che le sottopongo, e mi scopre.

Com’è sempre successo io sono talmente imbambolata dalle sue parole che non m’accorgo dell’istante in cui lei mi denuda. Perciò non trovo neppure gli spazi per capire se ho sbagliato io con qualche parola di troppo, o se è stata brava lei ad azzeccare il mio punto debole con il suo intuito.

La Cartomante ha chinato la testa sul tavolo, lo sguardo fisso sulle sue carte e, senza che io possa interdire o interrompere, scopre tutti i miei sotterfugi e snocciola, come un rosario, tutte le mie intenzioni, come se le avesse sempre conosciute.

Ricostruisce i castelli di storie, ripercorre il cammino delle mie domande pseudo esistenziali e snuda le mie mezze bugie.

Il mio senso di disorientamento è totale, addirittura impedente, ancor più del colossale vuoto di memoria che ho avuto prima di entrare nel suo studio: come ha potuto accettare le mie visite in cui fingevo di trattare la realtà quotidiana, quando sapeva benissimo qual era il mio scopo?

Dopo avere sgranato ogni mio secondo fine, la Cartomante fa calare un silenzio imbarazzante che riempie di tensione l’atmosfera del piccolo studio.

Appoggio le mani sudate al suo tavolo e assumo un’aria compita e contrita; a questo punto non mi resta che confessare per intero i miei peccati e sperare nell’assoluzione.

A questo punto recito il mea culpa. Se le dimostro il potere di quello che è riuscita a suscitare nelle mie sensazioni, nel mio modo di vivere, nella sicurezza in me stessa, sicuramente mi perdonerà e giustificherà il mio comportamento.

Quando rialzo lo sguardo dalla mia posizione da confessionale, la Cartomante ha gli occhi spalancati su di me e un’espressione terrorizzata sul volto.

Oddio, forse ho esagerato e sono andata troppo in profondità nel senso di quello che intendo dire. Lei è pietrificata.

Senza perdere il filo della mia confessione comincio a tirare qualche remo in barca, ridimensiono l’ampiezza dei miei significati e tento, con dei sinceri complimenti, di rabbonire quell’espressione preoccupata che si è dipinta sul suo viso.

La Cartomante, però, continua a non parlare e non raccoglie alcuno dei miei tentativi di riprendere un dialogo.

La mia lingua, però, ormai s’è sciolta, e non riesco a limitarmi nell’elogio per cui la inondo di complimenti per il significato del mio rapporto con lei.

All’improvviso m’interrompe, alza la mano destra come a non voler più sentire una parola che esce dalla mia bocca e io mi blocco all’istante. Allora comincia lei a parlare.

Il suo tono è duro, sprezzante, nega ognuna delle capacità di cui ho esaltato i risultati e tronca ogni argomento senza darmi possibilità di replica. Chiude il nostro rapporto di sedute con parole taglienti e definitive.

  • Signorina, i nostri incontri non hanno più ragione di esistere e con quello che mi ha appena detto, mi pento anche di averla incoraggiata dimezzando le mie tariffe. Lei ha ben chiari i fatti della sua vita, guardi sempre nel profondo del suo cuore, non menta mai né a se stessa né agli altri, non nasconda mai le sue vere intenzioni, come ha fatto con me, perché rischierebbe di perdere tutto quello che ha conquistato in conoscenza. Si ricordi di questo mio monito, non guardi mai indietro e si dimentichi di me, perché la sua conoscenza ha già superato i confini della sua anima.

La Cartomante abbassa il capo, come fa sempre alla fine di una seduta, e a me non resta che andarmene; le sue parole hanno il sapore di un addio definitivo e irrevocabile.

Torno in negozio sconsolata, se da un lato sono riuscita a capire e scoprire un sacco di cose, dall’altro non ho fatto alcun passo avanti per sapere come fa la Cartomante a trovare le risposte giuste. E neppure a comprendere quella specie di melassa.

Le ultime parole che ha pronunciato continuano a riecheggiare nella mia testa come un mantra di chiusura. La triste conclusione è che dovrò accontentarmi di quello che ho ottenuto e dimenticarmi di lei.

La sera a casa mi sento straniera nel posto dove ho sempre abitato, mi guardo attorno come se non riconoscessi i luoghi abituali. La stessa cosa mi è successa in negozio, e la gente che è passa davanti alla mia vetrina si è spaventata del mio sguardo ebete.

Lo specchio del loro stupore è servito a distogliermi dal torpore, ma mi ha anche illuminato sul mio essere vicino a un limite, oltrepassato il quale, non c’è speranza ritorno.

Come al solito, il tempo che passa trasforma i minuti in ore, le ore in giorni, e le mie sensazioni ne escono sempre più stordite e senza senso. M’attacco a qualsiasi appiglio possa aiutarmi a riemergere da questo stato d’inconsistenza e cerco la materialità degli oggetti per scuotere i sensi e trovare la via del risveglio.

In questi giorni di fine inverno, trascino la quotidianità con un vuoto interiore incolmabile e sono priva di un qualsiasi strumento per riempirla.

Non so se riuscirò a uscire da questo stato e neppure se tornerò a essere quella di prima. La risposta su quanto fossi dipendente dalla Cartomante è arrivata senza essere stata richiesta, è bastato sapere di esserne privata per sempre, e sono crollata nello sconforto e nel buio di una dimensione insensata.

Una sera d’inizio primavera, dopo aver cenato sul balcone della cucina per goderci l’aria frizzante della nuova stagione, racconto a Mauro quello che mi è successo con la Cartomante. Da qualche settimana ho cominciato a non pensarci più tutti i giorni e credo sia giunto il momento di esorcizzare definitivamente la faccenda e avere un po’ di conforto.

Il mio cervello, da solo, non riesce a scacciare il ragno dei pensieri e le ultime frasi della Cartomante costituiscono ancora una barriera, dove s’invischiano i tentativi di liberazione.

In contrasto alla mia voglia di sostegno, Mauro s’incazza moltissimo, non crede alle sue orecchie nel sentirmi dire che la mia apatia mi sta riducendo a una larva nei pensieri solo perché non sto più andando dalla Cartomante.

  • Proprio tu che hai sempre disprezzato chi si rivolge a quei ciarlatani, adesso sei legata a doppio filo con una di loro!

Purtroppo ha ragione, e non posso sperare in un’assoluzione che arrivi dagli altri: ho cominciato per scherzo, ho continuato per curiosità, sono andata oltre per una strana sete che mi ha colto sul cammino, e adesso sono in mezzo alla strada come una deficiente.

Oddio, nella vita capita spesso che ci si trovi soli in mezzo al niente, ma non credevo che a me potesse capitare per una cosa del genere.

Pretendere da Mauro la comprensione è impossibile, quindi non posso far altro che lasciare che sia il passare del tempo a lenire certi dolori. Il problema è che io non ho dolori, ho la loro mancanza. Sono priva di sensi, evanescente, e quando voglio toccare qualcosa, non ne avverto il contatto.

Alla fine decido che la vita deve andare avanti lo stesso e questo confronto con Mauro non fa altro che sancire una decisione già presa. Devo superare questo momento negativo attaccando la situazione, cercando cioè di aggredire il tempo in modo da riprendere i ritmi che avevo prima di andare dalla Cartomante. Così mi butto a capofitto nell’impegno sul lavoro e in casa; faccio pulizie ovunque mi capita, sperando che questo mi aiuti anche a farne dentro me stessa. 

CAPITOLO 10 – VANESSA

La frizzante primavera ha lasciato il posto alla dolce estate e io trascorro questi mesi cercando di scacciare ogni pensiero che possa ritardare il ritorno alla normalità.

Ho trascurato anche Vanessa, la mia migliore amica, vivendo in una sorta d’isolamento per evitare il minimo ricordo legato alla Cartomante. Rievocare la fatidica ultima seduta mi farebbe ripiombare nel buio assoluto della loro mancanza.

Dopo qualche settimana, un lunedì, giorno di chiusura settimanale del mio negozio, ritenendo di essere uscita dalla crisi di astinenza, tento di ricucire il rapporto con Vanessa andando a trovarla.

  • Ciao Vanessa, è una vita che ti aspetto qui fuori, sei sempre dietro a perdere tempo in chiacchiere, vero?

Siamo fuori dal suo ufficio, nel grande parcheggio antistante all’edificio. Vanessa è da poco uscita assieme alla vociante massa delle altre impiegate. Io mi sono issata sul tettuccio della mia five hundreds e, come il solito, non accetto che s’attardi nel cicaleccio con le colleghe.

  • Avana, non rompere le palle appena ti si rivede, sei sparita per un sacco di tempo; ti sei ritirata a vita privata?

Appena mi ha visto Vanessa è arrivata subito da me, ha aperto con decisione la portiera dell’auto ed è salita velocemente. Ci scambiamo un lungo abbraccio e dopo lo scambio di battute le nostre chiacchiere possono partire.

  • Non mi sono ritirata a vita privata, il fatto è che ho avuto molto da fare. Mauro si è iscritto a una scuola di ballo e ho dovuto seguirlo; figurati se lo mollo da solo in mezzo a tutte quelle donne! Solo che a me non piace ballare e poi sono negata perché sono rigida come un manico di scopa, ma ho dovuto fare buon viso a cattiva sorte.

Mi sto dirigendo verso casa mia, Vanessa è salita in macchina senza fare obiezione, ciò significa che ha un po’ di tempo da dedicarmi.

  • Almeno conosci gente nuova, Avana; e dimmi, com’è, interessante?
  • Abbastanza, la scuola è dall’altro capo della città per cui vedo volti completamente diversi. Dove ha la sede ci sono anche tante altre attività: musica, laboratori, e c’è anche la sede di un sindacato di extracomunitari, fanno certe riunioni colorite!

Vanessa sembra molto interessata a questa cosa della scuola di ballo, magari qualche volta lascio andare lei con Mauro!

  • Dev’essere un posto interessante, spiegami in che zona è che se mi capita, ci faccio una capatina.

Mentre le spiego dove si trova la scuola, mi accorgo che siamo arrivate a casa mia, allora con l’auto cerco un posto per parcheggiare e invito Vanessa a prendere un caffè.

Saliamo le scale parlottando e ridendo confusamente, dopo tanto tempo che non ci vediamo, ogni argomento diventa chiacchiera e abbiamo tante cose da raccontarci.

È straordinario il feeling che mi lega a Vanessa e come riusciamo a intenderci fulmineamente su certe cose.

Questa confidenza scioglie ogni remora, fa cadere ogni freno e in un attimo spariscono anche tutti i buoni propositi di evitare certe reminiscenze.

  • Ti ricordi la Cartomante?

È la spensieratezza con cui parliamo a darmi la tranquillità giusta per affrontare un argomento che, nonostante i buoni propositi, non sono riuscita a far cadere nell’oblio.

Il silenzio cerebrale sotto al quale è trascorso il tempo necessario a guarire la ferita, non ha cancellato quello che covava sotto la cenere del fuoco distruttore. Se le parole della Cartomante hanno incenerito il rapporto con lei, non sono riuscite a distruggere la richiesta interiore di voler saziare la mia sete di conoscenza.

Ora che sono con Vanessa e aprendo il discorso sulla Cartomante la cenere del rogo con le sue parole viene spazzata via, e quella sete ritorna fuori. Nonostante vorrei essere meno sottomessa all’istinto, alla fine non mi resta che assecondare questo impulso.

Devo trovare un modo per riafferrare la corda che mi ricondurrà alla Cartomante e, finalmente, raccogliere l’acqua dal pozzo che mi disseterà.  Certo non sarà una cosa semplice, con Vanessa intendo.

  • Certo che me la ricordo, ti ci ho portato io!

Vanessa ha finito il suo caffè e mi guarda sottocchio per capire le mie intenzioni; sta rigirando tra le mani un biscottino di quelli che ho messo sul tavolo, tanto per non bere il caffè a digiuno.

  • Tu sei pazza! Oltre che pazza sei anche stronza, sei andata da lei così tante volte, e credevi che non si sarebbe insospettita neanche un po’? Te l’avevo detto di non tornarci, almeno non per i tuoi scopi.
  • Hai ragione – le dico mansueta – forse avrei fatto meglio a non tornare, sono stata una stupida.

Mi sforzo di rabbonire Vanessa con un esagerato mea culpa e porto altri biscottini sul tavolo; lei è la sola che può aiutarmi ad arrivare a quel pozzo e dovrò insistere affinché venga con me.

  • Hai sbagliato di grosso cercando in quella donna delle risposte per capire te stessa; anche se potesse dartele, non lo farebbe mai.
  • No, ti sbagli tu adesso; le risposte le dà, eccome! Bisogna solo cercarle facendo le domande giuste e avendo gli argomenti adatti per fargliele uscire.
  • Chissà quanto hai fatto ragionare il cervello per arrivare a queste conclusioni!

Vanessa sta diventando acida e tagliente, ma voglio accettare questa sfida lasciandole la convinzione che io sia una pecora smarrita. Così ribatto al suo tono ironico mantenendomi sullo stesso piano.

  • Mi è costato un grande sforzo, credimi, lo sai che non ho una fantasia grande come la tua. – E qui faccio una sosta per lasciar pesare al massimo l’adulazione, nella speranza che l’apprezzi. – Però mi sono impegnata molto e sono riuscita farmi spiegare un sacco di cose. Devo ammettere che quando ha sciorinato tutti miei stratagemmi per mascherare i falsi problemi, mi ha letteralmente spiazzato; però poi me ne sono fatta una ragione, dopotutto io l’ho pagata sempre, per cui non aveva da lamentarsi più di tanto. Sono diversi mesi che non torno da lei e, in questo momento, parlandone con te, mi è rinata la voglia di tornarci.

Vanessa si alza dallo sgabello dell’isola nel cucinotto e si avvia verso lo stereo; sta cominciando a cedere?

  • Macché voglia e ritorni, torna alla tua solita vita e abbassa i giri del cervello.
  • Forse hai ragione tu, ma io mi sento a un passo dal trovare quella chiave che apre la porta alla sua conoscenza. È come se fossi a metà strada, solo che lei mi ha cacciato e non vuole più saperne di vedermi. Sto soffrendo!

Il tono melodrammatico ci vuole, altrimenti Vanessa mi darebbe una pacca sulla spalla e se ne andrebbe via; il problema è che non attacca.

  • Non esagerare, non darti toni che non hai; se è così importante, vai da lei e spiegaglielo.
  • Già, e credi che non l’abbia fatto? Lei se l’è presa a morte per la mia falsità e quando l’ho supplicata di poter continuare le sedute, mi ha fatto un discorso finale che non ammetteva repliche. Credo che odi le persone false e quelle che si nascondono dietro a dei paraventi per mascherare i loro difetti.

Adesso il discorso le interessa, Vanessa ha messo su la musica dei Queen e sembra lasciarsi trasportare dalle note.

  • Tutti quelli che frequentano la Cartomante nascondono la falsità sotto altre vesti, sia nelle loro storie sia nei loro atteggiamenti. Non credo sia stato questo a darle fastidio, sono sicura, invece, che tu l’abbia spaventata con le constatazioni sul suo modo di lavorare.
  • E tu come fai a sapere che si è spaventata, io non le ho detto niente di male.

Vanessa balla sul tappeto del salotto, chiude gli occhi e muove il vestito con le dita delle mani e le braccia penzoloni; sembra in trance.

  • Mi ricordo bene quello che mi hai detto la prima volta che ci siamo andate insieme e, credimi, a quelle persone non fa piacere sentirsi dire certe cose sul loro lavoro.
  • Io le ho solo detto che lavora benissimo e che le persone che vanno da lei riescono ad avere delle ottime risposte su come affrontare i loro problemi.

Questa frase mi suona male in testa, ma ormai è uscita così; ci pensa Vanessa a correggermi.

  • Vorresti dire che attraverso le sue risposte, la gente riesce a capire meglio se stessa e gli altri?
  • Proprio così!

Vanessa adesso ha smesso di dondolare sui suoi piedi, ha riaperto gli occhi, torna a sedersi allo sgabello e appoggia le braccia al tavolo; mi guarda dritto negli occhi e mi urla.

  • E non credi che questo sia stato sufficiente a spaventarla? Hai capito il suo enorme potere e adesso potresti trasmetterlo ad altre persone che userebbero questa capacità per altri scopi. Chi fraintende il suo lavoro può benissimo sfruttarlo!

Ricambio lo sguardo fisso di Vanessa e con risolutezza cerco di ficcarle in testa che non ho alcuna intenzione di approfittare della Cartomante. La discussione s’accende come non avrei mai voluto.

  • Nessuno può utilizzare il suo lavoro per altri scopi perché può funziona solo se c’è l’approccio positivo!  
  • Forse hai ragione tu – finisce Vanessa alzandosi dallo sgabello e riunendo in fretta le sue cose dentro la borsa a tracolla – comunque ti sei avvicinata troppo e stai attenta a non scottarti! Adesso devo proprio andare, ho tremila cose da fare. Ciao!

S’avvia in fretta verso il portoncino, lasciando del tea ancora nella tazza; sembra presa dalla folgorazione improvvisa di un ricordo per qualcosa che deve fare, ma dove va con questa premura … le corro dietro per non farla fuggire prima di finire il discorso, questa volta non mi frega!

Metto il piede tra la porta e lo stipite per fermarla, deve capire che ho bisogno di lei. Non faccio in tempo a chiederle di fissarmi un appuntamento che lei capisce tutto e m’interrompe.

  • Scordatelo! Io non voglio impicciarmi per niente, se cerchi di cacciarti nei guai, dovrai farlo da sola!

Si gira di scatto tirando con forza la porta e inizia a scendere le scale di corsa; sparisce in un lampo, come al solito, e io resto sola sul pianerottolo con l’ultima frase smorzata in gola.

Qualcuno s’affaccia per vedere chi discute in mezzo alle scale e io faccio qualche boccaccia di disappunto. Vanessa, la mia unica amica, l’unica che potrebbe aiutarmi, mi sta abbandonando!

Rientro in casa mestamente e m’abbandono sul divano. L’ultimo sorso di tea s’asciuga sul fondo della tazza e intanto sfoglio l’agenda degli indirizzi per vedere se mi viene in mente qualcuno che possa reggermi il gioco, anche solo per una volta.

Dovrà prendere un appuntamento a suo nome per il giorno della seduta e poi lasciare che sia io ad andarci. Dunque inizio l’elenco: Claudia la scarto subito, potrebbe raccontarlo a Vanessa, Giulia no, perché spiffererebbe tutto a mia madre, che è l’ultima persona che vorrei vedere impicciata in questa vicenda.

Potrei chiederlo a Paola, la mia ex compagna di scuola, sarà disponibile sicuramente, pur di ficcare il naso nei cazzi degli altri farebbe qualunque cosa!

Prendere un appuntamento a suo nome dalla Cartomante non le costerà fatica e non mi creerà alcun problema su eventuali chiacchiere di ritorno, non abbiamo neppure un’amica in comune!

La decisione è presa, chiederò a Paola. L’unico prezzo da pagare sarà raccontare qualche piccola bugia in più, ma ormai per me questa è diventata un’abitudine, e una in più non farà un gran male!

CAPITOLO 11 – ESPERIENZA

L’estate è entrata nel pieno del solleone e le giornate stanno diventando roventi; io e Mauro tentiamo la fuga dall’afa rifugiandoci per un paio di giorni in una tenuta di campagna, sulle fresche colline che circondano la nostra città.

Sabato sera chiudo il negozio un’oretta prima del solito così Mauro può passare a prendermi con la sua Renault Quattro e nel giro di tre quarti d’ora arriviamo a destinazione.

Il solo fatto di cambiare aria, e di vedere un po’ di verde attorno a me, rende queste ore di riposo speciali. La nostra camera profuma di fresco e di lavanda e s’affaccia sull’aia del fabbricato principale.

La locanda dove ceneremo stasera si trova poco distante dal corpo centrale della tenuta e ha i tavoli affacciati su un laghetto artificiale.

  • Come hai fatto a trovare questo paradiso?

Sapevo che un posto così sarebbe piaciuto molto a Mauro, ma non m’aspettavo una reazione così entusiasta.

  • Me l’ha consigliato Paola, la mia ex compagna di scuola; qualche giorno fa è passata in negozio – non posso mica dirgli che l’ho cercata io! – e mi ha raccontato di un posto bellissimo, dove aveva trascorso un fine settimana con il suo ragazzo. Così mi son fatta dare l’indirizzo e il numero di telefono e ho prenotato.

Mauro si sdraia sul letto completamente nudo e fissa il soffitto, è un invito esplicito e io lo raggiungo poco dopo.

  • Serviranno la cena alle nove, abbiamo tutto il tempo anche per farci una doccia!

Quando scendiamo per mangiare, il tramonto deve ancora arrivare, le giornate lunghe di fine giugno allungano le ore della sera in maniera magica. Per raggiungere il posto sul lago possiamo o percorrere la strada sterrata a piedi o prendere la macchina e scendere lungo la via da cui siamo arrivati. Naturalmente Mauro non vuole saperne di fare due passi a piedi e ci muoviamo con la Renault.

Il menù è fisso, giovani camerieri vestiti da contadini con tanto di camicia a scacchi si avvicendano attorno al nostro tavolo. La bottiglia di vino rosso è sempre piena.

  • Non so te, ma io per digerire tutto quello che ho mangiato e il vino che ho bevuto, devo per forza fare due passi; credo che tornerò su a piedi!
  • Sei matta? Come ti viene in mente di andare su per quella stradina sterrata e poco illuminata. Io non vengo, di sicuro!

Ci avrei scommesso un deca che Mauro non si sarebbe neppure sognato di percorrere quel chilometro scarso a piedi; ma io resto della mia idea perché sono convinta che camminare un po’ può solo farmi bene.

  • La signora della tenuta ha detto che la stradina interna è lunga poco più di cinquecento metri e con questa luminosa luna piena non sarò in totale oscurità. Ci vediamo lassù!

Mi avvio verso la strada e saluto Mauro che sta andando a pagare il conto; oltrepasso il laghetto artificiale, dove s’affaccia il ristorante della locanda e percorro la carreggiata in terra divisa in due da una striscia d’erba al centro.

La luce della luna schiarisce i contorni del paesaggio e crea un alone quasi magico attorno a me; in città, con l’illuminazione delle strade e dei palazzi, non si riesce mai ad avere una visuale come questa.

La stradina continua tra curve e siepi che appaiono e scompaiono all’improvviso. Sento i grilli che cantano nei prati, poi delle voci che arrivano da una cascina poco avanti a me. Sono un uomo e una donna che discutono.

Lui: allora, ci sei andata in quella discoteca, sì o no? Lei: non capisco come fai a crederlo, insomma, tutto sto casino perché hai trovato un biglietto sul parabrezza della macchina? Lui: sai benissimo che non è solo per quello, quando io sono via, non so mai cosa stai facendo! Lei: e allora cosa vorresti fare, mettermi il guinzaglio?

Il tono della loro voce si sta alzando, evidentemente c’è qualcosa che cova sotto la coppia. Purtroppo non riesco a vederli e mi resta la curiosità di sapere quanti anni hanno, se non altro per capire i termini della discussione di gelosia.

Torno a concentrarmi sulla mia stradina, sta cominciando la parte in salita e temo che sarà qualcuno in più dei cinquecento metri detti dalla signora; poco male, digerirò ancora meglio.

Poco dopo una svolta a sinistra davanti a me si apre un campo incolto, almeno a giudicare dalle sterpaglie che s’aggrovigliano sugli alberi e che si perdono a vista d’occhio. Alzando gli occhi sulle piante noto che sono degli albicocchi, e anche carichi di frutta!

Mi avvicino per raccoglierne qualcuna dai rami più bassi e m’accorgo che poco lontano, dove il campo dirada verso un fossato, ci sono due signore che raccolgono la frutta a mani basse. Non mi hanno visto, allora allungo l’orecchio per sentire quello che si dicono.

Lei numero uno: sbrigati, Carla, abbiamo poco tempo. Lei numero due: non ti agitare, Gina, non credo che la vecchia megera esca stanotte. Numero Uno: quando ne abbiamo presi cinque chili per uno, facciamo basta, eh? Lei Due: che ti prende, non penserai mica che le stiamo rubando?

Sono quasi arrivata sulla strada principale, non m’interessa conoscere altri particolari di quel furto in campagna, e preferisco passare oltre. Ormai sono rimaste poche decine di metri prima della tenuta.

Una foglia palmata aleggia nell’aria vicino a me, s’è alzata con un alito di venticello e rimane sospesa, quasi a guardarmi. Le cinque punte con il picciolo rivolto in basso sono ferme in mezzo al fossato laterale e aspettano che io riprenda a camminare.

È un istante ma sufficiente a darmi la visione di qualcosa di misterioso che m’insegue.

Devo ammettere che la stradina è tortuosa e nonostante sia illuminata dalla luna piena, a ogni svolta che si presenta c’è un angolo segreto e nascosto.

Sotto la scarpa s’infila un sassolino, abbasso la testa sulla suola della scarpa appoggiata al ginocchio e quando rialzo lo sguardo, un terrificante cane nero mi sta venendo incontro con ferocia.

Scappo, correndo via da quell’orribile visione e istintivamente torno sui miei passi. Sono smarrita e spaurita e non riconosco dove sono; il cuore va a mille, non sono neanche sicura se quel cane ce l’avesse con me oppure no.

Mi fermo per capirci qualcosa e il rumore del mio cuore fa sparire quello lieve e sonoro della campagna di notte; però il cane non abbaia; mi giro per vedere se è dietro di me. Non c’è.

Okay, niente di grave è successo. Dove stavo andando e da dove venivo? A qualche decina di metri da me rivedo il campo con gli albicocchi. Bene, dove continua la stradina che viene su dal lago?

Alzo la testa e mi rendo conto d’essermi infilata in una deviazione a fondo cieco che porta verso un’abitazione privata. E ci credo che il cane sia venuto a darmi il benvenuto!

Riprendo la mia via e in dieci minuti sono con Mauro.

Il rientro da un fine settimana così goduto è sempre traumatico, per me, poi, che il lunedì sono a casa tutto il giorno, lo è ancor di più, perché il tempo non passa mai. Mauro, invece, va a lavorare e per lui le ore trascorrono più velocemente.

Ogni volta me lo chiedo per poi decidere che, comunque vada, sarà l’ultima volta. Invece ci ricasco sempre e mi domando: perché mi complico la vita quando potrei averla facile?

È questo il tormentone che mi sta facendo impazzire da quando Paola è salita in casa da me e mi sta raccontando un mucchio di stronzate. Purtroppo questo è il prezzo che devo pagare per essere riuscita a strappare il suo consenso per prendermi un appuntamento a suo nome dalla Cartomante.

A parte il fatto di crederci, alle sue stronzate intendo, è la pesantezza di dovermele sorbire tutte con il sorriso sulle labbra che mi stressa!

Mi dimentico troppo facilmente della noiosità e vischiosità di certe persone, senza contare che questa mia richiesta ha scatenato la sua curiosità morbosa. Purtroppo non avevo altra scelta, altrimenti col cazzo che avrei immischiato Paola nelle mie faccende!

Mi sottopongo docile alla tortura delle sue domande, e me la cavo abbastanza bene, salvo il fatto che con questo pomeriggio di chiacchiere a vuoto ho terminato il bonus delle bugie. A vita!

CAPITOLO 12 – LA NUOVA AVVENTURA

Il dado è tratto, finalmente Paola mi ha dato giorno e ora dell’appuntamento, e io liquido la pratica pallosa di averla sopportata apprestandomi a fare il passo decisivo verso una nuova serie di sedute.

Adesso bisogna immedesimarsi in un nuovo personaggio della farsa, quello che ha preso appuntamento sotto falso nome. Devo prepararmi a puntino per sembrare un’altra persona.

Non voglio mentirle a lungo, giusto il tempo di essere accettata a parlare nuovamente con lei e avere un’altra possibilità di colloquio, poi tornerei a essere quella di sempre.

Presentarsi sotto un altro aspetto, oltre a dimostrare il cambiamento avvenuto dopo lo sbaglio commesso in precedenza, servirà per essere vista sotto un altro profilo. Dovrò trarla in inganno solo il tempo necessario a procurarmi una chance d’ascolto, poi ci sarà il solito approccio.

Taglio i capelli cortissimi, mi trucco esageratamente e cerco, con l’aggiunta di alcuni oggetti di bigiotteria, di dare un aspetto diverso alla mia persona. Per me che non sono abituata a questo genere di look, è uno sforzo notevole, ma la differenza tra il prima e il dopo, mi fa apprezzare il sacrificio.

La mia è una valutazione che non distingue tra meglio o peggio, di certo c’è che la somiglianza tra prima e dopo è minima.

Il giorno dell’appuntamento questa volta è stato fissato per il lunedì perché Paola ha pensato bene che, essendo chiuso il negozio, avrei avuto a disposizione l’intera giornata. Bontà sua! Non ho potuto dirle tutto a riguardo dei miei patemi sulle sedute, e neppure che ho sempre fissato gli incontri nei giorni d’apertura del negozio. Quello era un modo per sfruttare l’impegno nel dover servire i clienti e riuscire così a non cadere in trance prima e dopo!

Morale oggi sono agitatissima, ho passato la mattinata a camminare avanti e indietro per casa, ripassando ogni frase da dire alla Cartomante. È l’unica occasione che ho per ricominciare, e non la posso sprecare!  

Quando arrivo alla villetta, la tensione mi guida come un automa e non presto molta attenzione all’accoglienza della signora distinta; la mia concentrazione è rivolta solo al momento dell’incontro con la Cartomante.

La mente ripassa a memoria le prime frasi, che saranno importantissime per ottenere la sua attenzione. Quando mi siedo davanti a lei, sul solito gabellino allungato, mi rendo immediatamente conto che è stato tutto inutile!

Il travestimento, il comportamento conforme, le belle frasi preparate, l’attenzione sui motivi da spiegare; ogni tentativo per sembrare un’altra persona e per ricominciare un colloquio con lei, è stato vano.

Mi chiama subito con il mio nome, senza fare il minimo accenno a quello che ha dato Paola per l’appuntamento; e così è stato vano anche il sacrificio di aver sopportato le sue stronzate!

  • Adesso che hai fatto questa pagliacciata, te ne puoi anche andare.

Conclude in maniera acida e decisa; è seccatissima, e fin qui riesco anche a capirla, ma io non posso accettare di rinunciare, non voglio arrendermi, non dopo tutto quello che ho fatto per riavvicinarmi a lei.

Qualsiasi forzatura per trovare una soluzione e risolvere a mio vantaggio la situazione è valida e devo trovarla in fretta prima di uscire da lì con una sconfitta.

Devo ammettere che in questo momento critico il mio angolo di salvataggio, quello che in situazioni di precarietà estrema trova istintivamente il modo di salvare il salvabile, mi viene subito in soccorso.

Così, dimostrando una spigliatezza che a mente fredda difficilmente mi riconosco, rovescio la conversazione imponendo le mie necessità.

  • Senta Signora, io non voglio crearle problemi e capisco che finora ho fatto parecchia confusione, ma la verità è che sto cercando di scrivere un libro sulle donne e il mondo della chiaroveggenza. A lei forse interesserà poco, ma è talmente difficile incontrare una persona disponibile come lei, così coinvolgente, affabile e brava da riuscire a rendere l’arte delle carte come il mestiere di curatrice delle anime. Non creda che stia esagerando, perché ho incontrato tante altre cartomanti ed erano tutte persone che approfittavano della povera gente per spillare soldi e farsi pubblicità. Per non parlare di quelle che appaiono in televisione, sono così false, così lontane dal contatto umano che mi stanno portando ad avere delle conclusioni negative su questo mondo. Se invece potessi approfondire la sua conoscenza, cambierei opinione e, magari, riuscirei a modificare il senso del mio libro.

Sto tremando, chissà se mi scopre anche questa bugia; che poi non lo è del tutto visto che ho effettivamente preso degli appunti sulle sue sedute, certo non un libro, però ci posso pensare.

La forzatura sta nell’ingigantire le mie intenzioni, ma in qualche modo sono costretta a rovesciare la situazione sfavorevole, e ogni arma è giustificata quando si lotta per la sopravvivenza!

Per mia fortuna l’argomento coglie nel segno.

Eccolo, il mio angolo di salvataggio ha fatto il miracolo e, con un salto mortale triplo, mi ha fatto trovare uno spunto valido per cancellare lo scetticismo della Cartomante nei miei confronti.

L’argomento le interessa molto e, a quanto sembra, lei si trova a vivere una vera e propria lotta quotidiana contro la concorrenza sleale. Si accalora molto su questo tema e nell’espormi il suo pensiero viene fuori un dipinto del mondo dell’occulto non proprio idilliaco.

Sa tutto su come fanno a fregare la gente, su chi li addestra, chi li amministra; la molla ha scatenato un vulcano di rivelazioni, parole su parole, rabbia e disgusto. Emerge una realtà parallela, che naviga sull’ignoranza, sulla superstizione, sulle maldicenze, sulle mancanze d’istruzione.

Un mondo dove gli approfittatori, quali massimi esponenti del magma dell’ignoranza, trovano il plancton della sopravvivenza. La meschinità di certe persone ottiene, in questi ambienti, la realizzazione ideale dei propri intenti. C’è di che star male.

Mentre la Cartomante sciorina le sue lamentele sui colleghi, io rifletto sul fatto che vado da lei per ottenere esattamente l’opposto: io cerco l’equilibrio tra me e gli altri, tra me stessa e le diverse parti di me stessa.

Oddio, faccio ancora molta fatica a identificare queste spaccature dentro di me, comunque soprassiedo.

Fondamentalmente dovrebbe essere la stessa cosa anche per le altre persone, dopotutto ognuno di noi cerca la tranquillità, anche se non sempre si va nella direzione giusta per trovarla.

Nella ricerca di una pace interiore a volte ci si rivolge alle persone sbagliate per trovare la soluzione a piccole magagne della quotidianità, quelle che vengono ingigantite nella farsa dei patemi umani.

Io lo sto facendo per gioco, ma per molte persone è un affare serio. Ad ogni modo il risultato è che s’imbocca la via all’esatto contrario di come andrebbe percorsa, quando s’incontrano quelle persone sbagliate.

  • Paragonando il sentiero della nuova conoscenza a una stradina erta di campagna, difficile da percorrere sia per la durezza del fondo sia per la salita, le cartomanti truffatrici fanno imboccare il sentiero dalla parte sbagliata, in discesa. Le sensazioni sono le stesse, si sentono gli stessi sassolini sotto i piedi e si vede lo stesso paesaggio attorno; solo che invece di andare alla fonte si sta camminando verso l’estuario. Percorrendo la stessa stradina si dovrebbe avere l’identica meta; in realtà, nonostante le sensazioni e le intenzioni siano le stesse, chi va in salita si avvia alla soluzione dei problemi mentre chi va in discesa, aumenta i contrasti.

La Cartomante continua il suo racconto arricchendolo di particolari e con testimonianza di episodi reali; la sua voce lascia trasparire la rabbia repressa di chi conosce alla perfezione certi meccanismi e non riesce far nulla per fermarli o arginarli.

Descrive situazioni incredibili, malesseri che racchiudono tanto orrore psicologico da rimanere impressionati; storie allucinate e allucinanti, sia per i protagonisti sia per le trame in sé. Nessuno controlla il lavoro dei chiaroveggenti e quindi è impossibile svergognare gli imbroglioni e tenere pulita la categoria.

Il momento è topico, la Cartomante sta parlando a ruota libera e io mi sforzo alla distrazione, cioè cerco di non lasciarmi irretire nella cadenza dei suoi racconti, cosa che poi mi farebbe sprofondare nell’ebetismo.

Devo mantenere l’attenzione sul discorso dal quale siamo partiti, cioè la mia nuova frequentazione; il cervello lavora su due fronti, quello rivolto all’attenzione nei confronti della Cartomante per non farmi cogliere impreparata e lasciar naufragare il tutto, e quello che sta elaborando la motivazione per il prossimo incontro.

Ormai ho fatto breccia nel suo interesse e se gioco bene le mie carte, potrò garantirmi un accesso privilegiato alle sedute.

Questa volta l’angolo di salvataggio me lo offre lei, la Cartomante, quando tira in ballo le informazioni sbagliate che circolano nel loro ambiente. Siccome non esiste un codice di esperienza che possa catalogare le loro attività, molti clienti s’informano solo attraverso il passaparola e questo, ovviamente, fa buon gioco a quei chiaroveggenti che devono abbindolare il prossimo.

La nebbia del tepore dell’accondiscendenza, che sempre accompagna i colloqui con la Cartomante, svanisce nell’esatto istante in cui lei accenna alla diffusione della testimonianza diretta.

La lunga chiacchierata mi fa sentire in intimità con lei e non mi freno davanti a quest’opportunità di creare un legame che mi porti a tornare da lei.

  • Se potessi assistere alle sue sedute, sarei io quel testimone che trasmette la conoscenza di come lavora una brava cartomante, facendola conoscere nel mio libro.

La Cartomante ha chiuso gli occhi, ma non ha abbassato il capo per dichiarare chiuso l’incontro; forse la mia interruzione è stata inopportuna o troppo invadente, ma in questo momento non posso fare dietrofront, devo solo attendere che lei elabori il mio suggerimento.

Vorrei rassicurarla sulle mie buone intenzioni e dirle che non metterò in piazza le vicende private dei clienti e neppure che svelerò il suo segreto.

  • È molto rischioso quello che vorrebbe fare e, per garantire l’anonimato dei miei clienti, bisognerà evitare qualsiasi incontro faccia a faccia; non sono neppure sicura se lei riuscirà a comprendere quello che succede durante le sedute, potendo solo ascoltare le voci. Comunque possiamo fare un tentativo con uno o due incontri di prova, poi lei mi farà leggere quello che scriverà e vedremo se la cosa funziona. Chiami la mia segretaria per conoscere i particolari.

Detto questo, china la testa per porre fine al colloquio e a me non resta che uscire.

Sono frastornata, come sempre, anche se questa volta è dovuto al susseguirsi di capovolgimenti di fronte velocissimo: essere smascherata immediatamente, poi la delusione di non poter tornare, la discussione sulla professionalità e, infine, il motivo per poter seguire il suo lavoro servito su un vassoio d’argento.

Devo ammettere di essere al settimo cielo per essere riuscita a trovare una via per tornare da lei. Nello stesso tempo non dovrò più lambiccarmi per trovare gli argomenti e avrò modo di ascoltare tante altre storie.

Certo poi dovrò rielaborare le storie, inventare nomi e situazioni diverse per evitare che i protagonisti possano riconoscersi. Tutto questo non sarà facile e io spero di essere in grado di reggere il confronto con l’evolversi della scena.

Una vocina comincia a sussurrarmi nel cervello: poi dovrai far leggere le storie alla Cartomante, e se non dovessero piacerle? Nel flash della memoria si accende il ricordo della storia dei due candelabri; un brivido mi corre lungo la schiena.

Torno a casa convinta di aver fatto una grande conquista, ma con il dubbio che si riveli azzeccata; non vorrei che questa faccenda diventasse più complicata di quanto io non possa prevedere.

Un piccolo grande dubbio s’insinua nella coscienza e la vocina di prima, che adesso è diventata uguale a quella di Vanessa, torna a farsi sentire ancora più forte.

Dovrei tirarmi indietro, farmi da parte e smetterla con questa farsa delle trame e delle carte. Ma io non voglio togliermi la fiducia appena conquistata e rispondo a me stessa, in maniera risoluta, che saprò cavarmela bene, comunque vada.

CAPITOLO 13 – ORGANIZZARE IL VIAGGIO

La stagione calda è finita e i primi segni dell’autunno iniziano a colorare i viali alberati del quartiere; è il periodo dell’anno che preferisco, sia per le temperature sia per le tinte della natura che s’arricchiscono di mille sfumature.

L’inquietudine che mi perseguitava nei colloqui con la Cartomante ha lasciato il posto a una consapevolezza di tranquillità ormai acquisita, e le giornate scorrono in una serena quotidianità.

Attendo con trepidazione il momento in cui la segretaria mi darà la conferma e mi comunicherà i dettagli sui particolari delle sedute future. In questo momento nulla può scalfire la mia sicurezza e so di essere sulla strada giusta alla scoperta del segreto.

Le vocine che inizialmente mi mettevano ansia, si sono affievolite, e, invece di andarle a ripescare per zittirle definitivamente, mi concentro sulla preparazione del “quaderno di seduta”.

È meglio darsi da fare nelle cose concrete invece di sguazzare nelle supposizioni. Per questo ho già comprato un block notes di formato A4, con i fogli bianchi, sui quali scriverò le varie voci che ascolterò.

Ancora non ho deciso se dividerò i racconti per episodi, per emozioni o per problematiche; molto dipenderà da quello che mi sarà proposto e da come riuscirò a tradurlo in lingua scritta.

L’andamento tranquillo dei miei pensieri e della mia quotidianità è bruscamente interrotto proprio quando comincio a credere di essere diventata una donna efficiente e organizzata.

La vita è dispettosa, ti dà tempo e modo di vivere per bene le tue cose, poi te lo toglie quando meno lo vorresti.

I ritmi di lavoro alla fabbrica di Mauro s’accavallano con gli orari di chiusura del mio negozio e in due settimane non ho mai trovato il momento giusto per scambiare due parole con lui.

Anche se la decisione su come mandare avanti la trama è stata presa, sento comunque la necessità di un confronto, soprattutto per mettere i passi in fila, uno davanti all’altro.

Non essere riuscita a farlo mi ha tolto l’euforia del primo momento e mi fa sentire come un tavolino che non spiana, che ha bisogno un cartoncino sotto una gamba.

Le cose vanno bene lo stesso, però come spesso succede è solo l’inizio che prelude l’arrivo dei guai.

Eccolo, il primo guaio intendo. Un fornitore del mio negozio sparisce nel nulla tenendosi la merce che doveva consegnare e i miei soldi d’anticipo. Quando il giorno del suo solito passaggio in negozio è trascorso senza che di lui si sia vista l’ombra, ho telefonato alla sua ditta per sapere se c’erano problemi; mi hanno risposto di non avere più notizie da dieci giorni e mi è crollato il mondo addosso!

  • Pronto?
  • Buonasera signorina, la chiamo per fissarle il primo incontro dalla Cartomante. Dovrà presentarsi l’undici ottobre alle 16.00, mi raccomando la puntualità.

Non faccio in tempo solo a rispondere che anche questa telefonata salta ogni preambolo e mi lascia ancora una volta muta e con la bocca aperta.

Memorizzo il dato per l’appuntamento dalla Cartomante, l’undici è un lunedì tra due settimane ed è perfetto per i miei orari.

Torno a occuparmi della faccenda fornitore sparito, quando ha suonato il telefono stavo controllando il libretto degli assegni, domani andrò in banca a chiedere il blocco del pagamento.

Oltre ai normali impegni e alle solite beghe, come i lavori di casa da far combinare con i turni di Mauro, la vicenda del fornitore sparito si può proprio considerare una ciliegina sulla torta.

Ora tutto scorre senza che io possa fermare il tempo o controllare le vicende. Sono immersa in un vortice in cui quello che succede avviene nonostante me, e non mi resta altro che correre per non rimanere indietro. E questo non mi piace.

  • Signorina, l’assegno è stato incassato il dieci di settembre e a oggi non possiamo fare nulla per bloccarlo, mi dispiace.

Il cassiere della banca cerca di consolarmi con lo sguardo, senza successo, perché io raccolgo mestamente i miei documenti e me ne vado di corsa. Accidenti, dovrò darmi da fare in fretta per mettermi in contatto con la ditta e recuperare il possibile o, almeno, farmi dare la contropartita in merce. Cazzo, ci mancava anche questa!

  • Pronto? Buongiorno sono Avana della merceria Il Filo, avrei bisogno che passasse in negozio da me, uno di questi giorni, così sistemo la faccenda della fornitura saltata. Credo che il suo capo gliel’abbia detto, giusto?
  • Sì, signorina, buongiorno. Guardi, riuscirò a essere nella sua zona lunedì undici, va bene?
  • Eh no, accidenti, lunedì undici proprio no! Mancano ancora dieci giorni e io ho bisogno di fare l’ordine!
  • Allora vengo mercoledì prossimo prima dell’apertura del pomeriggio, così abbiamo tutto il tempo di guardare il magazzino, va bene?
  • Grazie, a mercoledì, allora.

Caspita, dopotutto che corro a destra e a sinistra per far quadrare i tempi, devo essere solo io a rimetterci per il disguido del fornitore sparito?

Il mondo ha cominciato a girarmi attorno con una velocità spaventosa. Sono riuscita a sistemare i problemi sul lavoro ma ancora tentenno in altre situazioni: sono indietro con i lavori di casa e mucchi di panni mi chiamano per essere lavati, o stirati, o sistemati.

La frenesia sta invadendo i miei tempi e le mie prestazioni; oggi sono andata in negozio con la bicicletta pensando che così magari sarei riuscita a fermare un attimo il tempo e a vedere la situazione con maggiore lucidità.

Per guadagnare tempo mi sono fermata a gettare l’immondizia al cassonetto che si trova girato l’angolo del mio isolato. Ho spinto a terra il cavalletto della bici e sono scesa per alzare il coperchio del bidone.

Quando sono risalita in bici, ho visto la mia ombra salire sul sellino prima di me; il raggio di tiepido sole dietro alle mie spalle mi ha dato il tempo di avere questa visione. Per un attimo mi sono fermata, sembrava che qualcun altro stesse facendo il mio stesso movimento, per rubarmi la bicicletta.

Caspita, ho pensato quando mi sono resa conto di non avere nessuno dietro di me, anche la mia ombra va più veloce di me!

La realtà assume dei contorni diversi in queste giornate di attesa; a parte il correre veloce delle ore e l’accumularsi di cose da fare che non mi danno tregua, si sono verificate delle circostanze e ho avuto delle visioni, mai sperimentate prima.

Gli episodi della bicicletta e quello del fornitore sparito sono solo due esempi, ma posso partire da questi per iniziare a dipingere la mia nuova realtà parallela. È un modo per esercitarmi e per imparare a scrivere i pezzi da sottoporre al giudizio della Cartomante. Prima comincio meglio riuscirò a cavarmela con la prova della parola scritta.

Descrivere una cosa che non esiste, o che, comunque, è frutto di pura fantasia, non è facile. La vicenda del fornitore sparito, per esempio, mi fa venire in mente la fuga di un uomo alla ricerca di un eden immaginario, dove lo aspetta un harem di donne adoranti.

Chissà perché nelle vicende che riguardano gli uomini, ci si mette sempre di mezzo il sesso.

Siccome il fornitore in questione non è un uomo di una bellezza disarmante, si può pensare che il suo desiderio di cambiare vita sia stato legato a una ricerca di maggiore soddisfazione dei sensi.

Sicuramente è stato un colpo di testa improvviso perché non ha lasciato nessun passaggio di consegne al suo successore. Non aveva lasciato neppure gli ordini fatti e io ho dovuto ricontrollare tutta la merce in magazzino e confrontarla con quella da ordinare. È stato come se il mondo dovesse ricominciare da zero!

Comunque non è sul mio disagio che voglio focalizzare l’attenzione, devo immaginare invece quale impazzimento può portare un uomo ad abbandonare la sua solita vita per sparire nel nulla.

I soldi indubbiamente avranno giocato un ruolo importante perché aveva una cinquantina di clienti nel suo pacchetto e che ognuno gli aveva anticipato delle somme per i nuovi ordini stagionali.

Con una veloce botta di conti, fatta calcolando quelli che gli avevo anticipato io e ragionando su una media di pagamenti da parte di ogni negozio, deduco che dovrebbe aver incassato all’incirca due milioni di lire.

Non si va ai Caraibi con queste cifre, e non credo che abbia trovato un’altra meta esotica a prezzo più basso; la supposizione migliore che si fa spazio tra le altre, è quella della fuga d’amore.

Faccio fatica a immaginare quale donna sia riuscita a convincerlo a fare una scelta del genere. Considerando il suo aspetto dismesso forse non ha avuto tante occasioni amorose.

Invece se metto ogni cosa sul piano della fantasia allora l’immaginazione parte a razzo e già vedo una donna che si reca dalla Cartomante per avere una pozione d’amore.

Ci sono! La storia si crea in un batter d’occhio e già la penna raccoglie le peculiarità di questo personaggio, il suo modo  di vestire, i suoi tratti somatici e di comportamento.

Solo che io dalla Cartomante non vedrò niente, per cui non posso soffermarmi nella descrizione di questi particolari.

Piuttosto la voce, quella sì che la sentirò, e poi le richieste che saranno fatte, e anche le risposte che la Cartomante riuscirà a formulare. Devo concentrarmi sui toni e sulle parole che serviranno a ricostruire le storie. Oddio, non ci capisco più niente!

D’accordo che devo scrivere delle storie fantasiose, però non posso addirittura immaginare il botta e risposta con la Cartomante, altrimenti non ci sarebbe neppure bisogno di andare alle sedute!

Per il momento smetto di esercitarmi a scrivere, è meglio che rileggo quello ho messo sul foglio per capire se sono riuscita a esprimermi bene.

Accecata! Dopo aver riletto le due paginette di storia che ho buttato giù alla rinfusa, mi ritrovo accecata dall’ignoranza: non si capisce niente!

Devo trovare un altro sistema per riuscire a raccontare efficacemente quello che ascolterò. Sì, è meglio se mi faccio uno schema o una scheda dove inserirò i dati più importanti su cui poi potrò lavorare per imbastire la storia.

Se lasciassi andare la fantasia a ruota libera, rischierei di fare una gran confusione e basta!

Primo dato importante da inserire nella scheda è il sesso del visitatore, poi il motivo dell’incontro e la richiesta che sarà fatta alla Cartomante. Altri dati importanti sono: com viene esposto il racconto, dov’è ambientato e in quale tempo stagionale si è svolto.

Una volta fissati questi punti base posso segnare il tono della voce, il sentimento che esprime nella richiesta e, in generale, la sensazione che suscita in me.

Posso anche mettere degli aggettivi a fianco di questo elenco, tipo dolce, sommesso, triste o rassegnato, e poi mettere una crocetta vicino in modo da non dover scrivere tanto, ma solo segnare il tipo di carattere. Fino a qui per quel che riguarda il visitatore, poi dovrò fare uno schema sulle risposte della Cartomante; e questo diventa difficile.

Un cliente sta entrando in negozio, nascondo in fretta e furia il block notes su cui stavo facendo le mie congetture e gli presto attenzione. Questa è la distrazione sufficiente a togliermi certi pensieri dalla testa, ed è un toccasana, così avrò più lucidità in un altro momento e riuscirò a concentrarmi meglio.

  • Mancano pochi giorni al nuovo appuntamento con la Cartomante e ancora non ho finito gli schemi! Ho tanta paura di fare la fine dell’oca e rimanere soggiogata dalla parlantina di quella donna.

Il silenzio delle pareti domestiche non fa rimbalzare alcun segnale di risposta. Mauro, steso sul divano, sta guardando il suo programma preferito alla televisione. Sto parlando da sola? Forse è il primo passo verso la demenza totale.

Finisco di sistemare la cucina e mi siedo accanto a lui; vorrei raccontargli i dettagli di queste nuove sedute, di come assisterò ai colloqui, anche se non so ancora come li ha organizzati la signora distinta.

Vorrei dirgli dei miei schemi e chiedergli suggerimenti sulla schede per la Cartomante; poi mi dico che devo smetterla di mettere il carro davanti ai buoi e impegnarmi a fare un passo alla volta.

Spesso mi succede di voler programmare troppo le cose, tanto che poi finisco per restare al palo e non partire neanche, oppure mi trovo spiazzata di fronte a una situazione che non avevo previsto.

A quel punto non potrò neanche sperare nell’aiuto del mio angolo di salvataggio che, stanco di trovarsi a togliere le castagne dal fuoco ogni tre per due, mi abbandonerà definitivamente.

Allora devo concentrarmi meglio sulla costruzione, un pezzo alla volta, del quadro completo; così riuscirò a svelare il segreto della Cartomante e a conoscere il suo metodo per dissolvere le angosce delle persone.

Attraverso queste sedute e la scoperta dei mille segreti dell’animo umano riuscirò a comporre il puzzle della verità, anche se non so di quale realtà mi sto interessando.

In testa ho solo domande che si aggiungono ai misteri e, tra dubbi, indecisioni, paure e tentennamenti, l’unica certezza è che sto per cominciare un grande viaggio.

Non so dove possa portarmi questa nuova avventura, ma d’ora in poi, non potrò più fare passi falsi o tornare indietro. Sinceramente non mi rendo pienamente conto di cosa significa questa partenza, figurarsi quanto posso essere fiduciosa nella conoscenza di un ritorno!

CAPITOLO 14 – VISITATORE NUMERO 1 IL PAPPAGALLO

Scocca l’ora fatidica del primo appuntamento e io sono in ritardo, come al solito. Temo che la signora distinta sia molto arrabbiata con me, ma fortunatamente non avrò nessun contatto con la Cartomante quindi, al peggio, dovrò affrontare solo le ire della segretaria.

Salgo i gradini che portano all’ingresso della villetta con trepidazione, all’improvviso tutti i pensieri e le domande di sempre, s’affacciano nella mia testa come forconi di demoni infernali.

La melassa, i candelabri, lo specchio, il seggiolino, sono tutti oggetti che vorticano minacciosamente nell’immaginazione come articoli di magia sotto incantesimo.

Il portoncino si apre, la signora distinta mi conduce immediatamente a sinistra del corridoio e mi lascia sola in un piccolo bunker. Non c’è stato alcun preambolo che potesse introdurre a discussioni indesiderate, né sul mio ritardo, né sui soliti oggetti che solleticano la mia curiosità, la cui vista mi è stata negata.

Sono in uno stanzino di due metri per uno e mezzo, una bella poltrona troneggia appoggiata alla parete più lunga e sta sotto una grata a metà altezza del muro. C’è anche un tavolino con posacenere, acqua, bicchiere, carta e penna per scrivere; ho tutto quello che mi serve e posso tirare fuori dalla mia borsa le cartelle con gli schemi che mi sono preparata.

Immagino che dalla grata dovranno provenire le voci della Cartomante e del cliente di turno perché simile è a quella dei confessionali, solo che i buchi sono più piccoli.

È messa in alto e credo che sia rivolta verso un punto vuoto dell’altra stanza. Naturalmente la curiosità mi spinge a sbirciare nel tentativo di capire se riesco a vedere qualcosa, ma quando capisco che da lì non si vede nulla, metto l’animo in pace.

La poltrona sembra molto comoda e quando mi siedo, sprofondo nel morbido rivestimento chiudendo gli occhi per concentrarmi meglio.

Le voci ancora non arrivano, sicuramente la signora distinta è stata molto previdente nel fissarmi appuntamento con largo anticipo rispetto all’inizio della seduta; dovrò farle i complimenti perché è riuscita a considerare anche il mio ritardo.

Il mio training di raccoglimento sta raggiungendo il massimo della sua capacità e proprio in questo momento sento dei movimenti nell’altra stanza. Un uomo inizia a parlare, dal timbro di voce sembra un uomo maturo, ha un tono spento, come quello di chi ha il ragno della malinconia addosso.

La mia è una storia triste, se avessi dato retta ai consigli di mia madre, povera l’anima sua, ora non sarei qui a parlarle; mi ha sempre raccomandato di non sposare una donna più anziana di me, mi avrebbe solo creato problemi, diceva, invece io mi sono lasciato fregare e ora, non so più dove battere la testa. Non che mia moglie mi abbia fatto qualcosa di male, intendiamoci, però non mi aiuta, combina solo guai, non ne azzecca una dritta e, in poche parole, più che un sostegno è un intralcio.

I miei figli sono come la madre, se ne fregano dei miei problemi e certe volte mi deridono perché dicono che sono troppo pignolo.

Sperare nel loro aiuto è impossibile e lei sa benissimo che, nel mio tipo di attività, se non c’è collaborazione dei familiari, la vita è molto difficile. Io, comunque, non mi lamento, tiro avanti e prego di avere sempre la buona salute per riuscire a farlo; ah, se avessi dato retta a mio padre, adesso sarei un impiegato senza problemi, invece ho seguito le idee di mia moglie e mi sono messo in proprio, cacciandomi in tante di quelle beghe di cui farei volentieri a meno. Sono qui da lei perché un cliente non mi paga, sono passati dieci giorni da quando gli ho consegnato il lavoro e aveva promesso il pagamento entro i sette. Non sono arrabbiato con lui, dopotutto si tratta di un ritardo da poco, ma me lo immaginavo che sarebbe finita così.

Il proprietario del bar aveva insistito tanto nel dire che era una brava persona e io gli ho creduto, anche se non dovevo fidarmi di lui.

Sono sempre pronto a dare fiducia agli altri ed è per questo che sono sempre nei guai; nel nostro ambiente, se si mettono in testa che non ti fai pagare, in poco tempo sei sommerso dai creditori, non ti rispetta più nessuno.

Mentre il suo racconto si snocciola, io mi rendo conto che la sua non è solo malinconia, piuttosto è autocommiserazione, farcita di rimpianti per non si sa cosa.

Il suo ragno è talmente pesante e presente, che diventa addirittura manifesto e visibile; convivendoci in simbiosi costante la sua esistenza diventa motivo di compiacimento.

La Cartomante non interrompe la sua fluida parlantina, lascia che lo sfogo porti a galla le insoddisfazioni e le malinconie. Io sono uscita dallo schema che mi ero preparata perché in questo momento mi concentro sul ritratto del personaggio che sta dietro la voce che ascolto.

È un uomo che ha ricevuto tanto dalla vita, ma non è stato in grado di apprezzarlo; si attacca a ogni piccolo problema ingigantendolo e dandogli una forma spropositatamente grande. In modo da apparire come la vittima predestinata di ogni sfortuna e si autocompatisce nutrendo continuamente il suo vittimismo.

Negli affari sono sempre stato in gamba, nessuno può dire il contrario, ma quando la sfortuna s’accanisce, non c’è verso di togliermela di dosso. Questo signore che non paga è il primo di una lunga serie di problemi; ieri mi ha telefonato un cliente, sono sicuro che fosse un buon compratore, ha chiesto informazioni e poi ha riattaccato. Non ho preso io la chiamata, altrimenti l’avrei sicuramente tenuto al telefono; purtroppo ha risposto mio figlio e io ho perso l’affare. Solo lei può aiutarmi, deve liberarmi dalla sfortuna, non saprei a chi altro rivolgermi.

Il discorso continua, eccessivo in ogni seguito, esageratamente implorante nella richiesta di liberazione dal malocchio; a dargli retta, le fattucchiere dell’intera città gli hanno scaricato contro ogni maledizione possibile

Assomiglia a quelle persone che portano il pappagallo sulle spalle e mostrano a tutti come sono bravi a tenerlo. Quest’uomo convive felicemente con la sua malinconia, con il suo ragno, con la sua inquietudine e se ne compiace fino al punto di mostrarla agli altri come un trofeo.

Si vanta di essere com’è e, di certo, non si rende conto della compassione che suscita; colora l’autocommiserazione vestendola con le piume colorate di un pappagallino, variopinte e multicolori.

Gode nel portarlo a spasso come un trofeo per dimostrare che, nonostante le disgrazie spesso ingigantite o, peggio ancora, inventate, riesce a tirare avanti lo stesso.

È un modo come un altro per nascondersi alla vita, a se stessi e agli altri. L’autocommiserazione serve a scaricarsi di dosso le colpe per quanto non ha funzionato nella propria vita.

Il pappagallino colorato, parafulmine di tutte le disgrazie che ci arrivano addosso a causa degli altri, è solo un paravento, dietro cui trincerarsi ogni volta che la vita chiede un resoconto.

Non lo ascolto più, ho capito che tipo persona è; sono sicura che se me lo trovassi di fronte vedrei un uomo ricurvo, piegato su se stesso, schiacciato dal peso di una malinconia che, se si materializzasse, diventerebbe come la gabbia creata dal suo fisico.

Ho riempito il mio schema, la Cartomante ancora tace e l’uomo continua il suo racconto. Non vedendo gli interlocutori dall’altra parte del muro non posso immaginare i loro atteggiamenti, ma riesco a capire che non c’è grande intensità ipnotica.

Finché dura la seduta non posso muovermi da qui e allora l’immaginazione spazia nei collegamenti con altri personaggi. Cerco di individuare i soggetti che il pappagallino potrebbero averlo sull’altra spalla e, invece di commiserarsi, aggrediscono il prossimo perché non è sufficientemente compiacente ai loro voleri.

Sono quelle persone che credono di avere un carattere fuori dal comune e per questo disprezzano gli altri e li ritengono responsabili per ogni mancata realizzazione.

Ci sono poi quelli che il pappagallino l’hanno sulla pancia e, nella malinconia del doversela grattare, maledicono chi gli ha assicurato la possibilità di farlo; sono quelli che hanno avuto tutti gli aiuti immaginabili per una vita comoda, eppure se ne lamentano. Forse questo pappagallino, oltre a rappresentare la loro malinconia, in qualche modo incarna anche alla loro ingratitudine.

E quelli che il pappagallino ce l’hanno in mezzo alle gambe?

Meglio non pensarci! Intanto la Cartomante sta rispondendo all’uomo, cerca di dargli una visione meno malinconica dei suoi problemi e di dargli una prospettiva più positiva. Il tono di convincimento che mette in ogni frase alleggerisce il carico d’inquietudine che l’uomo si porta addosso.

Immersa nell’ascolto e nei pensieri, non mi accorgo dell’ingresso della signora distinta, che mi avvisa della fine della seduta. Mi alzo e me ne vado automaticamente, rispettando il tacito accordo di silenzio che abbiamo instaurato fin dal principio.

Quello che ho ascoltato oggi mi deve bastare, non posso pretendere di conoscere anche le alchimie delle risoluzioni che riguardano questa storia.

Sentire la risposta della Cartomante all’uomo con il pappagallo, è quanto di meglio potessi desiderare come primo incontro.

In strada il freddo, che in quest’autunno appena iniziato ha già cominciato a farsi sentire, toglie la voglia di stare a spasso. Fuori dal negozio la gente, i rumori e la vita di sempre sono causa di distrazione dai ragionamenti sulle motivazioni di quell’uomo.

Poi i pensieri si spostano su di me: anch’io vivo di autocommiserazione? Potrei avere il pappagallino sulla spalla, o in mezzo alle gambe! Devo chiedere a Mauro.

CAPITOLO 15 – VISITATORE NUMERO 2 SENZA ODORE

Seconda seduta dalla Cartomante, stavolta arrivo poco prima che inizi l’incontro e la signora distinta mi fa accomodare dal solito ingresso segreto, senza passare per il salottino e il corridoio con la melassa. Alla fine riuscirò a farmi spiegare per bene a cosa servono quelle erbe evaporanti o cosa diavolo sia quell’intruglio messo sul davanzale della finestra.

Il cliente entra, immagino che s’accomodi poi, con un avvio incerto, inizia il suo racconto; è difficile capire se è una persona giovane o matura, l’unica cosa evidente è che sia una donna a parlare.

Signora, io faccio l’operaia in una fabbrica di sedie, sono un tipo semplice, senza grilli per la testa; di giorno lavoro, la sera sto in casa per occuparmi dei miei genitori, dei lavori domestici e di mio fratello piccolo. Non trovo …

Il racconto prosegue con una sequela di quotidianità che mi fanno venire in mente certe cucine di formica verde, con le sedie di ferro e vinile, le caffettiere sporche e i piatti lasciati a bagno nel lavandino.

Un ambiente dall’aspetto trasandato, in cui gli stracci sono abbandonati sul pavimento, la bottiglia del vino resta sempre sulla tavola e, accanto, c’è ancora un bicchiere sporco.

Il frigo è vecchio e con le ditate di unto ben visibili. Le donne hanno i capelli racchiusi nel fazzoletto e addosso vestono i grembiuli con la tasca sdrucita e tengono le ciabatte nei piedi.

Una vita ordinaria, piena di faccende banali e con gli avvenimenti che si susseguono senza lasciare spazio a niente. Un ritmo di vita dove tutto è problema e la vita non fa odore; non perché non ne abbia in sé, ma perché nessuno lo percepisce. Ho capito che a parlare è una ragazza.

Ieri sono andata al cinema con le mie amiche, ci siamo divertite tantissimo e abbiamo fatto tardi in pizzeria; il tempo per togliermi qualche sfizio lo trovo, anche per comprarmi dei vestiti nuovi. Non mi manca nulla, solo vorrei scoprire cosa mi riserva il futuro, sono curiosa di sapere cosa accadrà nei prossimi mesi.

La curiosità è stata il motivo che ha portato la ragazza a rivolgersi alla Cartomante e allora metto subito la croce sul mio schema alla voce motivazione.

Una parte del mio modello va compilata in base all’impressione che ho dell’ambiente in cui credo che viva la persona che sta parlando alla seduta; in un primo momento stavo per mettere l’ics su MISERO, poi, però ho capito che non era adatto, che ORDINARIO era migliore.

La curiosità nei confronti del futuro ha aperto un canale di empatia con lei.

  • Credi che debba succedere qualcosa a breve?

Come al solito la Cartomante inizia con le sue domande-risposte, come faceva con me, per riuscire a estrapolare le sensazioni che la ragazza si tiene dentro.

Non proprio, cioè, non mi è successo nulla che può far pensare a dei cambiamenti, però ho una grande curiosità del futuro.

Avverto un’esitazione nella Cartomante, forse questa risposta non è quello che si aspetta, vorrebbe qualche notizia in più, magari su un incontro o su delle novità al lavoro.

Ad ogni modo, dopo qualche minuto, inizia a leggere le carte e io sento che scivolano tra le sue mani; poi cita i significati dei tarocchi che vede davanti ai suoi occhi.

  • Tu sei una brava ragazza, dai tanto agli altri, ma non dimentichi te stessa e cerchi i tuoi spazi, per questo è uscita la carta della tenacia. Sei impegnata con la casa e il lavoro, ma ben presto arriverà l’amore, non sarà una cosa folgorante e arriverà senza fragore, ma sarà forte e duraturo, avrà …

Manca l’Amore! Ecco qual è la pedina mancante nel suo destino, ciò che manca per dare colore a una vita voluta, cercata e difesa.

Le faccende domestiche, il lavoro, il fratello da accudire, sono tutti impegni che le riempiono il tempo, ma non colorano la vita.

Finora non s’è accorta della vera natura di questa mancanza, ma ora la curiosità s’è accesa in lei in attesa di una rivelazione.

  • Chi sarà questo mio amore? Lo incontrerò presto? Sarà molto più grande di me?
  • Ragazza mia, – cerca di frenarla la Cartomante – queste cose le carte non le dicono; lo incontrerai tra poco nel senso che tra poco tempo nascerà l’amore tra voi due, ma potrebbe essere una persona che conosci da qualche tempo e alla quale finora non avevi guardato in modo particolare. Posso anche dirti che non riconoscerai subito l’amore, ma crescerà in te lentamente fino a darti la certezza di quello che provi.

È interessante scoprire il modo in cui la Cartomante è riuscita a far uscire la ragazza dalla routine per immergerla nel suo prossimo futuro.

La ragazza ha portato con sé il carico delle responsabilità in un mondo piatto, ha esposto la sua vita nuda e cruda, arrotondando leggermente gli spigoli di una quotidianità che logora.

La Cartomante ha identificato la curiosità che anima questa ragazza e gli ha dato la speranza di trovare ciò che da sempre colora la vita, cioè l’amore.

A dirle così, le cose appaiono semplici e ovvie ma il percorso per raggiungere certe risposte non lo è per nulla.

Anch’io mi stupisco, quando ripenso a certe risposte, di quanto sia stata cieca nel non averle mai lette prima dentro di me. Di non aver mai provato a trovare certi riscontri prima di fare le sedute dalla Cartomante.

Le esperienze che segnano il nostro cammino sono scritte da mani diverse, lavorano su anime differenti ed è logico che non ottengano le stesse reazioni. Quindi se la scrittura non è sempre la stessa, figuriamoci come può cambiare la lettura!

Poi per carità, la vita deve essere vissuta e accettata per quello che è. Anche se, di fronte a certe rivelazioni che ci erano nascoste, ci battiamo la fronte con rimprovero dicendo ah, se ci avessi pensato prima!  

Le scene della vita sono un gioco le cui carte si rimescolano con un soffio di vento e hanno un aspetto completamente diverso un attimo con l’altro. E dopo questa deduzione che rivela tutta la mia intelligenza (?) proseguo con i miei pensieri.

Sono molti gli argomenti che girano nella mia testa e che sono da rosicchiare come una mela. Ho in mente tante di quelle cose da fare oltre alla mia quotidianità che sicuramente mi perderò nei ragionamenti, tralasciando una programmazione accurata e finendo nel caos più completo.

Vorrei raccontare a Mauro delle nuove sedute, vorrei risolvere con la bacchetta magica il mare di guai che mi ha lasciato il fornitore sparito e vorrei riprendere i contatti con Vanessa per vantarmi della mia nuova situazione con la Cartomante.

Purtroppo ogni mia buona intenzione affoga nei tentativi a vuoto e nella voglia di razionalizzare a tutti i costi questo momento di vita.

Forse dovrei fermare il mondo e rinunciare a qualcosa, per far ripartire tutto da zero; ma questo non è possibile, per ovvi motivi. Primo perché indietro non si può tornare, poi perché quel che è fatto, è fatto, e infine perché un pensiero non detto è una bugia senza peccato, ma pur sempre una bugia. Né Mauro né Vanessa me la perdonerebbero.

In compenso a questi piccoli rammarichi, sono piena come un uovo di quanto sto imparando alle audizioni; memorizzo, accerto, confronto, scrivo.

Ogni parola che ascolto durante le sedute serve ad avere un quadro di analisi e faccio esperienza attraverso la vita degli altri. Di ogni racconto mi resta solo l’essenza dell’emozione più forte.

È iniziata una fase d’immagazzinamento che diventerà in pieno svolgimento quando si trasformerà in un vortice. Poi si calmerà e io dovrò scaricarmi per far tornare la testa ai suoi giri normali. Sarà quello il momento della rilettura prima di consegnare i testi alla Cartomante.

Nelle prime due sedute ha voluto vedere i miei appunti, che ho rigorosamente consegnato alla signora distinta; ogni volta lei mi accoglie con familiarità, prima di farmi accomodare nella saletta d’ascolto, e io non ho problemi a farle vedere il mio lavoro.

Il tono dei nostri incontri sta diventando più intimo, spesso sul tavolino trovo il caffè fumante oltre alla solita bottiglietta d’acqua, e a volte riesco a scambiare due chiacchiere prima che il cliente sia arrivato.

Per il momento tutto sta andando bene, perché non ho avuto rimproveri, le sedute continuano e io mi sento come se avessi una vita parallela. Mi rendo  conto di non poter far lavorare il cervello a questi ritmi per troppo tempo e che devo riuscire a tenere separata la vita reale. Devo cercare di non lasciarmi sopraffare completamente.

Comprendo la delicatezza del momento e i rischi che corro, per questo metto dei freni alle eccessive riflessioni; d’altro canto m’accorgo che sta crescendo il distacco dalla mia vita e mi sento come se camminassi a due dita da terra, in lievitazione naturale.

CAPITOLO 16 – VISITATORE NUMERO TRE – IL CONTADINO

Oggi il cliente è un signore anziano, lo deduco dalla tosse che accompagna l’incedere strascicato del suo parlare; racconta di un sogno di cui non sa spiegarsi il significato e che, da un po’ di tempo, è diventato una visione onirica ricorrente.

In mezzo a un campo lavorato due vacche comandate da un uomo trainano un erpice. Dietro di loro un altro uomo semina manualmente, con gesti ritmici, lenti e misurati; porta la mano nella sacca appesa alla cintola, tira fuori un pugno di semente, né troppa né poca, e la sparge a ventaglio davanti a sé. Camminando fa un passo lungo e uno corto, dondolando per far sì che il seme si adagi musicalmente al suolo. I due uomini, quello che guida l’erpice e quello che semina, cantano insieme, poi ridono, chiacchierano, imprecano e vanno avanti. Finito il lavoro, sul fare del buio, tornano a casa, sono stanchi, eppure ancora cantano, chiacchierano, imprecano e, finalmente, giungono a casa, dove un caldo focolare li aspetta. La tavola è apparecchiata, la famiglia riunita e loro continuano a chiacchierare, imprecare e mangiare.

Il vecchio finisce il racconto del sogno e comincia a spiegare le emozioni che l’hanno accompagnato in quel viaggio onirico.

Si sveglia di soprassalto e non riesce più a riprendere sonno. Si sente avvolto in una sensazione di vittoria mista a sconfitta e nello stesso tempo avverte una stretta al cuore.

Quello di cui non si capacita il vecchio è che, essendo trascorso diverso tempo da quando i lavori in campagna si facevano con gli animali e ricordando bene in che situazioni difficili questo si faceva, è assurdo che lui senta nostalgia per quei tempi.

Molti anni fa le famiglie vivevano riunite, figli, nipoti, cognate, zie, cugini, e il vecchio ha vissuto quei tempi e metabolizzando il passaggio che li ha trasformati in quelli attuali.

Il lavoro in campagna non ha più la pesantezza fisica di una volta, e allora perché, se la vita non è più dura di com’era prima, quel sogno gli provoca una sensazione di vuoto e di perdita?

Dalla grata non proviene alcun rumore né parola, senz’altro la Cartomante si concentra per aumentare l’importanza di quello che sta per dire. M’immagino il contadino che resta con le mani in grembo ad aspettare il responso.

Quando inizia il discorso, sinuoso e incantante, con parole morbide e avvolgenti la Cartomante induce il contadino a scoprire l’origine del suo tormento. La rivelazione mi lascia folgorata, come credo succeda anche a quel signore anziano.

  • Lei ha una radicata paura del futuro e del progresso, ha il timore che esso possa modificare la sua vita e la sua campagna.

La mia penna si alza dalle schede e non riesco a continuare a scrivere; sono rimasta a bocca aperta dopo aver sentito quello che ha detto la Cartomante. Il vecchio contadino, invece, sicuramente non ha avuto il mio stesso choc perché si riprende subito. Questo mi fa pensare che, forse, si aspettava proprio una risposta come quella.

  • È impossibile che io abbia questa paura, la terra è mia e nessuno potrà portarmela via. Lavorerò fino alla fine dei miei giorni perciò non vedo cosa devo temere dal futuro e quale danno potrebbe farmi il progresso.

La Cartomante, con dolcezza e pazienza, riprende il suo ragionamento spiegando che la paura non è necessariamente legata al lavoro, ma è determinata dal confronto quotidiano con le nuove tecnologie.

  • Io sono un agricoltore all’avanguardia, uno che s’aggiorna costantemente sulle nuove tecnologie e metodologie di lavoro. Non temo il progresso e non sono affatto convinto di quello che mi sta dicendo.

La Cartomante ovviamente comprende di dover fare chiarezza e gli spiega che le sue qualità e le sue capacità di adattamento ai cambiamenti nel lavoro non sono in discussione.

Il problema è che lui ha una mancanza di totale comprensione nei confronti delle apparecchiature moderne, come la televisione, per esempio.

Un momento, fermate tutto! La televisione? Sto riflettendo e non riesco a credere a quello che ho sentito. Com’è possibile che la televisione sia l’artefice delle sue paure?

  • La televisione fa emergere il contrasto tra passato, presente e futuro, mettendo in soggezione chi ha già dei problemi di ansia, e amplificandoli al massimo. Il punto è che certe tecnologie non sono state comprese fino in fondo e quando ci sono notizie che solleticano i nostri sentimenti, non riusciamo a contenere la distanza spazio tempo delle sensazioni, e andiamo in ansia. Il mio consiglio è di stare un mese senza guardare la televisione, poi torni da me per un confronto.

Il silenzio cala dall’altra parte della grata, devo dedurre che un’altra seduta è terminata. Infatti, dopo pochi minuti la signora distinta apre la porta e mi fa uscire immediatamente.  

Ho fatto un altro pieno, un’altra indigestione di pensieri che riempiono la testa e che devono essere scaricati nelle schede di osservazione per non creare tensione. L’elaborazione degli appunti serve alla costruzione di un pensiero tondo, un’idea finita, una conclusione alla quale giungo analizzando le situazioni.

Se provoco delle reazioni e vivo in prima persona i sentimenti di cui sento parlare, con il pensiero tondo concentro le energie dando un punto di conclusione e di ritorno. È sufficiente cercare quel pensiero nell’indice della mente, per ritrovare, integro, il percorso fatto per costruirlo nella sua rotondità.

Quest’atteggiamento mi aiuta anche nella quotidianità perché la schedatura mentale mi permette di avere una grande capacità di organizzazione nelle cose di ogni giorno; il lavoro, le faccende di casa, le chiacchiere con le amiche, tutto mi è più facile, più leggero, più vivibile. Riesco anche a sopportare Paola, che l’altro ieri ho invitato a casa per un tea, dunque sono veramente un passo avanti.

Gli impegni, stretti nella moltitudine dei doveri da compiere, pur nell’immediatezza di doverli fare, assumono una naturalità che mi aiuta molto. E poi ho sempre il mio pensiero tondo e finito cui poter tornare quando voglio.

L’unico neo è che, ogni tanto, mi dimentico di fare le cose più banali, come tirare l’acqua del cesso, spegnere le luci prima di uscire da casa, oppure lascio i panni in lavatrice per due giorni.

Questi piccoli inciampi non mi vietano di essere ottimista sulla via giusta per arrivare a comprendere il segreto della Cartomante. Ora comincio a capire i meccanismi che adotta per formulare le risposte e anche quando non affronta il problema direttamente, cerca di arrivare al nocciolo della questione con domande le cui risposte fanno uscire la soluzione di bocca al cliente.

Fa un’analisi come se avesse a che fare con un fico d’india. Prima lo rigira tra le mani con delicatezza, senza pungersi, poi individua il punto debole da cui parte per sbucciare l’intero frutto.

Con la ricerca di quell’unico punto debole, trova la chiave per aprire l’anima e scoprire il cuore pulsante delle sensazioni e del sentimento. Il mio prossimo passo consisterà nell’individuare la sequenza che precede l’identificazione della spina debole.

CAPITOLO 17 – IL CAMBIAMENTO

La certezza di avvicinarmi all’oggetto della mia ricerca, cioè il segreto della Cartomante, mi spinge avanti con maggior forza, mi sento positiva, ottimista, quasi gasata, e felice.

Stamattina, però, mi sono svegliata male, ho come un peso da una parte della testa. Forse è solo il cambio climatico del tempo meteorologico a causare questo fastidio.

Il passare dei giorni, però, invece di togliermi quei leggeri pesi alla testa diventati ormai una quotidiana presenza, portano altri piccoli disturbi.

Mi sveglio la notte di soprassalto, come se stessi avendo un incubo, ma non ricordo nulla e mi riaddormento subito, senza avere idea di quello che è stato. Oppure mi alzo da tavola convinta di fare qualcosa, come prendere un piatto o altro, e invece non devo fare niente, e torno a sedermi mogia; altre volte sono in auto e mi trovo in strade e vie sconosciute, senza sapere come ho fatto ad arrivarci.

Solitamente non ho mai dato peso a questi fatti, ma ora non sopporto più quella strana sensazione che mi resta addosso, come quella che ho il mattino successivo al risveglio notturno.

È una strampalata percezione che sa d’ammuffito, di qualcosa che invischia, ma è molto piccola, e basta una scrollata di spalle per gettarla via.

Con ogni probabilità la questione è da mettere sul piatto di una debolezza psicologica dovuta al sovraccarico di lavoro mentale. Sicuramente dipende da una lateralità dello stress. Se mi soffermo a riflettere su cosa mi turba o m’infastidisce, non riesco a far mente locale per avere un’analisi conscia e tangibile.

Non so spiegarmi nulla e nella speranza che il nodo si sciolga da solo senza dover ricorrere ai ripari del medico, vado avanti per la mia strada lasciando le cose come stanno.

I giorni trascorrono in fretta quando le ore sono piene d’impegni. Nei minuti liberi mi riempio di pensieri e purtroppo non posso fare niente per ridurre il carico; questi ritmi me li sono imposta io e adesso che vedo la strada definita, devo solo pensare a proseguire.

Il lavoro per le sedute è diventata più pressante, sia per l’elaborazione delle schede, sia a causa di alcuni cambiamenti avvenuti nello studiolo dove ascolto i colloqui.

La signora distinta ha portato il barattolo con la melassa, che rilascia un odore dolce e forte. Non conoscendone ancora l’uso e il significato, spero di trovare un momento adatto per chiedere delucidazioni.

L’ultima volta che sono stata dalla Cartomante mi sono accorta che sulla mensola angolare di fianco alla grata, al posto del vaso con la pianta grassa, c’era un candelabro; ed era proprio quello che avevano rubato! Appena l’ho visto mi sono spaventata come se avessi visto la morte, la storia di quel candelabro mi ha impressionato a tal punto che la sola vista dell’oggetto mi mette soggezione!

Normalmente quando io arrivo le sedute sono già cominciate, o mancano solo pochi secondi all’inizio; al termine, invece, la signora distinta apre la porta mentre io vorrei ascoltare anche le ultime parole, e devo uscire subito.

A causa di questa sincronia, non ho spazi di riflessione o margini per aprire un dialogo, né prima né dopo; sembrano perfettamente armonizzate per farmi arrivare e ripartire senza che ci siano intoppi.

A me non resta che immagazzinare la storia e compilare le schede. Così sono costretta anche a digerire questi cambiamenti senza nessuna possibilità di chiarimenti, e i dubbi e le domande su quello che ancora non capisco restano intatti.

Queste modifiche, all’apparenza irrilevanti e innocue, in realtà mi creano scompiglio e quando tento di creare un po’ di vuoto per tornare sui miei passi e darmi delle spiegazioni, scopro di avere troppa confusione nel cervello. Perché i fatti della vita scorrono inesorabili riempiendo ogni spazio del loro motivo di esistenza.

Un po’ come quando si porta uno scatolone di cose vecchie in soffitta e ci si accorge di non avere spazio per metterlo; bisogna gettare via qualcosa che non servirà mai più per metterci al suo posto lo scatolone.

Se voglio riuscire a fare la stessa cosa con il cervello, devo liberarmi delle storie che sono già diventate esperienza e di cui ho già completato la stesura nelle schede. Non sarà facile trovare la complicità di Mauro ma, per riuscire a compiere questo lavoro di pulizia, devo per forza raccontargli alcune delle storie che ho immagazzinato e sperare, con ciò, di portarle fuori da me.

Ai primi di dicembre, una domenica mattina in cui il tempo sembra avere clemenza e il vento da nord si è calmato, io e Mauro decidiamo di andare sulle colline fuori città per una gita nei paesini dell’entroterra. Ci fermiamo a mangiare in un’osteria tipica della zona e, dopo che ci siamo rimpinzati ben bene, decido che è il momento buono per fare la mia confessione.

  • Sai Mauro, sono tornata dalla Cartomante.

Ho allungato la sedia dal tavolo e mi dondolo all’indietro con noncuranza; Mauro sta bevendo il caffè e dopo la mia sparata noto che gli sta andando di traverso. Il locale è pieno e sicuramente eviterà di urlarmi contro per non dare nell’occhio.

Infatti, tira fuori il pacchetto di sigarette, se ne accende una e lascia che sia io a continuare il discorso.

  • Ho fatto una specie di contratto con lei e adesso mi riceve una volta alla settimana per ascoltare i suoi clienti.

All’inizio Mauro fatica ad accettare che io sia tornata dalla Cartomante e non riesce a spiegarsi come mai io possa assistere alle sedute.

  • Guarda che io non sto nello studio con il cliente, la segretaria mi ha preparato uno stanzino apposta dal quale sento quello che si dicono, ma non posso vedere nulla.
  •  Ci mancherebbe altro! Te lo immagini un cliente che si vede una terza persona che ascolta i fatti suoi?

Finalmente posso dire di essere riuscita a sciogliere il ghiaccio della sua contrarietà e l’esercizio del racconto delle storie mi libera la mente dei tanti episodi accumulati.

L’aspetto divertente è che non conoscendo direttamente le persone coinvolte, Mauro e io ci facciamo un sacco di risate nell’immaginare i personaggi delle varie vicende. Forse non sono molto corretta quando faccio queste divagazioni, ma, fino a ora, le sedute sono state molto tranquille e i problemi esposti non erano particolarmente drammatici.

Alla fine di dicembre, quando l’inverno è già arrivato e fervono i preparativi per il Natale e l’ultimo dell’anno, le sedute cominciano a diventate una noia.

Spesso le situazioni si ripetono e i problemi sono simili: gelosie, piccoli rancori, voglia di agiatezza e quanto altro di materialistico si possa chiedere alla vita.

È da circa tre mesi che seguo le sedute del lunedì, e devo ammettere che la successione seguita finora ha avuto una sua logica. Infatti ho conosciuto le varie ansie e paure con un crescendo di rilevanza che mi ha permesso di capire gli atteggiamenti adatti a combattere le difficoltà che provengono dall’esterno.

In un certo senso ho conosciuto le problematiche della gente imparando, in qualche caso, anche quali sono le soluzioni migliori per risolverle.

Potrei pensare di mollare tutto e di accontentarmi di quanto ho ascoltato finora, perché ormai assisto a colloqui identici per contenuti e per soluzioni.

Sto accumulando la polvere sui vari argomenti e in questi frangenti il cervello perde la sua lucidità e freschezza d’intenti. Così il cervello s’organizza per rimettere in moto il meccanismo delle domande abbandonate e tesse la sua tela d’interrogativi e di percorsi immaginati. Purtroppo, non avendo alcuna possibilità di ottenere una risposta, mi ritrovo con un pugno di mosche in mano.

Al momento potrei correre il rischio che i progressi nella conoscenza fatti finora, regrediscano assorbendosi come l’inchiostro simpatico sulla carta da lettere.

Dovrei trovare il modo di parlare con la signora distinta per farmi spiegare la faccenda della melassa e con la Cartomante per avere altri chiarimenti sul suo metodo di lavoro. Per esempio per sapere come fa a capire la causa degli affanni quando la loro manifestazione non ne è la diretta conseguenza. Come è successo per l’ansia provocata dalle nuove tecnologie.

Stretta tra la noia delle sedute e la paranoia di trovare il tempo giusto per interloquire con le due donne, cerco di trovare una soluzione che non consista nell’abbandonare le sedute. Intanto il cammino prosegue.

CAPITOLO 18 – VISITATORI NUMERO X – CONTRO FATTURE E MALOCCHI

Qualche giorno prima di Natale, nel solito lunedì di chiusura del negozio, vado dalla Cartomante per un’altra seduta.

I miei sforzi mentali per trovare un argomento da sottoporre in un colloquio a tu per tu con la Cartomante non hanno prodotto effetti. Ogni volta che parto da casa per raggiungere il villino mi ripeto mentalmente le parole da dire alla signora distinta per chiederle di avere un colloquio con la Cartomante. E ogni volta che sono al suo cospetto me le dimentico!

All’inizio sono partita con la scusa di voler sottoporre il mio metodo di archiviazione delle schede per discutere con lei sulla sua validità o sui cambiamenti da fare.

Poi però ci rimuginavo sopra e mi sembrava un’idea sciocca. Così pensavo di chiederle un incontro per farle leggere il mio lavoro, ma mentre ragionavo su quali schede portare un baratro d’inadeguatezza s’apriva davanti a me come un fiordo norvegese.

Anche oggi arrivo sui gradini della casa e suono al campanello senza avere una buona idea in merito. Mentre attendo che mi venga ad aprire sono nella confusione del che cosa chiedo, perché e quando, e alla fine decido di ripiegare sulla richiesta di spiegazioni sulla melassa con la signora distinta. Non sarà come fare dei passi in avanti decisivi nella scoperta del segreto, ma è meglio di niente.

  • Buonasera.

Sto ancora strofinando i piedi sul tappetino messo fuori dall’uscio e quando cerco di guardare in faccia la signora distinta mi trovo di fronte la sua nuca. Lei, invece di ascoltarmi, va via dritta per il corridoio che porta al mio stanzino.

Avrò detto qualcosa di sbagliato? Sono solo le quattro del pomeriggio e in questa stagione è già sera, non credo che si sia contrariata per la mia buonasera.

Attraverso la soglia e quasi devo correre per starle dietro, faccio in tempo a togliermi la lunga sciarpa da sopra il giaccone e siamo già nel mio stanzino. La porta si chiude dietro di me e non sono riuscita a chiederle nulla!

  • Mio figlio frequenta una ragazza, è una poco di buono ma sa com’è, alla sua età, ha vent’anni, non si stanno ad ascoltare i consigli di una madre.

La voce che proviene dalla grata è di una signora di mezza età con un parlare colto, che dà l’idea di una persona distinta.

Racconta la sua storia con dovizia di particolari soffermandosi spesso sul giudizio riguardo alla ragazza di suo figlio. Una che lavora in una fabbrica, non ha titolo di studio e bazzica bar e discoteche.

  • Mio figlio frequenta l’università, deve studiare e impegnarsi per il suo futuro, non può perdere tempo con quel tipo di ragazza.

La signora vorrebbe che si liberasse di quel legame prima di restare segnato dallo sbaglio di quella frequentazione e soprattutto per non soffrire per la perdita.

  • Questa storia deve finire in nulla così come nel niente che è cominciata, e io ho bisogno che questo succeda nel più breve tempo possibile.

La Cartomante fa altre domande, vuole indagare per capire meglio la situazione e aiutare quella persona. Nel mio cervello s’insinua il dubbio se lei voglia favorire le intenzioni della madre o non sia piuttosto propensa a difendere i ragazzi.

  • Si sono conosciuti due mesi fa, al mare, durante le vacanze e ora continuano a frequentarsi anche in città. Lei è bella, davvero molto affascinante, ma non ha cultura, non ha interessi, e i suoi amici sono poco di buono.

Sento un fruscio di carte mentre la cliente continua a elencare i motivi e le giustificazioni alla sua richiesta d’intervento. Poi la Cartomante inizia parlare interrompendo il fiume di parole della signora.

  • Le carte danno questa risposta: suo figlio non corre pericoli perché la ragazza è una brava figliola, ma non è la ragazza giusta per lui e la loro storia finirà tra poco. È meglio lasciarla sfogare in modo che trovi da sola il suo destino, il resto si aggiusterà.

Un attimo di esitazione e di silenzio carico di tensione riempie gli istanti successivi a quella rivelazione. Poi la cliente riprende.

  • Io ho bisogno che la storia finisca subito, ho già tollerato troppo questa distrazione e per aiutare mio figlio sono disposta a tutto, anche a prendere delle misure drastiche.

Non posso vedere quello che accade dall’altra parte della grata, ma poiché il parlare della signora s’interrompe bruscamente e all’improvviso, ne deduco che la Cartomante deve averle intimato l’altolà. Poco dopo è lei a chiudere la questione.

  • Ho capito bene, dove vuole arrivare e fino a che punto è disposta a spingersi; tuttavia le posso garantire che le fatture spesso diventano controproducenti e l’amore, come potrebbe avvenire in questo caso, per combatterle potrebbe addirittura rafforzarsi.

Il gelo che cala nella stanza delle sedute arriva fino alla grata e sembra materializzarsi come un filo di fumo che sale dal ghiaccio.

È la prima volta che sento fare una richiesta esplicita d’intervento tramite fattura o malocchio, e ne resto sconvolta. Capisco che certe situazioni portino alla disperazione e in questi casi ci sia gente disposta a tutto pur di raggiungere i propri scopi, ma venire a contatto con questa realtà in modo diretto fa una certa impressione.

Esco dal villino scossa da quest’ultima audizione e con la mente impegnata a impormi di segnalare sulle mie schede questo cambiamento. Dovrò chiedere lumi e spiegazioni oltre a quelli riguardanti la melassa o i candelabri.

La noia delle sedute precedenti è stata sostituita dalla curiosità di scoprire come la Cartomante riuscirà ad affrontare queste richieste da parte dei clienti.

Ora non si tratta più di spiegare un’ansia o un patema o di trovare la soluzione a un problema che riguarda l’essere umano. Adesso le situazioni coinvolgono più persone e alla Cartomante viene esplicitamente richiesto l’intervento contro altri individui.

In questa prima occasione se l’è cavata consigliando di lasciare le cose come stanno perché, fondamentalmente, è la soluzione migliore, ma non credo che sarà sempre così.

Il lunedì successivo torno alla seduta convinta di avere nuove possibilità di conoscere meglio il lavoro della Cartomante, e anche di poter parlare con lei.

Gli ultimi cambiamenti, inclusi quelli degli arredi, sono stati il frutto di una volontà ben precisa e giustificati da un motivo che li ha resi necessari. Sicuramente devono preludere all’inizio di un rapporto diverso.

Sono assolutamente incapace di formulare una qualsiasi ipotesi riguardo al motivo di questo cambio di circostanze, ma spero vivamente che m’avvicini ancor di più al segreto.

Purtroppo le mie speranze non possono essere più lontane nelle risposte dalla vera circostanza che mi troverò a vivere.

Dalla grata iniziano ad arrivare le voci, a parlare sono due persone e all’inizio non capisco cosa gli sia successo e cosa vogliono chiedere. Nella foga di spiegare parlano assieme confusamente, poi finalmente uno dei due zittisce l’altro e prende in mano il racconto.

  • Signora, noi due giochiamo a calcio nella squadra giovanile, siamo le promesse della città, ma abbiamo un problema con un nostro compagno che è molto prepotente. Abbiamo cercato di spiegargli che siamo tutti amici e che non va bene fare il ruffiano con i dirigenti e con l’allenatore, ma lui continua a seminare zizzania tra di noi e contro l’allenatore. Non riusciamo ad avere un rapporto tranquillo all’interno della squadra perché lui si mette sempre in mezzo e pretende di essere l’unico a decidere tutto. Purtroppo gioca molto bene per cui sia l’allenatore, che si è accorto del suo brutto comportamento, sia i dirigenti, si sono decisi ad allontanarlo solo per un po’ dalla squadra, per fargli abbassare la cresta. Quindi lui gioca comunque tutte le partite, e ogni volta si alza la sua quotazione per cui diventa sempre più eroe per i risultati che otteniamo. L’unico modo che abbiamo per far tornare il sereno tra noi, è che lei trovi il modo per farlo ammalare, oppure che gli capiti un infortunio dai tempi di recupero lunghi.

Chiusa nel mio stanzino stento a credere alle mie orecchie; devono essere al colmo della disperazione se chiedono di fare il malocchio a un compagno di squadra!

Il mio angolo della malizia mi suggerisce che forse, dietro quest’assurda richiesta, ci sia della gelosia o dell’invidia. Intanto anche la Cartomante vuole capire quale sentimento stia animando la loro richiesta.

  • Ragazzi, siete certi di come stanno le cose e siete proprio sicuri di quello che vorreste fare?     

I ragazzi ricominciano a parlare contemporaneamente, uno sopra le parole dell’altro; nonostante la confusione riesco a capire che sono sicurissimi della loro versione e si giustificano dicendo di aver tentato ogni strada per risolvere la questione.

A un certo punto il loro vociare caotico s’interrompe di colpo, nel silenzio che segue, sento solo il fruscio delle carte che la Cartomante sta facendo girare per un’altra volta sul tavolo.

  • Perché qui le carte mi stanno dicendo delle altre cose; la carta dell’invidia è uscita troppe volte e credo che, tra di voi, sono in pochi quelli che pensano solo al bene della squadra. È la carta della gelosia che rafforza quest’immagine e dà il quadro di una situazione diversa da quella che mi avete raccontato.

Ancora alcuni minuti di silenzio, durante i quali capisco che probabilmente i ragazzi si sentono in soggezione e non sanno come controbattere. La Cartomante è riuscita a togliere ogni velleità al loro atteggiamento e alla scelta di agire con un regolamento dei conti.

  • Il consiglio dettato dalle carte è di avvicinare i poli opposti e fare in modo che tutti rispettino le regole sportive; dovrete affrontare il problema a viso aperto e assieme all’allenatore e ai dirigenti.

Il tono di chiusura è più che evidente, almeno per me, ma i ragazzi non lo capiscono e iniziano a protestare, di nuovo assieme e vociando.

La Cartomante tace, per lei la seduta è chiusa; poco dopo sento aprire la porta dello studio e, contemporaneamente, si apre anche quella del mio stanzino.

CAPITOLO 19 – IL PATATRAC

Dopo che s’è aperta la porta, la signora distinta, invece di accompagnarmi fuori, mi fa entrare dalla Cartomante. E io, che ormai mi sento erroneamente in grande confidenza, mi lascio scappare un commento fuori luogo.

  • Perché non ha permesso a quei ragazzi di risolvere il problema allontanando la mela marcia dalla squadra?

Ho usato dei termini coloriti e in questo modo la mia confidenza si trasforma addirittura in spavalderia.

Quando la Cartomante alza lo sguardo mi sento sprofondare, e in un nanosecondo capisco la gravità della mia impertinenza. Il terrore che suscita la sua occhiata mi pietrifica la bocca.

  • Ragazza mia, non credo che lei sia in grado di giudicare cosa sia o non sia meglio fare; ora interrompiamo le audizioni perché lei ha bisogno di una pausa di riflessione. Ho cercato di darle modo di meditare su quanto appreso, prima facendola assistere a sedute omogenee, poi introducendo degli argomenti più delicati. Speravamo che lei ci dimostrasse un’elaborazione consolidata di quanto ha ascoltato, ma evidentemente non ho ottenuto il risultato sperato, visto il modo in cui ha affrontato quest’ultimo argomento. Avevo già deciso d’interrompere gli incontri perché lei ha già in mano parecchi strumenti per scrivere il suo libro. Utilizzi ciò che ha imparato per mettere ordine anche dentro se stessa, e torni da me solo quando avrà finito.

Resto muta e non ho possibilità di replica perché la Cartomante ha ragione; non posso obiettare nulla, visto che sono in torto marcio.

Non mi resta che sottostare al suo volere e ubbidire alle sue parole che sono, ancora una volta, definitive. 

Con questa liquidazione amara sulle spalle lascio il villino e m’avvio verso casa. Altroché pappagallino da riconoscere come se avessi sul groppone il segno di un destino crudele! In questo momento posso solo incolpare me stessa per come ho peggiorato la situazione.

Me la sono andata a cercare e non ho fatto nulla per evitare un epilogo negativo. È vero che la Cartomante aveva già deciso di mettere fine agli incontri, ma avrei potuto limitare i danni e lasciare che ci fosse qualche spiraglio positivo. Chissà se potrò ancora ottenere altri incontri.

Questa chiusura arriva proprio nel momento in cui stavo maturando consapevolezza e quando i cambiamenti stavano producendo dei risultati. Avrei dovuto dimostrare più umiltà, così avrei potuto insistere per ottenere altre risposte.

Inizia in questo modo malinconico il mio nuovo calvario in bilico tra l’avere e l’essere. Un nuovo periodo in cui non so se è meglio accontentarmi di quello che ho appreso, oppure se devo cercare nuovi approfondimenti e, magari, trovare un modo per tornare dalla Cartomante.

I giorni trascorrono monotoni, io non ho più gli stessi stimoli nell’affrontare il quotidiano e questa malinconia impensierisce anche Mauro.

Senza volerlo sono diventata come l’uomo del pappagallino, che incolpa gli altri per tutti i suoi guai, veri o presunti.

Trascino le giornate senza dargli un senso né un motivo, perdo tempo nelle cose più banali e mi manca l’entusiasmo in quelle che, un tempo, mi gasavano. Nel vuoto del mio limbo, mi scopro a riflettere di niente, e questo è quanto di peggio ci può essere per abbandonare senza elaborazione quel poco che sono riuscita a comprendere durante le sedute.

L’etica mi dovrebbe imporre di rendere concrete le analisi per verificare gli argomenti e fare una valutazione di quello che ho imparato. Senza dimenticare che bisogna completare le schede se voglio preparare il libro da portare alla Cartomante, altrimenti mi chiuderò in faccia anche l’ultimo appiglio per sperare in una ripresa dei contatti.

Le giornate di festa oberate di lavoro con l’avvicinarsi della fine dell’anno mi danno la scusa buona per evitare di definire e approfondire il lavoro sulle sedute.

Sorretta da questa giustificazione lascio che sia il destino a darmi l’occasione di lucidità per riprendere il discorso da dove l’avevo abbandonato.

Una sera di metà gennaio, stesa sul divano con i piedi sul tavolino del salotto e la testa appoggiata sul petto di Mauro, guardo la TV cercando di seguire la trama del nostro telefilm preferito. In realtà i pensieri si soffermano a ragionare sui personaggi, a cercare di capire che tipo di persone sono, al di là della finzione che rappresentano.

Osservo i loro comportamenti, le loro manie e i loro atteggiamenti di fronte alle diverse situazioni, e mi diverto a fissarne gli aspetti più comuni a quelli che ho ascoltato dalla Cartomante. In questo modo mi rendo conto di essere sulla buona strada per intraprendere il primo passo verso il ritorno a ciò che avevo abbandonato.

Dopo quella serata rivelatrice ogni scusa è buona per ricreare le stesse circostanze vissute alle sedute. Sono convinta che in questo modo potrò ricostruire delle situazioni più accurate rispetto alle schede che ho già compilato.

Mi dedico a rielaborare la realtà attorno a me per gestire al meglio il lavoro sul testo da sottoporre alla Cartomante. L’illuminazione avuta di fronte alla televisione la considero un segno del destino e d’ora in poi m’impegnerò a seguire questo cammino.

Nel quotidiano cerco di scovare nella realtà ciò che ho solo immaginato ascoltando i racconti dalla Cartomante; lo faccio mentre salgo sull’autobus, quando vado a fare la spesa o quando sono nel mio negozio, dove mi ritrovo a fissare la gente attorno a me per carpirne i segreti.

In questo domino delle situazioni e in questo gioco al mosaico che si completa, la testa comincia a viaggiare per conto suo; attraversa le vicende già ascoltate e cerca di visualizzare gli scenari adatti che possano far emergere gli argomenti sentiti.

Oltre a voler scoprire se la tal persona è stata dalla Cartomante, vorrei riconoscere in un volto quelle voci che udivo discutere animatamente. Così mi sforzo d’immaginare chi possa essere chi.

Mentre il pensiero s’addentra nei meandri della fantasia per ricreare le varie vicende, la psiche si abitua a vivere le diverse personalità.

Quando genero le condizioni migliori per analizzare i problemi tendo a concentrare nel mio conscio il peso delle varie ansie. Senza preoccuparmi degli effetti che potrebbero darmi.

Quelli erano personaggi veri, pieni della vita di tutti i giorni, e immedesimarsi in loro potrebbe significare aprire le porte per farli entrare in me. Potrei diventare come ognuno di loro e inglobarli al mio interno creando un’enorme bolla che si agita di tutte le inquietudini. Che paura!

Ieri, mentre salivo di corsa sull’autobus, cercavo di tenere la mente impegnata sugli impegni da svolgere ed ero tesa nel concentrarmi su qualcosa di preciso che non facesse pascolare i pensieri. Invece il mio occhio maligno, indipendente da una mia precisa volontà, s’è soffermato un istante sull’uomo seduto vicino al finestrino, che stava guardando fuori nella strada.

È stato un attimo, un istante, una frazione di secondo, un battito di ciglia, quello che è bastato alla fantasia per collegarlo all’idea dell’uomo con il pappagallino.   

È fatta! I pensieri si concatenano alle idee, quelle che mi ero già fatta sul suo conto, e istantaneamente ricordo tutto il suo colloquio, il suo modo di parlare, il suo tedio. E m’immergo immediatamente nelle sue angosce.

Il tutto succede senza che io abbia una realistica conferma che quello fosse proprio l’uomo del pappagallino; il cervello ha fatto un ragionamento ed è andato dietro alla prima idea che la fantasia gli ha dato, senza porsi la domanda d’essere nel giusto o no.

Il danno è che io, per ben tre giorni, vivo la mia vita immersa in una condizione psicologica per cui qualsiasi avvenimento è causa di ogni malinconia possibile e immaginabile.

Il giorno del mercato settimanale, mentre mi aggiro tra le bancarelle dell’intimo per studiare la concorrenza, mi sembra di riconoscere il contadino anziano che ho ascoltato dalla Cartomante.

Sento la sua voce tra le persone che fanno capannello davanti ai banchetti dell’ortofrutta e l’associazione d’idee parte senza nessun preavviso. Le complicazioni vengono quando mi lascio rovinare psicologicamente dalla televisione al punto che poi, come lui, devo fare la cura disintossicante.

Le giornate di febbraio, con il carnevale alle porte e il lavoro che aumenta, si sono allungate nelle ore di luce, e questo dovrebbe favorire il buonumore. Spero di trovare qualche spazio di tempo anche per rilassarmi.

È trascorso troppo poco tempo dalla rivelazione riguardo a come procedere per rendere concreto il lavoro svolto con la Cartomante, e io sono ancora sopraffatta dalle angosce. Dovrei impiegare il mio tempo per analizzarle, invece non riesco a togliermi di dosso le smanie e le inquietudini che esse rappresentano.

Succede così che all’improvviso e senza motivo ho degli scoppi esagerati di stati d’animo che coinvolgono gli aspetti ancora sconosciuti delle ansie. Nei momenti in cui cerco di rilassare la mente mi ritrovo, al contrario, a dover fronteggiare esplosioni caotiche di sentimenti e crucci di vario genere.

Adesso che mi trovo in questo stato comprendo anche le piccole disattenzioni, i risvegli notturni e le contrarietà di cui ho sofferto qualche mese fa. Altro non erano che il tiepido inizio di questo tipo di dilemmi determinati dall’ammucchiarsi di situazioni dentro di me.

Sono diventata una persona che non sono più io, sono tutti gli altri messi insieme in un unico soggetto multiforme, un tacchino dalle mille teste che non sa che farsene delle sue cento mani, ma è ben stordito dalle innumerevoli angosce. Dio che casino!

Tento di sfuggire a un inesorabile declino diventando iperattiva, cioè impegnandomi pignolescamente in ogni faccenda. Nonostante i miei sforzi per fingere di esserne fuori, però, gli ambienti delle sedute mi precipitano addosso senza che io riesca ad aprire alcun ombrello per proteggermi. La mente ha dei procedimenti velocissimi e la mia coscienza non fa in tempo a mettersi al riparo.

Andando avanti di questo passo non so dove potrei andare a finire. Questo mio essere in balia delle psicosi altrui mi fa soffrire allo stesso modo in cui patiscono gli altri, mi stressa, mi consuma, mi logora.

Sono stata una masochista nell’aver seguito questa strada di ricerca, e una stupida nell’aver creduto di riuscire a sopportare il coinvolgimento totale di me stessa. Come al solito ho esagerato senza rendermi conto delle conseguenze possibili.

CAPITOLO 20 – LA SOLUZIONE

Nei primi giorni di marzo, quando la primavera è alle porte e già si assaggiano i primi sorsi frizzanti della stagione prescelta alla rinascita, un inizio di rinsavimento mi dà la giusta speranza di trovare una via d’uscita.

  • Oggi, in negozio, è venuta una signora che abita all’altro capo della città; aveva saputo del mio negozio da una sua parente, e ha voluto vedere di persona i miei filati di cotone.

Mauro si è seduto a tavola da pochi minuti, ma io non ce la faccio ad aspettare tanto prima di raccontargli quella bella novità.

  • Ha portato via un campionario di colori e tipologie di tessuti perché presto mi farà un ordine molto importante; ha detto che deve fare una specie di corredo, per un nuovo nato, credo, o qualcosa del genere.

Ho attaccato con voracità il mio piatto di spaghetti e mentre mastico l’enorme rotolo che mi sono ficcata in bocca, il silenzio cala nella nostra cucina.

Ogni tanto, la sera, ci piace mangiare un bel piatto di pasta, soprattutto quando a mezzogiorno non siamo riusciti a fare un pasto decente. Succede quando Mauro fa l’orario continuato e io devo restare in negozio con un fornitore o con un buon cliente che vuole scegliere dopo aver guardato l’intera gamma del prodotto che gli interessa.

  • Ti sei fatta lasciare un anticipo?

Come sempre il mio uomo la mette cinicamente sul piano pratico e cerca di capire qual è il vantaggio che ne possiamo ricavare in termini economici. Cerco di non lasciarmi condizionare dal suo tono spiccio e neppure dalla sua pretesa di un ritorno finanziario immediato.

  • La signora mi ha chiesto quali sono i tempi di consegna dai magazzini in cui mi rifornisco; “sa”, mi ha detto, “il mio ordine dovrà essere evaso con una fornitura diretta e devo sapere quanti giorni ci vogliono”.
  • Caspita, allora è davvero una cosa grossa!

Mi alzo da tavola sparecchiando i piatti vuoti della nostra pastasciutta, ho l’impressione che Mauro mi stia prendendo in giro e che non consideri la vicenda con la giusta rilevanza.

Invece per me è stato come un colpo di frusta schioccato sul marmo, come un fulmine con il tuono istantaneo, come il campanello che suona all’improvviso. Ho sentito un brivido correre lungo la schiena e, con buona pace degli inglesi che pensano a qualcuno che cammina sulla tua tomba, mi sono come risvegliata dal torpore che m’aveva assalito in queste ultime settimane.

Ho capito che devo scrollarmi di dosso l’inerzia dentro la quale sono affondata subendo le angosce. È venuto il momento di trovare un modo per affrontarle e dominarle.

Di sicuro la parte più difficile d’affrontare, arrivata a queste conclusioni, è quella di riuscire a spingere fino in fondo l’identificazione delle diverse angosce quando spuntano dentro di me. Solo avendo tra le mani una forma ben precisa e dai connotati specifici posso sperare di riversarla all’esterno per liberarmene.

Nel caso mi dovessi accorgere di aver superato ogni limite di sanità mentale, cercherò un modo per tornare dalla Cartomante a farmi curare. Quest’idea m’alletta, anche se la mia sanità mentale non è ancora in dubbio.

Rivolgendo all’esterno le angosce che mi spuntano dentro e facendole uscire da me potrò vederle dall’esterno e sarò in grado di capirle meglio. Il passaggio successivo sarà quello di dargli una connotazione nel reale, cioè di identificare le persone che vivono e rappresentano quel sentimento.

Prevenire gli attacchi a sorpresa delle diverse ansie non è una cosa semplice e mi devo impegnare per essere pronta a prevedere gli effetti collaterali che insorgono.

Devo studiare le inquietudini con razionalità perché solo così potrò appioppare l’esatta angoscia alla giusta persona, con la speranza di liberarmene definitivamente.

È il procedimento inverso al precedente, prima identificavo un’angoscia dopo aver notato una persona, invece adesso studio l’individuo e la sua vita rifilandogli l’affanno che meglio gli si addice.

Così scruto la gente di continuo per trovare nelle vite che mi scorrono attorno la collocazione giusta di ogni sentimento, e sto iniziando una nuova strutturazione dei pensieri.

Ogni cosa che ho scoperto finora deve trovare la sua giusta collocazione nella realtà che l’ha generata. Questo significa ricercare le conferme delle inquietudini nelle giuste dimensioni di quello che ho ascoltato dalla Cartomante.

L’imperativo cui dovrò adeguarmi è quello di trovare ad ogni costo un metodo che mi eviti l’assalto delle associazioni d’idee. Non vorrei che un pinco pallino qualsiasi, a causa della mia scarsa attenzione, possa erroneamente identificarsi con un personaggio della Cartomante.

L’esercizio aiuta la mente a prepararsi e tiene in allenamento i neuroni del cervello. Questo è un dato certo, tuttavia non essendo io una persona molto rapida reagire istintivamente, decido di mettere a fuoco un’apprensione ascoltata alle sedute e poi mi muovo alla ricerca della persona che la possa incarnare.

Di sicuro voglio che ci sia almeno un minimo di corrispondenza nel personaggio, se non altro nella voce, per far sì che si possa rappresentare ciò che ho sentito dalla Cartomante.

Un giorno decido d’identificare l’operaria che aspetta l’amore della vita con la figlia della mia vicina di pianerottolo e, dopo aver ascoltato una breve conversazione con sua madre, studio i suoi comportamenti per identificare il grigiore di una vita senza amore.

Salvo poi accorgermi che, con quell’operaia, lei non c’entra proprio niente perché è una studentessa e pure fidanzata!

Poco male, i miei riscontri arriveranno lentamente, con l’esercizio, e poi posso intanto accontentarmi delle costruzioni che aiutano a portare le situazioni fuori di me.

Così arriva la volta della signora che ha chiesto il malocchio e dei ragazzi che giocano a pallone, e via di seguito.

Al mercato il mio interesse di dare un volto vero alle voci ascoltate e di conseguenza alle angosce, diventa una mania. Tanta gente offre molte più possibilità di riscontro e l’anonimato del gregge trasforma in comari da piazza grande anche i caratteri più timidi.

Il mercato concentra i multiformi aspetti dei pensieri affittati alle vite degli altri e io posso scrutarli per riconoscerli nei miei personaggi in cerca d’affanni.

Mentre passeggio tra le bancarelle, tra gli odori di frutta e verdura, di vestiti e di scarpe nuove, tra le voci ridenti che si salutano, io sento il desiderio di entrare in ognuna di quelle vite, sento la voglia di conoscerle, di saperle.

Il primo è l’uomo che si alza presto al mattino per avere la bancarella aperta prima della concorrenza, ha la sigaretta appesa alla bocca, lo sguardo acceso dalla speranza di avere davanti una buona e proficua giornata e la faccia contrita per l’alzataccia mattutina.

Quale vita si potrebbe celare dietro un personaggio del genere, quale casa, quale moglie, quali figli, quale soddisfazioni, quali soldi, quali desideri insoddisfatti o sogni infranti?

Sul marciapiede fuori dal mercato vedo una donna che passeggia lentamente tenendosi lontana dalle bancarelle. Non può essere in giro per fare compere, forse sta solo facendo la solita passeggiata, quella che qualcun altro farebbe per portare il cane a fare pipì. Potrebbe essere lei la madre gelosa del figlio che ha trovato una bella fidanzata? O forse il venditore mattiniero potrebbe essere l’uomo delle malinconie perché deve combattere da solo contro la concorrenza?

Accanto al banco della frutta, un anziano contadino chiede i prezzi delle primizie, la sua voce mi fa voltare di scatto; è lui l’uomo rovinato dalla televisione?

Contorcendomi con le domande sulle varie possibilità alla fine arrivo a fantasticare sull’assurdo. E anziché concepire una vita falsa da appioppare a delle persone reali, m’immagino la vita reale di quelle persone sconosciute.

Il gioco della probabilità è affascinante, sia per come permette di violare l’intimità, sia per come consente di lasciarsi andare alle regole della fantasia. Sono spunti irreali e schizofrenici, tuttavia le persone che suscitano il mio interesse diventano vittime inconsapevoli dei miei pensieri.

  • Mario un caffè lungo, grazie.

Sono entrata nel bar dopo aver chiuso alle mie spalle, e con molta decisione, la porta del mio negozio. Oggi ho proprio bisogno di darmi un po’ di carica dopo una notte agitata.

Al tavolino vicino al frigo dei gelati, una persona attira la mia attenzione e comincio a studiarlo.

È un omone, il classico omone grosso e sudaticcio che s’incontra in ogni bar, e ogni bar ne ha uno; un omone di cui tutti sembrano amici, ma che nessuno conosce così bene da essere in confidenza con lui.

Mentre lo guardo si sta incazzando con un’altra persona, e forse è per questo che l’ho notato. La situazione è deplorevole, nel senso che stanno alzando la voce quando sarebbe preferibile trovare una soluzione ragionando civilmente.

Da quello che ho capito della loro alterata discussione credo che lui sia in torto, tuttavia c’è qualcosa in quest’uomo che lo giustifica. Non saprei dire cosa perché a quel che vedo sembra che sia un iracondo come ne esistono tanti, e il suo stato di agitazione avvalora questa ipotesi. Ma a guardarlo meglio s’intravede il lato mite del suo carattere.

Assecondando questa diversa angolazione appare più probabile che abbia perso le staffe solo ed esclusivamente in questo momento, come se non gli accadesse mai, se non una volta su mille, ed è quella cui io sto assistendo.

Esco dal bar e me ne vado con una punta di contrarietà che non mi dà pace. M’innervosisce il fatto di aver occupato i miei pensieri con quell’uomo il cui comportamento, almeno apparentemente, è stato negativo.

Il resto della mattinata in negozio è noioso ma, intanto, l’idea che mi sono fatta dell’omone cova come il fuoco dentro la brace; vorrei evitare il pensiero, ma la curiosità di saperne di più mi spinge a immaginare i contorni della sua vita.

Attorno a lui cresce un mondo fatto di fantasie sulle persone, come quelle che alle volte intravedo dal mio negozio o di sfuggita per la strada; gente che non credo vera per quanto triste o misera.

Per evitare di soffrire evito di pensarle e di ragionare su di loro, un po’ come faccio con l’omone, che vorrei isolare da quello che gli è andato storto nella sua vita.

Nell’ipotetico reale che gli sto creando attorno, credo che lui non abbia avuto chance, che sia stato costretto a viverla come la sta vivendo. Se vicino avesse avuto delle persone che non lo avessero costretto a fare delle scelte piuttosto che altre, la sua sarebbe stata una vita diversa, più meritata.

L’idea che la sua vita possa essere stata condizionata dagli altri mi spinge a farmi domande sui perché del destino e sul perché viviamo una vita invece di un’altra.

L’omone e le sue storie, i suoi comportamenti, è come sviscerare la sua esistenza per conoscerne meriti, sbagli, errori, caratteristiche e distrazioni; un modo per cercare risposte indirette al perché ci è toccata in sorte una certa vita.

Non potrò mai arrivare a una conclusione, in parte perché non si può conoscere tutto degli altri, e in parte perché quell’omone non lo conosco affatto, non gli sono vicina.

Se non posso svelare i suoi misteri, resterò con il pensiero di lui, ogni tanto mi scapperà fuori un pezzo della sua vita, ogni tanto lo incontrerò, ogni tanto mi commuoverò per lui e, certe volte, avrò anche l’illusione di riuscire a svelare completamente il suo personaggio. Tutto questo fino a che un giorno l’omone muore, e io sto ancora aspettando di incontrarne un altro.

Oltre all’omone ci sono altri personaggi che stuzzicano la mia fantasia e fanno prendere il volo ai miei pensieri. È una giostra di soggetti in cui non ci sono posti liberi, che gira senza mai fermarsi, e crea un vortice dentro il quale il rischio principale che corro è quello di perdere il contatto con il resto del mondo.

Una sera di marzo, dopo aver tirato giù la serranda poco dopo le otto perché una cliente mi ha fatto perdere tempo prima di scegliere il bottone giusto per la camicia del marito, mentre attraverso la strada per raggiungere la mia auto parcheggiata noto un barbone all’altro lato del marciapiede.

È una serata fredda e piovigginosa, di quelle che spingono il calendario indietro nelle settimane e che, anziché far sentire vicina la primavera dà la sensazione di essere precipitati di nuovo nell’inverno.

Il barbone stimola la mia fantasia sui suoi perché: perché ha scelto la vita di strada, perché in questa città, perché preferisce il cappotto a una più calda giacca a vento, e via di seguito.

Il barbone ha una sigaretta che gli penzola dalla bocca, una sigaretta gialla, fumata e non fumata, aspirata e non aspirata, la sua barba è grigia e il cappellaccio di lana gli avvolge la testa.

Il cappotto è logoro, un filo di fumo o di respiro gli esce dalle labbra; è un filo sottile, non si capisce se è generato dal fumo del tabacco o dal fiato dell’alito.

Il freddo di questa serata rende la città ancora più grande e dispersiva, ma anche piccola e raccolta; così come la vita del barbone, che è convinta e non convinta. Potrebbe essere il barbone delle favole, una di quelle persone che ha una vita normale e all’improvviso decide di ribellarsi finendo col vivere in quella maniera.

Una vita in bianco e nero la sua, dura e difficile, senza un motivo né una domanda né una risposta. Se la sua fosse una favola a lieto fine un giorno accadrà qualcosa che lo farà tornare indietro, un evento che sconvolgerà la sua vita, come accade nei film in cui tutti si vogliono bene e alla fine tornano a vivere insieme in pace e in armonia.

Allora guardo questo barbone con un sorriso d’incoraggiamento, come per dirgli: vedrai che finirà presto questo film.

Forse è la stagione, l’atmosfera di fine inverno che mi fa immaginare così questo barbone, perché se lo avessi incontrato in estate o in piena primavera, a quel barbone non gli avrei mai fatto vivere l’esperienza di tornare sui suoi passi.

La sua sarebbe una scelta irreversibile e nonostante fosse stata determinata da un sopruso, nessun evento sconvolgente avrebbe potuto farlo indietro. Sarebbe stato contentissimo di aver preferito una vita più libera. Anzi, si sarebbe fermato a guardare gli altri con ironia verso la loro condizione di vita caotica, legata a stress che nulla hanno a che fare con la realizzazione di se stessi.

Se lo incontrassi in autunno, questo barbone assumerebbe la sua vera dimensione di malinconia, immerso in paesaggi da sagra paesana, dove la gente si diverte con euforia, e lui neanche li vede.

Le sue condizioni di vita si trascinerebbero tra una bottiglia comprata con l’elemosina ricevuta, e i regali che hanno il sapore d’evento in grado di modificare la giornata o la settimana intera.

Un barbone che vive in solitudine, chiuso nel microcosmo fatto della sua persona e dei quattro stracci che porta addosso. Quello che potrebbe vivere nelle forti emozioni della vita di strada gli passa solamente accanto, sfiorandolo come fa la vita delle altre persone.

Il barbone riassume molti pensieri, ad eccezione del lieto fine, perché il lieto fine di un barbone è solo la morte; diventare un barbone è come iniziare in solitudine il sentiero verso la morte.

L’esercizio dei pensieri e delle immaginazioni sta portando via la tristezza e la malinconia del grigiore quotidiano. Ogni inquietudine sembra andarsene via assieme ai personaggi, e nulla resta a tormentare me rendendomi più libera.

L’anima s’alleggerisce, i pensieri hanno ordine e non sono sospinti dalla nascita di sentimenti irrazionali che s’improvvisano. Così mi tolgo di dosso quelle ansie che, erroneamente, pretendevano di accumularsi in me.

CAPITOLO 21 – PANICO

Toccare il reale cercando situazioni diverse e posizionarmi di fronte a esse senza opinioni modificanti, mi fa sentire come un foglio bianco. Sono una carta assorbente che ruba al prossimo portandosi via un pezzo della vita degli altri, e molti, tanti pensieri in affitto.

Il mio stato d’animo colora, a seconda del suo umore, paesaggi e fotogrammi di quello che l’occhio vede. E frugo cercando queste immagini negli angoli della città, e in ogni angolo mi fermo a guardarlo dalle diverse posizioni.

Studio la gente, i suoi comportamenti e come io stessa, a seconda dell’angolo in cui sono, possa avere una visione differente delle persone e delle loro vicende.

È l’immaginazione che mi porta per le diverse strade delle disparate piazze, sul mercato e nei negozi come nel parco e negli svariati parchi delle diverse città.

Questi trasformismi, questi passaggi da un’identità all’altra, da una vita a un’altra, sono molto rapidi e, oltre allo scompenso di non poterli confrontare con nessuno, comincio a soffrire di una certa difficoltà nel digerirli.

Sto facendo una sbornia senza alcol; ho voluto mettermi nuda di fronte alla vita degli altri per poterla assorbire, e ora ne sono piena fino all’ubriacatura. Nonostante siano per metà reali e per metà frutto della mia fantasia, devo comunque fare i conti con l’enorme carico di sensazioni ed emozioni che procurano.

Come sempre succede quando raggiungo la colmatura dei miei arrovellamenti, il mio angolo di salvataggio, esente da fantasticherie e distaccato dalla realtà, mi permette di osservare dall’esterno anche il mio comportamento.

È così che mi sorprendo nel vedermi camminare per la strada con aria saputa, come se fossi un’etologa che, invece degli animali, studia il comportamento degli esseri umani.

Una visione del genere è assolutamente fuorviante nella considerazione di me stessa, ma per fortuna poi c’è la realtà che mi riporta con i piedi per terra. Scontrandomi con la dimensione vera dell’esistenza, che va avanti lo stesso a prescindere dalle mie interpretazioni, ecco che torno a pensare di essere parte di un gioco, una pedina che ha solamente deciso di vivere a modo suo le caselle del percorso.

E ne sarei sicura e convinta appieno, se non ci fosse un po’ di schizofrenia latente a minare questa certezza.

L’altalenarsi di momenti d’euforia e di sconforto, il considerarmi costantemente in bilico tra la ricerca del segreto e la costruzione fantasiosa della vita degli altri, mi sta spremendo il fisico.

Le mie energie si stanno esaurendo e il mio corpo ne risente in maniera tangibile, tanto da subire dei mutamenti fisici. Ho sottovalutato alcune avvisaglie di cui dovevo tenere conto per non perdere la retta via, e non so come sia successo, fatto sta che ora che non peso più!

Non mi so spiegare come sia potuto accadere un fatto del genere, so solo che stamattina sono salita sulla bilancia e l’ago non si è spostato di un centimetro.

È impossibile che possa essere diventata improvvisamente un peso piuma, con tutta la ciccia che ho addosso; non credo neppure di non esistere più, cioè di essere diventata il fantasma di me stessa. Tuttavia penso proprio che quello che è successo sia un segnale, una specie di campanello d’allarme.

Sicuramente quando avrò riparato la bilancia ogni cosa tornerà alla normalità, comunque la solita vocina mi allerta dicendo che la faccenda non sarà così semplice come io mi auguro.

Un sabato pomeriggio prima di aprire il negozio vado alla bottega del riparatore di piccoli elettrodomestici; entro con un’aria baldanzosa ed esagerata, come se stessi andando a una festa invece di essere in quel posto solo per portare una bilancia ad accomodare.

È un comportando poco normale per ciò che sto facendo e forse il mio atteggiamento è forzato dalla voglia di voler affrontare la situazione con maggior leggerezza possibile, per dare minor peso al fattaccio. Minor peso … ha, ha, ha!

  • La mia bilancia ha cominciato a dare i numeri e pesa qualche chilo in meno. Mi sono messa a dieta in quest’ultimo periodo, ma non credo di aver ottenuto dei risultati tanto evidenti. Veda lei cosa si può fare, ripasserò tra una settimana.

Lascio il signore dietro al banco con la bocca ancora aperta come per dire qualcosa, ma non gli lascio il tempo di controbattere, giro sui tacchi ed esco dal negozio. Non voglio approfondire il discorso e non me la sento di dirgli che la bilancia non pesa più.

Svoltato l’angolo dell’isolato mi fermo in mezzo alla strada; che stupida sono, certo che avrei potuto dirgli che la bilancia non pesava, non ci sarebbe stato nulla di strano, capita anche alle bilance di rompersi completamente.

Perché mi è scappata quella bugia così grossolana? E perché mi turba tanto il fatto che la bilancia non funzioni più?

Chiudo l’incidente nel omento in cui, tornata nel mio negozio, mi accorgo che oggi è il primo di aprile; bene, il signore che mi accomoderà la bilancia registrerà il mio passaggio come una sorta di pesce d’aprile. 

A parte la stranezza di quanto accaduto con la bilancia, il gioco delle finzioni e delle carte immaginarie continua nei giorni a seguire. Mi sento immersa nell’immaterialità come se fossi la protagonista di un film sull’esoterico.

Questo scherzo mi sta portando alla continua ricerca di conferme riguardo alla mia reale esistenza o meno. Così controllo se dalle vetrine appare il riflesso della mia persona, oppure batto i piedi a terra con violenza per sentire il rumore dei miei passi; se non che, per guardare in giro e per aria, spiaccico una merda e l’incazzatura non fa altro che aumentare la mia ridicolaggine.

  • Pronto?
  • Buongiorno signorina, la sua bilancia è un mese che l’abbiamo qui a riparare. Vuole venirla a prendere o ce la regala?
  • Mi scusi, mi è passato di mente, sì, passerò oggi pomeriggio, grazie.

Accidenti è vero, ormai è passato un mese da quando gliel’ho portata! All’inizio avevo accantonato di proposito quell’impegno, l’avevo relegato nella memoria per dimenticare quello sciocco incidente e la figuraccia fatta con il signore al quale l’avevo lasciata.

Poi mi è passato di mente e non ricordavo più di aver promesso di tornare dopo una settimana, se non gli avessi lasciato il numero di telefono del negozio gliel’avrei abbandonata lì.

  • Signorina, io la bilancia l’ho guardata dentro, sotto e sopra, ma non ci ho trovato nulla di rotto. La provi così vediamo se ha qualcosa che non va!
  • No grazie, mi fido di lei, se dice che è a posto, va benissimo così; si figuri che non ricordo neppure quale problema avesse quando gliel’ho portata! – faccio una risata un po’ nervosa, ma spero che non si accorga del mio disagio – quanto le devo?
  • Nulla, si figuri signorina, non mi deve nulla.

Il signore mi guarda con aria strana, ma non sto a domandarmi se è perché ho la faccia stralunata o perché è strano chiedere di pagare per la revisione di una bilancia; esco frettolosamente dal negozio e m’avvio verso casa.

A mente fredda cerco di ragionare su quello che potrebbe essere successo quando ho creduto di non pesare più. Purtroppo non trovo alcuna spiegazione che non sia quella di una svista; ma sì, deve trattarsi sicuramente di un errore capitato nel momento di maggior crisi confusionaria.

La solita vocina dice che sono tutte scuse, che è solo la voglia di giustificare me stessa per non accettare di essere sulla soglia di un vero e proprio esaurimento nervoso.

La sera a casa, in un impeto di orgoglio scaturito dalla necessità di liberarmi da ogni incubo, decido di affrontare brutalmente la realtà: salgo sulla bilancia per fugare ogni dubbio sulla mia integrità mentale. E il mondo mi crolla addosso.

L’ago non si sposta di un centimetro! È la conferma di quanto temevo, non peso più! Metto un vaso di fiori sulla bilancia, per vedere se tante volte ci sia un problema di magnetismo; ma il vaso pesa, al contrario di me, e sposta l’ago della bilancia.

È il giorno più brutto della mia vita, mi sento come un animale in gabbia che cerca disperatamente di aprire lo sportellino per fuggire dalla prigionia crudele, ma sono intrappolata inesorabilmente.

Se non peso più, significa che non esisto più materialmente; e se fosse la morte?

No, sarebbe troppo bello, per morire bisogna soffrire molto di più!

Immedesimarmi negli altri ha creato un cumulo di stress che è l’unico responsabile di questa mancanza di peso. Non posso più permettermi di ubriacarmi con le storie delle altre persone!

Gli incubi che ero a malapena riuscita a relegare in una zona buia del cervello, tornano prepotentemente fuori. Svengo immediatamente; qualcuno mi aiuti, penso in quello stato di dormiveglia (io non svengo mai completamente, c’è sempre il mio angolo di salvataggio che mi mantiene cosciente).

Stesa sul divano, in balia di uno stato confusionale assoluto, sto vivendo il rumore del silenzio, da fuori a dentro, da dentro a fuori, come un filo di fumo ondeggiante che disegna la sua forma. La forma della mia paura!

Le angosce diventano spropositatamente grandi e incomprensibili, e io non riesco a scansarle né a ridimensionarle; devo impormi di trovare un rimedio, se voglio recuperare un minimo di integrità.

Saranno solo dei palliativi ma almeno mi permetteranno di tirare avanti e fare l’ultimo sforzo di affrontare di nuovo la Cartomante, perché solo lei può trovare la cura adatta.

Qualche giorno dopo questa fatidica constatazione prendo appuntamento per il primo posto disponibile. Purtroppo me lo dà per la fine di maggio e non mi resta che sperare nella vicinanza con l’inizio della calda stagione per ricevere un aiuto nel risolvere la mia situazione.

Il tanto atteso giorno finalmente arriva e quando varco la soglia della villetta mi sento talmente malinconica che, per un’ultima volta, mi assale il forte desiderio di fare di nuovo l’ascoltatrice.

Cerco di non pensarci, di scacciare questa voglia irrazionale. La signora mi lascia sola dopo avermi aperto il portoncino e, in un impeto irrazionale, commetto l’ultima fatale imprudenza sgattaiolando di nascosto nello studiolo.

Le cose sono rimaste come le ho lasciate, melassa e candelabri inclusi; mi sorge il dubbio che qualcun altro possa avere occupato il mio posto.

Il cuore mi batte a mille all’ora, ho il terrore di essere scoperta e, in questo momento, non sono nelle migliori condizioni per affrontare altre catastrofi.

Sono molto tesa ma, sotto la pressione dell’adrenalina, spariscono i pensieri razionali e non valuto neppure l’ipotesi che sappiano della mia presenza nello studiolo.

Adesso non ci sono più le domande, i perché, le ricerche, il segreto, e tutti i motivi che mi hanno spinto fino a questo giorno e fino a questo ritorno. Sono convinta di voler ascoltare per un’ultima volta, come se questo sia uno dei modi per uscire dai miei incubi.

Sarà così che, invece, resterò per sempre intrappolata nelle mie angosce e nei miei perché senza risposta.

O no?

CAPITOLO 22 – VISITATORE ULTIMO

Il cliente è un uomo, parla in maniera lucida, distaccata, con un tono che da l’idea di una persona distinta ed elegante. Questa è solo la prima impressione, perché quando inizia a raccontare, invece, i contenuti della sua storia riveleranno in che misura sia vero l’esatto contrario.

L’uomo, dopo aver riassunto le vicende della sua vita, riferisce di un sogno ricorrente, tipo quello che ti segue per una vita intera, solo che ora ne è talmente soggiogato da non riuscire più a condurre un’esistenza normale.

Il cliente è uno scommettitore di scoregge, una persona che partecipa alle trasmissioni televisive di quiz ed è in grado, in base all’odore di ciò che annusa, di sapere cosa ha mangiato nelle ultime dodici ore l’autore del peto.

Quest’uomo rappresenta il massimo livello di degrado cui è arrivato il nostro vivere, ormai comunichiamo solo attraverso le stronzate o, peggio, con il fumo di esse.

il problema del cliente è ben serio poiché a causa della persecuzione che subisce con il suo sogno ricorrente, non riesce più a scommettere. Quel che è peggio è che ha anche perso l’olfatto e non ce la fa più a odorare.

Questa sua mancanza di uno dei cinque sensi mi fa pensare alla mia mancanza di peso; e se fossero due sintomi dello stesso male?

Il cliente inizia a parlare del sogno e io mi lascio coinvolgere completamente nel suo viaggio sperando, con l’analisi di un incubo non mio, di trovare un piccolo aiuto per risolvere il problema che mi ha portato nuovamente qui.

Siamo in una stazione ferroviaria, lui aspetta un treno passeggiando lungo le banchine dei binari, il treno non si sa da dove venga né dove porti; la stazione è indefinibile, né moderna né antica, né grande né piccola, è più una sensazione di stazione e ti domandi addirittura se il treno arriverà mai.

Attorno all’uomo ci sono dei personaggi tipici ma indefiniti: la barbona con il cappuccino in mano che cerca una panchina dove berselo in pace; il ferroviere spento che vaga con un lavoro da svolgere, ma senza nessuna alacrità nel farlo; il ferroviere acceso, che non fa nulla di eccezionale, ma sembra che gestisca da solo l’intero traffico ferroviario; il ragazzino che aspetta il treno con il piede e la schiena attaccati alla colonna vicino al bar. Sono tutti personaggi indefiniti e bloccati all’interno della caratteristica scena di stazione.

Il cliente non capisce nulla del sogno e del clima d’attesa spezzata che suscita. Sa che lo scenario esiste, ma tutto è bloccato in una trama che non va avanti.

Si sente preda di un’angoscia che assume delle dimensioni spropositate fino a farlo precipitare dentro la situazione onirica, come in un incubo.

Mentre ascolto le sue parole quando accenna all’ansia d’attesa, la similitudine con le mie preoccupazioni fa scaturire una strana associazione d’idee, e la domanda sorge spontanea: la mia presenza a questa seduta è dovuta alla mia volontà d’ascoltare o è il frutto di una regia del destino?

Numerosi dubbi, come cirri nuvolosi d’interrogativi, s’affacciano all’orizzonte dei miei pensieri e tra la moltitudine di ansie che dipingono le mie paure, le sue domande si sovrappongono alle mie.

Mi lascio trasportare dal suo racconto, nella recondita speranza che il finale contenga una soluzione valida anche per me.

Attorno a me, nell’atmosfera irreale della stazione, sentivo delle voci di cui non distinguevo l’origine né i contenuti, ma alcune di esse mi chiamavo: Mario, Marioo, Mariooo; io ascoltavo, ma non capivo cos’altro dicessero e non riuscivo a rispondere.

A questo punto l’uomo s’interrompe, come se fosse rimasto folgorato da una visione o da un ricordo che emerge improvviso. Sicuramente la Cartomante lo sta fissando negli occhi e nessuno è in grado di sostenere quello sguardo.

Quando ricomincia a parlare la sua voce si sovrappone a quella della Cartomante e assume la cadenza automatica di una persona ipnotizzata.

Entrando nella voce e attraversando le sensazioni del cliente, la Cartomante sta sviluppando il prosieguo della storia, dandole corpo e proiettandola in un contesto indefinito, sospeso tra passato e futuro.

Cosa stia succedendo è difficile da capire, non so quali dimensioni hanno sia il mio corpo sia quello del cliente, e quale ruolo effettivamente svolga la Cartomante.

La forza con la quale si sta analizzando la situazione mi trasporta in una sorta di limbo di coscienza, dal quale seguo il trip del cliente dal vivo, senza perdere i piedi per terra.

È come se recitassi nel sogno che viene raccontato e ne sia trascinata nello sviluppo dal prosieguo della Cartomante, e il cliente è con me. Siamo immersi nel sogno e ne siamo protagonisti, ma stabilire quanto questo dipenda dalla mia e dalla sua volontà, è impossibile. Così come lo è stabilire e inquadrare il nostro essere interagenti.

L’insieme è chiaro e confuso allo stesso tempo, non saprei dire se ci muoviamo in questa specie di realtà virtuale spinti dalle nostre domande e dai nostri perché, o se siamo mossi da una regia nascosta.

Una regia che potrebbe chiamarsi destino e ci manovra come eroi di un gioco di ruolo facendoci vestire i panni dei protagonisti. Fatto sta che mi trovo immersa in un’epoca indefinita, passato nel futuro o futuro nel passato, nella quale il cliente si muove e io con lui.

CAPITOLO 23 – NEL SOGNO – IL TRENO

Nella stazione pseudo immaginaria l’uomo salì sul treno fermo al terzo binario; da dove venisse o come si fosse materializzato quel treno, non si capiva.

Era fatto di carrozze piene di finestrini, tutte di vetro, anche sul pavimento; lui salì e io lo seguii, come la formichina brava e ubbidiente che segue le sorelle incolonnate davanti a lei.

Una formichina che non si domanda cosa stia facendo perché è certa che lo sappiano le altre, quindi le segue mansueta, con la mollica di pane stretta tra le mascelle, pronta a compiere il suo dovere per portare il cibo al formicaio.

Così io camminavo dietro al viaggiatore, compivo i suoi stessi gesti e senza pormi altre domande, proseguivo in completa sudditanza.

Eravamo lì, in piedi dentro al vagone e non essendoci sedili su cui appoggiarsi, non si poteva far altro che tenersi in equilibrio aggrappati alle maniglie appese al soffitto.

Lentamente il treno si mosse, non si sentivano rumori di motori o di ferraglie, come di locomotiva vecchio tipo, e neppure il cigolio delle bielle che muovevano le ruote. Sembrava di essere in un film, dove il doppiaggio ha tolto i rumori di scena e si sentono solo le voci dei protagonisti; in quel momento, però, nessuno stava parlando e il silenzio creava un’atmosfera paradossale.

L’aumento ritmico della velocità trasformò le traversine, che prima scorrevano una a una sotto ai nostri piedi, in un unico insieme con i binari, e il treno portò il suo carico fuori dalla stazione.

S’immerse in un paesaggio che mai avremmo sospettato esserci là fuori; aveva nevicato, c’era tanta neve, neve caduta di fresco, neve candida che ovattava l’aria e rendeva ancora più pesante il silenzio che ci circondava.

L’aria all’interno del vagone era consumata, compressa, pesante, come a voler evidenziare il contrasto con quella esterna, che si presupponeva fresca e frizzante.

Il candore e la purezza dentro le quali si stava tuffando il treno sembrava dovesse pulirci da qualcosa che era lì con noi; la sua corsa decisa era un tentativo di lasciare alle spalle ciò di cui bisognava liberarsi.

La velocità aumentava, anche se non ce ne rendevamo pienamente conto per via dell’insonorizzazione: Il correre incessante del treno aveva un che di disperato, come se fosse stata una sua colpa non poter accogliere nei vagoni l’aria esterna disintossicante.

La carrozza di vetro si lasciava avvolgere nei dolci pendii e nei profili morbidi e arrotondati che scorrevano ai suoi lati; non si vedevano costruzioni, spigoli di palazzi o tetti con comignoli, c’erano solo rotondità coperte di abbondante neve.

Il treno correva, accelerava costantemente, come se ciò contribuisse a fargli scrollare qualcosa di dosso; voleva liberarsi di un peso per cambiare le sembianze e diventare un soggetto nuovo, pronto a immergersi nel futuro.

Queste considerazioni o, comunque, le sensazioni che venivano provocate, prescindevano da una mia precisa volontà, erano parole già scritte da qualcun altro e delle quali ero inconscia lettrice.

A un tratto lo sguardo fu attratto da qualcosa che spiccava nel paesaggio e in mezzo alla distesa di neve apparve una casetta di legno, nera e piccola. Non poteva essere una baita o un rifugio estivo, date le sue modeste dimensioni. Era sicuramente una capanna per attrezzi o, forse, un posto dove mettevano il fieno di riserva per l’inverno.

Quella casina suscitava un pensiero, un ricordo, questa volta consciamente mio, ma non riuscivo ad afferrare quale fosse.

Il racconto, o il sogno o qualsiasi altra cosa fosse quella dimensione, proseguiva, e io non potevo restare indietro a pensare, a soffermarmi per ragionare su quella casina nera, unica cosa distinguibile in mezzo al bianco della neve.

Nel cuore si stava allargando la sensazione di quiete e di calma, mi sentivo avvolta dal morbido, protetta dal candido, circondata da dolci pensieri che annullavano i colori vivi e crudi della realtà.

La curiosità di scoprire cosa nascondesse il manto nevoso, quale vita si celasse sotto la pesante coltre di quell’abbondantissima nevicata, era messa in disparte dalla voglia di godere quello stato di protezione.

Ero in uno strano stato, a metà strada tra il dormiveglia e l’inconscio, e cercavo di carpire ogni segnale che mi giungesse dal di fuori. Distendevo i sensi per renderli pronti a apprendere e tentavo di allungare la mano per afferrare un pezzo della realtà che stavamo attraversando.

Il risultato di questi sforzi fu che mi addormentai, cullata dalla dolcezza del viaggio. Sognai dentro al sogno che stavo dormendo e la morbidezza delle forme e l’assenza di colori si esaltava in un andirivieni di bolle e di schiuma. Sentivo il sapore dolce in bocca, nonostante non avessi mangiato nulla.

Ero immersa in una sinfonia di musica classica, ballavo ondeggiando nell’acqua e mi sentivo ancorata a un fondo di sconosciuta natura.

C’era un’indefinita associazione d’idee per cui si era protetti dal mondo esterno e distaccati da esso, mentre nello stesso tempo ne eravamo immersi dentro e potevamo osservarlo attraverso quell’incredibile vagone a vetri.  

Un leggero scossone mi svegliò, la corsa rallentava e stava assumendo il mesto andamento simile a quello di chi affronta un’incombenza. L’incedere e il ritmo erano diventati come la nenia malinconica dei lavoratori stanchi e annoiati che rientrano a casa.

Il paesaggio cambiò, la neve se n’era andata lasciando il posto ai colori naturali di ogni cosa; il silenzio ovattato venne cancellato dal rumore attutito delle rotaie che procedevano lentamente.

Vidi campi di grano appena spuntato, terreni arati, frutteti curati, tutto dava l’impressione di un mondo ordinato dove ognuno faceva laboriosamente il proprio dovere.

Vedevo passare automobili uguali a quelle dei giochi dei bambini, luccicanti, colorate, pulite; vidi il furgone e l’omino col berretto che lo guidava, il lattaio con le sue bottigliette ben allineate sul camioncino, il vigile con la moto che sorvegliava il traffico.

Tutti erano ordinati e precisi, immobili nella routine di gesti misurati e azioni predisposte, come se facessero parte di un mondo precostruito.

Le strade erano pulite, i segnali stradali grandi e ben visibili, i fossati curati, le costruzioni uniformi e colorate, simili una all’altra; la chiesa spiccava in mezzo a esse, con il campanile e la campana lucida con la corda attaccata.

La scuola aveva la scritta grande davanti all’entrata, l’ospedale l’H rossa cerchiata di bianco sul tetto e sul piazzale davanti al pronto soccorso c’era un’attrezzata ambulanza, sempre pronta a intervenire. Il meccanico aveva la serranda dell’officina aperta e la macchina in riparazione sistemata sul ponte idraulico; il fruttivendolo esponeva le sue cassette fuori dal negozio e la gente passeggiava ordinatamente sul marciapiede.

Si aveva l’impressione di attraversare un paese in miniatura, una sorta di Legoland ingrandita e finta; però era così bella, così ingenuamente graziosa, da desiderare che fosse stata vera, senza farsi tante domande sulla sua esistenza e senza pensare che potesse essere una finzione, e noi sproporzionati nei suoi confronti.

Il paesaggio nevoso portava ad avere sonno, a lasciarsi cullare dal dolce e silenzioso movimento del treno; l’immagine di quella sorte di paese dei balocchi, invece, stimolava la voglia di mettersi in gioco, di entrare nello scenario per immergersi nei giochi, come a voler essere un’enorme Alice nel paese delle meraviglie. Divertirsi con le bambole e le casette colorate, le macchinine e i furgoncini con i loro carichi, manovrare le gru, accendere i semafori; in poche parole guidare il mondo intero con una mano.

Separandomi da queste sensazioni istintive, nel vagone avevo il mio angolo di salvataggio che permetteva un minimo di distacco, una disgiunzione da quello scenario che avrebbe potuto essere reale, ma che poteva benissimo essere un film proiettato sui finestrini.

La domanda era su che ruolo avesse il nostro treno, se il suo correre sui binari era veramente inserito nel contesto del paesaggio; dopotutto anche noi avremmo potuto far parte di una costruzione di ferrovia, essere una finta riproduzione di qualcosa che esisteva nella realtà.

Avrei voluto fermarmi, fermare il treno, fermare il mondo; avrei voluto fare in modo che non passasse quel modello di vita, avrei voluto trattenere quelle scene nitide e affaccendate. Avevo gli occhi incollati ai vetri, ero affascinata dal mondo delle favole e avrei voluto scendere alla prima stazione che si fosse presentata.

Invece il treno continuava la sua corsa, e lentamente iniziò ad assalirmi la sensazione di perduto, di qualcosa che era e non è più, come se avessi dovuto abbandonare una parte di me in quel mondo di balocchi.

Cercai di buttare quella sensazione in un angolo della mente, di fargli spazio in una zona recondita, per non sentirla più. Intanto nella zona libera del cervello stava crescendo a dismisura la malinconia, come succede quando si vive il contrasto tra il vedere e il non toccare.

Nel fascio di nervi che stava diventando la mia testa, la corda della malinconia s’ispessiva sempre più, e io la sentivo suonare ancora più forte. Volevo fermare quel treno e scendere, volevo che il mondo si fermasse, anche solo per un attimo, per darmi il tempo di assaporare meglio quello che stavo vedendo.

Era netta la percezione tonda di appagamento completo, ma ciò non faceva altro che rendere impellente la necessità di entrare a far parte di quel mondo perfetto e fatto a mia misura.

Ognuna di quelle sensazioni non aveva tempo di disporsi per rendersi cosciente nell’anima; c’era il vuoto dentro di me e scoprii che il cervello era diventato come un’enorme scatola di scarpe vuota.

Una scatola di cartone le cui pareti s’allargavano, s’allungavano e si alzavano, fino a farmi impazzire nella disperata ricerca di un contatto con quei muri bianchi.

Ero stupefatta di quella scoperta del nulla, nel costatare la mancanza assoluta di pensieri e di punti di riferimento nella mente. Era come se fossi improvvisamente diventata cieca, come se stessi girovagando in una casa vuota, come se sognassi di cadere nel vuoto.

Avrei potuto appendere quella sensazione di necessità come s’appende un quadro, oppure sistemarla in un angolo come un mobiletto a sé stante, ma ormai il pensiero impazzito correva dentro la scatola senza trovare appigli, e potevo solo assecondarlo.

Il paesaggio fuori era sparito, niente case o alberi, strade o palazzi, il bianco e il niente ci attorniava dandoci la percezione di essere chiusi una galleria vuota. Il treno correva senza che noi sentissimo rumori di rotaia, o che vedessimo qualcosa scorrere fuori dai finestrini.

L’ambiente s’ingigantiva di vuoto, ogni cosa cresceva, dentro e fuori di me, come se qualcuno stesse pompando aria dappertutto.

Sentivo la pelle tirare come se mi stessi gonfiando e, nello stesso tempo, anche il vagone pareva dilatarsi e ampliarsi per contenere più aria.

Per fortuna quella che stava per diventare una percezione al limite dell’isteria iniziò lentamente a scemare; intanto il viaggio proseguiva e restai intontita, quasi frastornata, dalla trasformazione di ciò che era in ciò che avevo attorno, cioè un enorme vuoto.

La normalizzazione della circostanza fu un passaggio rapido, e passammo dal terrore fisico di scoppiare alla calma irreale del vuoto persistente.

Il treno rallentò e allo scompartimento s’affacciò una persona di cui non si poteva definire niente: né il sesso, né l’età, né le caratteristiche fisiche, né gli intenti.

Iniziò a parlare lentamente, seguendo la nenia del treno, e ogni parola si scolpiva nei centimetri che il treno percorreva.

  • Non ho fatto la guerra, che stupido, c’era troppa miseria, non ho fatto la guerra, che stupido, ero povero, non ho fatto la guerra, che stupido, mi sono nascosto, non ho fatto la guerra, che stupido, sono scappato, non ho fatto la guerra, che stupido, per sfamare i miei familiari, non ho fatto la guerra, che stupido, sarei ricco adesso, non ho fatto la guerra, che stupido, avrei la mia parte, non ho fatto la guerra, che stupido.

Ripeteva ossessivamente quella cantilena mentre con il corpo ondeggiava seguendo il ritmo del suo parlare; sembrava uno di quei mendicanti che stanno fermi per ore davanti a una chiesa e non sanno far altro che dondolarsi chiedendo la carità.

Il tono del nuovo passeggero restava inalterato, non aumentava di volume, ma la ripetitività e l’ossessione che lo caratterizzava, faceva crescere la sua intensità in maniera spropositata rispetto al nostro grado di sopportabilità.

Per come lo eseguiva, quel suo cantilenare avrebbe potuto confondersi con il rumore delle rotaie e sommarsi al ritmo dell’incedere del treno; invece per noi che lo ascoltavamo diventava sempre più alto e incessante, sempre più acuto e stridente. Fino a farci impazzire. Il viaggiatore-sognatore non sapeva come farlo smettere, finché giunse al punto di massima sopportazione dopodiché caccio un urlo portentoso.

  • BASTA! Non è stupido non fare la guerra!

Riaprì gli occhi dopo lo sforzo fatto per quel grido, e si accorse che niente era cambiato, come se nessuno l’avesse sentito e la sua voce si fosse spenta nel nulla.

Quella cantilena rischiava di romperci i timpani con la sua ossessiva ripetitività, e noi dovevamo trovare un modo per farlo smettere. Il viaggiatore- sognatore provò a stringere le mani sui suoi vestiti, per scuotere quella persona dalla sua nenia, ma la sua mano non fece alcuna presa.

Ci provai anch’io, ma solo per comprendere che era meglio lasciar perdere. Non avevamo alcuna cognizione della dimensione di quel viaggio, eravamo lì nostro malgrado, spinti dalle nostre domande e dal sogno iniziato.

Non ci restava altro da fare che accettare i fatti così come si verificavano, dopotutto eravamo dentro a un sogno impazzito dal quale era impossibile risvegliarsi. E se anche sapevamo quale fosse stata l’origine, non capivamo niente di ciò che avevamo davanti.

Il soggetto della cantilena continuava a ripeterla indisturbato ma, per fortuna, si mise in una angolo dello scompartimento e alla fine la sua tiritera si confuse con la cadenza ritmata delle rotaie che mordevano i binari del treno.

Entrò un’altra persona, leggermente più identificabile della precedente; era giovane, questo lo si poteva dire con certezza, ma tutto il resto era indefinito: il sesso, il colore dei capelli, i connotati fisici, il sentimento, eccetera.

L’anomalia di questi soggetti, dei quali non si riusciva a tracciare i contorni, faceva sì che restasse maggiormente impresso il messaggio che trasmettevano.

L’atmosfera era cambiata, eravamo passati dal freddo del paesaggio invernale al tepore dello scenario perfetto, e ora il nostro viaggiare contribuiva a scaldare ulteriormente l’ambiente.

La nuova persona che era entrata stava stravolgendo tutti, ce l’aveva con il mondo intero.

Gridava contro quelli che lavoravano, contro quelli che studiavano, contro quelli che avevano una posizione, contro quelli che andavano a messa, contro quelli che non rispettavano il rosso dei semafori, contro quelli che andavano a piedi, contro quelli che non lavavano le macchine, contro quelli cui non piaceva la pastasciutta, contro quelli che avevano gli orgasmi, contro quelli che erano felici, contro quelli che infelici, contro quelli cui non piaceva la musica classica, contro quelli che andavano allo stadio, contro quelli che dormivano al mattino, contro quelli che andavano in discoteca, contro quelli che si lamentavano perché pioveva, eccetera.

Continuava all’infinito, senza fermarsi mai e più andava avanti, più ti stupivi di come riuscisse a scovare le più diverse categorie di persone con cui prendersela.

Il viaggiatore-sognatore tentò di fermarlo, senza alcun successo e di nuovo ci arrivò la conferma di come qualsiasi nostro gesto fosse ininfluente in quel contesto.

Le nostre azioni erano come la mano che si muove tra l’acqua, come un’ombra sul muro, ne si capiva il passaggio, ma davanti e dietro le cose restavano com’erano.

Per nostra fortuna il tono di voce del nuovo arrivato, dopo aver raggiunto il solito parossistico acuto, diminuì d’intensità, finché anche lui si mise in un cantone e la sua nenia diventò uniforme a quella del guerraiolo e al rumore delle rotaie del treno.

Guardai fuori dal finestrino, attratta dalle immagini del paesaggio che avevano ripreso a scorrere fuori dal vetro.

Il vuoto si stava riempiendo: come i personaggi avevano inserito le loro nenie nei nostri pensieri, anche il paesaggio era tornato a dipingersi sui vetri delle pareti e avevamo riacquistato i rumori del sonoro.

Fuori dal vagone iniziò a scorrere una nuova vita, un nuovo mondo; eravamo usciti dal vuoto del nulla imperante e ora, come le persone che si riprendono lentamente emergendo dal coma mentale, ritornavamo a essere quelli di prima.

Ero nuovamente preda di sensazioni sconosciute, araldiche per come ci perdevo tempo a seguirne le sfaccettature minime. Di esse mi rimanevano appiccicati gli effetti: il freddo del clima nevoso, il tepore dello scenario perfetto, la paranoia delle nenie e l’insofferenza per non comprendere a fondo chi mi circondava.

Adesso il sentimento preponderante di quel nuovo mondo, nella nostra condizione di menti vuote da riempire, era l’attesa. Si palpava nell’aria un senso d’immobilità e di staticità dovuto all’inerzia delle azioni.

Il contadino era fermo con la vanga in mano a guardare noi che passavamo, il lattaio stava con il furgone parcheggiato a un incrocio, il prete sedeva con il breviario in mano.

Il tempo pareva scorrere lentamente o, addirittura, non scorrere affatto. Era un mondo in attesa di qualcosa: il campo di essere seminato, il grano di essere concimato, la mela di essere raccolta, la fabbrica di riprendere i suoi ritmi, la cava di scavare, il campo di essere arato, e così via.

La vita attendeva qualcosa o qualcuno che ne muovesse le fila, e noi che passavamo di lì per cercare risposte, eravamo noi stessi una domanda in più.

Dopo il vuoto dilatante, il nuovo mondo perfetto assumeva ora il mutevole aspetto delle mille domande, delle mille attese di cui non si sa niente e non si conoscono gli sviluppi.

Il treno stava rallentando, impercettibilmente, ma decelerava, e perdeva velocità; in quel contesto la mente subiva la stessa influenza delle frenate, percepiva la stessa inibizione al movimento.

C’era una forza esterna che, come la presa di una mano stringente, fermava i pensieri riuscendone a bloccare lo sviluppo, inibiva le intenzione che non si trasformavano in azioni.

L’unica nota positiva era il sentimento di fiducia e di positività che m’accompagnava nell’affrontare quella mutevolezza di domande, di attese e di ansie, più o meno giustificate.

Speravo di vedere qualcuno o qualcosa muoversi verso gli altri o le altre, cercavo in ogni modo di trovare un indizio per avere una direzione da prendere, ma tutto pareva ingessato ad aspettare.

Ero avvolta da una gelatina bloccante, come se il vagone fosse un barattolo di vetro che ci chiudeva nella sua morsa.

Questa condizione mi dava la stessa sensazione fisica dello stato di pre-anestesia, quando dal lettino degli interventi si vorrebbe scappare per evitare la sala operatoria, ma non si riesce a muovere neppure un dito per farlo.

In quei frangenti il panico sale di fronte all’ineluttabilità di quello che sta per succedere. S’attende l’effetto dell’anestetico che arriverà per addormentare completamente e togliere ogni possibilità di fuga, nel frattempo il destino di un intervento sconosciuto sta per compiersi.

Il cervello stava impazzendo dentro l’imposizione fisica del corpo, mi sentivo scoppiare dentro e lo stato d’ansia cresceva motivato dal non sapere come dirigere gli sforzi per uscire da quella condizione.

In ogni fibra del corpo e nei nervi del cervello, la tensione diventava spasmodica e non potevo farci niente, solo lasciarmi trasportare dal viaggio, solo continuare la scoperta delle carte, per scoprire una conoscenza che avrei anche potuto rifiutare.

Mentre il nervosismo latente stava per esplodere, i pensieri s’accavallavano alle domande; saremo riusciti a superare il nostro stato psicologico per scendere a una stazione diversa da quella dov’eravamo saliti, o ne avremmo fatalmente incontrata un’altra, del tutto simile?

Quell’incognita scendeva nel mio profondo sentire tentando di mettere  radici nell’anima. Era un’altra conferma del mio coinvolgimento non determinata da uno stato fisico. La sensazione di essere fuori da una sala operatoria e sotto l’effetto della pre-anestesia si manteneva costante.

Un altro individuo entrò nello scompartimento, una persona anziana, che iniziò a ballare scatenandosi senza ritegno. Non dava fastidio, ascoltava la musica con le cuffiette e il suo sembrava un gioco innocente; finché iniziò ad alzare il volume del suo walkman, lo alzò, lo alzò, lo alzò …

… Stavamo per impazzire, la musica aveva i toni talmente alti che le pareti dello scompartimento si muovevano per le vibrazioni. Non riuscivo a capire come potesse mantenere le cuffiette dentro le sue orecchie, mentre per noi i colori cambiavano davanti ai nostri occhi strozzati dalla ricezione distorta dei timpani alterati.

La visione si distorceva come la musica e la nostra già precaria dimensione assunse il livello dell’immagine contorta di un video mal girato. Dentro a quell’immagine alterata, allungata, allargata, ispessita e cambiata continuamente dalla musica ad alto volume, mi domandai se non fossimo giunti alla fine, se non fosse quello l’epilogo del viaggio.

Stavo per esplodere in mille pezzi quando la situazione cominciò a regredire e, lentamente, ogni cosa tornò alle sue sembianze naturali; la musica del walkman divenne un insieme monotono di bassi e si uniformò al rumore delle rotaie.

Il treno continuava il suo viaggio verso non si sapeva cosa, lasciandosi indietro le domande senza risposta e trovandone sul suo percorso altre, che a loro volta, non ne avevano. Fuori il clima di attesa del paesaggio si era fermato a uno stereotipo di mondo in cui tutti fanno qualcosa, ma sono in attesa della mossa più importante, che sarà qualcun altro a fare; impossibile immaginare chi avrebbe fatto quell’intervento, e neppure perché avesse un’importanza così esclusiva.

La velocità del treno aumentava, assumendo la marcia e l’andamento di un rapido; forse un semaforo verde aveva indotto il macchinista ad accelerare, o forse era stata identificata la meta da raggiungere ed essendo in prossimità dell’arrivo, si cercava di ridurre i tempi del viaggio.

Qualunque fosse la ragione del nuovo impulso, quella maggiore dinamicità alleggeriva la cappa che aleggiava nello scompartimento.

Per conto mio avrei voluto sporgere la testa fuori per prendere il vento in faccia e rinfrescare la mente confusa; ma il treno non aveva finestrini e l’involucro di vetro era sigillato.

A un tratto, con uno scossone violentissimo, il treno si fermò e i passeggeri furono scaraventati a terra. Il viaggiatore-sognatore si rialzò subito, gli altri personaggi erano spariti tutti e io, che non ero caduta a terra, mi accorsi che a fermare il treno ero stata proprio io.

Avevo ancora il freno a mano stretto nel pugno ed ero l’unica rimasta in piedi, dritta come un baccalà, attaccata a quel freno.

Una constatazione sola era lampante: qualcosa si poteva fare nel sogno, cioè, io potevo interagire con esso. Solo che non avevo deciso io di tirare il freno a mano. Già, perché l’avevo fatto? Come ci ero riuscita?

Dunque, se era vero che potevo interagire, era anche evidente che non lo avevo fatto di mia spontanea volontà; se non era il mio cervello a dare gli ordini, chi aveva indotto il mio corpo a svolgere quell’azione? Chi tirava i nostri fili?  La Cartomante, il viaggiatore-sognatore, il mio inconscio?

CAPITOLO 24 – SOGNO PARTE ll

Il treno era fermo, non restava altro da fare che scendere. Il viaggiatore-sognatore era ancora stordito dalla brusca frenata, come lo si può essere quando si è svegliati nel sonno.

A questo stordimento s’aggiungeva lo sbalordimento tipico degli assalti onirici, di cui noi eravamo preda e di cui ci sentivamo assoggettati. Io ero poco più cosciente di lui, sempre in stato confusionale, sia per gli avvenimenti sia per la particolare condizione psichica.

Nonostante ciò, avevo la sensazione di conoscere, o di essere in grado di riconoscere, qualcosa. Percepivo una certa familiarità con i luoghi e con le persone che animavano il sogno: la stazione, i personaggi, il paesaggio?

Non lo sapevo, ma era come sentire due note soffiate dal vento o cinguettate da un uccellino o portate da un rumore lontano. Due note in fila, messe talmente bene, o meglio, talmente a proposito, che capivo subito di quale canzone si trattasse e la ricordavo per intero.

Fin dall’inizio del viaggio avevo sentito tante coppie di note, suonate dalle mille sensazioni e dalle innumerevoli domande, ma mai le avevo collegate a una canzone intera.

C’erano stati troppi richiami e la velocità con cui il treno aveva percorso il suo tragitto non mi avevano permesso di soffermarmi su nulla.

Così cominciai a pensare che ciò che accadeva fosse determinato da una precisa volontà, e non dal caos casuale. Era giusto credere che, in fin dei conti, ogni stava succedendo proprio per non lasciare a me il tempo di capirci qualcosa.

Intanto la testa stava impazzendo dietro alle tante due note che avevo ascoltato, per capire dove le avevo sentire e quale ricordo potessero far venire a galla. La mia mente le ripeteva continuamente, alla ricerca del collegamento, del prosieguo della canzone. Con questo esercizio le varie coppie di due note si stavano fossilizzando dentro di me, diventavano una parte di me, come i fili sottili di tanti segnalibro che, una volta tirati, fanno ritrovare il segno all’interno del testo.

Due note, un’immagine, uno stato d’animo, erano tante le sensazioni che il viaggio aveva proposto; brevi momenti fatti di flash o di immagini composte dai diversi rumori, odori o sentimenti, attraverso i quali volevo costruire le canzoni dei miei stati d’animo.

Scendemmo dal treno, di nuovo le due note iniziarono a suonare dentro di me: odore di legno fresco appena lavorato.

Sulla panchina della stazione un giornale di annunci economici faceva svolazzare le sue pagine; avvertii nuovamente la sensazione di nuovo, di cambiamento in quello che c’era e in quello che doveva succedere.

Sfogliai il giornale svogliatamente: cerco-trovo lavoro, vendo macchine, compro cose, svendo tutta la mia vita.

Forse le due note che udivo nascevano dalla voglia di cambiare completamente la propria vita, scaturivano dalla necessità di dare un’occasione a sé stessi per muoversi senza attendere i giochi del destino.

Tuttavia la stazione dove eravamo scesi era uguale a quella dalla quale eravamo partiti, dunque non c’erano motivi per pensare a una soluzione di cambiamento. Mi sentivo come il tronco millenario di un ulivo, contorta all’inverosimile; ero proiettata dentro e fuori di me con la velocità degli impulsi elettrici e senza la possibilità di decidere quale bottone schiacciare.

Il viaggiatore-sognatore continuava a camminare come se niente fosse, il suo atteggiamento era indifferente, come se non volesse darsi alcun perché di significato; ma se non gliene fregava niente, non aveva alcun senso raccontare il sogno alla Cartomante e, per giunta, coinvolgere anche me.

Erano domande senza senso e, oltretutto, inutili in quel contesto in cui dovevamo andare avanti senza lasciare posto ai pensieri; l’unica via di scampo consisteva nel proseguire cercando di bruciare il tempo del viaggio, per uscirne al più presto.

Se non c’erano risposte, non dovevano esserci neppure domande, e neanche pensieri a riguardo; la soluzione stava alla fine e immersa nella fine stessa.

Mentalmente mi stavo chiudendo nel mio angolo di salvataggio, cercando di intravedere qualche spiegazione e, perché no, la fine del percorso che stavo attraversando.

Non ci capivo molto, eppure in quello stato di semi incoscienza ero certa di vivere la dimensione del non pesare. Tuttavia la bilancia non era rotta, come invece aveva previsto il mio dubbio, perché in quel caso l’angolo di salvataggio sarebbe diventato una retta.

A quel punto mi sarei trovata nuda di fronte a me stessa, spogliata di ogni parte materiale del mio corpo, che si sarebbe dissolto in una nuvola di polvere da cui sarebbe emersa la mia anima, cruda e vera.

Questo sarebbe potuto diventare uno degli scenari conclusivi di quell’assurdo viaggio; tuttavia non c’ero solo io in quella storia, stavo seguendo un viaggiatore-sognatore e lo stavo facendo con il tramite della Cartomante.

Che ruolo avrebbero avuto e, soprattutto, si sarebbero dissolti anche loro o sarebbero rimasti a valutare la mia anima nel giudizio finale? Accidenti, continuavo a farmi domande senza senso e non sapevo neppure se il giudizio sarebbe venuto nei confronti di me stessa o nei confronti degli altri.

Dopotutto avevo assorbito le loro vite come carta a carbone e avrei potuto benissimo acquisire e preferire la loro nudità.

Il non pesare mi era piaciuto, aveva fatto parte di una specie di pazzia che m’aveva accompagnato nonostante me e che, in un certo senso, poteva ricondurmi al mio essere puro.

Mi aveva fatto sentire libera dai condizionamenti materiali e da quelli che le esperienze del vivere lasciano addosso. Era stato come sentirsi leggeri, eterei, e ora mi rendevo conto che questa preparazione mi aveva aiutato, e mi stava accompagnando nel vivere quel viaggio-sogno.

Il foglio bianco, diventato carta a carbone su cui copiare e assorbire la vita degli altri, era stato un rito di passaggio per arrivare a scoprire il segreto della Cartomante. Lei era forte della sua conoscenza e poteva permettersi di porsi nuda di fronte agli altri per assorbirli, mentre io stavo rischiando di arrivare al non pensiero.

Questa riflessione era la constatazione che il viaggio sarebbe potuto diventare l’apoteosi del non pensiero.

Uscimmo dalla stazione, l’aria e le case avevano la familiarità dei posti che conoscevamo, ma sapevamo di non essere a casa nostra. Tuttavia l’intimità trasmessa da quei luoghi rendeva comprensibile quello che lasciavamo, ma non avevamo un’idea di quello che avremmo potuto incontrare. Le due note continuavano a suonare in testa, senza che riuscissi a trovare il resto della canzone.

Seguivo il viaggiatore-sognatore automaticamente, convinta che avesse una meta precisa. Lasciarmi guidare dai suoi passi, però, rendeva difficile gestire le associazioni d’idee.

Ogni tanto alzavo gli occhi, guardavo le case, i giardini, i marciapiedi, i muri, cercavo dei dettagli che mi permettessero di definire, storicamente, se eravamo in un era prima, dopo o durante noi stessi.

Eravamo in un mondo uguale ma diverso, sconosciuto e riconosciuto, futuro nel passato; l’attesa aleggiava ovunque, come un fantasma che dovesse materializzarsi in una presenza tangibile da un momento all’altro. La sua esistenza era palpabile tanto quanto la paura che il suo prendere corpo potesse portare indicibili disgrazie.

Lo svolgersi degli eventi, anche il semplice fatto di camminare, si verificavano nonostante me quindi, non avendo impegno mentale riguardo al compiere le azioni, i miei sensi si stavano concentrando sulle motivazioni del viaggio.

Guardai e studiai il viaggiatore-sognatore, le spalle si erano leggermente incurvate e il suo incedere acquistava un andamento trasandato ogni passo di più. Le mani si stringevano in pugni, come se stesse combattendo un’invisibile battaglia dentro se stesso.

La sua figura stava assumendo una notevole familiarità e la costruzione dei fili del mio destino, in quel momento, non potevano prescindere da lui e in lui s’identificavano.

Cercai di distrarmi guardandomi attorno; eravamo in un paese-città molto grande e, per quanto camminassimo, non ci trovavamo mai nei pressi della cinta muraria. . L’aspetto architettonico lo faceva assomigliare a un piccolo paese medioevale con stradine e vicoli caratteristici, ma le sue dimensioni erano vastissime.

Ordine, pulizia, nessun vagabondo in giro, e l’impressione era di trovarsi davanti a un’impeccabile perfezionismo; tuttavia l’ordine e la pulizia non andavano oltre lo stato fisico e facevano sospettare una costrizione piovuta dall’alto.

Non c’era lo stesso senso di organizzazione del paesaggio da gioco dei bimbi, quello che avevamo attraversato con il treno, e non c’era l’ordine di chi si è dato una struttura sociale. Ogni cosa sembrava essere stata attribuita con l’imposizione.

Incontrammo una fila di persone in apparente attesa di entrare in un edificio. Il viaggiatore continuava a camminare imperterrito, e si fermò solo quando ebbe raggiunto il luogo dove si formava la fila.

Eravamo in un vicolo stretto tra due alte costruzioni di casa proprio davanti al portoncino nero dell’ingresso di una delle abitazioni. La strada era fatta con ciottoli puliti e uniformi, lungo i muri non c‘era neppure la polvere della strada.

Il viaggiatore-sognatore si fermò per un attimo di fronte al portoncino nero poi si sedette sulla soglia della casa che stava dirimpetto a esso. Lo imitai, non sapeva cosa stessimo facendo in quel posto, ma le due note in quel momento erano diventate più forti, più decise, più significative.

Osservai la gente che aspettava, composta e ordinata, entravano uno alla volta, con la faccia spenta e lo sguardo perso nel niente; nelle mani non avevano nulla e non riuscivo a immaginare cosa potessero fare una volta entrati nel portoncino.

Chi usciva era radioso, come se avesse ritrovato qualcosa di perduto, ma non avendo nulla in mano non si capiva quale miracoloso e invisibile acquisto potesse trasformare quegli ebeti semoventi in persone radiose e soddisfatte.

Il viaggiatore si alzò e fui costretta a seguirlo, non potevo perderlo o lasciarlo andare avrebbe significato abbandonare ogni possibilità di ritorno.

Stavamo vagando senza meta, o almeno questa era mia impressione: Strani enormi oggetti a forma di uovo passavano sopra le nostre teste e, all’apparenza, percorrevano delle strade immaginarie, tanto si spostavano ordinatamente nell’aria. . M’incuriosivano sia per come erano fatti, sia per l’eventuale riferimento all’epoca in cui ci trovavamo che avrebbero potuto darci.

Avrei voluto parlarne al viaggiatore-sognatore, ma lui aveva lo sguardo perduto davanti a sé; non si era neppure accorto della mia presenza, si muoveva in stato di trance e non c’era speranza che i suoi sensi potessero venire sollecitati in maniera efficace.

Rivolgergli la parola, oltre che essere inutile, correva il rischio di far incarnare la paura di una disgrazia; avrei fatto crollare il suo stato ipnotico e provocato la fine tragica del viaggio, rimanendo di nuovo senza risposte. Oltretutto il suo stato lo rendeva distaccato dalla realtà e non avrei potuto ottenere delucidazioni riguardo a quegli strani ovoli.

Andammo lungo la riva del fiume, un torrente ciottoloso e quasi in secca; camminavamo con i sandali in mano e a piedi nudi sui sassi arrotondati del suo letto, ogni tanto lui ne prendeva uno in mano e lo lanciava in acqua.

Notai con stupore che non lasciavano scia né cerchi concentrici di onde, il fiume scorreva incurante dei sassi che il viaggiatore-sognatore gli tirava.

All’improvviso mi assalì una smania violenta di riuscire a parlare con lui; se fino a quel momento mi ero trattenuta per l’insensatezza di certe mie domande, ora avevo la necessità di confidarmi con lui, di scoprire il perché di quel viaggio.

Dovevo trasformarlo da guida in compagno, farlo diventare un complice che potesse aiutarmi a scappare o a comprendere ciò in cui ero costretta a passare.

Invece ancora una volta ebbi paura di rompere tutto, di disfare quell’atmosfera da sogno e di restare con un pugno di cenere, con un pugno di niente, con un pugno bruciato.

Continuai a seguirlo silenziosa, lasciando che il vuoto s’impossessasse di me, camminavo come una morto vivente senza meta e senza pensieri, ero lo specchio perfetto dell’ambiente che mi circondava; le acque chiare scorrevano sotto le mie ginocchia senza che me ne fossi accorta.

Non avvertendo la sensazione di freddo, ero finita a bagnarmi i piedi lungo la riva e ora, inerme, guardavo l’acqua che scorreva sopra ai miei piedi. La sua limpidezza dava un senso di liberazione, mi faceva sentire leggera, in lievitazione, come se l’effervescenza dell’acqua si trasferisse al mio sangue. Poteva essere un’altra condizione del non pesare, ma anche un nuovo stato di aggravamento della stessa.

Il viaggiatore-sognatore tornò sui suoi passi e ci trovammo nuovamente davanti alla porticina nera; mi domandai a cosa fosse servita quella passeggiata lungo il fiume, visto che non era successo niente d’importante, né avevamo incontrato o visto nulla di rilevante.

La trama non era scritta da nessuna parte, ero io che, non sentendomi in grado di decidere cosa fare, credevo che dovessimo compiere delle azioni in funzione di ogni accadimento.

Mentre ragionavo sul viaggiatore-sognatore che non viveva emozioni spontanee e quindi non poteva prendere decisioni, ci eravamo nuovamente seduti sulla soglia della casa di fronte alla porticina nera. La fila non era lunga come prima, solo due persone stavano attendendo fuori.

In quel frangente compresi come la dimensione spazio tempo non esistesse in quel contesto. La nostra passeggiata era durata pochi minuti e non era possibile che, in così poco tempo, le persone che attendevano avessero avuto modo di entrare.

Un’ulteriore conferma dello strano rapporto con il tempo lo ebbi pochi minuti dopo, quando nell’attimo di un battito di ciglio le persone che erano fuori entrarono, e l’attimo dopo erano già uscite. Nel vicolo non c’era più nessuno.

Guardai il viaggiatore che fissava inebetito la porta nera e pensai che fosse giunto il nostro turno, ma lui non fece una mossa per entrare in quella casa. Rimase indifferente come sempre, mentre io ero curiosa di scoprire cosa si celasse dietro quella porta, cosa provocasse il cambiamento d’umore della gente che entrava.

Forse oltre quella porta c’era un giardino meraviglioso, un luogo incantato dove ognuno trovava le risposte positive a qualsiasi problema; doveva essere un luogo enorme e pieno di cose diverse, se doveva contenere la soddisfazione dei desideri di tanta gente.

O forse dietro quella porta c’era un’unica sorgente le cui acque placavano qualsiasi sete. La curiosità stava crescendo di pari passo con le diverse ipotesi di risposta, e l’impulso di entrare nella casa divenne immediato.

Prima di riuscire a realizzare la mia intenzione, dalla porticina uscì una Signora completamente vestita di nero, una donna simile a quelle vedove che s’incontrano nei paesini mediterranei assolati e sperduti.

Portava appresso uno sgabello di legno che mise vicino allo stipite della porta e sul quale si sedette appoggiando la schiena al muro esterno della casa.

Aveva l’apparente età di cinquant’anni, i capelli neri corvini, la pelle scura, la bocca carnosa, i seni abbondanti e le mani sottili. Questi particolari mi sovvennero in un attimo di osservazione, come se l’immagine della donna fosse già impressa nella mia mente e dovessi solo rispolverarla.

Data la sua mole imponente, la Signora stava più appollaiata che seduta sullo sgabello sgangherato e quando s’accinse a fare lavori di cucito, alzò gli occhi guardandosi attorno. La scrutai cercando di cogliere delle sfumature particolari nei suoi gesti e nei suoi tratti fisionomici, per avere indizi utili a conoscere il giardino incantato.

Quando i suoi occhi s’alzavano dal lavoro e incrociavano i miei, non pareva che si accorgessero della mia presenza, era come se fossi stata trasparente. Non capivo se questo ritorno d’immagine fosse dovuto alla particolarità del suo sguardo, o se per lei non esistevo veramente.

Le sue occhiate trapassanti vagavano come se non incontrassero materia nel loro roteare e mi diedero una sensazione di vuoto. Fu come se tutto si fosse fermato e una bolla d’aria fosse esplosa nel suo corpo per riempirlo di niente.

Era impressionante vedere quello sguardo che, mentre si posava sul mio corpo, lo trapassava restandogli indifferente, come se la materia non esistesse.

Immaginavo di essere invisibile in quel viaggio-sogno, ma se associavo anche la sensazione di essere trapassata dagli sguardi e la convinzione di non pesare più, la mia esistenza si riduceva allo spessore d’un foglio di carta velina.

Non era possibile, pensai, era solo l’incredibile dimensione in cui mi trovavo che stava distorcendo ogni cosa.

In fondo al vicolo apparve un ragazzo, era magro, i tratti scarni, secchi e decisi; aveva l’andatura di chi non sa dove sta andando, uno che sa cosa vuole, ma non sa dove andare a prenderlo.

Camminava con la testa bassa, la folta capigliatura sembrava pesargli sul capo mentre, quasi con sorpresa, osservava i suoi passi apparire e scomparire sotto il suo sguardo fisso a terra.

Quando si decise ad alzare gli occhi vide la Signora, e capì di essere arrivato. S’accovacciò al suo fianco, appoggiò il sedere sui calcagni e pronunciò alcune parole: “l’ovolo vola sopra il campo”. 

Avevo le orecchie tese a cogliere ogni alito di quello che si dicevano e l’idea che potessero parlare una lingua diversa dalla mia non mi sfiorò la mente neppure per un istante. Se anche fossi stata in un paese straniero, la differenza di lingua si sarebbe azzerata nel linguaggio onirico.

La frase pronunciata dal ragazzo non aveva senso ma, prima che potesse completarla, iniziò a parlare la Signora.

  • L’ovolo vola sopra il campo di erba, tutto è fermo, l’erba è bagnata di rugiada, l’alba è spuntata da poco, i passeggeri chiacchierano tra loro, svoltano l’angolo e giungono alla festa dove sono attesi.

Quel racconto non aveva un senso e non conteneva nessuna spiegazione a quello che aveva detto il ragazzo; al massimo poteva essere la prosecuzione di un pensiero. Nonostante i miei dubbi sulla validità di quel colloquio e di quello scambio di frasi, il ragazzo divenne luminoso in viso, diede dei soldi alla Signora e se ne andò felice.

Incomprensibile. Inspiegabile. Quello che si erano detti, il pagamento, il cambiamento d’umore, non c’era alcuna logicità in quello che era successo.

Forse si poteva supporre che ci fosse un codice che svelasse il meccanismo di quelle frasi dette e non spiegate, e che il loro modo di comunicare passasse attraverso una convenzione di cui non comprendevo la formula.

Concentrai le energie alla ricerca di una soluzione per quell’enigma, tentai di forzare la mia volontà in modo che raggiungesse un maggiore consistenza, sufficiente a farmi capire qualcosa in più.

All’improvviso mi trovai catapultata nella casa della Signora; lo sforzo mentale che stavo facendo modificò la scena senza che io mi fossi spostata di un millimetro.

Lo stesso meccanismo onirico della mancanza di spazio e di tempo mi fece ritrovare in un nuovo e sconosciuto ambiente; il viaggiatore non era più con me e io stavo seduta al tavolo della cucina con la Signora di fronte.

Era successo in un attimo e mi trovai in quella trasposizione da un’immagine a un’altra nonostante me e a causa di me; ero timorosa per qualcos’altro che sarebbe potuto accadere, non sapevo cosa dire e non immaginavo cosa sarebbe potuto capitarmi se fossi stata in grado di parlare.

Cercavo disperatamente l’angolo di salvataggio, l’unico posto e l’unica condizione che mi avrebbe potuto aiutare; avrei dato l’anima pur di riuscire a trovare una via d’uscita brillante ed evitare che le parole uscissero dalla mia bocca senza rispecchiare quello che realmente intendessi dire.

Gettai lo sguardo alla stanza attorno a me, quell’occhiata collegò il cervello alla bocca e, con il massimo della banalità, mi fece dire proprio quello che avrei voluto: “com’è bello qui!”.

Effettivamente la casa era arredata con gusto, sobriamente ma in modo elegante e senza pesantezza. La mia intenzione comunque non era quella di fare complimenti e quella frase di convenevoli mi fece sentire sciocca.

La Signora mi guardò da sotto gli occhi, quasi di traverso, adesso le ero presente, adesso la sua impressione era incuriosita e attento alla mia presenza; non trapassava la mia materialità come se non esistesse, ma la inchiodava con lo sguardo, trafiggendola con acutezza indagatrice.

Immaginai che volesse incrociare i miei occhi, per scrutarne la sincerità, e istintivamente li abbassai, sperando di nascondere lo smarrimento che mi provocava l’essere lì senza avere la certezza del diritto di poterci stare.

Lei fece finta di niente, in tutti i sensi, sia per ciò che avevo detto sia per il fatto che fossi apparsa così bruscamente.

Se era vero che le ero fisicamente presente, era anche evidente che la mia persona e le mie parole non avrebbero avuto alcuna incidenza su ciò che lei avrebbe fatto o detto.

Cominciò a parlare di un viaggio, non capivo bene se si stesse riferendo a me o se stesse spiegando qualcosa del viaggiatore-sognatore, o del paese in cui ci trovavamo. L’ascoltavo, ma non capivo, seguivo il suo discorso ma non ero pienamente conscia di ciò che diceva. Stranamente il suo racconto sortiva l’effetto di cose già sentite o già vissute, come in un cupo rifacimento di una nuova versione della vita.

Difficile stabilire quanto tempo trascorse prima che mi risvegliassi dal torpore che mi aveva assalito, com’era difficile capire quanto quel racconto fosse durato, se più o se meno di quello fatto al ragazzo che era entrato prima di me.

La mia sensazione fu di aver ascoltato un racconto lunghissimo e completo, ma l’incertezza di essere entrata nel loro meccanismo di comunicazione mi faceva pensare che anche poche parole rappresentassero una lunga storia.

Certamente ero stata rapita dal suo sguardo, dal suo gesticolare e dal suo modo di parlare. In un attimo l’immagine della Signora si sovrappose a quella della Cartomante e io caddi nella confusione più totale.

Uscii ringraziando, forse anche pagando, in qualche maniera, per quello strano consulto; fuori cercai il viaggiatore sperando che avesse un’idea per capirci qualcosa, lui, però, era sparito.

Mestamente, come un cane bastonato che non sa perché le ha prese ma avverte il dolore fisico delle botte, me ne andai in giro a cercare attraversando il paese-città.

Lungo i muri che fiancheggiavano le strade notai dei cartelloni che invitavano ad andare a un concerto. La cosa mi stupì molto, avevo la testa completamente fuori da quel genere di avvenimenti e in quello che stavo vivendo mi sembrava assurdo pensare ai concerti.

Però ero incuriosita, chissà, pensai, magari se ci vado trovo un indizio per capire in che epoca si stava svolgendo il viaggio-sogno. Lasciai perdere la ricerca del viaggiatore-sognatore e mi avviai verso il luogo in cui si svolgeva il concerto.

A un certo punto mi resi conto di camminare a qualche centimetro da terra, come se fossi sollevata di alcune dita dal terreno. Dentro alle viscere avvertii una strana sensazione di effervescenza del sangue, come se il liquido del mio corpo si stesse dilatando.

In realtà era come se stessi levitando e, alzandomi da terra, ebbi la sensazione di risalire delle scale fatte di nuvole. Mentre mi stavo allontanando dal mondo terreno, cominciai a osservarlo dall’alto; i contorni delle figure si sbiadirono fino  a diventare acquosi e il paesaggio si trasformò in un acquerello sfumato.

Avevo appena cominciato a prendere contatto con quel mondo sconosciuto, e ora lo vedevo sfumare nelle nuvole. Correvo il rischio, in quella condizione lievitante ed eterea, di perdere la poca coscienza che strenuamente resisteva in me. Il dubbio di essere sul piede sbagliato nell’andare al concerto si sovrapponeva alla certezza che, se fossi tornata dalla Signora, avrei avuto qualche possibilità di individuare altri tasselli che componevano il mosaico del meccanismo di comunicazione.

C’era ben poco di logico o di semplice in quel viaggio e io, spostandomi lontano dalla possibile fonte di risposte, non mi stavo aiutando nel trovare una soluzione.

Tuttavia se le azioni erano dettate dalla curiosità anziché dalla necessità, questo poteva spiegare la trasposizione simultanea dentro la casa della Signora e il fatto che ora stessi andando nella direzione opposta a dove avrebbe dovuto condurmi la necessità.

La dimensione del viaggio-sogno stava cambiando di nuovo e stava regredendo fino ad assumere dei contorni nebulosi e confusi. Stavo andando al concerto, di questo ero sicura, ma non sapevo se avevo visto più di un concerto o più di un cartello che lo pubblicizzava; oppure se uno solo mi era bastato come se avessi assistito a tanti, come le frasi che si scambiavano in quello strano mondo e che diventavano racconti completi.

Ricordai di essere atterrata su un prato d’erba appena rasata, con pochi alberi enormi sparpagliati a troneggiare sulla distesa aperta; gruppi di ragazzi si riunivano attorno a una persona per ascoltarla e, ogni tanto, si aggregavano ad altri capannelli per formare una massa unica.

A tenere quei concerti era una strana razza di personaggi finti, gente che si spacciava per migliore solo perché faceva qualcosa di diverso. Lontano avevo intravisto un palco sul quale s’alternavano dei concertisti; non comprendevo la loro musica, né le loro parole e mi limitavo a studiare i loro comportamenti quando scendevano a parlare con le persone che li avevano ascoltati.

Camminavano con aria saputa, intelligente, come se la loro importanza fosse un dato di fatto e dovesse essere evidente fisicamente. Era difficile stabilire la loro autorevolezza, così come lo era capire se erano tanto bravi da essere superiori agli altri, o se erano le persone che li osannavano, a renderli degni di attenzione al di là di ogni loro qualità. Non avrei saputo dire se erano degni di interesse per una loro capacità o se erano le altre persone a renderle tali, a prescindere dal merito.

Il loro atteggiamento poteva essere l’azione di riflesso alla paura di essere identificati come persone qualunque, più che il reale dimensionamento della loro presunta superiorità.

Frugavano nelle espressioni della gente per capire come li giudicavano, disperati nel non voler essere giudicati nonostante sapessero che, giudicando, sarebbero stati a loro volta giudicati. La ricerca di approvazione negli sguardi degli altri li qualificava come migliori, ma non esisteva sostanza in quella diversità.

Decantavano ogni piccola frase dandogli un alto significato semantico, per colorire ancor di più la loro falsità. Il dramma era che il popolo li seguiva affascinato; più mostravano e mercificavano ogni pensiero che la mente partoriva, più le persone credevano di ascoltare la verità assoluta.

Le idee che nascevano dalle menti del popolo venivano estirpate subito, senza che fosse possibile lasciarle crescere, curarle, custodirle, concimarle o alimentarle in modo che maturassero attraverso le esperienze.

I pensieri venivano violentati e consumati immediatamente, bruciati nel rito del tutto subito, anche se piccolo, anche se immaturo. I concertisti erano dei germogli che pretendevano di essere considerati alberi, erano foglioline tenere che dava soddisfazione vedere spuntare al sole, ma che poi non venivano coltivate, non si lasciavano crescere, per assumere nuova sostanza e diventare albero dalle solide radici.

Erano molti questi concertisti, dove giravo la testa ne incontravo uno o un cartellone che lo pubblicizzava. Attorno a ognuno di loro si radunava tanta gente, una moltitudine di persone appartenenti a tutti i popoli di una terra sovra popolata.

Si vestivano di corteccia, addobbavano le tenere idee di grandi rami di carta trasformandosi in false rappresentazioni che nascondevano quel poco di vero esistente nei teneri germogli.

Somigliavano a tanti buffoni, erano come dei pagliacci addobbati con ogni sorta d’oggetto per arricchire la loro mascherata. In quei germogli travestiti da alberi, i singoli cercavano una quercia sotto la quale potersi riparare e sentirsi importanti; essere in molti, accomunati gli uni agli altri, aumentava la loro sicurezza e saldava la certezza di essere qualcuno.

Più la gente li cercava, più questa specie di mistificatori si moltiplicava; per uno che abbandonava incapace di tenere alta la sua corteccia e i suoi rami finti, altri venivano innalzati al ruolo di predicatore, al compito di mito, alla funzione di idea che prende corpo, all’incarico di essere la giusta risposta.

Improvvisamente ebbi una folgorazione: se quei mistificatori davano delle risposte, forse io potevo fargli delle domande.

L’indefinibilità della mia condizione non mi faceva andare oltre quella semplice constatazione, ma il tono dei colori stava abbandonando la sfumatura acquarello per tornare alla sua intensità normale.

Cominciai a muovermi di mia volontà e tanta era la voglia di riacquistare la fisicità, che me ne infischiai di ogni dubbio o domanda, e iniziai ad allungare il passo. Iniziai a sollevare sempre di più le gambe e la camminata si trasformò in andatura rapida, finché mi ritrovai a correre a perdifiato.

Avrei voluto tuffarmi sui prati per conquistarne la realtà, per toccare con tutto il mio corpo quel tappeto erboso e, nello stesso tempo, riacquistare la libertà di compiere le azioni.

Volevo scappare dall’immobilismo e correvo agitando la testa a destra e a sinistra, come un corridore affaticato che compie gli ultimi spasmi di sforzi prima del traguardo. Vidi la mia figura riflessa, non capii su cosa si rifrangeva, ma la vidi distintamente; non fu un’immagine molto gratificante, correvo come un damerino, con il petto in fuori e il culo all’indietro, dando l’impressione di quelli che, in un modo o nell’altro, la prendono sempre in quel posto, anche quando corrono.

Scoprii di essere in una bolla gigantesca e trasparente, la cui parete mi faceva da specchio, ma quell’immagine m’infastidiva e rallentai la corsa nel tentativo di farla svanire; lo sforzo sortì l’effetto voluto, poco dopo la bolla scoppiò e il riflesso scomparve, con mio enorme sollievo.

Ripresi a camminare sul prato ben curato che si stendeva davanti a me e arrivai nei pressi di un palco; un uomo stava parlando a una folla, diradata, ma molto attenta.

Confusa in mezza a loro mi trovai vicino a un ragazzo molto bello, alto, moro, con due occhi neri stupendi; gli chiesi qualche notizia sull’uomo che stavamo ascoltando, ma lui rispose in modo evasivo e quasi incomprensibile.

Sorrideva continuamente, ma non dava risposte accettabili ed ebbi l’impressione di parlare con un bambino al quale chiedi come si chiama e lui risponde sempre: tre anni. Solo la sua straordinaria bellezza mi tratteneva dal pensare di essere di fronte a un ebete. Dal nulla saltò fuori una ragazza, anche lei bellissima, che si materializzò vicino al ragazzo e i due si allontanarono insieme parlando una lingua a me sconosciuta.

Eravamo in un paese di babele, in cui ognuno parlava la sua lingua, ma veniva comunque capito da chi riceveva il suo messaggio. Compresi che la gente, pur parlando lingue diverse, si capiva lo stesso, aiutata da una sorta di traduzione simultanea che si compiva con l’invio del messaggio e si determinava all’atto stesso della ricezione del messaggio.

La comprensibilità tra gli individui era strettamente legata al fatto di rivolgersi direttamente a una persona e che quella persona fosse interessata al messaggio. Chiunque si fosse rivolto a me, pur parlando in una lingua diversa dalla mia, mi sarebbe stato comprensibile in virtù del fatto che le sue parole erano dirette a me.

Le stesse identiche parole, pronunciate nella medesima lingua e rivolte a un’altra persona, sarebbero state incomprensibili per me. Sembrava un ottimo sistema per tenere isolate le menti. Tuttavia in quel contesto era una constatazione che valeva poco visto che, comunque, tutto era da ricondurre alla vera natura e scopo del viaggio-sogno.

M’avvicinai al palco dove stava parlando il mistificatore, c’erano molti ragazzi che l’ascoltavano, ma sembravano assorti nel loro niente, piuttosto che intenti a comprendere ciò che l’uomo stava tentando disperatamente di raccontare.

Durante una delle pause prolungate che inseriva nel suo discorso, e che probabilmente erano la causa del calo d’attenzione da parte dei ragazzi, cercai di attirare l’attenzione del mistificatore con una domanda:

  • Cosa ci fa essere qui ad ascoltare le tue spiegazioni mentre non sappiamo se avremo la possibilità di uscire da questa storia?

L’uomo mi guardò con espressione stupita, sembrava uno di quei pappagalli tropicali che guardano la gente interrogativamente, muovendo la testa da una parte e strabuzzando gli occhi.

Non capii se stesse valutando ciò che avevo detto o se fosse semplicemente stizzito per l’interruzione; interpretò per qualche minuto la scena da sapiente disturbato da una petulante ascoltatrice, poi girò repentinamente la testa a destra e a sinistra, e infine decise che potesse essere produttivo rispondere:

  • La cosa si spiega con la possibilità onirica.

Restai esterrefatta, ero costernata, confusa e senza parole da mettere in replica, mentre quell’uomo mi stava guardando con aria soddisfatta e trionfante. I ragazzi continuavano a guardarlo in maniera adulante, come se avesse pronunciato una sibilla di chissà quale valore.

L’evidente soddisfazione che riempiva d’orgoglio il mistificatore e che illuminava i volti dei ragazzi mi faceva sentire esclusa, isolata, in stato d’inferiorità per non godere della medesima pienezza.

A me sembrava che avesse detto una grandissima stronzata, ma ero l’unica ad essere rimasta sorpresa da quella risposta; me ne andai con la coda tra le gambe, avevo cercato d’instaurare un discorso e invece, oltre a non aver capito nulla, avevo rimediato anche una figuraccia.

Dovevo comprendere meglio quello che stavo vivendo, altrimenti non avrei mai potuto capire le risposte che venivano date e che, in fin dei conti, erano l’unico sistema utile per sperare di trovare la via del ritorno. Dovevo compiere qualche sforzo in più per avvicinarmi a uno stadio accettabile di comprensione, anche se la linea di confine tra la mia stupidità e la verità di essere in un mondo di matti continuava a essere in discussione.

Abbacchiata da quelle constatazioni tornai a cercare il viaggiatore, e lo ritrovai dalla Signora. In un primo momento pensai che stesse giocando a nascondino, poi ebbi la percezione che mi prendesse in giro. Avevo girato il paese-città in lungo e in largo senza trovare traccia della sua presenza, e ora lo vedevo nello stesso luogo e nella stessa posizione in cui l’avevo lasciato! La Signora era in casa a ricevere le persone e fuori c’era la solita fila di gente.    

CAPITOLO 24 – EPILOGO

Una trasposizione simultanea, com’era già successo in precedenza, mi catapultò improvvisamente dentro casa della Signora. Questa volta ero in un angolo dal quale potevo vedere ogni cosa senza essere notata e compresi di rivivere la stessa situazione delle sedute dalla Cartomante.

Le due note che mi stavano accompagnando da quando eravamo scesi dal treno si erano arricchite di altri suoni, e ora mi permettevano di comprendere la lingua del sogno. I clienti dicevano poche parole, spesso disarticolate, e lei le ricomponeva dandogli un significato e qualche volta un breve seguito. Non c’erano sogni da spiegare, in quei colloqui, non c’erano incubi da scacciare o ansie da calmare; la gente andava da lei semplicemente per ascoltarla. Non c’era una spiegazione logica all’enigma di quello strano rapporto che c’era tra i clienti e la Signora, come non c’era tra i ragazzi ai concerti e i mistificatori.

Uscii dalla casa sconvolta, il viaggiatore-sognatore era sempre lì, fermo sulla soglia della casa di fronte, un leggero sogghigno dipinto sulla maschera del suo viso; avrei voluto schiaffeggiarlo.

Mi trattenni per l’ennesima volta perché non volevo rompere la complessa e fragile ragnatela che teneva in piedi il viaggio-sogno, il racconto, il pensiero non finito, o qualsiasi altra cosa fosse la dimensione che stavo vivendo.

Sedetti al suo fianco e lasciai che la situazione muovesse le acque senza di me, in poche parole tirai i remi in barca; mi lasciai trasportare in quello stranissimo universo onirico in cui non si definiva presente, passato o futuro, in cui le persone non avevano pensieri o idee compiute, erano vuoti come fogli di carta bianca.

Il vuoto imperava ovunque, nei pensieri, nei messaggi, nei sentimenti, in ogni spazio; era difficile capire se era stato un lento e progressivo processo di pulizia ad aver portato quel risultato o se, invece, un lampo veloce e accecante fosse riuscito a imporre quell’inconsistenza.

Il disorientamento mi rendeva ubriaca di una sbornia senz’alcol e in quel viaggio-sogno vedevo gli altri individui come esseri di gelatina, trasparenti alla realtà e che si lasciavano condizionare da quei pochi che avevano una residua capacità di pensiero.

Non sapevo cosa fosse successo a quella gente, e neppure il modo in cui si era determinata quella specie d’inconsistenza mentale. Ma i mistificatori, le lingue dell’incomunicabilità, il culto dell’esteriorità, erano tutti simboli della proiezione verso l’esterno della propria incapacità di crescita.

I pensieri, diventati merce rara e di valore incommensurabile, rendevano semi-dei coloro che li possedevano, anche nelle forme più semplici. Il punto era che nessuno di loro sapeva elaborarli, a parte la Signora che riceveva i clienti dietro all’uscio nero.

Il mio assillo era capire se il mio essere diventata un foglio bianco per assorbire le storie che avevo sentito dalla Cartomante, avesse qualcosa a che fare con il non-pensiero cui era giunta quella popolazione.

Giravo come un’ebete dietro al viaggiatore-sognatore, assente da ciò che mi circondava, mentre dentro sentivo crescere le mille domande come radici che s’ingrossavano fino a diventare enormi e devastanti.

Mi sforzai di ricordare quello che mi aveva detto la Signora nel colloquio che avevamo avuto prima di cominciare le sedute di ascolto. Aveva parlato di un viaggio, di un’avventura in cui c’entrava qualcosa uno strano oggetto, uno yo-yo, e poi aveva detto che ci sono cose che vanno su e altre che vanno giù.

Non ci capivo nulla, il mistero restava fitto e nessun nesso si vedeva apparire all’orizzonte. Il viaggiatore-sognatore si fermò, si sedette su un muretto e io mi sdraiai sulla panchina che stava lì sotto. Ammiravo il cielo azzurro sopra di me e avrei voluto che quella limpidezza potesse diffondersi nel mio cuore; le mie pile si erano spente, non avevo la forza di fare niente e, se anche l’avessi avuta, non avrei saputo come indirizzarla, né dove, come, o perché cercare qualcosa.

Ogni posto mi sembrava assurdo, da qualsiasi angolazione lo guardassi, e ogni passo avanti verso una spiegazione me ne faceva registrare almeno dieci indietro verso una possibile soluzione. Se piccoli spiragli si aprivano verso l’apertura finale del sogno, frane di fatti inspiegabili arrivavano a chiudere la via del ritorno.

Mi alzai di scatto, per scuotermi dall’immobilismo, e fissai lo sguardo davanti a me per trovare un punto di concentrazione.

Un vecchietto passò davanti a noi, camminava stancamente lungo il nostro stesso marciapiede e si fermò sulla panchina da cui mi ero alzata qualche istante prima. Era dolcemente scostante, mi guardava con occhi languidi e non capivo il perché; forse intuiva che non ero come tutti gli altri, oppure il mio prestargli attenzione catturava il suo sentimento. Non scambiammo neppure una parola, se il suo sguardo dava l’impressione di voler assorbire tutta la mia persona, di contro s’intuiva che lui non avrebbe mai voluto avere a che fare con me.

Le due note che accompagnavano il viaggio-sogno diventarono una consapevolezza: sarei diventata come lui non appena lo scorrere del tempo mi avrebbe dato quell’opportunità. L’empatia che era creata in quel frangente si spezzò in attimo, il vecchietto si stava allontanando, con il suo passo incerto, l’andamento piegato a destra e il cappello calato di sbieco.

Rimasi dispiaciuta di quel mancato contatto con lui, di non aver saputo rubare una briciola della sua esperienza che mi avrebbe aiutato a far crescere la mia.

Avrei voluto osservarlo più a lungo, ascoltare l’originale detto in originale, per conoscere i ricordi antichi e per godere della semplicità, la cui immediatezza riempie il cuore. Quel vecchio rappresentava l’albero dalle mille radici, il tronco dei tantissimi rami, e io l’avevo perso, l’avevo lasciato andare nella sua segreta malinconia d’anzianità.

Il viaggiatore-sognatore si alzò, e fui costretta a seguirlo; quel cambio di situazione provocò una leggera attenuazione dell’emozione che avevo accumulato dopo l’incontro con il vecchio. Eravamo tornati al vicolo dove c’era la casa della Signora e siccome lui non aveva intenzione d’entrare, decisi di restare al suo fianco, seduta come lui sulla soglia di fronte, nella speranza che quella posizione portasse a uno sviluppo diverso della trama del sogno.

Girai la testa di scatto, con un gesto veloce e meccanico, imposto dalla regia occulta di quello strano viaggio-sogno; in fondo al vicolo vidi un bambino che giocava e saltellava.

Stava lì dall’inizio del viaggio-sogno, ne ero certa, ma io non l’avevo notato prima; fissai lo sguardo su di lui, avrebbe potuto essere il nipote della Signora, abitare con lei o, comunque, lì vicino.

Seguii i suoi gesti nel tentativo di trovare delle somiglianze o per avere delle conferme; la Signora non era così anziana da essergli nonna, al massimo avrebbe potuto essere una zia. Mentre ragionavo sulla spiegazione di quelle presenze costanti, la figura della Signora si disegnò in tutti i suoi tratti particolari.

Aveva un portamento fiero e quasi altero, che le conferiva un’aurea di carisma e di rispetto. La sua mole era enorme, sia in altezza che in larghezza, era una donna che incuteva soggezione.

La sua massa corporea non faceva pensare all’untuosità e non dava l’impressione di essere una persona che mangiava di tutto; al contrario, il suo era il giusto dimensionamento per quanto doveva tenersi dentro e per riuscire a dispensare più pensieri possibili.

Il bambino era consapevole solo in parte della soggezione che quella donna suscitava in ognuno di quelli che andavano da lei; lui aveva l’ingenuità che la tenera età consente di avere e giocava felice, sbirciando la fila e affacciandosi oltre essa come se aspettasse qualcuno all’uscita.

Intanto che i pensieri giravano liberi nella testa, vidi il bambino prendere dei soldi dalle tasche equando uno sconosciuto cliente uscì dalla casa, ne approfittò per infilarsi nella porticina nera. Né io, né il viaggiatore-sognatore, né i mistificatori, né la gente, nessuno aveva importanza, ora, al di fuori di quella donna e di quello che avrebbe fatto con il bambino.