PROLOGO ALL’APOTEOSI DI NESSUN NESSO

Nella stazione pseudo immaginaria l’uomo salì sul treno che stava al terzo binario. Da dove venisse e come si fosse materializzato quel treno non si capiva. Era fatto di carrozze piene di finestrini, carrozze tutte di vetro, anche nei pavimenti; lui salì e io lo seguii.

Mi sentivo come la formichina brava e ubbidiente, che segue le sorelle che le stanno in colonna davanti. Una formichina che non si domanda cosa stia facendo, è certa che lo sappiano le altre, quindi le segue mansueta, con la mollichina di pane stretta tra le mascelle, pronta a compiere il suo dovere per portare il cibo al termitaio.

Quando scendemmo dal treno eravamo in un paese-città molto grande e, per quanto camminassimo, non ci trovavamo mai nei pressi della cinta muraria. Dall’aspetto architettonico poteva somigliare a un paese medioevale con le stradine e i vicoli caratteristici, ma le sue dimensioni erano vastissime.

Ordine, pulizia, nessun vagabondo, l’impressione era di essere di fronte all’impeccabilità e alla perfezione.

Ripresi a camminare sul tappeto erboso del prato ben curato che si stendeva di fronte a me; arrivai nei pressi di un palco, un uomo stava parlando a una folla di persone scarsa, ma molto attenta. Ero arrivata a non pensare tanto mi ero concentrata nell’ascoltare le storie degli altri, ma in quel mondo di mistificatori, di lingue dell’incomunicabilità e di culto dell’esteriorità i pensieri erano diventati merce rara di assoluto valore.

Tutto il resto erano solo i simboli di una proiezione esterna invalidante.

Ogni posto mi sembrava assurdo e ogni passo in avanti verso una spiegazione ne registrava almeno dieci all’indietro sul piano di una coerente comprensione. Se dei piccoli spiragli si aprivano lasciando intravedere una possibile soluzione finale del sogno, nel frattempo frane di fatti inspiegabili occludevano la via del ritorno. Più il viaggio proseguiva e più appariva probabile la fine logica in un candido risveglio.

O questo era quanto speravo fin troppo intensamente.

Mi alzai di scatto per scuotermi dall’immobilismo, ma prima che i fatti potessero concretizzare le miei intenzioni di movimento, dalla porticina uscì una Signora completamente vestita di nero, del tutto simile a una di quelle vedove che s’incontrano nei paesini mediterranei assolati e sperduti. Si portava dietro uno sgabello di legno che mise vicino allo stipite della porta, la stessa da cui entrava e usciva la gente, e si sedette appoggiando la schiena al muro esterno della casa.

La Signora aveva l’apparente età di cinquant’anni, i capelli neri corvini, la pelle scura, la bocca carnosa, i seni abbondanti e le mani sottili.

Solamente lei avrebbe potuto dare una risposta sensata, una spiegazione plausibile a quel mondo sconclusionato e al mio esserci dentro; nessun nesso collegava il viaggio all’avventura e gli oggetti alle persone.

Né io, né il viaggiatore, né i mistificatori, né la gente, nessuno aveva più importanza al di fuori di quella donna e di quello che avrebbe fatto con il fanciullo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.