RICERCA DI EQUILIBRI

CAPITOLO 1 – SARA

L’esposizione in vetrina attira la mia attenzione, entro nel negozio anche se non sono intenzionata a spendere soldi, voglio solo curiosare tra le ultime novità della moda.

È un sabato pomeriggio qualunque, in giro per le strade c’è un sacco di gente. La giornata è particolarmente mite, considerando che siamo in autunno inoltrato e l’inverno si prospetta alquanto lungo.

Sembrerebbe assurdo trovare rilassante lo stare in mezzo alla confusione. Eppure a me piace ogni tanto immergermi tra il vociare della gente, guardare le vetrine e osservare quello che c’è attorno.

Queste sono le uniche ore della settimana in cui posso dedicare del tempo a me stessa. Al mattino devo fare le pulizie in casa, la domenica è tutta con Zeno e il resto della settimana se ne va tra la routine del lavoro e gli altri impegni. Dunque non mi resta che il sabato pomeriggio per farmi gli affari miei.

Alzo gli occhi da una pila di maglioni. Il mio sguardo s’incrocia con quello profondo e scrutatore della donna che si trova dall’altra parte dell’espositore, proprio di fronte a me.

I suoi occhi mi penetrano, attraversano il mio corpo come farebbe un’affilata lama di coltello nel burro. E mi provocano un violento brivido di emozione.

Per un attimo ci fissiamo ed è come se ognuna di noi si stia chiedendo se già conosce l’altra.

In realtà sappiamo benissimo di non esserci mai incontrate prima, e la verità di quell’occhiata indagatrice sta in una forza inspiegabile che ci attrae a vicenda.

Rimetto a posto il maglione che ho in mano e con fare imbarazzato esco dalla boutique dirigendomi all’edicola sull’altro lato della strada.

Mentre cammino verso la mia auto scorro in rapida occhiata i titoli dei giornali. Cerco di distrarmi e di avere un atteggiamento disinvolto. In realtà il cuore mi batte forte, ho il viso infuocato e la testa senza senso.

Quello sguardo, pur avendolo sostenuto fino in fondo, mi ha provocato un dolore intenso in mezzo alla pancia, e un senso generale di confusione di cui non riesco a spiegarmi il perché.

Il giornale riporta le solite notizie, m’incanalo nel traffico di centro città, caotico nell’ora di punta, e mi dico che non c’è niente di nuovo cui prestare attenzione.

Poi nella mente riappaiono quegli occhi che mi fissano. Mi rendo conto che lo sguardo scambiato con la cliente della boutique mi ha letteralmente sconvolto.

Ho sentito il mio corpo accendersi, diventare ipersensibile, come se quegli occhi posati su di me avessero il potere di elettrizzare tutta la mia pelle.
E lei, avrà provato le mie stesse emozioni?

Torno a casa e mi rifugio in camera. Stesa sul letto ripenso a quella donna, ai suoi occhi azzurri, stupendi e affascinanti. Ancora una volta una fitta dolorosa mi attraversa il cuore fin sotto l’ombelico.

Perché quella donna sconosciuta riesce a impossessarsi dei miei sensi fino a farmi naufragare in questo stato di grande eccitazione?

Mi sfioro per distrarmi da quegli occhi, per dimenticare quello sguardo e pensare solo a Zeno.

È una masturbazione veloce, liberatoria, di cui non mi vergogno, perché serve a scaricarmi.

Passato il momento di sfogo mi metto a sfogliare i ricordi del passato per capire se anche al primo incontro con Zeno ho provato le stesse sensazioni.

Successe quasi due anni fa, quando ci conoscemmo alla festa che Sandro aveva organizzato per il festeggiare il conseguimento del diploma di ragioniere.

Sandro aveva frequentato la scuola serale, in quel periodo lavorava in fabbrica come noi e, facendosi un culo così per tre anni, era riuscito a superare l’esame di maturità.

Per questo, dopo tutti quei sacrifici, aveva deciso di festeggiare l’evento alla grande invitando tutti i suoi amici.

Il diploma di ragioniere gli avrebbe permesso di tentare la strada del lavoro d’ufficio. Conoscendo la sua voglia di emergere, eravamo sicuri che sarebbe riuscito a trovare un ottimo impiego.

Alla festa ci andai con Paolo, che lavorava in fabbrica con Sandro. Lo conoscevo perché abitava vicino a una mia amica.

Non ci frequentavamo spesso, ma quando mi aveva invitato avevo deciso volentieri di andarci, perché Sandro era molto conosciuto e stimato.

Quella sera c’era tanta gente che non conoscevo, fatta eccezione per alcune mie compagne di lavoro e degli amici di Paolo.

Fu Sandro a coinvolgermi con gli altri e io ero molto contenta di trovarmi con gente nuova e diversa dai soliti frequentatori di bar e di discoteche.

I suoi amici erano persone che non si lasciavano condizionare dalle apparenze e per loro il tuo aspetto fisico non era l’unico motivo per prestare attenzione.

Nell’attico di Sandro eravamo una trentina, tra ragazzi e ragazze. L’atmosfera allegra e festosa preludeva al clima più euforico che sarebbe arrivato nel corso dei festeggiamenti.

Zeno arrivò per ultimo e solo allora cominciò la serata vera e propria. Il gruppo era molto affiatato e la presenza di tutti era indispensabile.

Lo notai subito per il fisico atletico e i modi spigliati con cui si muoveva. Sorrideva a tutti e questo catturava la mia attenzione.

Aveva i capelli scuri, neri, tagliati cortissimi, i lineamenti decisi e marcati.
Lo stavo fissando con insistenza proprio quando ricambiò il mio sguardo, e
fui subito attratta dai suoi occhi scuri e penetranti.

L’intensità dell’espressione e quel suo modo di proporsi faceva trasparire la tranquillità e la sicurezza che poi si sarebbero rivelate i pregi del suo carattere.

La serata non aveva particolari pretese oltre la voglia di stare insieme e festeggiare Sandro. Il vino abbondava e il tono del chiacchierio aumentava proporzionalmente al calare dei contenuti delle bottiglie.

Nel vortice allegro delle risate, degli scambi di battute e dell’alzarsi per rinnovare un brindisi, mi trovai a sedere di fianco a Zeno, con il quale non avevo ancora parlato.

A tu per tu mi sentii imbarazzata. L’impossibilità di usare l’aggressività per nascondere la mia timidezza mi faceva sentire nuda di fronte a lui.

Nonostante l’impasse iniziale parlammo parecchio mentre la festa ci girava attorno. Lui, con una semplicità disarmante, era riuscito a trovare la chiave per aprire il mio guscio e far sì che lo scambio di opinioni si trasformasse in complicità.

Nel roteare degli argomenti tra noi e attorno a noi, cresceva in me la
consapevolezza di quanto già fosse importante quel ragazzo per me.

Parlare con lui era facile e coinvolgente e io sentivo di interessargli, non solo per le apparenze, ma soprattutto per quello che riuscivamo a condividere. Quando la timidezza sparì, aiutata da quel suo atteggiamento di naturale familiarità, capii che mi stavo innamorando di lui.

La festa si concluse prima che potessimo darci un nuovo appuntamento, ma noi sapevamo già che ciò sarebbe avvenuto di conseguenza. Con la stessa naturalezza con cui avevamo capito di essere innamorati.

Successe poco dopo la serata da Sandro, era una giornata fredda e umida, le piante gocciolavano di nebbia e io stavo tornando a casa a piedi dalla fabbrica.

Una macchina mi sorpassò, si fermò pochi metri avanti a me con lo sportello anteriore aperto. Ero sola e credendo di avere a che fare con un malintenzionato, proseguii sul marciapiede fissando lo sguardo davanti a me e ostentando fretta.

Superai l’auto, ma il suono del clacson mi colse di sorpresa e istintivamente girai la testa. Dal parabrezza appannato vidi il viso di Zeno che faceva cenno di salire.

Tornai sui miei passi, aprii completamente lo sportello e mi accomodai sul sedile anteriore . Lo guardai con occhi interrogativi, non mi spiegavo la sua presenza lì, ma lui non disse niente.
Ingranò la marcia e partì.

Iniziammo a parlare di argomenti sciocchi, come il tempo e il traffico, poi il discorso scivolò su argomenti più personali, come le nostre idee, i nostri pensieri, le nostre sensazioni.

Piano piano e senza dare troppo peso alle parole, ci stavamo comunicando il perché ci eravamo sentiti attratti uno dall’altra, al di là dell’amicizia.

Fu chiaro fin dal primo momento che a unirci era la condivisa sensazione di avere lo stesso modo di porci nei confronti delle emozioni e di ciò che accadeva attorno a noi.

Durante quel breve passaggio in auto compresi anche quale era il motivo che rendeva Zeno unico ai miei occhi. Era il modo in cui parlavamo insieme e come stavamo instaurando il rapporto tra noi.

La semplicità e la sincerità di Zeno non erano determinate dal desiderio di possesso, ma dalla voglia di integrarsi.

Avevo sempre pensato che in amore la donna dovesse avere dei lati deboli da mostrare come esca per farsi catturare dall’uomo, per soddisfare così il suo senso di dominio.

Era un tipo di legame che non mi piaceva perciò ero sempre stata alla larga da chi tentava qualche approccio.

Ma dopo aver conosciuto Zeno fui costretta a ricredermi.

Mi sono immersa nei ricordi e, come al solito quando la testa corre dietro a ogni filo che trova nei pensieri, io perdo il senso di quello che sto facendo.

Solo dopo la cena con il resto della famiglia torno in camera mia per iniziare a leggere il libro che mi ha regalato Zeno qualche giorno fa.

Sento il telefono che squilla e corro a rispondere. Potrebbe essere proprio lui a chiamarmi per metterci d’accordo sull’ora e il luogo dell’incontro di stasera.

  • Pronto?
  • Ciao Sara, sono Zeno, a che ora ci vediamo stasera?
  • Ciao Zeno, ma come hai fatto a riconoscermi subito? Ci vediamo alle
    nove e mezzo da Patti, d’accordo?
  • Per me va bene, allora alle nove e mezzo, ciao!

Metto giù la cornetta fissando un punto indefinito di fronte a me. I colloqui telefonici con Zeno sono sempre il massimo dell’essenzialità, e non c’è mai spazio per le chiacchiere sulle frivolezze.

Sto ragionando sull’opportunità o meno di confidargli quello che mi è successo oggi pomeriggio. Forse è meglio non affrontare l’argomento, almeno dal vivo, se non altro fino a quando io stessa non saprò darmi una spiegazione logica di ciò che mi ha sconvolto.

Sinceramente l’idea di essere lesbica non mi entra in testa. Sto bene con Zeno, i nostri rapporti sessuali sono ottimi, non riesco a pensare di trovarmi a letto con una donna. A onor del vero mi ci sentirei a disagio.

Stasera il pub è quasi vuoto, io e Zeno facciamo parte di quei pochi esemplari di clienti presenti. Beviamo birra con dei salatini e facciamo uno di quei giochi stupidi in cui bisogna incolonnare le pedine dello stesso colore.

Non abbiamo cose particolari da raccontarci e i discorsi tra noi sono solo il preludio della maggiore intimità che ci riserveremo nel momento dell’amore.

Casa sua è vuota e libera stasera. I genitori sono fuori per il fine settimana e la sorella ha fortunatamente deciso di passare la serata con gli amici nella casa di campagna che hanno affittato.

Ce ne andiamo dal pub verso mezzanotte, quando il grosso dei frequentatori ancora anima l’atmosfera con tanto fumo e un vociare alto che ci disturba.

Quella è l’ora in cui i ragazzi si ritrovano con le loro compagnie prima di andare in discoteca, sono tutti eccitatissimi e cominciano a bere per essere sufficientemente gasati al momento di andare a ballare.

A metà degli anni settanta l’ondata di successo della disco music sta travolgendo una generazione intera. Tutti vogliono essere tutto, in un’orgia inconscia che possa giustificare l’evoluzione di una serata speciale. Anche se alla fine, nonostante gli sforzi, risulterà uguale a tutte le altre.

Io e Zeno ci avviamo a piedi verso casa. Il palazzo dove vive con i suoi genitori è vicino al pub, le vie sono illuminate e una passeggiata non fa altro che metterci nuove voglie addosso.

Prima di andare in camera accendiamo la tv. Restiamo pochi minuti a guardare un programma insulso, poi decidiamo di andare a letto.

Zeno si regge sulle braccia tese appoggiate dietro la mia testa e io sono stesa sotto il suo corpo muscoloso.

Il suo pene entra con dolce violenza e provoca un sussulto di piacere. A occhi chiusi concentrata con l’orgasmo che mi pervade, rivedo lo sguardo di quella donna e l’intensità del mio godere si
accende di qualcosa in più.

Evito riflessioni inutili, non è il caso di farle. La melliflua spossatezza dei sensi mi pervade e mi addormento senza pensieri e senza volontà.

La piccola utilitaria fatica nel percorrere le stradine fangose che attraversano la campagna, ha piovuto fino a ieri e le strade sono quasi impraticabili.

Ho deciso di passare il fine settimana in campagna dai miei zii. anche se stavolta è stato difficile convincere Zeno a venire perché lo allettava di più andare a pesca lungo il torrente.

La giornata è limpida e tersa, le nuvole sono scomparse con il sorgere del sole. Fa molto freddo, e noi ci apprestiamo a trascorrere due bellissimi giorni di relax.

Raggiungiamo la cascina quando l’auto pare che stia esalando gli ultimi respiri di vita e temiamo che possa lasciarci a piedi.

Per fortuna tutto è bene quel che finisce bene e parcheggiamo l’auto vicino al fienile.

La speranza è che riposandosi riesca a riprendersi, Così sarà funzionante per quando dovremo tornare a casa.

In cucina tutto è pronto per il pranzo. Ci piazziamo davanti al camino con il fuoco acceso e sorseggiamo i primi bicchieri di vino nuovo.

Al solito il pranzo è delizioso e abbondante, com’è abituata a fare la zia e noi mangiamo a sazietà.

Dopo il caffè e col bicchiere di grappa casalinga in mano la discussione che fino a quel momento è stata solo stuzzicata dalle nostre battute, si trasforma in una vera e propria tavola rotonda sui problemi agricoli.

Mio zio fa il mezzadro su un’azienda di circa venti ettari e tira avanti abbastanza bene, data la situazione di crisi del settore.

Per riuscirci, però, ha dovuto rinunciare all’allevamento del bestiame. Purtroppo le necessità di rendita non consentono di mantenere produzioni di scarsa resa.

Tempo fa il bestiame veniva utilizzato anche per il lavoro nei campi. Ora che è tutto meccanizzato, il bestiame può essere allevato solo se ha una altissima produttività di latte o di carne. E non era il caso del bestiame allevato dallo zio.

  • Non è mai esistita un’azienda che non avesse il bestiame, vacche, cavalli, maiali, eccetera. In una fattoria ci sono sempre state tutte le produzioni agricole. La campagna è fatta di tante coltivazioni che si integrano e toglierne una significa snaturare il ciclo. Adesso invece la redditività deve essere semi industriale per permettere all’agricoltore
    di essere competitivo sul mercato. Stiamo abbandonando le coltivazioni polivalenti per lasciare spazio a coltivazioni estensive monocolturali. La struttura geofisica del nostro paese, però, è diversa da quella di altri Stati che hanno migliaia e migliaia di ettari di pianure. Noi abbiamo una realtà fatta di piccole aziende che se vengono inglobate in fondi più vasti perdono le loro caratteristiche di polivalenza produttiva e contribuiscono solo allo sfruttamento selvaggio del territorio. È facile esaltarsi adesso per i risultati delle
    produzioni per ettaro che sono in concorrenza o superano i livelli degli altri paesi produttori; purtroppo però la natura non perdona, e andandole contro gonfiando i terreni con prodotti chimici ne pagheremo le conseguenze! –

Lo zio ha perfettamente ragione e queste sue considerazioni mi fanno riflettere sulla probabilità che ci sia una precisa volontà di eliminare le nostre tradizioni tacciandole di antimodernismo.

Non so fino a che punto sia giusto far avanzare il progresso se questo significa cancellare le nostre origini. Se ne favoriamo altre che non rispecchiano i nostri modi di vivere non riusciremo, a lungo termine, a soddisfare le nostre esigenze.

Di esempi come questo lo zio ce ne fa molti altri e tutti evidenziano l’urgenza di una programmazione nelle produzioni agricole. Almeno per evitare di trovarsi con tutta una serie di problemi che poi sarà impossibile risolvere.

Non conosco molto bene le questioni economiche di questo settore. Per quel che mi riguarda ho solo dei piacevoli ricordi legati ai momenti della mietitura e della vendemmia. Giornate dedicate ai giochi, al mangiare e agli scherzi con gli altri cugini.

Ho vissuto poco le fatiche della campagna, ma mi rendo conto dell’importanza dell’agricoltura e di ciò a cui essa è legato. Capisco l’importanza delle cure e dei sacrifici che comporta il far crescere anche una sola spiga di grano.

Per questo ribollo di rabbia quando dalla sconsolatezza di mio zio traspare la condizione di abbandono di cui è vittima questa realtà. Il bello dell’essere contadino, però, è che nonostante si lamenti di continuo, poi si consola con un bicchiere di vino e torna a ridere e scherzare
rimboccandosi le maniche!

Mentre gli zii sistemano le loro cose, io e Zeno c’infiliamo gli stivali e andiamo a fare una passeggiata per i campi. Il silenzio della campagna d’inverno è fantastico, è unico, ti fa sentire parte della terra e ti riscalda il cuore, come certi colori accesi delle foglie cadute.

Il grano è appena spuntato, sottili steli, apparentemente esili, si ergono dal campo increspato di piccole zolle.

La cura attenta che viene riservata a questi terreni lavorati e il colore caldo del suolo fa nascere la voglia di entrare nella terra e farsi avvolgere dal suo calore profondo, così come ne è avvolto
il grano.

Vicino a me c’è Zeno e con quelle similitudini in testa non posso far altro che stringermi a lui con maggior forza.

Ci avviciniamo a una grande quercia e ci fermiamo lì sotto incuranti del rischio di bagnarci il sedere con l’umidità dell’erba. In realtà io mi metto sulle gambe di Zeno, sarà lui a vedersela con il sedere bagnato!

Appoggio la testa sul suo petto, ascolto il cuore che batte e adatto il mio respiro al suo ritmo. Ogni tanto sospiro, godendo in pieno di quei momenti di pace e tranquillità.

Ammettere di sentirmi molto a mio agio nei paesaggi agresti e a volte mi stupisco di come una cittadina come me possa trovarsi in armonia con la natura più selvaggia.

Quando andiamo al fiume a pescare con la compagnia di Zeno, a me capita di farmi delle lunghe passeggiate nella boscaglia che c’è lì vicino. Non mi sono mai persa, né ho mai incontrato la benché minima difficoltà a orientarmi.

Col sopraggiungere del tramonto comincia a farsi sentire l’umidità. Vorremmo restare ancora un poco abbracciati sotto quel grande albero, ma è ora di fare ritorno in casa.

Nell’estasi colorata del sole calante l’eccitazione cresce e con essa anche il desiderio di fare l’amore lì dove siamo.

Credo sia il particolare stato di ozio e di serenità, o forse il vino che abbiamo bevuto, a darci quell’ebrezza. Ma dobbiamo rimandare il desiderio a dopo cena, quando saremo liberi di abbandonarci a noi stessi.

Rientriamo mano nella mano. Gli zii ci ospiteranno per quella notte e potremo soddisfare l’eccitazione accesa dalla pace e dalla tranquillità dei luoghi.

Una condizione forse impossibile da ritrovare, perciò vogliamo goderla appieno.

La cena, come è già successo per il pranzo, è ottima e abbondante. Quando lo zio tira fuori il vino dolce e la zia prepara i biscotti secchi da inzupparci dentro, arrivano alcuni vicini di casa, anch’ essi agricoltori, per trascorrere insieme la serata.

Tra ospiti e padroni di casa siamo una decina di persone riunite attorno al fuoco a bere e chiacchierare. Le storielle sui divertenti episodi che rallegrano la vita di campagna riescono a creare quella tipica atmosfera rilassata che caratterizza le veglie contadine.

Uno degli ospiti è un ragazzo giovane, caso raro visto che solitamente i suoi coetanei decidono di seguire il miraggio di una vita più agiata in città. Il suo restare legato al lavoro della terra rappresenta sicuramente un’eccezione.

Mentre la conversazione si sposta sugli argomenti più scottanti delle problematiche agricole, il giovane ospite s’inserisce nel discorso. Con molta ironia, critica la nostra insistenza riguardo alla validità degli scioperi di protesta.

  • È facile scioperare per i propri diritti quando si lavora in fabbrica e si ha molto potere contrattuale, noi contadini invece non possiamo permetterci di fare altrettanto!

L’accavallarsi delle voci e il tono sempre crescente della discussione non mi danno né il tempo, né il modo di chiedergli il perché di quella drastica affermazione.

È difficile credere che la possibilità di scioperare dipenda dal potere contrattuale di una certa categoria. Viviamo in una società democratica, non ci dovrebbe essere discriminazione sul diritto di sciopero.

Chiedo a Zeno delle spiegazioni su quella frase che forse ho male interpretato.

  • Vedi Sara, non è che gli agricoltori non possono scioperare, di fatto però, non avendo potere contrattuale, non hanno un sindacato di categoria forte che possa battere i pugni sul tavolo. Quel ragazzo voleva dire che se scioperano gli operai, e lo fanno in massa, le
    fabbriche si bloccano, la produzione si ferma e i padroni perdono un sacco di soldi. Per questo sono pronti a rispondere, più o meno concretamente, alle nostre richieste. Se scioperano i contadini, o manifestano contro certe leggi mandando all’aria certe produzioni, lo Stato rimedia con le importazioni senza rimetterci più di tanto. Di conseguenza se ne fregano di difendere gli interessi degli agricoltori e non fanno politica agraria perché preferiscono difendere le produzioni industriali sui mercati esteri. Inoltre, se pensi che alcuni partiti hanno addirittura interesse a far crescere le importazioni di alimenti, ti rendi conto di quanto sia facile abbandonare l’agricoltura a sé stessa! Per questo quando i contadini protestano anziché essere protetti dalle forze dell’ordine, come succede a noi, vengono malmenati dalla polizia perché creano disordine!

Sono esterrefatta! Non avrei mai immaginato che ci potesse essere un cinismo tale nei confronti di certe categorie di lavoratori.

Mi sento una privilegiata perché il nostro sindacato lotta per migliorare le condizioni di tutti gli operai. Ma forse il nostro compito è proprio quello di coinvolgerlo anche per gli interessi di altre categorie.

Andiamo a letto un po’ agitati, Zeno per il vino e le discussioni animate, io ci metto anche la contraddizione sulle diverse categorie di lavoratori.

Ci avviamo verso la stanza da letto barcollanti e c’infiliamo sotto le coperte intiepidite dallo scaldaletto a brace.

Le lenzuola intessute a mano sono pesanti più della coperta e hanno il fresco profumo della lavanda.

Io e Zeno ci accucciamo al centro, dove lo scaldaletto ha reso bollenti le lenzuola. Gli zii ci preparano sempre il letto matrimoniale, anche se sanno che non siamo spostati. Non sarebbe di certo un letto singolo a impedirci di fare l’amore.

Nonostante la cottura fisica sia di un livello molto alto riusciamo comunque a scambiarci le nostre effusioni.

Nuda e arrotolata vicino a Zeno che si è già addormentato, rinuncio all’idea di scendere dal letto per mettermi il pigiama, mi vengono i brividi al solo pensiero di uscire allo scoperto.

Prima di cadere nel sonno profondo copro le spalle mie e quelle di Zeno, sperando di non dovermi alzare la notte per vestirmi.

Il mattino giunge di sorpresa, specialmente quando la sera prima si è bevuto troppo!

La tenue luce dell’alba filtra lievemente dalle scuri delle persiane. Zeno dorme ancora e decido di andare a bere il caffè da sola, in cucina con la zia, che sarà sicuramente già in piedi.

Scambiamo poche parole, lei sta già lavorando per il pranzo della domenica. L’aria è invasa dai profumi dei sughi e dei condimenti. Andrò a godere il risveglio della natura da sola e, dopo essermi vestita silenziosamente per non svegliare Zeno, esco a fare una passeggiata in campagna.

La brinata notturna inizia a luccicare sull’erba e gli alberi si stanno togliendo il vestito nero della notte. Godo nell’essere immersa in quello scenario di silenziosa meditazione e rifletto sulla vita all’aria aperta, su quanto sia intensa e naturale e su quanto possa contribuire a una crescita sana.

La campagna è naturalmente semplice e fa venire voglia di abbandonare ogni complicazione della vita in città. Per me è come essere di fronte al mare dove riempio i polmoni con l’immensità.

Bisogna togliersi le incrostazioni della vita degli uomini e valutare le cose con più spontaneità.

I racconti di ieri sera hanno messo molta confusione nella mia piccola testa. Ogni tanto devo scrollarmi di dosso l’eccesso di analisi che faccio su ogni minima cosa. Purtroppo sono fatta così, e non posso farci niente se mi rendo la vita intricata ponendomi continuamente un sacco di dubbi.

All’improvviso il canto strillato del gallo rompe l’incantesimo del silenzio mattutino. In quel momento mi assale un furente istinto omicida e questo episodio contribuirà ad accrescere il mio odio per quella razza di pennuti.

Porto il caffè a letto a Zeno.

  • Forza pigrone, svegliati! Ti ho portato il caffè, goditi questo servizio perché non diventerà mai un’abitudine!

Il suo corpo, completamente nudo sotto le coperte, non dà segni di vita. Mi avvicino alla finestra, spalanco le persiane e aspiro a pieni polmoni l’aria frizzante del mattino.

Torno di nuovo verso il letto, la tazzina sta lì, fumante, sul comodino. Zeno non si muove e allora mi butto addosso tirandogli via le coperte con uno strattone.

Ottengo il risultato sperato, si alza a sedere sul letto e fissandomi con gli occhi annebbiati dal sonno, mi domanda quale diavolo mi abbia preso.

  • Sono le nove, alzati pigrone!

È così tenero quando è imbambolato dal sonno e mi viene una gran voglia di stringermi a lui coprendolo di baci.

Dopo pranzo salutiamo gli zii e ci avviamo in macchina verso la città. Questo fine settimana ce lo ricorderemo per un bel pezzo!

È stata una domenica fantastica e il pensiero di come abbiamo trascorso la notte ci accompagnerà per tutta la settimana di grigiore che ci aspetta.

Domattina Zeno passerà a casa mia per accompagnarmi al lavoro. Entrambi riprenderemo le nostre vesti di operai che per un incantevole week end ci siamo tolti di dosso.

CAPITOLO 2 – SANTE

Il vento soffiava tra i cespugli, l’aumento della sua intensità lasciava prevedere che la pioggia sarebbe arrivata di lì a poco. Non me ne preoccupavo, e continuavo a camminare lungo il sentiero.

Stavo passeggiando senza pensieri, godendo della calma e tranquillità del primo pomeriggio. Il vento caldo e asciutto fuori stagione turbava lievemente il sentimento di pace che mi avvolgeva.

I monti e il paesaggio attorno erano carichi di attesa e di tensione, caratteristiche tipiche dell’aria nei momenti che precedono lo sfogo della tempesta. L’acqua che sarebbe arrivata in quel periodo rappresentava una fonte di vitale importanza per ogni essere, vegetale o animale.

L’estate era finita da poco e anche se le piante si apprestavano al letargo invernale, la bramosia di acqua trasudava dalla terra riarsa.

Guardavo attorno a me senza soffermare i pensieri, le immagini che vedevo si riflettevano in pensieri senza che mi fossi impegnato a costruirli. Raccolsi un filo d’erba e lo misi in bocca giocandoci tra i denti.

L’aria si stava facendo cupa, guardai in alto le cime dei faggi che si scuotevano producendo dei sibili modulati. Arrivai in cima alla collina e mi sedetti sotto la grande quercia. Incrociai le braccia dietro la testa e mi appoggiai al tronco stendendo le gambe.

Chiusi gli occhi e inspirai profondamente. Quell’atmosfera mi stava eccitando. Il mio corpo risentiva fisicamente di quello strano clima di ansia e repressione che precedeva la tempesta.

Mi accorsi che il pene premeva contro i pantaloni e che il mio stato eccitativo fisico superava
di gran lunga quello mentale.

Mi masturbai dando sfogo all’irrequietezza che sentivo dentro. Non mi vergognai di farlo lì, in mezzo a un campo e senza motivo.

Soddisfatto di quell’orgasmo liberatorio mi alzai richiudendo i pantaloni. La pioggia sarebbe arrivata a breve e mi soffermai solo un attimo a guardare la valle sotto di me.

I monti che la dominavano erano poco elevati e parevano guardare sotto con occhio benevolo. Come se volessero proteggere la pianura in quel suo insinuarsi tra una collina e l’altra.

Le cime erano dolci e non avevano l’imperiosità tipica delle grandi montagne. Erano monti amorevoli, che non incutevano paura come l’incombenza arcigna delle rocce.

Qua e là si potevano notare i calanchi tufacei generati dalle frane che erodevano i fianchi più aspri di quel paesaggio tipico della Romagna preappenninica.

Alcune cime rotondeggianti, più alte delle altre, mostravano al cielo le loro nudità. Sembravano sguarnite e indifese perché erano ricoperte di solo erba.

Le terre che noi coltivavamo si trovavano nell’area collinare a ridosso degli appennini romagnoli. Dietro svettavano impervie le montagne delle foreste casentinesi e davanti si stendeva la pianura che, lontano, portava al mare.

Non l’avevo mai visto il mare, ma quelle montagne e quelle colline le consideravo mie per quanto bene le conoscevo.

Tornai con lo sguardo a valle soffermandomi a scrutare i pochi casolari che sorgevano lungo i pendii. Uno di questi era la mia abitazione e nel raggio di qualche chilometro ce n’erano soltanto altri due. Per il resto il paese più vicino distava mezz’ora a cavallo.

Ridiscesi lentamente la collina e cominciai a pensare a quello che dovevo fare nel pomeriggio. Sicuramente sarebbe piovuto e quindi avrei dovuto sistemare gli attrezzi nella rimessa.

Arrivai al casolare quando mio padre era già uscito con il gregge.

Quella mattina ero stato io portarlo al pascolo e avrei dovuto restare fino a
pomeriggio inoltrato. Prevedendo l’arrivo della pioggia avevo preferito
rientrare.

Proprio per smentirmi, o per farmi sentire in colpa per non aver completato la mia giornata, mio padre l’aveva riportato fuori per un ulteriore pascolo. Era un modo indiretto per ribadire la sua autorità e la sua arrogante prepotenza.

Durante il pranzo mi aveva fortemente rimproverato per quella che riteneva una mia debolezza e io, per tutta risposta, avevo lasciato il pranzo a metà e me n’ero uscito a fare una camminata.

Andasse a quel paese, lui e il suo gregge. Tanto sarebbe piovuto e lui sarebbe stato costretto a rientrare in tutta fretta.

Trovai la porta di casa aperta e i cardini che cigolavano con lo spostamento del vento. La chiusi per evitare che sbattesse con un’improvvisa folata e mi avviai alla rimessa.

Avrei fatto vedere io, a mio padre, di cosa ero capace se mi mettevo a lavorare sul serio. Avrei sistemato in poco tempo tutti gli attrezzi da lavoro, oliandoli bene e trovando a ognuno il posto giusto per riporli durante l’inverno.

Ero convinto che ogni cosa dovesse essere fatta nel modo e nei tempi giusti. Non aveva senso portare fuori il gregge con la pioggia imminente; era molto più utile dedicare tempo alla sistemazione della cascina e degli attrezzi.

Chissà quanto tempo sarebbe riuscito a stare fuori prima di essere costretto a rientrare per la pioggia.

Entrai nella rimessa, ogni cosa era precaria lì dentro, i coppi del tetto erano sconnessi in vari punti e lungo i muri c’erano feritoie ovunque.

Era una costruzione vecchia e necessitava di molti lavori di riparazione. Ogni anno facevamo qualche opera di manutenzione, ma non bastavano a rimetterla in sesto.

Erano appena sufficienti a mantenere sopra la soglia minima lo stato di degrado in cui versava.

Nella cascina vera e propria, dove abitavamo noi, non è che le cose andassero molto meglio. Il granaio era al piano superiore, di fianco alle nostre camere, e aveva molte infiltrazioni dal tetto. Se non le tamponavamo velocemente causavano la rovina delle provviste che vi erano ammassate.

Le travi portanti del tetto erano piene di tarli e c’era il rischio che ci cadessero in testa assieme ai coppi che vi stavano sopra.

Cosa potevamo fare noi per rimediare a tutti quei problemi? Non eravamo i padroni e se anche avessimo avuto il loro con senso, il nostro guadagno non ci avrebbe mai permesso di affrontare quella spesa.

Presi uno straccio e dopo averlo unto cominciai a oleare gli attrezzi che erano già stati puliti. Seduto sullo sgabello della mungitura ripensavo alle ristrutturazioni più urgenti e a come le avrei realizzate se ne avessi avuto l’opportunità.

I casolari nei dintorni erano più o meno nelle nostre stesse condizioni. I muri portanti erano ben saldi, ma i solai e le travi che li reggevano erano da sostituire.

Un episodio alquanto divertente avvenne quando il fienile del nostro vicino aveva ceduto sotto ai suoi piedi mentre stava sistemando i mucchi di fieno con il forcone. D’un tratto si era ritrovato nella stalla sottostante, dentro al recinto dei vitelli, con il fieno che gli cade va addosso dal soffitto.

Era una storiella comica ma anche drammatica. Ed era solo uno dei tanti segnali che rendevano evidente il deterioramento di quelle strutture.

Racconti così ne giravano parecchi nelle grigie e piovose giornate invernali, quando ci si ritrovava con gli altri contadini alle veglie accanto al focolare.

Quelli erano gli unici momenti di svago che potevamo permetterci e spesso attendevamo con gioia il sopraggiungere della stagione fredda per trascorrere le serate in compagnia.

Il vento era calato e dopo qualche momento di calma iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. Sentii il rumore che facevano cadendo sul tetto, in breve tempo il temporale si scatenò e l’odore forte della terra bagnata si sparse per l’aria.

Mi affrettai a sistemare quello che avevo nelle mani in modo da cominciare il giro di ricognizione per controllare le infiltrazioni dell’acqua.

Nel breve tratto dalla porta della rimessa a quella di casa coprii la testa con la giacca. Le gocce che vi cadevano sopra provocavano un rumore sordo e attutito. Entrai in casa e lasciai gli scarponi vicino all’uscio.

Scrollai l’acqua di dosso e subito corsi di sopra a controllare che le finestre fossero chiuse. Il granaio doveva restare asciutto, c’erano diverse scorte ammassate e prima che i nostri raccolti venissero ripartiti, spettava a noi il compito di prendercene cura.

Un topolino mi passò velocemente tra i piedi e cercai di acchiapparlo. Maledetta bestia!

Intrusioni come quella erano esattamente ciò di cui bisognava fare grande attenzione per evitare guai nei granai! E pensare che avevamo tanti gatti che giravano per casa, possibile che nessuno di loro facesse il suo mestiere?

Guardai fuori dalla finestra e vidi mio padre che stava sistemando le pecore nell’ovile. Quanto tempo era riuscito a stare fuori? Un’ora? E ne era valsa la pena visto che avrebbe potuto dedicare quel tempo alla sistemazione della rimessa?

Scesi di nuovo di sotto e mi sedetti accanto al fuoco iniziando a pulire gli stivali pieni di fango. Nonostante piovesse da poco e io avessi solo attraversato l’aia, s’erano inzaccherati completamente.

Era ormai ora di cena e pensai che non fosse il caso di tornare di nuovo alla rimessa per finire il lavoro. Appesi la giacca al chiodo vicino al camino affinché si asciugasse mentre i pantaloni si erano salvati perché li avevo infilati negli stivali.

Misi i piedi vicino al fuoco, in modo che si scaldassero e si togliessero un po’ d’umidità. Le calze di lana tenevano molto caldo, ma quando si bagnavano poi ci voleva un sacco di tempo prima che tornassero asciutte.

Le giornate lunghe e massacranti che trascorrevamo al freddo e sotto le intemperie ci legavano fisicamente ai nostri vestiti e a quello che ci portavamo con noi.

Quello che indossavo viveva con me, lavorava con me, vedeva e condivideva ogni momento della mia vita. S’impregnava del mio odore, del mio sudore, proteggeva il mio corpo e diventava una parte di me.

Quando arrivavo a casa, la sera, facevo fatica a togliermeli di dosso, per non parlare di quando dovevo lavarmi. Per me era come privarmi della nuova parte di me che si era costruita con il sudore del lavoro. La miseria mi faceva sentire una proprietà anche la mia puzza!

Qualsiasi fossero i motivi che mi legavano ai miei abiti, senza i vestiti addosso mi sentivo come nudo, indifeso, non protetto.

Così qualche volta non mi spogliavo neppure per andare a letto. Dormivo infagottato e mi gustavo quella sensazione di ciò che mi apparteneva e che mi tenevo addosso.

La famiglia si riunì per cena, eravamo in quindici tra nonni, padri, figli e nipoti. Io ero il secondogenito della seconda generazione, avevo tre fratelli e due sorelle. Mio padre si poteva considerare fortunato ad avere otto braccia che potevano aiutarlo e solo due figlie cui dare la dote.

Mio padre era il primogenito di sei fratelli maschi, di cui solo uno era rimasto a vivere con noi. Era la dura legge della povertà che costringeva alcuni membri della famiglia ad andarsene altrove per trovare maggiore fortuna. Il lavoro nei campi non era sufficiente a mantenere tutti.

Caratterialmente ero un tipo taciturno, non parlavo molto con il resto della famiglia e non mi trovavo a mio agio nella famiglia numerosa. La presenza di così tanti parenti e congiunti, poi, costringeva i genitori a dimostrare tanta rigidità nell’educazione e sottomissione dei figli.

  • Sante! Passami il pane!

Urlò mia sorella distogliendomi dai pensieri. Quella era un’altra cosa che non sopportavo! Il mio nome era Secondo, ma tutti, in famiglia e fuori, mi chiamavano Sante.

La spiegazione di quel comportamento era il risultato delle diatribe familiari scatenate di volta in volta dalle intrusioni nelle decisioni da parte di ogni membro della famiglia.

Così succedeva che battezzando i figli con il nome scelto dai genitori poi lo si sostituiva con quello attribuito dagli altri componenti il nucleo famigliare. E quel nome finiva per diventare quello definitivo.

Non era nemmeno il secondo nome d’anagrafe o un nomignolo vezzeggiativo. Semplicemente un nome diverso e basta.

L’unica consolazione stava nel constatare che quell’abitudine era comune in molti paesi della Romagna, perciò tanta altra gente veniva chiamata con un nome diverso da quello scelto alla nascita.

Una sera successe che mio padre entrò nella rimessa mentre stavo terminando il lavoro di pulizia degli attrezzi, e aveva cominciato a inveire contro di me picchiandomi con la cinghia dei pantaloni.

Dalle bestemmie e dalle poche parole biascicate che riuscii a capire dal suo parlare alterato avevo compreso che mancava una pecora dal gregge.

Maledetto me, come poteva essermi successo? Forse, tornando a valle mi ero talmente immerso nei pensieri da non accorgermi che una pecora si era allontanata dal gruppo?

A forza di calci nel sedere mio padre mi aveva condotto nel recinto dell’ovile e, continuando a bestemmiare e a blaterare, mi aveva fatto notare che mancava la pecora dall’orecchi mozza.

Cominciai a girare dentro al recinto e le scrutai una ad una perché, anche se non erano molte lo spazio in cui stavano gli permetteva di nascondersi una dietro l’altra.

Così non fu quella volta, la maledetta pecora dall’orecchio mozzo non c’era proprio lì dentro! Cominciai a rassegnarmi all’idea di averla persa per davvero. Poi improvvisamente quella stronza comparve da dietro l’angolo del recinto che confinava con la casa.

Brutta bestiaccia, ma come aveva fatto a finire lì? La riaccompagnai all’interno dell’ovile sotto gli occhi un po’ perplessi di mio padre. Nel tragitto per andare a riprenderla mi accorsi che un pezzo della staccionata era caduto. Ecco come aveva fatto a scappare!

Rimisi a posto il bastone della recinzione e per sistemarlo meglio lo fissai con un legaccio provvisorio, il primo che mi capitò sotto mano.

Feci tutto sotto gli occhi esterrefatti di mio padre che ancora non capiva come aveva fatto lui stesso a non accorgersi.

Alzai la testa in segno di dispregio rivolto a lui che non aveva avuto l’attenzione necessaria per quel particolare.

Era da tempo che gli dicevo di curarsi di più della cascina e delle strutture. Invece lui pur di non darmi ragione continuava a portar fuori il gregge e a rischiare di restare senza l’ovile!

Tornai tranquillamente alla rimessa e continuai il mio lavoro. Ribollivo di rabbia, ma, come al solito, mi sforzavo per non esternare nulla di quello che sentivo bruciare dentro.

Odiavo mio padre quando si comportava così perché ancor prima di controllare se avesse ragione o no, passava direttamente alle conclusioni
dando sfogo al suo istinto manesco.

Dentro di me, nel profondo dei miei sentimenti, ogni colpo che ricevevo lasciava un solco come quelli che faceva l’aratro nel terreno. Erano i solchi dell’incomprensione che ci separava, erano erano il segnale del nostro modo diverso di affrontare le situazioni.

C’era un’altra cosa che non sopportavo in quel suo comportamento manesco ed era il fatto che si dimostrasse così violento e intransigente con me, che facevo parte della famiglia, mentre era eccessivamente accondiscendente con il padrone e con certi altri contadini.

Perché aveva un comportamento così duro nei miei confronti se neanche lo meritavo? E perché era così mansueto con il padrone che ci trattava malissimo?

Quando succedevano questi episodi la sera a cena mangiavo poco e di malavoglia. Volevo che si rendesse conto che i suoi comportamenti non erano più tollerabili e che non potevano essere accettati o passare inosservati proprio quando i fatti davano ragione a me.

Per fortuna ogni tanto mio padre si faceva perdonare consentendomi di andare con lui in paese o in qualche altro casolare per parlare con gli altri contadini.

Così successe anche quel giorno. Dopo uno dei soliti litigi e quasi a voler farsi perdonare, mio padre mi chiese di andare con lui al mercato del paese.

Avrei voluto rifiutare, come al solito il mio orgoglio non voleva dargli soddisfazione. Ma la tentazione di una giornata di libertà era troppo grande, e acconsentii.

Attaccammo la cavalla al calesse e indossati gli abiti migliori ci recammo al mercato del paese. Lo scopo principale del viaggio era di prendere informazioni per l’acquisto di un ariete, visto che il nostro era diventato troppo vecchio.

Naturalmente la definizione dell’acquisto sarebbe spettata al padrone, a mio padre toccava solo di trovare la bestia giusta.

Appena fummo in paese mio padre disse che potevo girare liberamente, a patto che mi facessi trovare pronto per l’ora del ritorno. Esultai per quella improvvisa libertà ed ero deciso a sfruttarla al meglio.

Mi aggirai con fare indifferente tra le bancarelle del mercato e mentre guardavo le mercanzie esposte ogni tanto lanciavo occhiate a mio padre, per trovare il momento giusto per sparire.

Poco dopo raggiunsi l’osteria e incontrai alcuni ragazzi con cui ben presto cominciai a chiacchierare e bere in sana e allegra compagnia.

Mentre parlavamo di cose futili e scherzavamo tra di noi, gettai uno sguardo verso la finestra sporca e polverosa dell’osteria.

Fui distratto dalle figure che passavano in strada. Nonostante non fossi nelle condizioni migliori per vederle, dato che i vetri erano unti, la mia attenzione restò catturata dalle persone che passavano in strada.

Nel momento in cui una donna girò la testa verso di me e i nostri occhi
s’incrociarono, restai incantato dal suo sguardo azzurro. Un’espressione
intensa che mi penetrò fin dentro le viscere.

Continuai con noncuranza a chiacchierare con gli amici, ma il mio viso era avvampato di rossore e il mio corpo era rimasto impietrito. Intanto dentro di me qualcosa si stava agitando in modo impetuoso e fino a quel momento sconosciuto.

Quando tornai da mio padre era già ora del rientro a casa e ci avviammo sulla via del ritorno senza scambiare una parola.

Era un comportamento strano da parte sua. Di solito voleva sapere ogni cosa che facevo e m’interrogava su ogni spostamento che avevo fatto nella giornata.

Dopotutto fu molto meglio così, altrimenti come avrei potuto rispondere alle sue domande pressanti, che ero rimasto stregato dagli occhi azzurri e dallo sguardo stupendo di quella donna?

CAPITOLO 3 – GIULIA

Le giornate di autunno inoltrato a volte riservano qualche sorpresa, sia per le temperature più miti che per le situazioni metereologiche fuori stagione.

Quel sabato pomeriggio l’aria è tiepida e soleggiata, le strade sono piene di gente e i negozi affollati di persone che gironzolano tra gli scaffali in cerca di occasioni d’acquisto.

Una ragazza si muove in mezzo a quella marea confusionaria di gente senza meta, apparentemente per gli stessi motivi di chi la circonda. In realtà ha uno scopo ben preciso e sicuramente diverso da quello degli altri.

Indossa abbigliamento informale, poco appariscente. Nasconde il fisico magro e atletico con abiti usati, veste un giaccone lungo che la copre fin sotto le ginocchia. Ha raccolto i lunghi capelli biondi in una semplice coda, niente trucco né accessori vistosi, solo una kefiah attorno al collo.

L’atteggiamento deciso, il comportamento di chi si muove sicura guardando dritto davanti a sé, aggiunge un’aria di austerità che non riflette il suo carattere. Non è il tipo di persona che ama mettersi in mostra e adesso che il suo lavoro deve essere svolto con il massimo della discrezione, quel suo atteggiamento le torna utile per nascondersi al meglio tra la folla.

Deve prelevare un pacco contenente materiale importantissimo per la sua attività in radio. Il contatto che glielo deve consegnare, per stare al riparo da eventuali pedinamenti, ha dato una serie di indicazioni al limite dell’inverosimile.

Giulia dovrà entrare nel terzo negozio sulla sinistra lungo via principale del centro città. Poi recarsi alla sezione uomo e girare un paio di volte nel reparto intimo, poi spostarsi alla sezione maglioni del reparto donna e lì aspettare che qualcosa gli arrivi.

Sono anni difficili quelli, la tensione tra i diversi schieramenti politici spesso si manifesta con scontri e boicottaggi alla prima occasione buona. Le cautele non sono mai abbastanza, soprattutto in una città di provincia come quella in cui vive.

In certi ambienti poi, che si viva in una grande metropoli o in un capoluogo affacciato sull’Adriatico, le notizie circolano facilmente. Giulia non vuole di certo esporsi al rischio di essere identificata.

È già arrivata alla sezione donna, allunga l’occhio per trovare i maglioni e il suo sguardo incrocia quello della ragazza che sta rovistando tra un mucchio di maglie.

Dio quant’è bella! Si scambiano un’occhiata profonda, poi Giulia distoglie lo sguardo e si concentra su quello che deve fare. Quando torna a guardare nella stessa direzione, la ragazza è sparita, s’è dileguata.

Una settimana dopo Giulia è in libreria e, poco dopo aver finalmente trovato il testo che aveva scelto di consultare, le capita nuovamente d’incontrare la stessa ragazza.

Le appare come una visione improvvisa, una presenza che le si palesa davanti senza preavviso e la coglie, ancora una volta, di sorpresa.

La riconosce immediatamente, anche se è girata di spalle. I capelli neri di media lunghezza sono lucenti e mentre si gira verso di lei ondeggiano musicalmente lasciando intravedere i tratti del viso.

È un incontro veloce, come la prima volta, tuttavia Giulia imprime nella mente le caratteristiche di quella nuova conoscenza, quasi a voler fissare i tratti di quella persona che la sta facendo innamorare.

La ragazza ha la carnagione leggermente scura, gli occhi neri, in cui ci si potrebbe affogare. I tratti dolci e nello stesso tempo decisi del viso le danno un piglio sicuro e spavaldo. Nonostante la sua giovane età ha un atteggiamento ribelle che contribuisce ad aumentare il fascino della sua bellezza.

In un’altra occasione s’incrociano per strada, ognuna nella sua macchina, e questa volta Giulia non riesce a trattenere un sorriso di saluto.

Si domanda se non stia concedendo troppo spazio a quella nuova conoscenza e se non sia sulla strada di una pericolosa esposizione al rischio.
Poi si dà la scusa dell’occasionalità di quegli incontri e sulla mancanza di qualsiasi riferimento, per quella ragazza, di poterla rintracciare.

Con un’alzata di spalle getta dietro la schiena ogni senso di colpa lasciando che sia la dolcezza di certi pensieri ad alleggerire un po’ della durezza con cui deve vestirsi costantemente.

Qualche tempo dopo, mentre si avvia verso casa, Giulia cammina immersa nei suoi pensieri, la giornata è stata lunga e ha finito il suo turno molto tardi.

A quell’ora di sera per strada si vede poco o niente, le illuminazioni dei lampioni sono fioche e diradate.

In radio c’è stata molta confusione quel giorno e lei non ha potuto finire la programmazione
per il giorno dopo.

L’argomento che ha causato la discussione, protrattasi per gran parte del suo turno, ha preso spunto da alcuni incidenti accaduti al seguito di un corteo studentesco.

Ogni volta che in qualche modo le vicende si ricollegano a quanto successe a Torino, Giulia non riesce a trattenersi dallo scatenare una diatriba polemica sulle cause della crisi del movimento.

A una manifestazione ci fu uno scontro violento tra il servizio d’ordine di Lotta Continua e le partecipanti di una manifestazione femminista. Non ci fu un’aggressione vera e propria degli uomini contro le donne. Tuttavia in quella circostanza queste ultime rivendicarono il separatismo dagli uomini e un gruppo del servizio d’ordine, che era composto peraltro sia da donne che da uomini, non lo accettò.

Era considerato intollerabile che la parte femminile si desse un proprio luogo di elaborazione che prescindesse dalle gerarchie e non dipendesse da quelle formali dell’organizzazione.

Gli uomini dovevano rimanere i produttori delle idee e i responsabili dell’organizzazione.

Purtroppo l’ambiente di lavoro di Giulia è composto essenzialmente da maschi e tutti cercano di minimizzare quegli episodi riconducendoli a un disguido organizzativo.

In realtà qualcosa si è rotto negli equilibri di Lotta Continua e le donne hanno trasformato la loro partecipazione attiva concentrandosi maggiormente sulla crescita del movimento femminista.

Giulia si sente ancora legata all’attivismo politico del movimento, e la differenziazione tra lotta politica e diritti delle donne non la porta a mettere in crisi il suo lavoro all’interno dei nuclei.

Tuttavia, quando le discussioni si accendono sulle responsabilità di certe trasformazioni, non riesce a trattenersi dal prendere le parti della giusta causa femminista, lasciandosi trascinare in polemiche senza fine.

In quei giorni di primavera, dopo un autunno e un inverno in cui ha ritrovato lo spirito battagliero che credeva perduto, per Giulia è molto facile farsi coinvolgere.

L’unico lato negativo è che trascura il suo lavoro e non riesce a completare i programmi.
Quella sera ha dovuto portare un po’ di lavoro arretrato a casa e tra le braccia tiene un mucchio di riviste e volantini.

È concentrata su quanto successo al lavoro e sui suoi impegni, perciò non fa caso a chi
le viene incontro. Improvvisamente il suo braccio urta violentemente contro qualcosa e i libri e i fogli che tiene tra le braccia cadono a terra.

Giulia si china velocemente per raccoglierli, scusandosi con chi ha urtato, ma quando si rialza incrocia lo sguardo della persona che ha di fianco riconoscendola subito.

È la splendida ragazza incrociata più di una volta in quei mesi.

Le sembra sconvolta per quello che è successo e il minimo che si sente di fare per scusarsi è invitarla a casa sua per un caffè. Nonostante la scusa banale la ragazza accetta di buon grado e la segue nella sua mansarda.

Mentre prepara la caffettiera Giulia maledice la sua impulsività. Cosa le è passato per la testa invitando una sconosciuta a casa sua? È un azzardo!

Un sorriso le increspa le labbra, questa ragazza è molto bella, forse troppo bella per lei. Giulia rifiuta di pensare che possa essere una delle persone che potrebbe metterla in pericolo.

Per una volta, con una scrollata di spalle, Giulia accetta la sua sfrontatezza come un segno di ribellione. Si sente in diritto di correre qualche rischio diventando amica di quella splendida ragazza.

Il caffè è pronto, lo porta in salotto e lo serve. La ragazza si rilassa appoggiandosi allo schienale del divano, inspira profondamente, tra loro neanche una parola. Che strana atmosfera.

La capacità di Giulia nel resistere a quel fascino si affievolisce di fronte a quel gesto. Si avvicina e piano piano comincia a baciarla. Che meravigliosa sensazione, e lei contraccambia!

Poi, all’improvviso, la ragazza si stacca, farfuglia qualcosa d’incomprensibile ed esce di corsa precipitandosi verso le scale.

Cos’ha combinato?

CAPITOLO 4 – PAOLO, SANDRO & L’ASSEMBLEA

Seduta con la schiena appoggiata al tronco della pianta che si trova al centro dei giardinetti, guardo le foglie che scendono nell’aria fino a raggiungere delicatamente terra.

Paolo, seduto accanto a me, sta leggendo a voce alta un articolo di cronaca sull’ultimo attentato terroristico.

La pausa pranzo ci dà il tempo solo di mangiare un panino e di trascorrere alcuni minuti di relax. Fortunatamente vicino alle nostre fabbriche c’è un po’ di verde e possiamo scambiare qualche parola in questi spazi respirabili.

Paolo alza gli occhi dal giornale.

  • Sara, mi stai ascoltando o sei per altri mondi?
  • Scusami Paolo, mi sono distratta, è che mi è sembrato di avere già vissuto questo momento, a te è mai capitato?

Certo che è capitato anche a lui, eccome! E anche a lui, come a me in quell’istante, succede di non riuscire mai a ricordare i particolari della scena vissuta due volte.

A me piacerebbe sapere prima quello che deve succedere, per conoscere gli eventi e non per restare un attimo dopo con la sensazione di dejà vu addosso. Il problema è quando ci provo e tento di anticipare i tempi, all’improvviso tutto svanisce e resto con la testa vuota.

Qualche volta, sforzandomi al massimo, sono riuscita ad anticipare una parola. Del tipo che so cosa sta per dire una persona, però non ho mai fatto in tempo a dirla contemporaneamente a chi stava parlando.

I pensieri viaggiano alla velocità della luce, la mia lingua si attorciglia molto prima.

Io e Paolo non siamo mai stati insieme sotto quella pianta a leggere il giornale. Per di più è impossibile che abbiamo già letto quella notizia perché è sul quotidiano di oggi.

Eppure sono convinta di avere già vissuto questo momento, di essermi già trovata in un posto come questo e di avere già scambiato queste parole con qualcuno.

Meglio non soffermarsi a pensarci più di tanto, so che questo è un fenomeno scientificamente dimostrato, anche se non ricordo il meccanismo esatto.

Ascolto Paolo che finisce l’articolo poi gli chiedo cosa ne pensa del terrorismo. Ammette che l’idea di lottare combattendo in prima linea sia giusta, ma formula dei dubbi e delle riserve sugli obbiettivi da colpire.

  • Quindi secondo te non è giusto riflettere sull’opportunità dei mezzi usati dal terrorismo? Per te legittimi gli ideali e più o meno esatti gli obbiettivi, sul resto non ci sarebbe da discutere? Beh, secondo me, invece, è proprio sui mezzi usati per raggiungere gli scopi che bisognerebbe concentrare la critica. Secondo me il fine non giustifica i mezzi. E poi è facile riempirsi la bocca di parole come giustizia, equità, uguaglianza, ma se poi si usano dei mezzi ingiusti e non equi crolla ogni ideale. Lo sai, vero, che il potere ci vuole tenere nell’ignoranza per essere più facilmente manovrabili? Se i popoli facessero propri i concetti di giustizia e libertà, diventerebbero capaci di autogovernarsi e non darebbero più nutrimento elettorale ai burocrati e ai politici corrotti.
  • Il tuo è un ragionamento logico che non fa una grinza, ma dimmi un po’, dove lo troviamo un movimento che faccia crescere l’educazione civica nelle masse? All’interno dell’arco costituzionale no di certo, i partiti sono troppo inseriti nel sistema di potere per sperare che possano rivoluzionarlo. Non si può neanche pensare che la gente prenda coscienza e cambi il sistema. Viviamo un’epoca di metropolitanismo sfrenato, in cui le persone sono proiettate a soddisfare il mondo esterno senza curarsi della loro crescita interiore, come si può pretendere che riescano a organizzarsi per fare una rivoluzione! Comunque prima di educare la gente bisogna combattere contro chi sta manovrando per ridurci a un branco di sottomessi. Dopo si potrebbe tentare di stimolare le persone a riscoprire i propri ideali.
  • E tu credi che con le azioni terroristiche sia possibile raggiungere questa utopia? – Alzo il sopracciglio con fare interrogativo e ironico.

Certi discorsi mi sembrano troppo complicati per essere esauriti durante una pausa pranzo.

  • Non lo so, non ne sono sicuro. Di certezze su queste cose non ne esistono. Credo che sia difficile capire quale sia la via migliore, cioè quale sia il mezzo ideale per raggiungere gli obiettivi!

Sospiro annuendo, Paolo ha ragione, non ho idea di quale possa essere la via migliore per imboccare la strada della rivoluzione.

Sto cercando delle risposte giuste alle domande che mi frullano in testa, ma politicamente non saprei proprio da che parte guardare.

È per questo che analizzo le varie frange dei movimenti, per scoprire se le mie idee possono trovare un riscontro e se in essi ci sia una risposta concreta per la realizzazione di certi obiettivi.

Chiudiamo la nostra conversazione con un po’ di malinconia, si è fatto tardi, è ora di tornare al lavoro. I motivi di discussione sarebbero tanti, ma non possiamo metterli assieme in questi pochi minuti che ci restano, così smettiamo di parlare e ci avviamo verso la fabbrica.

Riprendiamo l’argomento poco prima di separarci per dirigerci ognuno verso il nostro stabilimento. È l’occasione giusta per manifestare l’intenzione di conoscere direttamente qualche nucleo attivista di estrema sinistra.

Mi piacerebbe sapere cosa significa la lotta diretta e vedere da vicino il modo in cui la conducono.

  • Sarebbe un’occasione per innescare la discussione sulla legittimità dei mezzi da utilizzare e per far avvicinare il movimento alle masse.

Mi sto riempendo la bocca di paroloni e formulo tesi di cui non capisco fino in fondo il significato. Per fortuna uso un tono ironico e posso nascondermi dietro un po’ di leggerezza.

Paolo, al contrario, diventa pensieroso, e non raccoglie la sfida per contrastare la mia superbia.

Il suo sguardo mi dà l’impressione di uno che sappia come soddisfare le mie richieste e che, comunque, conosca molte più risposte di quante non ne dia a intendere.

Camminando verso casa, al ritorno dal lavoro, la mente è imbottita di pensieri al punto tale che non riesco neppure a rincorrerli, tanto sono pressati dentro al cervello.

Cerco di dissipare questa massa informe, che non dà appigli, ma che ogni volta che tocco i pensieri più profondi, mi fa avvertire punture dolorose.

In strada regna la normalità assoluta, scruto quello che vedo attorno a me, e ciò che mi circonda mi appare grigio di quotidianità.

Improvvisamente il mondo sembra vacuo, vuoto, tutto perde valore appiattendosi nello squallore di un’ordinarietà desolante.

Mi assale il forte desiderio di andarmene, di scappare fisicamente, per sfuggire all’eventualità di entrare a far parte di quel quadro in bianco e nero.

Allungo il percorso verso casa e passo vicino al mare, cambiando scenario posso sperare di prendere una boccata d’aria che mi purifichi.

Quando c’è troppa malinconia è meglio evitare di rimestare dentro ai pensieri. Bisogna scrollarsi di dosso la spiacevole sensazione di squallido, che assale senza un preciso motivo.

La visione dell’immensa distesa d’acqua mi allarga il cuore. In questo scenario capisco quando sia importante vivere in un luogo dove, seppur c’è tanto grigiore, è sempre facile trovare l’oasi che permette di ricolorare il mondo.

La città dove vivo è uno degli ultimi baluardi marchigiani prima della chiassosa Romagna. E ha tutti i pregi di una città affacciata sul mare Adriatico dove, tutto sommato, si vive una buona vita.

La desolazione delle ragnatele di grigiore, quando diventano l’unico colorante dei pensieri, fa nascere il desiderio di farle sparire assieme alle parole stantie che solitamente galleggiano senza senso tra le pareti del cervello.

Per questo decido di scacciare il ragno della malinconia, per non lasciarmi irretire, e respiro l’aria fredda del mare lasciandola entrare in me per ripulire tutte le muffe.

A volte mi capita di essere inebriata da un particolare stato d’animo e di vedere le cose dipinte con colori fantastici. Allora lo stesso scenario che pochi giorni prima mi appariva di un grigio terrificante improvvisamente diventa un posto meraviglioso!

Affondo il passo nell’arenile, cammino pesantemente e cerco di rinfrescare la mente per permettere al cervello di snebbiarsi. Il mare è calmo, lo sciabordio dell’acqua e il verso dei gabbiani occupano una parte talmente piccola di quest’aria immensa che anch’io mi sento più piccola di quello che sono.

Comunque sento di essere parte di questo mondo, sento che faccio parte di esso ed esso di me. È per questo che le preoccupazioni diventano insignificanti di fronte a certi misteri.

Sono in uno di quei momenti in cui per liberarmi dalle corde dei grigi pensieri riconduco tutto a una base più ampia. In questo modo le mie elucubrazioni crollano come castelli di carta e le mie ansie si ridimensionano.

Sto pretendendo di capire troppe cose, prima che l’esperienza vissuta me lo possa permettere.

Ho solo vent’anni e non devo pressare la vita ponendomi dei problemi più complicati di quanto non sia in grado di affrontare.

Arrivo a casa avvolta in una sorta di estasi di tranquillità e vado dritto in camera mia a distendermi. Ripenso al mio segreto, a quello sguardo di donna bello e penetrante. Come al solito la stessa inquietudine si allarga dentro di me.

Perché quello scambio tra i nostri occhi è andato oltre la nostra pelle ed è finito dentro le emozioni sconvolgendone la razionalità?

Ripenso alle prime sensazioni provate quando ho scoperto l’amore per Zeno. In quel caso stava nascendo un rapporto basato sui nostri comuni pensieri e questo ci metteva nudi l’uno di fronte all’altro. Era logico che in nostri sguardi esprimessero qualcosa di più profondo del semplice vedere.

Non credo all’amore a prima vista, né ai classici colpi di fulmine. Secondo me prima di avere il feeling necessario che preluda a rapporti sessuali ci si deve conoscere a fondo.

Stranamente, e contrariamente a ogni mia convinzione, adesso vivo un’attrazione sessuale fortissima, per giunta verso una persona del mio stesso sesso, e senza neppure conoscerla!

Non avrei mai creduto che le mie sensazioni potessero darmi una scossa di questo genere. Sempre che poi il tutto non si riveli altro che un’infatuazione temporanea.

Potrebbe sgretolarsi davanti alla realtà dei fatti della vita, e svanire in niente così come dal nulla è nata! Non so davvero da che parte pendere, anche se le pendenze in questo caso sarebbero pericolose da seguire.

L’arrivo dell’ora di cena distoglie da certi pensieri e consente il ritorno ai ritmi della quotidianità, quelli scanditi dalle necessità corporali come mangiare, bere, dormire. È proprio meglio rinunciare alla psicanalisi e rifugiarsi in un sano pasto.

Nonostante la settimana sia appena iniziata in fabbrica già si respira un’aria pesante. Il contratto di lavoro non è stato ancora rinnovato e i sindacati sono in fermento per farci conquistare qualche miglioramento.

Le richieste per gli operai riguardano sia le condizioni di lavoro sia la retribuzione in busta paga.

A onor del vero la nostra fabbrica ha dei problemi di ordine sanitario, igienico e organizzativo che farebbero passare in secondo piano la necessità di un miglioramento delle condizioni contrattuali.

Logicamente il sindacato insiste per rivendicare degli aumenti salariali, perché è un argomento che politicamente paga. Tuttavia nella nostra fabbrica dovremmo esigere di essere alla pari con le strutture delle altre fabbriche. Dobbiamo dare la priorità alle urgenze di ordine pratico che devono essere risolte immediatamente.

Qualsiasi siano le pressioni e da qualsiasi parte vengano le sollecitazioni, stamattina ho trovato i cancelli della fabbrica chiusi e i picchetti dei sindacati davanti allo stabilimento. Sciopero, oggi non si lavora.

Sinceramente ne sono contenta, ogni tanto queste giornate soddisfano la mia voglia di ribellione. Anche se ci perderò qualche soldo in busta paga.

Comunque di tornare a casa non ne ho voglia. Quando mi sono alzata dal letto ero piena di energia e ora che ho evitato di chiudermi in fabbrica, l’idea di farlo tra le quattro mura di casa m’infastidisce.

Mi avvio verso il bar lungo la strada con l’intenzione di prendere un caffè. Chissà che non trovo qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere.

All’interno del locale c’è la solita gente, tutte operaie e operai delle fabbriche della zona. Degli impiegati non si vede nemmeno l’ombra. Figuriamoci! Loro vanno nel lo cale più vicino al centro, quello dove ogni cosa costa un po’ di più e l’arredamento è ultra chic.

Se faccio mente locale alle differenze che si fanno anche per bere un caffè mi vengono i brividi di nervoso!

Alla cassa non c’è fila per fare lo scontrino, abbasso la testa per frugare nel borsellino in cerca della moneta per pagare il caffè. Rialzo lo sguardo e vedo Sandro che si sta avvicinando. Dimenticavo, qualche impiegato che non si fa problemi a venire in mezzo a noi c’è.

Sandro lavora negli uffici centrali, ma è diverso dagli altri colletti bianchi.

Non si ritiene superiore e partecipa spesso anche alle nostre rivendicazioni sindacali. Dopotutto era un operaio come noi, prima di prendere il diploma.

  • Ciao Sandro, qual buon vento?
  • Ciao Sara, di venti buoni qui ce ne sono pochi, tira un’aria un po’ pesante, non credi? E tu come stai?
  • Abbastanza bene dai, sto cercando un modo per godermi questa improvvisa libertà dal lavoro. A proposito, tu cosa pensi di questo sciopero?
  • È il primo di una catena che spero non diventi troppo lunga. Finché non ci sarà un accordo con i padroni, o almeno la speranza di organizzare qualche incontro, lo scontro diventerà sempre più duro.
  • Io spero che siano poco ostinati da entrambe le parti, lo sai, sono per il quieto vivere.

Rispondo buttando lì un augurio in modo che lui possa trarre spunto per spiegarmi qualcosa in più.

  • Se vogliamo che la storia si concluda presto dovremmo lottare più decisamente. Invece tanta gente, quando è il momento di fare qualcosa di concreto, tergiversa o riduce la disponibilità. Per esempio se dovessimo incontrarci con gli imprenditori, a parlare andrebbero solo i sindacalisti, invece ci dovrebbero essere anche le rappresentanze degli operai.
  • Ma i sindacalisti sono operai come noi!

Ribatto alzando lo sguardo verso Sandro interrogativamente. Quell’affermazione mi sembra fuori luogo.

Abbiamo trovato un angolo libero a uno dei tavolini del bar, e chiacchieriamo tra una sigaretta e l’altra.

  • Sì, ma molti di loro sono inseriti nel sistema dei partiti e delle associazioni e fanno e dicono solo quello che gli viene detto, senza usare la loro testa, così spesso si perdono delle occasioni importanti.
  • Ah, se ci andassi io a una di quelle riunioni, gliene canterei quattro. C’ho una rabbia per come siamo indietro nella nostra fabbrica rispetto alle altre! Sai che non abbiamo i servizi igienici adeguati, che le condizioni delle turniste sono pietose e che non esiste uno spogliatoio decente perché dove c’era hanno dovuto mettere il magazzino? E ce ne sono tante altre di magagne. Il nostro padrone, poi, è l’unico che non rispetta gli orari di lavoro, ruba sempre qualche mezz’ora di lavoro in più, con la scusa dei recuperi, e non paga gli straordinari!
  • Se le cose stanno veramente così ne avete di problemi!

Adesso è Sandro ad avere lo sguardo interrogativo rivolto alle mie affermazioni. Mi sento autorizzata a incalzare ancora di più.

  • Te lo garantisco io che le cose stanno così, vieni a fare un giro da noi, un giorno di questi, così ti renderai conto di persona della nostra situazione.

I residui del caffè si sono asciugati sulle pareti della tazzina, ormai è quasi un’ora che stiamo chiacchierando, quando si è in buona compagnia il tempo passa sempre in fretta.

Intanto si è fatto tardi e io devo tornare a casa. Ho alcune commissioni da sbrigare e posso approfittare di questa giornata libera per avvantaggiarmi con i lavori domestici. Sarà una sorpresa per mia madre quando tornerà dal lavoro e troverà qualche faccenda fatta.

Non credevo di aver impressionato Sandro con il mio discorso, ma nei giorni successivi al nostro incontro viene diverse volte in fabbrica. Confrontandosi con le altre operaie e gli altri operai ottiene la conferma delle mie affermazioni.

Morale della storia Sandro decide che devo partecipare alla riunione dei sindacalisti domani. Dovrò farmi nominare rappresentante di fabbrica per avere la possibilità di parlare alla prossima assemblea generale.

Ho sempre creduto che per partecipare alla vita attiva del sindacato bisognasse iscriversi al partito. O comunque cominciare a frequentare riunioni su riunioni, se non altro prima di avere un ruolo da interlocutrice.

Invece con un breve discorso da bar entro di diritto tra coloro che potranno discutere con i padroni delle problematiche delle operaie.

Sinceramente credo che prima dovrò farmi accettare dagli altri sindacalisti. Sandro è convinto che parlando con gli stessi termini usati nel discorso fatto con lui, non avrò problemi a farmi eleggere portavoce di fabbrica.

Vado a quell’incontro sentendomi come una scolaretta alla prima interrogazione. Sandro ha detto che basterà esporre i problemi come ho fatto con lui al bar, ma la fa semplice, lui!

Io di fronte ai mestieranti della politica, ancorché quella sindacale, sono in difficoltà. Credo che sappiano troppe cose in più di me e riusciranno farmi cadere in fallo alla prima puntualizzazione.

E se poi mi fanno delle domande sulle leggi in materia di lavoro, sui vecchi contratti o sulle clausole da cambiare? Cosa gli rispondo? Se vanno a fondo e scoprono la mia ignoranza probabilmente decidono di portare uno dei loro affiliati e io sarò costretta ad affondare insieme alle illusioni di Sandro.

In realtà non bisogna lasciarsi trarre in inganno dalle conclusioni affrettate. Bisogna avere fiducia e sperare che Sandro abbia visto bene fidandosi di me.

Se non dovesse andare bene, allora buonanotte al secchio. Sarà un motivo in più a convincermi sull’utilità di farmi solo i cazzi miei!

Per fortuna, e per voler dimostrare che in alcune occasioni l’apprensione è davvero fuori luogo, tutto si svolge nel migliore dei modi. All’incontro con i sindacalisti le mie paure svaniscono in un istante perché sono di fronte a persone come me, che sanno subito mettermi a mio agio. Contrariamente a quando temevo, non hanno alcuna intenzione di affondarmi.

Diciamo pure che il mio ruolo di rappresentante di fabbrica è dato per scontato, come se fosse già stato approvato. Non so se sia una prassi normale o se Sandro ha messo qualche parola buona sul mio conto. Non me ne preoccupo più di tanto, un po’ perché non saprei a chi chiedere spiegazioni, un po’ perché sta bene anche a me che non ci siano discussioni a tal proposito.

Superato questo primo scoglio, che alla vigilia ritenevo insormontabile, ora non resta che concentrarsi sull’assemblea generale che si terrà dopodomani.

Il teatro che ci ospita è pieno in ogni fila e nella galleria. Io e le mie colleghe siamo sedute nella penultima fila della platea. Sandro si avvicina lentamente, poi si china su di me dicendo che la prossima a parlare sarò io.

Mi avvio verso il palco con passo indeciso e titubante, non so se chi sta parlando ha quasi finito o se ne avrà ancora per molto.

La mia mente è attenta a ricordare i punti essenziali del discorso. Devo collegare bene ogni particolare dato che sono di vitale importanza per l’efficacia di quello che voglio dire.

Da questa assemblea, in cui sono presenti anche i rappresentanti degli imprenditori, devono uscire i nodi cruciali delle nostre problematiche. I dirigenti di fabbrica vogliono un documento generale in cui siano riassunte tutte le nostre rivendicazioni.

Siamo decise a ottenere delle proposte concrete in risposta alle nostre esigenze perché dovranno essere il sostegno agli altri cambiamenti.

Le necessità di adeguamento delle strutture, dovute per legge, sono l’argomento più convincente per mettere i padroni contro il muro e costringerli ad accettare anche tutte le altre richieste del sindacato.

Almeno questa è la mia convinzione.

Ogni argomento di ciascun oratore viene portato a conoscenza della platea viene discusso e valutato con il voto per alzata di mano. Quelle approvate dalla maggioranza vengono verbalizzate e diventeranno delle proposte da inserire nel documento finale.

Salgo sul palco e appoggio al leggio la mia agenda, su di essa ho fissato gli appunti sugli argomenti più importanti, un attimo dopo la platea diventa silenziosa.

Non so se questa quiete dipende da me, cioè dalla mia presenza in quanto tale, o se anche ai precedenti oratori è stato riservato quell’improvviso vuoto iniziale.

Meglio non pensare all’importanza del momento, devo iniziare a parlare e lo faccio presentandomi, dicendo chi sono e da dove vengo.

Credo di essere tranquilla e sicura di quello che sto facendo, ma in un attimo sento il niente attorno a me. La mente con i suoi pensieri abbandona il cervello e lascia il mio corpo nudo e solo davanti alla platea.

Sono in un momento di puro panico e già m’immagino la magra figura che sto per fare. In un flash elettrico vedo il mio corpo andarsene accompagnato da un balbettio di misere scuse.

Invece, dopo la breve presentazione, le parole impresse nella memoria escono automaticamente dalla bocca e comincio il mio discorso con naturalezza. Dopo la leggera impasse iniziale, espongo con calma e precisione i problemi che riguardano la mia fabbrica.

Mano a mano che gli argomenti scivolano via, aumenta in me la sicurezza delle motivazioni, e di pari passo mi accaloro sulle questioni che ritengo più urgenti.

Presa dalla foga del discorso lancio frequenti frecciatine ironiche verso quei compagni che si lamentano per non avere il di più quando a noi manca l’indispensabile.

Proprio per puntualizzare questo argomento termino il mio intervento rimarcando la fondamentale importanza di non perdersi nelle parole vuote. Sarebbe un errore limitarsi agli slogan politici che ci lascerebbero ferme al punto di partenza.

  • È necessario che i più forti, cioè le fabbriche che hanno il maggior numero di operaie e operai e quindi hanno maggior forza politico sindacale, si uniscano a noi per fare la voce grossa contro chi non fa niente per migliorare le strutture di certe fabbriche più piccole!

Scendo dal palco imbambolata dal fiume di parole che mi è uscito di getto dalla bocca. Non ho idea di quale effetto possano aver suscitato in chi le ha ascoltate.

Mentre torno a sedere al mio posto in platea, Sandro torna vicino a me. Senza dire una parola mi guarda fisso negli occhi, poi prende le mie mani nelle sue e mi dà un bacio in fronte.

Continuo a chiedergli come sia andata perché non capisco cosa significhino quei gesti affettuosi. Forse ho fatto una figura talmente misera da suscitare la sua compassione.

Lo guardo in faccia e noto l’espressione soddisfatta del suo volto, ascolto dei commenti attorno a me e capisco che forse il mio intervento è stato l’unico a centrare il nodo principale dell’assemblea.

Se si vogliono ottenere dei risultati concreti bisogna unificare le voci di protesta e rafforzare la lotta sindacale. Le voci uniformi sono le uniche che permettono il concretizzarsi delle rivendicazioni.

Al ritorno a casa sono euforica, quasi esaltata. Sono sicura di aver sollevato una problematica comune e di aver preso parte attiva nel tentativo di risolverla.

In realtà sono solo parole, ma il fatto che siano state ascoltate e che abbiano colto nel segno, sono un ottimo inizio per me.

A tavola l’intrecciarsi delle numerose discussioni tra noi della famiglia fa passare in secondo piano la mia soddisfazione per il successo oratorio di oggi .

Solo mio fratello ha fatto degli apprezzamenti per il mio discorso. Stamattina c’era anche lui in mezzo alla platea, in qualità di rappresentante della sua fabbrica e ha detto che sono rimasti tutti colpiti dai toni del mio intervento.

A parte questo la discussione in casa si articola su altri problemi, di natura economica, la cui soluzione è piuttosto urgente. Così il mini dibattito familiare sull’assemblea degli operai non si apre.

Forse è meglio così, devo ancora assimilare l’esaltazione e l’euforia nel sentirmi coinvolta. Passo essenziale per far diventare ogni cosa esperienza.

Se dessi retta a come mi sento adesso potrei distruggere le montagne, invece io sono sempre io e i passi bisogna farli uno alla volta.

CAPITOLO 5 – ANTONIO & I BRIGANTI

Nella mia famiglia era difficile condividere le esperienze e le emozioni, ma al di fuori di essa c’era una persona con la quale parlavo volentieri. Era Antonio, il figlio del contadino che abitava nella cascina più vicina alla nostra.

Aveva un paio d’ anni più di me e a lui confidavo i miei pensieri quando, nelle fredde giornate invernali, ci ritrovavamo insieme a pascolare le greggi.

Era un ragazzo simpatico, più aperto di mente rispetto ai miei fratelli e alle mie sorelle, sapeva leggere e qualche volta, insieme, guardavamo i fogli delle notizie che arrivavano dal paese.

Gli invidiavo molto il fatto di saper leggere, anche se la sua famiglia la riteneva una cosa pericolosa, una conoscenza che poteva distrarlo dagli impegni in campagna.

Lui se ne fregava delle proibizioni imposte dalla famiglia e di nascosto portava i libri da leggere quando eravamo assieme al pascolo del gregge. Io stavo seduto le ore ad ascoltarlo incantato dai suoi racconti.

Antonio aveva imparato a leggere aiutato da certi suoi amici di paese e qualche volta portava anche i fogli stampati con le notizie che loro gli avevano passato.

Essendo più grande di me Antonio pretendeva il mio rispetto e questo m’intimidiva. Perciò non m’azzardavo a chiedere come fosse riuscito a frequentare i ragazzi del paese e a fare amicizia con loro.

A dire il vero quella non era l’unica curiosità nei confronti del mio amico perché ogni tanto mi sorprendeva con degli strani atteggiamenti. Sembrava che mi nascondesse dei segreti e io deducevo che conoscesse molte più cose di quante ne condivideva.

In una delle rare occasioni di visita in paese cercai la prima occasione buona per sgattaiolare via dalla vista di mio padre e infilarmi nei vicoli, con la speranza di incontrare Antonio.

Mi avvicinai a una fontanella e bevvi qualche sorso d’acqua, ripulii la bocca con la manica della giacca e quando rialzai lo sguardo vidi Antonio dall’altra parte della piazzetta.

Feci un grande gesto per salutarlo e lo chiamai ad alta voce. Lui si separò immediatamente dai suoi compagni venendo verso di me.

Ci salutammo calorosamente, con abbracci e pacche sulle spalle. Io mi sentii grande come non mai per quella situazione da adulto che stavo vivendo.

Non pensai a chiedergli chi fossero gli amici che aveva lasciato, e neppure se il mio arrivo l’avesse costretto controvoglia ad abbandonare quella compagnia.

Allontanandoci dalla piazzetta camminavo preso dalla sua stretta sotto braccio mentre lui velocemente si stava avviando alla locanda per offrirmi da bere.

Non capivo il perché di quella fretta ma per me rappresentava un ulteriore motivo di complicità, anche se non sapevo di cosa.

Siccome non stavamo facendo nulla di male, lasciai che quella sensazione d’importanza mi gonfiasse ugualmente il petto d’orgoglio.

D’altronde quando si era abituati come me alla compagnia di pecore e di zolle di terra, anche quattro chiacchiere all’osteria erano un modo per sentirsi valorizzati.

Raccontai ad Antonio che la mia presenza in paese altro non era che uno dei tentativi di riconciliazione di mio padre, un modo per farsi perdonare dopo l’ennesima sfuriata castigatrice.

La nostra conoscenza risaliva a quando eravamo bambini, avevamo fatto tanti giochi assieme, poi ci eravamo persi nell’età dell’adolescenza, forse per paura di frequentarci troppo.

Avevamo ripreso i contatti da qualche mese quando, dopo i raccolti, c’eravamo confidati le rispettive speranze per un buon ricavo.

Un giorno, mentre ero fuori con il gregge, Antonio mi raggiunse sulla collina e si sedette al mio fianco sotto la grande quercia, dispiegò un foglietto stampato e cominciò a leggere. Ascoltavo incantato il racconto spezzettato dai tentennamenti della sua zoppicante lettura.

La storia narrava delle gesta dei briganti e delle loro ultime imprese. Cercavo di imprimere nella memoria ogni dettaglio di quelle vicende, compresi quelli più crudeli riportati dalla storia.

Non sapendo né leggere né scrivere l’unico modo per rivivere quelle avventure era d’imprimerle indelebilmente nella memoria.

Ero estasiato, pendevo dalle labbra e da ciò che usciva dalla bocca di Antonio. Nonostante quello dei briganti fosse un mondo lontano, le loro gesta, per come venivano tramandate e per quanto noi le condividessimo in quei racconti, erano un modo per sentirci più vivi.

Spesso i racconti narravano le gesta del Passatore, brigante vissuto qualche decennio prima proprio dalle nostre parti. Era una figura diventata mitica e che colpiva la mia fantasia, sia per la sua temerarietà che per la capacità che aveva avuto nello sfidare a viso aperto le autorità.

Era il simbolo della ribellione e del riscatto, la personificazione di come fosse possibile la rottura dello stato di subordinazione che caratterizzava la vita di noi contadini.

Era colui che sfidava in scontro aperto e temerario il potere, toglieva ai ricchi per dare ai poveri ed era stato un eroe imprendibile.

Stefano Pelloni, il Passator Cortese, aveva spadroneggiato per le strade e nelle foreste dell’appenino tosco romagnolo, le stesse che erano alle nostre spalle e che ci accomunavano al nostro eroe.

Aveva irriso le milizie austriache e pontificie, simboli quanto mai concreti dell’autorità di quei tempi, e questo faceva di lui un idolo da imitare.

Dopo l’Unità d’Italia, l’autorità non era più rappresentata solo dai soldati. C’erano gli esattori che riscuotevano con forti soprusi le tassazioni dei governanti. C’erano i rappresentanti della legge che attraverso ogni tipo di angheria perpetrava le vessazione dei potenti.

Purtroppo nel passaggio dallo Stato Pontificio alla nuova Italia la situazione nelle campagne non era cambiata affatto rispetto a prima. Nonostante le numerose promesse che erano state fatte, tutto era rimasto immutato. Inclusa l’oppressione delle classi più povere.

Io e Antonio, da poveri contadini, non facevamo una considerazione equa su quegli atti così violenti e crudeli. Per noi le azioni dei briganti avevano l’unico scopo di lottare contro le ingiustizie. E questo ci bastava come giustificazione assoluta.

Non avevamo neppure la certezza che i loro mezzi avrebbero portato al raggiungimento di un ideale di equità e libertà, ma l’aura della leggenda era sufficiente a dissipare ogni interrogativo.

Aspettai che Antonio finisse quella lettura per poi discutere con lui su quel tema. Quel giorno si dilungò nel racconto di alcuni fatti riguardanti i briganti, e non riuscimmo ad approfondire l’argomento.

Dovevamo far rientro a casa, e la brusca interruzione non fece altro che accrescere la mia ansia di conoscere altri dettagli.

Tante domande rimasero in sospeso e le avrei ritrovate vivide nella mente ogniqualvolta avessi ripensato a quella scena sotto la quercia.

Da diverso tempo nelle nostre zone, a cavallo tra la pianura e i monti dell’entroterra romagnolo, si parlava dei briganti che vivevano in montagna e che combattevano per il re.

C’era una sorta di rispetto nel nominarli e la loro presenza incuteva paura. Per me erano degli eroi da ammirare, anche se non conoscevo molto bene i motivi della loro lotta e nemmeno quelli della repressione nei loro confronti.

Semplicemente li consideravamo eroi perché erano persone come noi che combattevano contro altra gente, cioè i soldati, diversa da noi. Erano difensori delle nostre terre e questo era un motivo più che sufficiente per esaltarli.

L’attaccamento viscerale che avevamo nei confronti della campagna non era giustificato dalla proprietà, ma quelle terre le sentivamo più nostre di quanto non lo facessero i padroni, il cui unico scopo era quello di sfruttarle.

D’altro canto per noi non poteva essere diversamente, la terra rappresentava il nostro unico mondo e anche l’unico modo per stabilire che vita avremmo vissuto nei mesi che ci attendevano dopo i raccolti.

La vita dalle nostre parti in quegli anni successivo all’Unità d’Italia aveva un andamento economico al limite tra la povertà e la sopravvivenza.

I mezzadri si spaccavano la schiena nei campi e a ricompensa di ciò riuscivano a malapena a sfamarsi. Molti componenti delle famiglie nei casolari se ne andavano a cercar fortuna in luoghi dove le prospettive di lavoro erano migliori.

In giro si sentiva parlare delle fattorie che si stavano ampliando e che prendevano i braccianti a lavorare durante le diverse stagioni. Loro ricevevano una paga fissa e questa era decisamente una condizione migliore rispetto al nostro sottostare al volere del padre padrone.

Il lato negativo era che i braccianti lavoravano principalmente nel semestre estivo e spesso andavano a vivere in agglomerati fatiscenti e sovraffollati.

C’era poi da considerare l’altra discriminazione nei confronti dei giovani che abbandonavano la famiglia. Essi erano generalmente trattati come dei ribelli, perché si erano sottratti all’autorità paterna.

Le storie che si raccontavano nelle veglie dipingevano quadri poco rassicuranti riguardo alla vita dei braccianti. Si diceva che, durante i periodi di riposo dal lavoro e non trovando occupazioni saltuarie, molti di loro diventavano oziosi, non disdegnando di dedicarsi anche al furto nei campi.

Sicuramente erano persone poco disposte al lavoro e alla fatica per cui spesso si lasciavano
avviare al gioco dai compagni di stanza e diventavano dei rammolliti.

La realtà di questa situazione rendeva difficile la scelta di cambiare la propria vita abbandonando le radici famigliari. Quindi, a meno che non ci fosse una vera e propria costrizione, la soluzione migliore era cercare di resistere.

Riflettendo sulla mia situazione, pensavo che anche io avrei seguito la strada dell’allontanamento e, prima o poi, me ne sarei andato dal casolare. Senza attendere di essere messo alla porta mi sarei organizzato e ci avrei pensato da solo a costruirmi una vita al di fuori del nucleo famigliare.

A quasi vent’anni ero quasi un uomo maturo e stava arrivando il momento di lasciare il nido.

CAPITOLO 6 – LO SFOGO DI SARA

La primavera di quello strano millenovecento settantasei è nel culmine del suo fiorire e preannuncia i primi caldi dell’estate che arriverà di lì a poco.

Giulia è seduta al tavolino del bar dove aspetta che il suo contatto si riveli e la incontri per lo scambio di materiale. Cerca di non farsi notare, assume un’aria disinvolta e stropiccia la rivista che tiene nelle mani.

Da una porta laterale entra lei, la bella ragazza di cui Giulia non conosce neppure il nome. E che vorrebbe fingere di non conoscere. Primo perché sta aspettando qualcuno, poi perché dopo quello che è successo tra loro teme che non vorrà più avere niente a che fare con lei.

Invece Sara va dritto verso di lei, si presenta e appoggia il suo caffè al tavolino di Giulia. Poi si siede e diventa un fiume in piena di uno sfogo contro non si capisce cosa.

Per Giulia l’incontro con il contatto ormai è andato a farsi fottere. Chiunque avrebbe dovuto presentarsi eviterà ogni tipo di comunicazione, ora che lei è in compagnia di un’altra persona.

Poco male, pensa Giulia dopo il primo momento di disappunto, ci sarà un altro modo per ricontattare chi di dovere. Adesso la cosa più importante diventa non richiamare troppo l’attenzione su di sé, se qualcuno dovesse notarla o addirittura riconoscerla sarebbe un
guaio.

Nulla nel suo atteggiamento deve lasciar trapelare che si trovi in quel posto per un incontro diverso da quello a cui la sta costringendo Sara.

Intanto la bella ragazza è diventata incontenibile nel suo sfogo e Giulia la lascia parlare. Mentalmente ringrazia il fatto che non faccia il minimo accenno a quanto successo in mansarda qualche tempo prima.

Sara lavora per un sindacato, Giulia non capisce quale. Comprende solo che deve aver avuto recentemente un incontro che non è andato come si aspettava. È incazzata nera e sta cercando di spiegare lo sbaglio che stanno facendo i suoi compari con il loro comportamento.

In quel frangente Giulia si sente proiettata indietro nel tempo. Seguendo lo sfogo di Sara le tornano in mente gli identici ragionamenti e gli stessi interrogativi che anche lei si era posta a suo tempo. Riguardo alla partecipazione attiva ai cambiamenti nella società, come ora le sta raccontando Sara.

L’attrazione per lo spirito indomito che trasuda da quella giovane ragazza le fa ricordare quando anche lei viveva la spensieratezza dei vent’anni.

Non che sia passato tanto tempo da quei giorni, ma le esperienze vissute e i cambiamenti che si sono verificati attorno a lei hanno dilatato le distanze temporali, e l’hanno costretta a cambiare alcune prospettive.

Il feeling istintivo nato con quella ragazza sta facendo rivivere a Giulia le stesse emozioni che animavano la sua passione tempo addietro, quando il fervore di quel sentimento si rinnovava costantemente nel vigore delle sue battaglie.

Giulia non sa se Sara, assieme allo sfogo che sta facendo per il comportamento degli altri sindacalisti, stia effettivamente ragionando su quanto le è successo.

Sembra invasa da un’incazzatura profonda e in quel momento sta solo cercando una consolazione per cancellare quell’episodio senza sforzarsi di trovare il modo per farlo maturare come esperienza.

Probabilmente è proprio per non porsi certi dilemmi che tanti giovani sono indifferenti e apatici. Le difficoltà che incontrano se propongono qualcosa di nuovo li costringono a diventare il gregge ideale di chi li vuole adeguati.

Entrare a far parte attiva e propositiva della vita sociale non è semplice, porta a una lotta dura in cui spesso si è soli. Anche contro la famiglia che vorrebbe vedere i giovani come dei cittadini modello sotto i canoni dell’adeguamento sociale.

È la giovane età, la stessa che aveva Giulia ai tempi in cui viveva le esperienze di Sara, il motivo che induce a credere come unica via per il cambiamento quella che passa attraverso la rivoluzione, oppure veramente la via diplomatica è solo un modo per mettere in pace l’anima e far finta di cambiare le cose?

Giulia sa di essere eccessiva ponendosi quegli interrogativi sulla pelle di quello che sta vivendo Sara. Soprattutto perché la risposta alla fine è sempre la stessa. Quella è solo una disquisizione sul significato dei termini perché in realtà considera sia l’inserimento che l’adeguamento come degli atteggiamenti di ripiego rispetto a una lotta più attiva e combattente.

La speranza di Giulia è che per Sara quello sia un momento di maturazione e non un gesto di rifiuto. Dopotutto qualsiasi sia il sindacato per cui lavora è sempre meglio esserci dentro che essere passare dalla parte del menefreghismo e dell’indifferenza.

In quell’incontro casuale Giulia non può permettersi di raccontarle le motivazioni che l’hanno portata a fare certe scelte di attivismo politico. Sarebbe un discorso lungo e richiederebbe troppe spiegazioni. Alla fine correrebbe solo il rischio di esporsi.

Certo la voglia di confidarsi per entrare in intimità con Sara sta diventando quasi un bisogno impellente. Inoltre le piacerebbe condividere alcune delle risposte ai tanti interrogativi trovate dopo travagliati percorsi. Sarebbe un modo per aiutarla a saltare certe tappe di sofferenza.

Fortunatamente ci pensa Sara con la sua irruenza e la sua foga a non dare a Giulia alcun appiglio per cadere nella tentazione di svelarle il suo segreto. Con la sua veemenza oratoria occupa qualsiasi spazio di discussione.

Nel suo animoso argomentare si fa notare ancor più di quanto non lo faccia con la sua splendida bellezza.

Giulia vorrebbe sciogliere ogni remora e iniziare un corteggiamento fatto di sguardi e sottintesi che le potrebbero permettere di conquistare il cuore di quella ragazza. Purtroppo sa benissimo
che così comprometterebbe sia la sua copertura sia l’equilibrio degli eventi, e con ciò farebbe correre dei rischi a sé stessa e agli altri compagni.

Perciò è meglio accettare che sia Sara al centro dell’attenzione e occupi la scena per intero, senza interruzioni. Così Giulia passa inosservata agli altri avventori del bar e il contatto rimarrà un segreto.

Giulia resta quieta ad ascoltare, sicuramente chiunque assista a quella scena resterà impressionato dallo sfogo di Sara e non si ricorderà affatto di lei e della sua presenza.

Sara continua nel suo animato discorso, fermandosi solo brevemente per riprendere fiato. Giulia crede addirittura che non si preoccupi di chi ha davanti. Comunque sia, non mostra alcuna curiosità verso di lei.

È stato ancora una volta il caso a farle incontrare e in questa occasione Sara si è semplicemente sfogata. Nella realtà non ha alcuna intenzione di rendere Giulia partecipe di niente.

L’unico fatto certo è che in quell’incontro si sono conosciute e oltre a essere stata a casa sua, adesso Sara sa anche il suo nome.

Questa circostanza potrebbe potenzialmente portare a dei rischi, ma Giulia non crede che quella ragazza rappresenti un pericolo per il suo attivismo.

A un certo punto Sara se ne deve andare, è arrivato il suo tram. Giulia non sa cosa pensare di quella ragazza, dello sfogo che ha appena fatto e del perché lo abbia fatto proprio con lei.

Nella sua testa non sa cosa sperare, la ragione insiste per evitare ogni contatto e il cuore si ribella con il desiderio sempre più vivido di rivederla ancora.

Forse è meglio lasciare che il destino faccia il suo corso senza interferire, che il tempo e la dimenticanza cancellino tutto salvandola da ogni pericolo, affettivo e di copertura.

CAPITOLO 7 – INCONTRI

La leggerezza che mi accompagna tutte le mattine nell’affrontare il lavoro oggi che è sabato si è sentita tradita dal dover restare a casa. La certezza di passare il pomeriggio con Zeno, però, basta a zittire questa brama di andare al lavoro.

Da quando ho preso l’impegno con il sindacato la mia vita sembra incentrata solo su tutto quello che ruota attorno alla mia fabbrica. Ma dopotutto esistono anche i fine settimana, quelli in cui bisogna rilassarsi e pensare ai propri affetti.

La voglia di dedicarmi a me stessa è lo stimolo sufficiente a farmi tornare la solita Sara, quella che darebbe qualunque cosa pur di non dover più andare in fabbrica. Per sempre!

Ecco che quest’idea di non avere più impegni di lavoro diventa motivo di battaglia aperta con le convenzioni. In un impeto di ribellione e per ribadire il mio rifiuto, decido di dare uno strappo alle regole. Faccio le faccende di casa in modo sbrigative e poi scappo per le vie del centro a fare un giretto.

È meraviglioso andare a spasso in bicicletta, si sentono gli odori, si avvertono i rumori, la vita ti scorre accanto trasmettendo delle sensazioni tangibili.

Purtroppo stamattina non si può gustare nulla perché c’è troppa gente che cammina a piedi. Stanno riempiendo le vie del centro e impediscono a chiunque di passare, soprattutto alle biciclette.

Mancano due settimane al Natale e al capodanno millenovecento settantasei. In ogni dove è un trionfo di luci e colori e io non voglio perdermi il gusto di vedere tutto da vicino. Fermo la bicicletta vicino a casa di una mia amica, la chiudo a chiave e mi avvio a piedi verso le vetrine dei negozi.

La fermata davanti alla cartoleria è d’obbligo. A me piace tantissimo perché le esposizioni sono colorate e allegre. Pochi passi più avanti mi trovo davanti alla libreria più grande del centro, e decido di entrare.

Guardo l’esposizione delle pile di libri scorrendo i titoli degli ultimi best seller. Non cerco qualcosa in particolare, ho solo voglia di guardarli, toccarli e leggere le quarte di copertina, per avere quella sensazione fisica di soddisfazione che solo sentire l’odore della carta e leggere le note sugli autori può dare.

Prendo un tascabile e leggo il riassunto sul retro della copertina, qualcuno mi viene a urtare, colpisce il mio gomito e il libro che ho in mano vola per terra. Mi chino a raccoglierlo, poi alzo la testa per vedere chi è stato, ma lei si sta già scusando. Quando i nostri occhi si incrociano le parole si fermano in bocca.

È la stessa ragazza che ho incontrato in boutique! Le balbetto un non fa niente di convenevole, rimetto a posto il libro e me ne vado via, quasi di corsa.

Con la coda dell’occhio sbircio i suoi movimenti, ma lei resta ferma solo un attimo, poi prosegue verso la cassa per pagare il suo acquisto.

Non mi fermo per controllare se mi sta guardando o se ne stia andando. Continuo a camminare velocemente e, senza rendermene conto, è come se stessi fuggendo da un diavolo.

Ogni tanto chiudo gli occhi per un attimo, e inspiro profondamente per riprendermi da quell’emozione forte. Rivedo il suo sguardo che mi colpisce, quegli occhi azzurri e penetranti, la sua bellezza, quelle ciglia lunghe … inspiro di nuovo e con violenza, quasi a soffocare le sensazioni che ho dentro.

Cosa mi sta succedendo? Cosa rappresenta quella donna per me? Perché mi sconvolge così tanto? Ne sono innamorata?

Quest’ultima domanda, cruda e crudele, mi sbalordisce!

Non credo ai colpi di fulmine, ho un fidanzato di cui sono innamorata pazza, e adesso sto qui a chiedermi se ho perso la testa per una donna?

Rifiuto che un’ipotesi del genere possa avere un qualche fondamento. Potrei accantonarla senza dargli una spiegazione, ma questo eliminerebbe solo qualche dubbio.

Mille pensieri girano nella testa e mille domande si affannano per trovare una risposta. Sono sconvolta, non solo psicologicamente, ma anche per il turbamento fisico che sto vivendo.

L’impatto emotivo è stato della stessa intensità del primo incontro e in più devo aggiungere il desiderio sempre più impellente di voler conoscere quella ragazza.

Se finora avevo creduto che il primo episodio fosse stato determinato da
un momento di debolezza o dalla stranezza di un dejà vu qualsiasi, adesso
che il fatto si è ripetuto non posso continuare a far finta di niente.

Devo andare fino in fondo alla questione e capire quali sono le cause dello strano effetto che ha quella ragazza su di me.

Ho bisogno di razionalizzare il problema per affrontare il dilemma. Così decido di stabilire se sono le donne in generale a suscitare in me certe sensazioni.

Continuo la passeggiata per le vie della città, ci sono tante persone e io ho l’opportunità di scrutare tutte le donne che incrocio. Guardo i loro volti, le loro mani, i loro corpi, ma per la strada nessuna di loro accende i miei sensi.

No, è meglio rinunciare un confronto di questo tipo. Se fino a oggi nessuna donna mi ha fatto avvampare ciò significa che solo lei ha quel qualcosa di particolare che mi sconvolge.

In cosa consista questo qualcosa di particolare posso scoprirlo solo conoscendola meglio, diventando sua amica e scoprendo i suoi segreti. Potrei chiedere a qualcuno dei miei amici se la conoscono o sanno chi sia.

Archivio la questione, con la mia camminata frenetica sono quasi arrivata a casa e nella confusione dei pensieri, mi sono dimenticata della bicicletta. Poco male, è parcheggiata in un posto sicuro, passerò a prenderla oggi pomeriggio con Zeno.

Già, Zeno, sarà il caso che gli racconti quello che mi sta succedendo?
Forse è meglio che prima affronti la questione da sola, poi potrò confrontarmi
con lui.

Sono molto combattuta, da un lato vorrei nascondere, o meglio, cancellare le mie emozioni facendo finta che siano state tutto un gioco. Dall’altro lato vorrei spingerle fino in fondo per scoprire i motivi delle sensazioni che le hanno fatte nascere.

In mezzo a questi estremi ci sono io, con le mie indecisioni, le mie paure, le mie esagerazioni.

In questo momento credo sia meglio informarsi su di lei e sperare che siano gli eventi a darmi delle indicazioni.

Zeno passa a prendermi alle tre, insieme passeggiamo per il centro, andiamo a recuperare la mia bici e aspettiamo le quattro e mezza per il cinema.

Questo fine settimana potremo dormire da lui perché il resto della sua famiglia è fuori città.

A casa mia non potrebbe mai verificarsi una situazione del genere perché i miei genitori escono raramente e perché siamo quattro figli. È difficile che tutti trascorrano la notte fuori.

Zeno ha solo una sorella, di tre anni più grande di lui, che spesso dorme fuori casa perché frequenta una comunità di ragazzi e ragazze che seguono un maestro.

Alle volte il suo gruppo si ritrova per dare una mano ai lavori di realizzazione di case ed edifici che costruiranno nel loro villaggio e trascorrono interi week end assieme.

A dire il vero Stefania, la sorella di Zeno, sembra troppo coinvolta in questa storia del maestro. Personalmente non so cosa pensare perché gli intruppamenti non mi piacciono e non mi piace seguire a gregge una persona o un ideale.

Devo ammettere, però, che loro sono molto convinti di quello che fanno e quindi, se stanno bene, tanto meglio per loro.

Sono a spasso con una mia amica, camminiamo a braccetto per le vie strette di un anonimo centro storico; non abbiamo una meta precisa, chiacchieriamo a scherziamo tra di noi, poi la spingo verso l’atrio buio di un portone e, baciandola e toccandola, con la mia mano sul suo sesso, la faccio godere.

Mi sveglio di soprassalto, Zeno è lì vicino a me che dorme russando lievemente.

Sono sudata per l’emozione del sogno e non mi so spiegare da quale parte dell’inconscio si sia generato.

Il dubbio è che siano stati tutti quei pensieri sullo sguardo di donna a farlo maturare.

Oppure Sandra, l’amica che era con me nel sogno, mi ha sempre dato l’impressione di essere lesbica e questo ha in qualche modo liberato il mio inconscio?

Nei momenti cruciali del sogno la mia soddisfazione è stata nel vedere l’espressione di piacere dipingersi sul volto di Sandra assieme al brillio dei suoi occhi.

Fortunatamente riesco a riaddormentarmi e al risveglio non mi sento disgustata, ma neppure provo fitte emotive al pensiero di stare con una donna.

Ciò che resta in sospeso è la curiosità di scoprire cosa significa un sogno come questo.

Forse nel mio inconscio nascondo una realtà omosessuale che ho sempre taciuto a me stessa?

È una domanda assurda per una ragazza di vent’anni che all’improvviso, e senza aver avuto nessuna esperienza, si domanda se le piacciono le donne!

Potrei pure confrontarmi con l’idea di andare a letto con una donna, ma al momento di spingere le fantasie fino a diventare realtà non so quanto vorrei che si concretizzassero.

Certo se penso a me e Sandra assieme non riesco proprio a vederci fare l’amore!

Ma se chiudo gli occhi, se rivedo quello sguardo azzurro, allora una fitta dolorosa mi attraversa lo stomaco e scende giù fino all’utero, il cuore batte forte e il desiderio di lei mi fa avvampare.

Qualche giorno dopo, tornando a casa dal lavoro, incontro Sandra per strada e spero vivamente che non si accorga del modo particolare in cui la sto guardando.

Mi piacerebbe che facesse un gesto verso di me, che in qualche modo mi dimostrasse un’attenzione particolare così potrei capire se, dopo il primo passo, sono ancora desiderosa di soddisfare le mie curiosità.

Non saprei dire se sia lesbica veramente o se sia solo una mia supposizione. Sinceramente non so neppure se ci sia un particolare modo di esprimersi per capire al volo le reciproche intenzioni.

I pensieri affollano confusamente la mia testa e io fatico a seguire quello che mi sta dicendo Sandra. Riesco comunque a interloquire con lei, anche se sostengo le chiacchiere con dei
monosillabi di circostanza.

Spero che non si accorga del mio imbarazzo, e che non si offenda per quel po’ di astio che c’è nei miei occhi. So che non è giusto prendermela con lei, ma devo ammettere di essere arrabbiata per le insicurezze che lei ha risvegliato nel mio sogno.

Non provo nessuna attrazione fisica nei suoi confronti e trovo assurdo averla sognata come amante.

Per scacciare qualche fantasma potrei tentare di capire se ho riversato le mie ansie nella dimensione onirica solo per paura di scoprire una realtà di me stessa che potrei non accettare.

Fra sogni e realtà, tra paure e desideri, non ci capisco più niente e sono sempre al punto di partenza.

Una possibilità per trovare qualche risposta potrebbe essere quella di conoscere la donna dagli occhi azzurri. Entrare in confidenza con lei per scoprire se il feeling scoccato dagli sguardi sia il motivo che potrebbe far nascere un’amicizia vera o il segnale di un’attrazione sessuale fine a sé stessa.

Prima di cominciare a prendere informazioni immagino quale possa essere la strada giusta per avvicinarmi a lei.

Così nel pensiero l’immagine di un contatto con quella donna si costruisce come una reale possibilità di toccarla, di baciarla, di fare con lei quello che ho fatto con Sandra nel sogno.

Nel momento in cui mi appare l’immagine del suo sguardo penetrante, però, subito la scaccio via, impaurita da uno spettro che so voler significare qualcosa, ma che fino a questo momento ha solo creato tanta confusione.

Inizia una nuova settimana e a me tocca il turno pomeridiano. Ho la mattinata libera e dopo una brave rassettata in casa mi godo la lettura dei quotidiani in santa pace. Il resto della famiglia è fuori casa per i vari impegni di lavoro e non ci sarà nessuno a disturbarmi con chiacchiere vuote.

Purtroppo l’edicola del mio isolato è chiusa per turno e devo prendere l’auto per raggiungere quella aperta in centro. Il percorso è monotono, c’è poco traffico a quest’ora perché è passata l’ora di punta in cui tutti vanno al lavoro.

Sono ferma all’incrocio in attesa che la freccia verde mi permetta di svoltare a sinistra, dall’altra parte le macchine scorrono veloci verso di me.
Loro hanno il segnale verde.

Curiosando tra le auto che passano accanto e davanti alla mia cerco di vedere se c’è qualcuno che conosco poi, fra le tante che scorrono vedo lei.

È rilassata alla guida della sua Dyane 6 rossa fiammante, che non passa di certo inosservata.
È lei, è la mia donna!

I nostri sguardi si incrociano e questa volta non mi faccio cogliere di sorpresa, la saluto come se ormai sia scontato il fatto che ci conosciamo.
Lei sorride, un po’ di traverso, quasi a non voler ammettere quella occhiata. Poi l’auto passa e non la vedo più. Intanto il cuore batte forte, anche se il dolore uterino si è calmato e la freccia verde è apparsa sul semaforo.

Qualcuno suona il clacson dietro di me, evidentemente sto tardando di un attimo il momento di ingranare la marcia. I miei occhi faticano a vedere la strada, si sono incantati e rimandano al cervello solo quel sorriso strappato nell’attimo del passaggio.

È meglio calmarsi per riuscire a trovare un po’ di raziocinio anche in questo momento di confusione. Ora conosco la sua macchina e potrei identificarla nel traffico o magari scoprire dove abita.

Ecco, sto cominciando a vedere i primi frutti della ricerca che neanche credevo di avere iniziato, almeno intenzionalmente.

Stranamente questi ammiccamenti , questi sguardi, queste allusioni tra noi due, non mi fanno sentire un’adolescente sciocca e svenevole. Al contrario mi danno la sensazione di essere più matura, più grande, come se le attenzioni di quella donna possano innalzarmi a un gradino più alto della mia auto considerazione.

Spingo le sensazioni sempre più avanti nella fantasia di questa nuova conoscenza e m’immagino di baciarla, di toccarla, di stare con lei, di godere con lei. Questi stimoli servono ad accrescere il mio desiderio e il resoconto nei confronti di me stessa diventa ancor più confusionario.

Però dal momento che ho deciso di andare fino in fondo a questa emozione, devo tenere buona la scusa di lasciarmi andare a fantasie erotiche. Anche se non si realizzeranno mai.

Sentirmi trasportata nei suoi confronti non deve essere una vergogna. Dovrei far sparire anche quei residui di rabbia e di rifiuto che all’inizio mi suscitava il pensiero di stare con una donna.

Vorrei liberarmi di tutto, del mondo che ho attorno, della mia vita, delle mie cose. Vorrei essere in un mondo e in un una vita diversa, da sola con lei.

È meglio scuotersi da certi pensieri e continuare a vivere il presente senza tante fantasticherie.

Il giornale sono riuscita a comprarlo. Per fortuna il mio cervello, nonostante la mente gli sottoponga tante immagini che passano come lampi, riesce contemporaneamente a farmi compiere le azioni normali. Tutto ciò mi ha permesso di arrivare indenne all’edicola e di
essere a casa sana e salva!

Ho deciso di trascorrere questo fine settimana in campagna in modo da ritemprarmi e trovare nuove energie. Lo propongo a Zeno, ma questa volta è inamovibile, vuole passare la domenica con i suoi amici lungo il fiume e se vogliamo stare insieme devo seguirlo.

Per un attimo penso di andare in campagna da sola, ma poi decido che è comunque meglio stare vicino a lui.

Andare a pescare significa trascorrere la gran parte del tempo in compagnia e io, invece, vorrei stare da sola. Ma forse è meglio così, con gli altri ragazzi potrò distrarmi e rilassarmi, cancellare ogni pensiero e godermi gli amici e i momenti così come sono.

La domenica mattina partiamo di buon’ora e appena raggiungiamo il punto ideale per la pesca individuiamo la posizione giusta per fare un piccolo accampamento. Dobbiamo pur trovare un posto dove cucinare il pesce che cattureranno i valenti pescatori!

A onor del vero ho poca fiducia che qualche pesce possa finire in padella, ma Zeno e qualcun altro della compagnia è pronto a mettere la mano sul fuoco sulle proprie capacità di pescatore.

Comunque, per evitare di restare a pancia vuota, abbiamo portato un po’ di pasta e del sugo pronto in modo che, male che vada, qualcosa da mettere sotto i denti ce l’abbiamo.

La giornata è un po’ grigia, il sole ogni tanto si nasconde dietro la foschia dell’umidità. La nostra allegria, però, riesce a farci vedere le cose sotto la luce più abbagliante.

Poco prima di mezzogiorno decido di andare a fare una passeggiata da sola. Non che abbia voglia di isolarmi per molto tempo, ma mi diverto a districarmi in mezzo alla boscaglia e mi piace sperdermi per misurare la mia abilità nel ritrovare il punto di partenza.

Non so da dove nasca questo divertimento, probabilmente nell’infanzia ho vissuto d ei momenti fatti di questi giochi e ora mi diverto a farli per sentirmi ancora una bambina che si diverte con poco.

La facilità con cui riesco a ritrovare le mie tracce e il modo in cui riesco a trarre indizi tra gli arbusti mi fa pensare a una vita passata vissuta nei panni di Robin Hood.

Ma c’è troppa fantasia e un eccesso di auto considerazione nel ritenermi la reincarnazione di un eroe come lui.

Torno al campo dopo una mezz’oretta ed effettivamente i pescatori non sono riusciti a rimediare un pranzo abbondante per tutti. Però nessuno si lamenta e dopo aver mangiato il pescato, attaccano di buon grado i piatti di pastasciutta.

Ridiamo, cantiamo, mangiamo, scherziamo, il tempo passa in fretta e rincasiamo solo quando inizia a fare buio. Siamo un po’ alticci e io scendo dall’auto sull’angolo di un isolato un po’ distante dal mio palazzo, in modo da camminare e smaltire l’eccesso di alcool evitando di entrare in casa barcollante.

Una passeggiata fa al caso mio, costeggio le siepi dei caseggiati per controllare che il mio incedere non sia dei più tentennanti e per farlo tengo gli occhi fissi a terra. Poi qualcosa mi urta il braccio, alzo la testa e vedo che è lei, ferma di fianco a me, si sta scusando per quello scontro.

È una situazione già vissuta, l’altra volta in libreria a inizio settimana, ma il cuore scende lo stesso sotto le ginocchia. I fumi del vino svaniscono spazzati via dall’emozione, non avrei mai voluto trovarmi in quelle condizioni di fronte a lei.

Ci guardiamo in faccia, nessuna delle due dice una parola, credo di essere in uno stato penoso. Sento il mio viso avvampare e al rossore del vino aggiungo quello di uno sconosciuto calore improvviso.

  • Vieni su da me, abito qui a due passi, ti offro un caffè.

La seguo automaticamente, non so neppure io cosa sto facendo. È stata così gentile a invitarmi e ho talmente vivo il desiderio di lei da non essere disposta a rinunciarvi solo perché ho bevuto un po’ più del solito.

Saliamo al terzo piano della palazzina che sta di fronte al punto dove ci siamo incontrate. Ma guarda il caso, abita ad appena duecento metri da dove abito io e non l’ho mai vista. È proprio vero che la città, anche se di una realtà provinciale, permette un anonimato in cui è facilissimo rifugiarsi.

In casa sua, una mansarda curata e graziosa, mi pervade l’odore di lei e in me cresce la sensazione di essere su un punto pericoloso delle mie resistenze.

Mi siedo sul divano mentre lei va in cucina a preparare il caffè. Non sono abituata a berlo la sera, ma non mi è venuta in mente una scusa decente per rifiutarlo e mantenere lo stesso la possibilità di salire da lei.

Il cuore batte forte, devo riuscire a essere calma se voglio avere la situazione sotto controllo. Voglio sfruttarla al meglio. Sono decisa a capire cosa stia succedendo dentro di me.

Arriva il caffè, lei si siede e mi serve; è una situazione sciocca, siamo lì da sole e non pronunciamo una parola. Nel momento in cui giro il cucchiaino nella tazzina mi rendo conto di quanto siamo ridicole.

Cerco di darmi un contegno più rilassato, poso il cucchiaino sul piattino e mi appoggio allo schienale del divano. Incrocio le braccia dietro la testa e mi distendo.

Lei si avvicina e piano piano, dolcemente, inizia a baciarmi. Sono lì, molle e passiva, che non so cosa fare.

Poi in un attimo tutto si cancella, non so se per effetto del vino o del desiderio e lascio che i sensi mi trasportino, contraccambiando quel suo bacio.

Che sensazione stupenda, l’odore dolce di lei, il suo respiro sempre più forte a mano a mano che le nostre lingue s’incrociano.

Cerco di afferrare ogni attimo, ogni sospiro, ho tanto pensato a quel momento che adesso che
lo vivo, vorrei imprimerlo indelebilmente nella memoria.

Invece, all’improvviso, cos ì come il lampo precedente ha cancellato tutto, un altro lampo distrugge questa estasi. Mi alzo di scatto, esco dalla porta e lascio lì lei, il caffè fumante e la voglia insoddisfatta.

Sto quasi correndo giù per le scale, poi mi fermo di colpo, perché capisco che razza di figura sto facendo. Potrei tornare indietro per scusarmi, ma poi penso che sia meglio lasciare che siano il tempo e la dimenticanza a far scomparire questo episodio nel dimenticatoio di ciò che vorrei rifiutare.

Torno a casa agitatissima, mi nascondo tra la giacca e il cappotto e scappo in camera mia. L’odore di lei ancora mi perseguita, ma io, stranamente e al contrario di quanto mi accade di solito, non penso più a lei, né al nostro bacio, né al nostro incontro. Sprofondo nel sonno degli ubriachi e cancello ogni memoria dalla mente.

CAPITOLO 8 – L’ ISTRUZIONE

L’autunno trascorse senza che avvenimenti clamorosi ne alterassero il grigiore e dopo il solito inverno di patimenti e stenti, arrivò la primavera.

Era una stagione bellissima sia per il risveglio della natura, che per la possibilità di avere più ore a disposizione durante la giornata. Ben presto i campi coltivati cominciarono a dare i loro frutti e tutt’attorno si respirava l’aria dolce della vita che nasceva e cresceva.

La terra che lavoravamo era destinata principalmente al pascolo. I pochi appezzamenti che coltivavamo producevano grano duro mentre i filari di viti alternati a piante di olivo che si trovavano tra una presa di appezzamento e l’altra, garantivano la produzione di vino e di olio sufficiente al fabbisogno familiare.

Il nostro raccolto più importante era il grano e per quanta scarsa potesse essere la produzione era d’estrema importanza per l’economia del podere.

Rappresentava l’unico prodotto che vendevamo direttamente al mulino e il ricavato in danaro ci permetteva l’acquisto di altri beni di prima necessità.

Per il resto la nostra spettanza era ciò che bastava per il sostentamento, per mangiare e per vestirci. Gli altri prodotti erano per lo più merce di scambio al baratto: un gallo per una stufa a legna!

Il rancore che covavo nei confronti di mio padre s’inaspriva quando venivo a sapere che le altre cascine godevano di un trattamento migliore e noi, invece, non facevamo nulla per migliorare la nostra condizione.

Mio padre abbassava sempre la testa e acconsentiva a tutte le false buone intenzioni e promesse del padrone. Quest’ultimo poi si rimangiava tutto e nei fatti si comportava da autentico tiranno.

Io ero sicuro che se avesse insistito per un aumento di ciò che ci spettava, o se avesse messo il padrone di fronte a una minor produzione trattenendo per sé la parte in eccedenza, lui avrebbe acconsentito a darci qualcosa in più invece di illuderci con bugie o false aspettative.

Purtroppo io agli occhi di mio padre non contavo nulla e non potevo esprimere la mia opinione. Se per caso lo facevo, venivo tacciato di superbia e di essere la causa della rovina della famiglia.

Quell’anno era previsto un buon raccolto di grano e confidando di non vedercelo rovinare dalle intemperie o dalle razzie dei briganti, speravamo di trarne un discreto guadagno.

Durante una delle solite chiacchierate con Antonio in cima alla nostra collina preferita, cominciammo a parlare delle previsioni sulla prossima mietitura. Avevamo studiato i campi piantina per piantina, ne avevamo seguito la crescita passo a passo affinché non fosse trascurata nessuna cura colturale. Le nostre aspettative per il tesoro del raccolto erano grandissime!

Gli argomenti di discussione tra noi due erano sempre legati alla terra perché noi ci consideravamo i padroni spirituali di quei campi e ne parlavamo come se tutto ciò che vi cresceva fosse stata una nostra creatura.

Il duro lavoro da affrontare non ci spaventava ma imprecavamo contro i nostri genitori che ci costringevano a sgobbare oltre misura e ci trattavano
come bestie.

Secondo loro eravamo dei fannulloni qualsiasi cosa facessimo e, soprattutto, quando ci scovavano a chiacchierare o peggio ancora a leggere.

Era difficile mettergli in testa che la nostra cura e la nostra dedizione alla terra erano
intense e accurate anche quando parlavamo e leggevamo.

Con Antonio discutevamo spesso dei tanti aspetti dell’organizzazione del lavoro e ci sforzavamo di individuare le soluzioni migliori per aumentare i profitti.

Nonostante i nostri discorsi fossero semplici e ottimisti, bisognava ammettere che ben poche erano le possibilità per migliorare le strutture o la resa dei terreni.

La situazione in generale era stantia, legata ai vincoli del padronato e non c’era modo di far sentire le nostre voci perché i padroni ci tenevano in pugno. Eravamo legati con filo doppio alle condizioni della mezzadria più retrograda e al perfido potere del padrone.

Eravamo intrappolati tra due forze: da un lato la terra che ci costringeva a un lavoro duro da cui non si poteva alzare la testa, dall’altro c’erano i padroni che ci tenevano sotto pressione con continue vessazioni.

Era una situazione bloccata, eravamo senza via di scampo. L’unità d’Italia realizzata da pochi anni era una condizione nuova, ma che non modificava la vita per noi contadini, e di differenze con la vita di prima non se ne vedevano.

I padroni erano sempre i padroni e le gerarchie dei signori erano rimaste le stesse.

Gli unici che muovevano qualcosa nello stagno di queste condizioni disagiate erano i briganti, o almeno così a noi sembrava.

L’aspetto riprovevole del brigantaggio era che per raggiungere i loro obbiettivi uccidevano tanta gente.

A me era capitato di sentire dei racconti sulle loro razzie, quando dicevano che passando nei casolari lasciandosi dietro campagne devastate e persone in lacrime.

Era successo anche nella nostra cascina, anni prima, quando io ero ancora piccolo. Quella volta vennero solo a procurarsi del cibo, che gli fu dato pacificamente, e io non ricordavo nulla di quell’avvenimento.

A parte la propaganda dei preti contro i briganti e le prese di posizione dei governanti per reprimere quella forma di banditismo, noi non ricevevamo altre informazioni sul brigantaggio.

Alcune volte, durante le veglie o nelle rare occasioni di festa, la tradizione orale tramandava i racconti di gesta eroiche. Per esempio quelle compiute per aiutare i garibaldini in fuga dagli eserciti durante le battaglie per l’Unità d’Italia.

Non facevo molte riflessioni sulle questioni dei briganti, specialmente se si trattava delle loro scorribande. Avevo dei pensieri positivi nei loro riguardi soprattutto quando mi cresceva la rabbia in corpo contro certe persone, che una lezione se la meritavano proprio!

Quando la primavera lasciò il posto alla calda estate arrivò il tempo della mietitura e da ogni parte era un frenetico alzare di falci e forconi. Le aie di tutti i casolari si riempirono di comitive di braccianti intenti alla formazione dei pagliai e alla battitura del grano.

La raccolta di quell’anno durò ben sette giorni, al termine dei quali la barca di covoni riempiva metà della nostra aia.

Ci apprestammo alla battitura con grande lena, curando in modo particolare la separazione del seme dalla pula e costruendo in maniera impeccabile i pagliai.

Quando anche quel lavoro fu finito eravamo tutti stanchi e spossati, ma la soddisfazione per la quantità del raccolto e per averlo finalmente terminato ci compensava di tutte le fatiche costate.

Date le nostre misere condizioni di vita, quel raccolto rappresentava la risorsa principale, l’unica speranza per non affondare nella miseria più nera.

La diminuzione della tassa sulle granaglie o sul macinato, che fino al precedente governo era stata piuttosto elevata, doveva rappresentare un punto di svolta per sentirci meno oppressi.

A quell’epoca avevo più o meno vent’anni e m’interessavo degli avvenimenti di quel periodo. Purtroppo non sapevo leggere, di conseguenza le mie informazioni erano quelle che mi riferiva Antonio e quel poco che riuscivo a capire dai discorsi che sentivo fare dagli altri contadini.

Certi argomenti erano avvincenti, ma io mi sentivo compresso nella mia ignoranza e provavo tanta rabbia per non essere all’altezza di condividerli.

Quando avevo l’opportunità di scendere in paese mi avvicinavo ai crocicchi di piazza per ascoltare. Antonio ogni tanto leggeva i fogli con le notizie stampate, ma questo non era sufficiente a darmi la consapevolezza di essere informato al punto di sentirmi libero di avere una opinione.

La curiosità di saperne di più cresceva di giorno in giorno finché decisi che se volevo migliorare la mia conoscenza dei fatti avrei dovuto liberarmi della mia ignoranza.

Così un giorno chiesi ad Antonio di insegnarmi a leggere e a scrivere.

Fino a quel momento ascoltare i suoi racconti era stato sufficiente a placare la mia voglia di sapere. Ora la smania di conoscenza mi spingeva a pretendere quel favore da lui che, invece, si mostrò molto contrariato. Alla mia richiesta rispose sgarbatamente che non se ne parlava neanche perché lui aveva paura di mio padre e se ci avesse scoperto poi se la sarebbe presa
con lui.

Cercai di minimizzare i pericoli cui saremmo andati incontro se mio padre ci avesse scoperti. Dovevo convincerlo a non avere paura delle conseguenze e farmi carico di ogni responsabilità per qualsiasi cosa sarebbe successa.

Ma lui era inamovibile e nonostante insistessi ogni giorno di più, il suo rifiuto giungeva perentorio a stroncare ogni mia richiesta. Sempre.

Un giorno, dopo una mia ennesima richiesta e il suo immancabile rifiuto, non ce la feci più a trattenermi. Con un fiume di parole cominciai a insultarlo, incolpandolo di essere egoista e di rifiutarsi di darmi una mano solo perché era geloso della sua maggiore cultura.

Era triste dover essere così duro con il mio amico, ma ero sicuro che solo buttandogli in faccia la verità avrei ottenuto un suo ripensamento.

Infatti la prima reazione di Antonio dopo il mio assalto verbale fu abbastanza violenta tanto si sentiva punto sul vivo, perciò non tornammo sull’argomento per diversi giorni.

Avevo colto nel segno perché dalla sua reazione capii che era molto geloso del suo essere superiore sapendo leggere e scrivere. Era naturale che lo fosse perché essere istruiti rappresentava un gradino di distinzione.

Anche i suoi genitori, pur ritenendo l’istruzione una cosa pericolosa, fondamentalmente erano orgogliosi del figlio.

Finalmente, e con mia enorme soddisfazione, una mattina Antonio mise da parte la sua orgogliosa gelosia e mentre stavamo sotto la quercia a guardare le nostre greggi, tirò fuori dalla giacca dei fogli di carta e un lapis.

Cominciarono così le mie prime lezioni e il mio graduale avvicinamento all’istruzione. M’impegnai seriamente fin da subito e imparai in fretta a riconoscere i caratteri stampati cosicché con la lettura non ebbi grandi difficoltà.

Un discorso a parte fu affrontare l’esercitazione con la scrittura. Per prima cosa dovevo superare l’incapacità fisica di tenere una matita in mano. Avevo il palmo tozzo e le dita callose, abituate a tenere in mano attrezzi ben più grossi di quel minuscolo lapis!

Fortunatamente a me interessava più imparare a leggere e grazie ad Antonio ci riuscii in breve tempo. Mi esercitavo di continuo e leggevo qualsiasi cosa mi dava lui o che trovavo quando mi recavo in paese.

Ogni volta che ne avevo l’occasione mi fermavo a chiacchierare con qualcuno dei suoi amici ora che mi sentivo alla loro altezza sapendo leggere. Antonio non aveva esitato a farmeli conoscere e, anche se nei loro confronti avevo un certo timore reverenziale, a mano a mano che migliorava la mia dimestichezza con la lettura mi sentivo sempre più intraprendente.

Una domenica pomeriggio m’incontrai con loro all’osteria del paese e sentendomi ormai in confidenza con quelle persone non esitai a inserirmi nei loro discorsi.

  • Ora che il più è stato fatto non resta che sperare nel buon senso dei governanti affinché non mettano troppe tasse sulla produzione!

Quello delle imposte era un grande problema per noi contadini. Perché i governanti, anche dopo l’unità d’Italia consideravano le nostre zone come dei luoghi agiati e benestanti.

Nonostante le tante avvisaglie che denunciavano come il nostro tenore di vita fosse scarso.

  • Non faranno caso ai nostri problemi, loro sono convinti che le nostre preoccupazioni siano solo dei momentanei segni di flessione della produzione. Per lo sviluppo dell’agricoltura guardano alle altre regioni e trascurano i nostri problemi. Non si rendono conto che chi ha governato finora ha sfruttato al massimo le nostre risorse, impoverendoci. A guardarci dall’esterno possiamo sembrare una regione ricca, ma i governanti dovrebbero valutare al di là della facciata così s’accorgerebbero che dietro alle buone produzioni c’è una grande miseria.

A parlare era stato Franco, un contadino più grande di noi che era rimasto solo a mandare avanti il suo podere, perché gli altri membri della famiglia erano andati a fare i braccianti.

Conosceva tante situazioni diverse per tipologia di produzioni perché il fattore che seguiva il suo podere per conto dei padroni lo considerava fra i migliori lavoratori.

Stimava tanto il suo modo di lavorare che spesso lo metteva a parte dei problemi negli altri fondi per farsi aiutare a trovare le soluzioni adatte, caso per caso.

Le campagne romagnole si stendevano in vasti latifondi o ampie unità poderali i cui proprietari, spesso, non possedevano nessuna mentalità imprenditoriale. Non vi era segno di opere di bonifica o l’introduzione di nuove culture, si badava solo a sfruttare la terra per quel che essa poteva dare nell’immediato.

Perciò i contadini che avevano una conoscenza delle colture e applicavano innovazioni al lavoro, bisognava renderli partecipi e tenerli legati alle produzioni.

CAPITOLO 9 – MANIFESTO & IMPEGNO SINDACALE

Per liberarsi dalle troppe esaltazioni mentali bisogna cercare di focalizzare la propria attenzione sui fatti concreti in modo che la normalità possa tornare a reggere i ritmi delle giornate.

Oggi ho turno pomeridiano al lavoro, perciò mattinata libera per andarmene un po’ a spasso. Non sono il tipo di persona cui piace stare a letto fino a tardi perciò dopo cinque minuti dal risveglio, in cui mi crogiolo nel dolce pensiero che non dovrò andare al lavoro, di solito mi alzo.

Stamattina esco di casa per una passeggiata con la bicicletta.

Per le vie della città noto i manifesti relativi ai nostri scioperi e alla nostra manifestazione. In alcuni punti c’è già esposto il documento riassuntivo dell’assemblea in cui vengono denunciate soprattutto le situazioni di precarietà del lavoro in certe fabbriche.

Un’ampia nota è dedicata alle carenze igienico sanitarie riguardanti la mia fabbrica.

Mi fa piacere notare che, una volta tanto, siano messi in evidenza i problemi delle operaie senza concentrarsi unicamente sugli aumenti salariali. Trovo giusto che ogni tanto venga dato risalto ai problemi previdenziali e sanitari che sono ancora da risolvere.

L’opinione pubblica troppo spesso liquida i problemi degli operai come delle rivendicazioni di esclusivo carattere economico. Molta gente non si rende conto delle problematiche che ci sono dietro alcune situazioni.

Mancano pochi giorni a Natale millenovecento settantacinque, le giornate sono corte e quel pomeriggio esco di casa presto per godere gli ultimi minuti di luce prima di chiudermi in fabbrica. Mi fermo al bar per il caffè dopo pasto e casualmente incontro Paolo.

Nel poco tempo a disposizione prima che inizi il turno gli racconto i fatti salienti avvenuti nel corso dell’assemblea generale. Lui non era presente perché aveva altri impegni.

  • Paolo, cosa ne pensi del manifesto che è uscito questa mattina?

Sono curiosa di sapere la sua opinione non solo perché la ritengo importante, ma anche per conoscere il giudizio di chi ha vissuto questa assemblea dal di fuori.

  • Hanno fatto un bel documento, sostanzialmente hanno incluso tutti gli argomenti da trattare. Sono perplesso sull’impostazione data al documento. Hanno dato maggior risalto ai contenuti politici lasciando capire che c’è spazio per la strumentalizzazione.
  • Accipicchia che occhio fine! Io non ci ho visto tutta questa malizia in chi ha scritto il manifesto. Non ti sembra di esagerare nel vedere per forza una strumentalizzazione? In fin dei conti sono stati messi tutti gli argomenti più importanti.
  • Infatti non critico i contenuti, ma forse hai ragione tu, io esagero a fare queste critiche. Oppure anche tu, tra un po’ di tempo, vedrai le cose com e le vedo io. Comunque sia
    complimenti per le tue puntualizzazioni, davvero importanti, era ora che venissero trattati anche i problemi pratici.

Non sono i complimenti che sto cercando e il suo discorso, così come la sua opinione in merito, mi l asciano perplessa. Cosa avrà voluto dire con quella frase sull’occhio critico o sul dubbio che anche io, un domani, possa avere la sua stessa visione?

Purtroppo devo correre al lavoro altrimenti faccio tardi e dovrò fermarmi oltre l’orario per recuperare il tempo perso. Ci sarà un’altra occasione per chiedere a Paolo dei chiarimenti su quello che mi ha appena detto.

Solitamente le chiacchierate con Paolo sono basate sulla confidenza e sulla sincerità reciproche. Eppure questa volta nelle sue parole mi sembra di aver sentito un tono di segretezza, come se voglia nascondermi qualcosa.

Per essere onesta non è la prima volta che Paolo mi dà la sensazione di avere più cose da dirmi di quanto non faccia effettivamente. Non capisco cosa lo trattenga dal farlo, dopotutto credo di essere sempre stata molto disponibile al confronto.

Certe volte, quando affrontiamo gli argomenti del lavoro e del sindacato, lui si mostra leggermente distaccato, come se vivesse queste situazioni in modo differente, come se avesse delle risposte in più.

Il resto della settimana trascorre blandamente, senza ulteriori emozioni e bisognerà aspettare l’anno nuovo per valutare le ripercussioni di questo sciopero.

Intanto i rappresentanti delle varie fabbriche discutono sui nuovi contratti di lavoro e sulle rivendicazioni da fare al dunque delle trattative che si apriranno.

Le festività di Natale e Capodanno scorrono con l’insensatezza dell’ozio e della mancanza di confronto. La prima settimana di lavoro in questo nuovo millenovecento settantasei inizia con una nuova carica.

Sento che adesso la mia vita deve essere dedicata esclusivamente al lavoro e alla rappresentanza di fabbrica e non ci sia più spazio e significato per il tempo libero.

In effetti l’appuntamento con l’entrata in fabbrica non rappresenta più un momento di noia e di routine. Al contrario, è diventato il punto di partenza per nuovi interessi.

Le chiacchiere con le compagne sono diventate più confidenziali e aprono la via a nuove e importanti discussioni riguardanti il lavoro. Abbiamo una complicità diffusa e di questo ne beneficia soprattutto l’atmosfera nell’ambiente della fabbrica, riempiendoci di carica positiva.

Sarà contento il padrone dato che lavoriamo meglio e produciamo di più!

I giorni sono talmente traboccanti di cose da fare che non trovo più il tempo di stare sola con me stessa e di meditare sulle scoperte che faccio riguardo alla mia personalità.

Dopo l’assemblea generale gli impegni si sono moltiplicati e sono diventa portavoce della fabbrica. Devo andare alle riunioni sindacali dove discutiamo sulle norme del contratto e sulle nostre condizioni di lavoro.

Non sono iscritta al sindacato, nonostante riceva numerose pressioni per prendere la tessera. Attualmente preferisco restare indipendente, se un domani dovessi trovarmi in disaccordo potrò sempre andarmene per la mia
strada e non farmi piegare da interessi di partito.

Sento di essere diversa dagli altri, un’idealista che lotta liberamente per la realizzazione di miglioramenti concreti. Negli incontri posso sempre esprimere la mia opinione con chiarezza non essendo vincolata da alcun rendiconto di partito.

Alle riunioni dimostro un carattere forte, deciso, di cui spesso mi stupisco perché contrasta con la mia timidezza. Non accetto compromessi accomodanti, sono intransigente e mi sembra giusto che i voleri delle compagne e dei compagni che rappresento siano rispettati al meglio delle possibilità che abbiamo.

Gli altri rappresentanti, quelli tesserati, puntano a ottenere i risultati che fanno ben figurare il partito. Se poi servono anche a migliorare le condizioni di lavoro tanto meglio, altrimenti sono soddisfatti lo stesso.

Questo contrasto tra le necessità pratiche dei lavoratori e la strada politica che si deve percorrere per ottenerle, fa nascere delle domande alle quali cerco di dare delle riposte incrociandole anche con i miei dilemmi interiori.

L’interrogativo ricorrente è se sia giusto seguire la linea diplomatica, che in tanti anni di sindacalismo ha ottenuto diversi risultati, oppure se non sia il caso di rompere con tale atteggiamento e fare in modo che avvenga una svolta decisiva.

Il dubbio è se questo modo di fare sindacalismo sia giusto o se non sia, invece, uno strumento in mano ai potenti che fanno finta di cambiare le cose mentre nella realtà dei fatti tengono tutto sotto controllo.

Questi ragionamenti sono esagerati per una come me, nel senso che ho appena intrapreso quest’avventura d’impegno e non posso avere esperienza sufficiente a darmi delle risposte. Per non lasciare la mente a vagare in pensieri inutili, m’interrogo sulla figura del rivoluzionario. Così, idealmente, per capire cosa mi spinge a impegnarmi nella lotta di chi vuole cambiare lo stato delle cose.

Paolo con le sue perplessità sull’eventuale strumentalizzazione di cui saremmo vittime, ha fatto sorgere il sospetto che l’essere inseriti in un contesto organizzato potrebbe significare qualcosa di diverso dalla partecipazione attiva alla crescita democratica.

Il vero rivoluzionario, dunque, è colui che vuole testardamente rovesciare il mondo in breve tempo e per questo è anche disposto a imbracciare le armi o, piuttosto, è colui che si integra nel sistema e comincia a cambiarlo dal suo interno?

Se per lottare è dimostrato che sia meglio inserirsi nel sistema, come facciamo a capire il confine tra l’inserimento attivo che permette il cambiamento e l’inserimento che provoca l’adeguamento alle forme del sistema stesso?

Se adeguarsi significa ignorare i propri propositi diventando servi del potere, e se inserirsi è difficile se non impossibile a causa della diffidenza che il nuovo suscita in chi si è già adeguato io, da che parte mi voglio buttare?

Attraverso quale strada posso trovare una soluzione alla mia ricerca di cambiamento?

Tutti questi interrogativi non sono un vero e proprio tarlo. Mi diverto a farli girare per la testa, forse per essere preparata quando mi troverò davanti a un crocevia o sarò costretta a fare una scelta difficile.

La mia vita di rappresentante di fabbrica in questi primi mesi del millenovecento settantasei continua sullo stesso binario. Io mi comporto con il massimo della sincerità e valuto sempre quanto voglio essere coinvolta nelle varie situazioni.

Ancora devo fare molta esperienza e sono cosciente della mia scarsa preparazione. Devo analizzare a fondo ogni aspetto dei ragionamenti su contesti più ampi per stimolare la riflessione e consolidare le mie convinzioni.

In questo periodo i quotidiani sono pieni di titoli che affrontano i temi caldi della vita nel nostro paese, travagliato da numerosi problemi di carattere sociale ed economico. Le cronache sono ricche di particolari riguardanti gli attentati terroristici. I problemi energetici rischiano di diventare insormontabili e mille paure frenano lo sviluppo economico.

I fatti di cronaca e le notizie da scoop giornalistico traggono delle conclusioni fuorvianti. Il popolo è tratto in inganno su quali sono i veri motivi che condizionano l’incremento del benessere. L’opinione pubblica si forma sfruttando il nervosismo e l’agitazione provocati dalle condizioni d’instabilità.

Neppure io sono indifferente alle bombe e agli attentati che si susseguono in Italia, ma credo che ci siano altri motivi legati alle problematiche dello sviluppo.

Non sono la sola a prendersela tanto a cuore per i problemi della classe operaia, tuttavia in giro si sente tanta gente ripetere continuamente che il mondo ha sempre avuto questi problemi.

Questo non è il momento peggiore e comunque non è il caso di farsene carico proprio adesso. Alcune persone ritengono che non si possa fare niente per modificare gli alti e i bassi che contraddistinguono i ritmi della vita, bisogna solo attendere che il gioco del pendolo riporti la situazione verso il meglio.

Ragionamenti di questo tipo e discorsi improntati alla remissività e al fatalismo passivo escono dalla bocca di chi non ha mai lottato per conquistare quello che ha. Non capiscono l’importanza di difendere ciò che si è costruito.

La gente si rassegna al gioco delle parti e non vuole prendere posizione nella lotta per il cambiamento. Lascia che siano gli altri a decidere anche per loro.

Una sera a casa di Paolo abbiamo discusso animatamente sugli ultimi avvenimenti all’interno della fabbrica, ma gli argomenti più interessanti sono diventati ben presto quelli riguardanti la situazione politica nazionale.

  • Non possiamo solo guardare ai nostri interessi e dimenticarci dei problemi del proletariato; dobbiamo crear e un movimento a più ampio raggio di azione, che coinvolga migliaia e migliaia di lavoratori in ogni settore. Dobbiamo smetterla di chiedere miglioramenti come se stessimo facendo l’elemosina, dobbiamo allargare i nostri orizzonti e avanzare richieste che possano modificare la vita anche a tutto il
    popolo.
  • Ehi, Paolo, ma cosa vuoi fare, la rivoluzione d’ottobre?

Scherza Zeno che con quella battuta vuole fargli capire quanto quei propositi siano più grandi dei nostri discorsi.

Paolo, invece, rimane in silenzio, è serio e non ride. Forse vuol far cadere nel vuoto il tentativo di Zeno per sdrammatizzare, ma non ci riesce. Il gruppo si è già compattato ridendo di gusto.

In quel momento una lampadina s’accende nella mia mente e il discorso di Paolo diventa l’esplicita dichiarazione di come lui abbia già maturato una sua idea su come ottenere i cambiamenti nella società.

La serietà e la sicurezza con cui ha fatto quell’affermazione sul raggio d’azione del movimento operaio fa intendere che lui abbia già molte risposte in mano.

E io potrei approfittare di questa constatazione per farmi aiutare nella mia ricerca.
Nella confusione che faccio abbinando spesso le domande personali sulla mia sessualità a quelle su come dovrebbe essere la lotta sociale, potrei trovare un punto fermo proprio in questa sua sicurezza.

Dunque quale strada bisogna scegliere: radicale o diplomatica, rivoluzionaria o convenzionale, omosessuale o eterosessuale.
Da che parte sto io?

Sono riflessioni soggettive e poco appropriate, quindi le accantono. Provo lo stesso molta invidia nei confronti di Paolo, che ha già trovato le sue riposte. Io, invece, sono nell’indecisione più pazzesca! Sarei curiosa di scoprire cosa lo rende così sicuro di avere scelto la strada giusta.

Il resto della serata si confonde tra i toni alti delle voci e la voglia di smorzare la discussione. Dopo la battuta di Zeno nessuno ha voglia di fare discorsi seri, per di più la compagnia non è di quelle sensibili alle tematiche politiche.

Gli amici di Zeno preferiscono dedicare il loro tempo ai divertimenti e allo sport piuttosto che al sindacato o agli scioperi degli operai.

Paolo sembra fuori posto in una compagnia come quella, eppure ogni tanto l i riunisce tutti a casa sua e si mette a completa disposizione per quelle serate di allegria.

CAPITOLO 10 – TASSE & GRANAGLIE

Mentre la mia alfabetizzazione continuava a maturare e ad arricchirsi, le giornate scivolavano via serenamente. Ben presto la visione dei covoni di grano lasciò il posto all’organizzazione della vendita dei prodotti.

Uno dei lavori che completava i riti della raccolta era la pesatura e chiusura dei sacchi. Sotto gli occhi vigili del fattore che controllava venivano ripartite le spettanze nostre e quelle del padrone.

Pochi giorni prima del mercato andai in paese per comprare alcune cose che servivano a mia madre nell’ultimare alcuni preparativi.

In quell’occasione, come sempre, colsi l’opportunità di stare ancora una volta con i miei amici.

Li trovai all’osteria della piazzetta, alcuni giocavano a carte, altri leggevano, tre si divertivano scherzando con battute e prese in giro. Posai gli occhi sul giornale buttato sul tavolino di fronte al bancone e ne sfogliai le pagine.

Trovai quella dove si parlava della tassa sulle granaglie e constatai che si stava trasformando nell’ennesimo balzello.

Purtroppo non erano ben chiari i dettagli della nuova imposta così come mancavano le specifiche per la riscossione e non era spiegato bene neppure come sarebbe avvenuto il calcolo del dovuto.

Fino a quel giorno le tasse si pagavano dopo aver effettuato la vendita. Ora, invece, non era chiaro se si dovesse versare all’entrata in città o al mugnaio o ad altra autorità. Quella notizia mi preoccupò alquanto, avevo il presentimento che fosse il primo passo verso qualcosa di molto più grande e dannoso.

Tornai a casa e subito lo dissi a mio padre confidandogli anche la mia preoccupazione, ma lui minimizzò dicendo che erano tutte fandonie. Non era possibile che le cose cambiassero senza che se ne fosse parlato in giro.

Non potevano bastare quattro righe scritte su un foglio che non leggeva nessuno per cambiare una legge o la modalità di riscossione delle tasse.

L’unico mezzo di informazione efficace era il passaparola con i padroni e fino ad allora non si era sentito nulla riguardo alla notizia che avevo letto io.

Forse aveva proprio ragione lui, come potevano pretendere di diffondere le notizie attraverso il giornale, se nessuno sapeva leggere?

Dovevano per forza rivolgersi al sistema di trasmissione orale delle notizie, a maggior ragione se il fatto riguardava una legge che tutti dovevano rispettare. Non si poteva di certo pensare che la diffusione di quell’informazione non rientrasse negli interessi dei governanti, visto che dovevano riscuotere la tassa!

Nonostante queste giustificazioni potessero essere un motivo di quiete, io sentivo che qualcosa di brutto sarebbe successo.

Quell’anno avevamo avuto un buon raccolto e i governanti di certo si sarebbero approfittati per
trarre un vantaggio.

Comunque la vedessi io mio padre restò convinto delle sue idee. Aveva il paraocchi e non si sforzava mai di vedere le cose in maniera diversa, come qualcun altro gli suggeriva.

La nostra campagna era coltivata per la metà con il grano, per un’altra grande parte con mais, canapa, fagioli e fava e per una piccola parte da erba medica, trifoglio, avena.

Lo stesso si poteva dire di ogni podere che c’era dalle nostre parti. Nelle zone collinari si riusciva a strappare poco terreno coltivabile in un paesaggio che, per il resto, veniva modificato dalle frequenti piene dei fiumi.

Alcune zone erano occupate da acquitrini o lasciate al pascolo e all’incolto, perché nessuno aveva cura di risanarle. Perciò il territorio assumeva delle caratteristiche ancor più deprimenti di quanto non lo fosse veramente. Le poche zone bonificate per la coltivazione erano dei veri e
propri tesori da tenere al meglio della produttività.

Nelle valli e nelle selve che si stendevano tra pianura e collina, le poche abitazioni erano per lo più capanne in legno. I villaggi tra le canne palustri, ai margini delle grandi tenute, null’altro che un insieme di misere catapecchie.

Eravamo stretti dalla fame, in una Romagna di diseredati e rassegnati nella subordinazione ai possidenti, i cui gesti potevano essere, per gli sventurati e per le loro famiglie, ragione di vita o di morte.

Purtroppo anche il nostro padrone si comportava da prepotente, come tutti gli altri. Mio padre aveva ragione nel ritenere che, continuando di quel passo la nostra situazione sarebbe solo peggiorata.

Erano considerazioni fondate e che si riscontravano con la loro autenticità nel nostro vivere quotidiano. Il perpetrarsi dei soprusi rendeva probabile che ci fosse una precisa volontà di eliminare la nostra realtà di contadini dediti alla mezzadria.

Arrivò Il giorno del mercato e vendemmo ogni sacco del nostro grano. A conti fatti ci sembrava di essere in paradiso. Quando giungemmo alla porta principale per rientrare a casa mio padre aveva già preparato la parte con i soldi per le tasse e attese pazientemente che l’uomo facesse i suoi calcoli.

Si rivolgeva a me con aria trionfante come se avesse voluto dirmi: lo vedi come sono stato previdente, so far bene i nostri conti. Lui che andava famoso per rimetterci sempre quando si trattava di affari.

Dentro la mia testa, invece, il tarlo del dubbio e della paura s’instaurò proprio in relazione a quello che avevo letto sul giornale. Ci sarebbe stato un adeguamento alla vecchia tassa delle
granaglie a scapito dei contadini .

Ero oppresso da un triste presagio, ma non osavo scontrarmi con mio padre e neppure rovinare quell’atmosfera di festa con una sensazione che speravo ardentemente si dimostrasse un timore infondato.

Il signore ben vestito, carta e penna in mano, ci chiese il nome per trovare il riferimento sulla tabella e fece alcuni calcoli mentre guardava dentro al nostro carro.

Quando ebbe terminato di scrivere bisbigliò qualcosa a una guardia, che ci venne incontro e ci disse l’ammontare delle nostre tasse.

Mio padre restò impietrito, mentre io, che avevo sentito tutto, cominciai a innervosirmi e a chiedere come mai fosse così alto il prezzo da pagare.

Avevo paura che volesse intascarsi i nostri soldi e gli spiegai che mio padre aveva già calcolato quello che dovevamo pagare. Nel sacchetto c’era quanto bastava e non dovevano chiederci dei soldi in più!

L’uomo vestito bene non si scaldò alle mie rimostranze, con molta calma ci spiegò che ora c’erano dei nuovi calcoli e per questo la somma da pagare era più alta.

Cominciai a inveire contro di loro e contro chi li mandava a derubare la povera gente. Ero fermamente deciso a non lasciargli neppure i soldi che avevamo preparato perché non potevano approfittarsi di noi così impunemente!

Mio padre invece era ammutolito, lasciò cadere i soldi dai sacchetti che ci erano rimasti e schioccando la frusta fece ripartire la cavalla.

Il contraccolpo mi fece cadere all’indietro riportandomi bruscamente a sedere, ma la mia animosità non si spense.

Rivolsi il mio sfogo contro mio padre, continuavo a ripetergli con tono di rimprovero che non avrebbe dovuto pagare. Quella era una vera e propria ingiustizia alla quale dovevamo ribellarci invece di sottometterci.

Come al solito non ricevevo nessuna risposta alle mie invettive e poco dopo decisi di tacere. Sarei potuto incorrere nell’ira di mio padre e poi era inutile scaldarsi, tanto ogni parola era vana quando entrava nelle sue orecchie.

Nei mesi seguenti la mia rabbia contro i soprusi e contro il governo si stava trasformando in vero e proprio furore. Quello era diventato l’argomento di discussione con ogni persona che incontravo e, soprattutto, con gli amici di Antonio.

Poi un giorno ci fu una svolta inaspettata. Era arrivato l’inverno con il suo carico di freddo e di umidità e mentre cercavo di scaldarmi con l’alito, Antonio arrivò di sorpresa dietro alle mie spalle.

Stavo camminando al riparo attorno al tronco della quercia vicino alla quale pascolava il gregge e In un primo momento mi girai di scatto come per affrontarlo. Poi lo riconobbi e, invece di aggredirlo, scambiai con lui un lungo abbraccio.

Faceva veramente molto freddo e continuammo a camminare attorno all’albero per mantenerci caldi. Avevo mille domande da fargli, era da tanto tempo che non ci vedevamo e volevo sapere cosa facesse e perché fosse sparito così misteriosamente.

  • Ho deciso di diventare un brigante!

Disse con un tono trionfante come se non vedesse l’ora di presentarsi in quella nuova veste. Lo lasciai proseguire, anche perché la notizia mi aveva lasciato inebetito, non sapevo cosa dire.

  • Era da tanto tempo che ci stavo pensando, sai? E dopo l’ennesima tassa sulle granaglie ho capito che non c’è altra via se non quella del brigantaggio per sperare in una vita
    migliore. Fino a poco tempo fa la mia famiglia riusciva comunque a tirare avanti, ma adesso siamo finiti nella misera più nera. Ci costringono a lottare con i briganti per sperare di sopravvivere.

Anche loro avevano subito la batosta della tassazione eccessiva sulle granaglie e tutte le speranze di un inverno migliore erano naufragate miseramente.

Per questo aveva aperto gli occhi e si era deciso a fare il grande passo.

Seguire i briganti sui monti, poi, gli aveva dato l’opportunità di scoprire tantissime cose.

Molte vicende adesso erano diventate più chiare.

  • I governanti sono ciechi e sperperano la ricchezza dei nostri raccolti lasciando che siano i più ricchi e i padroni a sfruttarla.

Antonio cominciò a raccontare ciò di cui era venuto a conoscenza. In particolare delle vicissitudini sul piano politico accadute a chi aveva provato a difendere le posizioni dei contadini e dei braccianti.

C’era stato un grande scontro all’interno della nuova classe politica dell’Italia unita e alla fine i rappresentanti della terra ne erano usciti con le ossa rotte.

Purtroppo la classe dei proprietari terrieri era composta da persone che volevano solo sfruttare la ricchezza della terra e lasciare intatta la povertà della nostra classe sociale.

  • Ora chi ha preso le nostre difese ha perso il potere di contrattare e si è fortemente indebolito sul piano della considerazione politica; ora noi contadini siamo completamente in balìa di chi non conosce e non vuole capire i nostri problemi.

Antonio proseguì prendendo la mia faccia tra le sue mani e guardandomi dritto negli occhi.

  • Sante, è rimasta solo la lotta dei briganti come speranza per qualche cambiamento.

Il mio amico aveva pienamente ragione. Avevo seguito il suo ragionamento annuendo a ogni constatazione alla fine ero arrivato alle stesse conclusioni.

C’era però un piccolo dubbio che avrei voluto sciogliere prima di dare la mia completa approvazione al brigantaggio. Riguardava l’effettivo bisogno di usare certi dei metodi violenti per raggiungere i loro scopi.

  • Secondo te, Antonio, è giusto fare le razzie nelle case dei contadini e uccidere le persone che i briganti incontrano sul loro cammino?

Antonio non s’infastidì di quella domanda ed ebbe delle riposte anche per quella perplessità.

  • Guarda che le razzie nei cascinali le fanno solo dove c’è molta produzione e poi viene prelevato solo quello che spetta al padrone. Io ho partecipato a una di quelle razzie e quando siamo stati sul posto non c’è stato neppure bisogno di usare le armi o di intimidire nessuno perché sono stati i contadini stessi a offrire quel che avevano in più.

Vide che mi stavo rilassando con quelle rassicurazioni e sostenne con ancor più vigore la causa. Come se la sua scelta fosse stata la migliore al mondo. Era evidente che non voleva la mia benedizione. Non ne aveva bisogno.

  • Dai retta che i poveri sanno chi sta dalla loro parte! Mi è capitato di vedere mezzadri che incitano alla lotta e ci aiutano con i rifornimenti di viveri.

Il tempo delle chiacchiere era finito, avevo ancora moltissime domande da fargli, ma lui doveva andare via e io dovevo rientrare.

Era venuto disarmato e con i soliti vestiti da contadino addosso. Saranno tutti così i briganti? E dove sono i fucili e i cappelli a falde larghe?

Tornai a casa un po’ confuso. Avevo immaginato che il mio amico fosse entrato a far parte di un gruppo di briganti, ma vederlo davanti a me senza aloni di mistero fu sconcertante. Fu una specie di ritornare alla normalità quando nella fantasia avevo colorato la realtà con aloni fiabeschi e inesistenti.

La sera a cena ero visibilmente sovrappensiero e quando il resto della famiglia, ridendo di me, imputò quel fatto a un’ipotetica ragazza che m’aveva stregato, lasciai che si burlassero di me. Intanto l’immaginazione correva dietro alla visione di Antonio immerso nelle discussioni con i briganti, e cercai di fantasticare su cosa stesse facendo in quel momento.

Il giorno dopo, uscendo con il gregge, ripensai a quello che mi aveva detto Antonio. Anche io volevo lottare contro quella condizione di miseria imposta dal volere dei padroni. Mi resi conto che tutte le domande fatte al mio amico erano solo un modo per trovare lo stimolo giusto per fare una scelta. Capii che anche per me era giunto il momento di prendere una decisione.

CAPITOLO 11 – LA RIUNIONE & LO SCONTRO

Durante la primavera del millenovecento settantasei le agitazioni sindacali, gli scioperi e le assemblee sono diventate un ricordo per la massa degli operai. C’è una sorta di rassegnata approvazione nel lasciare tutto in mano al sindacato. È una situazione strana, sembra che gli altri operai debbano preoccuparsi solo dei fatti personali.

D’altronde l’esposizione del manifesto di protesta, avvenuta prima del Natale scorso, è stato il culmine che ha creato i presupposti per l’apertura delle trattative. Ora tocca a noi rappresentanti impegnarci per risolvere i problemi messi sul tappeto.

Questa è una settimana di relativa calma, soprattutto per quel che riguarda gli scio peri, le agitazioni e le discussioni davanti alla fabbrica.

Invece per noi attivisti è un susseguirsi di incontri e riunioni. Nei prossimi giorni, entro dieci per l’esattezza, dobbiamo stabilire un programma generale che dia ordine e priorità agli argomenti da discutere con la controparte degli industriali.

Nelle sere in cui non sono previsti incontri ognuno di noi partecipa a delle mini riunioni in casa dei compagni delle fabbriche per allargare la partecipazione della base.

A me piace il confronto con le persone impegnate e preferisco le riunioni con i sindacalisti. Perché ogni volta che ci vediamo con gente nuova o con gli amici di Zeno, finisce sempre con abbuffate e bevute fuori dal normale.

Durante le riunioni con gli altri rappresentanti io ribadisco la mia posizione insistendo affinché le rivendicazioni nei confronti dei padroni siano improntate verso la soluzione dei problemi igienico sanitari e per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Molti operai hanno il luogo di lavoro in condizioni pietose e dare maggior spazio alle loro istanze affinché si apportino dei miglioramenti significa veramente fare qualcosa di concreto.

Gli altri sindacalisti mi danno ragione, ma non vedo una grande partecipazione a queste tematiche. Sono sempre da sola a sollevare certe questioni.

Qualche volta alcuni dei punti pratici, come li chiamano loro, sono inseriti nel contesto più ampio delle varie rivendicazioni.

Io però sono convinta che se continuiamo a rimandare le richieste di soluzioni ai problemi pratici diluendole in contesti più allargati, alla fine resteremo con un pugno di mosche in mano.

  • Ti capisco Sara, ma non si può combattere per migliorare le strutture quando chi le gestisce sfrutta il lavoro e accresce i suoi interessi! Dobbiamo affrontarli su un fronte unico, non chiedere delle soluzioni tampone. Così si accontenta solo una parte della base operaia. A quelli che non hanno bisogno dell’adeguamento delle strutture cosa dai, il cesso pulito degli altri operai?

Quella frase suscita qualche risata nel resto dei presenti all’ennesima riunione, ma io ribatto decisa.

  • Guarda che non io dico di avanzare solo certe richieste, dico però che bisogna dargli più importanza; mi sembra un controsenso chiedere aumenti e garanzie sul lavoro quando per qualcuno di loro non si può neppure parlare di posto di lavoro!
  • Avresti pienamente ragione Sara, se non fosse che delle condizioni nei luoghi di lavoro non frega un cazzo a nessuno. Invece per le rivendicazioni economiche abbiamo il pieno appoggio dei partiti di opposizione.

Questa precisazione fatta dal solito “politicizzato” non mi scandalizza, anzi, mette in chiaro le reali intenzioni di alcuni soggetti schierati. Infatti prosegue puntando dritto al nòcciolo della faccenda.

  • Se seguiamo il partito e lo appoggiamo, otterremmo certamente dei risultati. Rendendolo più potente negli equilibri di potere, inoltre, possiamo sperare di avere un interlocutore a nostro favore per la soluzione anche degli altri problemi.

Ah bè, ma io me l’aspettavo da tempo una presa di posizione così netta. e sono pronta a controbattere.

  • Così, secondo te, dobbiamo dar via il culo al partito avanzando le richieste che fanno comodo a loro per far pressione sul governo, e sperare che un domani risolvano, forse, anche i nostri problemi?

Sono furente e incazzata, non si può essere così opportunisti. Non esistono giustificazioni al fatto di piegarsi a certi giochi politici, perché alla fine a rimetterci sono sempre gli operai.

L’unico sollievo viene dall’appoggio della base operaia. Negli incontri con le mie compagne operaie tutte hanno votato a favore della parità di importanza che devono rivestire le richieste economiche e quelle strutturali.

A me basta questo per continuare con vigore a sostenere le mie tesi. Se questo comporta essere messa in disparte dagli altri compagni rappresentanti non m’importa. Dopotutto se verranno risolti i problemi, io ho raggiunto il mio scopo, del resto non me ne frega un cazzo.

Non sono qui per fare carriera politica, non m’interessa leccare il culo di qualcuno.

Nelle riunioni e in ciò che da esse imparo cerco anche di capire se la via giusta verso dei veri cambiamenti sia fare piccoli passi o inquadrare le rivendicazioni in un’ideologia di rivoluzione radicale.

Non sono sufficientemente matura nella conoscenza dei fatti per poter eventualmente aderire al partito o alle sue frange, più o meno estremiste che siano. Il tesseramento non m’interessa e in fin dei conti quelli del sindacato che sono iscritti al partito fanno né più né meno quello che faccio io.

Ad attirarmi di più, semmai, sarebbe l’adesione alle frange dell’estrema sinistra. Sento che sono più radicali nelle loro posizioni e lottano vivamente per difenderle.

Sarebbe una scelta che mi metterebbe addosso un po’ di tensione perché non vorrei trovarmi in una situazione dalla quale sarebbe difficile fare marcia indietro, qualora cambiassi idea.

Non conosco direttamente i militanti estremisti, quindi direi che al momento una decisione in merito sarebbe prematura, oltre che impossibile. Leggo le cronache delle loro azioni e leggo i volantini di rivendicazione e credo che compiano atti mirati e focalizzati.

Nella propaganda fatto con il volantinaggio trovo che ci sia più concretezza di quanta non ce ne sia nelle parole buttate all’aria che si sentono in certi incontri sindacali.

Stasera la solita riunione tra i delegati di fabbrica e i sindacalisti si svolge nella sede di un movimento di estrema sinistra.

Siamo seduti attorno a un tavolo di legno grezzo e sulle pareti alle nostre spalle ci sono disegni
con falce e martello, mitra per aria e pugni chiusi alzati al cielo.

Sono immagini forti che urtano la mia natura non violenta.

Nonostante il rifiuto di qualsiasi giustificazione all’uso di certi mezzi, credo che se siamo qui vuol dire che il posto è tranquillo. Quei murales sono solo un simbolo delle lotte proletarie, quindi non devo lasciarmi influenzare!

Vicino a me si siede Vittorio, un compagno che frequenta queste riunioni pur non essendo rappresentante sindacale e che in fabbrica svolge tutt’altro lavoro rispetto al mio.

  • Allora, Sara, come ti trovi nella parte della sindacalista attiva?
  • A dire il vero non lo posso sapere perché sì, sono diventata rappresentante, ma non sono iscritta al sindacato.
  • Perché non l’hai fatto?
  • Probabilmente voglio essere pienamente convinta della bontà del loro sistema di trattativa, perché io mi sento più radicale nelle posizioni.
  • Allora potrebbe interessarti un coinvolgimento più diretto?

Non capisco dove voglia arrivare con la sua chiacchierata. Siccome durante questa breve interruzione abbiamo qualche minuto a disposizione, lascio che vada avanti nel suo discorso. Magari trova il modo di farmi avvicinare a qualche gruppo estremista.

  • Che tipo di coinvolgi mento?
  • Un impegno politico, per esempio nel mio partito.
  • Che sarebbe?
  • Unità proletaria. Ci impegniamo veramente per le lotte operaie, dentro e fuori dal parlamento.

Ne parla con molta enfasi, ma io ho come l’impressione che il partito e l’impegno politico abbiano poco a che fare con la sua proposta.

Comunque fare una scelta di qualsiasi genere adesso sarebbe abbastanza prematuro. Quindi lo liquido con un si vedrà e chiudo la chiacchierata tornando a concentrarmi sulla discussione.

Il punto principale all’ordine del giorno è la stesura del programma definitivo relativo all’incontro con gli imprenditori. È meglio non distrarsi e concentrarsi sull’argomento d’interesse generale.

Finalmente il documento viene redatto e passiamo alle votazioni per stabilire chi di noi dovrà andare all’incontro con gli imprenditori.

Con mio enorme stupore vengo eletta assieme ad altri quattro compagni e perciò sono costretta a ricredermi riguardo la poca considerazione che hanno nei miei confronti.

Dopo essermi ripresa dall’imprevedibilità di quella designazione comincio a ragionare sul prossimo impegno. Questa nuova responsabilità m’intimorisce e mi domando se saprò
mantenere intatto lo spirito battagliero o se crollerò travolta dal vuoto al momento del dunque.

E se invece saranno i discorsi politici e pomposi a mettermi in difficoltà? Se dovessi perdere il senso e le vere motivazioni della nostra lotta?

Sicuramente dovrò impegnarmi a prendere informazioni riguardo a parecchie cose. Dovrò sapere come funzionano certi meccanismi in modo da non essere presa in contropiede e
non correre il rischio di trovarmi su un terreno di discussione sconosciuto.

Nonostante nei giorni a seguire accumuli tanta stanchezza, una sera decido di uscire lo stesso con Zeno. Spero di essergli comunque di compagnia nonostante gli sbadigli e e il gran sonno che mi accompagna nei week end,

A lui ho già raccontato tutto della riunione sindacale e del fatto che sono stata nominata rappresentante per l’incontro con gli imprenditori. Mi sembra logico confidargli tutti i miei timori, perché sono sicura che sa comprendermi e darmi la carica sufficiente ad affrontare questo impegno.

Solitamente sono infastidita quando ricevo dei complimenti, ma stasera, fatti da Zeno e nel modo in cui solo lui sa farli, me li godo completamente lasciando che mi riempiano di fiducia in me stessa.

Una signorina elegante e distinta apre la massiccia porta di legno scuro, davanti a noi si apre l’enorme sala delle riunioni dove tra poco entreranno tutti i partecipanti. Ho curato in modo particolare il mio abbigliamento, ma non volendo essere esageratamente in tiro indosso abiti semplici. Il tavolo è grandissimo, dei segnaposti indicano dove dobbiamo sederci e lo facciamo silenziosamente carichi della tensione accumulata nei giorni precedenti.

La riunione inizia immediatamente e subito mi viene data la parola. Sono colta alla sprovvista, ma ho il discorso talmente impresso nella memoria che nessuna improvvisazione me lo potrebbe far scordare. Alzo gli occhi e guardo in faccia il presidente degli imprenditori, che è una donna, e
nel ricevere il suo sguardo di ricambio noto un tono ironico che aleggia sul suo volto; più la guardo e più la sua bocca si increspa in un sorriso malizioso.

Non capisco cosa voglia da me né cosa nasconda con quei suoi ammiccamenti ricchi di sottintesi. M’imbarazza quel suo guardarmi, sto per chiedere delle spiegazioni a Sandro, che è vicino a me, ma devo parlare, devo fare il mio discorso, non c’è tempo per le chiacchiere … solo che quei due occhi mi guardano come a sbeffeggiarmi e io non riesco a dire una parola … comincio a sudare, nelle mani e sulla fronte … balbetto qualche parola … la voragine del ridicolo si apre enorme attorno a me …

Mi sveglio quasi di soprassalto, sto sognando e come al solito mi sembra di vivere veramente certe situazioni. È solo un sogno, continuo a dirmi per
tranquillizzarmi, ma in realtà ne sono scossa.

La maliziosità con cui quella donna mi ha guardato era l’intenzione ben precisa di voler giudicare e condannare le mie tendenze, o i dubbi sulle mie tendenze. O almeno questa è l’impressione che mi resta addosso dopo il risveglio.

I suoi ammiccamenti, il suo modo per farmi sentire in imbarazzo e in soggezione hanno colpito nel segno. Mi sento ancora avvolta da quell’alone di ridicolo in cui quella donna voleva farmi cadere.

Devo scuotermi da questo turbamento, scendo dal letto e vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Sono delusa per come il mio inconscio stia remando contro di me per farmi sentire a disagio. E per diminuire il livello della mia auto considerazione.

È logico supporre che questi assalti onirici siano il riflesso psicologico della tensione che sento per l’incontro con gli imprenditori. Tuttavia devo sforzarmi di tenere fuori dalla vita reale le incertezze personali e i dubbi che affollano la mente, per non influenzare i rapporti con gli altri.

Vorrei far affondare quel senso d’inferiorità per non farlo più tornare fuori a
rompere!

Devo isolare i dubbi personali dalle certezze, che son quelle di vivere un momento particolarmente importante facendo il lavoro all’interno del sindacato.

Scaccio il sogno in un angolo del pensiero, lascio che la routine del quotidiano assorba completamente le mie energie e mi concentro su quello che dovrò dire e fare.

Nei giorni che seguono non faccio altro che pensare alla riunione con gli industriali, il momento fatidico si sta avvicinando in maniera quasi minacciosa, considerando le mie paure.

La testa ragiona solo in quella direzione e credo che sia un riflesso condizionato al terrore di far uscire altre ansie inconsce. A ogni modo fantastico continuamente sulle possibili diverse situazioni cui potrò trovarmi di fronte, e l’immaginazione comprende sia clamorosi insuccessi che esaltanti affermazioni.

A mente distaccata mi rendo conto che sto solo esagerando. Sarà un incontro come tanti altri, saranno i politici ad avere la meglio e la speranza di ottenere dei cambiamenti per la classe operaia andrà a farsi fottere!

Il giorno fatidico finalmente arriva e la mattina nel vestirmi curo in modo particolare il mio abbigliamento. Il ricordo del sogno si fa vivido così decido di evitare qualsiasi analogia.

Per non essere vestita allo stesso modo invece della gonna metto un paio di jeans, una maglietta sostituisce la camicia bianca del sogno, e con la giacca scamosciata ecco che sono la Sara completamente diversa dal sogno.

Arrivo all’appuntamento con i sindacalisti in perfetto orario, anzi, in anticipo visto il rituale ritardo degli altri. Quando finalmente ci sono tutti possiamo partire e ci avviamo verso il palazzo del comune dove hanno messo a disposizione la sala consigliare.

In auto cerco di allentare la pressione parlando del più e del meno con gli altri. Le mie mani sudano copiosamente e cerco di far finta di niente ostentando una sicurezza che non ho.

Fortunatamente nessun altro pensiero s’inserisce per cancellare la memoria del mio discorso. E meno male perché se dovessi dar retta alle paure fuggirei lontano mille miglia da questo appuntamento.

Lo sento come un momento cruciale, che ha tanto il sapore di un esame senza prova d’appello.

Entriamo nel palazzo del comune e ci accompagnano al piano superiore. La Sala Consiliare è molto ampia, le pareti sono rivestite di arazzi che le danno un aspetto sontuoso.

Ci sediamo dalla parte del tavolo assegnata a noi e, nell’attesa dell’arrivo degli imprenditori, allentiamo la tensione con le chiacchiere più insignificanti.

Lentamente ci rilassiamo fino al punto che, per me, si scioglie ogni paura e sono perfettamente a mio agio.

Quando siamo al completo inizia la riunione vera e propria e la prima parola spetta a noi, secondo un ordine che è stato stabilito in precedenza.

Si parla con molta franchezza delle nostre richieste contrattuali, anche se il dialogo ha il sapore tipico delle discussioni politiche in cui tutti si danno ragione, ma nessuno concede nulla.

Il tono non assume mai dei livelli polemici proprio in ragione della condivisa misuratezza nell’esposizione dei vari argomenti. C’è una sorta di falso indoramento con cui vengono rivestite tutte le problematiche.

Pur condividendo le nostre motivazioni gli industriali trovano sempre delle scuse per non prendere decisioni in merito.

Finalmente devo parlare io, che non voglio restare sulla stessa lunghezza d’onda de gli altri interventi. Uso un linguaggio schietto e deciso perché voglio
costringere la controparte a dare risposte precise. Non ammetto tentennamenti.

Certi miglioramenti vanno fatti d’urgenza e non si può rispondere con dei ma, dei se e dei vedremo. È sbagliato, oltre che inutile, addolcire la pillola quando le emergenze esigono interventi immediati. Io voglio uscire da questa riunione con in mano delle proposte concrete.

Quando finisco di parlare, anziché passare la parola agli imprenditori per avere qualche risposta, prende la parola un compagno di quelli iscritti al partito. Con mio enorme stupore e disappunto ridimensiona i toni delle mie richieste.

Ma come, ho fatto tanta fatica per mettere assieme il mio discorso e per far sì che gli imprenditori fossero costretti a prendere una decisione, e adesso questo stronzo sta smontando tutto?

Gli interventi che seguono sono tutti dello stesso tono, improntati all’accondiscendenza e all’accettazione dei ma e dei se che tanta importanza hanno nelle trattative.

Anziché far cadere il muro dell’inoperosità dietro al quale, con false giustificazioni, si sono barricati gli imprenditori, i sindacalisti si affannano a limare i punti di scontro!

Non capisco questo loro atteggiamento, hanno sempre saputo come la penso su certi argomenti, cosa mi hanno portato a fare se poi le nostre rivendicazioni vanno a farsi fottere? Speravano che in un’occasione importante mi sarei adeguata a loro?

Sono disorientata, confusa, incapace di capire dove ho sbagliato. Tutto attorno a me si sta annebbiando e lascio che siano loro a portare avanti il discorso. Ormai è chiaro che dovrò farmi da parte.

Ogni secondo che passa contribuisce a far crescere dentro di me una rabbia senza pari. Quando siamo fuori, a riunione finita, non ho paura di esternare tutta la delusione e l’amarezza che mi hanno provocato.

La mia reazione scoppia senza aver avuto il tempo di fare una riflessione che ne moderasse i termini. A botta calda è di una violenza quasi fisica.

  • Ragazzi mi dispiace, ma io non ci sto! Non me la sento di andare avanti come fate voi, facendo sempre le stesse domande e ottenendo sempre le stesse risposte! Perché mi avete bloccato quando stavo puntando i piedi per ottenere dei risultati concreti? Da questa riunione bisognava uscire con delle risposte certe sulle situazioni più difficili. Se il vostro interesse è di far avanzare solo le vostre richieste, non dovevate comunque affossare le mie! Che cazzo scioperiamo a fare se poi non siamo neppure in grado di farci intendere? Che cazzo abbiamo ottenuto con questa riunione, me lo sapete spiegare?

Carlo, il solito politicizzato, risponde per tutti.

  • Abbiamo trovato la base per il rilancio delle trattative contrattuali.
  • Ma vaffanculo, Carlo, queste sono solo stronzate, un mucchio di balle che non dicono e non risolvono neppure una briciola dei problemi che abbiamo. La verità è che volete solo servire il partito e non ve ne frega un cazzo dei problemi veri! A voi basta che facci amo numero in piazza e per il resto sono cazzi nostri. Per quel che mi riguarda io non ci sto
    a queste condizioni.

Detto questo me ne vado via, a piedi, da sola, cammino rigida e a testa alta. Sono incazzata nera! Non so quanto sia distante casa mia, ma non mi volto indietro e tiro dritto convinta di essermi liberata di un peso.

Un mezzo qualsiasi per tornare a casa lo rimedierò, alla mala parata chiamo Zeno e sento se può venire a prendermi.

CAPITOLO 12 – LA VEGLIA

Una nuova primavera si stava avvicinando e negli anni settanta dell’ottocento la precarietà della nostra condizione continuava a segnare la quotidianità. Non si vedeva ombra di cambiamenti e ancora una volta ci lasciavamo alle spalle un inverno segnato dalle ristrettezze e dalla miseria.

Per nostra fortuna la voglia di rialzarci e di continuare a lottare per le nostre terre ci sosteneva nonostante le avversità. La premessa per ottenere buoni raccolti veniva costruita passo a passo con le cure rivolte alle coltivazioni.

La speranza è una virtù che caratterizza le popolazioni più resistenti e di certo non fa difetto ai romagnoli. Accesi da questo fervore cercano ogni occasione per alimentarla accompagnandola con il loro caratteristico buonumore.

A quei tempi la vita nelle campagne era molto chiusa in sé stessa, le famiglie erano numerose e alle volte si frequentava la stessa gente dalla nascita finché non si moriva. Ciò significava che spesso gli incontri con gli altri mezzadri erano da considerarsi dei veri e propri eventi.

Per questo si cercava in ogni modo di mantenere vive le usanze e le abitudini durante le veglie dai vicini.

Una sera fummo invitati al casolare di un vicino giunto da poco nei paraggi e che apriva le porte di casa sua per la prima volta.

Essendo quei ritrovi delle piccole feste quella sera ci andai con mio padre e due delle mie sorelle, mentre mia madre rimase a casa a badare il nonno malato.

I casi strani della vita ti sorprendono quando meno te lo aspetti, e sono sempre in agguato. Questo lo compresi quando mi venne presentata la figlia del vicino.

Per quanto non avessi potuto sperare in una situazione migliore, non avrei mai immaginato di ritrovare la ragazza dagli occhi azzurri!

Era lei la figlia del nuovo vicino!

Restai senza parole e prima di presentarmi a mia volta, per un attimo il mio viso avvampò di calore. Lei mi stava guardando con i suoi occhi azzurri e stupendi e ancora una volta qualcosa di profondo, di cui ignoravo le caratteristiche e la provenienza, sconvolse il mio corpo.

Riuscii a tenere sotto controllo l’imbarazzo ma l’eccitazione stava diventando un problema visibile!

Per tutta la serata non le staccai gli occhi di dosso, seguivo ogni suo gesto e cercavo di cogliere anche il minimo indizio che mi permettesse di scoprire qualcosa in più su quella donna.

Sentivo che doveva essere mia, che non avrei mai voluto nessun’altra e che era già troppo importante per me.

Cosa mi rendeva così sicuro che quella fosse la donna giusta per me? Non sapevo neppure se le piacevo né se lei provava il mio stesso turbamento.

In quella inattesa serata di rivelazioni, la speranza che si avverasse un sogno era diventata realtà. Dovevo solo trovare un’occasione per stare solo con lei, e sfruttarla al meglio per poterle parlare.

Fu sua madre, non so quanto intenzionalmente o meno, a darmi l’opportunità giusta quando le chiese di uscire a prendere la legna per il fuoco.

Io mi stavo già alzando per correrle dietro senza esitazioni, ma non potevo fare quel gesto senza permesso. Fortunatamente mio padre si accorse di quanto fremessi e fu lesto dirmi di seguirla per darle una mano.

Non me lo feci ripetere due volte, anche se non ci avrebbero dato chissà quali possibilità di andare a spasso era comunque un permesso che dava regolarità a quell’uscita insieme.

Gli incontri durante le veglie erano destinati anche a far conoscere i giovani tra loro. Sempre con controlli a distanza e senza tollerare ritardi nel rientro.

Mi resi conto che l’occasione era unica e non avrei dovuto sprecare neppure un istante del poco tempo che avevo a disposizione. Dovevo farle capire quello che provavo per lei.

  • Come ti chiami? – Le chiesi appena usciti dal casolare. – Dimmelo almeno posso pensarti con un nome impresso nel cuore.

Alle mie parole fece eco una risata cristallina che sembrava il gorgoglio di una sorgente pura. Subito dopo aggiunse.

  • Smettila con le romanticherie, va là!

Era arrossita leggermente, e io compresi che non era solo per la timidezza. Il modo in cui mi guardava era sintomo di un maggior interesse, e la curiosità di scoprire se era come il mio accese le mie parole.

  • Io mi chiamo Secondo, ma in casa tutti mi chiamano Sante, per cui hai due nomi da scegliere!

Ancora una volta la sua risata cinguettante riempi l’aria. Stavo caricando sulle braccia la legna per il fuoco e non vedevo l’ora di sentire di nuovo la sua voce.

  • Giuliana. – Civettò lei nascondendosi nella piega dello scialle.

Istintivamente le chiesi se voleva sposarmi e alzai lo sguardo per vedere la sua reazione. Ma lei si fece seria in volto e voltandomi le spalle disse che dovevamo rientrare.

Non volevo che finisse tutto lì, volevo una sua risposta. Gettai a terra la legna ed esagerando goffamente i movimenti la presi per il braccio avvicinandola a me. Non volevo che fuggisse.

Compresi di aver messo troppa irruenza nel mio gesto, perché in cuor mio sapevo che non sarebbe mai scappata da me. Al contrario, si sarebbe fatta guidare con dolcezza. Allora presi il coraggio a due mani e avvicinandomi al suo volto la baciai.

Avevo il cuore in gola, ma lei rispose a quel bacio e solo quando arrivò una voce a richiamarci dalla casa ci staccammo per fare rientro.

Raccolsi la legna da terra e mi avviai baldanzoso dietro a Giuliana. Non avevo ottenuto una risposta verbale, ma i fatti avevano di gran lunga superato le parole.

Durante il resto della serata non feci altro che cercare il suo sguardo, quella donna riusciva a sconvolgermi in ogni suo gesto, in ogni cosa che la riguardava.

Il suo volto, le sue labbra, tutto mi piaceva di lei. Per non parlare di quei stupendi occhi azzurri che quando mi guardavano mi penetravano dentro l’anima fino a sconvolgerla.

Tornai a casa felicissimo. In una serata avevo conosciuto Giuliana e fatto il primo passo per dimostrare il mio amore. Ora non restava che contraccambiare l’invito a veglia e ufficializzare il fidanzamento.

Una settimana dopo quell’incontro organizzammo una serata a casa nostra. Naturalmente era solo una scusa per rendere ufficiale il fidanzamento, un passaggio scontato che non prevedeva
consegne d’anello o altri rituali costosi.

Quando Giuliana entrò in casa notai subito la sua straordinaria bellezza e il vestito che indossava risaltava ancora di più lo splendore della sua giovinezza.

Durante la serata non le staccai gli occhi di dosso e cercai costantemente il suo sguardo soffrendo per quelli che, invece, lei distribuiva a chiunque altro.

Ero teso come una corda di violino e a un certo punto non ce la feci più ad aspettare che i genitori , troppo presi dalle loro discussioni, ci dessero il permesso di stare da soli.

Chiesi al padre di Giuliana il permesso di accompagnarla a vedere le nostre stalle, permesso che venne facilmente concesso anche da mio padre.

La presi per mano e l’accompagnai fuori. Camminavamo nell’aia al chiarore di una luna piena splendente, il che rendeva più elettrizzante il fresco della serata.

Ci fermammo nei pressi del pozzo, all’esterno delle stalle, e la costrinsi a guardarmi negli occhi. Avrei voluto dirle tante cose, ma vicino a lei, in quei momenti magici, la realtà spariva e io avevo solo voglia di restare con lei, di baciarla, di toccarla.

Ora che il passo del fidanzamento ufficiale era stato fatto, sapevo che da quella sera in poi avrei avuto molte più occasioni per rivederla.

Fu così che per parecchie settimane mi recai a casa sua ogni due o tre giorni, ci arrivavo con mezz’ora di cavallo e mi fermavo per qualche ora con lei e la sua famiglia.

Non avevamo molti momenti per restare da soli, quando facevamo una passeggiata eravamo tenuti d’occhio a distanza e ogni nostro movimento era segnalato ai genitori.

Essere costretti solo a chiacchierare, in pratica contribuì a conoscerci meglio, e per questo motivo il nostro amore divenne ancora più forte.

Con lei dimenticai Antonio e le mie assidue letture sui briganti. Ero avvolto da un alone di romanticismo che mandava a farsi friggere ogni realtà.

Così delle tante cose che avrei voluto dirle, di Antonio, delle leggende dei briganti e dei
miei pensieri di unirmi a loro, ognuna sembrava assurda da pensare in quei frangenti.

Tutte le considerazione sulle decisioni da prendere erano sparite dalla mia mente. Come avrei potuto allontanarmi da lei andando a vivere sulle montagne?

Non ero pronto per quel passo e solo l’idea di averlo progettato, in certi momenti, mi faceva soffrire ancora di più.

Che senso aveva buttare tutto all’aria e negarmi la possibilità di stare con Giuliana?

Era un momento troppo particolare per lasciare che fossero i pensieri di ribellione ad avere il sopravvento. Volevo vivere fino in fondo l’amore che stava nascendo tra me e Giuliana, ogni altra cosa non poteva che essere messa in secondo piano.

Decisi di rimandare la decisione sull’adesione al brigantaggio a un altro momento, più avanti nel tempo, quando già avremmo avuto modo di godere un po’ del nostro amore.

CAPITOLO 13 – LA DELUSIONE DI SARA

Nella testa mi stanno frullando mille pensieri, dopo aver lasciato gli altri sindacalisti alle loro vuote chiacchiere sto girando come una pazza senza una meta.

Ho bisogno di riflettere e di trovare qualcuno con cui parlare. Zeno sarà al lavoro a quest’ora, non posso telefonargli.

Mi sposto di qualche isolato alla ricerca di una fermata dell’autobus. Ce ne sarà uno che mi riporti a casa!

Finalmente trovo il posto che fa per me davanti a un anonimo bar. Controllo l’orario in cui passa quello che mi porta più vicino a casa e poi, visto che manca ancora un quarto d’ora prima che arrivi, entro nel bar a prendere un caffè.

Seduta a un tavolino vedo lei, la ragazza incontrata in boutique, libreria eccetera, eccetera. Anche lei mi riconosce così io ordino il caffè al banco e lo porto al tavolino sedendomi vicino a lei.

L’occasione è buona almeno per presentarci, visto che ancora non conosco il suo nome.

  • Piacere Sara.
  • Giulia.

Per il resto sono furente e in questo frangente non penso assolutamente a quello che è successo tra noi. Ho bisogno di sfogarmi e non c’è persona migliore di lei. Posso sputare fuori di tutto senza farmi problemi.

Sono agitatissima, nelle orecchie m i girano ancora i commenti che i compagni hanno fatto alle mie spalle mentre mi stavo allontanando.

Cosa vuol fare Sara, la rivoluzione? … Io dico solo che si è montata la testa … Secondo me non ha capito un cazzo.

Ho una tale rabbia in corpo che vorrei cancellare tutto, vorrei tornare indietro e annullare questa esperienza. Vorrei non aver mai creduto a niente!

Il mio autobus arriva e io non so se sono riuscita a sfogarmi completamente con Giulia. Spero invece di essere in grado di farlo con Zeno, se non altro per calmare questo ribollio che mi sento dentro.

Il mezzo pubblico mi lascia a qualche isolato da casa e anziché avviarmi verso il mio quartiere decido di fare quattro passi in un’altra direzione.

Vago per le strade con tanta voglia di battere i pugni contro i muri. Intanto la rabbia cresce senza riuscire a trasformarsi in amarezza, che sarebbe un sentimento più gestibile. Vorrei essere più controllata perché se dessi retta all’istinto darei in escandescenze!

Cammino lentamente, dosando i movimenti, sono in mezzo alla gente e non vorrei avere comportamenti inusuali. Nulla deve trapelare del mio particolare stato d’animo.

Cerco di distrarmi, purtroppo devono trascorrere ancora alcune ore prima che Zeno torni a casa dal lavoro e che io possa sperare di trovare con lui un po’ di pace e di calma dentro me stessa.

Decido di raggiungere il mare, così avrò la solitudine completa e potrò sfogare questa rabbia in un pianto liberatorio, senza che nessuno mi veda.

Mentre mi avvio verso la battigia, ancora deserta in queste fresche serate primaverili, passo vicino alla riva tenendo la testa china e guardando i piedi che appaiono e scompaiono nell’incedere del passo.

Seguo il loro ritmo, uno due, uno due, come un automa. Finalmente le lacrime iniziano a scendere copiose.

Non singhiozzo, non ne sono mai stata capace, e questo pianto mi costringe ad aprire continuamente la bocca. Sono come un pesce ansante per la mancanza di ossigeno.

La rabbia anziché diminuire, come speravo poco fa, aumenta. E potrebbe raggiungere un acuto tale per cui, forse e finalmente, riesco liberarmi dall’angoscia.

Stringo i pugni fino quasi a infilarmi le unghie nel palmo della mano. È crollato tutto, anche la fiducia nel ritenere l’impegno politico come la miglior via per cambiare certe situazioni.

Brutti stronzi, hanno cambiato le carte in tavola come cazzo pareva a loro. Poco importava se poi qualcuno faceva una figura del cazzo o veniva chiaramente calpestato.

Se almeno lo avessero fatto per ottenere qualcosa avrei accettato il sopruso, ma lo hanno fatto ignorando la volontà delle altre operaie e questo non mi va proprio giù!

Più ci penso e più stringo i denti dal nervoso! Per scrollarmi di dosso questi brividi di rabbia violenta mi metto a correre, e più vado avanti e più vorrei che questo sforzo fisico mi liberasse completamente.

Affaticata e gocciolante, di lacrime e di sudore, mi siedo sulla sabbia asciutta e guardo in faccia il mare. Per vedere cosa riflette di me.

Sto esagerando?

Non credo. Sono convinta di essere nel giusto e la delusione è stata cocente. Niente e nessuno potrà mai attenuarla. Il voltafaccia che mi hanno fatto è vergognoso!

Ho dato tutta me stessa per ottenere qualche risultato concreto e pazienza se i compagni credessero più importanti certi argomenti, ma che poi s’intromettessero per sminuire le mie richieste è sinceramente difficile da accettare!

Mi ero preoccupata delle difficoltà del confronto e invece avrei dovuto guardarmi le spalle da chi stava al mio fianco!

Asciugo la fronte e le guance, capisco che non è questo il momento adatto per ragionare a mente fredda della vicenda. È certo però che dopo quello che è successo dovrò prendere una decisione importante per ribadire la mia posizione e il mio distacco da loro.

Non sono d’accordo su come lavorano i compagni, ma prima di fare qualsiasi mossa è meglio ragionarci bene.

Continuo la passeggiata lungo la riva, i passi scricchiolano sotto il frantumarsi dei mitili di cui è cosparsa la sabbia. Cerco di non pensare più a niente, il respiro è diventato regolare e voglio svuotare la mente del nero che la riempie.

Mentre vado verso casa di Zeno sento ancora il bisogno di sfogarmi e spero di riuscirci con lui. Le chiacchiere con Giulia non sono bastate a calmarmi e ora voglio confidare a Zeno la mia forte delusione personale.

  • Tu sei matta! – Mi attacca subito Zeno. – Hai detto quelle stronzate ai compagni senza prima farti spiegare il perché delle loro posizioni? Dovevi rifletterci prima, cosa credi che non sappiano assolutamente quello che fanno? Credi di essere la prima e migliore sindacalista del mondo? Avranno avuto le loro buone ragioni se si sono comportati in
    quel modo!
  • Zeno, ma che cazzo dici! Stai dalla loro parte? Bisogna rinunciare ai risultati concreti per sperare che il partito porti avanti il discorso come meglio crede? La gente va al lavoro tutti i giorni e non è disposta ad aspettare che il partito faccia i suoi sporchi giochi prima di ottenere qualche miglioramento!
  • Quelli che tu chiami sporchi giochi sono il solo modo in cui si riesce a trattare con i padroni, se si vogliono ottenere i risultati bisogna innanzi tutto farsi capire! Non dovevi comportarti così, sei presuntuosa e convinta di fare le cose meglio degli altri.

Zeno non mi guarda neppure in faccia mentre dice queste parole, sta con la schiena girata verso di me e ogni tanto alza la mano con il dito rivolto verso di me, un indice accusatorio!

Non so cosa credere di queste sue affermazioni, sono esterrefatta. Improvvisamente un quadro assai diverso dalla realtà che ho visto finora si affaccia al mio orizzonte.

Vedo chiaro di fronte a me e capisco che quello che mi sta dicendo Zeno non ha niente a che vedere né con quanto successo alla riunione né con il rapporto di sincerità che abbiamo vissuto finora.

  • Non metterla sul piano dei giudizi personali, non confondere quello che pensi di me con quello che è successo oggi. Sei pieno di pregiudizi e di stronzate come gli altri compagni, e da te non me lo sarei mai aspettato, mi deludi proprio!

Me ne vado senza aggiungere altro, l’amarezza e lo sconforto stanno lasciando dei segni sanguinanti che riesco solo a tamponare. Non ragiono più di niente, perché niente ha più senso.

Torno a casa in uno stato di agitazione anestetizzata, come se l’eccessivo accumulo di fattori negativi abbia sortito l’effetto di rendermi insensibile al dolore. Che giornata di merda!

I pensieri iniziano a turbinare nel la mente e si muovono velocemente occupando tutti gli spazi. Ho un senso di impotenza che non mi giustifico.

Perché me la prendo così tanto?
Come mai se non posso agire io dovrà per forza cadere il mondo?
E perché è così importante per me avere un ruolo di primo piano in questa lotta?
Per quale motivo credo che il comportamento dei compagni sia stato un vero e proprio tradimento?

E se lasciassi fare agli altri e mi occupassi solo dei cazzi miei?
Non so dove andare a prendere qualche risposta e non trovo un senso a quello che voglio sapere né a quello che è successo.

Comunque vada, ossia se dovessi riuscire a continuare la mia battaglia, ce la farò a mantenere lo stesso rapporto con Zeno ora che lui s’è rivelato tanto livido nei miei confronti?

Il suo atteggiamento mi ha ferito profondamente, non avrei mai creduto che potessimo avere due visioni così distanti riguardo a quello che è successo. A parte il fatto che ha espresso un’opinione sul mio comportamento che definire offensiva è poco.

Quello che è successo comprometterà il nostro rapporto? Non lo so, è una domanda difficile in questo momento. Di certo io sono sicura delle mie idee e se lui resta convinto delle sue la nostra storia potrebbe entrare in forte crisi.

Forse dopo questa batosta qualcosa cambierà, ma non ne sono del tutto sicura perché io non voglio cambiare personalità per tuffarmi a corpo morto nel ruolo di brava sindacalista tutta partito e fabbrica. La cosa mi ripugna al solo pensiero.

Non voglio mollare l’impegno della lotta perché non me la sento di disinteressarmi completamente dell’attività di rappresentante di fabbrica.

Spero che dormirci una notte sopra possa portarmi consiglio. So di dover cambiare rotta, ma so anche che sarà una scelta complicata.

Spero che il nuovo giorno mi porti consiglio, ma la sera nel letto mi rigiro continuamente e più cerco di togliermi i pensieri dalla testa, e più quelli si riaffacciano alla memoria per crearmi
agitazione.

Vado a preparare una camomilla, sarà meglio, così riuscirò a distrarmi nei pochi minuti che trascorrerò in cucina. Quando torno nel letto e m’infilo al caldo sotto le coperte mi addormento subito, vinta dalla stanchezza.

Il mattino dopo, quando arrivo in fabbrica, ad aspettarmi trovo un’aria di finta tranquillità, un’atmosfera di non è successo niente che non capisco a cosa voglia alludere.

Forse sono io che vedo fantasmi dappertutto, anche dove non ci sono, ma l’impression e che non si voglia dar peso alla mia presa di posizione è tangibile.

Qualcuno mi chiede com’è andata la riunione e io rispondo con vaghi discorsi spiegando a tutti che uscirà una nota ufficiale con i particolari di quello che è successo.

Me la cavo usando la diplomazia, anche se quando mi fanno domande più dirette sarei pronta a spifferare tutto con commenti cattivissimi.

Invece riesco a mantenere la calma, così lascerò che siano i fatti a dimostrare la verità tangibile di come si sono svolti.

Alcuni attivisti mi guardano in maniera strana, come se avessero qualcosa da rimproverarmi. Non gli do peso, so benissimo di aver usato parole molto pesanti e per diversi di loro ci vorrà del tempo prima che riescano ad assorbirle.

Ciò che è disorientante è la quiete delle cose non dette, questa falsa atmosfera di calma che non può essere giustificata solo con la giusta compostezza da tenere in attesa del documento ufficiale del sindacato.

Ognuno è cosciente dell’importanza della riunione che si è svolta ieri, ma ognuno di noi vuole che siano le note ufficiali a parlarne, come se facendolo personalmente si potessero innescare chissà quali polemiche controproducenti.

Venerdì sera i sindacalisti e gli altri rappresentanti si riuniscono per decidere cosa scrivere sul documento ufficiale. Io sono decisa a non presentarmi all’appuntamento, a meno che qualcuno non venga a cercarmi per capire le mie ragioni.

A conferma di quanto subodoravo, e cioè che ci fosse la seria intenzione di mettermi da parte, nessuno prova a sentire le mie opinioni o cerca di fare un passo avanti verso di me per permettermi di rientrare nei ranghi del sindacato. Non gliene frega un cazzo!

Nonostante nelle ore e nei giorni seguenti me ne resti chiusa in un arroccato atteggiamento di superiorità, pure io sono in fremente attesa del documento ufficiale. Soprattutto per la curiosità di leggere con che toni descrivono la mia disputa.

Finalmente il tanto atteso documento unitario esce. Quando lo leggo resto sconcertata da quello che vi è scritto; la delusione e l’amarezza si trasformano in macigni che schiacciano i pensieri.

Dal loro punto di vista sarei stata io la causa del fallimento di possibili soluzioni immediate.

Sul testo delle locandine e dei volantini c’è scritto che, grazie al lavoro diplomatico, è stato possibile creare una piattaforma d’intesa per nuovi incontri. Nonostante i tentativi di alcune frange estremiste per far naufragare gli accordi con richieste esagerate e controproducenti.

È il colmo! Questo è davvero troppo!

Non confido a nessuno il mio smarrimento e tantomeno cerco di spiegare a chi mi chiede chi cazzo siano quelle ali estremiste che proprio io sono stata bollata come la terribile terrorista!

È talmente chiara la strumentalizzazione di cui sono stata vittima che adesso anche Zeno dovrà ricredersi e darmi ragione riguardo alla stronzaggine dei compagni.

Nei giorni che seguono le ore passano nella confusione più assoluta. Non ho orari per mangiare né per dormire, non esistono più le esigenze fisiche, ma solo gli arrovellamenti mentali.

Non sento necessità materiali, ho solo la bramosia mentale di ridare un corpo alle mie ideologie.

Sono abbandonata alla trasandatezza e spesso mi fermo al bar per un panino perché mi dimentico di portarmi il pranzo da casa. E non ho voglia di tornarci per cucinarmelo.

Un giorno incontro Zeno al bar, è più di una settimana che non ci parliamo e spero viva mente che abbia qualcosa di più carino da dirmi che non fare degli stupidi attacchi al mio comportamento.

Invece Zeno fa il duro, addirittura finge di non vedermi e questo mi ferisce ancora di più. Significa che crede veramente in quello che ha detto e che neppure l’evidente contrasto dimostrato dai compagni con quel manifesto è riuscito a farlo ricredere.

M’ignora completamente, come se quello che ho fatto è talmente sbagliato da cancellare ogni cosa tra noi. Ma io non sono disposta a cedere sulle mie idee, neppure a negare quello che ho detto o a cambiare il mio modo di vedere le cose. Neanche per cercare di ricucire il rapporto tra noi.

Sono ferita, colpita nel mio amor proprio e nella mia intelligenza. Cerco di consolarmi convincendomi che se siamo così distanti su questi concetti significa che sbagliavamo prima a crederci una coppia perfetta.

Lo sconforto cerca di inserirsi come sentimento dominante, ma la ribellione a queste condizioni di negazione della mia personalità mi scaldano il sangue nelle vene. L’affermazione di me stessa non mi permette di far uscire la sofferenza per offrirla in pasto a chi mi ha colpito.

Con queste premesse, dentro a questo squallido bar e in questa triste giornata, inizio una personale battaglia di rifiuto nei confronti di chi non mi ha mai capito e ostento la stessa indifferenza che hanno nei miei confronti.

Inserisco Zeno e tutto quello che c’è stato tra di noi nello stesso pentolone delle persone che mi hanno maltrattato e deluso. Dopotutto anche lui ha preso da me quello che non meritava assolutamente di prendersi.

Se non mi hanno rispettato per le mie, sacrosante, idee, come posso pensare di costruire qualcosa di positivo con loro?

Con dispregio di ogni cosa che mi circonda decido di andarmene per i fatti miei, in tutti i sensi, fisici e di idee. Voglio chiudermi alle spalle un pezzo di vita che, se non fosse perché esperienza è sempre esperienza, vorrei non aver mai vissuto.

CAPITOLO 14 – LA TASSA SUL MACINATO

Quando la primavera lasciò il posto alla calda estate, il tempo della mietitura arrivò e da ogni parte era un frenetico alzare di falci e forconi. Le aie di ogni casolare si riempirono di comitive di braccianti intenti alla formazione dei pagliai e alla battitura del grano.

La nostra raccolta durò ben sette giorni, al termine dei quali la barca di covoni s’era formata dalla porta della stalla fino alla siepe sulla strada.

Cominciammo il lavoro di battitura una mattina dei primi giorni di luglio, quando il sole era già sorto da qualche ora e il grano era privo l’umidità della notte.

Con grande lena curammo in modo particolare la separazione del seme dalla pula e costruimmo dei grandi e impeccabili pagliai.

Quando anche quel lavoro fu finito eravamo tutti stanchi e spossati, ma la soddisfazione per la
quantità del raccolto e per averlo finalmente terminato ci compensava di tutte le fatiche costate.

Date le nostre condizioni di vita il raccolto del grano rappresentava la nostra risorsa principale, l’unica speranza per non affondare nella miseria più nera. Un ridimensionamento delle tasse sulle nostre produzioni avrebbero rappresentato un punto di svolta per sentirci meno oppressi.

Le promesse dei politici in questo senso erano state tante, soprattutto dietro la ricompensa del consenso elettorale. Purtroppo le probabilità che i governanti potessero svincolarsi dalle pressioni dei padroni erano scarsissime.

L’appuntamento della vendita, dunque, era un momento molto importante per noi. Quell’anno saremmo andati nel mercato della città vicina che distava mezza giornata di strada dalle nostre cascine.

A Forlì si sarebbe svolta la fiera annuale che riuniva tutti i paesi vicini. Sarebbe stato un momento di grande festa per la comunità e per la nostra famiglia che, in quella occasione, si spostava per intero.

La tradizione prevedeva che per quell’evento importante si rinnovassero gli abiti e si preparassero dei lavori al telaio e delle terrecotte da vendere al mercato.

La mattina della fiera partimmo baldanzosi e avvolti nell’euforia del clima di festa che quell’occasione generava. Il carro trainato dall’anziana e valida cavalla grigia era pieno di sacchi di grano sopra i quali stavano seduti i fratelli più piccoli.

Mio padre aveva avuto la premura di nascondere i sacchi con un grande telo per la paura che, vedendoli, i briganti ci avrebbero assaliti. In vista c’erano solo le cose meno importanti, e i miei fratellini!

Io ero seduto sul carretto trainato dal somaro sul quale c’erano le donne, gli anziani e il resto della famiglia. Mio padre stava sul carro più grande, dietro di noi.

La campagna al mattino presto odorava ancora dei profumi della notte e in alcuni tratti si poteva sentire l’odore acre delle stoppie impregnate d’umidità. Le stesse che saranno poi bruciate e interrate per fornire concime ai campi.

Avanzavamo lenti e silenziosi, quel paesaggio ci sembrava magicamente incantato e sicuramente erano le nostre aspettative a renderlo tale. Sapevamo che ci attendeva una giornata unica in tutto l’anno e questo bastava per farci sentire straordinariamente felici.

Era incredibile pensare come certe volte il nostro stato d’animo ci dava una visione più rosea del mondo circostante. Se non fosse stato per la fiera, quei campi ci avrebbero restituito l’immagine della nostra fatica, come sempre.

Le mie sorelle si misero a cantare appena cominciò a sorgere il sole. Io le odiai nel medesimo istante in cui cominciarono, così come ogni mattina odiavo il canto del gallo che rompeva l’incanto del risveglio della natura.

Quella mattina, invece, il canto delle mie sorelle non mi provocò la stessa
reazione. Le note dolci e modulate delle melodie semplici s’immersero nel paesaggio e accarezzarono i profili campestri spargendosi in ogni dove.

In quella tranquillità, con quel beato goderci noi stessi e la natura attorno, per un momento desiderai di non arrivare mai alla meta.

Dopo tre ore di strada giungemmo finalmente in città. Alla porta d’entrata c’erano due guardie e un signore con carta e penna in mano.

Ci fecero scendere dal carro e per un attimo temetti che le notizie che avevo saputo in paese fossero vere. Invece andò tutto liscio, non ci chiesero di pagare e si preoccuparono solo di pesare scrupolosamente i sacchi trascrivendo i dati su una tabella.

Oltrepassammo la porta e chiesi a mio padre se quella procedura era normale. Rispose che solitamente si fidavano di quello che veniva dichiarato e si limitavano a fare dei segni sul carro.

Probabilmente era cambiato il governo e sarebbe ricominciata una nuova trafila burocratica. Come i precedenti governanti, anche questi avrebbero modificato le pratiche delle riscossioni.

Non c’era nulla di strano, quindi, ma il tono con cui mio padre disse quelle parole non mi tranquillizzò affatto.

Per un attimo pensai che in quelle misurazioni si celasse un cambiamento molto più grande di quanto lui s’immaginasse. E che sotto quelle parole di falsa tranquillità si nascondesse una sua angosciosa paura. Il panico si spalancò nel mio cuore.

Però bisognava farsi forza e cercai di prendere coraggio dalla sua apparente tranquillità. Probabilmente non era il caso di allarmarsi perché quegli episodi si erano già verificati e avevano una loro spiegazione.

La città si presentò ai nostri occhi avvolta in un’atmosfera da favola, c’erano mille e mille addobbi, colori variopinti che riempivano le strade e le piazze erano animate da tantissime persone.

Appena trovammo un buon posto dove fermare i nostri carri portai a rifocillare la cavalla e il somaro, poi raggiunsi mio padre e mio zio intenti nelle varie contrattazioni.

Finalmente quando qualche soldo arrivò anche nelle mie tasche riuscii a sgattaiolare via. Non che mi volessi disinteressare dell’andamento degli affari, ma quella era un’occasione un ’unica, come diceva sempre mio padre.

Quando andavamo in paese, ogni tanto, bisognava pensare anche a divertirsi un po’. Opportunità come quella erano rare e bisognava approfittarne al massimo.

Tornai in famiglia poco dopo pranzo e mio padre aveva venduto tanta roba spuntando un buon prezzo su ogni mercanzia. Ora non restava che portare i sacchi al molino per la vendita e la macinazione.

Per festeggiare il buon andamento della fiera mia madre e le mie sorelle erano andate a fare qualche spesa tra le bancarelle per trovare gli utensili e le stoffe che solitamente non c’erano in paese.

Ben presto si fece l’ora del rientro e, dopo aver preso qualcosa da mangiare per il viaggio di ritorno, ci avviamo verso le porte della città.

Il mulino si trovava poco prima dell’uscita e lì incontrammo le guardie, quelle che avevano pesato i sacchi all’entrata.

Chiesi a mio padre quando avremmo dovuto pagare le tasse e lui rispose che non lo sapeva.

Il suo volto era radioso e tradiva la grande soddisfazione per essere riuscito a fare degli affari. Lui che era considerato poco scaltro nel vendere e comprare.

Mi bisbigliò che la vendita del grano al mulino ci avrebbe consentito di guadagnare altri cinque sacchetti pieni come quello stava facendo tintinnare in tasca!

Sarebbero stati sufficienti per comprarci gli attrezzi che tanto ci servivano e per avere qualche soldo per affrontare le necessità dell’inverno.

Mentre io e il babbo andavamo al mulino con il carro grande, mia madre, gli anziani e i miei fratelli andarono alla bottega del fabbro per farsi consigliare al meglio sugli acquisti degli arnesi.

Attendemmo qualche minuto prima di entrare alla porta del mulino poi mio padre si apprestò alla pesatura dei sacchi.

Al solito mi guardava con aria trionfante rinforzando la sua convinzione di essere previdente e di saper fare bene gli affari. Forse cercava la mia approvazione, sicuramente voleva riaffermare la sua autorità.

I fatti stavano dando ragione a lui, almeno fino a quel momento, e io dovevo rimangiarmi tutte le preoccupazioni e i timori del ventilato aumento delle tasse.

Tuttavia il suo compiacimento, alla resa dei conti, ebbe una parte talmente insignificante nel contesto di quello che successe da non lasciarmi alcuna soddisfazione.

Un signore, ben vestito carta e penna in mano, volle conoscere il nome del nostro podere per trovare il riferimento sulla tabella e fece alcuni calcoli mentre guardava dentro al nostro carro.

Terminato di scrivere bisbigliò qualcosa a una guardia che ci venne incontro.

  • Per il grano dovete pagare due lire per ogni quintale che verrà macinato. La tassa viene trattenuta dal mugnaio all’atto del ritiro per la macinazione.

Mio padre restò impietrito mentre io, che avevo sentito tutto, cominciai a innervosirmi e a chiedere come mai fosse così alto il prezzo da pagare.

Pensavo che volesse intascarsi personalmente i nostri soldi e che quella della
tassa sul macinato era una balla che s’era inventato lui!

  • Non ci hanno detto nulla di questa trattenuta e non sono usciti i soliti avvisi per le tassazioni. – Mentre dicevo quelle parole improvvisamente ricordai le notizie apprese in paese e che mio padre aveva tacciato di essere solo chiacchiere , ma continuai lo stesso.
  • Questi soldi non potete trattenerli. I soldi che prendiamo per la macinatura del grano sono il nostro unico sostentamento, come faremo a superare l’inverno?

L’uomo vestito bene non si scaldò alle mie rimostranze e, con molta calma, spiegò che ora c’erano delle nuove tasse e che la somma da pagare veniva trattenuta invece che versata.

La misura aveva raggiunto il colmo! Cominciai a inveire contro di loro e contro chi li mandava a derubare la povera gente. Ero fermamente deciso a farmi dare tutti i soldi che avevamo preventivato d’incassare. Non potevano approfittarsi di noi così impunemente!

Mio padre, invece, era ammutolito, prese i pochi soldi che ci spettavano e, schioccando la frusta, fece ripartire la cavalla.

Il contraccolpo mi fece cadere all’indietro riportandomi bruscamente a sedere, ma la mia animosità non si spense.

Continuavo a ripetere a mio padre, con tono di rimprovero, che doveva farsi pagare per intero. Quella era una vera e propria ingiustizia e dovevamo ribellarci ai soprusi.

Lui aveva gli occhi lucidi e per un buon tratto di strada non disse niente. Lasciò che mi sfogassi, ma quando le mie parole diventarono troppo forti, si voltò verso di me e mi allungò un ceffone.

Con il segno delle mani che mi bruciava sulla guancia già sentivo il sangue ribollirmi nelle vene. Era sangue cattivo, il mio, diventato avvelenato dalla delusione che mi stava lacerando l’anima.

Ma come, io avevo fatto il possibile per oppormi a quel sopruso e mio padre invece che sostenermi, mi picchiava?

Pensavo che se ci fossimo impegnati a lottare contro quelle ingiustizie avremmo potuto ottenere qualche diminuzione dei dazi.

E lui invece cosa faceva? Se la prendeva con me, chiudeva gli argomenti con uno schiaffone e liquidava in malo modo qualsiasi possibilità di discussione.

La cavalla continuava la sua corsa, il resto della famiglia era ammutolito per il dolore. Le notizie ci avevano avvertito di un aumento delle tasse, anche se sul giornale non venivano spiegate le modalità con cui si sarebbe svolta la riscossione.

Mio padre non mi aveva ascoltato e aveva portato tutto il grano a macinare. Se fossimo stati più prudenti ne avremmo tenuto un minimo di scorta. E avremmo potuto macinare un po’ di farina da vendere al mercato del paese, che era meno soggetto al controllo dei gabellieri.

Invece lui, convinto di spuntare un prezzo migliore, aveva portato tutto in città e ora, sotto il peso di quell’eccessiva tassazione, il nostro guadagno si riduceva a poco o nulla di fatto.

Quello che ci restava non sarebbe bastato per le spese invernali che avremmo dovuto affrontare. Con ogni probabilità, avremmo dovuto riportare indietro tutti gli acquisti fatti quel giorno.

A un certo punto mio padre si tolse dal mutismo e iniziò a parlare. La sua voce aveva il tono amaro e malinconico della rassegnazione.

  • Non ci possiamo fare niente, ogni governo che si succede vuole sempre più tasse di quello che lo ha preceduto. La nostra vita nonostante lavoriamo come delle bestie, non migliorerà mai. Questo è il destino della nostra classe sociale, i signori rimangono signori, con sempre più soldi nelle tasche e i poveracci restano poveracci, con sempre meno soldi a disposizione. Cosa speri di risolvere tu, urlando in faccia alle guardie l’assurda pretesa di non pagare? Non ottieni niente, perché non c’è niente che si può cambiare.

Ero dispiaciuto per tutta l’amarezza che dimostrava mio padre, ma io non ero d’accordo. Ascoltai il suo sfogo senza interrompere. Dopo aver capito dove volesse arrivare, la mia testa cominciò a seguire altri pensieri.

C’era qualcosa che si poteva e si doveva fare, perché restare con le mani in mano a subire quelle ingiustizie era sbagliato e da codardi.

Ascoltando i discorsi delle persone si sentiva parlare bene dei nuovi governanti, dicevano che era gente come noi, dei patrioti, che avrebbero cambiato tante cose. Ma come si poteva pensare questo se la prima cosa che avevano fatto era stata quella di aumentare le tasse? In che modo si potevano considerare patrioti se riducevano in povertà la gente che lavorava la terra della loro patria?

No, c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Ci doveva essere il modo di fare qualcosa, una strada da percorrere per evitare che quegli abusi continuassero a ripetersi.

In me cresceva il desiderio di trovare un’altra via di uscita. Era un’ingiustizia lasciare le cose come stavano e starsene con le mani in mano, come faceva mio padre, lasciando che fosse il destino a decidere le nostre sorti.

Dovevamo prendere in mano le nostre vite e condurle decisamente verso un futuro migliore.
Altrimenti non avrebbe avuto alcun senso neppure vivere e lavorare come gli schiavi.

I discorsi di Antonio sui briganti tornarono nuovamente ad agitare i miei pensieri e le mie riflessioni.

Eravamo quasi giunti a casa, le mie sorelle e mia madre non avevano mai cantato lungo la via del ritorno perché la voglia di allegria era passata a chiunque.

Quella notte nessuno dormì bene. Avevamo il pensiero fisso sul mancato incasso di denaro che avevamo dovuto lasciare nelle mani del mugnaio diventato, suo malgrado, l’esattore del governo.

CAPITOLO 15 – LA ROTTURA

Dopo una giornata stressante al lavoro, stesa sul letto nel tentativo di recuperare un po’ di rilassamento, penso alla vita di adesso. A quello che voglio recuperare del passato e a quello che voglio costruire nel futuro.

Vorrei riavere indietro il mio tempo perso, quello sprecato, quello sbagliato, quello dormito, quello mangiato. Tutto quello che se n’è andato senza lasciare traccia, quello che mi hanno rubato gli altri per farmi fare le esperienze, di cui farei volentieri a meno, per riavere il mio tempo.

Non ho rimorsi, e questo è già un bel vivere la propria coscienza. Ogni tanto sale il ricordo dei dolci momenti passati con Zeno e anche se sono passati solo pochi giorni, la malinconia per quello che è successo li trasforma in mesi di lontananza.

Se ripenso alla sua arroganza e al suo abbandono ricaccio volentieri indietro ogni rammarico.

Nella vita di in fabbrica le attese sono la caratteristica dominante del quotidiano. Fra una settimana ci sarà l’assemblea generale e non vedo l’ora di approfittare dell’occasione per esprimere la mia opinione. Sarà importante capire quanti altri compagni della base la pensano come me.

Finalmente il giorno arriva e mi siedo tra i compagni di lavoro ignorando completamente il gruppo dei sindacalisti. Ho messo il mio nome in lista cercando una posizione intermedia tra i numerosi interventi. Non ho intenzione di essere la prima né l’ultima a parlare.

Riesco a seguire i discorsi in frammenti spezzettati. L’agitazione frantuma le possibilità di tenere un filo continuo. Quando inizia a parlare quello che mi precede in lista esco nell’atrio a scaricare un po’ della tensione che mi attanaglia.

Ho preparato un discorso semplice e lineare, quello che devo dire lo conosco a memoria e sono sicura che non avrò alcun tentennamento.

Spengo la sigaretta nel posacenere all’ingresso e appena rientro mi accorgo con enorme stupore che viene chiamato l’intervento successivo al mio.

È possibile che abbiano volutamente saltato il mio nome?

Vado a controllare la lista.
E così, ancora una volta, devo constatare la scorrettezza di certi comportamenti. Resto allibita di fronte al foglio con l’elenco dal quale è stato cancellato il mio nome!

Chiedo delle spiegazioni a chi mi ha passato il foglio, ma dalle risposte con balbettii e mezze frasi arriva un ulteriore conferma del fatto che la cancellazione è stata fatta intenzionalmente.

Torno al mio posto rimuginando sul da farsi, non sono disposta a rinunciare di prendere la parola. Quello che voglio dire lo dirò, dovessi gridarlo in mezzo alla platea sopra al discorso di qualcun altro.

Guardo attorno a me per vedere se qualcuno può aiutarmi, poi vedo Paolo, due file davanti al mio posto.

Mi precipito da lui e gli chiedo se, per favore, mi concede la parola per cinque o dieci minuti che gli spettano per il suo intervento.

Fortunatamente lui acconsente a lasciarmi tutto lo spazio che mi serve. Lo concede con uno slancio di generosità e senza chiedere tante spiegazioni. Mi viene il dubbio che possa conoscere quale verità ci sia dietro questa vicenda.

Diligentemente attendo che venga chiamato il nome di Paolo e poi mi avvicino al palco. Attorno a me facce attonite e improvvisamente impallidite confermano il fastidio che provoca la mia comparsa.

  • Ringrazio il compagno che mi ha gentilmente concesso il suo spazio per parlare visto che il mio nome è scomparso dalla lista degli interventi.

La mia voce è piena di amarezza, non solo per quello che dico ma soprattutto per la constatazione di quanto non interessi a nessuno quel che succede nei giochetti dietro le quinte.

  • Non sono state le cosiddette ali estremiste a creare dei problemi all’incontro con gli
    imprenditori. La verità è che si vuole prendere tempo, tergiversare per permettere la creazione di scambi politici tra i partiti. Affrontare i problemi battendo i pugni sul tavolo per ottenere risultati immediati, soprattutto per le fabbriche come la mia che hanno delle enormi carenze strutturali, non fa parte dei progetti sindacali. Si accontentano di risposte vaghe, dei ma e dei se di cui sono piene le bocche dei padroni, invece è giunto il momento di tirare fuori le unghie e combattere più decisamente per i nostri diritti!

Naturalmente queste parole infuocherebbero qualsiasi platea e in qualunque contesto vengano pronunciate. Perciò gli applausi che seguono la mia uscita non mi creano un’euforia particolare.

Infatti l’intervento successivo, improntato al recupero dell’unità di intenti che eviti una spaccatura nel sindacato, calma gli animi e anestetizza il vigore delle mie parole.

In pratica abbiamo ragione a pretendere soluzioni pratiche immediate, ma la linea del sindacato permetterà di ottenere risultati migliori con la politica dei piccoli passi.

  • Non è il caso – conclude l’oratore – di fare polemiche dannose e controproducenti. Vogliono dividerci per abbatterci e noi dobbiamo rimboccarci le maniche per dare un sostegno unitario al sindacato.

Con queste sottolineature le mie denunce passano in secondo piano per lasciar spazio a un cameratismo che annulla qualsiasi discussione su come orientare le nostre rivendicazioni.

Nell’ascoltare quel discorso, che ha tanto il sapore di un’omelia del prete che ammonisce il gregge dei credenti, la rabbia mi fa ribollire il sangue.

Le brave pecorelle devono seguire il branco per evitare che si sparpagli e si disperda nel bosco.

Ha parlato proprio del bosco riferendosi alle troppe richieste di cambiamenti. E il bello del suo discorso è stato che, sotto sotto, c’era la velata minaccia di far fare una brutta fine al movimento operaio dando spazio a certe richieste bollate come degli eccessi.

È incredibile come riescano a far apparire le cose come fa comodo a loro!

Con rapide occhiate su chi sta vicino a me cerco di cogliere qualche barlume di dissenso rispetto a quella chiamata all’ordine. Purtroppo nessuno dimostra la mia stessa insofferenza e vedo solo squallore e tristezza unite a una sorta d’indifferente remissività.

Facce pallide e lunghe con sguardi vacui e assenti suscitano l’impressione di essere immersi in un oceano di grigiore!

Sale la voglia di cancellare nel bianco del nulla le ragnatele in cui mi sento imbrigliata. Brividi di squallore mi divorano la pelle. Mi manca il respiro e con lo sguardo cerco di ritrovare il colore della vita. Attorno a me vedo solo una massa informe di esseri estranei, un gregge intero di persone sconosciute.

Scappo via, esco dalla sala dell’assemblea per andare il più lontano possibile da quel posto, lontano da quella gente, nell’unico posto dove posso ricolorare tutto. Vado da Zeno.

Ma Zeno ormai è diventato un numero perso, un vuoto dell’anima e del fisico, non posso andare da lui per trovare un nido di conforto.

Sono sola, non ho niente né nessuno in cui credere. Sto come una pazza, in mezzo alla strada, con la nebbia nella mente e senza un’idea di dove andare e di cosa fare.

Succede così, che senza l’intento preciso e senza la certezza di fare la cosa migliore, mi avvio verso casa di Giulia. Chissà che con lei non riesca a trovare quella lucidità che ormai credo perduta.

Giulia però non c’è e qua fuori c’è un’umidità penetrante, il che rende ancora più sconsolata e triste questa serata d’inizio estate.

Non voglio andare a casa, non posso andare da Zeno, l’idea di incontrare una di quelle pecore mi ripugna. Sento di non avere via di scampo.

Mi siedo sul muretto della recinzione, aspetterò che lei rientri, è rimasta il mio unico appiglio. Lo scorrere dei minuti accresce la certezza di trovarmi sul punto di una clamorosa rottura con il passato.

La testa chinata tra le gambe, seduta in una scomoda posizione, guardo
il cemento del pavimento sotto di me. Poi vedo le gocce delle mie lacrime
che si allargano per terra.

Dio che tristezza! Che angoscia! Sono talmente sconsolata che credo di avere sbagliato vita. Mi domando seriamente se per caso non sono nata nel film sbagliato e seguendo questa trama ne sarò travagliata fino alla fine, senza trovare mai la pelle del mio personaggio.

Giulia arriva tardi, quando io sto quasi per andarmene via, con vinta che una giornata di merda non può mai finire meglio che nella merda in cui è cominciata.

Vederla mi dà quel minimo di sollievo, sufficiente almeno per togliermi dal mutismo che ha reso roca la mia voce. Gli occhi sono asciutti, ma da come lei mi guarda credo che ci possa leggere dentro la mia angoscia.

  • Cosa ci fai qui?
  • Niente, passavo per caso.

Non potrei trovare una risposta più cretina e banale di quella, ma non posso pretendere altro da me stessa. E anche Giulia deve accontentarsi.

  • Dai sali, così mi spieghi tutto con calma.

Non le ci è voluto molto a capire che la mia frase nasconde un iceberg di emozioni da sfogare.

Dentro casa l’umidità è sparita e io mi raggomitolo sul divano per trovare
un nuovo tepore. Tolgo le scarpe e incrocio le gambe sotto al sedere. Ho proprio voglia di coccolarmi e consolarmi, perciò decido di passare la notte
da lei.

  • Posso chiederti un favore? Posso restare qui stanotte, non ho proprio voglia di
    tornare a casa, ti dispiace?
  • Ma figurati! C’è posto per tutte e due non ti preoccupare.
  • Allora chiamo a casa per avvisare.
  • Fai pure.

Giulia mette a posto le sue cose, riordina libri e giornali che sono in giro dappertutto. È chiaro che sta fuori tutto il giorno e non ha tempo per sistemare casa.

Non so che lavoro fa e di cosa si occupa, ma adesso è l’ultima cosa che m’interessa sapere. Invece di farle domande sul suo conto le racconto qualcuna delle mie disavventure, così come mi vengono fuori, con la naturalezza dello sfogo, a spizzichi e bocconi.

La malinconia e la tristezza di poco fa se ne sono andate e comincio a vedere gli avvenimenti c on distacco, come se davvero appartenessero a una vita passata.

Lei mi ascolta, anche se sembra distratta e io non mi preoccupo. Sono troppo intenta a liberarmi dei pesi che ho sull’ anima per farmi domande su chi mi sta di fronte.

Mangiamo un panino e beviamo vino, io mando giù un bicchiere dietro l’altro, come se volessi affogare i tarli che ho dentro con un’alluvione di alcool.

Perciò basta poco per fare la fine degli ubriachi e addormentarmi di sasso sul divano. Non so quante cose ho raccontato e quante di queste sono riuscita a rendere comprensibili a Giulia.

Il mattino dopo mi sveglio distrutta, nel fisico e nella testa, poi di soprassalto controllo l’orologio.

Sono le dieci! Dio, ho saltato il lavoro!

Crollo di nuovo sul divano, ormai è troppo tardi per presentarmi in fabbrica, manderò un certificato medico o prenderò un giorno di permesso. Ma sì, vadano a fanculo anche i padroni!

Mi guardo attorno e mi chiedo, ma dove sono … a sì, Giulia, ma dove è andata? Avrebbe potuto avvisarmi prima di uscire.

Riordino la testa e le idee, adesso devo capire cosa fare, dove andare e come vivere la mia seconda vita. Dopo che la prima l’ho definitivamente uccisa con la sbornia di ieri sera.

CAPITOLO 16 – IL CAMBIAMENTO

Nei giorni che seguono lascio che il tempo trascorra su di me. Dopo lo struggimento doloroso dei primi tempi entro nella routine giornaliera cercando di affossare ogni tentativo che fanno i ricordi per riaffiorare.

Vorrei guarire le ferite senza cadere nell’indifferenza, perché il disinteresse sarebbe una condizione di grigiore che affosserebbe la mia personalità. Ma come posso fare se attorno a me non trovo niente che mi dia lo stimolo sufficiente per ricominciare?

L’unica via da imboccare sembra sia quella di continuare a vivere alla giornata come sto già facendo. Forse le motivazioni per riprendere i miei interessi arriveranno da sole.

D’altro canto io stessa non ho chiara la scelta tra adeguamento e inserimento, tra sindacalismo e lotta politica. I miei ragionamenti sono giunti a un punto morto senza avere avuto una risposta adeguata.

Il giro di amicizie dopo la rottura con il sindacato si è ristretto all’unica persona che frequento ogni tanto, che è Giulia.

Di Zeno non è rimasta neanche una traccia, nemmeno come amicizia. Se prima capitava che ci incontrassimo per caso, adesso sembra addirittura che abitiamo in due città diverse.

Io sono contenta così, rivederlo mi provocherebbe solo tanta rabbia e non mi aiuterebbe a uscire da questo momento di crisi.

E se fosse venuto a sapere di quel bacio con Giulia e avesse incluso nella sfuriata con me anche un motivo di gelosia?

Peggio per lui, sono cazzi suoi! Se fa miscugli di comportamenti e sesso, senza chiedere spiegazioni o confrontarsi con le emozioni degli altri, questo significa che è ancora più stronzo di quanto credessi.

Il dolore che sentivo nei primi giorni, subito dopo la grande delusione, adesso è scemato. Devo ammetterlo, credo di aver trovato un sano egoismo. Il mio tempo è pieno solo di me stessa, leggo molto, vado a spasso dove pare a me, dedico i momenti di relax solo a quello che piace fare a me. Senza preoccuparmi di soddisfare i desideri di nessuno.

Spesso esco con Giulia, andiamo al cinema, a passeggio o in libreria. Devo ammettere che abbiamo gusti condivisi.

Tra noi due non si sono più verificati momenti di intimità simili a quelli del fatidico bacio e ho il dubbio che possa essere rimasta delusa di me.

Non parliamo mai di quello che è successo qualche mese fa. Non toccare quell’argomento ci fa sentire più sicure dell’amicizia che stiamo costruendo.

A me tornano in mente i primi tempi, quando pensando a lei desideravo ardentemente vedere l’espressione del suo viso nel momento del massimo godimento. Pensavo a come i suoi occhi si sarebbero aperti nello stupore, al suo respiro che sarebbe diventato veloce e intenso mentre i suoi sensi si abbandonavano al piacere che le procuravo.

Con questi pensieri in testa immaginavo me stessa uomo, e noi due in un rapporto che le dava piena soddisfazione.

Con quella visione nella mente cercavo di liberarmi di ogni condizionamento che potesse rovinarla, ma poi ero costretta a scartare i pensieri perché uomo non sono e quel rapporto non
avrei mai potuto viverlo nella realtà.

Ora che ci frequentiamo tanto, dato che è l’unica amicizia che ho, il desiderio di lei cresce di giorno in giorno. Se non fosse per la mia timidezza le avrei già confidato i miei sentimenti.

Una sera d’inizio autunno andiamo a mangiare in un’osteria fuori città. Domani è domenica e ci aspetta una giornata di riposo assoluto perciò possiamo permetterci qualche stravizio senza scombussolarci troppo.

Il posto dove andiamo dista qualche chilometro ed è uno d i quei locali che hanno mantenuto la tradizione culinaria e la semplicità tipiche di una volta.

Nel tardo pomeriggio siamo andate a vedere un film al cinema, uno strano film, non di quelli che solitamente ci capita di andare a vedere assieme. A me non è piaciuto molto, non tanto per la trama in sé, quanto per il finale che ha confermato alcune assurdità nella caratterizzazione dei personaggi.

  • Tu dici che era lui che doveva mollare tutto per andare da lei?

Siamo sedute una davanti all’altra, i tavoli dell’osteria sono piccoli e noi abbiamo preferito metterci una di fronte all’altra anziché di fianco.

Il ragazzo ci ha servito subito e stiamo mangiando già con gusto il primo piatto che abbiamo ordinato. Sulla nostra tavola la bottiglia di vino rosso inizia a calare il suo contenuto, mentre l’acqua non l’abbiamo ordinata affatto.

Stiamo ragionando del film e Giulia vorrebbe convincermi che la trama aveva una sua logica proprio per rispettare i ruoli dei personaggi. Io invece sostengo esattamente il contrario!

  • Certo che doveva essere lui a mollare la sua posizione sociale per seguire la donna di cui era innamorato. Il fatto che nella sceneggiatura abbiano spinto lei a fare il passo decisivo è ancora un modo per far cedere su certe questioni sempre e solo le donne.

Ribadisco assolutamente convinta della mia idea.

  • Ma scusa, in questo caso non c’entra il fatto che sia donna, ma che sia lei a rivestire un ruolo professionalmente più elevato di lui. Dev’essere lei a mollare tutto per dimostrare che il suo amore è sincero. Lui a cosa avrebbe dovuto rinunciare? A nulla!

A questo punto entrano in gioco le mie convinzioni sulla difesa delle proprie idee e sull’importanza di fare delle vere e proprie battaglie quando sono a rischio i propri diritti, anche in campo professionale.

  • E invece è proprio qui che ti sbagli, il fatto che lei debba rinunciare al proprio ruolo professionale per dimostrare di amare una persona che non appartiene al suo stesso livello, svilisce il sentimento di lui. Se fosse stato sicuro di sé stesso e del suo sentimento non avrebbe costretto lei a mollare tutto!
  • Ma si erano trovati opposti l’uno all’altra! Scusa Sara, ma come faceva a continuare il suo rapporto con lei sapendo che era dall’altra parte della barricata?
  • Proprio questa è la dimostrazione della mancanza di un sentimento sicuro! Secondo me è bruttissimo che una persona, maschio o femmina che sia non c’è differenza, debba rinunciare alle sue idee o alla sua professionalità solo perché potrebbero nascere dei contrasti con la persona amata. Se si vuole veramente bene a una persona il rapporto d’amore non deve restare intaccato dalle diverse condizioni sociali o dalla divergenza di opinioni. Ma scusa, se domani vengo fuori a dirti che sono estremista, tu cosa fai, non mi vuoi più bene?
  • Perché, io ti voglio bene?

Giulia mi guarda con due occhi strani, intanto io capisco che nella foga del discorso ho lasciato andare troppo avanti le parole.

  • Intendevo dire come amicizia, voglio dire se saresti disposta a rompere la nostra amicizia solo perché manifesto delle idee diverse dalle tue.

Cerco di riprendermi per mostrare un po’ di distacco sull’argomento.

  • Non lo so, certo che se sei estremista di destra è meglio che mi stai alla larga!
  • Era solo un’ipotesi sciocca, ti sembro il tipo di donna fascista?
  • Ma no, dai, sto scherzando anch’io. Comunque questo discorso che fai sui personaggi del film non mi sembra tanto equilibrato.
  • Cosa vuoi dire con equilibrato?

Abbiamo ordinato un’altra bottiglia di vino e siamo arrivate al secondo piatto. La discussione comincia a diventare interessante.

  • Voglio dire che quando ci si trova di fronte alle emozioni e alle passioni non si può sempre stabilire a priori quale sarà il nostro comportamento: alle volte agiamo d’istinto e nel caso del film lei ha fatto il passo decisivo prima di lui, tutto qui.

Giulia sta cercando di stuzzicarmi su questo argomento. Non capisco se lo fa perché vuole conoscere quanto sia in grado di reggere un confronto sulle idee oppure sulle sceneggiature!

  • Sì è vero , nel film è successo così e non voglio criticare gli autori. Dico che secondo me era più significativo se quel passo decisivo lo facevano fare a lui. Era lui che doveva innalzare la sua passione amorosa liberandosi dei condizionamenti dati dalle differenze sociali. Il fatto che sia stata lei a mettere da parte l’orgoglio professionale fa scadere il film al livello scontato della favola di cenerentola e che il principe azzurro sia una donna è di ben magra consolazione anzi, a me sembra un’ulteriore presa per il culo!
  • Quanto sei esagerata! Perché ci vuoi vedere tutte queste implicazioni, è un film, una storia, poteva essere così e invece l’hanno fatta cosà, punto.

Ecco, si sta pericolosamente avvicinando a pungermi sul vivo. Ma io, con tutto il vino che ho bevuto, non m’accorgo del suo gioco rivolto a scoprire le carte dei miei sentimenti.

  • Vedi Giulia, è che per me le passioni vanno vissute fino in fondo. Tutto sommato non ce l’ho con la trama del film, quello che mi scoccia è che non abbiano trovato la via giusta per far prevalere la loro passione amorosa su tutto il resto. Uno dei due personaggi ha fatto una rinuncia e ciò che si svilisce sono le idee e le personalità dei personaggi. C’è
    stato un dialogo che mi ha colpito in modo particolare, quando lei parla con la sua amica e le racconta la situazione che sta vivendo. L’amica le dice che quando si è travolti dalla passione non si capisce più niente, non si riesce a ragionare e la esorta a distaccarsi un attimo per trovare la soluzione migliore. Hai presente cosa dico?
  • Sì, ho presente, e allora?
  • E allora io dico che quell’amica non ha ragione affatto perché prendendo le distanze non si valuta meglio la situazione.

Dio che discorsoni mi escono stasera! Forse sto bevendo troppo.

Butto giù un altro bicchiere, la discussione e l’ottima cena, unite alla leggerezza di fare quello che mi pare, sono la scusa giusta per permettermi di bere qualche bicchiere in più.

C’è poi qualcosa che mi fa male sotto le costole, forse ho stiracchiato un muscolo. Poco male, qualche altro bicchiere e non sentirò più alcun fastidio.

  • Vedi Giulia, anche se mettiamo da parte la passione amorosa, che è complessa, e parliamo invece di una passione qualsiasi, come un hobby, ci accorgiamo che al l’inizio non sentiamo ardere dentro un grande fuoco, abbiamo solo un po’ di curiosità e così iniziamo ad interessarci a quella certa cosa. Poi piano, piano, a mano a mano che
    scopriamo il nostro hobby, ci accorgiamo che ci piace, ci piace molto, ci piace moltissimo. Lo arricchiamo, gli dedichiamo sempre più tempo, lo pensiamo anche quando non lo pratichiamo, ne siamo sempre più coinvolte finché ci troviamo avvolti dalla passione per esso. A questo punto possiamo dire di essere appassionati a qualcosa, come lo si potrebbe essere per qualcuno o per un’idea. Dunque se c’è stata tutta quella escalation prima, non possiamo credere che la nostra passione sia frutto di un passo istintivo. Quello potrebbe essere stato il primo, quello che ci ha fatto incuriosire, ma adesso che siamo travolti dalla passione non possiamo dire di essere istintivi nei nostri comportamenti, direi piuttosto che siamo molto ponderati.
  • Lo sai che hai quasi ragione?
  • Lo so che ho ragione, e in pieno, non quasi. – Intanto butto giù un altro bicchiere di vino.
  • Ho ragione al cento per cento. Quando sei avvolta dalla passione ne sei piena in ogni gesto, in ogni momento della vita, tutti i pensieri sono rivolti a trovare il modo di soddisfarla. Come si fa dire che la passione non sia ragionata se non facciamo altro che
    dedicarle tutti i nostri pensieri? Quando ne siamo avvolte cerchiamo ogni mezzo, ogni soluzione, ogni strada che ci possa portare a soddisfarla, e per farlo utilizziamo ogni nostra risorsa, ogni nostro saper fare. Lavoriamo con la logica, con il pensiero, ci arrovelliamo. Insomma ci mettiamo tutte noi stesse. Più ragionata di così!

Giulia mi guarda in modo strano, sembra seguire il mio ragionamento ma non mostra segni di sentirsi coinvolta, è come se guardasse un pesce nella palla.

  • Se è vero che la passione è ragionata come te lo spieghi il maniaco omicida che ha la passione per i suoi delitti?

Puntualizza mentre io riempio ancora il bicchiere.

  • In quel caso non puoi prendere di riferimento la passione, voglio dire che c’è qualcosa di malato nel suo cervello, qualcosa che ha altre origini e con le quali la passione non c’entra affatto. O meglio, se vogliamo essere oneste dobbiamo ammettere che anche il maniaco utilizza il raziocinio per raggiungere i suoi scopi passionali. Il problema di quelle persone malate è la bacatura nella psiche, mentre per quel che riguarda la passione ogni gesto è la dimostrazione di un meticoloso raziocinio.

Sono soddisfatta di come sto gestendo la nostra discussione e non credevo di avere tante risorse da mettere sul tavolo per avvalorare le mie tesi.

Poi all’improvviso il gioco di Giulia si concretizza e arriva la domanda che scopre le emozioni nascoste dietro ai miei ragionamenti.

  • E tu, che passione hai ?

Mi chiede con un tono che a me pare un po’ sfottente.

  • Io? Nessuna, adesso nessuna. Cioè, le avevo, ne avevo tante di passioni, gli ideali, l’amore.

Ingoio un altro bicchiere, il dolore sotto le costole ha raggiunto un acuto che potrà solo scemare. Devo aver bevuto abbastanza per annientarlo.

  • E adesso?

Insiste Giulia che ha capito tutto!

  • Adesso niente. Adesso tutto è esploso, dentro di me è come se fosse scoppiata una bomba e ora ci sono solo piccoli frammenti di quello che una volta era tutto intero.

Un altro bicchiere se ne va nella mia gola, ma cominciano a essere troppi. Accendo un a sigaretta, ormai la cena l’abbiamo finita da un pezzo e di fronte abbiamo solo i nostri bicchieri, e la bottiglia di vino. Che stranamente è sempre piena.

Giulia mi guarda con aria insolita, io comincio a vedere meno bene del solito.

  • Insomma adesso sei vuota?

Sottolinea di nuovo in tono di sfida. Comincio a perdere il controllo, un po’ per il vino che comincia a fare il suo effetto, un po’ per quello che sta venendo a galla nei miei dolori.

  • Non sono vuota, non esagerare! È solo che adesso non ho una passione particolare!
  • Non gridare.
  • Non sto gridando!
  • Stai gridando eccome. Cosa ti prende?
  • Non mi prende niente! Sei tu che non capisci, sei tu che non vuoi capire, allora grido per farti capire. E se voglio grido ancora di più! Mi parli come se volessi sfidarmi a non so cosa.
  • Andiamo via.
  • Perché vuoi andar via? Si sta tanto bene qui, fa caldo, c’è da bere.

Mi alzo come sta facendo lei, ma barcollo e devo tenere le gambe distanti per non rovesciarmi.

Fuori ci accoglie il freddo della notte fonda, respiro l’aria fresca a pieni polmoni per cercare di camminare bene e vedere meglio.

  • Si può sapere cosa ti è preso là dentro?
  • Cosa vuoi dire? Non mi ha preso niente!
  • Ti sei messa a gridare come se io ce l’a vessi con te!
  • Scusa, se l’ho fatto, scusami; è che certi discorsi quando li hai cacciati indietro per non soffrire e poi li riscopri, sono ancora più taglienti di come li hai lasciati.
  • Chi ti ha fatto soffrire così tanto, un uomo?

La domanda è lieve, non so come Giulia sia riuscita farlo, ma l’ha fatto con un tono leggero. Io, però, sono piena fino all’orlo e quella domanda mi stimola il vomito. Che sia causato dalla nausea di certi ricordi?

  • Sara cosa fai, stai male?

Ho girato la testa verso il fossato che fiancheggia la stradina sulla quale stiamo passeggiando, ormai non riesco più a trattenermi e do di stomaco.

Giulia mi regge la testa, io frammisto parole di scuse in mezzo a conati di vomito, mentre lei continua a dire di smetterla e di calmarmi.

Finalmente riesco a liberarmi completamente e ci sediamo ai bordi della stradina, lontano da dove ho lasciato i miei eccessi di vino.

Dovrei riprendere il controllo di me stessa, ma purtroppo non è solo il vino a darmi fastidio. Questi discorsi sulle passioni, sui sentimenti, su quello che avevo e che non ho più mi fanno star male.

Sono sconsolata, chiudo gli occhi appoggiandomi alla spalla di Giulia. Voglio scacciare quello che è venuto a galla e che non voglio mi ferisca mai più.

Giulia mi accarezza il viso, sposta i miei capelli e cerca di consolare questo mio abbattimento.

  • Mi sembri così giù di morale!
  • Lo sono giù di morale, lo sono eccome. Dentro sono a pezzi e fuori lo stesso, per via di questa bevuta. Mi resta ben poco di cui essere fiera. Io non lo so se è il mondo ad avercela con me o se sono io ad avercela con il mondo, so solo che mi sento a pezzi.

Lo stomaco ha cominciato a stare meglio, qualche nebbia dell’alcool se n’è andata, ma adesso comincia a salire la rabbia per non avere qualcuno o qualcosa con cui prendermela.

Mi alzo in piedi e comincio a gridare tirando sassi a destra e a sinistra, e impreco contro tutto.

  • Mondo bastardo, possibile che non si possa essere sé stesse senza dover per forza rinunciare a qualcosa?

Giulia si alza venendomi incontro.

  • Calmati dai, non dare in escandescenze. Andiamo a casa da me, chissà che un caffè ti faccia ritrovare un po’ di equilibrio.

Per strada, in macchina, mi sento male ancora una volta e quando arriviamo a casa crollo sul divano senza possibilità di ripresa. Dormo fino al mattino dopo.

Che serata strana! Non mi ricordo molto di quello ho detto e fatto, sento solo che dove avevo dolore sotto le costole ora avverto un rilassamento benefico.

CAPITOLO 17 – IL BRIGANTAGGIO

Tra la fine di ottobre e i primi di novembre era il periodo in cui si chiudeva l’annata dei lavori nei campi. Tutti facevano i conti di quanto del frutto del loro lavoro avrebbero potuto vendere e di quanto invece avrebbero dovuto trattenere per garantire alla famiglia il sostentamento durante
l’inverno.

I mercati si erano impoveriti e chi aveva qualcosa di scorta se lo teneva per sé e non andava a venderlo correndo il rischio di rimetterci i soldi. La parte che si tenevano i padroni era sempre più cospicua e la nostra parte si assottigliava ogni giorno, fino a farci vedere il fondo del sacco.

Un giorno accadde una cosa che mi fece tornare sui miei propositi riguardo all’adesione brigantaggio.

Il nostro padrone venne a prendere la sua parte pretese fino all’ultima goccia di quello che gli spettava. Cercai di spiegargli che per noi era impossibile dargli quello che pretendeva e che dovevamo ripartire con lui il peso dell’aumento delle tasse.

Lui non sentì ragioni e io, livido di rabbia gli dissi che ben presto ci sarebbe stata la riforma e
che prepotenze come le sue sarebbero sparite per sempre.

Avevo saputo che al governo era iniziata un’accesa discussione per affrontare il tema della riforma agraria e che presto sarebbero stati presi provvedimenti.

Il padrone, dopo aver ascoltato le mie affermazioni urlate con ira, scoppiò in una fragorosa risata. Tra uno sberleffo e l’altro mi fece capire che la riforma non ci sarebbe mai stata e che certe idee era meglio se me le toglievo dalla testa.

  • Sono tutte chiacchiere, faranno un’inchiesta sulle condizioni della classe agricola e come al solito non ne verrà fuori niente. Tu leggi troppe bugie su quei fogli all’osteria!

Il modo con cui rise di me e l’arroganza con cui si fece consegnare fino all’ultimo granello di quello che gli spettava chiuse l’argomento e mise una pietra sopra qualsiasi possibilità di riscatto.

Capii che non c’era spazio per le speranze e che l’attesa di vedere mantenute certe promesse sarebbe stata vana.

Avevo addosso una rabbia furente e non sapevo come sfogarla. Se avessi dato retta all’istinto probabilmente gli sarei saltato al collo stringendoglielo fino a fargli ringoiare tutte le prese in giro che uscivano dalla sua boccaccia sporca e smargiassata.

Resistetti a quell’impulso e lasciai il mio sentimento libero di maturare una vera e propria repulsione verso quell’uomo. Capii che era meglio evitare ogni scontro, così abbandonai ogni proposito di reazione e lasciai che se ne andasse da casa nostra con le saccocce piene.

Quella sera andai da Giuliana e il nervosismo che mi era rimasto dentro si stemperò un po’. Era l’effetto dell’ottima cena di sua madre con l’aggiunta di qualche bicchiere di vino rosso.

Quando riuscii a stare da solo con lei le confidai la mia rabbia raccontandole quello che era successo con il padrone e di come lui si era comportato.

Rivivere quei momenti fece sì che tutto il rancore cacciato dentro non riuscisse più a trattenersi. Accompagnato da una marea di improperi verso tutto e contro tutti, vomitai a parole uno sfogo violento, mentre con le mani lanciavo sassi nel vuoto della notte.

Giuliana si rese conto di quanto dolore mi provocassero quelle sopraffazioni e di come l’impossibilità di ribellarsi mi facesse sentire disarmato contro quelle ingiustizie.

Sdraiato sulle sue gambe incrociate tenevo la testa affondata nella stoffa del suo vestito. Lei iniziò ad accarezzarmi il viso con i polpastrelli delle dita. Ascoltai la sua voce dolce e rassicurante che raccontava di luoghi migliori e di speranze che si dovevano coltivare.

Le sue parole mi aiutarono a guarire il sangue amaro che mi scorreva nelle vene. Mentre seguivo la sua voce speravo che mi accompagnasse verso le risposte che cercavo.

Il desiderio di riscatto doveva trovare una risposta immediata perché la rabbia si stava trasformando in esigenza di vendetta, un sentimento che probabilmente avrebbe portato a guai seri!

  • Non siamo i soli a soffrire per questa situazione. Dove abitavo prima una famiglia è rimasta con un solo figlio e un nipote a lavorare nei campi. Per tirare avanti gli altri familiari sono diventati tutti braccianti. Però loro adesso hanno scoperto la possibilità di combattere insieme per migliorare le loro condizioni di vita. Si stanno buttando a capofitto nella lotta per l’uguaglianza e per la libertà. Purtroppo il loro movimento non arriverà mai dai contadini. A noi ci tocca restare fuori dalle loro proteste e non possiamo sperare di avere qualche miglioramento. Quello che succede nei paesi e nelle città vicine sta spaventando i governanti perché conoscono il pericolo degli scioperi e delle mobilitazioni. Allora cercano di limitare al massimo lo scambio di idee tra noi contadini perché non dobbiamo conoscere i progressi dei braccianti. Secondo loro noi non dobbiamo assolutamente avere parte a nessuno dei miglioramenti che loro riescono a ottenere. Ma piano piano i tempi diventeranno maturi per una lotta anche nostra. Dove abitavo prima oltre a diventare braccianti diversi giovani sono passati alla ribellione con i briganti e adesso riescono a farsi rispettare anche nelle loro campagne. Vedrai che anche noi avremo la possibilità di migliorare la nostra condizione.

Le sue parole fecero breccia nel mio cuore e riuscirono a farmi abbandonare ogni proposito di vendetta personale.

Non volevo che tutto rimanesse immutato perché era venuto il momento di rompere gli indugi e bisognava trovare il modo di far pagare l’arroganza a certi padroni!.

La speranza in un cambiamento della realtà era tutta nel trovare il motivo giusto che mi facesse riprendere in mano la risoluzione della lotta con i briganti.

Se avevo rimandato la mia scelta fino ad allora era stato solo per via di Giuliana, ma adesso che anche lei aveva parlato con quei toni decisi riguardo alla lotta dei briganti, significava che era venuto il momento di realizzarla.

Confidai immediatamente le mie intenzioni a Giuliana, ma riuscii solo a farle capire per grandi linee quello che intendevo fare.

Inizialmente restò interdetta, forse non se lo aspettava da me, poi comprese quanto fosse importante che anche lei fosse d’accordo. Ci tenevo che lei aderisse e condividesse quella mia scelta. Una risposta decisa non seppe darmela, ma io mi accontentai di averle fatto capire l’importanza della sua opinione.

Qualche giorno dopo trovai il modo di comunicare con Antonio, che non si mostrò affatto stupito della mia decisione. Anzi mi disse che era certo che prima o poi l’avrei fatto.

Gli confidai che avevo chiesto il parere di Giuliana e lui si meravigliò molto del fatto che le avessi raccontato tutto. Secondo lui non c’era da fidarsi delle donne, ma io non gli detti ascolto. Ero certo di non avere alcun problema a riguardo.

Antonio mi disse che alcuni briganti facevano fare la loro stessa vita alle loro donne, ma secondo lui era sbagliato perché quell’ambiente selvaggio non si addiceva alle signore.

Tralasciai l’ultima parte dei suoi commenti senza dargli alcun peso. Per me era sufficiente sapere che c’erano altre donne a far parte del gruppo e che se avesse voluto seguirmi, Giuliana non sarebbe stata da sola.

Quella sera quando andai da lei le raccontai quello che avevo saputo da Antonio e le confermai che non c’era nessuno ostacolo se fosse venuta con me.

Non avevamo approfondito quell’aspetto della nostra scelta, ma io l’avevo sempre ritenuta una cosa scontata.

Messa di fronte alla reale possibilità di venire con me i suoi occhi per un attimo tradirono un lampo di luminosa combattività che non le avevo mai visto prima.

Nonostante la dolcezza del suo viso e la gentilezza che tutta la sua persona emanava, aveva un carattere molto deciso e sicuro.

Questo mi aveva attratto in lei. Il suo spirito indomito, la sua naturale propensione a non chinare passivamente la testa e il suo essere pronta a combattere per quello che riteneva giusto.

Quel giorno di fronte alla possibilità di entrare entrambi nella clandestinità del brigantaggio trascorremmo qualche istante in silenzio. Lei rifletteva su ciò che le avevo detto e io stavo realizzando quanto fosse importante quella donna per me.

Se mi avesse detto di no? E se avesse preteso che non partissi? Cosa avrei fatto?

La paura che le mie ipotesi trovassero conferma fecero sì che per quella sera lasciassi il discorso in sospeso e accantonai l’idea di metterle fretta per avere una risposta.

Finché si rese necessario prendere una decisione. E in una serata in cui ci trovammo qualche minuto per stare da soli decisi che era il momento di avere la sua risposta definitiva.

Lo capii dalla mancanza del lampo battagliero nei suoi occhi, lo capii dal tono dimesso con cui iniziò a parlare e dalla posa delle sue mani in atto di rassegnazione.

Non le diedi neppure il tempo di finire la prima frase. Comincia a scrollare con forza entrambe le sue braccia, mentre dalla bocca mi uscì un urlo.

  • Perché?

Giuliana si alzò d i scatto, impaurita dalla mia reazione violenta. Poi rispose con decisione rimproverandomi come si faceva con un ragazzino.

Disse che era inutile andare via tutti e due e che la scelta di restare al casolare non era un rifiuto, ma un modo di diverso di partecipare alla lotta.

Lei avrebbe svolto il ruolo di contatto con il paese e avrebbe potuto passarci informazioni importanti per il gruppo.

  • Sai benissimo che i nostri movimenti sono limitati, possiamo frequentare i mercati e le fiere solo se il padrone o il fattore ci dà un giusto motivo per farlo. Dobbiamo rispettare rispettare queste regole se vogliamo vivere con serenità. Altrimenti niente matrimoni e niente figli. Non possiamo neppure a vestirci come ci pare e portiamo addosso sempre gli stessi stracci della campagna! Te lo immagini cosa succederebbe se dovessimo scomparire contemporaneamente dalle nostre famiglie? Senza dare spiegazioni valide ci scatenerebbero contro le gendarmerie di tutto il circondario! Non possiamo permetterci di mettere a rischio le nostre famiglie!

La guardai mentre gesticolava per spiegare i motivi che l’avevano condotta a quella scelta. Restai incantato dal modo in cui apriva e richiudeva le mani, con le dita che puntualizzavano nell’aria gli argomenti del suo infervorato discorso.

Aveva un corpo asciutto e tornito, almeno così riuscivo a immaginarlo sotto gli abiti pesanti. Si muoveva avanti e indietro marcando i passi come a fermare le parole, ripetendole più di una volta per ficcarmele bene in testa.

Le azioni dei briganti dovevano essere coordinate tra loro. L’importanza di una buona informazione tra i gruppi e i contadini era di fondamentale importanza per la riuscita degli obbiettivi e per rendere sicura la copertura dell’identità di coloro che vi partecipavano.

Ricordai di aver discusso di quei particolari all’osteria e con gli amici di Antonio. Era evidente, infatti, quanto fosse importante il coordinamento e gli aiuti di chi viveva a contatto con la realtà contadina.

Giuliana aveva ragione e io compresi di avere esagerato ad attaccarla in quel modo, prendendo ogni cosa di petto senza riflettere abbastanza prima di trarre le conclusioni.

Non esisteva solo la lotta fatta con le armi. Era molto importante anche il lavoro d’informazione, di organizzazione e di gestione dei covi.

Dovetti ammettere che la decisione di Giuliana era la più saggia che potesse prendere e mi scusai per il mio comportamento esagerato.

L’imprudenza nel non lasciarle neppure il tempo di spiegare le sue scelte era stato un errore. Certamente ero dispiaciuto di non poterla avere sempre al mio fianco, ma con lei a casa avremmo potuto mantenere anche dei rapporti meno tesi con le rispettive famiglie.

La strinsi tra le braccia incurante degli occhi che ci sorvegliavano. La rincuorai, sostanzialmente anche per rassicurare anche me stesso. La mia speranza era che la situazione si risolvesse in positivo nel più breve tempo possibile e noi due potessimo finalmente coronare il nostro sogno d’amore.

Qualche giorno dopo comunicai la mia scelta ad Antonio che si mostrò molto sollevato per la decisione presa da Giuliana. Il suo atteggiamento nei miei confronti era ancora di netta superiorità, sia per essere più grande d’età sia per aver fatto la scelta del brigantaggio prima di me.

Tuttavia quel suo nascondermi le cose e l’espressione di sufficienza che dimostrava ogni volta
che stavamo assieme m’infastidiva.

Cosa ne sapeva lui dell’amore e dello stare con una ragazza? Non l’avevo mai visto in compagnia di una gonnella e non parlava mai di amicizie particolari. Come poteva pretendere di sapere come ci si sente quando si è innamorati e giudicare i miei comportamenti?

Partii una mattina di dicembre di quel freddo inverno milleottocento settantatré e me ne andai senza lasciare alcuna notizia a casa mia.

I rapporti con i familiari non erano mai stati di grande confidenza. con i miei fratelli non mi ero mai confrontato sul terreno dello scambio d’idee.

Non ritenni necessario né opportuno metterli al corrente delle mie scelte. Non seppi mai come reagì mio padre di fronte a quella fuga improvvisa, ma non me ne fregava granché.

La mia vita adesso sarebbe stata al fianco della lotta con i briganti. E in un futuro che speravo il più prossimo possibile, mi sarei impegnato per realizzare una nuova famiglia con Giuliana.

Tutto il resto era passato, era niente, era qualcosa da cancellare per realizzarmi appieno nel futuro in cui mi stavo immergendo.

Questo passo, che a dirlo sembrerebbe faticoso e sofferto, in realtà non mi aveva pesato molto. Nel cuore avevo la speranza di un futuro migliore e la netta sensazione che lungo quella strada mi sarei avvicinato ancora di più a Giuliana.

Quando arrivai al covo era notte fonda. Incontrai la prima sentinella di guardia a circa un chilometro dalla cascina rifugio.

Mi bloccò chiedendomi di farmi riconoscere. Antonio aveva avvisato il gruppo che sarei arrivato, altrimenti al posto di quella domanda avrei trovato una pallottola che si sarebbe conficcata dritto nella mia fronte.

Seguii le istruzioni che mi avevano dato per farmi riconoscere e la sentinella mi indicò il sentiero da percorrere.

Prima di giungere al casolare semi diroccato del covo fui fermato altre due volte da altrettante sentinelle di guardia.

L’aria di circospezione che aleggiava attorno al gruppo dei briganti rendeva eccitante la situazione. In quel miscuglio di sensazioni ed emozioni io non distinguevo tra gli effetti che mi dava l’adrenalina che si scatenava nel mio sangue e lo stato d’ansia causato dal vedere concretizzata la mia voglia ribellione.

Arrivai al covo baldanzoso, simulando una certa tranquillità. Se non altro per dare un ordine al trambusto interiore che presagiva pensieri e riflessioni pericolose.

Appena giunsi al varco di accesso al casolare un’altra sentinella mi vietò l’ingresso. Disse che avrei dovuto attendere il sorgere del sole. Ero scocciato da tutte quelle precauzioni, mi sembravano esagerate.

Sedetti su un di un masso nella radura davanti al covo. Mi guardai attorno e realizzando dove fossi e perché mi trovassi lì, riconobbi che tutte quelle premure erano giustificate.

Misi un freno alla mia impazienza. Ero stanco per non aver chiuso occhio tutta la notte e quelle eccessive cautele cominciavano a darmi su ai nervi, ma sapevo che avrei dovuto resistere solo poche ore.

Appena fu l’alba venni accompagnato all’interno dove i briganti dormivano stesi per terra con poche coperte buttate sulla paglia che ricopriva il pavimento.

Un odore forte e pungente saliva da quei corpi addossati uno all’altro per tenersi più caldi. Era quello di chi non si lavava da parecchio tempo e che dormiva con gli stessi vestiti che indossava durante il giorno.

Sentirlo così intenso in quell’ambiente ristretto e occupato da tanta gente, non mi dava fastidio. Anch’io amavo molto vivere e dormire con gli stessi vestiti addosso. Ebbi solo un istintivo moto di gelosia per l’imminenza di dover condividere qualcosa che ritenevo appartenesse solo a me.

Gettai uno sguardo attorno a me e tra le tante facce sconosciute riconobbi quella di Antonio. Non fece alcun passo per venirmi incontro e restò in disparte fingendo di non conoscermi.

Ero deluso da quell’atteggiamento, poi compresi che dovevo ancora essere ammesso nel gruppo e solo dopo il riconoscimento ufficiale avrei ricevuto il benvenuto dagli altri.

Poco dopo si presentò un uomo dall’apparente età di quarant’anni che era il capo del gruppo; mi spiegò che avrei dovuto fare il giuramento di fedeltà e poi sarei diventato uno di loro.

Questo proprio non me lo aspettavo, non gli bastava che uno scegliesse di seguire quella vita selvaggia e pericolosa per essere considerato uno di loro? Non gli bastavano i fatti concreti, volevano anche un giuramento di fedeltà al re?

Avevo riflettuto poco sull’appoggio alla monarchia che davano quei briganti. Ritenni sciocca quella procedura di giuramento e li avrei assecondati solo perché non mi costava nulla.

Conoscevo già le regole che c’erano nel brigantaggio e non le avrei mai infrante, non li avrei
mai traditi né avrei creato dei problemi.

Sicuramente da quel momento in poi sarei stato controllato. Ero cosciente che mi avrebbero tenuto d’occhio per un certo periodo, per verificare che non fossi una spia.

Perciò avrei dovuto stare molto attento, non tanto perché avessi qualcosa da nascondere, quanto perché il benché minimo sospetto d’infiltrazione avrebbe gettato la colpa su di me, che ero l’ultimo arrivato.

Nel caso in cui qualsiasi cosa, più o meno spiegabile, fosse successa al gruppo o avesse causato un problema, il primo indiziato sarei stato io. Perciò era bene che per un certo periodo non andassi in cerca di niente e di nessuno ed evitassi qualsiasi contatto.

Giuliana conosceva bene quelle procedure e sapeva che avrei dovuto superare un periodo di prova. Perciò si sarebbe assicurata lei che niente e nessuno mettesse in pericolo la mia credibilità con il gruppo.

CAPITOLO 18 – PASSIONE & SENTIMENTO

I giorni successivi allo sfogo e all’ubriacatura di quella cena trascorrono nella loro apparente normalità. Io, però, avverto che qualcosa è cambiato dentro di me. Forse la curiosità sull’attrazione sessuale dei primi tempi si sta trasformando, e l’amicizia tra me e Giulia inizia ad assumere i connotati di una vera passione.

È il forte desiderio di cambiare completamente la mia vita che mi fa spingere così in fondo la voglia di vivere questa esperienza?

Non lo so e sinceramente non m’interessa saperlo. Sto troppo bene così come sto. Di tutto il resto, dei come e dei perché e dell’opinione degli altri, non me ne frega più un cazzo.

Il fatto che Giulia non dimostri attenzioni particolari nei miei confronti non mi demoralizza, né mi preoccupa. Siamo troppo occupate a conoscerci meglio e diventiamo grandi Amiche. Sì, Amiche con la A maiuscola, di quel tipo che non si scorda mai per il resto della vita.

Passeggiamo assieme, andiamo insieme a fare compere, mangiamo a casa sua, trascorriamo le domeniche a far cazzate e le sere a ubriacarci. Ogni momento ha un sapore particolare, abbiamo un feeling speciale e ci intendiamo con uno sguardo. Tutto ciò contribuisce a creare un rapporto che va ben al di là di un bacio, e anche al di là del bisogno di sfogarsi.

Io, però, comincio a sentire un’esigenza diversa, più profonda, più fisica. Potrei non essere più in grado di resistere alla tentazione. E se la guardassi dritto negli occhi, quei suoi stupendi occhi azzurri, e senza dire una parola la baciassi? Ci riuscirei oppure scapperei come è successo la prima volta?

Tanti pensieri, tanti dubbi, come al solito vivo lasciandomi sopraffare dall’indecisione. Ma ora che mi sto liberando di tante pesantezze non voglio che sia ancora una volta l’immaginazione a vincere. Voglio che le emozioni si confrontino con la realtà.

  • Oggi ho comprato un nastro nuovo, una cassetta di novanta minuti di concerto per pianoforte. L’ascoltiamo insieme?
  • Cos’è musica classica? Guarda che non mi piace l’opera!
  • No, è jazz, un concerto dal vivo di Keith Jarrett. Vedrai che ti piacerà!
  • Fai pure, ma non ti aspettare che mi metta a sedere in meditazione!

Non mi aspetto niente da Giulia, e tantomeno ho voglia di fare meditazione. Ho deciso di creare un momento adatto per avvicinarmi a lei e so solo quello che voglio fare io.

Giulia resta in cucina, sta armeggiando per preparare qualcosa da mangiare. Mi alzo dal divano e la sorprendo da dietro le spalle, le metto le mani sui fianchi e comincio a baciare il collo. Finalmente poso sulla sua pelle quei piccoli brividi di labbra che ho sempre sognato di darle.

Giulia resta ferma e continua a muovere la mano con il mestolo rigirando quello che c’è in padella. La musica è ad alto volume, le note del pianoforte salgono quasi a toccare le vibrazioni dei miei sensi. E io li poso attraverso le mie labbra su tutta la sua pelle.

Non c’è più niente che possa trattenerci e Giulia si gira verso di me, abbandonando finalmente quegli assurdi fornelli. Le nostre labbra s’incontrano e piano, piano, con il respiro che diventa sempre più frequente, le mani si cercano nei corpi, frugando sulla nostra pelle per trovare gli angoli che possano darci altre emozioni.

Stesa sul letto, nuda sotto di me, il suo volto rosso non ha più la stessa forma di sempre, ma questo non m’interessa.

Ascolto il suo respiro, guardo la sua bocca, la bacio, la tocco, esploro il suo corpo in attesa che cresca ancora il desiderio delle mie mani.

I suoi occhi brillano, la mia mano arriva al suo sesso e dolcemente lo apre, da dentro a fuori, da fuori a dentro, senza penetrarlo. Lo sento inturgidirsi sotto il tocco lieve delle mie dita e ancora
aspetto il momento giusto in cui i fremiti diventeranno dolori.

Non una parola interrompe la magia di quei momenti e la musica continua a seguire la nostra eccitazione.

Poi il suo respiro diventa più forte, meno regolare, lo studio attenta per cogliere il momento giusto e quando infilo il dito nel suo sesso lei lo stringe nel singulto dell’orgasmo.

Poso un lieve bacio sul suo ventre e me ne vado nell’altra stanza.
Giulia viene dalla camera poco dopo, quando mi sono già accoccolata sul divano e ho abbassato il volume della musica; si avvicina a me e con un gesto buffo mi spettina i capelli.

Solitamente odio chi mi tocca la testa, ma ora accetto quel suo buffetto come un segno di complicità. Il suo fascino produce sempre un grande effetto su di me. I suoi modi, il suo viso, il suo sguardo, ogni minima attenzione nei miei confronti riesce ancora a procurarmi forti languori in mezzo alla pancia.

Qualche giorno dopo prendo la decisione di trasferirmi definitivamente da lei. Ne parliamo assieme, fra una risata e qualche coccola, per stabilire se è una scelta che sta bene a
entrambe. Poi trasferisco le mie cose a casa di Giulia.

Ai miei genitori racconto poco, anche loro fanno parte di un passato con il quale voglio rompere. Faccio un fagotto dei miei vestiti e metto in una borsa i pochi effetti personali.

Da questo momento in poi, e senza nessun rimpianto, saluto la mia vecchia vita con la certezza che quella nuova mi renderà sempre più consapevole di me stessa.

La mansarda di Giulia è abbastanza spaziosa e ci sono due camere da letto, ma una la usiamo come salotto, per fumare e ascoltare musica. Restiamo fuori casa tutto il giorno, ognuna dedita ai propri impegni. La casa la gestiamo un po’ per uno, sia per le spese che per il riordino.

È un ménage tranquillo il nostro, forse un po’ troppo pieno di noi due, ma quando il lavoro occupa tanta parte della settimana è difficile trovare tempo anche per altri svaghi.

Io non ho più amici coi quali uscire, lei ogni tanto passa qualche serata fuori con i suoi. Mi ha invitato, ma io non ho voglia di andarci, sono ancora in fase di ripristino di me stessa e non ho interesse a vedere altra gente.

Un pomeriggio andiamo a fare una passeggiata in bicicletta. La giornata è stupenda e metto volentieri a disposizione il mio mezzo a due ruote per andarci a spasso insieme.

Io sto sulla canna e tengo il manubrio per guidare Giulia siede sul sellino e pedala. Non fa molto caldo, ma il sole splende e ci fa godere questo giretto.

Giulia è dispettosa, anche se lo fa in modo scherzoso. Comunque certe volte a me fa incazzare. Sa che certe cose m’infastidiscono perché non mi piacciono le manifestazioni in pubblico, eppure continua a toccarmi e a strisciarsi.

  • Piantala! Smettila di toccare!
  • Che c’è? – Risponde continuando a toccare. – Ti dà fastidio?
  • Scema replico sai che non sopporto fare certe cose in mezzo alla strada! Smettila! E poi potrei andare a sbattere, guarda, sto già sbandando!

Giulia si avvicina ancora di più al mio corpo, avvolgendomi con le braccia e appoggia il petto alla mia schiena. Poi prende in mano il manubrio e guida lei la bicicletta.

Improvvisamente frena di colpo accostando la bici al marciapiede, appoggia il piede destro a terra e si ferma. Volto la testa per capire cosa vuole fare e lei mi prende il mento in mano avvicinando la sua bocca alla mia.

Mi bacia lì, così come siamo, in mezzo alla strada e con il traffico che scorre davanti.
Sto per incazzarmi.

  • Giulia perché fai così? Lo sai che non mi piacciono le effusioni in pubblico! – La rimprovero dopo essermi staccata da lei.
  • Quanto sei conformista Sara, certe volte mi stupisci!

Così dicendo riparte pedalando forte e tenendo le mani ben salde sul manubrio per dare ancora più forza alla pedalata.

  • Guarda che il conformismo non c’entra nulla, non mi piace che gli altri vedano qualcosa che dev’essere solo mio, tutto qui. Tu però va piano con la bici, altrimenti cadiamo.

Sono stretta tra le sue braccia, non ho possibilità di movimento, la sua pedalata diventa sempre più veloce. Mi sembra di essere senza via di scampo.

  • Vai piano! Cosa vuoi fare? … Rallenta … Ho paura …Giulia vai piano, vai piano!

Niente, non mi ascolta, continua a pedalare forte e se ne frega del fatto che me la stia facendo sotto. Poi, quando arriviamo al lungomare frena di colpo e scende dalla bici. Io sono costretta a fare altrettanto.

  • Quanto sei scema, Sara, che paura hai che cadiamo, ci sono anch’io sulla bici, credi mi voglia ammazzare o che non sia capace di andare forte?

Incatena la ruota posteriore a un paletto, poi mi prende per mano e mi porta verso la spiaggia; è decisa a fare qualcosa, ma io non so cosa e la seguo incuriosita.

  • Non vorrai mica andare a correre? Non ne ho proprio voglia! – Le dico cercando di frenare il suo andamento frettoloso.
  • Non hai voglia di correre? – Dice spingendomi davanti a lei. – Allora cosa hai voglia di fare?

Mi guarda con quei suoi occhi lucenti e il solito sorriso increspato sulle labbra. La situazione non promette niente di buono.

Giulia mi spinge verso il muro di una capanna della spiaggia, inizia a baciarmi e a toccarmi sotto ai vestiti.

  • Cosa vuoi fare? Lo fai per dispetto, eh? Perché sai che mi scoccia.

Lei non dice niente, non mi risponde. Continua a fare quello che fa e ogni tanto mi guarda in faccia, con quei suoi occhi azzurri brillanti, beffardi ed eccitati.

A un certo non posso più resistere, non riesco più a mantenere un freddo distacco e inizio anch’io a toccarla.
Cerchiamo un angolo più appartato, giriamo su noi stesse senza staccarci e ci fermiamo sulla rientranza di una porta.

La mia mano apre i suoi pantaloni, scende fino a toccarle i riccioli sopra il sesso, gonfio e umido. Lei non riesce a trattenere il sussulto quando la mia mano lo apre.

  • È questo che volevi? – Le sussurro all’orecchio. Poi la bacio rubando alla lingua il fremito che sale dall’orgasmo. E godo, godo con la sua mano aperta sul mio sesso caldo.

Dopo esserci ricomposte io appoggio la testa al muro dietro di me, siamo sedute per terra lungo il lato esposto al sole e fumiamo rilassandoci al tepore marino.

  • Sara?
  • Eh?
  • Com’è che non vedi più nessuno dei tuoi amici?
  • Non mi va
  • Li hai mollati tutti perché stai con me?
  • No, credi che mi lascio condizionare fino a questo punto? No, non vedo più nessuno perché ho chiuso con tutti, me l’hanno fatta troppo grossa!
  • Non sarai un tantino esagerata con questo comportamento? Dopotutto avevi condiviso tanti momenti e tante occasioni con loro, no?
  • È vero, ho fatto tante cose con i miei amici e le mie compagne, e forse è proprio per questo che mi ha ferito ancor più profondamente il loro atteggiamento. Certo che sono esagerata, ma adesso mi va così e non sono disposta a tornare sui miei passi.

Provo una soddisfazione enorme nel sentirmi libera di mandare tutti a fanculo. Ma Giulia vuole capirci di più su quello che è successo, perciò insiste.

  • Cosa ti avranno mai fatto di così grave?

Per fortuna fa quella domanda senza usare il suo tono ironico, come spesso capita nelle nostre discussioni. Deve aver capito che è un tasto dolente per me e usa cautela, almeno nei modi.

  • Tu non puoi capire, non puoi sapere cosa ti senti dentro quando gli amici ti attaccano sulle tue idee. Ti ricordi quella volta che ci siamo incontrate al bar e mi sono sfogata dopo la riunione? Bè, forse non mi sono fatta capire bene perché quando m’incazzo i discorsi mi escono dalla bocca incasinati. Tutto è cominciato con quella riunione, io credevo di poter ottenere dei risultati concreti invece i compagni non mi hanno sostenuto e alla fine ho fatto una figura di merda! Capisci che quando ti senti messa in disparte senza possibilità di replica ti rendi conto di essere stata strumentalizzata e questa è la cosa che ti ferisce maggiormente. Non se mi sono spiegata bene, non
    so se riesci a comprendere.
  • Ma scusa, tu dovevi lottare, cercare di far capire le tue ragioni.
  • Già, e credi che non l’abbia fatto? Che non abbia tentato? Non c’è stato niente da fare, attorno a me avevano fatto terra bruciata. Ma sì, che vadano a fanculo anche loro. E poi forse sono io che sbaglio tutto.

Lo dico cercando di dare un taglio all’argomento in modo che si possa chiudere senza continuare a girare il dito nella piaga.

Invece Giulia parte con una disquisizione sulle esperienze, discorso che io non comprendo fino in fondo. Ciò che comprendo bene è quanta consapevolezza abbia maturato arrivando a quelle conclusioni e sperimentando le situazioni sulla sua pelle.

  • Io ti capisco, non credere che non riesco a comprendere, tutt’altro. Chiudersi a riccio è normale, è naturale, è giustificatissimo. Isolarsi dentro a sé stesse dopo aver ricevuto un colpo che fa soffrire è una reazione automatica. L’importante è che tu, nel reagire al loro comportamento subdolo con la chiusura in te stessa, non alimenti un inconscio senso di colpa. Perché non avrebbe nessunissima ragione di esistere. perché non è vero che quello che è successo è dovuto a una tua responsabilità e non è detto che si debba sempre pagare un prezzo per vedere realizzate le proprie idee. Ma tu ti sei chiusa, hai cercato di ricostruire te stessa dal di dentro, per ritrovare nella tua forza interiore i motivi di quello che hai perduto.

– E io ti auguro che questo possa avvenire al più presto, non solo per la fiducia nella tua forza interiore che devi avere, ma anche perché le cose cambino e si trasformino attorno a te.

  • Quando tornerai a guardarti attorno, dopo aver riacquistato la tua serenità, e godrai felice per vedere di nuovo il mondo per come lo conoscevi, quando questo succederà e tu avrai ancora l’apertura di prima nei confronti del mondo, ti capiterà di vedere la tua stessa sofferenza, il tuo stesso dolore, il tuo stesso sconforto, il tuo stesso senso di disorientamento riflessi negli occhi di un’altra donna. Solo allora capirai che la tua non è stata un’esperienza personale, che l’ingiustizia che hai subito non è stata un fatto che riguardava solo te. Allora ti verrà fuori la voglia di gridare, allora sentirai che bisogna urlare forte, che bisogna lottare e trasformare la propria battaglia in quella di tutte. Almeno se vogliamo cambiare qualcosa e sperare in un mondo diverso.
  • Mamma mia che discorsone! – Esclamo dopo quella lezione di vita.

– Io non voglio cambiare il mondo e non mi interessa neanche sapere chi ha ragione e chi ha torto. A me hanno fatto male e basta, adesso voglio ricucire la mia ferita e badare solo a me stessa. Il resto vada pure a farsi fottere!

CAPITOLO 19 – GLI ZII E LA CAMPAGNA

Una domenica, quando entrambe sono libere dai turni del lavoro, Sara insiste per andare a prendere un po’ di verdura fresca dai suoi zii in campagna. vuole a tutti i costi che Giulia l’accompagni, anche se lei manifesta chiaramente il desiderio di volersene stare a casa da sola.

Purtroppo quando Sara certe cose se le mette in testa, non c’è verso di farle cambiare idea e Giulia è costretta a cedere.

Riesce comunque a spuntare di andarci con la sua macchina, almeno non perderanno tempo con la lentezza della cinquecento di Sara. Se guidare Giulia, poi, sceglierà la strada più breve per sbrigarsela prima.

  • Se vuoi fare queste cose, al mattino ti devi sbrigare, non puoi alzarti dopo le dieci e metterci tre quarti d’ora a prepararti! Guarda che ore sono! Non si può arrivare a casa della gente a mezzogiorno passato!

La rimprovera Giulia dopo che sono salite in auto. S’attacca a qualsiasi scusa nella residua speranza di far saltare tutta la giornata. Ma Sara non ci casca.

  • Che problemi ti fai? Le ho telefonato ieri pomeriggio e la zia mi farà trovare un po’ di cavoli e bietole già pronti. Non brontolare sempre! Restiamo dieci minuti e poi ce ne andiamo.

Sarà come dice Sara ma Giulia non crede che se la caveranno in così poco tempo.

Però non può controbattere e si concentra per accelerare con l’auto per fare presto. Quando arrivano in campagna Giulia parcheggia la sua Dyane 6 sul lato dell’aia di campagna vicino al fienile, dove Sara le ha indicato di entrare.

  • Tu vai in casa che io ti aspetto qui fuori, voglio fumare.

In realtà Giulia sta tentando qualsiasi scusa pur di non incontrare la zia di Sara. Non le piacciono le famiglie e le parentele, sono pericolose! Sara le fa un cenno d’assenso, si è resa conto che l’amica non gradisce quella scampagnata. Ma Giulia non conosce gli zii e non può capire quello si perde.

Bussa alla porta della cucina chiamando la zia ad alta voce. Intanto Giulia s’è appoggiata al paraurti dell’auto e si accende una sigaretta.

Il suo sguardo si perde attorno alla campagna per capire dove si trova, poi ripensa alla strada fatta per arrivare fin lì e crede proprio di essere ai confini del mondo.

Comincia a piovere, Giulia si sposta di corsa per andare sotto la tettoia del fienile che si trova qualche decina di metri da lei.

Sara la raggiunge arrivando di corsa dalla porta della cucina. Grandi e pesanti gocce cadono sul suo giaccone provocando un rumore sordo e attutito.

  • Vieni dentro che ha cominciato a piovere! Muoviti! – La esorta prendendola per un braccio.

Ancora una volta Giulia è costretta a fare quello che dice, se non altro per non fare la figura della scontrosa.

In casa viene accolta dal caldo del fuoco e dal tepore degli odori del pranzo della domenica. Giulia sta per svenire dalla fame e quei profumi di roba buona sono una vera tentazione. Ma lei non ha nessuna intenzione di fermarsi.

  • Zia, lei è Giulia, l’amica che mi ha accompagnato.
  • Piacere io sono Eralda, la zia di Sara. Perché non vi fermate a pranzo invece di scappare via subito?

Giulia fulmina Sara con uno sguardo cattivo, lo sapeva che non se la sarebbero cavata con poco! Quando la mette in quelle situ azioni avrebbe una voglia matta di strozzarla.

  • Grazie, signora, ma non è il caso che si disturbi. – Si affretta a dire Giulia nella speranza di scappare via il più presto possibile. Ma la signora non molla!
  • Nessun disturbo anzi, datemi una mano così aggiungiamo due posti!

Ecco fatto!

Sistemano due sedie in più attorno al tavolo e quando la famiglia è al completo, inclusi un paio di amici dei figli e un vicino che si unisce abitualmente a loro, il pranzo inizia.

Giulia si appresta ad affrontare con sopportazione quel rituale festivo di cui aveva perso il ricordo.

  • Non è mai esistita un’azienda che non avesse il bestiame come le vacche, i cavalli o i maiali. Insomma è parte delle nostre caratteristiche aziendali che una fattoria diversifichi le produzioni. In campagna si devono alternare e integrare le diverse attività altrimenti si snatura il ciclo. Invece l’effetto delle politiche nazionali ci portano a dover rispettare dei parametri semi industriali per permettere all’agricoltore di essere competitivo sul mercato. Stiamo abbandonando le coltivazioni polivalenti per lasciare spazio a coltivazioni estensive monocolturali e avere le stesse redditività degli altri paesi. Ma la struttura geofisica del nostro territori o è diversa da quella di altri stati, che hanno migliaia e migliaia di ettari di pianure. Noi abbiamo una realtà fatta di piccole aziende che non devono perdere le loro caratteristiche altrimenti contribuiscono allo sfruttamento selvaggio dei terreni. È facile essere soddisfatti adesso per l’adeguamento della nostra produttività a quella degli altri. Ma la natura non perdona gli errori e andandole contro gonfiando i terreni con prodotti chimici ne pagheremo le conseguenze!

I discorsi si scaldano facilmente, soprattutto per lo zio che approfitta di avere davanti a sé un pubblico diverso dal solito. Parla con enfasi e fa i suoi discorsi mischiando economia e politica. Non immaginando che con Giulia trova pane per i suoi denti.

  • Lei ha perfettamente ragione, ma non crede che la riforma dei patti agrari possa portare a un miglioramento della situazione? – S’intromette Giulia prontamente.
  • In teoria dovrebbe essere così, ma non credo che la riforma vada in porto. Per come è stata partorita e per chi la sostiene non ci sono speranze di avere appoggi politici. Comunque anche se dovesse passare non sarà breve.

A rispondere è stato Andrea, il vicino che si è unito al pranzo. Sembrerebbe un disfattista. Anche in questo caso Giulia non si fa cogliere di sorpresa.

  • Forse dovreste cercare di far sentire più forte la vostra voce, dovreste prendere contatti con la gente che lavora nei sindacati, Sara ne conosce qualcuno.

Nel momento in cui pronuncia il suo nome Giulia sente il piede di Sara che le preme forte sull’alluce destro, provocandole un dolore intenso. Capisce immediatamente che non è il caso di toccare quel tasto.

  • Comunque un tentativo si può sempre fare.

Conclude frettolosamente divincolando il suo povero piede e mettendo in bocca una cucchiaiata di cappelletti, per evitare di cacciare un urlo.

La discussione si anima, tutti si accalorano nel ribadire l’avversione verso i politici e i governanti.

Giulia non capisce perché Sara se la sia presa per quel suo accenno agli amici sindacalisti.

Purtroppo le va molto peggio quando nella foga di un discorso le scappano dei commenti pesanti sulla disgregazione della lotta contadina. A suo parere, è determinata dalla mancanza di partecipazione. In quel caso le arriva un calcio dritto sulla tibia e, pur riuscendo a stento a
trattenere l’imprecazione, la smorfia di dolore che le maschera il viso di vede tutta.

  • Perché fai così? – Le chiede con un sussurro cercando di non farsi notare dagli altri.

Sara non risponde, come ha fatto prima quando le ha pestato il piede, cambia discorso cercando di distrarre gli altri.

Giulia decide che è meglio evitare di approfondire gli argomenti visto il comportamento di Sara. Però pensa, con perfida soddisfazione, che se quei discorsi l’hanno infastidita ben le sta. Così impara a metterla nelle situazioni imbarazzanti.

Una volta rientrate a casa, invece, bisogna far tornare i conti in parità. Se non altro per compensare le botte ricevute.

  • Non è che mi danno fastidio certi discorsi – le sta dicendo Sara mentre Giulia guida sulla via del ritorno – è che non mi piacciono i pareri basati sui facili consigli. Conosco abbastanza bene le problematiche di questo settore e, nonostante non abbia mai vissuto in prima persona le fatiche dell’agricoltura, mi rendo conto di quanto siano importanti le questioni del suo sviluppo. Capisco i sacrifici che comporta il far crescere anche una sola spiga di grano. Perciò mi viene una gran rabbia quando, dalla sconsolatezza di mio zio, viene fuori quanto terribile sia la condizione di abbandono dell’agricoltura.

A casa, nella stanza del fumo e della musica, dopo aver capito quanto sia importante per Sara condividere i problemi legati alle fatiche dei suoi zii, i propositi di dargliene indietro quattro di quei calci che si è presa sotto al tavolo si sciolgono nella mente di Giulia.

Meglio lasciare il posto a più tenere effusioni anche se qualche buffetto, a piedi nudi e prima di trascinarla nel più comodo letto, servono se non altro a ristabilire la parità.

CAPITOLO 20 – VITA CLANDESTINA

Durante i primi periodi di vita clandestina, dopo il giuramento di fedeltà al re, la quotidianità lasciava molto spazio alle riflessioni. Ancora non partecipavo alle azioni vere e proprie di conseguenza per la maggior parte del tempo ero a disposizione per svolgere le mansioni di gestione del covo.

Nei momenti vuoti della routine giornaliera mi soffermavo a osservare i comportamenti degli altri uomini, studiavo l’atteggiamento dei capi e intanto imparavo a maneggiare le armi.

Come al solito nella testa mi frullavano un sacco di domande su quella vita clandestina e su come veniva gestita.

Notai con disappunto che le compagne dei briganti non frequentavano il covo e un giorno chiesi ad Antonio delle spiegazioni sulla balla che mi aveva raccontato riguardo alle donne. Se avessi portato Giuliana con me avrei fatto una figuraccia!
Dopotutto non l’avevo mai visto con una donna a fianco, né aveva mai parlato di una compagna o di una fidanzata. Sicuramente non aveva un’idea dell’amore e a volte il dubbio che fosse sincero e onesto con me diventava quasi un assillo.

  • Dì, ti sari mica innamorato della mia ragazza? – Gli chiesi un giorno mentre ci trastullavamo tra il poco e il niente da fare. Per vedere che reazione avrebbe avuto.
  • Solo perché ti ho convinto a non portare Giuliana con noi? Avresti dato l’impressione sbagliata!

Antonio mi diede una pacca sulla spalla e continuò ridendo:

  • Non devi preoccuparti, Giuliana sa il fatto suo e come si svolge la vita dei briganti. Le donne trascorrono solo brevi periodi nei covi e per il resto hanno un ruolo di contatto, per questo Giuliana ha deciso di non seguirti e di restare a casa.
  • Allora perché ti sei preoccupato quando ho detto che l’avrei portata con me?

Lo incalzai cercando di scoprire se mi nascondesse qualcosa. Antonio non raccolse la provocazione, rispose candidamente che allora non la conosceva bene e che non sapeva quali esperienze avesse.

Ero contrariato, il comportamento di Antonio era ambiguo, lasciava sottintendere una miriade di segreti tra loro. Ero geloso?

Forse sì, e di sicuro avevo fatto la figura dell’ignorante riguardo alle regole del covo. Il mio orgoglio era rimasto ferito.

Ero certo che se anche lì avessero cominciato a trattarmi con la stessa sufficienza con cui mi aveva trattato mio padre, ben presto avrei cominciato a litigare con qualcuno.

La vita al covo cominciò a diventare noiosa, l’alternarsi tra i lavori di cucina e le guardie non riuscivano a toglierci una certa inquietudine di dosso.

Avevamo scorte in abbondanza, le armi erano ben oleate e noi eravamo pronti ad agire.

Invece tutto restava fermo e il ritmo continuava a muoversi sui binari di una certa monotonia; finché un giorno ci venne dato l’ordine di tenerci pronti all’azione.

L’atmosfera all’interno del gruppo si trasformò, diventò smaniosa per la voglia di arrivare presto all’appuntamento e stimolò una grande laboriosità per riordinare armi e munizioni.

Non ci vennero date istruzioni particolari e le chiacchiere tra noi si animarono alquanto perché tutti volevano scoprire quale sarebbe stata l’azione da compiere.

Finalmente il giorno venne e nonostante mantenere i segreti fosse una delle nostre doti migliori, l’obbiettivo dell’azione ci venne comunicato solo poco prima di metterci in marcia.

Eravamo preparati a qualsiasi tipo di azione e non era necessario che tutti conoscessero i minimi dettagli prima dell’operazione.

Dovevamo assaltare la gendarmeria di un paese vicino. Le armi e le munizioni che avremmo conquistato sarebbero servite a un altro gruppo di briganti che si era appena formato dalle nostre parti.

Giungemmo in paese a pomeriggio inoltrato, quando la penombra della sera permetteva al gruppo di muoversi meglio.

Camminando per le strade avvertivo un’aria innaturale e avevo la strana sensazione che qualcuno mi stesse spiando. Mi voltavo continuamente per controllare se ci fosse stato qualcuno dietro alle mie spalle.

Quella percezione era dovuta al fatto reale che sentivo addosso gli occhi della gente. Erano le persone che sbirciavano dietro alle finestre.

A parte il fastidio di quegli sguardi, non capivo perché se ne stessero rintanati: avevano paura di noi?

Guardai i compagni attorno a me e vidi facce come la mia, di ragazzi che non nascondevano niente di temibile. Non avevamo nulla di terrorizzante sui volti che giustificasse la loro paura.

Archiviai sensazioni e dubbi associando il comportamento di quelle persone alla loro ignoranza e alla loro ottusità. Continuai a camminare.

Mentre i pensieri si perdevano dietro a quelle domande senza risposta, la marcia ci aveva già portato davanti alla gendarmeria.

L’azione che seguì fu rapidissima e io, come tanti altri, puntai il fucile senza sapere quello che succedeva di fronte a me.

Seguivamo le istruzioni a memoria, dovevamo a compiere l’assalto come un arrembaggio, un raid veloce ed efficace.

In breve la gendarmeria fu svuotata e ognuno di noi, carico armi, si avviò verso il carro che attendeva fuori dall’edificio.

Lasciammo la caserma completamente disarmata, gli ufficiali legati e imbavagliati e i soldati rinchiusi nelle celle.

Durante i brevi istanti in cui si svolse l’azione era passato sotto le mie mani un soldato che, in più di una occasione e con fare lamentoso, aveva chiesto continuamente di non fargli del male.

Avevo cercato d’ignorarlo il più possibile, non sapendo cosa rispondergli, ma quel ragazzo che pregava per non capivo che cosa divenne ben presto insopportabile.

Avrei voluto gridargli che stava dalla parte sbagliata e che avrebbe dovuto passare dalla nostra, per difenderci dalle ingiustizie. Invece dalla mia bocca non usciva una parola, lui continuava a piagnucolare e io non vedevo l’ora che tutto finisse per lasciarmelo alle spalle.

Quando ce ne fummo andati la lamentela della sua voce mi perseguitò fino all’arrivo al covo. L’eco della sua voce lagnosa e piena di vigliaccheria era un incubo! Com’era possibile che ci fosse gente così codarda!

Tornammo sulla montagna a notte fonda approfittando del grande vantaggio dell’oscurità. Nessun soldato sarebbe venuto a cercarci in quelle condizioni e dalla gendarmeria l’ordine di inseguirci sarebbe partito solo l’indomani mattina .

Il nostro covo era abbastanza lontano dal paese dove avevamo compiuto l’azione e se non avessero seguito le tracce immediatamente poi non sarebbero più riusciti a trovarci.

Azioni come quelle diventarono ordinarie e vennero alla ribalta nelle cronache quotidiane. Il brigantaggio aveva avuto un incremento di favori dopo l’inasprimento delle tasse e gli episodi di ribellione si erano fatti sempre più numerosi.

Le promesse di ridurre la tassa sul macinato prima del prossimo raccolto non erano state mantenute e in diverse parti del paese si assisteva a veri e propri tumulti.

A volte gli assalti dei briganti, quando coincidevano con sommosse popolari, culminavano in vere e proprie rivoluzioni e in alcuni casi si arrivava all’uccisione di funzionari governativi.

La vita in clandestinità da brigante si alternava tra quelle azioni violente e la tranquillità della vita al covo.

Un giorno successe un fatto che non mi sarei mai aspettato, o meglio, che mi ero rassegnato a non poter vivere.

Stavo oziando e non avendo turni di guardie né ordini di cucina da eseguire cominciai a sistemare gli armamenti. Mentre stavo pulendo i fucili e sistemando le munizioni, vidi arrivare al covo un gruppo di donne.

Era la prima volta che venivano da noi. Il gruppo era composto da dieci o dodici donne e dopo il primo attimo di stupore nel vederle tra noi, mi accorsi che tra loro c’era anche Giuliana.

Portavano diverse ceste con cibo e abiti puliti e appena li posarono a terra ognuno di noi s’affannò a prendere quello che gli serviva.

Le donne rimasero con noi tutta la giornata. Prepararono il pranzo e per molti di noi fu un evento come non ne ricordavamo da tempo. Rassettarono il casolare e finalmente fummo circondati anche da qualche profumo, oltre ai tanti olezzi che si erano attaccati ai nostri corpi.

Appena ebbi l’occasione mi appartai con Giuliana, stare con lei anche solo per poche ore era un regalo insperato che ricolorava il mondo attorno a me.

  • Come hai saputo dov’è il mio covo?

Le domandai più per iniziare una conversazione che per avere una risposta esatta.

Ci eravamo sdraiati sull’erba in un angolo appartato. Avevo appoggiato la testa sull’ampia gonna che ricopriva le sue gambe e mentre rigiravo un filo di stoppia tra i denti lei mi accarezzava i capelli.

  • C’è molta prudenza per non far conoscere alle spie dei governativi o dei potenti locali come si muovono i briganti.

Le sue carezze e la sua voce così dolce e candida riuscivano a darmi tanta serenità come al solito. Quando stavo con lei non avevo dubbi e i pensieri non avevano niente a che fare con tristi presagi e malinconiche paure.

  • I contadini e la gente di paese, però, sono persone di fiducia e sanno dove trovarvi e come fare per aiutarvi in sicurezza.

Mi alzai inginocchiandomi accanto a lei e dopo aver preso il suo volto tra
le mani posai un bacio candido sulle sue labbra.

Poi le dissi, con tutta la speranza e la carica di fiducia che avevo, di desiderare ardentemente che il nostro sogno d’amore si concretizzasse.

  • A me basta che sei venuta te e che possiamo stare un po’ assieme. Vedrai, appena i capi si saranno organizzati riusciremo a fare l’azione decisiva e poi potremo stare insieme per sempre!

Il tempo diventa un tiranno soprattutto quando si trascorrono dei bellissimi momenti come quello che stavamo vivendo noi.

Purtroppo e contrariamente a ciò che succedeva nelle solite lunghe e lente giornate al covo, le ore trascorsero in un lampo ed ebbi appena il modo di assaporare la gioia di stare con Giuliana, che lei se n’era già andata via.

CAPITOLO 21 – INVITI

Un giorno, cogliendomi di sorpresa tanto ho perso l’abitudine di parlare con i vecchi amici, Paolo m’invita a cena da lui. Dice di voler ricambiare precedenti inviti, ma so benissimo che è solo una scusa.

In realtà fa una specie di festa, non ho capito bene per quale motivo, e ha il piacere di farmi conoscere certi suoi nuovi amici.

Siccome sono colta di sorpresa non riesco a far altro che accettare. Devo ammettere che comunque Paolo è forse l’unico che mi ha capito meglio degli altri e quindi può ancora rientrare tra le persone da considerare amiche.

Sono sicura che eviterà ogni incontro con Zeno o chiunque altro si sia comportato male con me. Gli ho già spiegato in un’altra occasione di aver rotto con il passato e di non aver nessuna voglia di farlo riemergere.

Dunque sono certa che a questa serata mi farà conoscere gente interessante. L’ho anche avvisato che non sarei stata sola, e lui non ha battuto ciglio. Altra dimostrazione di affetto e cordialità.

La sera quando torno a casa trovo Giulia che sta rovistando in frigo per trovare qualcosa da cucinare.

  • Stasera niente traffici in cucina, siamo invitate a cena. – Le dico mentre richiudo il
    frigo che ha lasciato aperto.
  • Dici davvero? E chi sarebbe il matto che invita due affamate come noi?
  • È Paolo, un mio compagno di lavoro; dai preparati, ci aspetta per le otto.

Giulia è sorpresa da questo invito e sembra stupita da quanto le sto dicendo.
Poi simula un’indifferenza che non sembra sincera, cerca di defilarsi dall’invito.

  • Scusa, Sara, avrà invitato te, che cosa c’entro io?

E vabbè, penso alquanto innervosita, adesso devo fare un po’ di lusinghe per farle capire che è desiderata, almeno quanto me.

  • Avevi tanta voglia che riprendessi i miei contatti con i miei amici, no? Gli ho detto che sarei andata accompagnata da un’amica e lui ha detto che non c’era problema, quindi …

Messa alle strette e portato l’invito su questo piano di ripresa delle mie vecchie amicizie Giulia non può tirarsi indietro.

  • Dì un po’, ma che tipo è ‘sto Paolo, non sarà mica un invito con secondi scopi?
  • Sei matta?! Che gente credi che conosca? Paolo è un ragazzo in gamba!

Ok, ci sto a metterla sullo scherzo, ma non a giocare sul giudizio riguardo i miei amici. Il tono di Giulia per fortuna è su questa lunghezza d’onda, altrimenti potrei incazzarmi seriamente!

Arriviamo a casa di Paolo in perfetto orario, so quanto lui ci tenga alla puntualità e non volendo fare brutta figura ho spinto Giulia a darsi una mossa.

Il fatto che Paolo voglia farmi conoscere i suoi amici significa che sono persone speciali per lui e io non voglio essere da meno.

Sul pianerottolo, dopo aver suonato il campanello, viene ad aprirci proprio Paolo. Dentro c’è una confusione terribile, resa ancor più pesante dal forte odore di fumo di sigaretta che impregna l’aria.

Gli presento Giulia e nonostante il caos che ci attornia mentre entriamo nell’appartamento intuisco che c’è già stato qualcosa tra loro. Dai loro sguardi e da come si comportano capisco che si conoscevano già prima che io li presentassi .

Tentano di far finta di niente, dimostrano poco interesse l’uno per l’altra, ma certe cose io le capisco al volo. È bastato qualche cenno sui loro visi per svelarmi il segreto.

Maschero lo stupore al meglio di quel che riesco, anche se per un attimo mi sento sprofondare.
Che rapporto c’è, o c’è stato, tra di loro?
Chi è Giulia per lui?
E perché non dicono chiaramente che già si conoscono?
Sono gelosa?
Mille domande s affacciano veloci nella mente ma in quel momento le posso solo cacciare indietro.

La serata è pacata e tranquilla, io spero che nessuno si accorga di quanto mi senta turbata e a disagio. Parliamo di molte cose, sono presenti una ventina di persone e trovare gli argomenti di discussione è abbastanza facile.

Non seguo tutti i ragionamenti perché, purtroppo per me, il tarlo della gelosia s’è infilato nella mia testa. La mia attenzione è concentrata su Giulia e Paolo, per capire quello che si nasconde dietro alla loro camuffata indifferenza.

Mi domando se sono stati amanti, se lo sono ancora e se lui è innamorato di lei. Continuo a fissare Giulia, a spiare i suoi atteggiamenti. Voglio sapere cosa mi nasconde e se questo può modificare la nostra amicizia.

Guardo le sue mani, i suoi occhi, le sue labbra … guardo come si muove, quello che dice, come lo dice … spero solo di non essere notata in questo mio forsennato osservarla.

Nonostante tutti quei turbinii mentali, riesco a giocare con la mia emozione senza che all’esterno si noti nulla. Parlo e scherzo con gli altri e maschero al meglio la ricerca d’indizi per soddisfare la mia curiosità.

Anche Paolo e Giulia dopo che siamo entrate non hanno dato più segno di atteggiamenti particolari e dopo il fuggente attimo in cui si sono riconosciuti hanno fatto finta di niente comportandosi con molta naturalezza.

A un certo punto, non ricordo da quale tema siamo partiti né chi o perché l’abbia tirato fuori, la discussione cade sull’argomento donna lavoro. È lo spunto che infuoca in maniera particolare Giulia. Il suo discorso sarà ciò che mi resterà maggiormente impresso in questa strana serata.

  • La discriminazione della donna sul luogo di lavoro è a dir poco vergognosa! Deve sempre dimostrare di valere molto più di un uomo se vuole essere professionalmente presa in considerazione e questo, oltre a essere un’ingiustizia vera e propria, è anche la causa di squilibri nei rapporti sociali. Per avere un minimo di credibilità nel mondo del lavoro la donna deve dimostrare di essere come un uomo e sobbarcarsi la schizofrenia di essere maschile sul luogo di lavoro per poi avere il massimo della femminilità nei rapporti interpersonali, altrimenti addio vita privata e autostima. E se poi riesce ad avere un minimo di considerazione in più sul posto di lavoro ci sarà sempre un uomo che le passerà davanti senza averne diritto. Per non parlare dei problemi legati alla gravidanza, che ancora oggi viene considerata una malattia. Perché la donna che partorisce un figlio deve subire l’umiliazione di essere considerata come una che contribuisce alla diminuzione della produttività? E questa diminuzione di produttività continuiamo a
    considerarla così, come vogliono i padroni, o non cominciamo a valutarla come una vera e propria discriminazione razzista legata alla gravidanza ? Bisogna eliminare tutte le disparità che relegano la donna a un inferiorità che non è più accettabile.

Quelle parole escono dalla bocca di Giulia come un fiume amaro e mentre
gli altri restano in silenzio ad annuire, io metto da parte tutte le fantasie sul
suo presunto rapporto con Paolo.

Non ho mai visto Giulia così infervorata e incazzata, evidentemente qualcosa deve averla ferita profondamente. Adesso che ci penso ricordo i suoi discorsi e le parole che ha usato per consolarmi dei miei guai. È evidente che ha vissuto delle esperienze toste sulla sua pelle e ciò
che sta dicendo non è solo una denuncia della condizione femminile. È anche un contributo personale di sofferenza.

È un dato oggettivo che nella nostra società non c è rispetto e considerazione per la donna che lavora. Sulla scala professionale a malapena alcune di noi riescono a scalare qualche gradino, ma a conti fatti è sempre un risultato marginale nel contesto complessivo.

Le donne non entrano a far parte della classe dirigente e vengono assunte nei settori lavoratori dove possono occupare dei ruoli marginali e sotto retribuiti.

Questi discorsi si fanno spesso, ma difficilmente saltano fuori quando si parla tra noi operai. Forse perché nella categoria non ci sono delle grandi differenze tra i sessi. Sicuramente perché operai e operaie si fanno un culo culo così e basta, per cui il divario sessuale conta poco!

In questo contesto, invece, è saltata fuori anche tutta l’amarezza e l’acredine che Giulia ha interiorizzato nei confronti della società. Ascolto per la prima volta un suo sfogo ed è come rivivere la mia situazione e rievocare il dolore per le scelte a cui sono stata costretta.

La rabbia nel constatare che certe discriminazioni sono dirette soprattutto verso le donne, e in particolare contro Giulia, si tramuta in uno scoppio violento. E me la prendo con i maschi presenti rivolgendomi direttamente a loro.

  • Che cazzo ne sa sapete voi, cosa conoscete di quello che subisce costantemente una donna nella quotidianità? Certo, adesso che lei sta raccontando queste cose annuite tutti dandole ragione. Ma che cazzo capite veramente! Cosa ne sapete voi maschi del senso d’inferiorità che viene inculcato nella testa delle donne fin da bambine. Siete uomini di una società maschilista, che cazzo potete comprendere!

Un silenzio di piombo cala tra i presenti. C’è un attimo d’imbarazzo poi la serata va avanti.

Dopo il discorso amaro di Giulia e il mio sfogo violento qualcuno cambia argomento. Devo aver calcato un po’ la mano perché dopotutto di risposte ai nostri interrogativi non ce ne sono. La nostra è solo una constatazione della realtà e non ci sono risposte per quello che è il mondo.

Invece io sposto l’interesse per il segreto con Paolo alle domande su cosa potrebbe essere successo a Giulia per avere interiorizzato un amarezza così profonda. In cosa consiste il suo lavoro?

Non so niente di Giulia, in questa crisi che mi ha portato vicino a lei non ho avuto neppure un briciolo di altruismo per dar spazio anche alle sue esperienze e ai suoi problemi. Che stronza che sono!

Quando usciamo da casa di Paolo è notte fonda. Siamo state le prime a lasciare la compagnia e non saprei dire se gli altri aspettavano che ce ne andassimo per scomparire anche loro o se la festa andrà avanti. Noi siamo stanche e abbiamo deciso di andarcene a casa.

Ho la testa piena delle riflessioni sul carattere di Giulia, su come siamo e sul perché ci siamo innamorate. In auto non parliamo, ognuna di noi è immersa nei suoi pensieri e probabilmente siamo molto distanti una dall’altra.

È quasi mezzanotte, ma il sonno si è dissolto. Mi distendo sul divano a leggere il libro che da circa un mese, e a fatica cerco di terminare.
Giulia si siede accanto a me e la lettura va a farsi friggere.

La casa è calda, quando siamo uscite abbiamo lasciato il riscaldamento acceso, Giulia è freddolosa e non sopporta di rientrare la notte e trovare la casa fredda. Potremmo girare per casa nude dal caldo che fa.

Ci accendiamo l’ennesima sigaretta e nel relax di quei momenti torna la voglia di scoprire i segreti della sua vita.

  • Che lavoro fai?

Le chiedo cercando di dare un tono di casualità alla mia domanda.

  • In radio. – Ma lei risponde a monosillabi.
  • Questo lo so, ma di cosa ti occupi?
  • Lavoro in una radio, faccio un programma giornaliero e mi occupo d’informazione.
  • Lavori in una radio libera?
  • Brava! E questo interrogatorio da dove scappa fuori? Vuoi sapere anche quanto guadagno?

– Ehi calmati, la mia è solo curiosità, da quando ci conosciamo abbiamo
sempre e solo parlato di me! Poi quel discorso a casa di Paolo mi ha
incuriosito, non ti ho mai visto così incazzata!

  • Aha non farci caso, ogni tanto mi capita di lasciarmi trasportare dalla foga. – Giulia è brava a svicolare dalle domande e a cambiare argomento. Ma questa volta non ci casco e non mollo.
  • Quando ti ho presentato Paolo mi è sembrato di capire che già vi conoscevate, è così, vero?

Purtroppo quando comincio con le domande non riesco a frenarmi e spesso divento tagliente anche se non è nelle mie intenzioni.

Per tutta risposta lei si chiude a riccio e liquida l’argomento con una frase secca e perentoria.

  • No, ti sbagli! E adesso piantala con le domande cretine, domani è un altro giorno e ci siamo dentro da due ore!

Detto questo spegne luce e sigaretta lasciandomi come un’ebete in piedi in mezzo alla stanza. A bè, su certi argomenti è molto suscettibile, ma non è detto che io ci rinunci. Troverò il modo di sviscerare l’argomento in un’altra occasione!

M’infilo nel letto anch’io e sotto le coperte mi accoccolo nel calore lasciato dai nostri corpi. Le sue brusche risposte e i suoi modi scontrosi nell’affrontare le domande che riguardano la sua vita hanno riacceso in me il desiderio di lei, la voglia di averla, di stare con lei per esserle sempre presente.

Mi stringo al suo corpo con forza, quasi a voler imporre il mio fisico al suo. Ma questa volta è lei a essere colta di sorpresa.

Insisto … il suo viso, la sua pelle morbida, il suo respiro dolce … è bello fare l’amore con una donna, non ci sono spigoli, non c’è ispidezza, non ci sono odori … solo rotondità, solo morbidezza, solo profumi.
E poi si fa ancora, e ancora, e ancora.

La settimana successiva a quella prima uscita con Giulia veniamo ancora invitate da Paolo. Questo rinnovato interesse che ha per me mi sorprende. Non è il tipo di ragazzo alla ricerca di avventure, almeno non con me.

Non sarà che ha piacere d’invitarmi perché sono amica di Giulia e, in fin dei conti, voglia solo rivedere lei?

Piccoli tarli di dubbio continuano a roteare nella mia normale curiosità, ma questa volta sono decisa a chiarirli definitivamente quando torneremo a casa.

La serata è molto simile all’altra volta, noto che c’è qualche amica in più mentre altri ragazzi non sono presenti.

Io e Giulia andiamo in cucina a preparare gli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Vogliamo che siano ben piccanti per movimentare la serata.

Gli altri in sala discutono animatamente non so di che, mi avvicino a Giulia e non resistendo alla curiosità le chiedo a bruciapelo.

  • Cosa nascondete te e Paolo? – Giulia si gira di scatto e mi fulmina con lo sguardo.
  • Dì un po’, cosa ti salta in mente? Io e Paolo non nascondiamo nulla, a casa forse ti spiegherò qualcosa, intanto continua a guardare gli spaghetti altrimenti si scuociono!

Il tono limpido della sua risposta basta a tranquillizzarmi, anche se non
sono sicura che riceverò altre spiegazioni. Tornerò alla carica più tardi.

Entriamo in sala con il vassoio degli spaghetti fumanti e la tavola si sgombera di fogli, volantini, posacenere e di tutto quello che la occupa.
Hanno tutti molta fame e la discussione che stavano facendo viene facilmente abbandonata.

Io, però, sono incuriosita da quei fogli che svolazzano dappertutto, quei volantini non li ho mai visti in casa di Paolo.

Mentre gli altri si affannano a inforcare la spaghettata, io mi siedo in un angolo a leggere alcune pagine prese tra una pila di libri e quaderni che sono ammucchiati vicino al divano. Sono volantini di propaganda politica, pieni di frasi ingiuriose nei confronti del potere, dei padroni e di tutta la classe borghese.

La lettura m’incuriosisce, un po’ per la voglia di riprendere in mano certi argomenti, un po’ per scoprire fino a che punto Paolo e gli altri sono interessati a quei discorsi.

Quei volantini sono lì per caso o hanno uno scopo ben preciso nei loro incontri?

La serata, invece di darmi spunti per capire qualcosa di più va avanti sul binario di altri argomenti, più goderecci e materiali: mangiamo, beviamo, scherziamo, finché molti di noi sono più che alticci.

Non so che motivi hanno gli altri per affogarsi nell’alcool, a me bastano i miei. In questa serata però e quasi a voler fare da bastian contrario, mantengo il controllo più di quanto non sia abituata a fare.

Noto con stupore che invece Giulia è sbronza come non l’ho mai vista prima, e allora, poco dopo mezzanotte decido che è meglio tornare a casa.

Per me domani è un giorno di riposo, ma Giulia deve andare in radio e se vuole recuperare un po’ di voce è meglio che smetta di fumare e smaltisca il vino.

Quando arriviamo a casa il suo stato, anziché migliorare, è nettamente peggiorato, probabilmente a causa dello sballottamento in auto. Fa fatica a salire le scale e quando raggiungiamo la mansarda crolla distrutta sul divano.

Credo sia meglio che vomiti, almeno riuscirà a togliersi la nausea di dosso. Lei non è in grado di alzare un dito e allora le preparo un caffè che possa stimolarla a rigettare.

Quando è pronto glielo porto in salotto, ma lei è completamente abbandonata, quasi addormentata dall’alcool e dalla stanchezza. Devo svegliarla dal torpore, poi insisto perché beva il caffè, finché alla fine si riprende quel tanto che basta per andare in bagno.

Meno male, se si libera riesce a dormire meglio e la sbornia le passerà subito.
Quando torna sembra un’altra, si è data una rinfrescata e i fumi del vino le sono scivolati via di dosso.

  • Scusami Sara, devo aver fatto proprio una figura del cazzo!
  • Perché dici così? Figurati, non ti preoccupare, è tutto a posto.
  • Chissà gli altri cosa devono aver pensato!

– Cosa vuoi che abbiano pensato, sono ragazzi come noi, sarà capitato di certo anche a loro, non preoccuparti. E poi, fintanto che siamo state là tu stavi abbastanza bene, credo che sia stata il viaggio in auto a peggiorare il tuo stato.

  • Non cercare di minimizzare, ho fatto una figura di merda con i compagni e spero solo di poterla rimediare.

Il fatto che si preoccupi così tanto dell’opinione degli altri ragazzi fa tornare a galla la curiosità di scoprire come e perché conosce Paolo.

  • Non capisco perché t’incazzi così tanto, anche se questo ti aiuta a smaltire la sbornia, però credo che stai esagerando.
  • Esagerando un cazzo! Tu non lo sai che è importante per me.
  • Se non lo so, spiegamelo tu cosa c’è di tanto importante.
  • Ma sì, forse è meglio che ti dica tutto, basta che tieni la bocca chiusa e non vai a raccontare niente in giro.

Eccoci, finalmente siamo arrivati al dunque del suo essere scontrosa e saccente nei miei confronti. Adesso che si è ripresa dalla sbornia, però, non ci sono scuse e io posso affondare il coltello delle mie domande

  • Senti, Giulia, ma per chi mi hai preso? Per una che va in giro in cerca di avventure? Guarda che hai sbagliato persona, tieniti stretti i tuoi segreti se pensi che non posso essere all’altezza di mantenerli!

Adesso l’incazzata sono io, mi alzo per andare al bagno, ho una necessità corporale da soddisfare e me ne vado, stimolata anche dal suo discorso di merda.

  • Sara, non fare così, non t’incazzare, sono cotta, ho la sbornia in corpo e non so cosa dico, non volevo offenderti.

È venuta a bussare alla porta del bagno, ho finito da un pezzo la mia seduta, ma sono rimasta chiusa qua dentro a rimuginare.

  • Non fare la preziosa, esci da lì che ti spiego cosa volevo dire. Dammi la possibilità di farti capire.
  • Guarda che io non voglio comprensione o pietà. – Mentre lo dico esco da quel cesso puzzolente. – Non voglio costringerti a raccontarmi le tue cose se non lo ritieni opportuno. E comunque qualcosa l’ho capito da quei volantini.
  • Immagino che tu ti sia fatta un’idea, però vorrei spiegarti io come e perché conosco Paolo.

E così la mia curiosità viene finalmente soddisfatta. Scopro che lei e Paolo fanno parte di un nucleo di estrema sinistra e organizzano riunioni di attivisti attraverso le quali fanno propaganda.

Il lavoro di Giulia in radio fa parte del programma d’informazione e loro, più in generale, sono impegnati nella diffusione delle idee di lotta proletaria. Si vedono in segreto per organizzarsi.

Ecco perché si conoscono e avevano fatto finta di niente!

Non so se Paolo sapeva niente di me e di Giulia, di sicuro io non conoscevo il suo ruolo di attivista. In quella prima serata la loro cautela era dovuta anche al fatto che c’era tanta altra gente che veniva per la prima volta a contatto con il gruppo.

Le risposte sono arrivate tutte in una volta e io sono rimasta senza parole. Mentre quelle che mi sta dicendo Giulia si scolpiscono nella mente senza che io ne afferri completamente le diverse implicazioni.

Sto finalmente toccando con mano quelle ali estremiste di cui ero stata erroneamente indicata come rappresentante. Non mi capacito di quanto siano sempre state così vicino a me senza che io sia stata in grado di rendermene conto!

Giulia mi sta raccontando delle prime volte, di quando faceva volantinaggio e veniva arrestata dalla polizia, e di quando aveva partecipato a un’azione dimostrativa.

L’ascolto, ma non la seguo. Sono incredula per la possibilità che mi viene data di poter riprendere in mano il filo delle mie aspirazioni di concretizzare la lotta e il cambiamento nella società.

Stiamo correndo sulla spiaggia, come al solito Giulia mi lascia indietro con la lingua a terra e il fiato pesante. Abbiamo deciso di venire a fare un po’ di corsa per smaltire un po’ di fumo, ma un conto è correre e un altro è tentare il suicidio per asfissia da insufficienza respiratoria!

Così ho deciso che per me può bastare, la mando al diavolo e mi siedo sulla battigia a riprendere fiato e a godermi la quiete del mare. Giulia mi raggiunge poco dopo.

  • Ho sentito Paolo, dice se andiamo da lui stasera.

– Gli hai già spifferato tutto, eh? – Sto faticando a riprendere fiato, e sono arrabbiata con lei per tutta la fatica che mi fa fare quando corriamo. Perciò non mi dispiace usare dei toni diversamente acidi.

  • No, ti sbagli, non sono il tipo che racconta i fatti suoi in giro. Avevo solo pensato che magari ti faceva piacere venire alle nostre riunioni, tutto qui. Dici che sia il caso?
  • Cosa vorresti dire? Cosa se me lo potrebbe impedire?

Purtroppo le mie domande assumono immediatamente un impostazione aggressiva. Non ci posso far niente, ho ancora i nervi scoperti su certi argomenti. Giulia deve usare tutta la sua pazienza per mantenere la calma e non trascendere.

  • Nessuno te lo impedisce, devi solo capire se te la senti, non mi sembri tanto convinta di questa storia.

Io invece continuo a sentire spifferi di mezze verità e sento odore di vaghi tentativi per continuare a mantenere i segreti.

  • Perché non sarei convinta?
  • Ti vedo sospettosa, prevenuta come se noi … – Non le lascio finire la frase.
  • Cosa c’è, hai paura che possa rubarvi qualche segreto o tradirvi in qualche maniera?
  • Madonna mia come sei suscettibile su certi argomenti! Volevo solo dire che devi essere convinta al cento per cento delle scelte che fai per viverle con più serenità. E adesso basta discorsi, ricominciamo a correre.

E così chiude la discussione tirandosi su dalla sabbia.

Non ho possibilità di controbattere perché Giulia mi alza di peso e mi trascina di nuovo a correre sulla riva. Quando finalmente si ritiene soddisfatta e io sto per crollare a terra torniamo a casa a lavarci.

Tra il tempo per fare la doccia e tutto il resto stiamo facendo tardi all’appuntamento a casa di Paolo e non ci resta che mangiare un panino di corsa per non essere troppo in ritardo sull’orario dell’incontro.

In casa di Paolo ci accoglie la stessa atmosfera fumosa e pesante. Capiamo che la riunione è importante e che è cominciata da un pezzo.

Mi siedo sul pavimento in mezzo agli altri, Giulia, invece, va vicino a Paolo. Noto quel particolare e mi sforzo di non dargli troppo peso. Se voglio entrare attivamente nel gruppo non devo farmi condizionare dalla vita privata.

Ascolto tutto e tutti, attenta a raccogliere indizi che mi permettano di comprendere al meglio le cose. In questa situazione sono una neofita, non ho esperienza a riguardo.

Giulia, al contrario è molto partecipe alla discussione e s’accalora quando i toni delle denunce diventano più forti.

Lentamente m’inserisco negli argomenti e cerco di conoscere meglio chi sta attorno a me. Scopro che questi ragazzi la pensano esattamente come la pensavo io prima di subire la forte delusione del sindacato.

Spero che sappiano far rinascere in me le motivazioni che mi hanno spinta a lottare per un ideale.

Mi piacerebbe che siano meno legati agli interessi di un partito e meno disposti a scendere a compromessi per realizzare i cambiamenti che sono necessari.

Giulia adesso è lontana dai miei pensieri. La voglia di conoscere quel mondo nuovo mi ha fatto immergere completamente nell’atmosfera della riunione. La ritrovo solo quando, con forza, mi tira per il braccio insistendo che è ora di andare a casa.

-Non devi fare la rivoluzione il primo giorno che ti svegli dall’incantesimo! Evita di fare come tuo solito che ti aspetti di chissà che cosa poi resti delusa.

  • Sei sul l’acido stasera? – Le rispondo con un’occhiataccia che potrebbe sputare fuoco!
  • Ma va là, sto scherzando, comunque non prenderti troppo sul serio.
  • Vaffanculo!

CAPITOLO 22 – IL RIVOLUZIONARIO

Le giornate al covo trascorrevano nella loro normalità e senza grandi cambiamenti, finché un giorno arrivò la notizia che la prossima azione si sarebbe svolta di lì a due settimane.

I preparativi cominciarono a impegnarci febbrilmente, le armi dovevano essere in perfetto ordine e noi dovevamo aumentare i contatti con i contadini che ci appoggiavano.

Prima di ricevere la comunicazione di quel nuovo ordine c’era stato un incontro a cui aveva partecipato anche il capo di un altro gruppo che conoscevo.

Per come mi era stata riportata la vicenda, durante quella riunione erano stati presi gli accordi su come si sarebbe svolto il prossimo attacco.

Era indubbio, dunque, che quella sarebbe stata un’azione congiunta e che a quel punto la nostra lotta stava per avere un impulso verso la soluzione definitiva.

Il compito del nostro gruppo consisteva nel conquistare degli avamposti governativi, cioè dovevamo prelevare le persone che ricoprivano un ruolo di potere e mettere al loro posto dei nostri uomini.

Nella mia ignoranza di contadino prestato al brigantaggio faticavo a mettere a fuoco i dettagli e il vero significato di quegli ordini.

Era lampante che stava cambiando la nostra strategia, forse perché di azioni di guerriglia ne avevamo compiute parecchie e ormai avevano esaurito il loro scopo. Eravamo armati fino ai denti ed era venuto il momento di combattere per stabilire giustizia ed equità.

Non sapevo se quella che ci apprestavamo a compiere sarebbe stata la soluzione finale della nostra lotta, ma mi piaceva crederlo. Ero certo che avrebbe cambiato la nostra realtà.

In quelle due settimane che ci separavano dall’azione finale, ragionai molto sulla nostra condizione di briganti e sul mio rapporto con Giuliana.
Cercai in tutti modi di ottenere il permesso di recarmi da lei ma era difficile riuscire a lasciare il covo.

In quei mesi di clandestinità era capitato solo due volte che potessimo stare insieme come quel giorno che lei era venuta con le altre donne. Non succedeva così spesso come desideravamo e dovevamo accontentarci.

Su di noi incombeva la precarietà di un rapporto non ancora formalizzato dal
matrimonio, e il periodo di lotta e di miseria che stavamo vivendo rendeva la
situazione piuttosto incerta.

Tuttavia l’intensità del nostro rapporto e la sicurezza che esso ci dava ci faceva sentire profondamente uniti nel sentimento e nella convinzione di essere sulla via della realizzazione di un mondo migliore.

L’ultima volta che ci eravamo visti avevamo parlato enfatizzati dagli eventi che si succedevano e ci sentivamo più grandi di quanto non lo fossimo effettivamente.

Avevamo scelto quel tipo di vita e non potevamo più fermarci. Nonostante la precarietà della situazione eravamo convinti di essere sulla strada giusta per completare un disegno più ampio di noi stessi e della nostra stessa vita.

Quello che stavamo facendo era importante per entrambi, e, anche se Giuliana non prendeva parte attiva alle azioni, il suo lavoro di contatto era importantissimo.

Sinceramente ritenevo che fosse più importante il suo del mio, che, alla fin fine, si riconduceva a semplice manovalanza. Invece lei raccoglieva informazioni utili e teneva i contadini al corrente dei nostri movimenti, in modo che il terreno davanti a noi fosse pronto per il nostro arrivo e non rischiassimo di cadere nelle imboscate.

Questo lavoro faceva sì che lei corresse molto di più il pericolo di essere scoperta di quanto non accadesse a me. Svolgeva un’attività meno impegnativa della mia, almeno fisicamente, ma il suo compito era altrettanto importante per la riuscita dei nostri scopi.

Una settimana prima della fatidica operazione congiunta ebbi una discussione con Antonio riguardo alla nuova azione e al nostro ruolo all’interno di essa. Antonio era convinto che avremmo fatto una vera e propria rivoluzione e che le cose sarebbero finalmente cambiate, per noi e per tutta la classe contadina.

Io ero piuttosto scettico sull’effettiva riuscita di quel cambiamento perché mi sembrava troppo bello per essere vero. Ero scaramantico e non ne parlavo direttamente, per evitare di rompere un incantesimo e d’innescare un meccanismo di cabala che avrebbe potuto rovinare la festa finale.

Perciò quel giorno con Antonio feci un discorso più teorico che pratico, più idealistico che concreto.

  • Secondo te il vero rivoluzionario è chi vuole testardamente rovesciare il mondo in breve tempo, e per far questo è disposto anche a imbracciare le armi, o è meglio infiltrarsi tra i governativi e cominciare a cambiare il sistema dal suo interno?

Antonio alzò il sopracciglio sinistro mentre continuava a girare la brace per mantenere acceso il fuoco del campo. Il sigaro gli pendeva dall’angolo destro della bocca e quel suo sguardo, tra l’incuriosito e il sorpreso, era il segno, ancora una volta, di come mi ritenesse inferiore.

Tuttavia in quel frangente non m’interessava la considerazione che aveva nei miei riguardi. In
quel momento volevo solo distrarmi. Avrei voluto dimenticare di essere alla vigilia di un’azione che ci avrebbe portato a compiere gesti molto cruenti.

  • Secondo me per lottare con successo è meglio inserirsi nel sistema.

Continuai con tono di sfida più che altro per solleticare la sua reazione, visto
che lui continuava a sbofonchiare sorridendo sotto i baffi.

  • E chi lo stabilisce il confine tra diventare un infiltrato che vuole il cambiamento e quello che invece si adegua alla corruzione del sistema di governo?

Antonio sperava di prendermi in castagna, ma io stavo ragionando su quei
concetti da molto tempo e il suo tentativo mi trovò preparato a una risposta
appropriata.

  • Adeguarsi vuol dire diventare servi del potere, invece inserirsi, anche se è difficile o addirittura impossibile a causa della diffidenza che dimostrano quelli che sono al potere, può portare l’infiltrato a rivestire dei ruoli importanti per il cambiamento.

Colsi nel segno. Ora avevo finalmente tutta l’attenzione di Antonio e da quel momento in poi potevamo discutere alla pari.

  • Sai Sante, io credo che il compito più difficile per chi ritiene giusto inserirsi senza adeguarsi è quello di capire fino a che punto ci si può spingere nelle forme di lotta senza cadere nell’emarginazione. Perché vedi, politicamente i nostri rappresentanti hanno fallito e quelli che hanno cercato di collaborare con i padroni hanno fatto una brutta fine. Allora è meglio che intanto abbiano tanta paura della nostra rivoluzione, poi ci penseremo a come fare per cambiare e adeguare il governo!
  • Ed è giusto così!

Aggiunsi cercando di dare una conclusione logica al discorso e per essere accondiscendente con il mio amico. Stavamo facendo dei ragionamenti teorici e se ci fossimo imputati sui termini o sulle ideologie non saremmo mai arrivati a capo di niente. E forse qualcuno ci avrebbe notato.

Mi piaceva confrontarmi con Antonio, anche se correvamo il rischio di esporci al giudizio di chi non apprezzava quelli che ragionavano con la propria testa.

La sera successiva non resistetti alla voglia di andare a raccontare la nostra discussione a Giuliana. Non vedevo l’ora di condividere le mie idee con lei e di riuscire, magari, a stemperare un po’ della mia agitazione nei riguardi dell’imminente azione.

Mancavano pochi giorni alla tanto attesa operazione e la tensione all’interno del gruppo era palpabile.

Ottenere il benestare per andare a far visita alla fidanzata non era facile e dovetti insistere parecchio per riuscire a convincere il mio capo a concedermi il permesso di allontanarmi per qualche ora.

Non era tanto, ma come al solito bisognava accontentarsi.

L’autunno di quel maledetto milleottocento settantatré stava lasciando il passo a un freddo e rigido inverno.

Con quelle premesse le giornate di lavoro al covo erano brevi e si chiudevano presto dato con la cena che si svolgeva addirittura prima dell’imbrunire.

Mi avvicinai all’orecchio del capogruppo e gli sussurrai.

  • Allora io mi allontano qualche ora, tornerò prima che sia l’alba.

Solo un breve cenno del suo capo era ciò che bastava per avere il suo consenso. Adesso dovevo cercare di non farmi notare per non alimentare gelosie e rimostranze.

Partii poco dopo la cena, mentre gli altri erano intenti a ridere e scherzare e nessuno faceva caso al mio andarmene e, tantomeno, avrebbe fatto caso al mio rientro a notte fonda.

Arrivai da Giuliana mentre erano tutti attorno al fuoco del camino, o almeno così credetti.

CAPITOLO 23 – LE AZIONI

Stamattina davanti alla fabbrica c’è una ressa confusionaria e non è il solito assembramento di operai in attesa di entrare al lavoro. Sicuramente è successo qualcosa di grave perciò mi avvicino al capannello di persone per capire meglio.

Alcuni agenti di polizia stanno arrestando dei ragazzi.
Vado avanti per vedere meglio di cosa si tratta e riconosco alcuni dei compagni dell’altra sera.
Accidenti!
Mi allontano in fretta e furia cercando di non dare nell’occhio e di non far capire che li conosco, non ho idea di cosa stessero facendo lì.

Cercavano me?
Oddio, spero proprio di no, comunque è meglio sparire il più in fretta possibile.

Poco dopo entro in fabbrica da un ingresso laterale e quando sono in reparto cerco di avere informazioni sull’episodio. L’operaia che sta vicino a me dice che sono stati beccati mentre lanciavano volantini e inneggiavano alla lotta operaia.

Agitatori li chiama lei, sono solo degli agitatori, ripete a chiunque le chieda qualcosa.

Continuo il mio lavoro incurante dei suoi commenti, con queste nuove compagne di lavoro non ho legato molto. Dopo l’inizio della convivenza con Giulia ho chiesto il trasferimento in un reparto diverso, dove tra l’altro guadagno più di prima perché posso fare i turni di notte.

Il principale motivo che mi ha portato a fare questa scelta è che non sopportavo più le stesse facce e neppure certi sorrisini maliziosi che vedevo sui volti di chi conosceva la mia vita privata. Cambiare reparto ha fatto sì che si rompessero definitivamente i ponti con il passato.

Non ho tenuto nulla di quello che avevo e ho abbandonato anche il mio stile di vita e il mio modo di essere com’era prima della bruciante delusione del sindacato e di Zeno.

A parte Paolo, sulla cui fiducia e complicità posso contare ogni giorno di più, addosso e vicino a me non è rimasto più nulla di ciò che avevo.

Con le nuove compagne non sono in confidenza, sia per la sfiducia cresciuta in me dopo tante delusioni, sia per evitare coinvolgimenti personali.
Ho cominciato un nuovo attivismo politico ed è meglio che nessuno conosca i fatti miei.

L’idea che questa mattina i compagni siano venuti per me si è rivelata un’esagerazione di cui mi vergogno. Devo proprio dar ragione a Giulia, sono esagerata per come vivo gli avvenimenti.

Sarà meglio rimanere cauta e controllare i miei eccessi di egocentrismo se non voglio buttare tutto all’aria.

Le riunioni cui partecipo sono le stesse cui partecipava Giulia quando usciva da sola, solo che ora ci andiamo assieme. Ogni volta imparo qualcosa di nuovo e di più importante per avvicinarmi a un attivismo più concreto.

Le azioni più importanti che organizzano non sono solo quelle che vengono erroneamente enfatizzate con toni negativi sui quotidiani ma, più frequentemente, quelle d’informazione e d’infiltrazione nelle associazioni della classe operaia.

È importante che l’attenzione dei media sia concentrata sulle notizie riguardanti le azioni, è un fatto positivo perché contribuisce a far conoscere il movimento. Ma è anche vero che gli incontri per il coinvolgimento del proletariato sono molto importanti.

Per questo il lavoro in radio di Giulia è tenuto in grandissima considerazione e lei deve essere sempre aggiornata per dare il massimo.

La domenica, quando fuori piove e il cielo pesa di un grigio che non si sfanga, questo diventa il giorno in cui preferisco abbandonare me stessa ai piaceri fisici. Mangiare, oziare, fumare, bere, tutto quello che fa vizio.

Giulia invece, che ritiene l’inoperosità sia un insulto all’essere sani di mente e di corpo, fatica a sopportare i miei tentativi di rilassamento.

  • Sai Giulia, dovresti imparare a viverli certi momenti invece di tollerarli passivamente. Nel mondo si parla troppo e invece un po’ di silenzio potrebbe farci ritrovare una dimensione più naturale.
  • Io il silenzio non lo sopporto, mi fa scoppiare la testa!

Alzo la testa dal bracciolo del divano su cui sono stesa, la guardo mentre
è concentrata sui soliti volantini di propaganda.

  • Aspetta un attimo, anche a me non piace l’assoluta mancanza di rumori, mi farebbe impazzire. Invece ascolta, vieni qui, siediti vicino a me, chiudi gli occhi e ascolta, prova a stare in silenzio e ad ascoltare … Senti, non c’è il silenzio dei matti, ascolta il silenzio degli altri, il tuo respiro, i piccoli movimenti, il mio respiro, ascolta…

Giulia mi raggiunge, si concentra, sembra che voglia sforzarsi di capire quello che le sto spiegando. Allora continuo.

– Lascia che la mente segua sé stessa, che ascolti ogni alito di polvere che la circonda. Adesso apri gli occhi e guardami, non mi vedi diversa? Magari

Lei mi guarda fissandomi dritto negli occhi ma non faccio in tempo a finire la frase perché scoppia a ridere.

  • Ma vaffanculo Giulia, non si può fare meditazione con te!
  • Eccola che s’incazza! – Rimbrotta lei tornando seduta al tavolo.
  • Non m’incazzo, però dai, non sembra anche a te che sia bello stare un po’ in silenzio? Se penso a tutta l’aggressività che c’è in giro mi verrebbe voglia di chiudermi in un convento! Una volta la gente si sfogava di più perché era naturale esternare gli istinti più bestiali e retrogradi, adesso che la violenza fine a sé stessa è bandita, gli sfoghi sono diventati delle nevrosi e si trasformano nell’uso violento delle parole, che diventano affilate come le armi. Non pensare solo ai politici o ai giornalisti, che usano certi termini per il loro mestiere, fai caso invece alla gente che nei suoi rapporti quotidiani si dice delle cose pesantissime comprimendo la rabbia nelle parole. Adesso non si parla più per avere uno scambio di idee, si parla per uccidere, per fare violenza, per sopraffare, per schiacciare, per vincere.

Giulia s’è addormentata appoggiando le braccia e la testa sul tavolo. Evidentemente questo ragionamento sul silenzio non le interessa proprio.

Non importa, anzi, meglio che dorma così posso continuare i miei esperimenti di meditazione sul silenzio in santa pace.

La concentrazione che metto a disposizione di questi momenti dovrebbe riuscire a svuotarmi la mente, a rinfrescare l’aria nelle stanze del cervello.

Invece gli avvenimenti degli ultimi giorni mi distraggono dalla meditazione e la mente torna sempre sullo stesso argomento: a ragionare sull’opportunità o meno di approfondire in senso politico le nuove amicizie.

Sarebbe sciocco e riduttivo continuare a frequentare le riunioni solo perché sto bene in compagnia di Paolo e Giulia, o magari solo perché faccio bene gli spaghetti. Se voglio starci dentro dovrò farlo partendo da una mia sicura convinzione e dalla voglia di farla diventare una partecipazione sempre più attiva.

Dopo le prime riunioni di reclutamento a casa di Paolo, nel giro di poco tempo inizio a frequentare quelle in cui si stabiliscono gli obiettivi da colpire e le rivendicazioni da fare.

Gli incontri si svolgono in un luogo diverso e meno frequentato del suo appartamento perché in queste riunioni vengono decise le azioni. Non è il caso di rischiare le coperture mischiando attivisti e persone sconosciute. Per di più la casa di Paolo è troppo conosciuta e frequentata.

Passo attraverso mille riunioni e mille occasioni offerte agli altri e finalmente arriva anche per me il momento di prendere parte alle azioni. Il giorno del mio coinvolgimento attivo diventa una realtà.

Se qualche tempo fa avevo il terrore di questo momento, adesso sono contenta che sia il mio turno, perché non vedo l’ora di passare ai fatti concreti.

I dettagli delle azioni vengono studiati nei minimi dettagli e ognuno svolge il suo compito con precisione e meticolosità militari.

Far parte di uno dei gruppi di azione significa essere tra competenti e non ci si sente in pericolo o in balìa degli eventi, tutt’altro. Sento che il mio grado di coinvolgimento personale s’innalza a un forte livello di autostima.

Giulia non partecipa a queste azioni, il suo lavoro in radio fa parte dell’area informativa e divulgativa e non deve confondersi con altri reparti organizzativi rischiando di mandare all’aria le coperture.

Prima di compiere il passo dell’attivismo concreto ho dovuto alternare le riunioni alla sezione politica con Giulia e Paolo. Siccome gli obiettivi e le motivazioni delle rivendicazioni vengono sempre decise dalla sezione politica, io passo da una sezione all’altra a seconda che mi debba occupare dell’azione vera e propria o della sua collocazione nella rivendicazione politica.

Nella riunione in cui viene decisa la prima azione cui parteciperò anch’io analizziamo il comportamento di un padrone di fabbrica. Ha distorto i rapporti sulla produzione e sulle vendite della sua proprietà per ottenere fondi di sostentamento che gli serviranno per altri investimenti.

Agiremo di notte e faremo un tale casino nei suoi uffici da costringerlo a cambiare rotta e investire di più nell’azienda, se non vuole vedere distrutto
tutto quello che ha creato.

Io e Giulia non parliamo affatto di quello che succede alle rispettive riunioni. Lasciamo quel mondo fuori dalla porta di casa per non esserne sopraffatte. Per di più non ci sarebbe motivo di condivisione visto che lei fa parte del sistema informativo mentre io sono passata in quello operativo.

A seguito della mia prima azione durante la quale non ho avuto nessuna difficoltà nello svolgere il mio compito, partecipo a diverse altre azioni con scadenza regolare.

Le facciamo a distanza di qualche giorno, cioè non troppo frequentemente. Sarebbe pericoloso e inoltre non ci sarebbe il tempo materiale per prepararle a dovere.

L’azione che mi provoca le maggiori emozioni si verifica quando dobbiamo bruciare gli archivi alla sede centrale del sindacato. Nelle loro cartelle ci sono notizie compromettenti riguardanti certi nostri attivisti.

Sono particolarmente coinvolta in questa azione, sia per potermi vendicare personalmente contro quei servi di partito sia per la possibilità di dimostrare ai sindacalisti l’inutilità dei risultati che ottengono: solo un mucchio di scartoffie facili al fuoco!

Sono tante le emozioni che provo nel compiere questi gesti, dalla paura all’ansia. Non saprei dire se sono condizionata dal peso di queste sensazioni che provo o se le stesse sono causate
dall’illegalità entro la quale agisco.

Non escludo neppure che la mia agitazione sia provocata dalla soddisfazione di realizzare la mia ribellione.

La prima volta che ho fatto volantinaggio di rivendicazione sono stata assalita da tremiti nervosi e da forti scariche di adrenalina, poi ho fatto l’abitudine e adesso lavoro con tranquillità e precisione.

Nell’ottobre millenovecento settantasei partecipo a delle riunioni, in sede di preparazione delle azioni, durante le quali si mettono in discussione le nostre priorità. Da qualche tempo la sensazione che stia calando la considerazione del gruppo politico nei confronti delle nostre azioni diventano sempre più tangibile.

Fino a ora, dato che si è sempre alzato un polverone notevole attorno ai nostri atti vandalici, come li definiscono i padroni, abbiamo sempre subito la condanna dei partiti. Ma abbiamo anche capito che la gran parte della classe operaia ci dava ragione.

La sezione informativa dei nostri gruppi ci ha sempre dato il suo consenso perché chi ne fa parte, sentendo gli umori e tastando il polso dell’opinione dei compagni in fabbrica, capisce quanto le nostre azioni siano approvate.

Tuttavia da qualche giorno, e quasi di punto in bianco, alcuni attivisti sono scappati fuori a dire che forse non otteniamo dei risultati concreti a favore del potere operaio.

In effetti le nostre azioni d’intimidazione creano danni ai padroni e permettono una certa sensibilizzazione verso i nostri problemi. Ciò nonostante le richieste che facciamo attraverso i volantini non vengono mai accolte o tenute in considerazione.

Stasera c’è una riunione a casa di Paolo e dovrò andarci anch’io per discutere sull’opportunità di indirizzare in maniera più incisiva le nostre azioni.

  • Serve un cambiamento di rotta che consenta al movimento di ottenere maggior attenzione da parte degli organi di stampa e da parte della base operaia. Il passo che stiamo per fare è la conseguenza logica della nostra linea politica, che prevede il ricatto della paura per ottenere dei risultati concreti. Solo mettendo il fuoco sotto al culo dei
    padroni si può sperare che si accorgano dei nostri problemi, altrimenti per loro siamo e resteremo un numero di cartellino da sfruttare.

Andrea è particolarmente infervorato con il suo discorso, vuole calcare la mano affinché ci sia una svolta nel movimento.

  • Dobbiamo iniziare a colpire direttamente le persone che rappresentano o gestiscono il potere. Cominceremo con le minacce a seguito delle solite azioni, e nei volantini di rivendicazione, metteremo anche dei riferimenti precisi contro le persone.

Il resto del gruppo è completamente d’accordo su quella nuova strategia perciò basta poco per prendere la decisione definitiva.

All’inizio il cambiamento provoca una certa reazione nei padroni, qualcuno si spaventa e comincia a concedere spazi alle nostre richieste.

  • Abbiamo trovato la strada giusta, lo dicevo io che solo colpendo le persone potevamo sperare di essere ascoltati. I danni materiali per loro che hanno tanti soldi sono solo una piccola preoccupazione, ma quando gli minacci la vita, che non si può comprare, vedi come corrono!

Questo è il tipico commento che comincia a circolare durante le riunioni e in noi aumenta la consapevolezza di aver trovato la strada giusta. Ora sentiamo forte la voglia e la motivazione per spingerci ancora più in là.

L’averci fatto intravedere una soluzione veloce per l’accettazione delle nostre richieste ci porta a passare dalle intimidazioni alle vie di fatto.

La prima volta che decidiamo di attuare i propositi delle minacce prendiamo di mira un direttore di fabbrica che fa parte dell’associazione degli industriali. Viene incatenato ai cancelli dello stabilimento con il cartello di rivendicazione attaccato al collo.

Dopo questa le altre azioni che seguono hanno la stessa impronta aggressiva. Attraverso le rivendicazioni denunciamo gli abusi e i soprusi di cui è colpevole la classe dirigente. Prendiamo di mira le persone che le hanno compiute o ne sono state complici.

Vogliamo che siano messe di fronte alla necessità di giustificare i propri comportamenti alla classe operaia.

Ogni volta che portiamo a termine un’operazione cambiamo i componenti dei gruppi
e ci scambiamo i ruoli in modo che siano più difficili le identificazioni.

  • Sara, è un passo necessario, siamo al bivi o più importante della lotta. Nessuno ha capito il nostro potere, continuano a sottovalutarlo, è ora che dimostriamo la nostra forza se vogliamo essere ascoltati!

Paolo mi sta rassicurando, io e Giulia siamo a cena con lui e stiamo ragionando sugli ultimi avvenimenti.

  • Credi davvero che agendo sulle persone potremo ottenere di più? Non credi che si andrà oltre l’intimidazione?

Ribatto scettica, come al solito le mie paure s’ingigantiscono nella mia testa e diventano dei veri tarli di dubbio.

  • Certo che si potrà ottenere di più e bisogna andare avanti proprio adesso che vediamo qualche risultato. È stato il loro continuo far finta di niente che ci ha portato a spingere
    la nostra lotta oltre il livello delle parole. Il fatto che non ci abbiano mai preso in considerazione ha fatto sì che maturasse il nostro passaggio alle maniere forti. Adesso vogliono sapere fino a che punto siamo disposti a rischiare. È una sfida quella che ci fanno e noi la sosterremo fino in fondo, fino a che saranno per forza costretti a cedere a tutte le nostre richieste.

Giulia ha pienamente ragione nel ribadire queste concetti. Solo spingendo fino in fondo la nostra lotta possiamo sperare in una soluzione più rapida a nostro favore.

È la prima volta che ne parliamo al di fuori delle riunioni, evidentemente siamo tutti molto coinvolti da questo ulteriore passo in avanti fatto dalla lotta proletaria. Uno dei motivi d’irritazione nei confronti del potere è constatare come, ancora una volta, siamo costretti a usare le maniere forti perché ci viene negata la possibilità di un confronto politico .

Una sera durante una riunione, uno dei nostri ragazzi raccontava di un dirigente che gli aveva promesso dei soldi se lo avesse lasciato andare! Per fortuna finora a me non è mai successo niente del genere, non so come reagirei di fronte a una proposta del genere!

Faccio fatica a reprimere l’odio per le persone codarde che hanno il potere e non fanno niente per migliorare le condizioni degli operai. Non so come mi comporterei di fronte a chi tenta di corrompermi!

Quando una di quelle persone si trova sotto la mia mano la tentazione di scuoterle con violenza diventa una necessità fisica. Se dovesse capitarmi di trovarne uno che per paura mi offrisse dei soldi potrei lasciarmi andare a una reazione eccessiva.

La convinzione di essere sulla strada migliore per ottenere dei risultati concreti sulla via di un cambiamento sociale mi fa andare avanti nella vita con un vigore e con un’energia che credevo perduti. Riscopro la voglia di lottare, d’impegnarmi per un ideale e di soddisfare la necessità di
cambiamento.

CAPITOLO 24 – TRAVESTIMENTI&SCANTONAMENTI

“… scontri tra polizia e dimostranti durante la manifestazione degli agricoltori contro la riforma dei patti agrari. Alcuni gruppi di estremisti hanno attaccato le forze dell’ordine provocando dei feriti tra gli agenti. Cinque manifestanti sono stati fermati mentre la manifestazione si è trasformata in un sit-in davanti agli uffici dell’ispettorato agrario …”

Giulia ascolta la notizia appena giunta in radio senza prestare troppa attenzione. Situazioni di quel tipo si verificano tutti i giorni e a lei basta sapere che nessuno degli attivisti sia rimasto coinvolto. Torna a casa un’ora dopo, finito il suo lavoro e salutato i compagni.

In mansarda fa freddo, i termosifoni sono rimasti spenti perché doveva pensarci Sara ad accenderli di rientro dal turno del mattino.

In realtà Sara ancora non è tornata e allora tocca farlo a Giulia. In attesa che i radiatori si scaldino lascia scorrere tanta acqua per una doccia bollente che le faccia recuperare un po’ di calore.

Dopo essersi asciugata, con la sigaretta penzolante dalle labbra e godendo del ritrovato tepore, s’aggira per casa raccattando cose nel disordine imperante.

Sul tavolino del salotto trova il biglietto di Sara.

SONO ALLA MANIFESTAZIONE DEI CONTADINI, CI VEDIAMO STASERA SARA ++

NO! Ma che cazzo le è saltato in mente di andare a immischiarsi in quella bolgia!

Lentamente i minuti passano e diventano ore. Fuori è buio da un pezzo e Sara non si vede. Giulia decide di uscire a cercarla, fa mente locale alla notizia ascoltata in radio e si ricorda del sit-in all’ispettorato.

Quando ci arriva trova un accampamento improvvisato con bracieri per scaldarsi e punti di ristoro con vino caldo e caldarroste. Ma di Sara nessuna traccia.

Finalmente, girando tra coloro che sono seduti davanti ai cancelli, riconosce un attivista suo amico.

  • Andrea cosa ci fai qui? Lo sai che è pericoloso esporsi nelle manifestazioni di categoria?!
  • Non potevo fare a meno di esserci, Giulia, questa protesta è importantissima e ha bisogno del massimo sostegno. Tu piuttosto perché sei qui?
  • Cerco Sara, una mia amica che …
  • Ma chi, Sara della fabbrica Posi?
  • Sì perché, la conosci?

– Certo che la conosco, è una delle poche persone che si è sempre impegnata anche per le categorie di lavoratori meno considerata a livello sindacale, come i contadini. Era in prima fila con noi fino a quando ci sono stati i casini, poi mi sono guardato attorno e non l’ho più vista. Hai provato a guardare tra le tende?

  • Sì, ma non l’ho trovata e nessuno la conosce.
  • Allora prova ad andare a vedere in caserma, qualcuno è stato portato là.

Sconvolta all’idea di cercare l’amica rinchiusa dalle forze dell’ordine e timorosa di farsi riconoscere, Giulia ragiona sul da farsi.

S’avvia in auto verso la caserma, parcheggia la sua Dyane a qualche isolato di distanza, poi si prepara per presentarsi dai carabinieri.

Avvolta nello scialle che si porta sempre dietro, un po’ di trucco agli occhi e sulle labbra e i cappelli raccolti in uno chignon, sono i piccoli accorgimenti che possono bastare per renderla diversa dal solito.

Giulia suona al campanello e il piantone va ad aprire, poco dopo entra nella stanza dove si trova la sua amica.

Sara è seduta davanti a un poliziotto e si vede chiaramente che non riesce a venirne a capo. Trattiene a stento la rabbia e Giulia nota che stringe forte un braccio, probabilmente dove quell’uomo l’ha colpita, con il manganello o altro.

Giulia parla con uno dei poliziotti mentre tiene d’occhio Sara. È evidente il disprezzo che prova per l’uomo che ha davanti, ma se vuole uscire sulle sue gambe da quel posto deve frenare i suoi impulsi e non rischiare di tradirsi dando in escandescenza.

Sara si stupisce quando la strana donna si spaccia per sua sorella. Però le deve almeno un po’ di riconoscenza perché dopo aver parlottato con lo stronzo la fa uscire da lì. Quando si trovano una vicina all’altra finalmente Sara la riconosce. È Giulia!

  • Che cazzo ci fai qui?!
  • T i salvo il culo! Si può sapere cosa ti è saltato in mente e cos’hai combinato?

Le chiede Giulia con tono di rimprovero, anche se il sollievo di avere Sara vicino sana e salva fa passare in secondo piano ogni incazzatura.

  • Io? Niente! Comunque non salvi il culo di nessuno, quello mi stava per mollare.
  • Già! E da quanto tempo eri lì a convincerlo?
  • Tre ore , più o meno.
  • Alla faccia del farti mollare! Si può sapere cos’è successo?
  • Stavamo manifestando tutti assieme, raggruppati dietro agli striscioni. A un certo punto è arrivata la polizia e ha cominciato a spingerci indietro. Ero in prima fila e mi sono trovata faccia a faccia con quello stronzo che ha cominciato a darmi della troia, della puttana, della lesbica. Non ci ho visto più e ho cominciato a ridirgliele tutte: stronzo, cornuto, testa di cazzo, finocchio. È finita solo quando ha cominciato a menare.

– Ti ha fatto male? Dove?

– Qui, al braccio, ma non è niente, quando arriviamo a casa ci metto il ghiaccio e passa tutto.

  • Lo sai che hai rischiato tantissimo?! Come ti è venuto in mente di andarti a cacciare in questo pasticcio?

Giulia continua a parlare ma a Sara non interessa spiegare perché si sente spinta a buttarsi a capo fitto in certe situazioni. In quel momento crede di essere sfigata a trovarsi in quella situazione di merda.

Sembra che ogni volta che vuol prendere parte attiva a una qualsiasi forma di rivendicazione deve per forza mettersi nei guai.

Per evitare che Giulia continui con i suoi rimbrotti Sara decide di cambiare discorso.

  • Tu, piuttosto, perché ‘sta mascherata?
  • Per evitare di dargli qualche appiglio per l’identificazione.
  • Per questo ti sei spacciata per mia sorella?
  • Bella idea, eh?

In qualche modo scaricano la tensione, anche se per Sara il motivo del comportamento di Giulia non è ben chiaro.

Il martedì è il giorno del mercato settimanale e quando i rispettivi turni di lavoro lo permettono, Sara insiste per andarci insieme. Vuole comprare gli alimenti freschi, quelli che portano a vendere i contadini delle campagne limitrofe.

Giulia è riluttante, la zona del centro dove si svolge quel mercato è un tale crocevia di persone che può facilmente capitare di fare incontri indesiderati. Spera che la confusione sia sufficiente a garantirle qualche scappatoia, se ce ne sarà bisogno. Pensare di passare inosservata con Sara al proprio fianco è un’utopia.

Mentre stanno curiosando tra le bancarelle di intimo, per fortuna dopo essersi già procurate la frutta e la verdura di cui hanno bisogno, Giulia lo vede, qualche decina di metri dietro di loro.

Immediatamente prende Sara sotto braccio e la trascina fuori dalla via principale, spingendola a nascondersi dietro gli ambulanti.

  • Cosa fai?
  • C’è uno che non voglio vedere, passa adesso sulla via.
  • Ma chi è? – Sara si sporge da dietro il telone per sbirciare in strada.
  • Stai indietro! Non farti vedere …
  • Si può sapere chi è ‘sto tizio e perché ti fa tanta paura?

Sara si è divincolata dalla sua stretta, la guarda dritto negli occhi parlando con il tono perentorio di chi chiede giuste spiegazioni.

Tocca inventarsi qualcosa, mica può dirle che quell’uomo è un dirigente del partito comunista sul quale il suo gruppo stanno indagando e con cui lei ha avuto uno scontro durissimo sulle posizioni di Lotta Continua!

  • Non è nessuno, solo un vecchio professore di filosofia, uno che non voglio assolutamente vedere.
  • Chi è, quello con il loden verde?

Sara si è di nuovo esposta per vedere chi è il soggetto di tutte quelle paure.

  • Per favore stai indietro! Sì, è lui.
  • Mica tanto vecchio …
  • La pianti di sbirciare! Se poi ci vede tocca fermarsi a salutare. Andiamocene.

Detto questo Giulia alza i sacchetti delle loro compere da terra e s’incammina velocemente in direzione opposta a quella del loden verde.

  • Ehi, aspetta! – urla Sara mentre inizia a rincorrerla – si può sapere perché ce l’hai su tanto con quel tizio?
  • Non ce l’ho su con lui, solo che abbiamo avuto una discussione molto accesa durante un’assemblea e da quella volta ci siamo rimbeccati costantemente.
  • Motivo della discussione?

Adesso tocca a Giulia inventarsi un argomento che possa soddisfare tutta la curiosità di Sara. Ma non è difficile trovarne uno, in tanti anni di militanza e di scontri.

  • Era un ragionamento su inserimento e adeguamento, sulla lotta e sul confronto politico. Per me il vero rivoluzionario è colui che vuole rovesciare il mondo e per farlo è disposto anche a imbracciare le armi. Invece lui sosteneva che bisogna integrarsi nel sistema se si vuole cambiarlo.
  • Non mi sembra un motivo di grande scontro.
  • Effettivamente no, però io rincaravo la dose dicendogli che adeguarsi significa diventare servi del potere e chi s’inserisce è un traditore del popolo. In giro c’era e c’è tanta paura di rivoluzione, certe affermazioni sono motivo di contrasto. Ma adesso basta parlare del tizio, tu, invece, come la pensi?

L’argomento è riuscito a distrarre Sara dal mancato incontro con il dirigente comunista e anche se non approfondiscono il discorso, almeno hanno evitato di parlare di lui. Intanto la camminata veloce di Giulia è riuscita a farle arrivare, in breve tempo, al parcheggio dell’auto per tornare a casa.

CAPITOLO 25 – SORPRESE

Stasera Giulia non tornerà a casa perché appena esce dalla radio deve andare a una riunione, Sono sola a cena e ho anche poca fame. Al solito non ho voglia di cucinare e smangiucchio quello che trovo in dispensa spargendo mille briciole per casa.

Mi metto comoda in tuta e giro a piedi scalzi, non ho impegni e passerò la serata con un buon libro.

Suona il telefono, è Giorgio, un compagno delle riunioni a casa di Paolo. Dice che devo essere là anch’io stasera perché l’argomento è importante e dovrà essere riferito agli altri militanti.

Sono scocciata, credevo di potermene stare beata nel dolce far nulla e invece dovrò uscire. D’altronde se la mia presenza è tanto importante per il gruppo politico sarà meglio che mi dia una mossa o farò tardi .

In strada il traffico è scarso, sono le nove di sera e i lavoratori hanno già fatto rientro a casa, per cui non ci sono ingorghi.

I parcheggi sotto alle abitazioni, invece, sono tutti pieni e a casa di Paolo faccio fatica a trovare un posto libero. Per fortuna dopo un paio di giri a vuoto, un’utilitaria se ne va e ne lascia uno
libero.

Salgo le scale di corsa, Giorgio mi ha detto che la riunione sarebbe cominciata alle otto e mezza e sono già in ritardo di mezz’ora.

Arrivo sul pianerottolo ansante, suono al campanello e mi appoggio allo stipite aspettando che qualcuno apra.

Non sento rumori particolari, poi la porta si apre e quasi svengo. Mi apre Giulia, spettinata e mezza nuda. È sbigottita e quasi grida.

  • TU? Cosa ci fai qui?

Io non ho parole, un po’ per il fiatone che ancora mi ansima, e un po’ per
lo stupore di quello che capisco.

  • Io … Giorgio … la riunione.

Farfuglio qualcosa, così a culo, poi capisco che è meglio cambiare aria e me ne vado di corsa giù per le scale, sento la porta che si chiude dietro di me.

Giulia e Paolo! Che stronza!
Salgo in macchina e comincio a vagare per la città semi deserta. Tremila pensieri, ma soprattutto l’immagine di Giulia in piedi sulla porta, mi scombussolano la testa.

E Giorgio? Che stronzo, non si è mai fatto i cazzi suoi e chissà quanto ha goduto a fare quella telefonata. Ma te guarda in mezzo a tutta la gente che recluta Paolo se doveva trovare uno stronzo come quello!

Ho più rabbia nei suoi confronti che con Giulia. Certo lei avrebbe potuto dirmelo che ogni tanto se la fa con Paolo.

Sono gelosa? Boh, non mi ricordo cosa voglia dire gelosia, e poi lui è un uomo.
Ad ogni modo la cosa che mi fa più incazzare è l’essere presa in giro, ho fatto una figura di merda!

La testa non riesce più a stare dietro a i pensieri, sono in uno stato di confusione totale, ho voglia di bere!

Il lampo di un desiderio fisico d’incoscienza m’attanaglia lo stomaco e la mente. Voglio immergermi in uno stato che mi consenta di non sentire più me stessa, né come presenza fisica né come pensieri che continuano a ronzare in testa. Voglio togliermi tutto!

Fermo l’auto fuori da un bar, il primo che incontro e che sia ancora aperto. Sono in una zona della città dove nessuno mi conosce e se voglio posso lasciarmi andare e scolare una bottiglia intera di vino.

Decido di sedermi sullo sgabello del bancone del bar perché ho paura che mettendomi a un tavolino certa gente possa sentirsi autorizzata ad avvicinarsi.

Figuriamoci se in questo momento ho voglia di discorrere con qualcuno!

Zeno entra con dei suoi amici, ma poi li liquida subito appena si accorge che sono lì. Si avvicina salutandomi allegramente, come se fossimo due grandi amici. Io ho dimenticato persino che abita da queste parti e non credevo proprio di poterlo incontrare.

Sento il suo odore vicino e m’infastidisce. Rivederlo non mi provoca nessun piacere particolare, anzi, mi dà la nausea.

– Ciao Sara, come stai? – Si è seduto sullo sgabello accanto al mio e, dopo avermi dato un abbraccio un po’ troppo stretto, fa un cenno al barista per farsi servire.

  • Bene, grazie, tu? – Giro il dito sul bordo del bicchiere, ostento una tranquillità che non ho e cerco di nascondere il mio turbamento. Voglio capire dove vuole arrivare con questi grandi saluti.
  • Ti ho cercato tanto, sai? – Lo dice con un tono, come se la cosa dovesse provocarmi un’ondata di stima e di piacere!

Intanto con la mano fa scorrere i polpastrelli delle dita sul mio braccio.
Potrebbe essere l’occasione giusta per rendere pan per focaccia a Giulia,
ma il solo pensiero mi ripugna, non sono il tipo di persona che fa certe cose
per ripicca.

Per di più non credo che nel mio modo di vivere ci sia tanto spazio per tornare a fare certe esperienze.

  • E invece come mai che io non ti ho visto da nessuna parte? – Mi sta facendo innervosire, ma non voglio che la situazione trascenda facendo esplodere la rabbia che mi tengo dentro.

Allontano la sua mano dal mio braccio e torno a riempirmi il bicchiere.

  • Tua madre mi ha detto che non abiti più con loro.
  • Già. Quando si cresce diventa importante rendersi indipendenti. Condivido un appartamentino con una mia amica, mi trovo molto bene.

Il tono della voce sta diventando sprezzante, voglio ribadire la distanza che esiste nei nostri diversi modi di vedere la vita.

So che mia madre non gli ha detto dove sto e non ha sparlato degli affari miei. Sono venuta via dalla famiglia mantenendo ottimi rapporti, loro hanno capito la mia esigenza di voler camminare da sola.

Il comportamento di Zeno, così affettato e da cascamorto, mi sta facendo incazzare, scatena la mia reazione acida. Non so quanto ancora posso resistere con questa finta calma.
Intanto la sua mano torna sempre sul mio braccio.

– Ti vedi con qualcuno?

  • Non sono affari tuoi! Comunque, se davvero ci tenevi a me, avresti potuto farti vivo, invece di fare questa scenetta adesso che sei con i tuoi nuovi amici. S’è fatto tardi, devo andare; magari ci si rivede, per caso, s’intende!

Mi alzo dallo sgabello, raccolgo la giacca dalla sedia e lo lascio solo al bancone, con i due bicchieri ancora pieni davanti.

Vorrei buttargli in faccia che saprebbe benissimo dove trovarmi e come contattarmi, se davvero lo volesse.

Esco dal bar con fare deciso, senza dare la benché minima impressione di ciò che si sta agitando dentro di me.

Sono di nuovo in macchina, di tornare a casa non ho nessuna intenzione, giro un po’ per le strade poi incrocio un altro bar aperto e mi fermo. C’è una donna dietro al banco e se solitamente non mi faccio problemi, questa volta devo ammettere che la cosa mi aggrada.

Di soste come questa ne faccio almeno altre tre, che mi ricordo, poi non so.

Torno a casa quando sono le tre del mattino, Giulia è ancora sveglia e forse a spetta me; ma io non ho voglia di parlarle, non saprei proprio cosa dire.

Mi rifugio in camera, il vino che ho bevuto fa girare tutto vorticosamente e devo mettere i piedi sul pavimento fuori dal letto, per non lasciarmi sopraffare dalla nausea.

Giulia viene in camera, allora io mi alzo e vado nel bagno, se caccio due dita in gola verrà fuori l’inferno che ho dentro.

Dopo aver vomitato mi sento meglio, il mondo non mi gira più attorno, anche se il mio equilibrio fisico non è dei migliori.

Vado in cucina a farmi un caffè, berlo amaro porterà un po’ di sollievo allo stomaco.
Giulia mi segue, non so se ha paura di quello che facci o e mi vuole controllare, o se pensa di dirmi qualcosa.

  • Perché mi guardi? – Le dico con tono aspro e aggressivo.
  • Guardo come sei conciata.
  • Bè, capita a tutti qualche volta, no? – Ribatto per nulla scalfita da quel suo giudizio sulle mie condizioni.

-Se lo hai fatto per quello che è successo, non ne vale proprio la pena.

  • Vaffanculo! Che cazzo te ne frega?
  • Non essere stronza, sai benissimo che me ne frega.
  • Allora potevi pensarci prima, guarda che non m’importa se ti scopi Paolo, solo che potevi evitarmi la figura di merda! Farmi venire lì solo per vedere.

Non finisco la frase, Giulia sbatte il pacchetto di sigarette sul tavolo e quasi m’aggredisce.

  • Come sarebbe a dire farti venire lì? Chi ti ha detto di venire lì ?
  • Giorgio, ha chiamato.
  • Cosa? Giorgio ti ha chiamato per dirti di venire a vedere quello che succedeva da Paolo? – Urla sbigottita dopo aver acceso l’ennesima sigaretta.
  • Sì, Giorgio ha detto che c’era una riunione e che dovevo esserci anch’io, sembrava im…

Sono colta alla sprovvista da quello che ci stiamo dicendo e dal vedere di nuovo scorrere le immagini di quel momento, scoppio a piangere come una cretina.

  • Scusa. – Balbetto asciugandomi le lacrime. – Non so cosa mi prende.

Giulia si avvicina e m’abbraccia, vorrei sfuggirle, invece resto chiusa tra le sue braccia.

  • Guarda che per me Paolo non è nessuno, non c’è niente tra noi, quello che è successo stasera è solo uno stupido incidente che non accadrà più, te lo garantisco. E comunque anche io mi sento presa in giro, se ripenso a quello stronzo di Giorgio! Ma questa la paga, stai sicura, la pagherà a caro prezzo!

Non l’ascolto, sto dormendo in piedi, ho in testa la confusione dell’alcol e riesco a malapena a infilarmi nel letto.

Non penso a niente di quello che è successo, non sono in grado di ragionare oltre quello che ho già fatto e non sono neppure sicura di aver capito le scuse di Giulia.

Nei giorni seguenti non parliamo più di quello che è successo, ma noto che Giulia è più incazzata e nervosa del solito.

Io sono molto presa dai miei impegni e preferisco lasciare stare tutto come sta. Non m’interessa andare a fondo nella questione, sto acquistando una nuova sicurezza e non voglio che un episodio possa stravolgere il mio cammino.

CAPITOLO 26 – IMPREVISTI

Arrivai al casolare di Giuliana dopo l’ora di cena e non volevo passare per la cucina dove, ne ero sicuro, in tanti della famiglia stavano a veglia. Stavo per tirare un sasso alla finestra della camera per richiamare la sua attenzione. Poi decisi che era meglio un verso di richiamo.

Avevo già il suo nome sulla punta della lingua quando sentii fischiare le orecchie, e quello era di sicuro un avvertimento di qualcosa che non stava andando per il verso giusto.

Sentii dei rumori alle mie spalle e la voce si fermò in gola. M’acquattai dietro una siepe per nascondermi meglio e capire da dove venivano.

Erano voci e provenivano dal fienile. Sentii Giuliana che diceva di no, di non farlo, di lasciare le cose come stavano.

Mentre udivo quelle parole i miei sensi s’allertarono al massimo e percepivano ansimi e rumori attutiti. Non capivo cosa stesse succedendo e chi c’era lì con lei.

Mille voci cominciarono a rotearmi nella testa. La miriade di chiacchiere vuote fatte nei momenti di ozio al covo si concentrarono nelle più torbide malignità che riguardavano le donne.

Le scacciai con decisione avvicinandomi meglio per sentire quello che succedeva là dentro. Dovevo assolutamente capire cosa stava accadendo prima di poter dar credito a quei brutti pensieri.

Nonostante fossi concentrato nell’ascolto e allungavo l’orecchio per sentire meglio, non riuscii a definire alcunché. C’era solo un modo per capirci qualcosa e avevo un’unica scelta, quella di sfondare la porta del fienile per entrare e vedere cosa stesse succedendo.

Il fracasso del legno sfondato dal calcio del mio piede provocò un rumore secco e incredibilmente forte. Quell’ ingresso violento e improvviso pose fine a qualsiasi cosa stesse accadendo là dentro.

  • TU ? Cosa ci fai qui?

Gridò Giuliana alzandosi dal covone di paglia. Antonio, in piedi a due passi da lei, teneva in mano dei fogli e guardava verso di me col suo solito ghigno a metà tra l’ironico e il beffardo.

Reagendo d’istinto subito dopo essermi rialzato dalla capriola contro la porta, mi gettai con veemenza contro il mio amico e lo spinsi con forza contro la parete di legno del fienile.

In quel momento non stavo ragionando, vedevo tutto rosso e gli piazzai due pugni nello stomaco che lo fecero accasciare a terra.

  • Beh, cosa stavate facendo? – Urlai a squarciagola rivolgendomi a entrambi.

Ero ansante per la foga di quel gesto e affranto nell’incapacità di contrastare l’emozione di quegli attimi di puro smarrimento. Non mi sarei mai aspettato un comportamento del genere da nessuno dei due e … stavo per piangere!

Prima che Antonio riuscisse a pronunciare una parola, Giuliana mi abbracciò avvolgendomi con le braccia e premendo il suo seno sulle mie spalle.

Girai la testa distaccandomi da lei. Volevo guardarla in faccia, perché non doveva consolare il mio turbamento raccontandomi qualche bella scusa.

Io non la volevo più, adesso che avevo visto ciò che non dovevo vedere, adesso che ero sempre più convinto che avesse rovinato tutto … tutto!

Dopo essermi liberato dalla sua stretta camminai in cerchio al centro del fienile. Ero disorientato e la delusione si stava trasformando in un dolore che superava di gran lunga la rabbia per quello che stavo vivendo.

  • Si può sapere che ti prende? Sei impazzito?

Antonio si era rialzato da terra e, tenendosi il braccio premuto contro la pancia dolorante, si stava avvicinando a me.

  • Resta dove sei, Antonio! Prima spiegami tu cosa ci fate voi due soli nel fienile!

Lo stato di alterazione non mi permetteva di vedere lucidamente la situazione. Le chiacchiere fatte dagli altri componenti del gruppo al covo rimbombavano nella mia testa dando rilievo solo ai commenti pesanti e volgari rivolti alle donne.

La maldicenza più comune riguardava le ragazze che venivano violentate e alle quali, in ragione di questa nuova condizione svergognata, veniva concesso di recarsi dai briganti. Ecco perché era riuscita a venire al covo!

In quel frangente i sospetti e le malignità s’ingigantivano a dismisura e l’eventualità che simili fatti potessero essere avvenuti stavano costruendo un muro che m’impediva di guardare Giuliana negli occhi.

Nella mia vita da brigante sopportavo a fatica le semplificazioni e i giudizi grossolani sulle donne. Ma mentre vivevo quella bruttissima situazione non riuscivo a estraniare i fatti che erano sotto ai miei occhi dal contesto delle chiacchiere becere.

Cominciai a inveire contro tutto e contro tutti, tirai fuori un fiume di parole come non mi era mai capitato di fare, non avevo mai parlato così a lungo.

E fra tutto quello che dissi, non avendo avuto il tempo di pensare e di collegare i l cervello, mi scapparono delle parole esagerate che ferirono profondamente Giuliana.

– Smettila! – Gridò Giuliana con tutta la voce che aveva in corpo e bloccò il mio sfogo irragionevole.

  • Che cazzo hai capito, brutto imbecille! – Approfittò Antonio riuscendo a mettere qualche parola tra le mie tante ciance. – Non vedi che stiamo lavorando per il gruppo?

Guardai Giuliana, era seduta sul pagliericcio completamente vestita. Tra le mani teneva dei fogli e un lapis e mi guardava con espressione atterrita e abbacchiata.

  • Perché devi sempre giungere alle conclusioni sbagliate? Come potevi pensare che stessimo facendo qualcosa di male, qui, a casa mia! – Aggiunse lei rimarcando l’evidente insensatezza delle mie deduzioni.

Però io stentavo a crederle. Se non fossi capitato lì io, cosa sarebbe potuto succedere? Stavano veramente facendo quello che dicevano di fare o piuttosto lui non era riuscito ad andare fino in fondo nei suoi propositi solo a causa del mio arrivo?

Ero furente e amareggiato, quella assurda e umiliante situazione mi stava crollando addosso senza che ne fossi preparato. Avevo appena detto un sacco di cattiverie dimostrando ancora una volta di non capire nulla delle situazioni e di essere troppo impulsivo.

Lo sconforto per quella constatazione cresceva di pari passo con la certezza di vivere un momento delicato. Se non avevo fiducia in lei, come potevo pretendere che Giuliana l’avesse in me?

Avevo tanti dubbi in testa, non capivo il perché di quello che era successo e il perché mi trovavo lì a viverlo.

Non sapevo fino a che punto mi sentivo oltraggiato e fino a che punto incolpavo Giuliana della situazione.

  • Che confusione Giuliana, non ci capisco più niente. – Le dissi mentre mi avvicinavo a lei e mi sedevo sullo stesso pagliericcio.

Antonio se n’era andato, dopo aver lasciato i fogli in mano a Giuliana. Mi aveva mandato a fanculo senza tanti complimenti e io, per tutta risposta, gli avevo sputato sopra gli stivali.

Anche se in quel frangente non era successo nulla tra loro due, Antonio avrebbe comunque dovuto mettermi al corrente dei loro incontri. Invece avevano tenuto quel segreto tra loro escludendomi.

Non me ne fregava nulla di perdere l’amicizia di Antonio e dopo che se ne fu andato cercai di recuperare il rapporto con la mia fidanzata.

Giuliana cominciò ad accarezzarmi la nuca con le mani, i suoi polpastrelli massaggiavano il mio collo rilassando i muscoli e riducendo il nervosismo accumulato.

La dolcezza del suo tocco mi faceva desiderare che continuasse all’infinito. In qualche modo dovevamo stemperare la tensione provocata dalla situazione e fu proprio lei a prendere tra le mani le nostre emozioni. Solo così potevamo riprenderci la serenità che quell’episodio ci stava togliendo.

Il mondo sparì attorno a me, ciò che era appena successo si stava dileguando come una nebbia autunnale spazzata via dalle parole e dai gesti di Giuliana.

Chiarimmo ogni cosa, mi resi conto del mio fraintendimento e lei perdonò il mio sfogo.

La serata che fino a quel momento potevo considerare come la peggiore della mia vita, si trasformò in un magico momento di estasi.

Furono momenti intensi e veramente appaganti, anche se eravamo alle prime esperienze l’amore che ci univa trasformava la vicinanza della nostra pelle in sensazioni fisiche che andavano al di là di ogni immaginazione.

Cercai il contatto con ogni angolo della sua pelle, esplorai ogni curva del suo corpo. Aspettai che i languori diventassero dolori, poi la penetrai con un trasporto di dolce irruenza.

Il suo fisico, asciutto e snello come non potevo nemmeno sognarmelo, i suoi occhi azzurri vividi e brillanti, il suo volto, diventato rosso nell’eccitazione, tutto di lei mi trasportò verso il culmine di un piacere che non avevo mai provato.

Giuliana appoggiò il suo viso sul mio petto e io allargai il braccio per coprirle le spalle. Avevamo il respiro affrettato dai battiti del cuore, ma era un ritmo così naturale che ebbi subito la certezza di aver fatto il fatidico incontro con la persona giusta.

La salutai baciandola di nuovo sulle sue labbra perfette.

Fin dai primi sguardi era stata chiara la notevole attrazione che provavo per lei. E quella certezza fu il preludio di un amore profondo e contraccambiato.

Tornai al covo ben più tardi della mezzanotte che mi ero prefissato, ma nell’animo e nel fisico avevo conquistato una sicurezza e una gioia che non mi facevano temere rimproveri.

CAPITOLO 27 – INCIDENTI

Questa settimana è in programma un’azione dimostrativa contro un dirigente della fabbrica Posi. Il piano è preparato con cura e il soggetto viene studiato seguendo le sue abitudini in modo da scegliere il momento migliore per agire.

È mattino presto, siamo al buio fuori da casa sua, aspettiamo il momento che esca e, prima che possa salire in macchina, lo preleviamo e lo mettiamo su una delle nostre auto.

Lo portiamo davanti ai cancelli della fabbrica ancora chiusa e lo incateniamo con addosso il cartello che avevamo preparato.

È una persona di circa cinquant’anni. Si scombussola molto per quello che gli stiamo facendo, sembra stupito, quasi disorientato per quell’azione che non sa spiegarsi.

Il suo stato di confusione suscita il mio disprezzo. È una conferma di quanto quelle persone si ritengano invulnerabili e sicure nella loro vita agiata e tranquilla.

Quest’uomo ha il terrore che possiamo fargli qualcosa di male, ma deve rendersi conto che gli potrebbe succeder e di peggio se non accoglieranno le nostre richieste.

Di ritorno, dopo averlo lasciato al buio in quella scomoda posizione, rifletto sul perché quell’uomo abbia reagito con grande disorientamento e dimostrato tanta paura.

Ancora non conoscono le nostre azioni? Sono così vigliacchi da non fronteggiarle?
Si rendono conto che li colpiremo tutti, a uno a uno?

Quella stessa sera, quando Giulia torna a casa dalla radio, tutte le certezze e i ragionamenti fatti fino a quel mattino crollano miserabilmente.

  • Il soggetto dell’azione di stamattina è morto d’infarto dopo essere tornato a casa dal lavoro.

Le sue parole sono come frecce che si conficcano nel cuore. Resto impietrita con lo sguardo assente e la mente in cerca di appigli per le spiegazioni.

Vedendomi così attonita Giulia cerca di rincuorarmi.

  • Ehi Sara, non l’hai mica ucciso tu! L’hanno liberato dalle catene prima delle otto, ha fatto la sua bella giornata di lavoro e si è sentito male dopo cena.

Non reagisco alle sue parole, non riesco ad articolare la voce né a ragionare con pensieri compiuti. Sprofondo nel divano in un mutismo di cui non conosco le radici nell’anima.

Giulia si avvicina, tenta di consolarmi, mi accarezza il braccio e le lacrime iniziano a scendere.

  • Possibile che il mondo intero abbia deciso ancora una volta di voltarmi la faccia? Possibile che ogni volta che trovo una certezza devo scontrarmi con un muro che fa ribollire tutti i dubbi un’altra volta?

Non mi capacito di quello che è successo, è come se fossi morta anch’io con il soggetto , come continuo a chiamarlo mentalmente.

Il trauma mi ha ucciso moralmente, questo tipo di lotta si è rivelata un’arma a doppio taglio per chi come me dà un’importanza incommensurabile alla vita.

È vero che ho provato odio per lui e avrei voluto mettergli le mani addosso ben più pesantemente di quando stavamo facendo, ma quando s’incontra la morte, qualsiasi rabbia va a farsi fottere!

  • Sara scuotiti, non è successo niente, è tutto come prima …
  • Ma come fai a dire che non è successo niente! Come fai a startene così calma! Ti rendi conto che abbiamo ucciso un uomo? Se ripenso all’odio che provavo mentre lo facevo. Cosa ci ha fatto arrivare a questo punto? Non può andare avanti così! –

Le urlo cadendo di nuovo nello sconforto del rimorso.

  • Senti, non è giusto che ti assumi delle colpe che non sono nostre. Quell’uomo stava già male e noi non potevamo saperlo. E poi è morto molte ore dopo la nostra azione.
  • Lo sai benissimo che questo non cambia niente, resta sempre il fatto che ho partecipato a un’a zione in cui un uomo ha perso la vita. E su questo dobbiamo riflettere.

Giulia non parla. Non si possono trovare scuse per quello che è successo e neppure continuare a credere che sia stato un caso o una sfortuna.
Anche se non siamo stati noi a uccidere quell’uomo, dobbiamo ammettere che con le nostre azioni vogliamo raggiungere la massima intimidazione.
E quale maggiore intimidazione esiste oltre alla morte?

I giorni successivi trascorrono senza avere lo stesso senso di prima. Sembra tutto rallentato. Anche perché il confronto e gli sviluppi sulle possibili soluzioni non arrivano mai come lampi improvvisi, ma procedono a piccoli passi. E io non vedo spiragli.

Io e Giulia non tocchiamo mai l’argomento e lasciamo tutto come sta. Tra qualche giorno dovrei essere chiamata a una riunione con gli attivisti e non vedo l’ora che questo avvenga. Nella speranza che una discussione mi faccia riacquistare un filo di coerenza.

La riunione però tarda a essere organizzata, evidentemente qualcuno s’è accorto dello scompiglio causato dalla morte del soggetto e si vuol dare a tutti il tempo di riassorbire il trauma.

Siamo arrivati ai primi di dicembre, tra poco terminerà anche questo bisestile millenovecento settantasei e io sto ancora valutando se mi abbia buttato giù o mi abbia rimesso in sesto.

Non riesco a colpevolizzare il movimento per come mi sento. La via verso l’azione diretta l’ho scelta io e non posso gettare la responsabilità della mia ferita su qualcun altro. Posso solo cercare di capire se credo ancora in certi mezzi.

Sono disorientata, attorno a me vedo solo terra bruciata, possibile che quello in cui credo deve per forza costare compromessi umilianti o morti ingiustificate?

Possibile che devo sempre scontrarmi con situazioni che si rivoltano in negativo quando le prendo in mano io?

Perché mi va tutto di traverso?

Sono esagerata io a caricarmi sulle spalle un peso che dovrebbe essere ripartito con gli altri?

Non so davvero cosa pensare e mi domando se qualche altro attivista se la stia prendendo a cuore, come succede a me, o se siano tutti parzialmente indifferenti come sta dimostrando Giulia.

Ho saputo che anche qualche altra compagna la pensa come me e forse è per questo che non vengono più fatte le riunioni dei militanti.

I primi segnali di qualche spaccatura fra noi cominciano a vedersi in questi tentennamenti. Nel rimandare le riunioni e nel trincerarsi dietro scuse organizzative che prolungherebbero i tempi stabiliti per mettere in piedi altre azioni.

Una sera ne parlo con Giulia, per capire cosa stia succedendo a livello politico, perché ho il dubbio che ci stiano abbandonando. Non vorrei che ci togliessero il sostegno all’operatività, quindi devo sapere cosa succede alle loro riunioni.

  • Perché non vieni anche tu stasera, così potrai parlare direttamente con gli altri dei tuoi dubbi.

Risponde Giulia mentre finisce di sparecchiare la tavola della cena. Io sto già lavando i piatti nel lavandino e le volto le spalle.

  • Ancora non me la sento, credo sia meglio riflettere bene prima di prendere una decisione su quello che voglio fare. Tu cosa dici di questi rinvii continui, io ho bisogno di vedermi con gli altri attivisti per dei chiarimenti.

– Non so cosa stia succedendo tra gli attivisti, per quanto ci riguarda, a livello politico, è tutto come prima, non è cambiato niente.

– Certo che per voi non cambia niente, voi avete le mani pulite.

  • Ma che cazzo dici! – Giulia mi guarda con occhi fulminanti. Io sostengo il suo sguardo, sicura di cogliere nel segno di una sua debolezza, ma lei continua imperterrita. – Ti sta dando di volta il cervello? È proprio meglio che te ne stia fuori ancora per un po’.

Detto ciò se ne va in salotto.
Benissimo! Ho finito di asciugare le stoviglie e la raggiungo nel salotto così possiamo litigare per bene e tirare fuori tutti i sassolini dalle scarpe.

– Cosa vuoi dire con ancora per un po’? Vuoi dire che siete stati voi a decidere di lasciarmi fuori dalle riunioni? E perché l’avreste fatto? Sei tu che vai in giro a raccontare i cazzi miei e mi tieni volutamente fuori?

  • Sara sei esaurita! O meglio, non sai quello che vuoi. Stasera vieni con me così la finisci con questa storia e ti calmerai, almeno nei miei confronti.
  • Te lo puoi scordare che vengo, stasera me ne sto a casa per i fatti miei, della tua riunione me ne fotto proprio!

E invece devo andarci per forza, trascinata dalla sua volontà e anche per evitare ulteriori scenate.

Alla riunione siamo in pochi e discutiamo principalmente dei soldi e dell’autofinanziamento. Così il tentativo di Giuli a per farmi trovare delle risposte ai miei dubbi attraverso le parole degli altri cade nel vuoto.

In parte è meglio così. In questo momento sono troppo incazzata per affrontare certi argomenti con gli altri.

Quando torniamo a casa, invece, il discorso che avrebbe voluto tirare fuori alla riunione lo facciamo noi due.

  • Cosa c’è che non va, non ci credi più?
  • No, non è che non ci credo più e ho sempre considerato questo tipo di lotta come il modo giusto per ottenere dei cambiamenti. Adesso però ci sono dei fatti nuovi e comincio a pensare che ci sia qualcosa che non va, qualcosa che stona … non so …

– Non si può essere titubanti sulla validità delle idee per un fatto che non è successo! Hai sempre creduto che le azioni avrebbero dato una scossa positiva al movimento !

  • È inutile che continui a ripeter e le stesse cose, ho capito cosa vuoi dire, ma torno a ripetere che c’è qualcosa che non va per il verso giusto.
  • Insomma, si può sapere cos’è questa campana stonata? Cosa c’è che ti va di traverso? – Insiste Giuli a cercando di farmi tirare fuori le ragioni di questo mio distaccamento. Non lo so, se lo sapevo non stavo ad arrovellarmi tanto. L’unica cosa certa è che non sono più sicura di voler partecipare alle azioni, non sono più così sicura che siano il sistema migliore lottare contro i padroni.

A questo punto della nostra discussione la pazienza di Giulia è terminata. Non ce la fa più a reggere le mie paranoie e il mio rivoltare sempre ogni contesto per andare a scovare gli angoli con la polvere.

Così cominciamo a litigare.

  • E così molli tutto? Siamo d’accordo su ogni cosa, crediamo nelle stesse modalità di lotta, ma tu ora per una campana stonata, che non sai neanche cosa sia, molli tutto e tiri i freni? Mi deludi, Sara … non sarà per caso che hai paura di esporti ancora?

Mi dice con fare acido e scorbutico, giudicandomi e chiaramente senza volere una mia risposta. Ma questa volta non sono disposta a perdonarla, anche se sono convinta che i suoi toni forti siano un modo per scatenare la mia reazione.

  • Eh no, Giulia, eh no, sbagli a metterla su questo piano, non sono io ad avere paura. Ti ho spiegato come la penso e non devi rovesciare quello che ho detto per farlo diventare
    una vigliaccata. Voglio riflettere di più su questa storia, tutto qui. E poi tu fai presto a parlare di attivismo e di azioni, tanto chi le fa sono gli altri e tu te ne stai comoda in radio.

Ecco fatto, l’ho detto.

  • Se la metti così sei una grandissima stronza! Vuoi mischiare le incazzature personali con la storia del movimento, ma sbagli tutto! E non ti permettere di dare giudizi sul mio attivismo!
  • Ti ho punto sul vivo, eh? Vaffanculo!
  • Fanculo te! Non credere che se sono dalla parte del torto con te, questo ti dà il diritto di schiacciarmi sotto ai piedi.

Me ne vado, la discussione ha assunto dei toni del cazzo … del cazzo proprio!

Sono stata crudele nei suoi confronti, ma in fondo in fondo dell’esattezza di alcune conclusioni sono proprio sicura. Giulia non ha mai partecipato alle azioni, se non nei primissimi tempi della sua militanza. Non sa quello che si vive, quello che passa nella mente in quei momenti che da eroici e gloriosi si trasformano in tragici un attimo con l’altro.

Ero convinta di quello che facevo e mi sentivo più grande di quello che sono. Sentivo vive le mie emozioni e anche quelle dei soggetti quando scorrevano sotto le mie dita. Ma non pensavo alle conseguenze dirette, non pensavo alle persone, non pensavo che sarebbe potuta finire male … dio che casino!

Sara non riesce a farsene una ragione e deve sempre mettere in discussione tutto. Ma proprio tutto. E Giulia deve ri mettere a posto i cocci, anche se non sa da che parte iniziare per raddrizzare la situazione.

Forse è colpa sua, per via dell’incidente con Paolo che ha spostato gli equilibri, però Giulia non riesce a capire come mai Sara si prenda in carico tutta quella responsabilità.

Una sera dopo l’ennesima grande sfuriata, Giulia cerca di affrontare nuovamente l’argomento e in maniera più diretta, anche se i discorsi tra loro fanno ancora fatica a partire.

  • Vieni alla riunione con me, stasera? – Le chiede mentre si mette in bocca un pezzo della pizza che ha portato a casa per cena.
  • Non lo so. Credo di non essere ancora sicura della mia decisione. E poi lo sai che dipende da te. – Le risponde Sara.
  • Cosa dipende da me?
  • Il fatto che io scelga la strada dell’attivismo politico invece di continuare con le azioni. Non ho ancora trovato una risposta a quello che non mi convince in questa situazione.
  • Vuoi che te lo spiego io cosa c’ è che non va? C’è che ti sei incazzata molto per delle cose diverse e …

Sara non le lascia finire la frase.

  • Sei fuori strada Giulia, io so benissimo cosa voglio e perché. Sei tu che cerchi di farmi capire le cose attraverso gli altri, senza affrontare gli argomenti insieme!
  • Tu attacchi di continuo e non c’è tanto spazio per spiegarsi direttamente. E comunque non ho mai avuto l’intenzione di metterti a confronto con le altre persone.
  • Senti Giulia, io non voglio che ti fai problemi al di là del necessario, ma faresti meglio a parlare più tranquillamente di certe cose, a esserne meno stressata e senz’altro avremo qualche problema in meno.

Giulia lascia il suo piatto ancora pieno, non è lo stress il vero problema tra
loro due e per un attimo il terrore di perderla le invade i sensi. Dio che casino!
E se Sara se ne andasse?

Non ci vuole neanche pensare, quella è una delle ipotesi da scartare immediatamente, anche perché lei non glielo permetterebbe. L’andrebbe a scovare in capo al mondo e prima di farsi scaricare si farebbe dare un’altra possibilità di confronto.

In quel momento Giulia sente un impulso irrefrenabile a consolare le reciproche emozioni, per ribadire i propri sentimenti e affermare il proprio appartenersi. La prende per mano e l’accompagna in camera.

Il desiderio di lei, del suo corpo, di sentire la sua pelle sotto le labbra, è vivo come il primo giorno che si sono incontrate. E così la cerca, ancora e come sempre , sul collo, dietro le spalle, lungo i fianchi.

Niente e nessuno deve mettersi tra lo ro due

Cosa fa nascere un sentimento così profondo solo con gli sguardi? Cosa dà il feeling immediato per riconoscere l’affinità con un’altra persona?

Giulia ricorda i primi sguardi, così intensi e penetranti, e sente la stessa inquietudine che si allarga dentro.

Perché quegli scambi tra i loro occhi sono andati oltre la pelle per finire
dentro alle emozioni sconvolgendone la razionalità?

Giulia non crede all’amore a prima vista, secondo lei prima di avere il feeling necessario ai rapporti intimi ci si deve conoscere a fondo. Le esperienze passate, nonostante le delusioni e gli abbandoni, confermavano quella sua convinzione ma stranamente, e contrariamente a ogni sua previsione, ha vissuto un’attrazione sessuale fortissima per Sara, una ragazza che neppure conosceva!

Ora, invece di rivelarsi un’infatuazione temporanea che si sarebbe potuta sgretolare davanti ai fatti della vita, quello che ha vissuto si sta rivelando l’amore della sua vita.

La guarda girare per casa completamente nuda. Come può pensare di rinunciare a lei?
E in nome di cosa dovrebbe farlo?
Ma dove la trova, lei, un’altra come Sara?

CAPITOLO 28 -RICONCILIAZIONI

Qualche sera dopo la grande sfuriata con Giulia devo lavorare di notte e non ci sarebbe volta migliore in cui questo turno non cada a proposito. Restare sveglia servirà a schiarirmi le idee e lasciare Giulia una notte da sola le permetterà di riflettere su quello che ci siamo dette.

Il lavoro ritmico e monotono che solitamente mi snerva a mano a man o che mi avvicino alla fine delle otto ore del turno, stanotte è diventata una nenia che m’accompagna nelle riflessioni.

Esco dalla fabbrica alle cinque del mattino, quando ancora il buio della notte veste la città di tenebre. Chiusa nel cappotto sento il freddo e l’umidità che mi penetra nelle ossa. Alzo gli occhi e allungo lo sguardo verso il marciapiede che costeggia lo stabilimento.

Lentamente mi avvio, il passo non è stanco, non sono distrutta come tante altre volte che faccio questo turno. Stamattina avrei voglia di continuare la giornata senza andarmene a letto per niente.

Un’auto s’affianca al marciapiede, non guardo chi c’è dentro, non ho voglia di rivolgere le mie attenzioni a uno sconosciuto.

L’auto si ferma, chi la guida scende sbattendo forte la portiera.

  • Sara fermati! Non ce la fai neanche a guardare chi ti passa accanto?
  • E tu da dove salti fuori, come fai a essere sveglia a quest ‘ora del mattino?
  • Sapessi da quant’è che sono qui ad aspettare! Non mi ricordo mai a che ora stacchi quando fa i il turno di notte!

Giulia cerca di essere cortese e di strapparmi un sorriso. Difficile quando c’ho addosso tutta questa malinconia!

  • Alle cinque, stacco alle cinque. – Le dico continuando la mia marcia per isolarmi di nuovo, ho ancora voglia di stare dentro ai miei pensieri.
  • Dove vai? Vieni con me, sali in macchina, andiamo a fare un giro al porto.

Benedetta donna! Riesce sempre a trovare lo stimolo giusto per farsi dar retta. L’idea di andare al porto per il rientro dei pescherecci e vedere l’alba in mezzo alla gente che lavora è stimolante. Decido di seguirla.

Giulia ferma la Dyane alla prima banchina con un po’ di spazio libero e dove c’è meno movimento. Spegne il motore e restiamo dentro ad appannare i vetri.

  • Sara, cosa ti sta succedendo? Cosa sono tutti questi dubbi che ti assalgono? Possibile che per un incidente di cui non hai nessuna colpa, devi mettere in crisi tutti gli ideali?

Abbiamo acceso una sigaretta e i vetri s’appannano sempre di più. L’aria diventa irrespirabile e io apro il finestrino così può uscire il fumo. Guardo quelle spire biancastre che s’inerpicano sul vetro. Sembrano gli spiriti delle mie insicurezze.

  • Non ho messo in crisi gli ideali. Tu non puoi capire, tu non sai cosa significa mettere le mani addosso a una persona e poi sapere che quella persona è morta. – Sto per piangere, ma resisto e cerco d’isolare le emozioni per raccontare quello che provo con maggiore distacco. – Sai, ci credo davvero in quello che ti ho detto, credo davvero che per voi sia facile fare delle valutazioni a mente fredda. Non vivete le situazioni in prima persona, ve ne s tate tranquilli e beati a scegliere chi colpire, perché colpire e come fare per dare risalto all’azione. A noi resta il compito più duro, quello di confrontarci con dei soggetti che sono esseri umani e anche se li disprezziamo, possono in qualsiasi momento suscitare le nostre emozioni.

Il mio discorso si riempie come un fiume in piena, non riesco a controllare le parole, che escono dalla bocca come uno sfogo liberatorio.

In questi mesi ho compresso la rabbia, la paura, le sensazioni, e ora quelle che mi hanno segnato maggiormente vengono a galla.

Forse sono stata troppo impulsiva a fare la scelta dell’attivismo, dovevo riflettere di più su quello cui andavo in contro. Dovevo immaginare di non avere la maturità sufficiente per affrontare le ripercussioni.

Giulia non parla, guarda fuori dalla macchina e ogni tanto pulisce il lunotto appannato con la manica della giacca. La sua espressione è seria, non so se è per riuscire a capire quello che sto dicendo o se per trovare una risposta adeguata.

Il sole sorge piano e la luce tenue già permette a chi sta vicino a noi d’incuriosirsi nel vederci chiuse dentro l’auto a parlare a quell’ora del mattino .

Improvvisamente Giulia mette in moto, ingrana la marcia con decisione e parte per non so dove.

Io sto ancora parlando, di qualcosa che non capisco più, e nel discorso metto un minestrone di eccessi di cui comincio a perdere il filo. Parlare troppo ubriaca, toglie la capacità del pensiero di stare dietro alla lingua.

  • Dove stiamo andando? – Domando più per porre fine al mio confuso discorrere che per sapere effettivamente dove mi stia portando.

Giulia non risponde, guida l’auto sicura e decisa, lo sguardo sempre serio e fisso al vetro
davanti. Guida forte, con rabbia ma senza scatti, con decisione ma senza violenza; fa andare su di giri il motore, tira fino al massimo le marce, vuole farmi sentire attraverso la guida dell’auto la rabbia mista all’impotenza che prova nei miei confronti.

Vuole trasmettermi la sua tensione, vuole che senta quanto sta soffrendo per me. Allora prendo la sua mano con forza e fermezza, come se avessi paura che possa ritirarsi e sfuggirmi.

La prendo come se la stessi inseguendo in questa corsa con l’auto. La catturo. Poi mi rendo conto che sto esagerando, lei non scapperebbe mai, non si sottrarrebbe mai alla mia mano.

  • Dove stai andando? – Le chiedo di nuovo.
    Giulia non risponde ancora, ma poco dopo parcheggia l’auto. Siamo arrivate finalmente!
  • Scendi.

Lo dice con un tono che sembra un ordine e io le ubbidisco, anche perché non saprei che altro fare né dove andare.

Seguo il suo passo deciso che ci sta portando verso un fabbricato fatiscente, siamo nella periferia più degradata della città . Oltrepassiamo un giardino di rottami, poi entriamo in una porticina scalcinata e cigolante.

Sono ancora nell’indecisione tra il voler stare per i cazzi miei e l’aver accettato di seguire Giulia. Poi mi guardo attorno e capisco dove siamo. Altoparlanti sparsi ovunque, cartoni insonorizzanti che rivestono le pareti: siamo in radio!

  • Che cazzo mi hai portato a fare qui?

Sto per girare i tacchi e andarmene, poi incontro Paolo, che guarda con occhi interrogativi Giulia e mi saluta con un gesto veloce. Non ci capisco più niente!

Vedo uno sgabello dall’altra parte della stanza e vado a sedermi, la stanchezza che ho cercato di mascherare fino adesso comincia a farsi sentire.

Giulia sparisce, torna poco dopo con un caffè fumante e profumato, proprio quello che ci vuole per restare sveglia.

Ho buttato la giacca e la borsa su un divanetto polveroso e sdrucito. L’ambiente qui non è pulito, ma il profumo del caffè mi convince a restare,
nonostante l’incazzatura e la stanchezza.

  • Cosa m’hai portato a fare qui? Non ne ho voglia. – Ripeto cercando di mettere meno
    violenza e cattiveria nella voce.
  • Fra poco inizia il mio programma, io vado di là a preparare la scaletta tu fai il favore di aprire la posta .

Oltre non aver risposto alla mia domanda, Giulia non aspetta neppure che io le dica se mi va di fare quel lavoro o meno. Se ne va lasciandomi un malloppo di lettere in mano.

L’appoggio sul divano e bevo il mio caffè, meglio prendersi un attimo di riflessione, troppe cose dette e fatte nelle ultime ore stanno demolendo le mie resistenze.

Non ho voglia di dare nessun tipo di soddisfazione a Giulia, vorrei lasciarle i dubbi del rimorso e la paura che quello che sta succedendo possa creare una rottura tra di noi.

Ma poi mi domando: cosa voglio che faccia? Cosa voglio da lei?

Quali risposte deve darmi che non sono in grado di darmi da sola? Sono ancora incazzata per la storia di Paolo? Non ho digerito neanche quella?

Metto in terra la tazzina vuota, sinceramente non credo che ci sia da farsi problemi di pulizia in mezzo a tutto questo casino.

Dopo dieci minuti di stiracchiamenti vari in cui non trovo niente di meglio da fare che fumare, mi viene la curiosità di leggere le lettere che Giulia ha lasciato. Sì, è vero che non voglio darle soddisfazione, e men che meno farle il favore di aprire la posta, ma adesso non so proprio cosa fare.

La prima che ho sotto mano è quella di un ragazzo di una città vicina. Nella lettera fa i complimenti per i programmi, chiede delle dediche particolari e spera che qualcuno parli della disoccupazione, che è il suo problema e, purtroppo, accomuna tanti altri suoi coetanei.

Passo a un’altra lettera, sul frontespizio non c’è indirizzo, né il recapito della radio. Come mai si trova lì? Gliel’hanno infilata sotto la porta?

La apro e ci trovo dentro un foglio con delle lettere di giornale ritagliate e incollate per scrivere un messaggio. Poche crudeli parole di minaccia contro una certa Carla.

Non vorrei essere nei suoi panni, a dar retta a quello che c’è scritto le vorrebbero far fare una brutta esperienza! M’infastidisce molto la volgarità usata per dar corpo alle minacce e non
sopporto il fatto che contro una donna si usino sempre intimidazioni a sfondo sessuale.

Continuo la mia lettura e sfoglio le altre lettere. Emerge chiaramente la necessità di raccontare la propria storia e ci sono tante richieste d’ascolto dalle quali traspare l’esigenza di dare risposte ai problemi sociali comuni a tanta gente.

Altre lettere sono piene di rinnovate intimidazioni contro questa certa Carla. Una in particolare mi resta impressa perché tra le varie minacce dicono che quando decideranno di farla fuori useranno la stessa tecnica usata per Piero.

Evidentemente ci devono essere delle connessioni in quei discorsi farneticanti. Un filo conduttore che sicuramente capisce chi conosce quelle persone. M’incuriosisce sapere chi sono questi stronzi anonimi e che relazione hanno, e se ce l’hanno, con la radio.

Il tempo scorre veloce e non mi accorgo neanche che sono già passate due ore. Porto le lettere a Paolo, non so cosa dovrei farci io. Giulia esce dalla saletta e dal suo cenno capisco che possiamo andarcene. Paolo s’affaccia da una porta:

-Ciao Carla. – Poi si rivolge a me con un sorriso e mi saluta. È proprio vero che
ha fascino anche se a me non interessa assolutamente scoparci.

  • Perché ti ha chiamato Carla? – Ho sonno e la stanchezza mi è crollata addosso come una palazzina mal costruita durante un terremoto. Ma non ho bisogno della sua risposta, i collegamenti si compongono in un attimo e ora capisco perché Giulia ha voluto che leggessi quelle lettere.
  • Perché hai scelto Carla come nome di copertura, è brutto!
  • È vero, non è un granché. – Ride lei. – Ma uno bisognava pur sceglierlo!

Il nervosismo e la stanchezza accumulata in quella strana notte di veglia ci fa dormire per il resto della mattinata. Verso le due del pomeriggio prepariamo
qualcosa da mangiare per evitare svenimenti da digiuno.

Armeggio in cucina per rimediare un piatto di pasta. Giulia arriva quando è già tutto pronto, ha la facci a sconvolta, deve ancora recuperare la notte insonne.

  • Chi è Piero? – Le chiedo quando la memoria mi fa ricordare le lettere anonime del giorno prima. Giulia non risponde, inizia a mangiare lentamente. Devo darle ancora un po’ di tempo per togliersi la cottura del sonno.
  • Chi è Piero? – Torno alla carica poco dopo.
  • Uno. – Risponde lei senza dare troppa importanza alla domanda.
  • Come sarebbe a dire uno, non puoi dirmi chi è?

Sto per incazzarmi sentendomi messa in disparte per l’ennesima volta. Giulia avverte il tono aspro delle mie parole.

  • Tanto cosa importa, è una storia vecchia e non dobbiamo farci condizionare dalle perdite o dalle sconfitte della lotta.
  • Come sarebbe a dire le perdite, vuoi dire che è morto?
  • Già, ma ripeto è una storia vecchia.

La mia forchetta resta a mezz’aria, gli occhi s’annebbiano, potrei svenire.

  • Come è morto … quelle lettere … quelli vogliono farti fare la stessa fine.

– Non riusciranno mai a chiuderci la bocca! – Negli occhi di Giulia passa un
lampo di risolutezza, quella che ha sempre animato fin nel profondo il suo impegno attivista.

  • Chi sono questi che ce l’hanno con voi? – Le chiedo mettendo da parte l’asprezza che per qualche momento s’era inserita nella nostra discussione.
  • Abbiamo fatto un programma di denuncia per certi abusi di potere che si sono verificati nell’assegnazione di appalti e qualcuno non l’ha digerito.
  • E cosa c’entrano quelle minacce rivolte a te?

-Non sanno come fare per chiuderci la bocca e allora ci vogliono spaventare con quelle lettere. Ma noi non ci fermeremo e continueremo a denunciare certe situazioni.

Non ci vuole molto capire il vero motivo che ha spinto Giulia a portarmi in radio. In quel momento, però, mi sembra un tentativo poco pertinente rispetto alle mie problematiche.

  • E con questo vorresti farmi capire che si corrono dei rischi anche nel genere di attività che sostiene il movimento dal punto di vista politico?

– Sara, io non voglio farti capire niente. Quando le cose muoiono dentro
di te, non c’è niente che si deve capire, si deve solo farle rinascere.

CAPITOLO 29 – SACCHEGGI

Contrariamente a quanto facevamo di solito, che attaccavamo all’imbrunire per essere aiutati nella fuga dal calare dell’oscurità, questa volta avremmo attaccato alle prime luci dell’alba.

Era una situazione completamente diversa dal consueto e noi non avremmo dovuto rientrare al covo subito dopo aver compiuto l’azione, ma restare sul posto in attesa degli eventi.

I grandi preparativi e le aspettative lasciavano presupporre che quell’azione rivestisse un’importanza risolutiva per i nostri capi.

Era logico pensare che per noi avrebbe segnato la fine dell’esperienza di clandestinità legata al brigantaggio.

Partimmo di notte e nonostante il buio fosse dei più cupi camminavamo sicuri e senza indugi. Conoscevamo bene la strada e nulla ci poteva sorprendere.

Saremmo arrivati vicino alla città quasi all’alba. Ci muovevamo lungo i sentieri con la sicurezza dei nostri passi, provati e riprovati di continuo, tant’era che distinguevamo la strada con il semplice contatto dei piedi.

Nella memoria avevamo impresse le immagini del trionfo e i nostri occhi riflettevano la spavalderia e la sicurezza di cui c’eravamo riempiti con i nostri discorsi. Eravamo certi che avremmo partecipato a una giornata memorabile.

Dopo quasi due ore di marcia raggiungemmo la meta e nonostante avessimo camminato tanto, nessuno di noi avvertiva stanchezza.

Le nostre avanscoperte avevano neutralizzato le guardie all’ingresso della città e le porte erano spalancate.

Appena entrammo nell’abitato il gruppo si divise secondo le istruzioni che ci erano state impartite.

Nessuno di noi sapeva come e dove ci saremmo incontrati di nuovo ed eravamo ignari di ciò che avrebbero fatto gli altri gruppi.

Ognuno di noi conosceva solo lo stretto indispensabile per coordinarsi con i suoi compari.

Potevamo solo immaginare quale sarebbe stata la conclusione finale e, comunque, la cosa più importante per me era che prima o poi avrei fatto ritorno a casa da Giuliana.

Attraverso cosa e come ma soprattutto, se si sarebbe verificata l’auspicata soluzione finale, nessuno di noi lo conosceva per certo.

L’avvicinamento al momento della verità era iniziato, la nostra lotta stava diventando rivoluzione.

I nostri passi si scolpivano nella polvere della terra con un rumore attutito che s’imprimeva nella mia testa, mandando l’eco a rimbalzare dritto nel cuore.

Ascoltai il silenzio di quel primo mattino, ascoltai il mio respiro, i movimenti degli altri. Era un’aria innaturale, tipica del momento che precede lo scatenarsi di un temporale.

Ero attratto da quel silenzio, lo sentivo mio, come un momento di intimità che avrebbe potuto regalarmi delle emozioni in più oltre a quelle che stavo vivendo.

Il tempo trascorso nel covo sulle montagne insieme a gente di tutti i tipi mi aveva privato di quei momenti di silenzio che tanto avevo amato e imparato a conoscere nella solitudine dei pascoli del gregge.

Cercai di scuotermi da quella struggente inquietudine, certi pensieri erano solo causa di distrazione e dovevo liberarmene. L’azione andava avanti e io non volevo restare indietro, né col passo né col pensiero.

C ‘era un lavoro da svolgere, bisognava tenere gli occhi ben aperti e fare al meglio il mio compito senza rischiare di mettere in pericolo anche gli altri.

La nostra azione era apparentemente semplice e non molto complicata né ingrata: dovevamo prelevare una persona del governo, e portarlo in piazza.

Lì avrebbe dovuto rinnegare il passato, giurare fedeltà al re e mettersi al suo servizio; se avesse rifiutato sarebbe finito davanti al giudizio dei nostri capi.

Le indicazioni che avevamo ricevuto per raggiungere la sua casa erano precise e ci mettemmo poco tempo per arrivare a destinazione.

Le prime luci del mattino cominciavano debolmente a rischiarare le vie e il silenzio del vuoto che le caratterizzava era un ulteriore accento sull’atmosfera falsa e irreale che ci circondava.

La casa del nostro soggetto sembrava vuota, non si avvertivano rumori né si vedevano segni di vita per cui evitammo di fare un’entrata chiassosa e violenta. Oltretutto volevamo mantenere il vantaggio dell’elemento sorpresa.

Catturammo facilmente il nostro prigioniero e dato che l’azione era stata fulminea, stabilimmo che non ci sarebbe stato nulla di male se ci fossimo fermati in quella a casa a mangiare.

Trovammo la dispensa piena di generi di ogni tipo a conferma che in quel posto i privilegi non erano mai mancati.

Naturalmente questo ci fece sentire ancora più sicuri di essere nel giusto approfittando della situazione.

L’ora che avevamo tanto attesto e che avevamo sognato nei minimi dettagli era arrivata e noi avevamo già fatto la nostra parte.

Volevamo pregustare un’anticipazione del momento in cui avremmo trionfato, ma non ci rendevamo conto che forse era semplicistico credere che la lotta si sarebbe risolta così facilmente.

Non eravamo in grado di riflettere né di pensare a quello che stava succedendo e a quello che era successo, figuriamoci se potevamo essere coscienti di quello che sarebbe accaduto nell’immediato futuro!

Quando arrivammo in piazza era quasi pomeriggio, ma nessuno dei nostri compagni era lì ad aspettarci.

Eravamo stati facilitati nel portare a termine il nostro compito dalla semplicità della nostra azione e avevamo finito in anticipo rispetto agli altri.

Quindi dovevamo attendere.
Il gruppo di cui facevo parte era composto da cinque briganti e stabilimmo che a turni di due alla volta si poteva andare a fare un giro. Eravamo curiosi di vedere cosa succedeva in città. In tre dovevano restare a guardia del prigioniero.

Quando venne il mio turno nessuno volle accompagnarmi e mi avviai per conto mio lasciando che fossero in quattro a sorvegliare il prigioniero.

Non avevo paura d’incontrare le guardie e nell’eventualità che ciò succedesse tenevo gli occhi ben aperti e il fucile pronto in spalla.

La gente si era rifugiata nelle le strade più nascoste, nessuno osava farsi vedere negli spazi aperti.

Alcune persone si erano unite per contribuire agli assalti e credetti che in mezzo a quella confusione gli altri compagni fossero stati trattenuti sui luoghi delle loro azioni.

Mi addentrai nei vicoli sicuro di vedere quelle immagini che fino ad allora mi ero solo immaginato. Camminavo con i piedi sollevati da terra, come se non avessi avuto il peso corporeo a tenermi agganciato al suolo. Mi muovevo grazie alla leggerezza della soddisfazione.

Stavo camminando lungo un vicolo buio e stretto e nello slargo che si apriva in fondo ad esso vidi un fuoco che stava bruciando una catasta di roba.

Mi avvicinai per capire cosa stesse succedendo e mentre percorrevo la strada dovetti schivare alcuni oggetti che venivano gettati dalle finestre.

Guardai in alto e vidi che continuavano a buttare giù mobili dalle case e poi li bruciavano.

Fermai una donna che usciva terrorizzata da un portone e le domandai cosa stesse accadendo. Mi guardò solo per il breve attimo che la mia presa la fece fermare, poi dagli occhi le esplose la paura che la mia vista le provocava e scappò via di corsa.

Ero incredulo, cosa stava succedendo? E perché quella donna aveva avuto paura di me?

Guardai verso l’alto e feci appena in tempo a scartare un altro oggetto ingombrante.

Proseguii il mio giro, ma i miei piedi adesso toccavano terra e sentivano il tremore che la paura di quella donna aveva lasciato impresso nella polvere della strada.

Arrivai vicino a un’altra casa che stavano saccheggiando e, riconoscendo un brigante del nostro covo affacciato alla finestra, corsi dentro per vedere cosa stessero facendo.

In una delle stanze gli armadi erano stati svuotati, il letto era ridotto un cumulo di legna e il materasso riverso in un angolo non aveva né lenzuola né coperte.

Chiesi ai compagni cosa stessero facendo e che intenzioni avevano, perché quei saccheggi andavano oltre ogni ragionevole necessità di ottenere la vittoria.

Mi rispose un amico di Antonio, uno di quei ragazzi che ogni tanto avevo incontrato in paese. Disse che quella era la casa di un governativo e che doveva essere distrutta.

Cercai di convincerlo che una volta catturati i prigionieri era inutile e devastare tutto, ma il mio tentativo cadde nel vuoto e non fu sufficiente a dissuaderlo.

Quel ragazzo aveva uno sguardo assatanato. Le mie parole avevano avuto lo stesso effetto che avrebbe fatto il pronunciare un’eresia davanti a un prete. Mentre gli parlavo mi resi conto che non ascoltava una parola né si sforzava di capire il significato di quello che gli stavo dicendo.

Andai a cercare qualcun altro che potesse darmi retta e passando nella biblioteca della casa riuscii ad afferrare un libro prima che finisse, come gli altri, nel rogo.

Uno dei nostri si accorse del mio gesto e si mise a ridere urlandomi in faccia che leggere faceva male.

Quell’affermazione era uscita dalla bocca di uno dei tanti briganti che aveva avuto me e Antonio in odio solo per il fatto che sapevamo leggere e scrivere!

Aveva notato il mio disorientamento in mezzo a quella barbarie e volle a tutti i costi contrastare la mia volontà di metterci un freno.

Si rese conto del mio disagio e questo gli fece gonfiare il petto.

Stefano si sentiva talmente trionfante che continuò a parlare con enfasi tenendo una specie di comizio per coinvolgere anche gli altri presenti.

Disse che i briganti avrebbero disposto come era meglio e secondo le loro regole. Concluse il suo ragionamento rivolgendosi a me come a voler far presente la nuova sottomissione cui tutti si dovevano asservire.

– Oppure tu non sei d’accordo e preferisci rinnegare il giuramento di fedeltà?

Lo scansai senza ribattere a una sola parola. Il suo era un discorso delirante e io ero cosciente di non poter affrontare una discussione con lui. Scendendo al suo livello avrebbe facilmente vinto lui!

Uscii sconsolato, ma anche ben deciso a trovare qualcuno più calmo e pacato di Stefano. Volevo qualcuno che mi desse ascolto e che fosse in grado di fermare quella gente allo sbaraglio.

Avevo il cuore in agitazione e la mente piena di confusione. Per strada c’era un fuggi, fuggi generale, donne che correvano con i bambini in braccio e anziani che scappavano per non lasciarsi coinvolgere nelle razzie.

Chi mi vedeva, se non era uno dei nostri, scappava via terrorizzato come se avesse visto il diavolo!

Non era quello che doveva succedere, non faceva assolutamente parte dei nostri piani, dovevamo bloccare la situazione prima che degenerasse ulteriormente.

Se ripensavo a tutti quei libri bruciati mi veniva la pelle d’oca; ancora una volta mi scontravo con l’ignoranza e questo mi deprimeva alquanto.

Istintivamente provai una forte malinconia, la voglia di fuggire da quel luogo, di scappare lontano da esso, di andarmene, di rifiutare anche l’idea di essere stato parte di quella realtà.

Quella violenza gratuita avrebbe solo portato altra violenza. Dallo sguardo di Stefano avevo capito che non c’era nessuna intenzione di cambiare la situazione, ma solo una gran voglia di
sostituirsi a chi deteneva il potere per godere degli stessi privilegi.

Stavamo creando i presupposti per la sostituzione del potere con gente diversa, ma che aveva gli stessi principi di violenza. In quel modo e di fatto non cambiavamo nulla.

Se volevamo istituire un nuovo governo il cui scopo principale era la vendetta, cosa avremmo risolto con la nostra rivoluzione?

Sostituivamo gli uomini, ma non creavamo una nuova realtà diversa dalla precedente. Aprivamo una scatola nuova, ma che sta va dentro alla precedente e ne aveva la stessa identica forma.

Girando per le vie della città che aveva vissuto quel brusco risveglio in un triste mattino di violenze e di saccheggi, constatai quanto le mie conclusioni di stessero avverando.

Continuai a camminare per le strade e vedendo le scempiaggini e le violenze più cruente, sempre più spesso chiudevo gli occhi per l’orrore e la disperazione.

Cercai di accantonare l’amarezza di quella delusione per trovare una spiegazione che fosse il più obiettiva possibile.

Non era di padroni diversi che avevamo bisogno, ma di governanti che attuassero programmi decisivi per lo sviluppo del paese.

Non esisteva guerra, non esisteva violenza, non esisteva fucile che potesse essere considerato come la giusta soluzione per cambiare le cose.

La violenza comportava vendetta, la guerra comportava distruzione, in quel modo non avremmo mai costruito nulla di nuovo.

Tornai in piazza dove speravo di cogliere qualche alito di buon senso, che sembrava sparito nell’animo e nei comportamenti di chiunque.

Cercai gli altri miei compagni, ma ormai la piazza era piena di gente e si era trasformata in luogo caotico e confusionario.

Non trovai i miei compagni e la guardia al prigioniero era saltata, quindi mi rassegnai a cercare uno qualsiasi dei miei amici che potesse farmi rientrare nel gruppo.

Poco più in là incontrai il mio capo, stava parlando con altri gruppi per tentare di riunire le fila e riprendere la situazione sotto controllo. Ascoltai alcuni dei commenti e su quelle parole s’infranse ogni mia speranza di riscatto. Fu come se una pugnalata feroce s’affondasse nel mio cuore.

  • Dobbiamo togliere il potere ai padroni, questo è il nostro unico scopo. Ognuno di noi si deve concentrare sull’azione da eseguire e portarla a termine. Pazienza se alcuni gruppi si abbandonano ai saccheggi, non possiamo farci niente!

Quelle parole misero fine a ogni illusione di trovare un barlume di dignità e civiltà in chi stava partecipando a quegli atti cruenti.

La rabbia che avevo compressa fino a quei giorni non aveva trovato gli strumenti, le idee o le persone adatte che potessero farla diventare una lotta di classe.

Nonostante tutto, però, io continuavo a pensare che ci fosse una strada per dare una soluzione positiva alla nostra voglia di giustizia.

Ora che avevo capito verso cosa dovevo indirizzare la mia ricerca, non sopportavo più niente di ciò che avevo attorno. Tutte le note negative che avevo sentito fin dai primi istanti, ma avevo rinnegato dentro di me per paura di non essere ammesso nella vita dei briganti, vennero a galla causandomi uno stato di disorientamento generale.

Non riconoscevo dov’ero, cosa facevo e perché lo facevo. Sentivo i panni pesarmi sulla pelle, come se fossero stati di ferro. Non m’identificavo più in quell’immagine di brigante che mi aveva accompagnato fino a quel momento e con la quale mi ero gonfiato il petto a dismisura.

Avrei voluto spogliarmi completamente, togliermi ogni indumento di dosso e andarmene nudo da quel posto, lasciando che fossero gli altri a concludere quel rito di cui non mi sentivo più parte attiva.

Volevo andare da Giuliana per parlare con lei e confidarle le conclusioni cui ero giunto.

Andai a sedermi sull’altro lato della piazza, ero sovrappensiero e con lo sguardo perso davanti a me. Cercavo di mettere ordine nella confusione. Mi sembrava di essere stato attraversato da un uragano e di non ritrovare più le cose per come le avevo lasciate.

L’unico concetto che mi era chiaro era che la violenza generava violenza e che l’unico modo di liberarci della miseria era di far crescere la coscienza e la conoscenza dei nostri diritti.

Come riuscire a realizzare quelle idee non lo sapevo proprio. Perciò dovevo trovare Giuliana, per parlarne con lei riuscire finalmente a trovare un’alternativa. Com’era successo in altre occasioni, solo lei poteva guidarmi verso l’uscita da ciò che era partito come un trionfo e si stava trasformando in una tragedia.

CAPITOLO 30 – DECISIONI

Mancano pochi giorni alla riunione con i compagni della sezione informativa e l’idea di tornare a fare solo attivismo politico mi si è piazzata bene in testa.

So che posso continuare a cercare di raggiungere i miei obiettivi seguendo il movimento solo sul piano dell’informazione e divulgazione, come fa Giulia. Non si tratta di fare un passo indietro o addirittura di rinunciare alla lotta. Tutt’altro.

Io e Giulia ne abbiamo discusso a lungo e questo ha portato anche alla soluzione dei problemi tra noi.

  • A me sta bene continuare questa esperienza nella sezione informativa, ma se tu non te la senti di avermi tra i piedi, o di dovermi sopportare quando preferiresti startene da sola, basta che lo dici chiaro e tondo!

Le dissi quando mi sentii pronta ad affrontare le conseguenze della mia decisione.

  • Non fare la stronza, sai benissimo che ci tengo anch’io che tu riesca a trovare la dimensione giusta entro la quale continuare quest’esperienza. Sì, è vero, ho un po’ di confusione in testa, e forse non trovo la maniera giusta per farmi capire, ma lo sai anche tu che non c ‘è molto da scherzare in questo momento. Tu vivi ogni cosa al duecento per cento, tutto è il massimo di tutto per te, e adesso ti ritrovi a non sapere se hai fatto la scelta giusta partecipando alle azioni. Non voglio essere io a spingerti a farne un’altra, di scelte, se poi dovesse costarti un prezzo più alto di quello che già stai pagando.

Sono rimasta senza parole. Anche perché il silenzio è il modo migliore per riflettere su quanto ha detto Giulia. In effetti non ci sono tante cose da dire e la solidarietà dimostrata con le sue ultime frasi bastano a farmi sentire pronta a fare questo passo.

La riunione non si tiene a casa di Paolo, è stata spostata in radio perché qualcuno ha dei sospetti sui vicini del suo appartamento e teme che possano fare la spia dei nostri incontri. Per evitare ogni complicazione e non dare adito a sospetti e stato cambiato il luogo d’incontro.

La discussione verte su come trovare dei soldi per finanziarci, purtroppo chi ha un lavoro deve farsi carico anche di chi svolge solo attivismo e non ha altri mezzi di sostentamento. È fondamentale per il movimento che si continui a sostenere la partecipazione degli operai alla lotta.

Durante la riunione noto la presenza di qualche compagno che prima stava nella sezione attiva, e questo mi solleva il morale perché significa che non sono la sola ad aver preso questa decisione.

A metà serata decido di andare a prendere qualcosa da mangiare perché lì in radio non abbiamo la possibilità di cucinare.

  • Giulia, faccio un salto in una pizzeria che conosco nel mio quartiere, dovrò fare un po’ di strada in più, ma credo che riuscirò a riportare le pizze ancora calde.
  • Stai attenta, le strade sono umide di pioggia, è tutto il giorno che piove e anche se non ha fatto un acquazzone serio, non ha mai smesso di gocciolare. Cerca di non avere fretta e di tornare indietro con la cena intera, altrimenti fai un viaggio inutile.

Non le rispondo neanche, prendo la giacca ed esco. Non sono appesantita da questo clima umido e stanco, nel cuore ho la leggerezza di chi si sente vicino a risolvere le sue crisi. Vedo le cose con una luce che non c’è, ma che io sento brillare dentro.

CAPITOLO 31 – ANIME

La storia ci tramanda gli episodi che testimoniano quanta sia forte l’amarezza vissuta dall’anima di una persona che, dopo aver lottato tanto per trovare una risposta adeguata al desiderio di giustizia, se ne va da questo mondo senza essere riuscita a concretizzarla.

E di quanto dolore rimane nel cuore di chi vive un addio insensato, un addio che non gli permetterà mai di realizzare i suoi ideali.

Dopo aver trovato un motivo per continuare a credere in un mondo migliore, nel momento in cui arrivano le risposte alla ricerca che ha fatto fino a quel momento, la persona deve abbandonare il mondo in maniera crudele e disperata.

L’anima di quella persona vive quell’angoscia fino all’ultimo istante e quando non c’è la clemente incoscienza di una rapida morte, tanta amarezza e tanta voglia di combattere s’incidono nell’anima di quella persona in maniera indelebile.

E sono dei segni profondi, dei solchi che si scolpiscono nell’etereo come certezze impresse nel vissuto.

L’importanza della risposta trovata e la sofferenza di non poterla manifestare perché si è sopraffatti dagli spasmi della morte, segnano profondamente la dipartita.

Tanto che, a distanza di tempo e in differenza di luoghi, ci sarà un’altra anima pronta a raccogliere e indossare quegli abiti di spirito abbandonati dalla morte.

La vita, nella sua realtà, non ha un binario definito su cui far correre la carrozza dell’esistenza. Un’anima che sente vivo il desiderio di realizzare un mondo migliore avrà sempre lo stesso destino. Anche se in una vita precedente ha fatto delle esperienze analoghe.

Le emozioni che si sono impresse sotto forma di strani dejà vu servono a poco. Lo spirito deve comunque ripercorrere le stesse sofferenze e rivivere le stesse delusioni.

Un’anima deve comunque attraversare le tappe del destino prima di capire e riconoscere la strada che la vita le ha riservato. Deve ripercorrere dolorosamente gli stessi passi, senza neppure avere lo sconto di qualche conoscenza in più.

Il racconto sul libro che il destino ha scritto per quell’anima ha le medesime pagine, ogni volta. Anche se si vive in un secolo diverso, una realtà diversa, una cultura diversa, un sesso diverso. Tutto resta com’è stato segnato.

E seppur si deve percorrere la stessa strada di esperienze, attraversando periodi di sconforto e di rinascita già vissuti, il finale è sempre lo stesso.

CAPITOLO 32 – DI PALLOTTOLE

Antonio stava correndo disperato per i vicoli della città. Sicuramente Sante era rimasto sconvolto da certi comportamenti, perciò lui doveva assolutamente trovarlo e dirgli che le parole di Stefano non significavano nulla.

Ora toccava a lui fargli sapere che per loro si aprivano nuove porte. Doveva mettersi in contatto con Sante e riportarlo al gruppo dei capi. Era fondamentale metterlo al corrente degli sviluppi.

Svoltò velocemente verso la piazza principale e riuscì a vedere il suo amico di spalle che si stava allontanando. Sante aveva ancora il fucile in spalla. Anche se non aveva più tanto senso essere un brigante, tale appariva agli occhi di chi lo circondava.

Antonio lo rincorse spintonando chiunque si mettesse sul suo passo e non si accorse di chi stava puntando un’arma su Sante.

La pallottola sparata con precisione quasi millimetrica lo colpì in fronte facendo accasciare al suolo.

Antonio arrivò da lui mentre gli ultimi spasmi dell’agonia gli facevano uscire di bocca solo dei rantoli. Ciò che riuscì a capire fu che avrebbe voluto parlare con Giuliana, perché lei doveva sapere.

Antonio raccolse il corpo del suo amico per riportarlo ai suoi genitori. Quello che non doveva succedere era successo proprio alla persona che meno se lo meritava. Avrebbe dovuto trovarlo prima che il maledetto cecchino riuscisse a farlo fuori.

Sante aveva abbandonato il mondo definitivamente per abbracciare la morte proprio quando era già sulla via di quello che doveva essere un felice ritorno. E invece si era trasformato in un tragico epilogo.

Antonio s’incamminò fuori dalla città stringendo il corpo del suo amico e ripensando a tutte le discussioni e gli scambi d’idee che avevano avuto.

Sante aveva creduto di lottare per realizzare un futuro migliore e adesso aveva capito che non esisteva lotta che valesse la vita delle persone, che non esisteva violenza giustificata da nobili fini. E ora che aveva capito, era morto senza neppure rivedere la sua Giuliana.

Sante non l’avrebbe più rivista, il suo amico non avrebbe più toccato la sua pelle morbida, non avrebbe più baciato le sue labbra, non avrebbe più rivisto i suoi occhi azzurri. E Antonio non avrebbe più rivisto la gioia sul volto del suo amico.

Era giusto morire con un’angoscia simile nell’anima? E quell’angoscia se la sarebbe portata dietro come tormento nella vita eterna?

Al dolore della perdita Antonio aggiungeva anche lo strazio per non poter più fare niente per Sante. La triste coscienza di essere a un passo dalla fine di tutto gli faceva credere che la ricerca del suo amico non avesse avuto alcun senso.

ON AIR

L’auto di Sara è piccola, i suoi mezzi sono quello che sono e sicuramente nel prendere qualche curva troppo velocemente ha sbandato rischiando di farla finire fuori carreggiata. Ma questo non l’avrà scoraggiata, sapeva di dover stare attenta, che non doveva avere fretta.

La strada non era trafficata lungo il vialone che attraversa il quartiere e sicuramente ha pigiato il piede sull’acceleratore per sfruttare al massimo il rettilineo, ma non poteva pretendere più di tanto dalla sua utilitaria. Quello che era andato incontro dalla corsia opposta, invece, aveva sotto il culo un macchinone e poteva accelerare come voleva.

E che cazzo ha fatto?! L’è andato addosso! Doveva essere ubriaco per passare dall’altra parte della strada!

Dalla ricostruzione dei carabinieri è risultato chiaro che Sara ha cercato di scansarsi il più possibile da un lato. Ma per quanto si sia spostata, abbia frenato, e sicuramente bestemmiato pensa Giulia, Sara si è trovata proprio sulla sua traiettoria e ha dovuto prenderlo in pieno contro la sua fiancata.

La prima botta l’ha stordita, mentre la sua auto ha continuato ad andare, addirittura accelerata nel ritmo dalla botta che ha avuto. Ha avuto appena il tempo di riscuotersi per cercare di capire cosa fare, poi ha visto il muro di una casa che le veniva incontro.

Con dei forti dolori dappertutto sicuramente ha desiderato ardentemente finirci sbattere contro, per finire quella corsa storpia e senza senso.

Quando ci è arrivata ha urtato violentemente la testa contro il parabrezza e si è accasciata sul volante. Quante trottole ha fatto!

Vicino a lei non c’era nessuno e ha continuato a piovere sul vetro rotto.

Perché proprio adesso?

Perché Sara è morta proprio adesso che ha trovato delle risposte alla sua ricerca?

Perché?

È il dolore della perdita che porta a vivere la vita intera in un attimo o è la coscienza della disperazione che ci fa rivivere quello che abbiamo vissuto?

Nello struggimento del dolore non c’è razionalità di pensiero e a me che vi parlo da questi microfoni in questi momenti vengono in mente le cose più strane. Le passeggiate lungo il mare, quando gonfiavamo il torace nel godere dell’aria marina e allargavamo le spalle sentendoci grandi e potenti.

E adesso che è sparito tutto in una notte di merda, che senso ha avuto il suo affannarsi alla ricerca di un equilibrio? Non era meglio se avesse mandato a fanculo tutto scegliendo la strada più crudele per fottere il mondo, visto che alla fine è lui che ha fottuto Sara?

L’inesorabile non ha termini entro i quali far rientrare un ragionamento, la vita è morte, il destino è destino, e non è che scegliendo una vita diversa si può sperare in una morte diversa.

Ma se è vero che il nostro destino è già segnato, che la nostra vita è già scritta da qualche parte, anche nella ripetizione delle vite, allora perché ci dobbiamo condizionare a viverla in una maniera piuttosto che in un’altra?

perché Sara se n’è andata?

perché il mondo al suo posto

non si è preso uno dei tanti stronzi che lo popolano

perché proprio lei?

quanta gente c’è in giro

che meriterebbe di sparire dalla faccia della terra

è stato difficile aiutarla a portarsi sulla sua strada

quando usava la diffidenza

per coprire la paura di rivelare per intero i suoi sentimenti

quando indossava la maschera dura

di una sicurezza che non aveva

a Sara dedico questa canzone

Love of my life

e la dedico a tutte le persone importanti per noi

a coloro che hanno significato molto nella nostra vita

a coloro che non ci sono più

e che non ci saranno più

a tutto quello che è desiderato

quello che è nelle intenzioni

a ciò che si pensa, ma non si dice

quello che si vuole, ma non si fa

quello che era, è, e non sarà mai più

a tutto quello che resta nella mente

a Sara

alla PASSIONE