LA GOCCIA

INTRODUZIONE

Forse non è successo niente. È tutto solo nella sua piccola testa.

Silvana si alza dal pavimento spingendo la schiena contro lo stipite della porta; con il dorso della mano sinistra si asciuga uno sconosciuto solletico sulla guancia, la mano destra continua a lisciare i lembi del vestito che non ne vogliono sapere di rimanere chiusi sul davanti.

Il temporale sta squarciando l’aria, i rumori strappati dei tuoni e le luci accecanti dei lampi interrompono il silenzio della casa rimasta vuota.

Silvana cammina lentamente verso la cucina, ogni tanto si appoggia a un mobile, la mano destra continua imperterrita a lisciare i lembi del vestito; la sua pelle, su tutto il suo corpo, continua a espellere sudore e umore.

Un piccolo delirio, un attimo, una frazione di secondo che ha cambiato lo stato delle cose; alcuni flash di immagini, un bacio travolgente, i sensi che si lasciano trasportare e il colore rosso e rosa che sovrasta ogni realtà.

Le finestre sono chiuse, per non far entrare i rumori e l’acqua piovana; all’interno delle stanze l’aria non cambia, non si rinfresca, non abbandona lo stato afoso e compresso che ha preceduto quello sfogo. 

Lui non c’è più, se n’è andato, è sparito, si è dileguato, non c’è mai stato; Silvana continua a scuotere la testa, come a negare e nello stesso tempo a scansare quello che è successo.

La mano destra ha raggiunto la sinistra, sono entrambe appoggiate sul bordo del piano di lavoro della cucina; lentamente la testa di Silvana si adagia con la fronte sul pensile.

Qual è il confine, qual è l’attimo che precede lo stare in pace dall’essere agitati, il passo che porta l’eccitazione a trasformarsi in orgasmo; qual è il posto, nella realtà delle cose, in cui si fermano i pensieri e le azioni, prima di cadere in fallo; deve aver combinato una cosa terribile, qualcosa che nella sua piccola testa non riesce a comprendere e non vuole ricostruire.

Confusione.

È quella che ha in testa Dante, Dante non ricorda quello che è successo, né il perché è avvenuto, ma la paura sì, quella è ben impressa nella sua mente, ed è stata tanta.

Luce accecante, rumore assordante, correre, scappare, fuggire dai ruggiti, dai lampi e dal posto che porta tutti quei pericoli.

Improvvisamente è dentro una nuvola, avvolto dalla soffice e spumosa aria che la compone; i piedi sollevati da terra tolgono il contatto con il pavimento, con la realtà del momento, e con le cose dure che si possono riconoscere.

Attorno a Dante le sensazioni diventano uniche, sono le sole ancore a cui si può aggrappare per credere di essere ancora vivo; ma non c’è la sua signora a tenergli la mano, non c’è la voce della mamma a dargli coraggio, non c’è il richiamo della zia a dargli fiducia.

Il vuoto che sente dentro, fuori è diventato il contatto con quella massa lanosa della nuvola azzurra e rosa delle sue sensazioni.

Uno stato primordiale, anche se Dante non lo sa.

Forse vi sarà capitato di piangere sul foglio di un quaderno sul quale avete lasciato la vostra traccia a penna. Il foglio di un quaderno a quadratini piccoli, fatto con la carta che assorbe l’inchiostro, quella che non lascia scorrere la penna affatto.

Con la testa nella mano del gomito appoggiato sul tavolo quando piangete, con le lacrime bagnate il foglio. E quella goccia di lacrima che cade sulla parola scritta facendosi assorbire dalla carta, ne storpia i tratti, confondendo le lettere in un pasticcio di linee che si allargano in ogni direzione, e l’inchiostro schiarisce.

Questo accade perché la lacrima, come succedeva all’inchiostro della penna, non scivola sulla carta, ma se ne lascia assorbire.

Il risultato della nuova situazione è che adesso le righe dei quadratini non hanno più la stessa fisionomia, e ciò che prima si riconosceva immediatamente, è diventato solo un groviglio sporco e confuso.
Quella lacrima che vi è caduta a causa di quello che avete appena scritto, modifica la scrittura dilatandone senso e significato, deformandola. Se la stessa goccia di lacrima la lascereste cadere su un libro scritto, uno di quelli simili ai testi scolastici lucidi e patinati, la goccia si fermerebbe sulla pagina senza esserne assorbita.

In questo caso si creerebbe lo stesso effetto allargante provocato da una lente d’ingrandimento e la lettera su cui si è posata, sarebbe ingigantita sovrastando le altre.

E siccome è proprio per quella parola che state piangendo, la lettera che s’ingrandisce per sovrapporsi alle altre, modifica il suo stato per assumere un significato diverso e di tipo metafisico.

Quello di una piccolezza che, qualora innalzata a maggior grandezza, può modificare il senso e il valore di ogni cosa.

Quella goccia di lacrima che a voi cade è la stessa goccia che potrebbe provocare il traboccare del vaso, la stessa goccia di troppo che porta all’eccesso una situazione altrimenti sopportabile. Quella goccia in più, quella lacrima che scende sul vostro viso per cadere su quello che state guardando, quella goccia che si posa sulla lettera per ingigantirla, è la stessa cosa del cromosoma in più, del qualcosa che qualcuno ha e altri no. è la piccola differenza che, sia in stato di aumento sia in diminuzione, altera uno stato di fatto.

La goccia potrebbe anche essere una situazione, un momento, un attimo, la frazione di secondo che separa una condizione di normalità da un’altra di anormalità.

Ma l’essere o il non essere normali sono parametri dettati dalle regole che noi ci diamo, quindi il confine del passaggio da una condizione all’altra è solo convenzione. Per questo quella molecola di acqua potrebbe non essere vera, non essere reale, oppure non avere le necessarie caratteristiche di esistenza e di sensatezza.

La goccia ha delle qualità intrinseche, determinate dalla nostra condizione di pianto e dal motivo scritto che l’ha causato; inoltre ci sono dei condizionamenti di tipo esterno che ne determinano le caratteristiche in base alla nostra predisposizione nel lasciarci coinvolgere. Come certe convenzioni ambientali che modificano il nostro modo di percepire le situazioni e gli accadimenti.

Per la sua natura specifica la goccia genera delle alterazioni, secondo dove essa cade, se sul quaderno scritto a penna o sul libro lucido o dentro a un vaso già pieno.

Quando essa cade, di fatto, e per le sue caratteristiche, modifica la situazione, cambia uno stato, scompone l’occasione e toglie la possibilità di altri sviluppi.

CAPITOLO UNO – SILVANA

Le foglie cadevano a terra svolazzando nell’aria come aerei lanciati dall’alto, erano foglie grandi colorate con mille sfumature diverse, dal giallo al rosso vivo.
Silvana camminava a passo lento, quasi meditabondo, non aveva fretta e si era addirittura permessa di allungare il tragitto che faceva di solito per arrivare a casa.
Ogni tanto alzava gli occhi per vedere da quale platano venivano quelle foglie, quale ramo le lasciava cadere e quale alito di vento le accompagnava fino a terra.

Non era una giornata particolarmente fredda, aveva indossato il cappotto pesante, ma dopo aver trascorso qualche ora fuori di casa, si era accorta che il soprabito sarebbe stato più adatto a ripararla perché l’umidità era penetrante, e con un impermeabile imbottito si sarebbe protetta in maniera migliore.

Quando giunse sotto casa, si sentì sollevata, la passeggiata più lunga del necessario stava cominciando a infastidirla.

Nei pressi del portone fece i tre scalini di corsa e infilò velocemente la chiave nella serratura. Voleva aprirsi alla sua casa, al suo rifugio, per togliersi di dosso al più presto l’umidità dell’aria e qualcos’altro di strano che si era aggrappato addosso. Erano solo pensieri, lo sapeva, ma chissà perché diventavano pesanti come sassi dopo un po’ che le giravano per la testa e se non interveniva nulla a distrarli.

Appoggiò sul divano le quattro compere che aveva fatto, niente che avesse urgenza di essere sistemato in frigo e perciò si concentrò a coccolare se stessa, lasciando l’impegno del riordino a un momento successivo.

Una bella doccia bollente le avrebbe fatto ritrovare la giusta carica per continuare la giornata; quei pensieri vestiti del grigio della nebbia si erano infilati dentro con una perfidia maggiore di quanto fosse accettabile.
Quando l’acqua divenne calda, la stanza da bagno si riempì di vapore e l’ambiente divenne simile a una sauna; si spogliò in camera lasciando cadere i vestiti sporchi a terra e si avviò verso la doccia, pronta a godersi appieno quel momento di riposo che si era preparata.

Il suo corpo non era più quello della ragazza magra che era stata in gioventù,

il passare degli anni e i sacrifici dedicati alla famiglia e al lavoro avevano lasciato i loro segni; non che si fosse abbandonata a chissà quali trasandatezze, ma di certo non era stata pronta a prevenire quei cambiamenti fisici con una rigida dieta o con della ginnastica tonificante.
Questa negligenza aveva contribuito a maturare i suoi frutti sotto forma di un appesantimento di cui ogni tanto si vergognava.

Con i vestiti addosso poteva mascherare gran parte di quelle esuberanze sui fianchi e quel tanto di pancia di troppo che si era accumulata nel basso ventre; ma quando era nuda e senza alcun accorgimento di vestiario rimpiangeva di non aver dedicato un po’ più di tempo al suo fisico.

Adesso che i danni maggiori erano stati fatti si metteva in pace la coscienza andando a fare qualche camminata con le amiche, ma erano leggere e incostanti, assolutamente insufficienti a farle perdere i chili di troppo.

Uscì gocciolante dalla doccia e prese l’accappatoio che aveva lasciato vicino al termosifone; avvolgersi nella sua spugna calda e profumata non faceva altro che prolungare il conforto che aveva cercato in quella doccia bollente. Si fermò davanti allo specchio del lavabo, pulì il vapore che lo aveva appannato e guardò la sua immagine riflessa. Ogni tanto le piaceva studiare il suo volto da vicino, per scoprire quanto ancora vi si riconoscesse; c’era qualche riga sottile vicino agli angoli degli occhi, qualche ruga in più sul collo e un segno in mezzo ai due seni che non ricordava proprio quando aveva cominciato a formarsi.

Le sembrava di essere stata sempre così, come si vedeva riflessa, ma da qualche parte una vocina le spiegava che certe rughe, una volta, non c’erano proprio! Quella in mezzo al petto, poi, negli anni della gioventù non era esistita per niente.

Avrebbe potuto sciogliere ogni dubbio chiedendo a suo marito cosa ricordava in proposito, poi rinunciava, per non sentirsi fare apprezzamenti o ascoltare commenti inappropriati.

Silvana tolse lo sguardo dallo specchio, in ogni modo e per quando avesse potuto sforzarsi, non avrebbe mai saputo come fare per mandare via quei segni lasciati dal passare del tempo; quindi non voleva farsene un cruccio oltremisura e preferiva raccontarsi la bugia che potessero essere un aspetto fascinoso della maturità. A quarantacinque anni quanti ne aveva lei, si considerava ancora una bella donna e il riscontro glielo davano certe sue colleghe, che la guardavano con invidia, o alcuni colleghi, che addirittura tentavano stupidi approcci nonostante sapessero che era felicemente sposata.

Quando la voglia di vedersi giovane rischiava di diventare un desiderio

talmente pressante da farle desiderare di tornare indietro nel tempo, ricordava la vita dura che aveva dovuto affrontare negli anni della gioventù; in quei momenti capiva che non avrebbe mai voluto riavere indietro la giovinezza di un tempo, perché l’avrebbe pagata con caro il prezzo di dover abbandonare la vita migliore che stava vivendo.

Si asciugò i piedi lentamente, studiando le gambe per vedere se qualche altra dispettosissima vena avesse avuto voglia di comparire tra la sua pelle. Poi decise di affrettare i tempi di quelle cure personali, erano già le undici passate e doveva preparare il pranzo per il marito e il figlio, che di lì a poco sarebbero rientrati dai rispettivi lavori; finalmente i pensieri che si erano appiccicati addosso con la nebbia del mattino se n’erano andati assieme al bagnoschiuma profumato risciacquato dalla doccia.

CAPITOLO DUE – DANTE

-Oggi sono andato a vedere i cagnolini della zia Cecilia, sono tanto belli, hanno il pelo corto, sono appena nati. –

La zia Cecilia abitava due piani sotto l’appartamento di Dante e quella visita ai cagnolini si era svolta qualche giorno prima, non in casa sua, bensì in campagna, da un’amica della zia dove ogni tanto lei si recava per comprare le uova o qualche coniglio nostrano; ma per Dante lo spazio e il tempo avevano delle caratteristiche tutte sue.

Quando la zia Cecilia andava fuori città portava molto volentieri anche Dante, perché a lui piacevano gli animali, soprattutto quelli piccoli. Una volta, quando aveva trascorso un soggiorno di vacanza in un’azienda agrituristica, gli accompagnatori avevano raccontato del tempo passato da Dante a rincorrere galline e anatroccoli.

-I cagnolini sono molto graziosi, uno lo porto a casa; alla mamma piacciono i cani. Alle otto devo prendere la terapia. –

-Sì, Dante, ma non gridare, lo sai che la zia ci sente benissimo. Quando torniamo in campagna, li rivedi i cagnolini, ma togliti dalla testa di portarne uno a casa! –

-Sì, benissimo. Sono stanco, vado alla finestra, a sedermi. –

-Bravo Dante, riposati. –
La casa della zia Cecilia non era molto grande, per di più gli spazi non erano ben ripartiti e gran parte della scarsa metratura era destinata a corridoi e ad angoli di nessun utilizzo.

Dante e la sua famiglia abitavano al terzo piano di quello stesso edificio e sopra di loro c’erano altri tre piani.

La mamma di Dante lavorava in una fabbrica di maglie, il babbo era un dipendente dell’ente elettrico. Oltre a Dante avevano altri tre figli: Paola, sposata e con un bambino, Rosario, che studiava in un’altra città, e Maria, che era più piccola di Dante. Maria andava a scuola, frequentava le classi elementari; per Dante, invece, la scuola non c’era tutti i giorni, per questo a volte restava a casa con la zia Cecilia, che era in pensione e dava una mano come poteva.

Dante, dopo essersi seduto vicino alla finestra, cominciò a raccontare.

-La mamma ha fatto gli gnocchi, sono buoni gli gnocchi della mamma; ricordati che alle otto devo prendere la terapia.

-Sì, Dante, me lo ricordo, tu non gridare. La mamma ha fatto gli gnocchi ieri e ti sono piaciuti?

-Sì, benissimo; ricordati che alle otto devo prendere la terapia.

-Sì, Dante, me lo ricordo; ma tu dimmi, che cosa vuoi mangiare oggi? Cosa ti prepara la zia?

-I gnocchi; la mamma ha fatto i gnocchi, a me piacciono i gnocchi della mamma. Sì. Benissimo.

-Ho capito che ti piacciono gli gnocchi, ma io preparerò qualcos’altro. Ti piacciono i maccheroncini pasticciati?

Dante non rispose, si era messo a guardare fuori dalla finestra e quel giorno non avrebbe compreso altro da mangiare che non fossero stati gli gnocchi della sua mamma.

Zia Cecilia, però, sapeva che non avrebbe fatto storie quando le avrebbe portato il piatto con i maccheroni; se si poteva considerare una fortuna, l’appetito di Dante era straordinario e non si lasciava condizionare da nessun capriccio.

Mentre guardava fuori dalla finestra, Dante vedeva gli alberi del giardino che perdevano le foglie; la primavera era ancora lontana, ma per lui quello era un particolare di poca importanza e scrutava le piante alla ricerca dei fiori rosa. Gli alberi con i fiori sono i più belli da guardare, sembrano buoni come una cosa da mangiare, come i biscotti di cioccolato che comprava la mamma, con le stelline bianche sopra.

E poi gli alberi con i fiori rosa erano bellissimi, perché i petali erano come i coriandoli di carnevale e a carnevale era sempre festa e c’era tanto da mangiare.

Dante guardava fuori dalla finestra, ma in quella grigia giornata di novembre non ne vedeva di fiori rosa. Forse, se allungava la testa, o se piegava la faccia e chiudeva un occhio, forse li avrebbe visti. No, era meglio se allungava il collo, più in là avrebbe sicuramente visto i fiori rosa.

-Dante! Smettila di battere la testa contro il vetro, finirai per romperlo e farti male … Dante smettila! Cosa vuoi fare?

-I fiori rosa, dove sono i fiori rosa?

-Cosa stai dicendo? Smettila di battere la testa contro il vetro, altrimenti mi arrabbio. E lo sai che quando la zia si arrabbia diventa una bestiaccia.

-Sì, benissimo, una bestiaccia; ricordati che alle otto devo prendere la terapia.

-Stai tranquillo che non la dimentico la tua terapia, adesso smettila con quel vetro.

Dante fermò il movimento ritmico che faceva per vedere i fiori rosa e smise di battere la testa contro il vetro.

La mamma entrò in casa della zia come un ciclone, sembrava che il vento la spingesse agitandole i vestiti e l’impermeabile che indossava.

-Sono stravolta, in fabbrica pareva che avessero messo l’acceleratore alle macchine, non riuscivo a stargli dietro! Forse è perché sono stanca, ma stamattina mi sembra di aver lavorato otto ore anziché quattro.

-Siediti, non pensarci adesso e cerca di rilassarti, da mangiare è quasi pronto; sai, il tuo Dante è rimasto impressionato dagli gnocchi che gli hai preparato ieri, gli sono piaciuti tanto che li voleva anche oggi a pranzo.

-Davvero Dante? Davvero ti sono piaciuti così tanto? La mamma li ha fatti settimana scorsa, ieri abbiamo mangiato le tagliatelle; evidentemente non erano buone come gli gnocchi dell’altra volta e tu sei rimasto indietro di un pasto della domenica. Vieni qua, Dante, vieni con la mamma che andiamo a lavarci le mani. Cosa hai fatto con la zia?

-È stato calmo tutta la mattina, ha giocato con le costruzioni di Andrea, poi si è messo alla finestra.

-Davvero Dante hai giocato con le costruzioni?

-Sì, benissimo, mamma, non vedo i fiori rosa.

-Dove li vuoi vedere i fiori rosa, Dante?

-Fuori, quelli che sono fuori.

-Fuori non ci sono i fiori rosa, Dante, in questa stagione devi accontentarti delle foglie verdi e di quelle colorate; per vedere i peschi in fiore deve passare ancora un po’ di tempo, e poi non so se qua vicino ce ne sono.
Dante, la sua mamma e la zia Cecilia mangiarono insieme, poi la mamma li salutò per tornare al lavoro. Più tardi zia Cecilia e Dante uscirono per andare a prendere Maria a scuola; al solito lui si diresse verso il portone prima ancora di avere il permesso dalla zia e lei lo dovette raggiungere di corsa per mettergli giacca e cappello.

Fuori non era molto freddo, ma la differenza con la temperatura in casa si avvertiva e bisognava coprirsi bene per evitare malanni di stagione.

Il traffico era intenso e caotico, Dante vedeva le automobili che correvano e la gente che si affannava, sentiva gli autobus che suonavano e mille altri rumori ancora. Era convinto di aver sistemato la confusione giocando con le macchinine di Andrea, ma adesso era tutto sottosopra di nuovo.
Arrivarono alla scuola di Maria che mancava poco all’uscita e nel cortile incontrarono diverse altre mamme che salutavano la zia Cecilia.

Dante sorrideva a tutti, ma nessuno diceva ciao a Dante.

Al suono della campanella una fiumana di ragazzini vocianti si riversò sugli scalini fino ad allargarsi nel cortile, ognuno alla ricerca della propria chioccia. Maria era silenziosa, lei non parlava mai tanto, prese la mano della zia e tutti tre insieme si avviarono verso casa.
Dante le voleva bene, era la sorellina più bella del mondo, ed era anche la più brava; ogni tanto litigavano, ma poi facevano la pace perché lei piangeva e lui non voleva vederla piangere. La mamma diceva che Dante era cattivo quando la faceva piangere, ma lui non voleva farla piangere, era lei che per prima voleva litigare e poi, quando lui litigava con le mani, si metteva a piangere.

CAPITOLO TRE – IL LAVORO

Quel mattino Silvana si svegliò molto presto, doveva fare il turno del mattino e prima delle cinque e mezzo doveva essere in strada per arrivare puntuale in ospedale. Si alzò svogliatamente dal letto mentre il marito russava nel profondo del sonno; dopo avergli rivolto uno sguardo leggero decise di muoversi e cominciare quella che si prospettava come un’altra dura giornata di lavoro.

I vestiti, come abiti destinati a un manichino, si muovevano da soli sul suo corpo e lo indossavano a memoria; scendevano sulle sue curve e le rivestivano delicatamente, come solo una ripetuta consuetudine a quei movimenti può permettersi di fare.

Quando si alzava al mattino presto e doveva immergersi nel freddo della notte che non era ancora scomparsa, il corpo si restringeva e s’irrigidiva, come se non volesse far arrivare alle viscere la sensazione di disagio che il risveglio provocava.

La percezione di un ritirarsi del volume corporeo era responsabile di quel suo muoversi sinuoso e silenzioso, come se ogni cosa che la circondava arrotondasse gli spigoli per creare un’armonia perfetta con i suoi spostamenti.

Preparò il caffè nella caffettiera grande, lasciandone a sufficienza per il marito e il figlio che l’avrebbero scaldato per la loro colazione; non mangiava altro di mattino, al risveglio aveva lo stomaco chiuso e non riusciva ad accettare altro che quel caffè bollente e amaro. Più tardi nella mattinata avrebbe approfittato di una piccola pausa dal lavoro per sgranocchiare qualche biscotto.

L’automobile faticò a mettersi in moto, come il solito anch’essa doveva interpretare la sua parte in quella speciale commedia dell’alba; erano entrambe abituate, Silvana e l’auto, a quel rituale fatto di accensioni senza esito, di smanettamenti vari alla levetta dell’aria e di pigiate a vuoto sul pedale dell’acceleratore. Dopo alcuni minuti di tentativi senza risultato, finalmente il motore si decideva a partire e, come se fosse rimasto soddisfatto degli sforzi compiuti, dava il buon esito mettendosi in moto.

Quel rituale era un modo per riconoscersi, per ritrovarsi al mattino e per affermare il proprio dissenso per l’alzataccia.

Poco dopo, immersi nelle strade buie e deserte della città ancora addormentata, quei tira e molla a prova di arrabbiatura sparivano, e subentrava il piacere di condividere gli attimi in cui si completava il risveglio del mondo. Quei momenti di quiete avevano una certa particolarità e per Silvana si sommavano a una sottintesa complicità con chiunque condividesse le prime ore della giornata. Non si preoccupava della stranezza nel pensare all’auto come una compagna, un’amica un po’ bizzosa che l’accompagnava nelle giornate di lavoro e qualche volta si sorbiva pure le sfuriate per il nervosismo accumulato.

Quando qualcosa andava storto e Silvana non trovava altro modo per sfogarsi, impegnava l’auto in gimcane senza senso e dava sgasate sull’acceleratore portando al massimo i giri del motore; questo le dava la sensazione di prendersela con qualcuno o di riuscire a far sentire la sua voce più alta di quella degli altri.

La sua auto si prestava a questi giochi, anzi, ogni tanto le rispondeva migliorando le prestazioni e suscitando l’impressione di consumare meno del solito per risollevare il morale della padrona.

In un certo senso si era creata una sorta di simbiosi tra l’auto e colei che la guidava, tra il mezzo e colei che lo sfruttava. Il rituale dell’accensione, nelle mattine buie e fredde, faceva parte di quel mutuo scambio in cui anche la macchina, come la sua padrona, aveva il diritto di protestare per l’alzataccia.

E la sua piccola cinquecento, da buona compagna, non si tirava indietro.

L’ospedale dove lavorava, invece, era troppo grande per riuscire a dare una confidenza maggiore che andasse oltre al reciproco rispetto; lei era sempre puntuale ed esso si faceva trovare sempre pronto. Se con l’automobile c’era uno scherzoso scambio di dispetti, con l’ospedale nulla poteva scalfire il necessario distacco che ci doveva essere tra loro. Il mattino presto, però, un’aria confidenziale gli aleggiava intorno e, nonostante la gente si muovesse in silenzio e con fare rispettoso, l’atmosfera si vestiva di un irreale senso di complicità che non si capiva a cosa volesse alludere.

Ogni volta che arrivava per coprire il primo turno del giorno le sembrava che una nuova notizia dovesse arrivare a giustificare quella strana atmosfera.

Invece tutto restava com’era e, dopo aver timbrato il cartellino, chiudeva la porta del reparto alle sue spalle per cominciare una giornata uguale a tante altre.

Quella mattina c’erano ad attenderla due colleghe giovani e inesperte, per questo il carico delle responsabilità organizzative del reparto sarebbe spettato a lei. Silvana non si tirava mai indietro, la sua disponibilità di fronte al lavoro era totale e non sarebbe di certo cambiata nella diversità di quella situazione.

Le colleghe ammiravano il suo modo di lavorare e spesso la seguivano nei suoi passi per imparare la stessa leggerezza nell’affrontare la quotidianità dello stress lavorativo.

Quando quella mattinata finì, si sentiva molto più stanca di quanto non lo sarebbe stata se avesse fatto il turno di notte; probabilmente era il pensiero di quello che la attendeva nel pomeriggio a farla stare peggio. Quando svolgeva il turno di notte, il riposo durante il resto della giornata era un sacrosanto diritto, ma quando copriva i turni di giorno, non poteva evitare altri impegni durante il resto della giornata.

Quel pomeriggio Silvana doveva andare con il figlio e la futura nuora a scegliere alcuni accessori d’arredamento; si sarebbero sposati in primavera, la casa era pronta e i preparativi per le nozze si avviavano verso la conclusione.

Per il nido d’amore mancavano solo i lampadari, che sarebbero andati a vedere quel pomeriggio, oltre a qualche altra piccolezza, come il mobile per il televisore e altri accessori di quel genere.

L’acquisto della casa era stato possibile grazie all’impegno e all’aiuto di entrambe le famiglie, un piccolo mutuo da estinguere in dieci anni aveva fatto il resto.

Sarebbero andati ad abitare in un quartiere fuori città, non lontano dai loro luoghi di lavoro e a portata di mano delle rispettive famiglie. Quel matrimonio non avrebbe comportato un distacco troppo cruento, come succedeva alle famiglie di coloro che si trasferivano in altre città per esigenze di lavoro.

Per fortuna con i preparativi delle nozze e nella sistemazione della casa si era adoperata molto la madre di lei, sollevando Silvana dai numerosi impegni e, non per ultimo, dalla noia di doversi confrontare con i gusti della ragazza. Si sarebbero sposati il diciassette aprile, Silvana non sapeva perché avessero scelto quella data tanto particolare che, tra l’altro, quell’anno sarebbe caduta di sabato. Forse il motivo era un anniversario da ricordare, come l’inizio del loro amore o qualcosa del genere.

Quando pensava al giorno fatidico l’idea che la conseguenza logica sarebbe stata quella, in un tempo ancora lontano, di diventare nonna, la faceva sorridere.

Chissà come sarebbe venuto fuori quel bambino … sarebbe stato come suo figlio, che tra l’altro non le assomigliava per niente e aveva preso l’impronta genetica del marito, o avrebbe fatto emergere qualche gene latente che avrebbe potuto farla rispecchiare in un germoglio di tenera vita? Si vergognava di questi pensieri egoisti e narcisisti, ma li faceva solo con se stessa, a nessuno avrebbe mai confidato le sue riflessioni.

La futura nuora era una ragazza di un paio d’anni più giovane del figlio, aveva studiato fino alla maturità magistrale ottenendo il diploma, contrariamente a quanto aveva fatto Enea, che si era fermato al terzo anno di un istituto professionale. Per ciò che riguardava l’impegno scolastico aveva ereditato la disaffezione agli studi del padre e non erano stati sufficienti gli stimoli del mondo intero, e neppure gli incoraggiamenti degli insegnanti, a fargli cambiare idea riguardo al diploma.

Nella famiglia del marito di Silvana la scuola era sempre stata considerata come un qualcosa in più e le capacità personali come le qualità più che sufficienti per farsi strada.

Quella dell’istruzione scolastica era stata una lotta difficile da sostenere e alla fine si era rivelata una battaglia persa.

In suo marito l’odio per la scuola nasceva da un complesso radicato nel profondo e nessuna discussione avrebbe potuto estirparlo, neanche in nome del futuro del loro unico figlio. Per questo Silvana alla fine si era accontentata di quello che Enea era riuscito ad ottenere con la sua svogliatezza, e il diploma professionale, considerando i presupposti, non era poco.

La fidanzata del figlio era molto attenta agli stimoli del mondo esterno, anche se a volte s’intestardiva con la provocazione tralasciando le spiegazioni sui reali contenuti di certe affermazioni; l’apparenza da brava ragazza tutta acqua e sapone che mostrava con tanta disinvoltura, in realtà sembrava celare qualcosa di diverso. Era una brava ragazza, fondamentalmente, ma essendo entrambi molto giovani, era difficile capire come avrebbero affrontato i problemi della convivenza.

Solo il tempo sarebbe riuscito a farle conoscere fino in fondo la moglie di suo figlio, principalmente attraverso le esperienze della vita che avrebbero portato alla luce ogni lato del suo carattere.

Il pomeriggio trascorse in fretta, le scelte dei futuri sposi erano decise e sicure quindi, dopo la visita a un paio di grandi magazzini, il più era stato fatto. Arrivarono a casa quando mancava mezz’ora alle sette e c’era giusto il tempo di preparare per la cena; Elena, la fidanzata, sarebbe rimasta a mangiare con loro, poi ci avrebbe pensato Enea a riaccompagnarla a casa.

Quella sera mentre mangiavano, chiacchierarono di quello che avevano visto durante la passeggiata del pomeriggio, ma ben presto il marito di Silvana monopolizzò l’attenzione parlando dei suoi problemi di lavoro.

Faceva il magazziniere in una fabbrica di compressati di legno, distante qualche chilometro dalla città; i diversi colleghi che condividevano il lavoro con lui, riuscivano a collaborare al meglio e questo soprattutto perché un pregio di Claudio era proprio la facilità di cooperazione. A volte, però, le discussioni non si potevano evitare e allora lui si arrovellava per trovare una spiegazione e una soluzione a tutto; il suo egocentrismo, poi, lo portava spesso a divertirsi nel chiacchierare di questo o di quello, e a raccontare gli aneddoti di quello che succedeva in fabbrica.

Silvana, invece, non parlava molto del suo lavoro, un po’ perché quando era fuori dall’ospedale voleva distogliere i pensieri dalla sofferenza, un po’ perché non era corretto parlare di quello che succedeva ai degenti del suo reparto.

I malati di mente erano una categoria di pazienti di cui ci si vergognava e chi ci lavorava a contatto aveva il dovere di proteggere la loro riservatezza e quella dei loro parenti. Quindi anche quella sera lasciò che la discussione si banalizzasse sui problemi degli altri, seguendo distrattamente gli argomenti e cercando di non sentirsi troppo coinvolta.

Poco prima di andare a letto Silvana rifletté su alcune sensazioni che, a volte, le stringevano il cuore come leggeri strati di muschio ammuffito, e si domandava se fossero generate dallo stress del lavoro o se fossero la risultante della compressione di tante situazioni diverse.

Le avrebbe avute lo stesso, anche se avesse fatto l’impiegata, anziché l’infermiera in un reparto psichiatrico?

Erano pensieri cui non sapeva dare un corpo preciso, le sfuggiva il motivo per cui li sentiva nascere dentro e non riusciva a cogliere il senso di come si manifestavano. Erano simili a quelli che l’avevano assalita il giorno prima, quando in completa libertà avrebbe dovuto sentirsi serena e leggera in una giornata da dedicare solo a se stessa. E invece aveva avvertito una pesantezza d’animo totalmente ingiustificata di cui non capiva l’origine, l’aveva e basta.

Qualsiasi costruzione di pensiero in positivo, su Enea, su suo marito, su se stessa, naufragava in un senso di grigiore che la spaventava. Nei momenti di maggior serenità cercava di scoprire i motivi di eventuali ansie nascoste o se aveva delle possibili cause di depressione; ma per quanto si sforzasse, non veniva mai a capo di niente e per non precipitare in un vortice di paranoia negativa, si costringeva a una liberatoria scrollata di spalle.

Per di più non riusciva ad ammettere che qualche motivo di malessere si fosse annidato talmente nel profondo da causarle problemi sconosciuti; la sintesi cui perveniva di solito era di ritenere quelle sensazioni come passeggere, transitorie emozioni legate alla normale malinconia che ogni persona ha.

CAPITOLO QUATTRO – IL DOTTORE

Quando Dante si svegliò era molto presto rispetto ai suoi soliti orari, perché quel giorno doveva andare dal dottore, così aveva detto la mamma. Salirono sull’autobus,

A Dante piaceva andare con l’autobus, ma non gli piaceva andare dal dottore.

L’ultima volta che c’era stato gli aveva fatto male e non voleva tornarci di nuovo; la mamma diceva di stare tranquillo, gli diceva che forse non c’era lo stesso dottore, che non tutti i dottori sono cattivi.

Quando arrivarono allo studio interno dell’ospedale Dante vide che c’era un altro dottore e si mise a sedere con calma; non avrebbe disubbidito, sarebbe stato buono se quel dottore era buono.

All’inizio il dottore fece un sacco di domande alla mamma, Dante guardava i giochi nella stanza, non poteva andare a prenderli, il dottore non voleva perché erano per gli altri. Il dottore e la mamma dicevano che Dante era grande e doveva giocare con gli altri giochi, ma a Dante non piacevano gli altri giochi, a lui piacevano quelli grandi e colorati.

Però stava fermo, non voleva far arrabbiare quel dottore e neanche la mamma. Il dottore lo visitò piano, con l’affare nell’orecchio e la luce che gli guardava la gola; non fece altro, poi se ne andarono.

-Sei contento che non ti ha fatto arrabbiare?

-Sì, benissimo; era bravo il dottore.
Già.

-Ricordati che alle otto devo prendere la terapia.

-Adesso no, Dante, da questa sera non la devi più prendere la terapia, il dottore ha deciso di sospenderla e di lasciarti solo quella del mattino.

-Allora ti ricordi che alle otto devo prendere la terapia.

-Sì, Dante, non hai capito, ma fa lo stesso; dovrò inventarmi qualcosa da darti lo stesso alle otto, altrimenti tu come farai senza la tua terapia?

-Sì, benissimo; alle otto.

Nelle mattinate di bel tempo, Dante usciva da solo a fare quattro passi, si rendeva conto benissimo di dove poteva andare e di dove, invece, la mamma e la zia Cecilia non volevano che andasse.

Dove c’era il semaforo, per esempio, era proprio meglio non starci perché le automobili passavano troppo in fretta e troppo vicino; oppure dove scorreva il Limpia, un fiumiciattolo che un tempo era un torrentello e ora aveva le brutte caratteristiche di un canale di scolo. Si trovava dietro casa e zia Cecilia diceva che c’erano i topi grossi come gatti, che era un posto pericoloso e allora Dante aveva paura ad andarci.

C’era un altro posto dove a Dante dicevano di non andare, ma lui ogni tanto disobbediva perché gli piaceva troppo stare là.

Era poco lontano dalla loro casa, c’erano tante cose colorate e anche quelle da mangiare, che lui ogni tanto ne prendeva una. Poi c’erano sempre tante persone, tante mamme con i bambini, tanti carretti da mettere a posto, c’erano le luci e qualche volta si sentiva la musica. Lui, ogni tanto, si metteva a riordinare i carretti e gli scatoloni vuoti; certe volte un signore gli dava qualcosa che gli piaceva; certe altre volte, invece, c’era un uomo cattivo che gli diceva di andare via e che lo sgridava.

Era un uomo grosso ma Dante non aveva paura di lui, voleva dargli una sberla quando lo sgridava perché Dante non faceva niente di cattivo; quell’uomo era cattivo con lui.

Ma dopo gli veniva la paura che lo diceva alla mamma e, invece, la mamma non doveva sapere che lui era stato lì.

Allora stava zitto, non pensava più di dargli una sberla e tornava via. Però quell’uomo era cattivo anche con altra gente, dava i calci ai gatti che giravano all’entrata; era cattivo, aveva i baffi lunghi, tutti quelli con i baffi lunghi erano cattivi. Il dottore cattivo aveva i baffi lunghi, l’uomo grosso aveva i baffi lunghi e anche la barba. Anche il babbo di Dante aveva avuto i baffi lunghi e, infatti, quando li aveva avuti, era stato cattivo; dopo che Dante gli aveva chiesto di toglierli l’aveva fatto ed era tornato buono.

Anche il dottore cattivo aveva i baffi lunghi, Dante gli aveva detto di toglierli, ma lui non l’aveva fatto, ed era ancora cattivo.

CAPITOLO CINQUE – PAOLA

In febbraio le giornate iniziarono ad allungarsi e la sensazione di essere a un passo dal liberarsi dell’inverno stava diventando concreta. Silvana aveva appena trascorso una durissima settimana di turni lavorativi serrati, una collega si era messa in malattia e questo aveva provocato gli spostamenti degli orari stabiliti. Quando ciò avveniva, il lavoro assumeva delle cadenze tremende e lei si sentiva come un asino da soma: smontava dalla notte e doveva ripresentarsi al lavoro il pomeriggio del giorno successivo, se aveva fatto il mattino, doveva essere pronta per il turno della notte.

Purtroppo non c’era modo di sottrarsi a questi tour de force perché la riduzione del personale non permetteva sostituzioni.

Fortunatamente la settimana di crisi era passata velocemente e i turni erano tornati pressoché normali.

Quel giorno, nonostante avesse fatto la mattina e ci fosse la regolarità dei turni, era tornata a casa distrutta. In quel periodo nel reparto c’era un momentaneo sovraffollamento di pazienti che causava un appesantimento della situazione.
Si mise comoda sul divano per godersi qualche momento di riposo, marito e figlio avevano pranzato ed erano rientrati ai rispettivi lavori, per sua fortuna avevano avuto la grazia di sparecchiare e riordinare un pochino. Improvvisamente sentì suonare il campanello della porta, ogni volta quel trillo acuto la faceva sussultare come se qualcuno la spaventasse.

Avrebbe voluto ignorarlo, far finta di non averlo sentito, ma poi, dopo aver sbirciato dalla finestra e aver riconosciuto la sua migliore amica, decise che era meglio andare ad aprire.

Silvana fece entrare Paola che, al contrario di lei, aveva un’aria freschissima; d’altronde non avrebbe potuto essere diversamente visto che si rilassava come e quanto voleva, avendo un’occupazione stagionale e potendo starsene a spasso durante l’inverno.
La città dove abitavano aveva una vita economica essenzialmente legata all’occupazione presso alcune grandi aziende produttrici di mobili per la casa, in particolare le cucine. Tuttavia durante l’estate, per via del mare e della spiaggia invitante, la città si riempiva di villeggianti consentendo il fiorire di una discreta attività turistica. Certo l’importanza del peso economico del comparto non era neppure paragonabile a quella enorme che rivestiva in riviera adriatica, qualche chilometro più a nord.

In quei luoghi, durante il periodo estivo, il litorale si trasformava in un vero e proprio bazar del divertimento e della spensieratezza; non c’erano solo le attività legate agli stabilimenti balneari e agli hotel, ma anche tantissimi locali che offrivano svaghi di ogni tipo e che davano l’impressione di trovarsi in una enorme Las Vegas europea.

Da quel punto di vista la città di Nobili aveva una dimensione più modesta, non stravolgeva la sua vita con l’arrivo della bella stagione e manteneva il mondo turistico in una nicchia che si differenziava da quella caotica e più economicamente importante della riviera più a nord. La clientela degli hotel nel corso degli anni era diventata selezionata, in un modo un po’ snobistico e provincializzato, ma che tuttavia s’identificava in ritorni costanti e affezionati.

Paola gestiva un piccolo bar vicino al lungomare,

in una zona che durante l’inverno diventava un posto poco frequentato, essendo lontano dal centro storico e in un luogo dove c’erano solo hotel e nessuna residenza. Lei e Silvana si erano conosciute quando Enea era piccolo, perché i rispettivi figli, pur avendo un anno di differenza, frequentavano lo stesso asilo.

Dalle prime chiacchiere scambiate sui vari problemi erano passate a una frequentazione più assidua e confidenziale; poi, a mano a mano che i figli crescevano, i loro incontri avevano cominciato a diradarsi, fino a che trascorsero alcuni anni in cui si videro sì e no un paio di volte.

Dopo il matrimonio del figlio di Paola, avvenuto alla fine dell’estate precedente, avevano ricominciato a frequentarsi, forse perché erano più libere da impegni, o forse perché condividevano di nuovo la stessa situazione di vita, cioè entrambe avevano un figlio sposato o quasi.

A Silvana non era dispiaciuto riprendere in mano quell’amicizia, dopotutto Paola era una delle poche persone con la quale aveva scambiato le opinioni che solitamente teneva per sé e questo costituiva sicuramente un traguardo nella sua socializzazione. Certe volte era stata tentata di aprirsi con qualcuno, per confidare le proprie paure, condividere i sospetti o confrontare i desideri. Suo marito non era il tipo di persona con cui avrebbe potuto farlo, non solo per la scarsa affinità, ma soprattutto perché certe sensazioni fanno parte del vissuto che si può condividere solo con una donna.

La paura di modificare i rapporti con le altre persone, o il terrore di aprirsi per poi restare delusa, le avevano sempre fatto fare un passo indietro su certi propositi.

Si rinchiudeva in se stessa e quello che le sarebbe dovuto uscire dalla bocca, per esternare un po’ delle sue sensazioni, continuava a essere soffocato dentro al sentimento. Forse erano stati quegli impulsi repressi a lasciarle l’impronta di ammuffito che avvertiva quando nella mente s’affacciavano certi pensieri malinconici. Sentiva di essere un tantino esagerata nel considerare quelle sensazioni come dei problemi; la vita andava vissuta per quello che era e certe sensazioni bisognava lasciarsele alle spalle senza dargli per forza una spiegazione.

Se qualche volta non se l’era sentita di aprire se stessa a qualcun altro, significava che non c’era il feeling adeguato con quella persona ed era meglio lasciar correre.

Per il resto, cioè la paura di covare istinti repressi, non doveva preoccuparsi, aveva quotidianamente a che fare con gente che aveva seri problemi mentali, e mettere i suoi sciocchi dubbi psicologici sullo stesso piano era un’assurdità.

Sedute attorno al tavolo della sua cucina, entrambe con una gamba piegata sotto il sedere poggiato sulla sedia e con una tazza di tè davanti, Paola le stava raccontando dell’ultima serata in cui era andata a ballare durante le feste di carnevale; suo marito era molto attivo nell’organizzare uscite e divertimenti, senz’altro molto più di quanto non lo fosse il suo.

Molte volte le coppie di amici insistevano affinché anche loro si unissero al gruppo, ma se per gli altri era facile essere liberi da impegni, per Silvana era più complicato riuscire a organizzarsi.

Per di più in certe occasioni la proposta di aggregarsi a un’uscita della compagnia comportava lunghe ed estenuanti discussioni con il marito ed era meglio rinunciare in partenza piuttosto che doversi stressare per intere giornate. Vero era che una volta deciso di stare in compagnia si divertivano molto, ma se neppure lei era sicura di voler uscire, le difficoltà che avrebbe incontrato nel convincerlo creavano un muro tale che la voglia di lasciar correre prendeva il sopravvento.

Nonostante tentassero entrambe di far stare il peso entro dei limiti accettabili, alla tazza di tea accompagnarono volentieri qualche biscotto e delle merendine farcite. La scusa della compagnia e la necessità del recupero fisico per la stanchezza accumulata al lavoro, per Silvana giustificavano quegli stravizi fuori orario.

La sua amica se ne andò quando era già ora di preparare la cena e ormai la stanchezza di Silvana, che non aveva potuto sdraiarsi, si era trasformata in un mattone attaccato ai piedi.

CAPITOLO SEI – IL SUPERMERCATO

Quel mattino il tempo era bello e Dante se ne andò a spasso da solo; la zia si era raccomandata che facesse il solito giro e non arrivasse tardi per pranzo. Quando fu vicino ai giardinetti, sentì una macchina che parlava e lui gli andò dietro incuriosito, finché non si fermò vicino al supermercato, che era il suo posto preferito. E così aveva già disubbidito. Ma si sarebbe fermato poco, solo un minuto, la zia non si sarebbe arrabbiata e neppure l’avrebbe saputo. Andò vicino ai carrelli, l’uomo con i baffi non c’era, ma non c’erano neanche i carrelli da mettere a posto; allora Dante ne tirò fuori qualcuno per poi rimetterlo a posto.

Quel gioco gli piaceva un sacco, ma ci volevano molti carrelli fuori per poterli rimettere a posto in ordine e allora lui li sparse tutt’intorno.

In quel momento uscì l’uomo cattivo e Dante stava ancora lavorando per mettere ogni carrello al suo posto e non aveva ancora finito. L’uomo iniziò a urlare e lo cacciò in malo modo ma Dante doveva finire il lavoro e testardamente ricominciava. Poi l’uomo spinse Dante da un lato e allora lui gli prese il braccio con forza perché quell’uomo non doveva spingerlo via, Dante voleva finire il lavoro, e strinse il braccio forte. L’uomo strillava sempre di più, non smetteva, e Dante, che non capiva quello che strillava, stringeva ancora di più.

Poi sentì una voce che lo chiamava da lontano, era la zia che aveva scoperto dov’era andato a finire e lo stava chiamando per farlo tornare a casa.

Dante mollò la presa, si diresse verso la voce e fece una smorfia in direzione dell’uomo, che si toccava il braccio e gli blaterava qualcosa dietro minacciando di farlo sapere alla mamma. Dante non pensava alla mamma, aveva tanta rabbia per quell’uomo cattivo che non gli faceva finire il lavoro. Quando arrivò a casa con la zia Cecilia, ci pensò lei a sgridare Dante.

-Lo sai che non devi andare al supermercato, c’è troppa gente in quel posto, troppa confusione, e poi c’è quell’uomo che non ti sopporta. Devi stare più vicino a casa!

-Sì, benissimo; vicino a casa, ma io devo finire il lavoro, dopo viene il mio amico e mi regala le cose. –

-Dante, ma non c’è sempre il tuo amico a regalarti le cose che ti piacciono, e se ti capita quell’uomo cattivo, come oggi, tu cosa fai? –

-Glielo dico anche a lui che devo finire il lavoro, ma lui non ascolta, grida; sì, benissimo; lui grida, ma io se voglio grido di più.

-Eh già – disse zia Cecilia non riuscendo a trattenere un sorriso di benevola comprensione – tu gridi di più e poi succede che gli metti anche le mani addosso e finiamo nei guai tutti quanti. Stai lontano da quell’uomo. –

-Sì, benissimo; lontano, lontano. –

Dante si mise di nuovo alla sua finestra preferita, quella che dava sul retro del cortile, da dove poteva vedere i campi della periferia; ma i fiori rosa non si vedevano ancora.

Cominciò a dondolare la testa avanti e indietro, nel tentativo di vedere qualcosa in più; quel movimento ritmico era come volare e se lo faceva bene sapeva che sarebbe potuto partire. Chiuse gli occhi e cominciò a volare davvero, si alzava dalla sedia e passava sul tavolo da pranzo, poi su quello della cucina, poi usciva dalla porta e saliva in alto nel cielo. Dante volava per guardare dall’alto e trovare i fiori rosa.

Il giorno dopo era ancora tempo buono e Dante andò a fare un’altra passeggiata, ma si tenne lontano dal supermercato, non aveva voglia di parlare con nessuno.

Passò vicino ai giardini, dove c’erano tanti bambini che giocavano; a Dante piacevano i bambini, erano come Maria, simpatici e allegri.
Si sedette su una panchina, li guardava e voleva volare con loro, voleva essere leggero come loro, che saltavano allegramente sui giochi mentre lui li guardava divertito. La mano destra si muoveva come al solito, con le dita che si sfioravano i polpastrelli come se li dovesse pulire di una polverina invisibile; il palmo si allungava per far cadere la polverina a terra; alzava la spalla destra per scrollarsi il movimento e se la strofinava dalla guancia all’orecchio.

Andava avanti così per qualche minuto, poi si scuoteva e iniziava a volare di nuovo; i bambini continuavano i loro giochi incuranti di quel gigante buono che li guardava.

Dante volava su di loro, sorvegliava che non si facessero male: giocavano sulle altalene e sugli scivoli, sui dondoli e sulle pertiche. Dante non saliva sui giochi, aveva paura, gli veniva di cadere, sentiva di non avere niente sotto i piedi e credeva di precipitare giù, giù, giù.

CAPITOLO SETTE – I TURNI

Il turno più accettabile tra quelli con i quali avevano suddiviso le giornate lavorative, cioè le ventiquattro ore di ogni sacrosanto giorno dell’anno, perché la malattia non prevede sospensioni notturne o festive, era quello pomeridiano. Cominciava alle due dopo pranzo e finiva alle dieci di sera, così Silvana aveva gran parte della mattinata libera per svolgere vari lavori e la sera, a casa, aveva ancora il tempo per godersi un buon film; per di più il giorno successivo a quello del turno di pomeriggio, doveva coprire il turno di notte, quindi il mattino dopo poteva dormire più a lungo.

Pensando ai turni con raziocinio e valutando quello che lasciava più tempo libero, doveva ammettere che quello del mattino era senz’altro il più comodo

perché arrivava a casa alle due e mezzo del pomeriggio e aveva ancora buona parte della giornata a disposizione; ma se lasciava da parte il raziocinio, e pensava a quello che gradiva di più, allora l’idea tornava fissa sul turno del pomeriggio. Intanto perché non doveva alzarsi presto il mattino, in secondo luogo perché il reparto era più tranquillo e poi perché la mattinata e la serata poteva gestirsele al meglio senza marito e figlio tra i piedi.

Quella sera suo marito sarebbe andato a trascorrere un po’ di tempo con gli amici al bar e lei avrebbe potuto godersi in pace il film in videocassetta che aveva appena noleggiato. Suo figlio avrebbe trascorso la serata in compagnia della fidanzata quindi Silvana, dopo aver riassettato la cena, avrebbe potuto godersi al meglio la serata.

Questo suo compiacimento alla solitudine a volte la spaventava,

doveva essere arrabbiata per quegli abbandoni di marito e figlio e invece ne era quasi contenta; probabilmente era logico, dopo aver passato tante ore in mezzo alla gente con tanti problemi, desiderare la solitudine e il riposo. In certi momenti, però, avvertiva la necessità che qualcuno la prendesse per mano e la scuotesse da quel suo impigrirsi, dandole la possibilità di distrarsi e di evitare di starsene rannicchiata su se stessa.

Ma né il marito né il figlio avevano mai avuto qualche attenzione particolare nei confronti del suo stress o dei suoi desideri, e ogni volta che si erano prodigati era stato solo dopo che era stato esplicitamente richiesto.

Le premure che Silvana desiderava non si potevano richiedere apertamente, al contrario, dovevano essere capite e qualche volta pure indovinate e stimolate. Se da un lato la paura di aprirsi a un’amicizia più approfondita aveva fatto sì che non potesse pretendere quel tipo di attenzioni da un’amica, dall’altro l’impossibilità di riceverle in famiglia le dava un senso di trascuratezza che cercava risolutamente di scacciare.

Quella sera Silvana faticò a seguire la trama del film perché i pensieri sulla solitudine volevano prendere il sopravvento sulla voglia di distrarsi; solo dopo diversi minuti riuscì a immergersi nella storia, ma dopo pochi altri era crollata nel sonno profondo. Quando il marito tornò a casa, più tardi del solito, il film era finito da un pezzo e il videoregistratore stava riavvolgendo la cassetta; il televisore era rimasto senza canale ed emetteva strani segnali grigi e rumoreggianti.

Si era addormentata profondamente senza neppure rendersi conto di non essere a letto,

e questo la diceva lunga su quanto fosse totale la sua stanchezza fisica; come poteva pensare di ragionare sulle sensazioni se faceva fatica a dare un equilibrio al suo stato fisico?

Il marito la aiutò ad alzarsi dalla scomoda posizione di sonno in poltrona e andarono a letto. Claudio era sempre stato molto premuroso e, nonostante si fossero sposati giovanissimi e inesperti, nei loro rapporti avevano avuto un ottimo feeling, alimentato soprattutto dalla complicità che li univa.

Quando ascoltava le lamentele di certe colleghe riguardo alla scarsa compatibilità sessuale che avevano con il marito, si rallegrava di non aver incontrato alcun problema da quel punto di vista.

Il loro rapporto, che si protraeva da ormai più di un quarto di secolo, non aveva macchie nere del tipo che nasce e s’ingigantisce quando i problemi non sono risolti; come tutti, anche loro avevano avuto discussioni e litigi, a volte anche verbalmente violenti, ma poi avevano sempre trovato un punto di unione che sistemava il diverbio.

C’erano stati momenti in cui avrebbe voluto anche confidargli pensieri e sensazioni riguardo al lavoro e alle amicizie, ma poi ci aveva ripensato, perché sapeva che sarebbe andata incontro a un ragionamento lungo ed estenuante.

Claudio era un tipo apprensivo, doveva per forza trovare una spiegazione per ogni dubbio, e lei avrebbe dovuto faticare a fargli capire che, a volte, le discussioni servono solo per avere un confronto, che non bisogna per forza trovare sempre una soluzione; pur di non impelagarsi in quei discorsi li evitava e preferiva mantenere la vita sui binari della tranquillità.

Ciò che invece la rendeva battagliera e intenzionata a sentirsi libera di fare le sue scelte,

erano le discussioni che riguardavano il lavoro e le cui opzioni prevedevano valutazioni per le quali si sentiva coinvolta nel suo orgoglio professionale. In quelle occasioni la discussione andava avanti finché lei riusciva a raggiungere il suo scopo, ossia di potersi iscrivere ai corsi di aggiornamento. Ottenere quegli attestati di partecipazione significava dare una giusta considerazione agli aspetti migliorativi dello studio relativi alla qualità del lavoro e alla sua retribuzione.

Una volta suo marito insistette per non lasciarla andare a un corso di aggiornamento che si teneva a Milano; nacque la solita discussione sulla validità o meno di migliorare la propria condizione lavorativa con sacrifici di studio.

Claudio sosteneva che l’aumento di stipendio sarebbe arrivato per diritto di anzianità, quindi non c’era bisogno di affrettare quel passaggio con una qualifica in più.

Ma Silvana, oltre a nutrire un interesse intrinseco per il corso, voleva confrontarsi con lo studio e con la possibilità di dare un’evoluzione al suo modo di lavorare.

Così decise di andarci lo stesso, lasciando che il marito se ne facesse una ragione.

Fu un passo decisivo perché, dopo di quella prima volta in cui si scontrarono duramente, nelle future occasioni di partecipazione a un convegno o a un corso di aggiornamento, la discussione non nasceva per niente perché la decisione era già stata presa.

Nel pomeriggio, prima di dover affrontare il turno di notte, Silvana si concedeva qualche ora di sonno per riuscire a sopportare meglio la veglia durante il lavoro.

Nel suo reparto non erano permesse distrazioni o momenti di riposo, perché molti pazienti soffrivano d’insonnia e certe nottate potevano trasformarsi in avventure memorabili.

A questo si sommava anche la riduzione dei dosaggi di alcuni medicinali, per abbinare il progresso scientifico alla possibilità di limitare i costi di degenza, per cui gestire alcuni pazienti significava tutto eccetto che dormire sonni tranquilli.

Arrivata in ospedale Silvana timbrò il cartellino al piano terra e lentamente si recò presso l’astanteria della caposala per prendere le consegne dalla collega. L’infermiera che finiva il turno le spiegò i dettagli delle varie degenze, mentre lei, allungando il viso sul registro, sbirciava la situazione dei posti occupati. Riusciva a distinguere bene ciò che era scritto, anche guardando da dietro le spalle della collega, perché indossava sempre gli occhiali. Inizialmente aveva dovuto portarli per non affaticare la vista, ma dopo era diventata una consuetudine, soprattutto al lavoro, ed ora che erano diventati una parte del suo viso, Silvana benediva quella possibilità di vederci bene in qualsiasi situazione.

Quando il turno finalmente terminò, la notte non si era ancora alzata e fuori era ancora buio pesto;

dopo aver timbrato il cartellino d’uscita, s’immerse nel gelo dell’alba con il desiderio di arrivare a casa il più presto possibile. Salì in macchina e si preparò al solito rituale di accensioni a vuoto prima di ottenere la messa in moto dell’auto. Attese che il motore si scaldasse a sufficienza, poi partì per il tragitto che l’avrebbe riportata a casa.

Lungo il rettilineo della provinciale, i pensieri di quello che avrebbe dovuto fare nel pomeriggio la distrassero dalla guida e la momentanea mancanza di concentrazione fu sufficiente a portare la piccola utilitaria leggermente fuori carreggiata.

Avvertì distintamente la deviazione dello pneumatico di destra, che aveva abbandonato l’asfalto per accarezzare la banchina.

Silvana si riprese immediatamente, ma si rese anche conto che non erano stati solo i pensieri a distrarla; doveva ammettere di faticare per non cedere alla stanchezza dovuta alla notte insonne, e se non fosse stata più che allerta le si sarebbero potuti chiudere gli occhi.

Doveva decidersi a installare lo stereo in auto, per far sì che la musica l’aiutasse a tenere vigile la sua attenzione.

Arrivò a casa quando i bagliori dell’alba si affacciavano all’orizzonte e, in quel frangente, notò che le prime ore del mattino stavano già cambiando, assumendo i connotati tipici all’avvicinarsi dell’inizio della primavera. Silvana percepiva l’aria nuova della stagione in arrivo sia con l’allungamento delle giornate, ma soprattutto con quelle boccate di aria più tiepida, di cui assaporava l’essenza e ne gustava la creazione d’ossigeno nel sangue.

Il mese di marzo trascorse velocemente bruciando le giornate senza che ci fosse il tempo per poterle organizzare al meglio.

Ormai mancavano solo due settimane al diciassette aprile e, come succedeva sempre in situazioni di quel tipo, quando cioè i preparativi iniziavano troppo in anticipo, negli ultimi giorni era convinta di essere pronta su tutti i fronti.

Invece, fregata da quell’ingiustificata certezza, alla fine gli impegni s’ammucchiavano e Silvana si trovava a dover fare un sacco di cose all’ultimo momento. Per esempio non aveva ancora messo occhio al suo guardaroba, né a quello del marito, e non aveva un’idea di quello che avrebbero indossato; aveva aspettato di capire meglio quali sarebbero state le previsioni del tempo, prima di decidere come vestirsi.

La primavera non era stabile, come l’inverno o l’estate,

per cui i cambi climatici e le forti variazioni di temperature si dovevano mettere in conto e l’abbigliamento doveva essere adatto per ogni eventualità meteo. Adesso, però, non c’era più tempo per gli indugi, era arrivato il momento di abbandonare ogni tentennamento e apprestarsi a fare le scelte adatte. Motivata dalla particolarità dell’evento, che sarebbe stato l’unico della sua vita, Silvana aveva la scusa giusta per permettersi di spendere qualcosa in più di quanto non avesse mai fatto. In merito all’acquisto, poi, non aveva dubbi sul farlo nei negozi del centro città, dove aveva già curiosato tra le vetrine per avere qualche idea su ciò che le sarebbe piaciuto indossare.

In quelle boutique avrebbe avuto la garanzia di una migliore qualità e di certo un consiglio in più su quello che le sarebbe stato bene addosso.

Faceva spesso compere al mercato settimanale o nei grandi magazzini, dove, però non c’era quell’attenzione nel seguire e consigliare la clientela come succedeva nei negozi specializzati.

Lo faceva per il risparmio, certamente, ma il riscontro qualitativo era calato di anno in anno, fino a che a un certo punto si era resa conto di non avere più alcun vantaggio. Il confronto l’aveva fatto con la biancheria intima, che era la sua vera passione in fatto di acquisti; si era accorta che nonostante fosse più costosa, quella che comprava in boutique manteneva la qualità più a lungo nel tempo e sopportava meglio la frequenza dei lavaggi.

A conti fatti risparmiava di più e si sentiva maggiormente gratificata con gli acquisti di marca.

A parte una piacevole parentesi, quando una sua collega l’accompagnò in giro per negozi, per il resto fece tutte le compere da sola. Successe per caso, quel giorno Marta aveva finito il turno assieme lei e poiché doveva fare acquisti per la cresima della figlia, ne approfittò per andare con Silvana e avere compagnia nella scelta dei vestiti.
In famiglia riuscì solo a strappare la concessione di un sabato pomeriggio durante il quale trascinò di forza il marito per costringerlo almeno a provare il vestito che aveva scelto per lui.

Fu un pomeriggio terribile al termine di una giornata tremenda, cominciata con una mattinata durissima di lavoro, proseguita sotto la pioggia che dio la mandava e con il marito recalcitrante al seguito. Un vero strazio.

Dopo quella conquista la corsa di avvicinamento alla cerimonia ebbe altri ostacoli da superare, come quello di convincere sua madre a essere presente, nonostante l’età e gli acciacchi; per riuscirci dovette organizzare ogni cosa in modo da non lasciarle scuse che giustificassero un no definitivo.

Quando finalmente fu pronta per l’imminenza del giorno fatidico, si sentiva nervosa e stanca, e la voglia che tutto finisse al più presto si faceva largo come un pensiero fisso. Forse, essendosi preparata con tanto anticipo all’evento, questo lo rendeva un momento più sospirato del dovuto; oppure davvero lei non vedeva l’ora che il figlio si sposasse?

CAPITOLO OTTO – IL MATRIMONIO

Due giorni prima del diciassette aprile Enea organizzò la cena di addio al celibato

e decise di andare a mangiare in un’osteria fuori Nobili con la sua combriccola di amici; poi sarebbero andati a ballare in un locale della riviera adriatica. Silvana non era preoccupata quello che avrebbero potuto combinare in compagnia, e con la pesantezza di una mangiata e di bevute fuori dal normale, perché erano ragazzi in grado di badare a loro stessi ed era certa che non avrebbero superato il limite oltre le loro capacità. Tuttavia sprofondò nel sonno solo dopo aver sentito il portone chiudersi dietro al suo ragazzo che rientrava; questa è l’ultima volta che lo aspetto, pensò, e in quel momento una lacrima se ne andò lungo la guancia finendo a bagnare il cuscino.

Il giorno della cerimonia un sole caldo e terso splendeva in mezzo al cielo azzurro e sgombro di nubi; la strana data del diciassette aprile si era rivelata il più bel giorno che avessero potuto scegliere per l’avvenimento.

Suo figlio era molto tranquillo, sicuro di sé e pronto ad affrontare quella lunga giornata e questo era un bel vantaggio; dopotutto il matrimonio era una festa faticosa soprattutto per gli sposi, che dovevano sorbirsi parenti e amici senza distinzione di simpatia.

Neppure per Silvana sarebbe stata una giornata semplice, doveva essere sempre sorridente, sempre allegra e, soprattutto, pronta ad attenuare le battute e le spiritosaggini che potevano causare imbarazzo.

Gli invitati erano più di centocinquanta, il ristorante, ampio e arioso, era pieno in tutti i suoi tavoli; la cerimonia in chiesa era stata veloce e leggera, il parroco era una persona comprensiva e non pretese di approfittare della chiesa piena per catechizzare i fedeli.

Durante la messa Silvana non si commosse in modo particolare, probabilmente si era preparata talmente bene che non riuscirono a sconvolgerla neppure le dolci note dell’armonium.

La madre di Elena, al contrario, aveva cominciato a lacrimare fin dal primo momento dell’entrata in chiesa della figlia sottobraccio al padre e, al momento dello scambio degli anelli, era praticamente distrutta.

Osservarla aveva contribuito ad aiutare Silvana nel suo distacco, quell’eccessiva emotività la infastidiva, le sembrava patetica e non aveva una giustificazione in quello che stavano vivendo. Anche suo marito non mostrava segni particolari di emozione; per loro era un evento da affrontare con gioia naturale, perché il figlio non si sarebbe trasferito lontano da loro.

Se la cerimonia religiosa non li aveva affaticati oltre misura, il pranzo, con le proverbiali lentezze, le foto e i vari scherzi a prolungare le attese tra una portata e l’altra, li aveva esauriti nonostante il divertimento. Gli invitati cominciarono ad andarsene verso le nove di sera, momento in cui la festa finiva per forza perché i protagonisti dovevano partire per il viaggio di nozze.

Silvana e suo marito avrebbero vissuto la prima di una lunga serie di notti da godere come coppia, soli come non lo erano mai stati.

Si erano sposati quando lei era già incinta di cinque mesi e, se si escludevano quei quattro mesi in cui il figlio era ancora nella sua pancia, in casa erano sempre stati in tre. Oltretutto i primi tempi del matrimonio li trascorsero a casa dei genitori di suo marito, in attesa che si liberasse l’appartamento dove poi andarono ad abitare.

Quindi i periodi vissuti in coppia, in cui avevano condiviso il nido d’amore, si riducevano a due mesi soltanto, per di più coincidenti con i termini di una gravidanza difficile da gestire.

Aveva avuto dei problemi all’inizio della gestazione e sembrava che quel figlio lo dovesse perdere, poi aveva combattuto con nausee al limite del vomito e, infine, aveva dovuto rispettare un periodo di riposo per non correre il rischio di partorire prima del tempo; tutto questo alternando i rientri lavorativi cui non poteva sottrarsi.

Mentre Silvana lo guardava, vestito in giacca e cravatta e intento a baciare intensamente la sua sposa, i ricordi di quando era un bambino si offuscavano.

La gioia di vederlo realizzato nella vita e negli affetti, la lasciava libera di godere il presente e di pensare a quello che sarebbe diventato il futuro per lei. D’ora in avanti avrebbe avuto molto più tempo a disposizione per se stessa perché, se è pur vero che un figlio grande non impegna costantemente come uno piccolo, doveva comunque continuare a lavare e stirare per lui. Poiché Enea stava uscendo dalla loro casa, avrebbe cominciato organizzarsi a misura di se stessa e nel farlo avrebbe cercato di piegare ai suoi ritmi anche il marito.

Sarebbe stato come vivere una seconda giovinezza, dopo che la prima non l’aveva goduta per niente.

CAPITOLO NOVE – I FIORI ROSA

Da quando aveva deciso di aspettare i fiori rosa, e cercava di vederli in ogni modo, e da quando aveva fatto la visita con il dottore buono, che aveva cambiato la terapia, Dante si sentiva meno stanco e aveva energia da vendere. Voleva uscire spesso, si prodigava per aiutare in casa, parlava di continuo e si divertiva a volare; ma lo faceva solo in certi momenti, perché per il resto era troppo occupato a darsi da fare e quello era il suo modo di realizzare i suoi voli. Gli piaceva molto sentirsi tanto pieno di energia e vedere le cose in un modo che gli dava quelle sensazioni così diverse; quando cercava i fiori rosa non muoveva più la testa avanti e indietro, ma allungava il collo per accertarsi che ogni cosa fosse al suo posto e aspettava fiducioso l’arrivo dei fiori rosa.

-Oggi Dante ha fatto uno strano discorso sul lavoro, diceva che lui lavora e vuole lavorare di più. Forse è il caso di trovargli qualche impegno prima che vada in giro in cerca di guai.
– Hai ragione, Cecilia, ho già parlato con il prete per trovargli qualcosa da fare. Domani lo porto in parrocchia.

A Dante non piaceva quell’uomo vestito tutto di nero, aveva la faccia sempre seria e parlava tanto con gli altri, e mai con lui.

La mamma lo portò per vedere il suo lavoro, che a Dante piacque molto, ma quell’uomo nero continuava a essergli antipatico. Per fortuna, quando doveva lavorare, non restava da solo con il prete, ma c’era anche un altro ragazzo che era allegro e vestito con i colori, come Dante, e gli parlava spessissimo. Dante lo aiutava a sistemare il giardino, ad accomodare il legno, a tenere pulito il cortile dove venivano i ragazzi e a fare tutte le cose di ordine che a lui piacevano tanto.

Al pomeriggio poi, nel posto dove Dante aiutava quel ragazzo, venivano tanti bambini e certe volte anche Maria, che doveva fare la scuola con l’uomo vestito di nero. Dante le diceva di stare attenta a quell’uomo così serio, di non stargli troppo vicino, e Maria rideva dicendogli di non fare lo scemo.

Con quel nuovo impegno, Dante aveva iniziato una nuova vita, si svegliava presto al mattino,

a mezzogiorno tornava a mangiare dalla zia, e il pomeriggio riprendeva il lavoro con Franco, così si chiamava il suo capo. A Dante piaceva chiamarlo capo, anche se non era il suo nome.

Qualche volta, quando Dante era stanco, si sedeva sul muretto e guardava i bambini che giocavano; loro ogni tanto si fermavano a parlare con lui, gli andavano vicino, gli prendevano le mani, gli alzavano le braccia e si prendere in braccio per essere alzati in alto.

Dante era molto più grande e grosso di loro, riusciva anche tirarli in aria e poi a riprenderli in braccio; una volta aveva fatto vedere quel gioco agli altri prendendo in braccio Maria, ma Franco lo aveva sgridato, diceva che non doveva farlo.

Allora Dante, che ubbidiva al suo capo perché era bravo, faceva vedere ai bambini quanto era forte sollevando il grande vaso dei limoni.

Un giorno Dante arrivò presto al lavoro e il suo capo si presentò accompagnato da una ragazza, che si chiamava Claudia. Lei lavorava con loro e sarebbe diventata un altro suo capo. Claudia era buona, brava e sapeva fare le cose. Qualche giorno dopo vennero anche degli altri ragazzi a lavorare con Dante, che non era più solo. Divisero il lavoro e gli altri ragazzi stavano con Franco mentre Dante lavorava con Claudia.

Dante era felice, molto felice, felicissimo; per volare non aveva bisogno di dondolare e chiudere gli occhi, si sedeva sul muretto e guardava Claudia, muoveva due volte le braccia ed era già partito.

Volava sopra Claudia, intorno alla sua testa, studiava le sue mani che lavoravano l’argilla, vedeva che diventavano come le gru che costruiscono le case. E lei costruiva le case più belle del mondo. Poi l’acqua che Claudia usava per lavarsi diventava il lago più grande del mondo e Claudia era un gigante che si lavava. E quando Claudia lavorava con i fiori, il giardino diventava una foresta e Dante spostava le piante e le foglie che si posavano sui suoi capelli d’oro. Claudia aveva i capelli d’oro, gli occhi di acqua e le labbra rosa, come i suoi fiori preferiti.

Quando Dante volava sul giardino, per terra vedeva tanti animali che camminavano vicino ai piedi degli altri; quando lavorava, non se ne accorgeva e li pestava, ma quando volava, vedeva quelle bestiole piccole, piccole. Certe volte gli facevano paura e voleva scappare, voleva che sparissero, certe altre volte, invece, non aveva paura e avrebbe voluto prenderle in mano.

Non erano bestiole orribili, però camminavano talmente in fretta che non riusciva a vedere dove andavano, allora si spaventava.

Ma quando si muovevano con giudizio, allora gli sembravano amichevoli; le voleva portare in alto con lui, oppure provare a parlargli, ma quando lo faceva, scappavano via. Dante pensava che avessero paura di lui e le lasciava andare.

CAPITOLO DIECI – MAGGIO

Con il mese di maggio arrivarono anche le prime giornate di caldo, i turisti stranieri cominciarono a popolare le spiagge e le passeggiate sul lungomare si animarono lasciando svanire il ricordo delle uggiose serate invernali. I ritmi in ospedale erano uguali a quelli di sempre, anche se il mattino c’era più luce e durante il giorno era difficile sopportare di stare chiusi dentro il reparto.

Silvana avrebbe preso le ferie nel mese di giugno, il momento migliore per riposarsi e poter godere la spiaggia prima che si affollasse con il pienone dell’alta stagione.

Trascorreva quel periodo di riposo tra casa e spiaggia, senza pretendere il lusso di vacanze o di gite particolari.

Il marito era in riposo dal lavoro solo in agosto, perché la fabbrica chiudeva, quindi a giugno, quando lei era in ferie, non potevano andare via; in quel mese, dunque, le giornate erano scandite dai ritmi di lavoro del marito, che permettevano solo qualche svago il fine settimana, concretizzandosi, al massimo della riuscita, con una uscita fuori quartiere per la cena. Claudio, oltretutto, era molto restio a spostarsi e organizzare un viaggio sarebbe stato un vero problema.

Quando Enea era piccolo e aveva avuto bisogno della montagna per riprendersi dai postumi di una brutta bronchite,

era stato difficilissimo strappargli il consenso per una settimana di vacanza in primavera e riuscire a portarlo con loro in Trentino. Era fatto così e non c’era modo di cambiargli il carattere da quel punto di vista. Però, adesso che erano rimasti soli, avrebbero avuto più tempo a loro disposizione e avendo una maggiore tranquillità economica, Silvana sperava di riuscire a convincerlo di fare qualche uscita in più e chissà, magari anche a fare qualche gita. Sarebbe stato sicuramente più facile se solo fosse stato un po’ meno orso.

Quell’anno l’estate esplose improvvisamente e fu molto più afosa di quante non se ne ricordassero negli ultimi anni; durante le ore più calde del primo pomeriggio scoppiavano certe bolle di aria torrida da togliere il fiato.

Per fortuna Silvana era in ferie e poteva andare alla ricerca dei luoghi ombreggiati per godersi un po’ di fresco e recuperare la tranquillità per rilassarsi.

Dopo i primi due giorni di assoluto riposo cominciò a sentirsi ricaricata e decise che poteva essere arrivato il momento di trascorrere qualche mezza giornata al mare.
Al mattino si alzava con calma, preparava la colazione al marito, poi tornava tra le lenzuola a coccolarsi un po’.

Adorava quei momenti in cui era sveglia e poteva continuare a trastullarsi standosene a letto;

attardarsi sapendo che non c’erano impegni che la aspettavano, e riuscire a farlo senza sentirsi negletta, era il suo massimo.
Poco prima delle nove decideva di abbandonare la vagabondaggine e partiva per il mare; le faccende domestiche le lasciava per il tardo pomeriggio, quando sarebbe tornata a casa dalla spiaggia.

Si metteva il pareo senza paura di mostrare le gambe o di scoprire le spalle, perché sapeva che quello che si doveva preoccupare di nascondere veniva schiacciato per bene dentro il costume intero.

Indossava il largo cappello intrecciato con la paglia fine, quello che aveva scovato e comprato al mercatino della fiera di primavera, poi si metteva la borsa da mare sotto la spalla, e partiva.

Nella borsa teneva, oltre ai documenti e al portafoglio, una rivista, l’ultimo romanzo tascabile, la crema da sole, il pettine, un piccolo asciugamano e delle cianfrusaglie, tipo qualche burro di cacao o dei piccoli fermagli, cioè gli oggetti che restano attaccati alle mani mentre si trasferiscono da una borsa all’altra.

Il mare distava solo mezzo chilometro dalla loro casa e Silvana percorreva volentieri a piedi quel tratto di strada, conscia di dover sfruttare qualsiasi occasione buona per fare una camminata.

Dopo aver ripreso i contatti Paola, alcuni anni prima, aveva cambiato l’abitudine di andare al mare nei pressi della spiaggia libera ed era diventata un’affezionata cliente abituale dei bagni 72, da Giorgio. Il bagnino era un tipo che avvolgeva di attenzioni le sue clienti e riservava un trattamento particolare alle signore del luogo. Non era un uomo bellissimo, di una decina di anni più grande di lei, ma la sua affabilità rendeva la sua compagnia molto piacevole.

In quel posto si trovava bene, la spiaggia era ben curata e, se desiderava starsene tranquilla, Giorgio si prodigava affinché nessuno la disturbasse.

Il bar gestito da Paola stava dietro alle cabine dello stabilimento, sul lato destro, e i tavolini occupavano una parte della spiaggia.

CAPITOLO UNDICI – GIUGNO

Quel mercoledì Silvana arrivò in spiaggia più tardi del solito perché aveva voluto sistemare alcune faccende di casa; poiché il marito quel giorno aveva l’orario continuato, e quindi non sarebbe rientrato per il pranzo, lei aveva approfittato della mattina per avvantaggiarsi coi lavori in casa, così sarebbe potuta rimanere a spiaggia fino al pomeriggio, permettendosi qualche minuto di relax in più.

Solitamente Silvana chiedeva la sedia a sdraio e la faceva mettere vicino al tavolo da ping-pong, dalla parte opposta ai tavolini del bar; quella mattina, però, c’erano due ragazzini che stavano giocando e lei non aveva proprio voglia di ascoltare le loro chiacchiere.

Al contrario il locale di Paola le parve insolitamente tranquillo, probabilmente perché al mattino era abituata a vederlo molto affollato durante le colazioni e invece, a quell’ora di tarda mattinata, la gente preferiva godersi la frescura in riva al mare. Appurata quella diversa situazione, Silvana chiese a Giorgio di mettere il suo sdraio nel tratto di spiaggia vicino al bar, avendo cura che fosse girato in modo che lei voltasse le spalle ai tavolini.

Silvana stese il piccolo asciugamano sulla superficie dello sdraio cercando di coprirlo in ogni angolo, per evitare che la ruvida e appiccicosa plastica le segnasse la pelle.

Erano finiti i bei tempi delle brandine da spiaggia fatte in stoffa, che erano molto più confortevoli e assorbivano il sudore senza farlo colare lungo la schiena, come succedeva con quelle nuove brandine di plastica e alluminio.

Il suo asciugamano, non essendo un telo da mare vero e proprio, aveva delle dimensioni ridotte, ma era adatto all’uso che ne faceva lei, poiché non s’immergeva per fare le nuotate in mare e l’asciugamano non le serviva per coprirsi quando usciva dall’acqua.

Certe volte, quando faceva molto caldo, si toglieva un po’ di arsura bagnandosi sotto l’acqua della doccia gettando manciate del suo getto smorzato sulla schiena.

Per asciugarsi non aveva bisogno di avvolgersi nel telo e quel suo modesto asciugamano era più che sufficiente a eliminare l’acqua di troppo.
Silvana non amava immergersi nel mare, anche se sapeva benissimo che le avrebbe fatto molto bene camminare nell’acqua, lasciando che l’effetto idromassaggio tonificasse le gambe affaticate dal lavoro.

Non era un’amante del mare, e questo era un controsenso per una persona nata e cresciuta sulle rive dell’Adriatico; non aveva mai imparato a nuotare e le dispiaceva non essere mai stata in grado di possedere la dimestichezza che, invece, aveva suo figlio.

Certe volte invidiava Paola e avrebbe voluto essere come lei, che si gettava allegramente in acqua e nuotava fino a diverse centinaia di metri dalla riva. Per Silvana quello era un tabù e non riusciva ad addentrarsi in acqua oltre il punto in cui le arrivava all’altezza dell’ombelico; in lei prevaleva il timore di dover affrontare una situazione ingestibile e questo accresceva la sua già innata insicurezza.

Per questo motivo preferiva restare in acque basse nelle quali riusciva a essere padrona della situazione.

La posizione del sole si stava spostando rispetto al suo sdraio e Silvana avvertiva che scottava di più la parte destra del corpo; per evitare di restare abbronzata con una riga che percorreva la metà del suo corpo, si alzò per sistemare la sdraio in un’altra posizione. L’inconveniente maggiore dello sdraio, rispetto alla brandina, è che non si può prendere il sole di schiena, ma a Silvana interessava che l’abbronzatura si vedesse nei punti dove poteva mostrarla con i vestiti addosso, e non era certamente il tipo da indossare scollature vertiginose sul di dietro. Quindi se anche la schiena restava meno colorata non era un gran cruccio per lei.

Quando ebbe sistemato lo sdraio, si sedette di nuovo e, chiudendo gli occhi, s’immerse nei pensieri che aveva abbandonato per fare quello spostamento.

Il calore del sole cominciò a diventare rovente sulla sua pelle, le sembrava che camminasse come un ragno sulle braccia e sulle gambe; sentiva i suoi raggi posarsi come un occhio indiscreto che volesse toglierle la pelle per arrivare fino al sangue.

Cercò di trovare il modo per non sentirsi ardere le vene e pensò al rilassamento del training autogeno che insegnavano alle donne incinte; si concentrò sulle sue estremità, come le dita delle mani e dei piedi, e cominciò a rilassare i muscoli.

Per un po’ funzionò, e si sentì meno oppressa dal caldo, ma la sensazione di arsura continuava a crescere diventando quasi insopportabile.


Non riusciva a giustificare quel disagio, aveva sempre sopportato bene il caldo e quell’estate aveva già preso un po’ di sole in giardino, per cui la pelle doveva esserci abituata. Invece si sentiva bruciare, come se qualcuno le soffiasse addosso un getto di aria caldissima.

Decise di mettere gli occhiali da sole e di prendere la crema protettiva, si girò sul fianco avvicinando le mani alla borsa appoggiata ai piedi dello sdraio e, nel farlo, si accorse dell’uomo seduto al tavolino del bar. Era nel punto più vicino al suo sdraio e la guardava insistentemente. Forse era stato lui a crearle tutto quel calore attorno. Si girò dall’altra parte cancellando quel pensiero, ma il suo cuore, e non sapeva proprio perché, aveva cominciato a battere più forte del necessario. Infilò di nuovo gli occhiali da sole e cominciò il rituale di crema dolcemente spalmata sul suo corpo.

L’uomo continuava a osservare Silvana, aveva lo sguardo fisso su di lei e l’espressione interessata sul viso, con un atteggiamento abbastanza provocatorio.

Silvana lo controllava da dietro le lenti scure, cercando di nascondere il proprio disagio, ma anche caparbiamente intenta a capire chi fosse e cosa volesse da lei quello sconosciuto.

“Cos’ha da guardare quello lì? Cosa vuole? Non si vergogna a scrutare in questo modo una donna?”

Così pensava tra sé e sé e, intanto che si dava un contegno altezzoso spalmandosi di crema, continuava a interrogarsi sul perché quell’uomo molto giovane aveva posato lo sguardo su di lei. Stava esagerando ogni gesto che accompagnava i movimenti delle mani sulla sua pelle e sperava, con quell’atteggiamento sprezzante, di respingere quello sguardo assorto e penetrante.

Prima di mettere via la crema nella borsa le venne istintivo fare un’alza di spalle e nello stesso momento decise che la risposta a quell’insistenza era molto semplice, perché sicuramente quell’uomo stava pensando a tutt’altro mentre aveva gli occhi posati su di lei.

Reggendo lo specchietto per controllare la crema sul viso, mosse leggermente il polso per spostare il riflesso sul ragazzo seduto.

Certamente lo poteva definire un ragazzo, perché non era un uomo di mezza età, ma neanche un giovincello o uno sbarbatello.

Nonostante i suoi atteggiamenti fossero smaccatamente esagerati nel continuare a spalmarsi la crema, lui restava incantato a fissarla senza distogliere lo sguardo. A un certo punto lei non seppe più reggere quel gioco di rimandi, abbandonò la crema e decise di tornare a distendersi.


Era agitata, aveva cercato di reagire a quegli occhi posati dolcemente, ma con troppa insistenza, negando che ciò le provocasse altro che una femminea reazione di compiacimento. Invece il suo cuore stava battendo forte e la sua pelle bruciava come se quel ragazzo fosse riuscito a farle bollire il sangue.

Era pietrificata sulla sedia a sdraio e la sua unica fortuna era che il sole giustificava sia l’arrossamento sia il suo stato di agitazione. Sentiva che le sue resistenze calavano e avrebbe voluto mettere fine a quella tortura, magari andando davanti a lui per mollargli un sonoro ceffone. Sarebbe andata a guardarlo in faccia, dall’alto in basso, mettendosi le mani sui fianchi e … non avrebbe avuto indugi, avrebbe alzato il braccio per colpirlo … sul viso … quel bel viso dai lineamenti forti e decisi, dai tratti marcati e intensi …

Ecco che già lo pensava, ecco che già quel ragazzo era entrato nella sua testa, senza che lei gli avesse aperto la porta. E se si fosse veramente alzata per andare di fronte a lui? Girò la testa dalla sua parte e abbassò gli occhiali per dargli un’occhiataccia di monito.

Ma i pensieri sono fulmini e le immagini si susseguono prima ancora che uno sappia quello che vorrebbe dire o fare.

Nel momento stesso in cui lo guardò con quella cattiva intenzione, il quadro di quello che sarebbe potuto succedere se gli fosse andata vicino si compose in un attimo. Annunciata da un forte dolore in mezzo alla pancia, davanti a lei si parò la visione di un loro bacio intenso, profondo e infuocato allo stesso tempo. Fu costretta ad alzare immediatamente gli occhiali sugli occhi, il disorientamento per quell’immagine sconvolgente le restò talmente impresso da dover raccogliere ogni briciola di autocontrollo di cui ancora poteva disporre per non squagliarsi sullo sdraio.

CAPITOLO DODICI – DANTE AL LAVORO

Quel giorno c’era molto da fare al lavoro e Dante non aveva tempo per sedersi a volare, perché doveva aiutare Claudia. S’impegnò moltissimo a svolgere bene tutti i lavori che lei gli chiedeva di fare e per questo lei gli diceva che era molto bravo. Siccome erano tante le faccende da sbrigare, Dante non poteva tornare a casa a mangiare, e la zia gli aveva preparato un panino per quando aveva fame. Quando si fermarono per riposare, Dante lo prese dal suo zainetto e cominciò a mangiare, piano piano.

Non aveva fretta quando mangiava, gli piaceva che le cose andavano giù ben masticate se no gli graffiavano la gola; certe volte le teneva un po’ ferme in bocca e la zia lo sgridava, ma Claudia non gli diceva niente. Claudia era buona con lui.

Dopo un po’ che erano fermi a mangiare Dante cominciò a volare; volava sopra il giardino e guardava quello che avevano fatto e quello che dovevano ancora fare. Osservava le scene sotto di lui e controllava che tutto stava come doveva stare. Poi, da dietro un vaso grande, vide saltar fuori un gattone con i baffi lunghi e la coda dritta, faceva i dispetti ai fiori e Dante allungò la mano per scacciarlo; ma era troppo in alto e non poteva prenderlo, perciò il gatto riuscì a scappare via.

Dante continuò a volare e mentre volava, guardava mille colori sotto di lui e vide nuvole rigonfie che si muovevano lentamente come dondolate da un’enorme mano; erano colorate di rosa e di azzurro, di verde e di giallo, erano profumate, come il bagno caldo della zia. Si sentiva immerso nell’acqua, poi gli sembrò che quell’acqua saliva a stringergli la gola e scappò lontano, sempre volando.

Arrivò in una terra diversa, dove c’erano gli amici che lavoravano con loro e costruivano la casa più grande del mondo.

Dante e Claudia erano i giganti, gli altri solo un po’ più piccoli; costruivano la casa per viverci tutti assieme, era una casa bellissima, con il tetto rosso, le finestre verdi e il camino grande che fumava. Aveva il giardino enorme, senza neppure un albero, perché se no i rami s’impigliavano nei capelli d’oro di Claudia.

Dante passava sopra il giardino e volava in alto, poi guardò in basso e vide qualcuno che si avvicinava a Claudia, le metteva le mani addosso. Non capiva bene quello che stava succedendo e gli sembrava che le bestiole erano diventate grosse e volevano fare i dispetti a Claudia. Dante aveva paura di quelle bestie, ma siccome stavano facendo i dispetti a Claudia, lui doveva aiutarla a difendersi. Fece molta fatica a toglierle di dosso quell’impiccio e quando il volo finì Claudia era liberata.

Dante dimenticò presto com’erano fatte le bestiole, ma intanto gli altri gli stavano attorno chiedendo cosa era successo e stavano a guardarlo.

I resti del panino erano finiti a terra vicino ai suoi piedi, Claudia era poco lontana da lui e anche lei si stava spolverando la terra dai pantaloni. Dante capì di aver volato molto intorno al giardino per avere tutto quello sporco addosso; spalancava gli occhi guardandosi attorno e qualcuno dei suoi nuovi amici gli dava una pacca sulla spalla e gli chiedeva se stava bene.

Certo che stava bene, doveva solo togliere la polvere dai pantaloni, se no la zia Cecilia e la mamma lo avrebbero sgridato. Non capiva perché c’era tanta confusione lì intorno e perché tutte quelle persone gli chiedevano un sacco di cose. Claudia stava bene, nessuno le metteva le mani addosso e lui ogni tanto riusciva a intravederla nonostante ci fosse tutta quella baraonda di gente. Stava seduta sul bordo dell’aiuola, stava bene, e le bestiole grandi e piccole non c’erano più a darle fastidio.

Quella sera, per tornare a casa, lo accompagnarono alcuni dei ragazzi che lavoravano con lui e non aspettarono che arrivasse la zia Cecilia o la mamma a prenderlo.

Sentì che parlavano tra loro, ma lui non voleva ascoltare quello che dicevano, voleva andare a salutare Maria e a fare i giochi con le automobiline di suo cugino.

Il giorno dopo Dante dovette sospendere il suo lavoro, la mamma gli disse che sarebbe stato via qualche giorno e la mattina lo portò in ospedale per fare degli accertamenti.

Dante era triste, aveva paura di dover fare la visita con il dottore cattivo, quello con i baffi.

La mamma diceva di no, che non doveva preoccuparsi, che tutto sarebbe andato come il solito, ma poi lei era andata via e lui era rimasto solo.

Lo aveva lasciato nella stanza dove doveva restare a dormire, aveva sistemato una borsa nell’armadietto e se n’era andata. Dante sentiva che qualcosa non andava per il verso giusto e cominciava ad avere paura. In cuor suo sapeva che avrebbe visto i fiori rosa passando vicino al finestrone in fondo al corridoio e cercò di calmarsi con quel pensiero.

La mattina sbirciò fuori per controllare che la vista fosse rimasta la stessa di sempre, perché era sicuro che avrebbe visto i fiori rosa. Da quel finestrone si vedevano i giardini fino a molto lontano e lui era certo che li avrebbe visti.

La mamma aveva lasciato Dante da solo, ma presto sarebbe arrivata la sua amica infermiera, e l’ospedale non sarebbe stato un posto brutto dove stare. Aveva ricevuto tante coccole il giorno prima, dalla mamma e dalla zia, e le loro voci erano state calme e tranquille. La mattina che lo aveva accompagnato la sua mamma era stata di buon umore e sicuramente tutto sarebbe andato bene anche per lui. La paura che di solito gli cresceva quando si trovava in quel posto se ne stava andando e Dante capiva di non dover essere spaventato. Ogni volta che era stato in ospedale quando c’erano i fiori rosa, gli erano capitate solo cose belle.

La giornata trascorse veloce, ogni tanto Dante andava alla finestra a cercare i fiori rosa e ogni tanto si sdraiava sul letto. Quando si fece sera sentì di nuovo la paura arrivare e adesso, quando volava, vedeva solo le bestiole nere.

Durante quella lunga notte volò moltissimo, tanto quanto non avrebbe mai immaginato di riuscire a volare.

Non avrebbe voluto farlo, perché vedeva sempre tante bestiole che gli facevano paura perché erano uguali a quelle che avevano dato fastidio a Claudia.

Per fortuna arrivò la mattina, Dante aveva dormito poco, ma si alzò non appena le prime luci dell’alba schiarirono la stanza d’ospedale. Andò di corsa verso i finestroni in fondo al corridoio del reparto; da là poteva vedere i giardini fino a molto lontano e spesso trovava i fiori rosa.

Quel pomeriggio venne a lavorare la signora che più gli piaceva, quella che gli raccontava sempre del figlio e che diceva che era grande e grosso come lui.

E poi quando gli metteva le mani addosso non gli faceva mai male. Ogni volta che tornava in quel posto sperava che ci fosse lei in ogni momento; invece quando era arrivato lei non c’era.

La conosceva da sempre e gli sembrava di conoscere anche suo figlio Enea; se ci fosse stata lei, durante la notte appena trascorsa, non avrebbe volato così tanto. Aveva paura che non sarebbe arrivata perché quando riusciva a vedere i fiori rosa spesso la signora buona non c’era a lavorare, ma lui era contento lo stesso perché vedeva i fiori rosa.

Quando la vide affacciarsi in fondo al corridoio quasi voleva saltarle addosso e invece cercò di fare il bravo e cominciò a camminarle dietro docilmente, come fanno i cuccioli quando ritrovano il padrone.

La guardava con un sorriso estasiato, Dante era bravo a sorridere e quando lei lo guardava entrambi ridevano di contentezza. Le sue carezze gli toglievano la solitudine di stare in ospedale e gli davano quella consolazione che accontentava il suo bisogno di essere coccolato. Quello scambio di attenzioni era un modo per riconoscersi, per ritrovarsi, e quando lei non era troppo presa dal lavoro, trascorrevano volentieri qualche minuto assieme.

Dante appoggiò la testa sul suo seno e le mise le braccia attorno ai fianchi.

Silvana accarezzava lentamente i suoi capelli e ogni volta quei gesti si ripetevano come un mutuo scambio di affettività. Si sentivano uniti e condividere quell’intimità alleggeriva il senso di vuoto tipico della degenza in ospedale.

CAPITOLO TREDICI – L’IMBARAZZO

Silvana era disorientata dalla situazione che stava vivendo in quel pomeriggio al mare. Provò a mostrare un contegno disinvolto e si distrasse per trovare uno spunto divagante, oltre che un appiglio per tornare alla normalità.

Doveva respingere i tentativi che quegli occhi facevano per spogliarla ed evitare che riuscissero nel tentativo di farla sentire completamente nuda.

Purtroppo più si ribellava e più quello sguardo riusciva nell’intento d’imbarazzarla. Stava cominciando a innervosirsi oltre il dovuto, e mal sopportava di non essere in grado di controllare le reazioni che le provocava.

Decise di andare a cacciarsi sotto l’acqua, alzarsi e camminare per quei due passi che la separavano dalle docce dei bagni in spiaggia, l’avrebbero aiutata a togliersi quei raggi visivi di dosso.

Quando aprì il rubinetto, chiamò un getto d’acqua fredda e, senza bagnarsi i capelli e il viso, mise il corpo sotto il flusso refrigerante.

Incapace di trattenersi, si volse verso il bar, il ragazzo era ancora lì, e ancora la guardava, guardava il suo corpo, guardava come si muoveva. Quando i loro occhi s’incrociarono lui non ebbe neanche il buon senso di abbassarli. Mantenne intatta l’espressione profonda e indagatrice, in segno di sfida.

Silvana non sapeva più cosa fare, non capiva se era meglio raccogliere quella sfida e affrontarla, o piuttosto tentare di evitarla, di negarla, di non pensarla.

La prima ipotesi si era rivelata pericolosa. Nell’immaginarsi di andargli vicino, aveva scoperto che il suo comportamento sarebbe potuto essere molto diverso da come se l’era immaginato. L’idea di affrontarlo direttamente, quindi, non sarebbe riuscita a gestirla.

Quando chiudeva gli occhi per godere il rinfresco di quella doccia di mare, sotto alle palpebre rivedeva la scena del bacio accompagnata da forti languori al centro del suo ventre.

Per Silvana trovarsi sprovveduta era una situazione inedita, mai esistita, in nessuna occasione. Non le era mai successo di essere in difficoltà sensoriali come le stava accadendo in quel momento. E più tentava di resistere, più si rendeva conto di scivolare dentro quegli occhi. Poteva solo fuggire!

Sarebbe bastato andarsene di lì, sarebbe bastato lasciare quel ragazzo al tavolino e tornarsene a casa immediatamente, l’incidente si sarebbe chiuso e risolto da solo. Ma questo avrebbe significato ammettere che qualcosa era successo, che qualcuno l’aveva turbata, che il suo corpo aveva subito il passaggio di un ciclone. E lei non ci voleva credere.

Gocciolante di acqua tornò lentamente verso lo sdraio, fresca e sicura di riuscire a combattere contro tutto.

Con una strofinata veloce si tolse qualche goccia dal corpo, poi si allungò e chiuse gli occhi. Si stava rilassando, l’agitazione del cuore si stava calmando e lei fu sul punto di appisolarsi. Gettò uno sguardo furtivo verso il bar e si accorse che il ragazzo non era più seduto al tavolino. Forse era stato proprio il fatto che se ne fosse andato a darle la pace del sonno. Lasciò che il riposo prendesse il sopravvento e si godette la tranquillità ritrovata.

Si svegliò di soprassalto, non sapeva quanto tempo aveva dormito,

controllò l’orologio e vide che mancava un quarto d’ora alle quattro. Doveva immediatamente tornare a casa per cucinare qualcosa al marito, quando tornava dal turno pomeridiano aveva sempre una fame da lupi!

Il pensiero del ragazzo era sparito, evaporato nel breve sogno fatto sotto il sole, di cui non ricordava neppure tempi e modalità. Il rilassamento della prima settimana di ferie doveva cominciare al meglio e ogni fattore che ne potesse guastare il godimento veniva eliminato. Anche quello sguardo infuocante doveva sparire e, nel suo subconscio, lo cacciò in un angolino sperduto della memoria.

Di ritorno dal mare Silvana preparò un ricco spuntino a base di pane e salame. La fame era tanta, ma sapendo di essere invitati a cena da Paola, che era un’ottima cuoca, entrambi preferirono non esagerare e restare leggeri.

Era il compleanno del marito e Paola aveva organizzato una serata in compagnia, nella loro casa di campagna. Sarebbero venuti molti amici.

La serata trascorse allegra e spensierata e si divertirono molto; dopotutto se Claudio, il marito di Silvana, era di buon umore e contento di se stesso, suscitava le simpatie di tutti e teneva viva la conversazione con una miriade di aneddoti. Tornarono a casa poco dopo la mezzanotte, leggeri del vino e allegri per i momenti piacevolmente trascorsi insieme. Il tempo di mettersi nel letto e l’intimità tra loro aumentò, fecero l’amore con un’intensità che ricordava le prime volte, lui pieno di attenzioni, lei sensibilmente eccitata; per Silvana fu un orgasmo tra i più gratificanti che ricordasse.

Si addormentarono beatamente e senza rivestirsi, lasciando che l’abbandono fisico dei corpi prolungasse il godimento del piacere.

Durante il sonno ancora leggero, un pensiero subdolo iniziò a inserirsi nel suo inconscio. Se fosse stata più presente a se stessa, nel preciso istante in cui si era affacciato nel cervello l’avrebbe annientato senza lasciargli alcuna possibilità di sviluppo. Invece quello era rimasto, anzi, si era insinuato nella sua beatitudine e stava diventando una vera e propria presa di coscienza.

Una vocina perfida e insistente continuava a ripeterle una verità inconfessabile sulla realtà delle sensazioni che aveva appena vissuto a livello erotico.

Silvana ammise con se stessa che tutta l’eccitazione provata nel rapporto con il marito, era nata dagli sguardi che si erano posati sulla sua pelle durante le ore di sole del pomeriggio. Nello strano limbo del dormiveglia il pensiero di quei momenti passati sullo sdraio le faceva ardere la pelle, come se quegli occhi fossero tornati a posarsi su di lei.

Avrebbe voluto provare almeno un po’ di disgusto per quei pensieri rivolti a un uomo che non era suo marito, e sentirsi più turbata di quanto non lo fosse effettivamente. invece una spinta irrazionale la portava a costruire sempre più intenso il pensiero di lui. E quella vocina subdola, inseritasi di soppiatto nella sua coscienza, non faceva altro che confermarle ciò che di più scabroso non avrebbe mai osato immaginare.

Altre volte le era capitato di prestare attenzione a un uomo, come qualcuno di quei bei medici ai corsi di aggiornamento che ogni tanto transitavano in reparto.

Ma erano pensieri come foglie cadute a terra, che lasciavano impresso solo il tempo necessario per essere spazzate via dal vento. Non provava alcuna attrazione fisica nei loro confronti e non si accendeva alcun pensiero erotico riguardo nessuno di loro. Erano occhiate superficiali, comuni a ogni donna che nota un uomo avvenente. erano fantasie prive di qualsiasi emozione e senza nessuna intenzione di vederle realizzate.

Il pensiero dello sguardo penetrante, invece, le paralizzava le resistenze e la spingeva a immergersi nel mare delle sensazioni che le provocava.

Aveva goduto dell’orgasmo e del rapporto appena consumato, ma la vocina nella coscienza le stava rovinando il paradiso raggiunto, imponendo quello sguardo tra le palpebre dei suoi occhi.

Il mattino successivo, il marito di Silvana si alzò di nuovo molto presto per andare al lavoro e lei, dopo aver condiviso il caffè del risveglio, tornò a coccolarsi a letto. Si rigirava nei pensieri con il ricordo della serata precedente e si beava dei momenti trascorsi con il marito.

Aveva cacciato in un angolo i ricordi sulle sensazioni dello sguardo del ragazzo, cercando di negarle anche a se stessa.

Nonostante ciò gradualmente cominciò a crescerle la curiosità di quello che sarebbe successo quel giorno al mare.

No! Questo non era il suo desiderio, non aveva alcuna curiosità di sapere chi avrebbe incontrato ai bagni da Giorgio. S’impose di non aver alcun desiderio di rivedere quell’uomo e cercò di convincersi che quella sarebbe stata una mattina come tante altre. L’imperativo era togliersi certi pensieri viziosi, perché non sapeva dove volessero portarla e, soprattutto per reagire alla prepotenza con cui lui glieli aveva imposti.

Saltò dal letto con fare ginnico e scalciando le lenzuola, e per poco non si torse una caviglia.

Rassettò i bagni in maniera frettolosa e mentre lo faceva, avvertì un languore allo stomaco. Non aveva mangiato nulla, a parte il caffè con suo marito quasi tre ore prima, quindi decise di fare colazione per incamerare un po’ di calorie. Spalmò la marmellata su due fette di pane e mentre aveva ancora i bocconi in bocca, proseguì la perlustrazione di quello che doveva sistemare.

Era una cosa che non si doveva fare, quella di mangiare girovagando per la casa ma, tra una faccenda e l’altra, si erano già fatte le nove e lei aveva voglia di sbrigarsi.

Cominciò a prepararsi per il mare, prese lo stesso costume del giorno prima e lo indossò.

Non ne aveva tanti altri tra cui scegliere e, comunque, il costume intero era quello certamente più confortevole. Prese la borsa, che conteneva ancora gli oggetti portati al mare il giorno prima, aggiunse l’asciugamano, che aveva messo a stendere sul balcone della camera, e si avviò.

La giornata era meno splendente della precedente e il caldo stava diventando più afoso, quasi soffocante. Silvana era contenta di andare vicino al mare per avere qualche beneficio dalla brezza rinfrescante.

Scese le scale camminando leggera sui gradini, e di nuovo un sorriso d’indulgenza le affiorò in viso. La sensazione di una ritrovata giovinezza continuava a manifestarsi in ogni suo passo, e questo le provocava un certo compiacimento.

Quando arrivò alla sua zona di spiaggia vide che era poco popolata perché la maggior parte delle persone preferiva passeggiare vicino al mare. Fece sistemare la sdraio al solito posto, vicino al tavolo da ping-pong e, volutamente, lontano dal bar. Quel giorno non c’erano bambini schiamazzanti in giro e poteva godersi la tranquillità del suo posto al sole preferito. Non avrebbe neppure avuto bisogno di spalmarsi la crema protettiva perché il sole non scottava sulla pelle. L’umidità presente nell’aria era sufficiente a proteggere dal bruciore.

CAPITOLO QUATTORDICI – EPISODIO UNO

Silvana si tolse il pareo e dopo aver sistemato il piccolo asciugamano, si adagiò sulla sdraio, pronta a rilassarsi.

Fece appena in tempo a socchiudere gli occhi che una forte sensazione di freddo la colpì improvvisamente.

S’accorse che qualcosa le stava scendendo dalla spalla lungo il petto ma per fortuna, prima che raggiungesse il seno, lei riuscì ad alzarsi di scatto. Reagì a quella gelata cercando di capire cosa stesse succedendo poi vide Paola. Le aveva messo sulla spalla un cubetto di ghiaccio lasciando che le scivolasse giù fino al petto. L’aveva fatto per dispetto!

La sensazione di leggerezza che Silvana aveva avvertito fin dal mattino le fu d’aiuto a darle la prontezza necessaria per rialzarsi. Prima che il pezzo di gelo arrivasse a toccare il costume e s’infilasse pericolosamente tra i due seni.

Stronza! Pensò.

Come al solito quella esclamazione, tutto sommato legittima, si soffocò in gola senza dar sfogo alla sua arrabbiatura. Nel frattempo dalla bocca le uscì un semplice “ma sei matta!”. Cinque minuti dopo erano al bar a chiacchierare davanti a un caffè. Silvana era seduta sullo sgabello e Paola stava dietro al bancone così mentre parlavano, poteva a controllare il resto della piazza del bar.

Dopo un po’ Silvana notò che l’espressione della sua amica stava cambiando. Aveva alzato lo sguardo all’orizzonte dietro alle sue spalle, come se qualcuno di molto importante fosse arrivato a uno dei tavolini che si trovavano vicino alla sabbia. La loro conversazione continuava apparentemente in modo normale, ma gli occhi di Paola continuavano a fissare un posto indefinito. Probabilmente dove si era seduta quella persona.

Nonostante parlassero di argomenti di poco conto, era evidente che il passaggio di quella o di quelle persone aveva spostato l’interesse di Paola.

A un certo punto fu chiaro che il o i soggetti della sua distrazione si erano allontanati, perché finalmente il suo sguardo si era distolto per tornare a concentrarsi su loro due. Poco dopo si avvicinò a lei fino a sfiorarle il viso, e le sussurrò:

-Hai visto quello? Da un paio di giorni bazzica qua attorno, sempre da solo; pare che abbia affittato la villa sotto monte e ci trascorrerà l’intera estate. È l’uomo più affascinante che si sia mai visto da queste parti, dicono abbia quarant’anni, ma secondo me ne dimostra molti di meno.

-E chi sarebbe questo superuomo? – rispose Silvana con fare noncurante, non era una sua consuetudine spettegolare sugli uomini.

-Sta andando verso il bagnasciuga, se guardi verso il mare, lo vedi scendere lungo la camminata.

-Non mi far fare la figura di quella che guarda gli uomini, gli darò un’occhiata mentre torno al mio posto, se è davvero bello come dici tu, lo noterò di certo, no? –

Un sorriso di scherno e di malizia inarcò il suo labbro superiore. Silvana non era pettegola come la sua amica, ma quella volta si stava divertendo a stare al gioco, non senza ironia nei riguardi di Paola.

Ridendo si accomiatò da Paola e si diresse verso la sdraio. Intanto il soggetto degli elogi s’era spostato e Silvana, pur guardando nella direzione indicata dall’amica, non distinse qualcuno di particolarmente attraente.

Decise di non fermarsi a prendere il sole e s’incamminò nel mare fino al punto in cui l’acqua le arrivava alle ginocchia.

Si fermò a gustare quella meta raggiunta perché di andare più in là non se ne parlava proprio. Il solo pensiero di avere l’acqua che l’avvolgeva completamente, significava procurarsi uno stato d’ansia soffocante.

Silvana aveva paura del mare, in generale, perché si sentiva instabile con il movimento della marea. Essere in balìa dell’immensità e della profondità era una sensazione che neppure il fatto di toccare la sabbia con i piedi le toglieva di dosso.

Era quella mancanza di stabilità le provocava il problema più grande sia per il fatto di non essere padrona di se stessa al cento per cento, sia per non riuscire a controllare i suoi movimenti.

Le tornarono in mente le prime immersioni di Enea nella vasca del bagnetto, aveva solo pochi giorni e diventò tutto nero in viso iniziando a urlare a squarciagola. Finché Silvana non fu costretta a toglierlo di lì e poco dopo si accorse di non aver appoggiato bene la vaschetta sul lavandino. Per quanto lei tenesse il bambino saldamente con le mani, lui aveva avvertito il senso d’instabilità e il terrore di essere perso nell’acqua lo aveva spaventato. La volta successiva, quindi, Silvana si assicurò che la vaschetta avesse un solido appoggio e ci mise tutta la sua buona volontà per trasmettere sicurezza al figlio.

I risultati furono ottimi, Enea da quella volta cominciò ad adorare l’acqua e, crescendo, arrivò a non temere più neppure il mare aperto e i tuffi dalle scogliere.
Se era vero che la mancanza di stabilità poteva creare delle paure e degli stati di ansia ingiustificati, Silvana non riusciva a capire quale insicurezza avesse impressa nel carattere per avere così tanta paura dell’acqua di mare.

Non ricordava episodi in cui sua madre non l’avesse tenuta ben salda in braccio nei primissimi mesi dell’infanzia, anzi, a onor del vero non ricordava neppure i momenti in cui lei l’aveva tenuta in braccio.

Sua madre era venuta a mancare una decina di anni prima e il rapporto tra loro due non era mai stato di particolare intimità o complicità. Il fratello maggiore di Silvana aveva sempre raccolto i favori della famiglia. Sua madre, che era una donna remissiva sia nel matrimonio sia nella crescita dei figli, non aveva mai preso una posizione decisa, né cercato di interagire nella vita del marito o con i figli. Di conseguenza il confronto non c’era mai stato, e quindi nemmeno la possibilità di condividere sentimenti, o di sentirsi coinvolte una nella vita dell’altra.

Nell’età dell’adolescenza Silvana si era divertita con le compagne di classe a fare dei giochi di gruppo, quelli che comprendevano anche alcuni test psicologici. Una di loro aveva proposto una serie di soggetti su cui bisognava esprimere un’opinione, come il mare, il sole, il caffè e altro.

Lei aveva dato un giudizio sfuggevole e vago del mare. Non ricordava i termini esatti che aveva usato, ma il quadro che ne usciva era quello di un’entità sconosciuta e impossibile da conoscere a fondo.

Quando le avevano riferito che il concetto espresso per il mare era lo specchio dell’idea che si aveva dell’amore, restò scoraggiata. L’immagine che aveva dato era sconcertante.

Non credeva di essere così distaccata e distante nei rapporti d’amore o addirittura di esserne spaventata, come lo era per il mare.

A distanza di tempo Silvana doveva ammettere che per gli adolescenti è difficile dare una definizione precisa di concetti astratti, perché difficilmente una ragazzina può conoscere i diversi aspetti dei rapporti con l’altro sesso!
Ora che era diventata una persona adulta, non condivideva più quella definizione così distaccata del mare; certo lo vedeva come un’entità sconosciuta e insondabile, questo era vero, ma era in grado di gestire le insidie, anche quelle dell’amore.

Silvana immerse le mani nel mare, mise un po’ di acqua sulle braccia e sul viso, un po’ sulle cosce, un po’ sulla pancia.

Abbandonò le riflessioni per bearsi di quel refrigerio e quando fu soddisfatta di essersi rinfrescata a sufficienza, si apprestò a tornare sullo sdraio. Attorno a lei, nelle acque basse vicino alla riva, alcuni ragazzini scatenati giocavano tra di loro. Stavano tentando di gettare in acqua una loro amica, e nel farlo si avvicinavano pericolosamente a lei.

Silvana si affrettò a spostarsi per uscire dal mare e non restare coinvolta in quell’orgia di gambe.

Sicuramente avrebbero creato una marea di schizzi che sarebbero inevitabilmente finiti anche addosso a lei. Purtroppo fece male i conti delle traiettorie, perché gruppi enormi come quello, si muovevano senza logica e senza mantenere una rotta ben precisa. Le passarono quasi addosso e, travolgendola di acqua, si fecero spazio con qualche spintone; per poco non cadde in mare correndo il rischio di trovarsi completamente a mollo. Sarebbe stata la fine!

Il peggio, comunque, era stato fatto, e quando tornò a riva era completamente bagnata, con il costume che rivelava, in tutta la sua trasparenza, il turgore del seno. Non se ne preoccupò più di tanto, per fortuna c’erano diverse ragazze in topless e il seno di una donna non faceva più voltare gli sguardi a tutti.

Certo non poteva dire di sentirsi a proprio agio, ma cercò di mascherare l’imbarazzo percorrendo velocemente la passerella in cemento che portava alle cabine.

Non vedeva l’ora di sistemarsi sullo sdraio e di sonnecchiare sotto il sole, era la condizione indispensabile per riprendersi dall’agitazione di quello scontro. Quando finalmente raggiunse il suo posto, non poté fare a meno di notarlo, seduto al tavolino proprio davanti al suo sdraio.

Era il ragazzo del giorno prima e, manco a farlo apposta, aveva gli occhi fissi su di lei.

Sicuramente l’aveva colta con lo sguardo fin dall’incidente con i ragazzi in acqua, e aveva seguito passo a passo la sua uscita dal mare. Sentì il sangue andarle in viso e avvertì l’arrossamento delle guance con la sensazione di un bruciore di una violenza fisica tremenda. Istintivamente si coprì il seno con l’asciugamano, cercando di limitare la visione del costume bagnato e per cancellare la sensazione di nudità che quegli occhi le provocavano.

Cominciò ad asciugarsi lentamente cercando di non pensare a lui e neppure a come stava messa lei. Aveva i capelli scomposti e il costume completamente fradicio.

Si voltò di spalle per sistemarsi meglio e per darsi un contegno, doveva distrarsi per riprendere il controllo di se stessa. Chiudeva le palpebre dietro le lenti scure degli occhiali nel tentativo di isolarsi, ma nell’istante in cui ci riusciva, le connessioni dei pensieri riproponevano la sua immagine seduto a guardarla. E tutto ricominciava daccapo.

Forse era meglio lasciare perdere ogni tentativo di resistenza mentale, adesso era tornata nel suo ambiente e sdraiandosi al sole, sarebbe riuscita a controllare gli eventi.

Quel ragazzo era seduto allo stesso tavolo dove Paola aveva indicato il suo ipotetico superuomo, quello che in un primo momento Silvana aveva evitato di guardare per non cadere nella trappola del pettegolezzo della sua amica. Poi però, quando era andata via dal bar, non aveva notato alcuno di particolarmente attraente. Perciò si stava sbagliando e la persona di cui aveva parlato Paola non era lo stesso ragazzo che ora la fissava.

Non osava neppure immaginare l’imbarazzo generato da un confronto con l’amica, se in qualche modo avessero ripreso il discorso riguardo quell’uomo. Se lui fosse stato davvero la stessa persona che ora aveva di fronte.

Avrebbe dovuto inventarsi chissà quale disturbo della pelle per giustificare il suo rossore. Per non parlare si come sarebbe riuscita a mascherare la reazione alle sensazioni che quel ragazzo le provocava. Avrebbe dovuto sfruttare tutto il suo bagaglio di bugie per negare e nascondere di aver avuto un contatto visivo con lui. Silvana era atterrita all’idea di quali commenti avrebbe fatto Paola dopo aver ascoltato quello che si sarebbe dovuta inventare.

Un’altra constatazione la turbava: se davvero quella era la stessa persona di cui le aveva parlato Paola, avrebbe avuto il problema di ritrovarselo tra i piedi per tutta l’estate!

Silvana andò a sistemare l’asciugamano bagnato stendendolo ai fili vicino alla doccia. Camminando avvertì quegli occhi che si posavano sulla pelle del suo corpo con la potenza di un raggio bruciante. Erano una spinta continua ai suoi movimenti, uno sguardo che si comportava come una mano e un braccio che la accompagnava, camminando con lei, sostenendo le sue curve e seguendo le sue mosse. Si sentiva bollire il sangue. Cercò di ostentare naturalezza, ma tutto dentro di lei aveva cominciato ad agitarsi spaventosamente, ancor più di quanto non le fosse successo il giorno prima.

“Maledetta Paola, non poteva starsene zitta anziché fare commenti del cavolo su quell’uomo?” Silvana era certa che il riferimento fatto da Paola sul bell’uomo coincidesse con chi la stava guardando. Aveva stabilito a priori che quel ragazzo era l’uomo attraente di cui le aveva parlato l’amica, anche senza un reale confronto. D’altro canto i particolari corrispondevano: giovane e giovanile, bello e solitario, tenebroso quel tanto che bastava ad acuirne il fascino.

Silvana era convinta di essere nel giusto e perciò non poteva fare a meno d’incolpare la sua amica per aver esagerato spettegolando su una figura da superuomo.

Quelle sue riflessioni erano un modo per scaricare su qualcun altro la responsabilità psicologica delle sensazioni che stava vivendo. La cosa più naturale era incolpare a Paola, per via dei pettegolezzi che aveva fatto. E più ci ragionava, più si convinceva dell’assoluta e importante responsabilità da imputare alla sua amica. Era certa che se non gliene avesse parlato, lei quel giorno non avrebbe neppure fatto caso a lui.

Che poi, non era mica lei che lo notava, era lui che le appiccicava gli occhi addosso con tanta insistenza da rasentare la sfacciataggine! Silvana coprì lo sdraio con un secondo asciugamano, che per fortuna si era portato di scorta, e si adagiò al sole tenendo sempre inforcati gli occhiali scuri, così poteva guardare senza essere vista.

Cominciò a studiare l’uomo che da due giorni aveva modificato la sua tranquillità balneare; cercò i lati misteriosi e nascosti e iniziò a fantasticare su quale potesse essere il profilo del suo carattere.

Dopo aver capito di non potergli sfuggire, voleva almeno capire con chi aveva a che fare.

In effetti quell’uomo aveva qualcosa di speciale, un certo che d’inspiegabile che lo rendeva incredibilmente attraente. Benché Silvana avesse sempre odiato i tipi come lui, pieni di soldi, con poco mestiere e con tanta voglia di tampinare il prossimo, in quella circostanza si sentiva in diritto di fare una distinzione. Non si potevano dare giudizi sulla personalità del ragazzo con le poche notizie di Paola, era azzardato, e inoltre la superficialità non faceva parte del carattere di Silvana.

Tanto più che a guardarlo negli occhi e cogliendo le sfumature dei suoi atteggiamenti, il profilo cambiava notevolmente. Il taglio dello sguardo, l’indurimento della mascella, l’increspatura delle labbra, quei dettagli lasciavano trasparire una nota di dolore, come se le esperienze vissute avessero lasciato un segno. Quelle tracce sul viso erano il simbolo della determinazione nel suo carattere, e il tratto distintivo della mancanza di rassegnazione nell’affrontare gli eventi.

La posa e i movimenti delle sue mani confermavano che aveva dovuto combattere per affrontare momenti difficili e passaggi di vita faticosi.

Una perdita, una sconfitta, un mancato sostegno, un amore negato; cosa aveva turbato la vita di quell’uomo?

Silvana lasciò libera la fantasia e continuò a fantasticare, ben sapendo di che ognuna delle sue supposizioni poteva benissimo non trovare alcun riscontro nella realtà. Intanto, e per sua fortuna, lo sguardo dell’uomo si era spostato verso l’orizzonte del mare, come se attendesse l’arrivo di un gabbiano o di un aquilone da spiaggia a rompere la monotonia del cielo celeste.

Silvana smise di fissarlo, anche se aveva gli occhiali scuri a proteggerla, sapeva di esagerare, e non voleva che lui la scoprisse, trasformandola da innocente a impertinente. Poco dopo l’uomo se ne andò, aveva terminato la consumazione e si stava avviando alla cassa per pagare; uscì dal bar dirigendosi verso la strada e scomparve dalla sua vista.

CAPITOLO QUINDICI – LA RIBELLIONE

“Meglio così, era ora che se ne andasse!”

Pensò Silvana irritata da quell’abbandono. Spostò leggermente le spalle per sistemarsi e cercò di grattarsi via qualcosa che le dava fastidio dietro la schiena. Intanto il pensiero dell’uomo era sempre più insistente, quasi tangibile, come quel qualcosa che le stava dando noia sul dorso. Più tentava di pensare a qualcos’altro, più gli occhi dell’uomo le apparivano dentro le palpebre e le provocavano un brivido di emozione che si condensava al centro del ventre.

Sarebbe potuto tranquillamente rientrare nella categoria degli uomini visti qualche volta e mai più. Perciò Silvana giustificava l’innocenza delle sue fantasie e lasciava che l’immaginazione avesse libero sfogo.

Ricostruiva le sue mosse, ripensava ai suoi gesti, rivedeva le sue mani, le spalle larghe, il torace nudo, il viso, le sue labbra … su di lei. No, quello significava correre troppo, andare troppo oltre. I suoi sensi s’allertavano e Silvana aveva il terrore di sentire insorgere i primi brividi di una passione sconosciuta.

L’abbandono alle fantasticherie si stava trasformando in eccitazione fisica.

Silvana, temendo che qualcuno si accorgesse del suo stato, decise di distrarsi alzandosi per andare a scambiare due chiacchiere al bar. Ordinò un caffè, decaffeinato, quella mattina aveva già preso la dose quotidiana di caffeina e non era proprio il caso di esagerare con gli stimoli. La ragazza la servì subito e poco dopo arrivò Paola, che si era accorta della sua presenza intanto che asciugava i bicchieri, dall’altro lato del bar. Allungandosi verso di lei e stendendo il corpo sul bancone, mentre con le mani continuava il suo lavoro, le sussurrò maliziosa:

-L’hai visto? Come ti sembra? Proprio un bell’uomo, vero?

-Ma di chi stai parlando?

-Dell’uomo che stava seduto al tavolino di fronte al tuo sdraio, era di lui che ti parlavo poco fa, non dirmi che non l’hai notato, perché non ci credo!

-Ma sì che l’ho visto, sicuramente non bene quanto te, che a quanto pare non gli cavi gli occhi di dosso! –

Silvana avrebbe voluto scappare perché era andata al bar per distrarsi e, invece, si trovava ancor più immersa nel pensiero di lui.

Con disappunto, ma per fortuna riuscendo a trovare le parole adatte per non sembrare troppo coinvolta, riuscì ad assecondare la sua amica.

– Mi sembra un tipo che sta sulle sue e comunque hai proprio ragione, è un bell’uomo. –

-Si trova dalle nostre parti da poco tempo, nessuno lo conosce e forse è proprio il mistero che aleggia su di lui che lo rende ancora più affascinante. Vedrai che quando si scoprirà che è un semplice bancario in vacanza, il suo personaggio si sgonfierà come certi cartoni animati!

-Quanto sei esagerata, salti alle conclusioni prima di avere notizie certe; oppure hai già cominciato a fare indagini? –

-Certo che sì! Per cominciare ho saputo dalla ragazza che viene a lavorare qui al mattino, che la villa non l’ha affittata, ma l’ha ereditata da un lontano parente, e in più non ha tanti soldi come pare voglia dare a intendere. –

-Questo fa crollare tutte le sue quotazioni, vero? –

-Come sei cattiva Silvana a rendermi così veniale; certo se è davvero un fannullone squattrinato, quel suo essere attraente perderebbe molto interesse, non trovi? –

-Hai ragione, che fascino avrebbe quel suo sguardo se lo avesse maturato in anni di oblio e di vacanze fatte a spese di qualcun altro. –

-E tu che esperienza hai del suo sguardo? –

Silvana arrossì, più o meno vistosamente, e con la mente si mise alla feroce ricerca di una risposta pronta a quella domanda secca e inquisitoria. Quelle chiacchiere avevano girato troppo velocemente e lei non aveva fatto in tempo a creare la sua solita barriera. Dentro di sé si stava mandando a quel paese per essere caduta in fallo tanto facilmente. Che tonta!

-Era solo un modo di dire, che esperienza vuoi che abbia del suo sguardo, l’ho visto solo di schiena! –

-Stiamo parlando troppo di lui, sicuramente gli fischieranno le orecchie. –
Così dicendo Paola chiuse il discorso, voltò le spalle a Silvana e tornò al lavoro. Silvana si avviò alla sdraio per godere gli ultimi scampoli di sole pomeridiano.

Quella sera tornò a casa in netto anticipo rispetto al marito ed ebbe tutto il tempo di cucinare la cena che in quella occasione avrebbero condiviso con i novelli sposi.

Suo figlio era tornato dal viaggio di nozze da diverso tempo, ma nonostante i ripetuti inviti non c’era stato il modo di averli ospiti a casa loro. Si erano immersi nelle rispettive attività lavorative e avevano ripreso a frequentare gli amici di sempre. Purtroppo nella loro cerchia di conoscenze in pochi si erano sposati perciò approfittavano quando c’era la casa dei novelli sposi a disposizione per fare incontri e baldorie.

Silvana era un po’ gelosa di Enea e del suo preferire gli amici e forse sentiva già un po’ di nostalgia per quel figlio che se n’era andato.

Fondamentalmente era contenta che avessero tanti amici e un po’ di conoscenze, soprattutto per non doversi rifugiare dalla mamma unicamente per avere compagnia a tavola. Tuttavia non le dispiaceva se sentivano un po’ la mancanza dei genitori.
Preparò una cena con i fiocchi, completa di manicaretti casalinghi e con ricette che li avrebbero deliziati al di là delle solite cose. Era certa di soddisfare il loro appetito ma sperava anche che ci fosse la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con il figlio e di conoscere i particolari del loro viaggio esotico.

-Era proprio ora che me ne andassi di casa, mamma, sembri ringiovanita di dieci anni e guarda che cena hai preparato! – esclamò Enea al termine della cena.

-Non dire sciocchezze, sono in ferie e ho tanto tempo disposizione, sono rilassata e per questo sembro più giovane. –

Silvana era arrossita, come una ragazzina colta sul fatto della sua prima avventura. Per evitare che si notasse il suo turbamento, e per negare che i complimenti del figlio avessero una ragione diversa che non fosse imputabile al fatto di essere in ferie, iniziò a chiacchierare sugli aspetti positivi della nuova vita di coppia che stava vivendo con il marito e del periodo di rilassamento che si stava godendo. Superò il momentaneo imbarazzo gettandosi a capofitto in argomentazioni e battute sulla positività, per chiunque, di dedicare più tempo a se stessi. Cacciò il ricordo degli sguardi pomeridiani in un angolino invisibile della mente, cercando di negare anche a se stessa che potessero essere stati la causa di un qualsiasi cambiamento; il terrore che le sue sensazioni potessero essere visibili a tutti la faceva tremare.

CAPITOLO SEDICI – LE CURE DI DANTE

Il terzo giorno all’ospedale fu meno difficile degli altri, Dante aveva ripreso confidenza con l’ambiente e aveva cominciato la terapia piena. Non aveva più paura dei corridoi e dei dottori che giravano a visitare la gente. Alle undici vennero a prenderlo degli uomini grandi e grossi, che lo portavano a fare l’esame cattivo. La signora buona non c’era, Dante si sentiva perso e aveva paura di quello che gli avrebbero fatto.

Cominciò a gridare, a nascondersi sotto il letto, a scappare nei corridoi; non voleva andare da solo con quegli uomini, non dovevano toccarlo, gli volevano far male e l’aria gli stava stringendo il collo.

Solo se veniva la signora buona, sarebbe stato fermo, solo con lei si sarebbe fatto accompagnare docile come un agnellino.

Ma la signora buona non c’era e l’esame si doveva fare comunque. Avrebbe voluto divincolarsi con calci e pugni, ma riusciva solo a gridare e non diceva bene le parole. Avrebbe voluto calmarsi per cercare di spiegare bene i suoi motivi, ma poi sentì una puntura sul sedere e dopo non capì più nulla.

Quando si svegliò, era di nuovo nella sua stanza, si sentiva distrutto, come se qualcuno gli avesse camminato addosso e l’avesse rotto tutto, fino a far scricchiolare gli ossicini. Faticava a muoversi, come se avesse avuto le braccia e le gambe legate dentro la carne.

Lei gli era vicino, ricordò di averla vista poco dopo la puntura, o almeno così gli era sembrato, ma adesso era sicuro che fosse lì, perché sentiva i suoi passi e il suo respiro. Aprì gli occhi e girò la testa, vide che preparava il letto vicino al suo.

Silvana si accorse che Dante era sveglio.

-Ciao, come va? Arriva compagnia stasera. –

Avrebbe voluto rispondere, ma nessuna parola gli usciva dalla bocca. Continuò a guardarla mentre lavorava alacremente e gli sembrava ancora più bella di sempre, bella come un angelo. Se fosse arrivata qualche minuto prima della puntura, quegli uomini non l’avrebbero portato via, e non sarebbe stato tutto quel male. Mentre la guardava, qualche verso di parola gli usciva biascicato dalle labbra, ma non era quello che voleva dire.

Sentiva la guancia bagnata, sentiva qualcosa scendergli dagli occhi, era come un solletico sulla faccia e che dopo gliela lasciava umida.

Sentiva qualcosa stringergli davanti, qualcosa che non vedeva e che gli prendeva la pancia fino a strizzarla; forse era quella cosa sconosciuta che gli faceva uscire il bagnato dagli occhi. Dante non vedeva più come prima, solo il volto della signora buona era uguale a prima.

Se chiudeva gli occhi, vedeva lei, se li riapriva, sentiva la sua voce. Il mondo adesso era concentrato nel volto e nella voce della sua signora.

Dante aveva delle strane percezioni, sentiva che i capelli gli crescevano fino sopra gli occhi e sentiva pizzicare la pelle fino all’attaccatura delle sopracciglia. Non aveva più la sensazione del tatto e se si toccava con le dita, o prendeva il lenzuolo nelle mani, non sentiva la consistenza né della pelle né del tessuto. Neppure con i piedi, che stavano sotto le lenzuola, riusciva a percepire il contatto con la stoffa.

Dante era stanco, stanchissimo, non aveva più forza nei muscoli e si spaventò moltissimo.

Lui che aveva solo la sua potenza ad aiutarlo e che la usava per chi ne aveva bisogno, adesso non riusciva neppure ad alzare il lenzuolo. Come sarebbe riuscito a farsi voler bene dagli altri?

Guardò la sua signora che usciva dalla stanza, avrebbe voluto chiamarla, attirare la sua attenzione, ma nessuna parola gli uscì dalla gola e poco dopo sprofondò nel sonno.

Dante volava, volava moltissimo, ma era un volare diverso da quello di sempre, non era lui che decideva di volare. Certe volte finiva troppo in alto e gli veniva paura, si svegliava di scatto e dopo cadeva dal letto. Per fortuna non vedeva più le bestiole, i voli lo portavano in dei posti che non conosceva e non riusciva a vedere bene, per questo non c’erano le bestiole.

Certe volte gli veniva quella paura che dopo lo faceva cadere, altre volte, invece, volava in posti bellissimi con la sua signora che lo accompagnava e c’era anche la sua mamma che gli faceva le carezze.

Dante non si rendeva conto di quanto tempo passava tra un volo e l’altro, adesso i suoi ritmi erano cambiati e avevano un tempismo diverso. Solo la terapia delle otto era tornata a scandire le sue giornate e ciò contribuiva a lasciare intatta la sua fiducia nelle vecchie abitudini.

Qualcuno aveva detto che non doveva prenderla più, ma lui sapeva che faceva bene a prenderla. Dante aveva ricominciato a mangiare pasti normali, tuttavia aveva sempre tanta fame e voleva riempire la pancia, un po’ per non sentire più quella stretta davanti e poi anche per non avere più il solletico agli occhi.

Ogni tanto metteva in bocca tante cose e le masticava poco, certe volte, invece, ingoiava i bocconi interi.

Una volta venne la signora buona a dirgli che doveva stare attento a non mettere troppa roba in bocca, perché poi non ci sarebbero state nella pancia. Ma Dante rispose che la pancia non la sentiva mai piena e che voleva mangiare ancora.

Allora la signora si sedeva sul suo letto e, dopo avergli portato dell’altra frutta, mentre gliela preparava un pezzetto alla volta, lo distraeva con storie fantastiche per evitargli il pensiero fisso del mangiare.

Gli raccontava del mare, dei pesci, delle navi, dei granchi, dei pescatori. Dante volava a occhi aperti, incantato dal volto della sua signora bella e buona e continuando a masticare pezzi di frutta.

Vedeva il mare e la sabbia, la gente e le cose. Volava felice e non voleva più mangiare, non sentiva la pancia piena, ma neppure vuota, abbandonava le sensazioni fisiche e si lasciava trasportare dal racconto.
I giorni all’ospedale continuavano a trascorrere e stavano diventando molti di più di quanti non se ne fosse immaginato quando la mamma lo aveva accompagnato. Tuttavia questa cosa non gli dispiaceva, aveva cominciato ad abituarsi ai ritmi che viveva lì dentro e la consuetudine era una condizione che lo rendeva tranquillo.

CAPITOLO DICIASSETTE – VENTO DI PONENTE

Quella notte un leggero venticello proveniente da ovest spazzò via la caligine che si era depositata nel giorno precedente. Il mattino successivo un sole limpido e terso si alzò sul mare dell’alba.

Silvana fece una prima colazione veloce, scaldandosi un po’ del caffè lasciato dal marito che si era alzato di buon’ora per andare al lavoro.

Invece di tornare nel letto per crogiolarsi sotto le coperte, decise che era meglio approfittare di ogni minuto per godere quello splendido sole del suo ultimo giorno di ferie.

Arrivò a spiaggia presto, pochi minuti prima delle otto, e la zona del bagnasciuga non era ancora affollata, come lo sarebbe stata durante le ore più calde della giornata.

Posò la borsa sullo sdraio e s’incamminò verso il mare, immergendosi nella bassa marea. L’acqua fresca del mattino risvegliava i muscoli, le vene delle gambe approfittavano di quel refrigerio. Camminare lentamente nell’acqua gli procurava un massaggio delicato e tonificante. Silvana aveva tenuto indosso il pareo, decisa a non immergersi oltre il suo solito limite, e stava attenta a tenerlo sollevato sopra le cosce, affinché non si bagnasse. Poi decise di legare i lembi di stoffa che teneva in mano attorno alla vita, per avere le dita libere di accarezzare la superficie del mare.

Mentre si allontanava dalla riva teneva sotto controllo il livello dell’acqua che saliva sul suo corpo. Doveva capire quando sarebbe arrivato il momento giusto di cambiare rotta e cominciare a camminare parallelamente alla riva. Alzò lo sguardo verso l’orizzonte, per decidere quale meta voleva raggiungere prima di iniziare il ritorno alla sua zona di bagni. Era decisa a non allontanarsi troppo.

Silvana si guardò attorno, alcune persone anziane, con i pantaloni alzati sopra le ginocchia, si chinavano sulla superficie scrutando il fondale alla ricerca di molluschi. Altre donne, più anziane e completamente vestite, andavano a piedi nudi sulla battigia bagnata. La calma di quell’ora mattutina rendeva quasi impossibile immaginare la confusione che ci sarebbe stata di lì a qualche ora.

Silvana si accorse di un uomo che stava camminando verso di lei.

Nonostante avesse il sole negli occhi, non dovette stringere le palpebre per riconoscere chi fosse. Poco prima di incrociarsi lo capì dalle sensazioni che sentiva sulla pelle e quando furono abbastanza vicini da sfiorarsi, non seppe resistere dal piantargli uno sguardo risoluto in faccia. Voleva affrontarlo in maniera diretta, forse per assecondarlo, oppure per zittire definitivamente i suoi istinti.

Fu un errore fatale! Se aveva pensato di coglierlo in fallo piantandogli gli occhi addosso per accusarlo apertamente della sua sfacciata insistenza e farlo sentire in difetto, aveva sbagliato tutto. Lui contraccambiò lo sguardo con un sorriso dolce e sincero, disarmante al punto tale da intimidire e facendola sentire in colpa per la sua durezza. Silvana abbassò il viso con un gesto istintivo, non riuscendo a reggere la sfida come si era proposta di fare. Oltrepassò il punto d’incrocio continuando a camminare con apparente indifferenza. Concentrò tutte le sue forze per cancellare sia l’avvampare del suo rossore, sia il sorriso del ragazzo, che ormai si era stampato nei suoi occhi.

L’aria fresca della brezza e l’acqua gelida attorno alle sue gambe fecero sì che la temperatura del suo corpo tornasse normale.

Percorse la riva fino a raggiungere la spiaggia libera sotto il promontorio, allungando di fatto la camminata di parecchie centinaia di metri. Non se la sentiva di tornare presto alla sua sdraio, e magari di trovarsi ancora una volta sotto lo sguardo di quell’uomo che la fissava.
Fu di ritorno alla sua zona di spiaggia quando il sole era già alto nel cielo e la temperatura dell’aria era notevolmente salita. Percorrendo la passerella per raggiungere la sua sdraio sentiva la calura della sabbia salirle sulle gambe. Tolse il pareo per iniziare il rituale delle creme da spalmare e quando ebbe finito, mise l’asciugamano sullo sdraio stendendosi al sole. Era l’ultimo giorno a sua disposizione e voleva goderselo fino in fondo.

La passeggiata lungo la riva era stata un toccasana per le gambe di Silvana e inoltre aveva contribuito a combattere la sua solita indolenza nei confronti delle entrate in acqua.

Nonostante si sentisse un po’ stanca per aver allungato il percorso, era contenta di aver evitato un nuovo incontro con l’uomo fissatore, come aveva imparato a chiamarlo nella sua mente. Sebbene si sforzasse a non farlo, continuava a pensare al suo sorriso e a giocare con l’immaginazione e a languire per quello sguardo che tanto la sconvolgeva.

Si compiaceva nello scoprire i seguiti che restavano nelle sue emozioni, e stimolava le sensazioni per sentire fino a che punto la pungevano.

Non era serio da parte sua lasciarsi andare a quelle fantasie, anche se erano solo tali e non stava facendo del male a nessuno. Avrebbe rivisto quel ragazzo altre volte durante l’estate, e non era giusto costruire una sua immagine che poteva benissimo non aver alcun riscontro nella realtà.

Certo per lei era solo un gioco, e sperava che lo potesse essere anche per lui. Sguardi e null’altro, momenti fuggevoli che mai e poi mai avrebbero avuto un’evoluzione nella vita reale.

Il lunedì successivo ripartì la routine del lavoro, e per Silvana non fu difficile abituarsi di nuovo a quei ritmi. Inoltre aveva una gran voglia di rivedere le colleghe e di scambiare le solite chiacchiere con loro. Voleva sapere quello che era successo in reparto e raccontare quello che aveva fatto durante la sua settimana di ferie.

La città di provincia in cui viveva era piccola e alcune sue colleghe frequentavano la stessa zona balneare. Silvana sperava di dirottare la conversazione sugli incontri al mare in modo da scoprire qualche particolare in più sull’uomo che aveva affittato la villa sotto monte.

Dopo aver trascorso una settimana di ferie, bisognava adattarsi ai nuovi turni. Purtroppo a volte la rotazione veniva modificata per necessità di organico e capitava di dover fare lo stesso turno per più giorni di seguito. Successe così anche quel martedì, che le toccò di nuovo il turno del mattino e non ci fu verso di opporsi.

Le sequenze dei turni le decideva la caposala e spesso bisognava conciliare le esigenze di reparto con l’obbligo di far consumare le ferie accumulate.

Già dal secondo giorno di lavoro Silvana si era alzata dal letto senza avvertire particolari pesantezze. Si rese conto che, nonostante l’abitudine presa durante le ferie di restare a letto fino alle otto, stava reggendo bene le nuove alzatacce.

Così come il suo fisico non risentiva degli strapazzi, fortunatamente anche la sua auto non sembrò soffrire troppo per il ritorno a certi orari.

Neanche ripetere per due giorni consecutivi la stessa trafila, scalfì l’andazzo positivo di quelle giornate. Tutto ciò confermava che l’estate era al stagione in cui si pativa di meno la fatica per quelle alzatacce.
La strada invece, quella che percorreva nel solito tragitto da casa all’ospedale, era deserta come sempre. Ciò significava che essere in giro alle cinque e mezzo del mattino era un orario impossibile per tutti, sia d’estate sia d’inverno.

Perfino l’edificio dell’ospedale, che di solito aveva un aspetto solenne e severo, sembrava più gentile e accogliente. Come se l’assenza di una settimana ne avesse fatto sentire la mancanza e volesse mostrarle riconoscenza per il suo ritorno. Anche in reparto si respirava un’aria più disponibile e rilassata, probabilmente gli effetti della bella stagione e delle giornate allungate, rendevano tutti di umore migliore.

Silvana viveva con naturalezza quell’atmosfera e nonostante desse per scontato che fosse imputabile al periodo di riposo appena trascorso, doveva ammettere di provare una rinnovata voglia di spensieratezza.

Malgrado ciò i turni di lavoro trascorrevano troppo in fretta e di tempo per fare le chiacchiere ce n’era ben poco. La possibilità di approfondire i discorsi con le colleghe era pressoché nulla e quindi, a parte qualche battuta sull’abbronzatura, alla fine ci si limitava ai soliti consigli sulle diete più efficaci.

Il turno di lavoro di Claudio, quella settimana, era diviso in due parti: quattro ore il mattino, dalle otto fino a mezzogiorno, e quattro ore il pomeriggio, dalle due alle sei di sera. Silvana finiva il suo turno alle due e questo significava che non si sarebbero incontrati durante la pausa pranzo. Ciò significava che poteva gestirsi la giornata come meglio credeva.
Quella sera lei e il marito sarebbero usciti assieme alla coppia di amici per una pizza in compagnia.


Silvana decise fare uno spuntino veloce e approfittò del tempo a disposizione per andare a trovare l’amica al bar della spiaggia.

La visita a Paola era utile sia per mangiare il suo spuntino sia per accordarsi sull’orario della cena. Riguardo alla scelta del luogo non c’erano dubbi, loro andavano sempre nello stesso posto. Anche quella sera non avrebbero cambiato l’abitudine di recarsi al loro ristorante preferito sul mare dove, tra l’altro, si mangiava la pizza migliore della riviera.

Quel pomeriggio Silvana non avrebbe approfittato della sosta per prendere un po’ di sole. Aveva alcune commissioni da sbrigare e non le restava tempo sufficiente per rimanere a spiaggia. Sperava, invece, di scambiare qualche chiacchiera sul misterioso uomo della villa e di avere anche altre informazioni. Con le colleghe non si era aperto alcuno spiraglio.

Aveva necessità di saperne di più e, anche se non c’era una giustificazione per quell’esigenza, non riusciva a fare a meno di assecondarla.

Prima di uscire da casa si preparò con cura, dando spazio e attenzione alla sua anima civettuola. Siccome Paola provava una sorta di soddisfazione nel farle notare quando non curava sufficientemente i dettagli del suo look, utilizzò questa scusa con se stessa per metterci più impegno, senza che ciò giustificasse alcun secondo fine, incluso quello di augurarsi altri incontri. In quell’occasione voleva impostare le chiacchiere su qualcosa di diverso dal suo foulard male indossato.

Quando arrivò al bar però, Paola non c’era, si era allontanata per fare alcune compere, le disse la ragazza che faceva il turno pomeridiano.

Silvana consumò un toast con calma, poi, dopo aver bevuto il caffè e capito che l’amica avrebbe tardato ancora, se ne andò spazientita. Lasciò un messaggio alla barista, giusto per farle sapere che era passata di lì, poi raccolse la borsa e se ne andò a sbrigare le altre commissioni.

Avrebbe potuto aspettare ancora qualche minuto, rilassarsi per un momento e lasciare che il tempo passasse senza dover sentire la fretta di correre da qualche parte. Invece una strana ansia le era salita dentro, come se il fatto di non poter scambiare quattro chiacchiere con l’amica l’avesse costretta ad abbandonare il campo.

Uscendo dal bar notò una ragazza seduta a un tavolino vicino alla spiaggia, stava scrivendo su un quaderno che aveva tanto l’aspetto di un diario.

Dal modo in cui si atteggiava, alternando brevi momenti in cui scriveva ad altri in cui scarabocchiava disegni e ghirigori, dava l’impressione di essere un’adolescente innamorata. Sembrava impegnata a scrivere solo sciocchezze.

Silvana pensò che avrebbe potuto fare come lei. Se non riusciva a confidarsi con l’amica avrebbe potuto scrivere qualche riga per dar sfogo all’ansia. Lei però non teneva un diario, non l’aveva mai fatto, e quest’idea di paragonarsi a una stupida ragazzina per rivolgere il suo sfogo in qualche direzione, aumentò la sua frustrazione.

Quella situazione la stava indispettendo oltremisura. Il fatto di non essere riuscita a sfogare le proprie fantasie con il pettegolezzo le stava lasciando il cervello senza freni inibitori. Fortunatamente aveva altri impegni quel pomeriggio e non si soffermò su quei pensieri.

Vivere la quotidianità le consentiva di limitare l’immaginazione e relegare in un spazio minimo quelle sensazioni che nulla avevano a che fare con la vita vera.

CAPITOLO DICIOTTO – IMPREVISTI

Un mattino, uscendo dal turno di notte, Silvana trovò la solita strada interrotta per i lavori di manutenzione dell’asfalto. Per tornare a casa fu costretta a una deviazione che le fece percorrere un tragitto fuori città. Mentre guidava seguendo le indicazioni davanti a lei si formò una piccola colonna di auto. Batté le mani sul volante scocciata dalla situazione, s’aggiustò gli occhiali sul naso e guardò fuori da finestrino.

Quel contrattempo la contrariava perché odiava trovarsi bloccata in mezzo al traffico, anche se non aveva fretta.

Iniziò a tamburellare con le dita sul volante, mentre il piede si muoveva tenendo il ritmo della prima musichetta che le passava per la mente. Non si era ancora decisa a installare l’autoradio e in momenti come quello ne sentiva la mancanza. Guardò il sedile di fianco al posto di guida, come se potesse esserci qualcuno d’invisibile a farle compagnia col quale condividere il disappunto per quel contrattempo.

Sarebbe stato giusto imprecare, ma questo non rientrava nei suoi modi di fare. Quando s’innervosiva, il massimo che le scappava dalla bocca era qualche mannaggia.

L’ambiente in cui trascorreva la gran parte della sua giornata era un luogo in cui non si poteva esagerare con le esternazioni. Perciò anche quando era sola o in posti dove avrebbe potuto lasciarsi andare, l’abitudine non le permetteva di sfogarsi con parole o comportamenti sfacciati. In quel momento, poi, non c’era nessuno al quale rivolgere eventuali rimostranze o di cui essere complice. Sul suo viso si dipinsero solo poche smorfie e qualche boccaccia rivolta alla noia di quell’incolonnamento.

Guidava svogliatamente, la fila procedeva con lentezza, senza accelerare, e un moto d’impazienza le sbuffò dalla bocca.

Proprio in quel momento la colonna si bloccò definitivamente e Silvana si appoggiò al sedile con fare sconsolato. Le linee delle labbra s’incresparono in una smorfia di disappunto e fece schioccare la lingua per accentuare la sua contrarietà. Ormai era completamente immersa in quella sciocca e finta commedia di un’incazzatura senza spettatori.

Poi le sembrò che la fila ripartisse, sistemò di nuovo gli occhiali e ingranò la marcia, ma percorse solo pochi metri.

-Accidenti! –

Disse rivolta al vuoto. Ormai la resa era definitiva, aprì il finestrino per far entrare un po’ di aria fresca e scacciare la noia. Qualcosa nella sua mente stava premendo per uscire, ma non sapeva da che parte andare a prenderlo né quali pensieri spostare per lasciargli uno spazio d’uscita.

Cercò di concentrarsi sul suo stato d’animo. A parte l’irritabilità per l’impiccio di quella sosta forzata, Silvana voleva capire dove andava a finire il suo blues e cosa la rendeva così suscettibile al sentimentalismo. Era una donna pratica, il tipo di persona che affrontava in modo semplice e diretto ogni situazione in cui si trovava.

Gli avvenimenti di quell’ultima settimana le avevano modificato la percezione di alcune sensazioni, ma questo non era un motivo sufficiente a modificare il suo atteggiamento.

La colonna si mosse, il traffico si riavviò velocemente e lei fu di nuovo presa dalla sua meta.

L’interruzione della strada e il rallentamento del traffico, oltre ad averla immersa in pensieri troppo riflessivi, l’aveva obbligata a percorrere un tragitto diverso. In un attimo di lucidità capì di dover passare proprio davanti alla villa sotto monte.

Non aveva fatto caso a quel cambio di direzione, ma ora che aveva imboccato il vialone che sbucava sul lungomare, si rese conto di doverci passare proprio a fianco.

Il disappunto che l’aveva accompagnata fino a quel momento sparì immediatamente. Ora provava solo curiosità e il forte desiderio di vedere dove viveva l’uomo misterioso.

Sorrise a quella nuova definizione fantasiosa che aveva tirato in ballo, e le vennero in mente le espressioni che usava il figlio quando giocava con i videogiochi. Enea si divertiva a trovare un nomignolo diverso per ognuno dei personaggi, in modo che riflettesse al meglio il ruolo che gli dava.

Silvana s’immaginò di essere anche lei una giocatrice, immersa in una realtà virtuale in cui creava ruoli e faceva giostrare i personaggi come se vivessero in una finzione.

Solo che i suoi protagonisti erano veri e lei, invece di aspettare le loro mosse, gli appioppava dei comportamenti completamente inventati.

Gli eroi di suo figlio non si scalfivano neppure un centimetro quadrato di pelle combattendo con raggi laser e ogni sorta di arma letale. Lei, invece, sarebbe riuscita a non sentire sotto la pelle il minimo cambiamento causato dal passaggio di quel gioco erotico? Oppure ne sarebbe rimasta folgorata?

Quando Silvana giunse nel tratto di strada sotto la villa, il sole si era alzato fino a illuminare la brughiera che rivestiva la montagna a strapiombo sul mare, e la visuale era perfetta.

Il giardino era delimitato da un muretto in mattoncini, alto solo mezzo metro,

che permetteva la vista sulla proprietà perché la siepe interna, eretta come recinzione, si era seccata durante le gelate dell’inverno passato.

Era evidente che nessuno aveva avuto la premura di proteggerla dalle intemperie, che quell’anno erano state particolarmente intense. I mesi invernali di gennaio e febbraio erano stati notevolmente rigidi e la posizione della villa, esposta alla bora proveniente dal mare, non aveva lasciato scampo alla siepe di pitosforo.

Silvana notò gli spuntoni dei pochi arbusti rimasti a ricordo della siepe, quelli che non erano stati ancora carpiti per lasciare posto al nuovo piantonamento. Si capiva che avrebbero completato il lavoro in autunno o nella primavera successiva, perché non era il caso di mettere a dimora le piante in piena estate, correndo il rischio che si seccassero per la siccità.

Silvana aveva la guida distratta e non era perfettamente presente alla strada.

Per sua fortuna il traffico aveva ripreso a trascorrere tranquillo e poiché non c’erano ingorghi da sciogliere, poteva rallentare senza disturbare nessuno. Allungò lo sguardo per sbirciare e mentre passava sotto la casa, cercò di notare se per caso si vedeva qualcuno.

Lanciava occhiate veloci ma attente, credendo di fare un uso svagato e superficiale dello sguardo. In realtà registrava le immagini con ogni particolare.

E finalmente lo vide, in un angolo del prato vicino alla casa, intento ad annaffiare i fiori e a spruzzare di acqua le parti ancora in erba del giardino.

“A quest’ora del mattino?”

Pensò Silvana stentando a credere che qualcuno potesse alzarsi così presto di sua spontanea volontà. Oltretutto per fare qualcosa che avrebbe potuto tranquillamente rimandare a ore più tarde della mattina. Lei, quando non doveva fare il turno del mattino, col cavolo che si alzava prima delle otto!

Vedere quel villeggiante che annaffiava le piante alle sei e un quarto del mattino le sembrò una cosa inconcepibile, assurda, quasi un oltraggio all’essere sano di mente. D’altronde lei non conosceva nulla di quell’uomo, né dei suoi riti quotidiani o da quanto tempo fosse lì ad annaffiare i fiori. Non sapeva neppure quanto tempo ancora sarebbe rimasto lì. O se sarebbe tornato a letto, o cos’altro avrebbe fatto dopo, quando lei non avrebbe più avuto la possibilità di spiarlo.

Non sapeva neanche se era tanto ricco e fannullone, o se quel tipo di vita l’aveva scelto solo per un breve periodo.

Magari era venuto lì per isolarsi, per immergersi in un ambiente diverso che gli desse la concentrazione necessaria a realizzare i suoi progetti.

Oppure era più verosimile che avesse un altro mondo, lontano da lì, in cui viveva la sua vera vita, un mondo completamente diverso da quello in cui si trovava adesso. Quell’estate da trascorrere alla villa sotto monte sarebbe stata solo una breve pausa, alla fine della quale sarebbe tornato alla sua solita routine.

La fantasia stava prendendo il largo spaziando a destra e a manca. Però lei non aveva dato l’autorizzazione a tutta quella libertà e, anche se si divertiva nel gioco di rincorrere i pensieri, non voleva che prendessero troppa confidenza. Aveva paura che invece di vederli volare liberi, alla fin fine potesse perderci il senno nel vano tentativo di stargli dietro.

Arrivò a casa agitata, nervosa, come se una faccenda importante fosse rimasta incompiuta e lei avesse sprecato tempo a farne altre più inutili.

S’infilò nel letto dove suo marito russava ancora e si accoccolò vicino a lui. Sperava che il contatto con il suo corpo le facesse tornare la tranquillità e la calma che le servivano per addormentarsi. Solo di quello aveva bisogno, lo sapeva, di sentire la sicurezza degli affetti, di toccare la concretezza della vita reale. Infatti dopo pochi minuti sprofondò in un sonno pesante e senza sogni.

Spesso Silvana, per via della stanchezza accumulata nel turno in ospedale, doveva aspettare il momento in cui tutto il suo corpo si rilassava prima che anche la mente potesse abbandonare lo stato di veglia.

CAPITOLO DICIANNOVE – GLI AMICI

Quando gli orari di lavoro non coincidevano, e l’incontro con il marito si accavallava solo di qualche quarto d’ora, anziché consumare il pranzo a casa in momenti separati, entrambi preferivano fare tappa al bar di Paola. Lì potevano mangiare un tramezzino, o fare uno spuntino, che gli consentiva di arrivare all’ora di cena senza sentire vuoti di stomaco. In quel modo nessuno dei due era costretto a fare le cose di fretta, e potevano godersi la compagnia degli amici scambiando quattro chiacchiere con loro.

Per Silvana, poi, era l’occasione per trascorrere qualche momento sdraiata a prendere il sole.

Quando arrivava in tarda mattinata approfittava di qualche ora prima dell’inizio del turno pomeridiano in ospedale. Se invece aveva fatto il turno del mattino, allungava la permanenza in spiaggia di qualche mezz’ora dopo aver fatto lo spuntino. Quel pasto, consumato prima o dopo la sosta al sole e senza avere l’impegno della preparazione di un pranzo, era un momento di autentico riposo.

Quel pomeriggio arrivò dall’amica affamata come non mai, in ospedale aveva fatto tardi con il passaggio delle consegne alla collega che le subentrava nel turno, e perciò erano più di nove ore che non mangiava. Quando arrivò al bar, suo marito era già tornato al lavoro e non si videro. Silvana fece appena in tempo a scegliere il suo pranzo, prima di essere assalita dalle dirompenti chiacchiere di Paola.

Meno male che aveva già fatto l’ordine alla ragazza, e fu prontamente servita, altrimenti avrebbe rischiato di restare senza mangiare, e non solo per l’irruenza vulcanica di Paola.

-Silvana, non sai cos’ha combinato mio marito stamattina!

-Stavo finendo di spazzare la piazza dei tavolini, sul lato della passeggiata, e Franco, dietro il bancone del bar, stava aspettando che la macchina del caffè arrivasse alla giusta temperatura per servire i primi clienti. Sai che l’uomo della villa viene sempre prestissimo a fare la prima colazione? Perché dopo ne fa un’altra verso le dieci, ma questa è un’altra storia, te la racconto dopo. Comunque era già lì che aspettava il suo caffè. –

Paola era un fiume in piena, Silvana si stava domandando se, per caso, avesse una scorta di ossigeno nascosta nella trachea. Se no da dove prendeva il fiato per dire tutte quelle parole e riuscendo a farlo tanto in fretta!

-Continuavo a fare il mio lavoro, sai com’è, bisogna sistemare le tovaglie, mettere giù i posacenere, agganciare i ferma tavoli, insomma, badavo alle mie cose e non ascoltavo quello che si dicevano loro due. Quando sono rientrata Franco, candidamente, mi dice che stasera siamo invitati a cena alla villa sotto monte! Gli dico che è matto, non sappiamo nulla di quell’uomo, chi è … cosa fa … vanno in giro certe voci che non sono per niente rassicuranti. –

Quello fu forse l’unico momento in cui riprese fiato.

A Silvana quelle sospensioni sembrarono più delle pause a effetto, fatte apposta per cogliere una sua reazione a quella notizia. Per fortuna le era appena stata servita l’acqua gasata che aveva ordinato, e si mise a bere ostentando una certa disinvoltura. Fino a quel momento non aveva avvertito nessuna particolare emozione e, dopo aver deglutito i primi sorsi di acqua, riuscì persino a fare un piccolo commento.

-Vai a cena dall’uomo misterioso? Magnifico! –

Quell’esclamazione, con tanto di aggettivo esagerato, le era uscita talmente istintiva che, in cuor suo, sperò che Paola non gli desse troppo peso. Così fu, infatti, e l’amica riprese a parlare senza tenere in alcun conto l’espressione usata da Silvana. Era talmente impegnata nel racconto della notizia da non aver spazio per prestare attenzione alle sue esclamazioni. Purtroppo ne aveva un ben valido motivo.

-Beh, veramente non è un invito esclusivo, a essere sinceri parteciperanno diverse persone, tutte quelle che ha conosciuto in questi primi giorni al mare; aveva piacere di trascorrere una serata in compagnia e ha organizzato una specie di festa alla villa. Stamattina, mentre chiacchierava con Franco, ha detto che vuole conoscere altra gente del posto e per questo ha piacere se ci siamo anche noi. A proposito, dovete esserci anche tu e tuo marito, l’appuntamento è per le nove e mezzo alla villa sotto monte. –

-Ma sei matta! –

Il cuore le era salito in bocca, il morso al panino che aveva appena cominciato, stentò a restargli tra i denti, e quelle poche parole le uscirono dalla bocca storpiate e confuse. Mentre la sua amica stava parlando, nella sua mente si era affacciata l’immagine di lui che annaffiava i fiori di primo mattino, e solo quel pensiero le aveva fatto male.

La sparata di un invito alla festa in villa aveva provocato una brusca interruzione dei pensieri, e un inaspettato scontro con la realtà. Silvana per poco non si strozzò con il cibo. Non sapeva quanto di vero ci fosse in quella proposta o se, piuttosto, la sua amica non la stesse prendendo in giro. Comunque fosse, lei non ci sarebbe andata a quella festa, e non avrebbe fatto sapere nulla neppure a Claudio, suo marito.

-No che non sono matta – riprese Paola per nulla intimorita dalla reazione dell’amica. –

-Franco è stato il matto che ha accettato l’invito, senza neppure chiedere consiglio! Per di più mi ha detto che l’uomo misterioso, come lo chiami tu, ha chiesto il favore di dirlo a te, e a chiunque altro potesse venirci in mente da fargli conoscere. Franco sembrava contento come se a organizzare la festa fosse stato lui! Ho provato a dirgli che secondo me c’è qualcosa di strano, ma lui mi ha fulminato con lo sguardo, come se io potessi conoscere qualcosa che lui, invece, ignora. –

-Ma io non so niente di quell’uomo, solo che mi sembra stravagante dare una festa per conoscere nuova gente. Allora Franco mi ha detto: perché cosa c’è di strano a voler conoscere le persone dei dintorni? Così ho dovuto ammettere che non c’è niente di male a voler conoscere le persone e ho smesso di discutere, per evitare complicazioni. Comunque ci sarà tanta gente e quindi, due in più o in meno, non faranno la differenza. Perciò vedi tu io sinceramente non so cosa pensare, comunque l’invito te lo dovevo fare e te l’ho fatto. –

Paola era tornata a essere un fiume in piena e accompagnava le parole con un gesticolare convulso, come per dimostrarsi contrariata e con la voglia di coinvolgere l’amica nella sua finta arrabbiatura.

Stava ancora asciugando i bicchieri, quelli nel cestello della piccola lavastoviglie, e li ripassava continuamente con lo strofinaccio, come se volesse consumarli.

-Ma dai, non prendertela se tuo marito ha accettato – cercò di rabbonirla Silvana – dopotutto potrebbe essere una serata divertente. Noi comunque non veniamo, te lo dico subito, intanto perché non credo di essere il tipo di persona che vorrebbe conoscere, io, poi, l’avrò visto di sfuggita solo un paio di volte. –

La risposta di Paola fu un po’ troppo pronta.

-Lo scopo della festa è di fare nuove amicizie e, comunque, se anche non ti conosce, ha ben in mente chi sei. Ti ha descritta a Franco in un modo che non lasciava adito a dubbi, perciò lui mi ha detto subito di invitarti, perché era certo che fossi tu la persona che vorrebbe conoscere. Forse tu l’avrai visto solo di sfuggita, ma lui, invece, ti ha visto molto bene! –

Pronunciando quell’ultima frase, un sorrisetto malizioso increspò il lato destro del viso di Paola. Era lo stesso sorriso che era apparso quando aveva distrattamente posto l’accento sull’aggettivo stoltamente tirato in ballo da Silvana. E lei che aveva tanto sperato le fosse sfuggito!

Tutte quelle allusioni e sottintesi stavano rivelando il vero fine della sua amica.

Aveva usato un gran fiume di parole solo per cercare degli appigli maliziosi.

L’irritazione di Silvana era arrivata al culmine e questo le fece tirar fuori la grinta necessaria a porre fine a ogni discussione.

-Forse hai ragione, ma per me sono andati a intuito, tutti e due. E tuo marito ha capito i fischi per i fiaschi. Ad ogni modo stasera noi non ci saremo, non veniamo alla festa, perché domattina, sia io sia Claudio, abbiamo il turno presto, e non è il caso di fare tardi. Per di più stasera passerà Enea per un saluto perché domani partiranno per le vacanze. Domani mi racconterai quello che è successo. –

Indispettita dalle troppe spiegazioni che si era sentita in obbligo di dare per quel rifiuto, Silvana raccolse le sue cose se ne andò. Quel giorno non si sarebbe sdraiata qualche minuto sotto il sole, il nervosismo non la faceva restare lì un minuto di più.

S’inventò delle scuse su due piedi, voleva chiudere l’argomento e distrarsi dalle mille chiacchiere e dai sottintesi maliziosi di Paola. Se ne andò talmente in fretta, e senza guardare in faccia la sua amica, che finì col non accorgersi degli occhi buttati al cielo e dell’espressione consapevole dipinta sul viso dell’amica. Una chiara allusione a un “non sai quello che ti aspetta” che non era riuscita a dirle.

Silvana tornò a casa irritata e scocciata. Era una situazione assurda e lei si sentiva oltraggiata per quell’invito fatto attraverso terze persone.

Quell’uomo l’aveva praticamente spogliata con lo sguardo, aveva scavato dentro di lei provocandole sensazioni sconosciute. E adesso alla prima occasione di un approccio serio, si era rifugiato dietro l’invito fatto tramite un’altra persona!

Pur ammettendo che fosse nata una certa intimità con quegli scambi di occhiate, dopo la rivelazione dell’accurata descrizione fatta a Franco non c’era più la magia della segretezza. Erano diventate di dominio pubblico.

Silvana sentiva crescere una sconosciuta rabbia verso quell’uomo. Se lo scopo dell’invito a cena era di fare ufficialmente la sua conoscenza, lei era decisa a non lasciare che le cose andassero nella direzione e nei modi imposti da lui.

Lei gli avrebbe fatto capire come ci si comporta con le persone e, in maniera particolare, con una come lei.

Anche ammettendo le buone intenzioni nell’organizzare la festa, nulla cambiava la realtà di quell’invito fatto tramite altri. Neppure l’insolenza di quanto successo al mare si poteva perdonare. Perciò lei non sarebbe andata alla festa, punto e basta.

Non si sarebbe neppure presa la briga di discuterne con il marito, che oltretutto non era il tipo cui piacevano le improvvisate. Non riusciva proprio a immaginarsi come avrebbe potuto reagire all’invito fatto da uno sconosciuto.

CAPITOLO VENTI – L’INVITO

Silvana entrò in cucina contenta di ritrovare l’ordine che aveva lasciato al mattino. Quando restava fuori a pranzo di solito si avvantaggiava con i lavori domestici e sparecchiava anche la colazione. In quel modo appena rientrava dal lavoro o dal mare poteva subito preparare la cena.

Indossò il grembiule e tirò fuori la carne dal frigo, preparò il tagliere e, mentre prendeva il coltello dal cassetto, sentì suo marito aprire la porta per entrare in casa.

-Puoi toglierti il grembiule, stasera non devi preparare da mangiare. –

-Hai portato la pizza? –

-No, usciamo. –

-Usciamo? E dove andiamo? Con chi? –

Era allibita, suo marito non era il tipo da organizzare un’improvvisata del genere, quel suo comportamento non era usuale.

-Con nessuno, cioè, non proprio. Oggi, quando sono andato a mangiare da Paola, Franco mi ha invitato alla festa della villa sotto monte. –

Dopo avere pronunciato quelle tra frasi che avevano il sapore di una sentenza, Silvana restò esterrefatta e lui se ne andò in camera per spogliarsi e fare la doccia. Silvana si voltò verso il centro della stanza appoggiando il fondoschiena al piano del tavolo, le braccia le scivolarono mestamente lungo i fianchi, con ancora il coltello penzolante in mano.

Non trovava una spiegazione per quella scelta del marito e non capiva il suo atteggiamento accondiscendente. Per non parlare di quello complice di Paola che, da brava amica, non le aveva neppure detto che Franco e Claudio si erano già messi d’accordo.

Tentò qualche rimostranza parlando a voce alta dalla cucina. Voleva far passare quell’invito come una cosa di poco conto e poi lei aveva già la cena pronta.

-Paola ha detto anche a me della festa, ma ho già da mangiare pronto, devo solo metterlo sul fuoco. E poi, se non ho capito male, è una festa per conoscere gente e non è detto che si ceni.

Purtroppo suo marito aveva già la risposta pronta.

-Ci sarà un buffet, quindi non è il caso di arrivarci a stomaco pieno, se poi sarà scarso, vorrà dire che per una sera abbiamo l’occasione di mantenere la linea. –

Il discorso si chiuse da solo e significava che Claudio aveva già preso la sua decisione, a nulla sarebbero valse opposizioni o proteste. Silvana non poteva neppure inventarsi una scusa per restare a casa da sola, o addirittura cercare di evitare il suo coinvolgimento all’invito. Avrebbe suscitato sospetti, e data la situazione non era proprio il caso.

Doveva arrendersi allo stato delle cose, opporsi significava solo alimentare la curiosità. Ora che le circostanze erano reali, e non solo il frutto della sua fantasia, doveva stare attenta a ogni passo.

Dopo ciò che l’uomo misterioso aveva detto a Franco non era escluso che Silvana sarebbe stata costretta spiegare la faccenda degli sguardi.

Suo marito era andato a farsi la doccia e lei, con calma, tolse il grembiule di dosso. Lo appese sul retro dell’anta del ripostiglio e poi sprofondò nella poltroncina di fianco al caminetto.

C’era un che di paradossale in quegli avvenimenti. Lei che cercava di resistere all’intrusione nella sua vita di quell’uomo di cui non conosceva nulla. E suo marito che si buttava a braccia aperte verso quella nuova conoscenza.

Entrambe le posizioni erano un’anomalia dei loro comportamenti. Lei non si lasciava andare emotivamente e Claudio non accettava mai inviti fatti da nuove conoscenze. Prima voleva sapere con chi aveva a che fare. Sicuramente in quell’occasione si era lasciato trascinare da Franco, che, quando s’invasava di una persona o di una situazione, riusciva a coinvolgere anche le altre persone.

Un sorriso sbieco le increspò le labbra, com’era strana la vita.

Mentre lei cercava di fuggire dalle emozioni per paura di quello che le poteva succedere, il marito che si buttava decisamente nella fossa con il leone!

Silvana stava soppesando i pro e i contro. Se inizialmente aveva pensato di correre dei rischi nell’accettare quell’invito, ora che la scelta era stata fatta, doveva ammettere che c’era ben poco di pericoloso nel recarsi a quella festa. Ci sarebbe stata tanta di quella gente che i loro sguardi, se mai si fossero ripetuti, sarebbero sprofondati nell’indifferenza totale.

Adesso che si era messa l’anima in pace riguardo alla partecipazione al party, si rese conto con orrore di non avere qualcosa di decente da indossare.

Si alzò di scatto dalla poltroncina e si avviò verso l’armadio a muro nel corridoio. Spalancò le ante a scorrimento, quelle della parte in alto a destra, dove teneva i suoi abiti per gli eventi speciali. Avrebbe voluto indossare qualcosa di elegante, ma che non apparisse troppo ricercato. Qualcosa che le stesse splendidamente, senza dare l’impressione di voler essere in primo piano.

Sapeva che quella non sarebbe stata una serata normale e voleva sentirsi a suo agio.

Non voleva indossare abiti casual, il vestito doveva avere qualcosa di speciale. Certo non appariscente, in modo da nascondere le segrete motivazioni che la spingevano a farsi notare. Non sapeva proprio quale avrebbe scelto, a mente non riusciva a ricordarne uno che potesse andar bene per quella serata.

L’occhio cadde su un abito batik che aveva fatto cucire da Luciana, la sua sarta di fiducia, con una stoffa che Paola le aveva portato in regalo quando era stata in Thailandia. Sì, quello avrebbe fatto al caso suo.

Soddisfatta della scelta si preparò per la doccia, lasciò cadere gli abiti nel cesto della biancheria sporca e prese l’accappatoio pulito dall’armadio. Quello era uno dei vantaggi di non avere più un figlio in giro per casa, poteva spogliarsi e spostarsi da una stanza all’altra senza farsi problemi di coprirsi da sguardi indiscreti.

Sotto l’acqua bollente usò un bagnoschiuma poco profumato, fece uno shampoo veloce e si cosparse il corpo di crema emolliente per ammorbidire gli effetti dell’abbronzatura.

Il colore paonazzo dei primi giorni aveva lasciato il posto a una pelle dorata con una sfumatura quasi color miele.

CAPITOLO VENTUNO – IL PARTY

Giunsero alla villa a un quarto alle dieci e sulla strada antistante al giardino vi erano già molte auto parcheggiate. Silvana e Claudio preferivano non essere in anticipo sugli eventi e, anche in quell’occasione, gradirono il fatto di arrivare sul posto quando le danze erano già cominciate.

Lasciò che il marito cercasse il parcheggio, intanto Silvana scese all’ingresso del cancello, quello della siepe che ora non c’era più. Era quello il punto da cui aveva spiato l’uomo misterioso, di passaggio con l’auto la mattina in cui c’era stata la deviazione del traffico.

Si fermò a un passo dall’ingresso per attendere l’arrivo di Claudio. Era tranquilla, ma non voleva entrare da sola e sembrare sperduta. Soprattutto nel caso d’incontri a sorpresa.

Piccoli faretti illuminavo il prato e dalla casa partivano fasci di luce che si muovevano tra il tavolo del ricco buffet e la zona del ballo.

Un’orchestrina alternava pezzi di musica romagnola e balli brasiliani, senza un ordine preciso. Un paio di camerieri giravano con vassoi ricchi di spuntini e bicchieri di vino, si districavano con abilità tra le persone in piedi e raggiungevano i tavolini più lontani.
Silvana e Claudio fecero appena in tempo a varcare la soglia del cancello e il padrone di casa venne loro incontro manifestando un’accoglienza calorosa e lievemente esagerata.

-Benvenuti a villa Enea, io sono Piero, i signori … –

-Adami, Claudio e Silvana, piacere. –

Suo marito aveva risposto velocemente e con gentilezza, mettendosi subito sulle stesse corde dei modi di fare di Piero. Silvana era rimasta incantata dall’affabilità e dall’atmosfera allegra e spensierata in cui si stavano immergendo. Piero le prese la mano, avvicinandola alla bocca per un bacio di eccessiva galanteria, e Silvana ebbe la netta sensazione di perdere il terreno sotto ai piedi.

Non riuscì a guardarlo dritto negli occhi e, tenendo ben stretto il braccio del marito, quasi tremò per il terrore di tradirsi con un’emotività di cui non avrebbe saputo arginare gli effetti.

Un attimo dopo quel convenevole scambio, Claudio si staccò da lei per andare a salutare gli altri amici. Piero, con decisione ma dolcemente, prese il braccio di Silvana per trascinarla nel vortice della festa. Lei fu costretta a seguirlo, non poteva fuggire o nascondersi dietro al marito perché era sparito, e non aveva altra possibile via d’uscita.

-Venga, le faccio conoscere alcune persone. –
Non rispose, non sapeva cosa dire né cosa fare, l’unica possibilità era lasciarsi accompagnare senza opporre resistenza. Doveva mantenere il contatto con il terreno sotto i suoi piedi per non perdere di vista la realtà che la circondava.

Attorno a loro ruotavano persone sconosciute e volti di amici. Era un’atmosfera gioiosa e ricca di piacevoli sensazioni e il senso di leggerezza di Silvana cresceva di minuto in minuto.

Piero le presentava i suoi amici, tutta gente giovane e affabile come lui, mentre Silvana era sempre più avvolta in quel vortice di amicizia e di spensieratezza.

Rispondeva con cortesia e gentilezza a tutti, riusciva a ridere e scherzare trovandosi a suo agio con chiunque, ma quell’eccesso di confidenza le sembrava innaturale. Non si era mai sentita parte di un ambiente del genere, eppure in quel frangente scambiava chiacchiere e risate con estrema disinvoltura.

Le sensazioni che aveva avvertito a spiaggia, quando la presenza di Piero si era imposta ai sensi come un’imprigionante ragnatela, adesso non c’erano più. Avevano lasciato spazio a un mellifluo lasciarsi trasportare da lui.

Si sentiva attrice di un sogno in cui i fatti non si svolgono per volontà dei protagonisti, ma per adesione alla trama scritta da qualcun altro. Non aveva modo di preoccuparsi per quanto stava vivendo e per come lo stava facendo, lo viveva e basta. Ogni tanto alzava lo sguardo verso di lui, e quando i loro occhi s’incrociavano era naturale condividere una certa complicità.

Salutando tutti quegli amici tra loro due passava un filo sottile di curiosità e divertimento. Semplice così.

Un cameriere si avvicinò, lui prese due bicchieri e porgendone uno a lei si diresse verso un divanetto di vimini. Silvana lo seguì mentre iniziava a sorseggiare il contenuto del calice. Era un prosecco di ottima qualità e tutto si poteva dire in quella serata, tranne che ci fosse stata scarsa attenzione alla cura dei dettagli.

Dopo averle passato il bicchiere del vino, Piero aveva dolcemente messo la mano sul gomito di Silvana sospingendo il braccio per farsi seguire. Si diressero verso il salottino di vimini. Quando si furono seduti, lui posò la mano sulla parte di avambraccio che gli era più vicina. Silvana sentiva il calore scaldarle la pelle trasmettendo una soffice sensazione di carezza.

L’incanto dei primi istanti era ancora vivido e continuava a mantenersi tale per effetto della musica e del roteare delle persone attorno a loro.

Ogni tanto qualcuno passava per salutarlo e lui li ricambiava con un cenno. Silvana guardava le tante persone che erano state invitate al party, scoprendo chi conosceva e chi no. Con le dita della mano libera dalla carezza di Piero tamburellava il ritmo delle canzoni sul bracciolo del divanetto. Tra di loro non c’erano parole, godevano gli istanti di quel magico momento senza cercare nulla di diverso.

Silvana era immersa in un mondo fatto solo di loro due, una bolla di leggerezza e spensieratezza che la faceva lievitare da terra. Con i pensieri, se non altro. Ma avrebbe potuto anche andarsene, alzarsi dal suo posto e cercare di ritrovare il marito.

Nel momento in cui quel pensiero le attraversò la mente, la mano posata sul suo braccio diede una stretta più decisa.

Piero aveva capito cosa le fosse girato per la testa e voleva darle un motivo per desistere. In realtà lei non aveva nessuna intenzione di andarsene e preferiva continuare a restare lì, per bearsi in quello sciocco momento di abbandono.

Le sensazioni di quel contatto a pelle con lui si stavano infilando nel profondo, com’era successo in spiaggia. Ma non con la stessa intensità di quando era sdraiata sotto il sole.

Quel brivido d’emozione con una fitta al cuore e il gemito che scendeva al centro del ventre non era ancora ricomparso.

Silvana si stava domandando se tutto quello che aveva vissuto in spiaggia non fosse stato un frutto esagerato della sua fantasia. Però doveva smetterla di porsi domande a cui non riusciva a dare risposta. In quegli istanti era in armonia e serenità, libera da ogni implicazione con il sesso, questo le doveva bastare.

Improvvisamente lui si alzò perché qualcuno lo stava chiamando. Le rivolse un’occhiata per scusarsi e se ne andò verso le voci che lo avevano distratto. Dopo che la mano abbandonò il suo braccio, Silvana avvertì un’iniziale sensazione di freddo, cui poi tentò di rimediare appoggiandoci sopra la sua. Mentre cercava di distrarsi per riprendersi da quello stato di momentaneo torpore, poco lontano da lei vide Paola e suo marito che si avvicinavano.

Silvana notò che anche la sua amica aveva curato in maniera particolare l’abbigliamento e il trucco.

Probabilmente voleva adeguarsi alla serata, ma di certo era anche più attenta di lei nel tenere in considerazione l’importanza delle pubbliche relazioni.
Silvana si alzò e andando incontro a suoi amici, li prese sotto braccio mettendosi a camminare in mezzo a loro.

La festa proseguì così com’era cominciata, con l’allegria e la leggerezza degli incontri estivi. Gli invitati si erano facilmente immedesimati nel clima del party e adesso erano ancora più coinvolti nel rendere spensierata l’atmosfera.

Silvana non rivide Piero, o perlomeno non ci furono altri momenti in cui si trovarono a tu per tu.

Nonostante la mancanza di contatto visivo, Silvana avvertiva il suo sguardo posato su di lei.

Sapeva che, con chiunque e dovunque fosse, il pensiero di Piero era sempre rivolto a lei. Quei pochi minuti che avevano trascorso assieme, seduti uno accanto all’altro con la pelle che si sfiorava di continuo, avevano creato un contatto fisico che li legava come non avrebbero potuto mille parole o un milione d’intenti.

Si sentiva avvolta dall’alone dei suoi pensieri e circondata dall’intensità dei suoi sguardi. La consapevolezza di essere sotto questa cappa d’insistenza non la imbarazzava, anzi, cominciava a desiderarla, a darla per scontata, a considerarla una mancanza se non ci fosse stata. Erano diventati amici intimi senza aver compiuto alcun gesto particolare e senza aver aperto uno scambio di confidenze che lo giustificasse.

Quando la festa fu al culmine del suo svolgimento, Silvana e Claudio, decisero di tornare a casa.

Avevano degli impegni il giorno dopo e dovevano preoccuparsi di non svegliarsi tardi o, peggio, di dover fronteggiare colpi di sonno durante le ore lavorative. Per di più, sia lei sia il marito, non erano dei nottambuli e la sera preferivano rientrare presto. Nel loro orologio biologico le ore della notte fonda erano fatte per dormire. Inoltre entrambi gestivano meglio la giornata se non stavano alzati fino a tardi la sera.

Durante il tragitto in automobile Claudio continuava a chiacchierare di questo e di quell’altro, come se fosse ancora immerso nei discorsi con gli amici. Silvana cercava di sostenere la conversazione, ma non indugiava sui particolari. Non voleva tradire le sue emozioni, e manteneva l’attenzione concentrata su quello che diceva il marito. Annuiva e rispondeva, per non lasciare la mente andarsene altrove.

CAPITOLO VENTIDUE – IL TEMPORALE

Qualche giorno dopo l’avvio della giusta terapia, Dante uscì dall’ospedale per fare ritorno a casa.

Le cure assidue non erano più necessarie e si poteva iniziare il graduale rientro alla solita vita quotidiana. Il distacco dalla struttura sanitaria fu abbastanza difficile. La routine alla quale si era abituato era una delle condizioni che meglio gli permetteva di sopportare e reagire bene alle cure.

L’ostacolo più grande, comunque, sarebbe stato non avere avuto sempre vicino “la sua signora” .

Dante tornava a casa sua, tra le mura amiche e in compagnia delle persone cui voleva bene, ma c’era sempre il rischio che il cambiamento potesse infastidirlo. Poteva procurargli qualche ricaduta nel disagio, il che avrebbe compromesso il proseguimento della terapia. Le consuetudini giornaliere e la regolarità della vita in ospedale lo ponevano al riparo da qualsiasi sbalzo emotivo. Il suo soggiorno si era protratto più a lungo proprio per questo motivo, per tenerlo al riparo da scossoni nel periodo di assestamento della terapia.

Ciò aveva contribuito a legarlo ancor di più all’ambiente e alle persone che lo stavano seguendo. La possibilità di avere un punto di riferimento preciso in Silvana, poi, era un altro fattore di stabilità. Elemento importantissimo per lui che aveva tanto bisogno di sicurezza. Non era un caso se riusciva a mangiare con tranquillità solo quando aveva la sua infermiera preferita vicino. Ed era un fatto assodato che lui, nei momenti in cui stavano insieme, non pensava ai vuoti di stomaco.

Quando poteva distrarsi camminando assieme a lei erano più sopportabili le somministrazioni di medicinali e i fastidi degli effetti collaterali dovuti ai farmaci.

Nei momenti in cui Silvana gli dedicava un po’ di tempo con la lettura di qualche storia, Dante chiudeva gli occhi immaginandosi posti lontani. Volava assieme alle parole che lei gli raccontava e in quei momenti non aveva paura di niente. Si rilassava fin al punto di addormentarsi.

Nonostante le preoccupazioni nel cambio della terapia, la condizione di Dante migliorava costantemente, come si erano augurati i dottori. Questa situazione aveva permesso il rientro a casa e, per assicurare una certa continuità, i medici avevano trasmesso i dati delle cure in mano alla famiglia.

Si raccomandarono di seguire alla lettera le indicazioni della terapia e di rivolgersi immediatamente a loro qualora avessero avuto problemi.

Le paure che si profilarono nel dover affrontare quei cambiamenti si smorzarono nel giro di pochi giorni. Gli equilibri si assestavano e anche la vita a casa riprese ad avere un ritmo regolare. Dante però sapeva che alcune cose erano cambiate veramente per lui. Nonostante avesse mantenuto inalterate le abitudini, lo scorrere delle ore non aveva più la stessa cadenza di prima.

Non cercava più i fiori rosa, non giocava con i bambini e non si ricordava neppure chi era Claudia. Non andava più a lavorare all’oratorio e le sue giornate erano scandite dai ritmi a casa con la zia Cecilia.

Dante era cambiato anche nel fisico, aveva messo qualche chilo addosso e questo lo rendeva impacciato nei movimenti.

Le sue mani non stringevano più forte come una volta e lui non aveva la stessa sensibilità quando toccava gli oggetti. Quella diminuzione di percezione nel senso del tatto, e la diversa condizione nel rapporto con la sua fisicità, comportavano un certo disorientamento. Però Dante aveva trovato un suo modo per adeguarsi alla nuova situazione. Aveva sostituito le abitudini che avevano accompagnato quegli stati di conforto con se stesso, come la ricerca dei fiori rosa, con altre che gli procuravano le stesse sensazioni.

Se prima volava con i suoi pensieri, e nel farlo compiva gesti ripetitivi contro la finestra, adesso provava le stesse sensazioni mentre ascoltava i racconti che gli faceva Maria.

Lei leggeva le storie sui libri e anche se la lettura era stentata, e di certo non scorrevole come quella di Silvana, lui riusciva lo stesso a immaginare i posti e i paesaggi che sua sorella gli raccontava.

S’impegnava in voli che niente avevano a che fare con la ricerca dei fiori rosa, ma che gli procuravano lo stesso molta rilassatezza. Non avere le mani impegnate in lavori fisici, come faceva quando stava con i ragazzi dell’oratorio, non era un grande problema, perché adesso aveva trovato altri modi per essere attivo.

Si lavava spesso le mani e lavava anche i suoi giochi. Impegnava molta parte del suo tempo a mettere in ordine le macchinine di Carlo, suo cugino.

Oltre a scandirgli il corso delle giornate quelle mansioni lo aiutavano a tenersi occupato e a distrarlo dalla voglia di contatti con altre cose o persone. Lavarsi e lavare i giochi erano il suo passatempo preferito, sentire scorrere l’acqua sulla pelle o vedere luccicare i giochi nei colori brillanti della latta gli dava molta soddisfazione.

Quando non aveva niente da fare preferiva mettersi comodo e stare con la zia a guardare fuori dalla finestra, a vedere la gente che passava. L’estate era ormai esplosa e tante persone andavano a spasso per le strade. Qualcuno si sedeva sotto l’ombra delle piante per godere il fresco durante le ore più calde.

Trascorso il periodo di assestamento, durante il quale si presero le misure della nuova situazione di vita per Dante, finalmente gli fu concesso di tornare a uscire come faceva un tempo.

Le prime volte furono solo brevi uscite, normali passeggiate con la zia Cecilia, poi Dante cominciò ad andare per conto suo.

Gli piaceva stare fuori, anche se doveva tenersi vicino alla casa della zia e anche se poteva farlo per qualche mezz’ora soltanto. Un giorno, mentre passeggiava sul marciapiede della strada di fronte al palazzo, sentì un’aria che lo spingeva da dietro. Era un venticello piccolo, che non faceva freddo, ma alzava i capelli e guastava la camicia. Mentre cercava di capire cosa stesse succedendo, intorno diventò talmente buio che sembrava notte.

Dante si spaventò, la zia non lo aveva chiamato perché era tardi, quindi non era ora di rientrare, allora da dove veniva tutto quel buio? Poi ci fu una grande luce, una luce grande grande che gli fece venire il buio agli occhi, e Dante si spaventò moltissimo.

Poco dopo arrivò un rumore fortissimo, come quello di tanti camion, che terrorizzò Dante e lo fece correre via lontano.

Non riusciva a capire quello che stava succedendo e l’unica cosa che gli venne in mente fu di scappare da quella confusione. Grandi gocce iniziarono a cadergli sulla testa, sentiva quanto erano grosse e pungenti perché gli arrivavano dritte sulla pelle scoperta.

Ogni tanto alzava le braccia sulla testa per proteggersi da quel diluvio, e correva cercando di fuggire da ciò che non capiva. Era tutto bagnato, come quando si lavava, ma non era divertente. Il terrore delle luci abbaglianti e la paura dei rumori forti, lo faceva correre ancora di più.

Si fermò quando si accorse di non sentire più le gocce sopra la testa. Abbandonò le braccia lungo il corpo e lentamente si mise a sedere appoggiandosi al muro. Era arrivato sotto il cavalcavia sopra al quale passava la strada, e l’acqua non gli cadeva più addosso, ma le luci e i rumori si vedevano e si sentivano ancora.

Dante era spaventato e per proteggersi da quel putiferio s’era accucciato sul piccolo marciapiede del sottopassaggio stradale.

Aveva rimesso le braccia sopra la testa cercando di coprirsi le orecchie, voleva isolarsi. Teneva le gambe rannicchiate e ogni tanto le stringeva forte immergendo il mento nello spazio tra le due ginocchia.

All’improvviso sentì qualcuno che lo scuoteva forte sulle spalle, era l’uomo buono del supermercato. L’aveva visto mentre correva all’impazzata e adesso lo stava aiutando a rialzarsi. Gli parlava sottovoce e dolcemente lo convinse a venire via da lì. Salirono in macchina e lo riaccompagnò a casa.

La zia Cecilia s’era spaventata moltissimo perché non avendolo visto passeggiare vicino a casa quando aveva cominciato a piovere, aveva temuto il peggio. In casa era andata via la corrente elettrica e il buio era diventato totale. La paura che uno di quei fulmini avesse portato via il suo Dante era stata grande.

Adesso che lo aveva di nuovo vicino, lo accarezzava tutto, lo abbracciava e lo asciugava con l’asciugamano morbido e profumato.

Lentamente l’intensità del temporale iniziò a calare e diminuì anche la paura dei rumori e delle luci. Adesso che Dante non li vedeva più non aveva più bisogno di scappare o di tapparsi gli occhi e le orecchie. Le amorevoli cure della zia avevano riportato la situazione sotto controllo e poteva sedersi tranquillo a guardare fuori dalla finestra.

Mancavano ancora alcune ore prima del ritorno della mamma e ciò che preoccupava Dante era che potesse arrabbiarsi con lui per essere andato dove la zia non poteva vederlo. Attese la sera con trepidazione perché sapeva che sarebbe stato sgridato, e non avrebbe potuto giocare con sua sorella Maria o restare fuori di casa altre volte.

Quando sua madre rientrò la zia raccontò quello che era successo e lei non lo sgridò per niente. Dante era contento, perché se non c’erano rimproveri voleva dire che lui non aveva fatto niente di male.

CAPITOLO VENTITRÉ – EPISODIO DUE

Nei giorni in cui doveva fare il turno del pomeriggio, Silvana spesso decideva di andare qualche ora a spiaggia la mattina, sia per mantenere inalterata l’abbronzatura, ormai consolidata, sia per stare un po’ di tempo fuori di casa. Quel mercoledì di metà giugno fece proprio al caso suo poiché uno splendido sole invogliava a scendere verso il lido di sabbia.

Raccolse l’indispensabile, indossò il costume e il pareo, e si avviò a piedi verso il viale alberato che conduceva al mare. La passeggiata non sarebbe stata più lunga di un chilometro, lei teneva la borsa sottobraccio alla mano destra, con i manici che le cingevano la spalla e le dita che ne stringevano l’apertura. Con l’altro braccio seguiva il movimento del suo camminare, tranquillo e rilassato, mentre gli occhiali da sole proteggevano gli occhi dalla luce che penetrava tra le chiome degli alberi.

Una bicicletta passò vicino al marciapiede fino quasi a sfiorarla, ma Silvana riuscì a mantenere il suo passo evitando di farsi urtare.

Qualche metro dopo averla superata, la bicicletta si fermò di colpo e chi stava in sella voltò lo sguardo fissandola in viso.

-Bella signora, dove te ne vai a spasso da sola? Posso darti del tu o sono troppo impertinente? –

Era Piero. Il suo tono brioso e amichevole la costrinse a fermarsi. Non poteva evitarlo e non poteva far finta di niente. Anche se ancora una volta era senza parole, come non le era successo mai e con nessuno. E come, invece, si stava ripetendo nelle occasioni in cui si trovava da sola con lui.

Vedendola in difficoltà, Piero non aspettò la risposta e scendendo dalla bicicletta, si avvicinò mettendosi a camminare al suo fianco.

-Facciamo così, l’accompagno per un pezzo di strada, poi la lascio raggiungere in pace la sua spiaggia. –
Voleva metterla a suo agio, questo era evidente, e cominciò col parlare di niente, usando un tono formale. Voleva scalzare il mutismo di Silvana perché si era accorto del suo imbarazzo. Stava facendo marcia indietro sulla confidenza che si era permesso di darle.

Probabilmente il silenzio gli metteva soggezione e smorzava il suo brio. Ma Silvana non riuscì a trattenersi dal ridere per quel comportamento che cambiava a seconda della reazione delle persone.

Scoppiò in una risata eccessiva che, se non altro, era un modo per sdrammatizzare. Quel genere di conversazione le offriva lo spunto ideale per punzecchiarlo e contribuì a rimetterle le parole in bocca.

-Se dobbiamo mettere delle distanze tra noi, allora io non dovrei neanche permetterle di accompagnarmi.

Così dicendo Silvana riprese a camminare sul marciapiede e Piero riprese il passo al suo fianco reggendo la bicicletta con entrambe le mani appoggiate sul manubrio. Si muovevano all’unisono e non sentirono il bisogno di aggiungere altro. Lui sorrideva senza parlare, lei continuava a scuotere leggermente il capo.

Il tragitto era breve e quei pochi momenti prima di raggiungere la spiaggia trascorsero nel mutismo di entrambi, contenti per il solo fatto di essersi incontrati.

Quando arrivarono alla strada che portava ai bagni di Giorgio, Piero la salutò posandole una mano sul braccio e un sorriso si allargò sul suo volto fino a illuminargli gli occhi. Poi salì velocemente sulla bicicletta e proseguì lungo il viale del lungomare.

Silvana si fermò un attimo, il tempo di rispondere al saluto, poi con lo sguardo seguì la figura che si allontanava sotto l’ombra delle piante.

Riprese il vialetto scuotendo la testa e si avviò verso la spiaggia. Era calma, per nulla agitata come le era successo nei precedenti incontri e questo le fece credere di essere vicina alla fine di quella specie d’infatuazione.

Fece sistemare la sdraio al solito posto, stese l’asciugamano curando che non facesse alcuna piega, che poi le avrebbe dato fastidio lungo la schiena, e si adagiò sopra.

Fu in quel momento, nell’esatto istante in cui si mise seduta, che si accorse dell’eccitazione del suo sesso e di quanto fosse gonfio e umido.

Ebbe un attimo di panico totale, non si era mai trovata in quelle condizioni se non nel letto con suo marito. Il viso le avvampò per l’emozione, ma fortunatamente la discreta abbronzatura avrebbe garantito un minimo di protezione dalla figuraccia.

Si aggiustò gli occhiali sul viso per darsi un contegno e cercò qualcosa da fare per togliersi dall’imbarazzo. Guardò nella borsa per trovare qualche crema da spalmare sulle braccia e sul viso e quando la trovo, iniziò un lento rituale.

Nel frattempo il suo cervello aveva cominciato a ragionare su quello che le stava succedendo e la prima risposta che si diede la terrorizzò.

Ecco perché non aveva sentito le stesse emozioni agitarle il ventre e confonderle la testa come nelle altre occasioni! Perché si erano concentrate tutte in basso! Dio Santo!

Così non andava bene per niente, doveva assolutamente trovare un rimedio e far rientrare tutto al più presto. Se continuava con quel passo avrebbe rischiato di trovarsi in una situazione ingovernabile. La libertà di giocare con la seduzione era un lusso che non poteva permettersi. Sapeva che alla fine non sarebbe più riuscita a controllarsi. Quegli sguardi ricchi di sottintesi a cui non si era perentoriamente sottratta, alimentati dalla sua fantasia erotica, adesso stavano dando i loro frutti.

Calma, doveva ragionare con calma. Se quella faccenda avesse avuto degli sviluppi, e lei non ne era certa, di sicuro non sarebbe stata capace di viverli fino in fondo. Aveva il terrore di un’avventura. Non aveva mai pensato di poter vivere una storia d’amore fuori dal matrimonio, figurarsi se adesso riusciva a farsi un amante sotto gli occhi del marito!

Il gioco della fantasia si era già spinto troppo oltre.

In più erano arrivate anche le complicazioni dovute alle sue reazioni, sia nei pensieri sia nell’eccitazione fisica. Doveva smetterla, troncare ogni contatto e a lasciare che quella storia con Piero terminasse senza alcuna possibilità di sviluppo.

Avrebbe potuto accettare un’amicizia, un sentimento come quello che univa Piero ai suoi amici e che lei avrebbe costruito per evitare una storia d’amore. Ma sarebbe stato possibile da realizzare solo se lei riusciva a controllare le sue emozioni in vicinanza di quel ragazzo. Non sarebbe mai diventata amica di quell’uomo se quando la guardava le provocava tutta quella eccitazione.

Il giorno successivo a quell’incontro Silvana doveva fare il turno di notte perciò decise di trascorrere al mare le ore più calde della giornata, quelle a cavallo del mezzogiorno. Siccome il marito lavorava al mattino, alle due avrebbero potuto tranquillamente incontrarsi per il pranzo al bar della spiaggia.

Silvana si alzò dal letto più tardi del solito, limitò le faccende domestiche al minimo indispensabile e verso le undici uscì di casa per andare a spiaggia.

Ai bagni da Giorgio c’era molto affollamento, ma il posto per il suo sdraio era sempre disponibile. La premura con cui il suo adorabile bagnino si preoccupava di mantenere libero quello spazio era una vera cortesia. Per fortuna la zona di spiaggia non era piena di gente, perché tutti cercavano refrigerio al solleone passeggiando lungo la riva, dove soffiava un po’ di brezza rinfrescante.

Silvana si stese al sole rilassandosi, ma dopo mezz’ora cominciò ad annoiarsi e le venne voglia di chiacchierare con qualcuno.
Al bar di Paola non c’erano molte persone, e Silvana indagò da dietro i suoi occhiali per scoprire se fra quelle presenze c’era Piero. Voleva incontrarsi nuovamente con lui, soprattutto per chiarirgli le idee. Su di lei e su cosa c’era da aspettarsi che potesse succedere tra loro, cioè nulla.

La scoperta dell’eccitazione provata il giorno prima per Silvana era stata un vero e proprio affronto.

E di ciò lei incolpava Piero che, con i suoi modi, stava minando le sue certezze e minacciando la sua salute mentale.

Nei ragionamenti che aveva fatto a tu per tu con se stessa, era giunta alla conclusione che bisognava smetterla con gli sguardi e i sottintesi, per non alimentare troppo la fantasia. Quindi era arrivato il momento di parlarsi chiaramente. Tra l’altro non osava immaginare quali idee si stesse mettendo in testa Piero. Lei era preoccupata per avergli dato l’impressione di gradire quel flirtare con lui. Bisognava trovare l’occasione giusta per chiedergli di smetterla con gli sguardi ricchi di sottintesi.

Tuttavia quel giorno lui non c’era, quindi era meglio smetterla di arrovellarsi. Silvana avrebbe dovuto aspettare un altro momento per chiarire la faccenda.

Nel frattempo doveva ragionare bene per memorizzare le frasi da dirgli, non sarebbe stato facile trovare le parole giuste per mettere fine a quegli scambi erotici tra loro.

Richiuse gli occhi intenzionata a trovare una concentrazione che le evitasse il gonfiarsi di altre fantasie. Voleva godersi il sole che ardeva sulla sua pelle e in cuor suo era certa di essere in grado di governare la situazione. Si stava convincendo di non avere nulla da temere in un confronto diretto a parole con lui. Cullandosi nella sensazione di agio che aveva ritrovato, fu sul punto di addormentarsi.

Poi una mano le toccò lievemente l’avambraccio, Silvana aprì gli occhi e vide Piero accovacciato sulla sabbia al suo fianco.

-Vieni a prendere un caffè con me? –
Le chiese con una discreta gentilezza ma poi, senza aspettare la sua risposta, le prese la mano con decisione e la costrinse ad alzarsi dallo sdraio.

Silvana era riluttante, non voleva seguirlo. Per la verità non aveva alcuna intenzione di essere obbligata a fare qualcosa che non avesse scelto di sua spontanea volontà. E quello che stava facendo non lo era per niente!

Stava prendendo il sole, lei, e si stava quasi addormentando, beata nelle sue certezze. Alla proposta del caffè lei non aveva risposto di sì, non aveva accettato l’invito, quindi non avrebbe dovuto muoversi dal suo sdraio.

Invece Piero la stava guidando con fermezza, tenendole saldamente la mano per farsi seguire.

Silvana non si prese il rischio di contraddirlo facendo scenate in mezzo a tanta gente. Quella situazione non le dava scampo e la sottometteva a lui, era vero, e questo la infastidiva un bel po’. Ma giocando d’astuzia Silvana poteva rigirare quella frittata e sfruttare l’occasione per schiarirgli le idee una volta per tutte.

Avrebbe atteso che si fossero seduti al tavolino poi, al momento giusto, avrebbe colto la palla al balzo per fargli capire chiaramente di stare al suo posto.

Tuttavia in quel momento Silvana doveva prestare attenzione alla realtà perché erano stati dei momenti concitati, e lei si era accorta di non essere riuscita neppure a prendere il pareo per coprirsi. Con un moto crescente di rabbia aveva constatato di non indossare nulla sopra il costume, era praticamente nuda!

CAPITOLO VENTIQUATTRO – IL CAFFÈ

Piero ordinò il caffè al banco dove, per sua fortuna, non c’era Paola e la ragazza che li servì era un’emerita sconosciuta.

Piero aveva finalmente lasciato la sua mano e lei cominciò a massaggiarla, come se lui l’avesse stretta troppo e dovesse cercare di far tornare in circolazione il sangue. In realtà provava piacere a toccare la pelle scaldata dalla presa della sua mano.

-Andiamo a sederci in posto dove c’è il sole, non ho preso il pareo per coprirmi e non mi va di restare all’ombra. –
Silvana non riuscì a nascondere il tono di rimprovero nei confronti di quell’invito che non aveva ammesso repliche e che l’aveva costretta a quel disagio.

-Certamente!-

Rispose lui con prontezza e, mentre prendeva le tazzine di caffè in mano, si diresse automaticamente verso un tavolino sul lato del bar in pieno sole.

Appena si sedettero, Piero iniziò a parlare dei problemi che aveva con sua madre e in breve, senza lasciare alcuno spazio a Silvana, divenne un fiume in piena.

Da quando suo padre era morto, sua madre non aveva altri con cui sfogarsi che non fosse lui, il figlio. Gli riversava addosso tutte le sue ansie. Avevano avuto un diverbio anche quel giorno, e Piero si stava sfogando con Silvana, confidandole di non riuscire a capire perché le persone, quando raggiungono una certa età, ingrandiscono ogni problema facendolo diventare una montagna invalicabile.

Non si capacitava di come le persone sfuggono le emozioni e non affrontano le situazioni con la naturalità che serve per vivere appieno i rapporti con gli altri.

Era ovvio che la sua argomentazione era un pretesto per coinvolgere Silvana, ma lei lo ascoltava pochissimo. Seguiva il discorso in maniera superficiale ed era in attesa di trovare lo spunto adatto per iniziare il discorso su loro due. Piero, invece, continuava a parlare della famiglia, dei problemi avuti con i genitori e delle incomprensioni che crescono con il passare degli anni. La sua chiacchierata era talmente argomentata che finiva col darsi le spiegazioni da solo.

A un certo punto Silvana si rese conto di dovergli dar retta, se non altro per non fare la figura della stupida con risposte a monosillabi e brevi cenni senza senso compiuto. S’impegnò a prestargli più attenzione, in modo da riuscire a capire quale fosse il punto del suo assillo. Gli chiese di sua madre, dove abitava, quanti anni aveva, cosa faceva e perché non la invitava a trascorrere la vacanza con lui.

Piero rispose evasivamente, era evidente che non aveva alcuna intenzione di svelare la sua vita privata e voleva parlare in generale dei rapporti tra le persone.

Silvana invece riteneva importante conoscere luoghi e ambienti e quel suo modo di raccontarsi le creava confusione. Per come si stavano mettendo le cose lei era costretta, ancora una volta, a cedere al suo volere. L’indisposizione iniziale stava diventando irritazione, perché Silvana non tollerava quel suo mettersi sempre al centro del discorso e quell’insistenza nel far ruotare ogni ragionamento solo sul suo sentire e il suo vivere.

Per Piero ogni discorso era incentrato unicamente su di lui e su come lei poteva aiutarlo a sentirsi meglio. Silvana avrebbe voluto ribellarsi, dare una svolta a quella discussione per trovare il modo d’introdurre l’argomento che le stava a cuore. Doveva perlomeno fargli capire che a volte le persone hanno modi diversi di vivere le situazioni, e non sempre i sentimenti sono condivisi o corrisposti.

Doveva fargli capire che le persone adulte, quando maturano, hanno un modo di ragionare basato sulla saggezza, che nulla ha a che vedere con la disinvoltura di quando si è giovani.

Ma a chi la stava raccontando, quale maturità pensava di avere lei per dare dei consigli a quel ragazzo, se nella situazione in cui si trovava, non riusciva neppure a gestire le sue, di reazioni.

Si sarebbe infilata in un ginepraio tortuoso di concetti astratti, finendo con il fare una grande confusione. Avrebbe rischiato di mettere in conflitto i ragionamenti sui rapporti interpersonali con ciò che stava succedendo a lei. Fin dal loro primo incontro non era riuscita neppure a gestire quello che le succedeva sul piano emotivo. e si era lasciata trascinare in un ebetismo erotico che non aveva mai sperimentato.

Dato quel presupposto era difficile pensare di diventare una buona consigliera.

Per fortuna Silvana si trattenne dal fare qualsiasi accenno ai ragionamenti che le brulicavano in testa, e in quel modo riuscì a mantenere una discreta lucidità. Lui aveva bisogno di sfogarsi, di parlare con qualcuno dei suoi guai e lei, capitata per caso a fare da ascoltatrice, non doveva sottrarsi a quelle confidenze. Dirottare la conversazione sui comportamenti degli uomini, e poi gettargli addosso le rimostranze sui suoi sguardi ricchi di sottintesi, non sarebbe servito a nulla.

Piero nel frattempo aveva fermato il discorso, adesso la stava guardando intensamente perché si era accorto che non l’ascoltava. Silvana stava cercando di resistere perché, nonostante stessero parlando in generale dei rapporti interpersonali, tra loro continuava a trasmettersi una notevole attrazione fisica.

Quando lui fece quell’esitazione, la sensazione si acuì ancor di più, e Silvana percepì immediatamente dei forti dolori al ventre che le fecero mancare il respiro.

Fortunatamente l’ambiente attorno a loro era affollato e non c’erano le condizioni adatte per lasciarsi andare a quelle sensazioni. Tuttavia Silvana sapeva che non sarebbe riuscita a mettere in atto un tentativo per dare un taglio deciso ai loro ammiccamenti. Le speranze di riuscire domare le sue emozioni stavano naufragando miseramente.

Di fronte a lei c’era un uomo alla ricerca di un confronto in amicizia che gli stava chiedendo dei consigli per risolvere alcuni suoi problemi, e non si poteva spostare il discorso su un argomento diverso.

Doveva sforzarsi di reprimere le sue sensazioni anche perché ciò che aveva interpretato come un’intesa e una complicità tipiche del rapporto tra amanti, forse non era corrisposto.
Piero intanto aveva ripreso a parlarle e Silvana, con l’impegno di rispondergli a tono, lasciò che pensieri e riflessioni diventassero brevi attimi passeggeri nei lumi del cervello. Snebbiava la matassa delle emozioni cercando di essere presente a se stessa, e a lui che le stava parlando.

Se voleva sfruttare l’occasione per raggiungere lo scopo di mettere il loro rapporto sul piano di una semplice amicizia, ci sarebbe riuscita solo assecondando il suo sfogo.

Doveva assolutamente evitare di fare una montagna di discorsi inutili.

Se non lo avesse fatto con il suo discorso avrebbe rimediato la figura della stupida donna vicina alla menopausa travolta da sconvolgimenti che, invece, non avrebbero più dovuto riguardarla. Con certi ragionamenti, poi, avrebbe corso il rischio di esporsi e rendere palese qualcosa che, fino a quel momento, aveva riguardato solo lei e le sue emozioni. Lasciare tutto come stava, forse era la soluzione migliore.

Silvana controllò l’orologio e accorgendosi che si stava facendo tardi cercò una scusa per interrompere quella conversazione e tornarsene allo sdraio. Voleva stendersi ancora al sole prima di tornare a casa. Prima di sera doveva fare per lo meno due o tre ore di sonno, necessarie per affrontare la lunga notte di turno in ospedale. Mentre si stava alzando Piero le prese di nuovo la mano tra le sue.

-Mi ha fatto bene parlare con te, mi sento meglio adesso che mi sono sfogato! Fai attenzione, potrei approfittare ancora di un caffè in tua compagnia. –

Uno splendido sorriso si allargò sul suo viso mentre si avviava alla cassa per pagare. Di nuovo Silvana sentì il fatidico punto al centro del ventre languire dietro a quel gesto di confidenza e complicità.

Perché continuava a provare quelle emozioni forti, se tutto doveva rientrare in un rapporto di sola amicizia?

Silvana cacciò indietro ogni pensiero e si avviò con calma al suo sdraio, come se nulla fosse successo. Si stese al sole e inforcò gli occhiali per coprirsi in qualche modo il viso. Voleva che sotto le lenti scure si nascondessero bene anche i pensieri, e che le palpebre degli occhi la proteggessero. Voleva che ogni cosa potesse passarle sopra il corpo, come facevano i raggi del sole, senza lasciare tracce che potessero sconvolgere le viscere.

Avrebbe voluto liberarsi di quello che aveva dentro e che le provocava le reazioni di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Voleva tornare a essere quella di sempre, voleva tornare a vivere la vita senza emozioni forti, voleva che Piero non fosse mai esistito e che le sue sensazioni non fossero mai state toccate così nel profondo.

Improvvisamente si sentì debole, incapace, e questo non era da lei.

Sul suo viso stavano per scendere le lacrime. Erano di malinconia, lo sapeva, ma il cuore che saliva in gola impedendole di deglutire non se l’aspettava. Era esagerato, quel suo comportamento era stato ingigantito dai troppi pensieri. Purtroppo non poteva farci niente, quando aveva scoperto di avere a che fare con sensazioni sconosciute di così forte intensità, aveva anche capito che era impossibile costruire una barriera che ne impedisse il dilagare.

Assestò gli occhiali dando uno sguardo alla spiaggia che si stava popolando. Erano quasi le tre del pomeriggio e i turisti scendevano dalle loro camere d’albergo dopo il riposo del pranzo. Tra poco sarebbe stato il momento di andare a dormire, e Silvana cercò di riprendersi da quell’attimo di tristezza. Per distrarsi e godersi almeno gli ultimi minuti di permanenza al mare. Diede un’altra occhiata alle persone che aveva a fianco per cercare di non pensare più a niente.

L’emozione che le era salita in gola se ne stava andando, lasciando spazio a un tipo di sentimento che non aveva mai sperimentato.

Era una via di mezzo tra il dubbio di non essere corrisposta e lo sconvolgimento di lasciarsi trascinare dalle emozioni. Intanto la delusione di non sentirsi in grado di realizzare una passione impossibile stava diventando un punteruolo fastidioso.

C’era troppa confusione nella sua piccola testa, non ci aveva mai messo dentro tanti pensieri come stava facendo in quel periodo, e questo le creava disorientamento. La cosa migliore era prendere i fatti per quello che erano. Se esisteva un’opportunità per creare un dialogo con Piero, non doveva farsi problemi o tirarsi indietro solo perché provava certe emozioni. Doveva sforzarsi di riuscire a far rientrare quella storia nei confini di una semplice amicizia.

Ogni tanto scuoteva il capo dandosi della cretina. Ma certo!

Quante erano le probabilità di essere nel giusto sostenendo che, solo con lo scambio di qualche sguardo, si sarebbe instaurato un feeling importante come quello tra due amanti!

Effettivamente c’erano tante possibilità che la sua fantasia avesse lavorato troppo senza alcun riscontro nella realtà. Comunque lei non poteva permettersi di continuare a giocare rischiando di rovinare una vita intera di affetti. Il rapporto con il marito era basato su una solida amicizia e sulla complicità che gli aveva permesso di attraversare incolumi gli alti e bassi della vita. Il tradimento avrebbe implicato una rottura definitiva.

Quel ragazzo le aveva provocato delle sensazioni di un’intensità e passionalità fino ad allora sconosciute. Se chiudeva gli occhi, lo rivedeva, il suo sguardo, il suo sorriso, i suoi occhi e il suo profilo, l’espressione del suo viso, che catturava il sentimento e le faceva desiderare di essere dentro il suo universo.

La voglia d’immergersi in un mondo nuovo, questo era l’impulso che sentiva nascere con prepotenza dentro di lei. Ogni altra cosa si cancellava attorno e lei era pronta a vivere quell’amore impossibile.

CAPITOLO VENTICINQUE – LA CENA

Silvana aveva ripreso il ritmo delle giornate lavorative, sia dentro sia fuori dall’ospedale. Quella settimana di fine luglio, a mano a mano che si avvicinava il week-end, trascorse con i tempi pressati e ci fu poco spazio alle divagazioni. I pensieri non occupavano la sua mente più di tanto, l’impegno in reparto era diventato pesante e le otto ore del turno sembravano raddoppiate, tanta era la mole di lavoro. Tutto ciò contribuiva ripristinare la tranquilla routine di vita e di sentimenti, evitando che certi incontri risvegliassero i sensi.

Non era più andata al mare, non ne aveva avuto il tempo e, forse, neppure la voglia. I momenti per sé li spese andando dall’estetista, o dalla parrucchiera, o godendosi qualche film in videocassetta.

Il venerdì sera fu suo marito a fare una sortita davvero strana per lui.

Con la scusa che si frequentavano al bar di Paola, Claudio e Franco erano diventati amici di Piero. Avevano deciso di stare assieme a cena e l’avevano invitato a casa, con anche Paola e suo marito. Mentre glielo stava dicendo, Silvana aveva sentito il sangue gelarsi nelle vene. Quella situazione da dove scappava fuori e come se l’era inventata suo marito?

Su due piedi non le venne in mente una scusa plausibile per una scappatoia che evitasse quell’incontro, e s’impose di restare calma per non complicare ulteriormente le cose.

Le scocciava avere tutta quella paura, dopotutto era un semplice invito a cena e ci sarebbero stati anche i loro amici, per cui non doveva temere nulla. Però avrebbe voluto lo stesso dire qualcosa al marito, accennargli che forse non era opportuno dare tanta confidenza a Piero.

Stava per farlo, poi le parole tornarono in gola perché comprese che avrebbe solo suscitato sospetti, e non era proprio il caso.

Avrebbe voluto trovare un motivo qualsiasi per evitare quella cena dal sapore strano, ma suo marito aveva pensato a tutto, ai suoi turni, al lavoro di Paola, ai suoi impegni. Insomma aveva programmato la serata senza che ci potessero essere appigli per rimandarla. Silvana si rassegnò a fare la sua parte e, tirando un forte sospiro, si mandò a quel paese per i troppi problemi che si stava facendo.

Bisognava mettere da parte le recriminazioni e cominciare a pensare cosa avrebbe preparato per quella cena. L’invito era per la domenica sera e aveva ancora un po’ di tempo. Nelle situazioni in cui desiderava ben figurare, però, Silvana perdeva ogni sicurezza nelle sue doti di cuoca e faticava a trovare qualcosa che andasse bene. Si sentiva come un pesce fuor d’acqua, come se non avesse mai cucinato in vita sua e non sapesse cosa fare e come farla.

Come succede sempre quando un avvenimento si vorrebbe rimandare, o addirittura non vivere per niente, il tempo inizia a scorrere come un pazzo per avvicinarci all’indesiderato momento.

Silvana fece la spesa il sabato mattina, dopo aver trascorso diverse ore a elaborare mentalmente il menù. Per lei studiare la cosa a tavolino l’avrebbe aiutata a preparare piatti semplici e gustosi, facili, ma non usuali.

La domenica sera mentre li cucinava aveva addosso una strana sensazione, si sentiva agitata, come se, oltre al cibo, stesse preparando anche se stessa per essere mangiata.

Franco e Paola arrivarono prima dell’orario convenuto e Silvana ne fu molto contenta, non tanto per l’aiuto che avrebbero potuto darle, quanto per non essere sola con il marito all’arrivo di Piero.

Lui si presentò in perfetto orario e con una bottiglia di vino rosso per accompagnare la serata.

-Devo avere un intuito particolare se ho indovinato la combinazione giusta del vino con la cena, forse mi ha aiutato il mio sesto senso, oppure ti leggo nel pensiero. –

Piero le stava parlando dietro le spalle mentre stappava la bottiglia, lui e Silvana erano ancora in cucina mentre gli altri invitati erano già andati in sala da pranzo. Lei non diede peso a quelle parole, era troppo concentrata a sistemare la cena e con una scrollata di spalle lo liquidò con un noncurante “può darsi”.

Si spostarono in sala entrambi con i vassoi in mano perché Silvana aveva approfittato di Piero per farsi aiutare. Dopo aver fatto accomodare ognuno al suo posto, iniziarono a mangiare e continuarono allegramente le chiacchiere di Claudio e Franco. Entrambi avevano l’abitudine di colorire le storielle a modo loro, e sparavano giudizi su tutti. Piero s’inseriva in quei racconti con spigliatezza, ora che conosceva bene le persone alle quali si riferivano.

Silvana rideva, mangiava a piccoli bocconi e alzava la bottiglia del vino per versarne solo mezzo bicchiere, prendeva il pane e lo spezzava in piccoli pezzi.

Era nervosa, ma non voleva darlo a vedere, perciò impegnava le mani, per evitare l’imbarazzo di non sapere dove metterle. Piero era di fronte a lei, leggermente più a destra. Silvana sapeva che la stava guardando ma lei non alzava mai gli occhi, aveva il terrore che incrociando il suo sguardo avrebbe nuovamente sentito certi dolori uterini.

In compenso prestava attenzione a ogni commento che Piero faceva riguardo alla cena e agli apprezzamenti su quello che lei aveva cucinato. Lui mangiava con gusto e in quel momento la presenza di Silvana alla cena era concentrata solo su quello che Piero aveva nel piatto.

Non dare occhiate neppure di sfuggita tradì Silvana in modo ancor peggiore di quanto non sarebbe successo se avesse tenuto gli occhi fissi su Piero.

Mise la mano sulla bottiglia del vino esattamente sopra la sua, che ne aveva appena agguantato il collo. Capì che era la sua ancor prima di alzare gli occhi, il dolore al centro del ventre, vigliacco e feroce, era stato troppo forte per far sorgere dubbi. Silvana sorrise, scusandosi per l’incidente, e tolse immediatamente la mano dalla bottiglia.

Tra loro passò un’occhiata dal feeling intensissimo, poi lei non riuscì a mantenere lo sguardo per più di quell’attimo e abbassò gli occhi. Non poteva permettersi distrazioni, la presenza del marito e di Paola, così attenti e maliziosi, la faceva stare sulle spine. Era certa che non avrebbero perso occasione pur di notare un suo minimo tentennamento. Doveva mantenere il controllo in maniera impeccabile, e questo significava evitare ogni contatto con Piero.

Un indugio avrebbe potuto tradirla, e il terrore di dover fronteggiare un’emozione sconosciuta e ingovernabile di fronte al marito e agli amici la costringeva a tenere le distanze.

Con discrezione e nonchalance si pulì la bocca con il tovagliolo. Se quella piccola impasse non era stata notata doveva tuffarsi immediatamente nella discussione con il resto della compagnia.
Altrimenti avrebbe rischiato di tramutarla in una frana.

La cena proseguì senza altri inconvenienti e quando fu il momento di preparare il caffè, Silvana andò da sola in cucina lasciando a Paola il compito di sbrogliare i piatti. Aveva fatto caso a come Piero avesse pulito il suo fino all’ultimo grammo di pietanza che si era servito. L’aveva addirittura strofinato con il pane fino a farlo diventare lucido. Era convinta che, se non fosse stato segno di cattiva educazione, l’avrebbe persino leccato.

Dopo essere arrivata in cucina, per fortuna da sola, quell’idea sul cibo, unita all’immagine di lui che lo mangiava, le diede un altro profondo dolore al ventre.

Per un breve istante si sentì nuda, leccata, lucida di umore come quel piatto che lui aveva lasciato sul tavolo con le posate composte.

Era terribile il senso di disorientamento provocato da quelle immagini, la fantasia era dispettosa e irrequieta quando gliele metteva di fronte. A livello fisico si aprivano delle voragini nelle budella, che poi si riempivano di sensazioni insondabili delle quali riusciva a stento ad arginare gli effetti. Ciò che la spaventava di più era che le piacevano, che le voleva sentire, che le cercava almeno tanto quanto le avrebbe volute negare nella razionalità.

Arrivò Paola con i piatti sporchi quando il caffè era già salito nella caffettiera. Silvana lo passò all’amica affinché lo servisse mentre lei terminava di sistemare la cucina. Gli uomini chiacchieravano animatamente, si capiva che il loro affiatamento si basava soprattutto al condiviso interesse per il gioco delle carte, passatempo con il quale trascorrevano interi pomeriggi in compagnia.

Mentre sistemava i piatti a scolare, Silvana aveva sentito che gli ospiti si erano alzati dal tavolo per andare in salotto a prendere il digestivo, poi qualcuno uscì dal bagno.

Piero si mise a guardarla appoggiato allo stipite della porta, dietro alle sue spalle. Silvana sentiva quello sguardo posarsi sul collo come se i suoi occhi le dessero piccoli baci.

Li sentiva fisicamente, come le era successo la prima volta che lui l’aveva guardata a spiaggia, e aveva avvertito una sorta di brivido sulla pelle. Avrebbe voluto girarsi di scatto e guardarlo negli occhi, avrebbe voluto dargli uno schiaffo in faccia, avrebbe voluto scacciarlo via come una fastidiosa mosca che si fosse posata sul collo.

Invece continuava meccanicamente il suo lavoro e non aveva cambiato posizione dopo che si era accorta della sua presenza. Il terrore che il suo istinto, perfido e maligno, una volta che si fosse rivolta a lui l’avrebbe portata sul terreno sconosciuto di un comportamento irrazionale, era più che una certezza.

Si grattò il collo con l’intenzione di togliersi quei brividi, ma nel frattempo lui si era avvicinato e aveva cominciato ad asciugare i piatti.

-Posso aiutarti? –

-Non ce n’è bisogno, grazie, ho quasi finito, raggiungi gli altri, io arrivo subito. –
Invece Piero rimase fintanto che non ebbe finito e, siccome era rimasto ben poco da fare, non si scambiarono altre parole prima di andare in salotto con gli altri.

Silvana aspettò che lui la precedesse e con la scusa di voler andare al bagno, evitò di entrare nella stanza al suo fianco.
La serata terminò poco dopo e si salutarono concordando l’appuntamento per un’altra cena come quella, magari da organizzare alla villa di Piero. Al momento del commiato lui le strinse la mano e fece una breve pressione per avvicinare il suo corpo. Poi le diede un bacio sulla guancia, come già aveva fatto con Paola.

Il calore delle sue labbra sulla pelle le diedero la sensazione di un saluto particolare, e Silvana, con la mano infilata nella tasca, si diede un pizzicotto sulla coscia per togliere ogni fantasia ai pensieri.

CAPITOLO VENTISEI – SENSAZIONI

Il mercoledì successivo alla cena Silvana incontrò Piero, lungo il viale che percorreva per tornare dal mare. Lei era ferma sul marciapiede e stava chiacchierando con un’amica. Lui fermò la bicicletta a un passo da loro e salutandole s’inserì nella conversazione con disinvoltura. Silvana era tranquilla, rilassata per la presenza dell’amica e per i discorsi frivoli che stavano facendo.

A un certo punto si accorse che Piero aveva posato l’occhio al centro delle sue gambe, e istintivamente, mise la mano sul punto esatto dove cadeva quello sguardo, chiudendo il pareo nel punto in cui stava più aperto.

In un attimo perse il contatto con quello che stava dicendo la sua amica. Era l’inizio della solita tortura emotiva con il turbinio di pensieri e immagini che già roteavano nella testa.

Si morse un lato del labbro, si stava innervosendo. Quello non doveva farglielo, non aveva il diritto di metterla in imbarazzo davanti alle altre persone. Riuscì a sostenere la conversazione nonostante il pensiero fosse corso dietro agli istinti, poi finalmente le chiacchiere finirono e l’amica si congedò da loro.

Silvana e Piero erano rimasti soli, così lei lo guardò dritto negli occhi convinta di riuscire a dirgliene quattro per farlo smettere di guardarla in quel modo. Appena incrociò il suo sguardo, però, così scuro e profondo, tanto dolce e fanciullesco, le sue resistenze si annullarono e Silvana abbassò il viso arrendendosi.

Morse di nuovo un lato del labbro e rialzò lo sguardo per volgerlo all’indefinito dietro di lui. Spostò il peso del corpo sull’altra gamba e attaccò entrambe le mani ai manici della borsa a tracolla.

Dopo che Piero aveva posato gli occhi in quella maniera precisa e cercata, Silvana si era imposta di affrontarlo direttamente per sconfiggere la sua impertinenza. Dentro, però, si sentiva bruciare da un fuoco che saliva dal punto esatto in cui lui aveva posato lo sguardo. Era persa dentro se stessa e avrebbe voluto darsi uno schiaffo per togliersi di dosso tutta quella carica erotica.

Le parole uscirono dalla bocca a entrambi contemporaneamente e in maniera automatica. Nessuno dei due le aveva collegate a uno dei pensieri che avevano in testa. Piero s’era accorto del gesto di pudore di Silvana e aveva distolto lo sguardo.

Aveva esagerato e ora cercava di rimediare perdendosi in un mare di banalità. Lei, pur con le buone intenzioni di affrontare un discorso diretto, pronunciò delle frasi che erano in totale contrasto con quanto avrebbe dovuto dire.

Così smisero di parlarsi addosso. Guardando l’orologio Silvana s’inventò la comoda scusa di essere ritardo e lo salutò dirigendosi velocemente verso casa. Non vedeva l’ora di mettersi sotto la doccia e di liberarsi di quelle scomode sensazioni.

Voleva riprendere in mano se stessa e una doccia fredda l’avrebbe aiutata a lavare via quegli occhi, che sembravano essere rimasti attaccati alla sua pelle proprio nel punto in cui si erano posati.

CAPITOLO VENTISETTE – LA TEMPESTA –

Trascorsero alcuni giorni e nel caldo pomeriggio del venerdì successivo a quell’incontro lungo il viale, Silvana lo vide arrivare a casa sua. Suonò al campanello d’ingresso e lei, scostando le tendine alla finestra della cucina, lo riconobbe in piedi davanti al citofono.

Il cuore le scese sotto le ginocchia, cos’era venuto a fare a casa sua in un momento come quello, che suo marito neanche c’era? Aveva pensato di non aprirgli, ma quel gesto alla finestra non era passato inosservato, e ora lui la stava salutando mostrando un oggetto che roteava nella mano.

Il vento gli agitava i capelli e lui se li aggiustava di continuo, guardandola intenzionalmente per cercare di scoprire se era propensa ad aprirgli o no.

Forse era venuto con la sola intenzione di riportare l’attrezzo che Claudio gli aveva prestato qualche tempo prima.

Silvana lo fece entrare mettendo in campo tutta la sua cordialità e senza mostrarsi troppo sorpresa per quella visita inattesa. Sperava di mantenere un comportamento naturale e quando lui entrò in casa per restituire l’attrezzo, le sembrò normale anche offrirgli da bere. Fuori faceva un caldo insopportabile e nonostante le persiane fossero accostate per non far entrare il sole, dentro casa l’aria sembrava bruciare.

Il vento caldo, che sempre anticipava l’arrivo del cattivo tempo, era diventato ancora più ardente, e sicuramente, di lì a poco, sarebbe piovuto. Doveva per forza arrivare uno sfogo a cacciare quell’aria pesante, e ben presto sarebbe scoppiato un forte temporale.

Si sedettero nel salotto e Silvana, dopo aver aperto una birra ghiacciata, prese i bicchieri dalla credenza per servirla sul tavolino in mezzo a loro.

Aveva notato fin da subito che i movimenti di Piero erano imbarazzati. Sicuramente quella dell’attrezzo da riportare era una scusa bella e buona. Tuttavia se aveva avuto la sfacciataggine di presentarsi da lei in assenza del marito, ora non poteva essere indeciso sul da farsi. Se aveva avuto l’impudenza di compiere quel passo, ora non era il caso di avere un atteggiamento titubante.

La constatazione delle difficoltà del suo ospite, anziché farle aumentare la cortesia per metterlo a suo agio, rese Silvana talmente sicura di sé, che si sentì in diritto di liberarsi completamente dall’emotività vissuta nei precedenti incontri. In lei stava crescendo un impulsivo desiderio di rivalsa che crebbe fino a trasformarsi in una crudele voglia di stuzzicarlo.

Se qualcosa doveva cambiare tra loro, quello avrebbe potuto essere il momento migliore per farlo.

Solo che Silvana, accorgendosi del suo impaccio, fece prevalere l’istinto di ribellione e andò nella direzione opposta a quella che avrebbe dovuto intraprendere.

Se quella era l’occasione buona per cercare di troncare ogni sottinteso, in quel momento Silvana accantonò ogni buon proposito. Invertendo le parti cominciò a stuzzicarlo per divertirsi a scoprire fino a dove lui sarebbe stato disposto a spingersi. Era un gioco rischioso, ma in quel frangente l’istinto prevalse su ogni raziocinio, e il desiderio di vendetta nei confronti del ragazzo che aveva suscitato quelle forti emozioni, prese il sopravvento.

Silvana non era il tipo di donna che si metteva in mostra continuamente, per lei certi comportamenti provocanti erano fuori dal suo repertorio.

In quella situazione, dunque, anche il solo guardarlo negli occhi, uniti all’ardore che sentiva aumentare, suscitavano in lei l’idea di un atteggiamento di sfida.

Erano seduti ai lati opposti del salotto, ognuno su una delle due poltrone che stavano di fianco al divano, in mezzo a loro c’era il tavolino su cui erano posati i bicchieri e la bottiglia di birra.

Silvana continuava a prendere e a posare il suo bicchiere, a toccarsi i capelli e ad alzare la gonna.

Per come sentiva battere il cuore le pareva che fosse evidente il desiderio di essere toccata da lui.

Piero le stava facendo i complimenti per la casa, per il gusto che aveva avuto nel scegliere le combinazioni dell’arredamento. Lei annuiva, senza sentire la minima gratificazione, stava pensando a lui in tutt’altra maniera. Continuava il suo gioco aspettando che lui muovesse un passo verso di lei.

Lui la guardava cercando di non dare peso a quei comportamenti allusivi, ma comprendendo benissimo il suo atteggiamento. Reprimeva ogni tentazione con profondi sospiri ogni volta che lo sguardo si soffermava qualche minuto in più su di lei.

L’atmosfera era irreale, tutto poteva succedere, ma nulla accadeva, entrambi si lanciavano segnali, ma nessuno dei due li raccoglieva per tramutarli in fatti.

Quella situazione sospesa durò fintanto che Piero decise che era ora di andare via, poi si alzò dalla poltrona e si avviò verso la porta. Quando fu il momento del saluto, pose la mano aperta sulla guancia di Silvana e, accarezzandola con decisione, la attirò a sé. Il bacio, lungo e appassionato, fu l’attimo in cui si concentrarono tutti i loro desideri inespressi.

Se per un momento aveva interpretato i suoi indugi come un rifiuto, se anche aveva pensato di vederlo come amico, se pure aveva creduto di potersi vendicare per i suoi comportamenti, adesso si rimangiava ogni pensiero e tutti i propositi. Le emozioni che aveva cacciato nel profondo tornarono dirompenti nel trasporto di quel bacio.

Le mani di Piero scivolavano sul suo corpo scoprendo la pelle e accarezzando le sue curve. Salivano dalla vita fino al seno, e Silvana sentiva i suoi polpastrelli come dolci e sensuali tocchi che agitavano ogni centimetro dei suoi sensi. I sospiri diventarono gemiti e mentre lei perdeva la presenza fisica il suo corpo aleggiava come spirito. Silvana non sentiva più i piedi toccare per terra e non sentiva più il mondo attorno a lei.

Esisteva solo Piero, la sua bocca, la sua lingua, le sue mani, il suo respiro … poi ci fu un sussulto più forte dei precedenti.

Seduta e appoggiata allo stipite della porta chiusa, Silvana teneva la mano tra i capelli, e il gomito di quel braccio appoggiato al ginocchio piegato. La fronte era appoggiata al palmo, che le bruciava, ma non si ricordava cosa avesse causato quel dolore.

Con l’altra mano si sistemava il vestito riportandolo continuamente a coprire la gamba stesa. Non sapeva se in testa aveva rabbia, confusione o sgomento. La goccia le bagnò il petto. Forse una lacrima, ma non era possibile, lei non piangeva mai.

Adesso non ricordava più nulla, era sola all’entrata di casa sua, seduta accanto al portone d’ingresso. Erano spariti i gemiti e ansimi, non c’erano più sospiri o brividi, non c’era più sussulto o schiaffone. Non c’era più Piero.

Fuori pioveva forte, lampi e tuoni si alternavano come rulli di tamburi a effetti psichedelici.

CAPITOLO VENTOTTO – IL DISASTRO

Il giorno successivo all’episodio del temporale, Dante andò vicino al supermercato. Se quando c’erano state tante luci e i rumori forti lui non aveva fatto niente di male, significava che anche andare nel posto che più gli piaceva non avrebbe fatto arrabbiare la mamma o la zia Cecilia.

Nel piazzale del parcheggio non c’erano molte auto e una signora, che stava scaricando la spesa, gli chiese di riportare il carrello in cima alla salita dell’ingresso.

Dante era contento di aiutarla, le sorrise e si mise a spingere il carrello. Quando arrivò in cima vide tanti altri carrelli, ebbe un attimo di disorientamento perché erano moltissimi, da non poterli contare. Lui non sapeva dove mettere quello che aveva per le mani.

Cominciò a scrutare le file guardandosi attorno per trovare qualcuno che gli dicesse quello che doveva fare, ma intorno non c’era nessuno e si diresse automaticamente verso la fila più numerosa. Quello era il posto giusto dove mettere il suo carrello e, dopo averlo incastrato bene, si girò per tornare da dove era venuto.

A un certo punto, dall’angolo dietro al supermercato, sbucò, quasi dal nulla, l’uomo con i baffi.

Era quello cattivo, solo che i baffi non li aveva più, però era cattivo lo stesso. Il dottore con i baffi non era più cattivo, era rimasto con i baffi, ma era diventato buono. Ma quello lì che li aveva tolti i baffi, quello lì era rimasto cattivo.

L’uomo iniziò a urlare contro Dante, a dirgli che non doveva stare lì a dare fastidio alle signore che facevano la spesa, che doveva starsene in casa sua, o con la gente come lui, che non doveva girare per le strade da solo. E tante altre parole cattive.

Dante non diceva niente, non rispondeva, aveva paura, quell’uomo era troppo cattivo e lui doveva essere bravo, altrimenti l’avrebbe detto alla mamma.

La signora che gli aveva dato il carrello da riportare stava dicendo che Dante non aveva fatto niente di male e lui le sorrideva contento.

Però l’uomo cattivo continuava a urlare e a sbracciarsi verso di lui. La sua ostilità fece capire a Dante che doveva andarsene di lì e tornare a casa dalla zia, così non sentiva più nemmeno quegli strilli. Si girò e fece per andarsene, poi sentì un tonfo dietro di lui e d’istinto si voltò a vedere quello che era successo.

La signora era scivolata per terra e l’uomo cattivo le stava vicino. Dante non voleva che le facesse male e corse a prenderlo per le spalle. Lo tirava forte e voleva che se ne andasse via, lo tirava e lo spingeva, tirava e spingeva.

Quel movimento ritmico avanti e indietro, ripetuto e sostenuto con forza, stava portando Dante a una dimensione che non conosceva.

Nuvole di strane consistenze s’avvicinavano al suo corpo, ma lui le scacciava via, risoluto a non lasciarsi catturare e confondere.

Poi, improvvisamente, ogni cosa si fermò, d’un tratto il mondo era finito, non c’erano più le persone, non c’erano più i carrelli, non c’era più Maria, non c’erano la zia, la mamma, la casa e la chiesa. Non c’era più niente.

Però Dante capiva di non essere solo, galleggiava su qualcosa, non toccava i piedi per terra e, anche se non si sentiva stretto da mani o sorretto da braccia potenti, capiva di essere in balìa di un nulla che gli faceva fare le cose.

La testa girava sul collo, senza fargli male, girava a destra e a sinistra per scoprire se c’era qualcosa intorno e cos’era quello che lo teneva su. Le sue mani toccavano consistenze indefinite, cercava di tirare, di strappare, ma la forza e la stretta non c’erano.

Erano sparite anche le parole, facevano parte del mondo che non c’era più, erano rimaste qualcosa di vago e incomprensibile, che neppure lui riusciva a ricordare.

Dopo un tempo indefinito, Dante si trovò in un’altra dimensione. Stava bene, non poteva dire di sentire male da qualche parte del corpo o di avere bruciori sulla pelle o di avvertire certe strette forti dentro le viscere.

Che poi, cos’era il suo corpo, in che cosa consistevano le sue viscere e dove Dante poteva andare a recuperare la materia per come la conosceva prima, era impossibile da sapere. Allora si lasciava cullare da quell’impalpabilità e abbandonava la sua consistenza fisica affondandola nell’inerzia dei sensi.

Il trascorrere delle ore divenne qualcosa d’insondabile e non aveva più le caratteristiche di una volta. In questa nuova condizione Dante si lasciava trasportare senza opporre resistenza, in modo che non si potesse scalfire la bolla in cui si sentiva protetto.

Il mondo aveva abbandonato Dante, e Dante aveva lasciato che il mondo si separasse da lui.

La sua fisicità aveva iniziato a vivere di quiete, non c’erano più emozioni a scombussolare la testa, niente più sensazioni che lo distraessero. Ogni cosa era diventata leggera. La vita aveva appiattito ogni ruvidità che potesse creargli anche la minima perturbabilità, e la calma piatta delle percezioni permetteva l’adattamento a qualsiasi condizione esterna.

CAPITOLO VENTINOVE – DOPO TUTTO

I giorni seguenti a quell’apparizione di Piero, Silvana li visse all’insegna di un acuto nervosismo. Aveva la testa svuotata di ogni raziocinio e non si faceva più domande sul perché delle cose. Riusciva a malapena a controllare la sua agitazione. Non sapeva cosa era successo, se era successo e perché era successo. In fondo non voleva neppure saperlo, dopotutto era stata disposta a lasciarsi andare. Che avrebbe corso un pericolo lo aveva capito quel pomeriggio stesso.

Prima di vivere quegli ultimi attimi di passione aveva sperato nell’aiuto di qualche circostanza di lucidità che l’avrebbe aiutata a capire quello che stava facendo.

Ma nel suo pensiero non aveva una memoria sicura di come aveva vissuto quegli istanti ed era difficile ricostruire quello che era successo.

Silvana non aveva mai provato quelle pulsioni così forti ed era sconvolta e stupita per averle scoperte così vivide anche a quarantacinque anni.

Le avances le aveva ricevute spesso, ma lei aveva sempre vissuto con distacco il sesso proposto al di fuori del matrimonio. Aveva fatto di tutto per evitare di trovarsi coinvolta in situazioni che non la interessavano. Si era costruita una barriera per evitare qualsiasi cedimento, e per proteggere il rapporto con il marito. Ora che Piero aveva distrutto quella diga lei era in balìa del dilagare le acque. E non aveva coscienza di dove l’avevano fatta arrivare.

Nei giorni successivi a quella visita cercò di sfuggirgli come un’anguilla, non solo per scoraggiarlo, ma soprattutto per farlo sentire in difetto.

Di certo a Piero non sarebbe bastato un bacio per averla, e Silvana voleva anche negare con forza che fosse successo qualcos’altro a casa sua.

Niente sarebbe potuto essere l’anticamera di chissà che cosa e lei voleva spezzare ogni possibilità di ritorno, qualunque velleità che alimentasse delle speranze. Meglio ancora, voleva eliminare ogni traccia di ciò che era o non era stato.

Una sera Piero organizzò un’altra festa alla villa e invitò le stesse persone della volta precedente. Voleva circondarsi degli amici per un ultimo incontro di fine estate, o perlomeno questa era la scusa principale per giustificare quella nuova riunione.

Pochi giorni dopo sarebbe ripartito per tornare a casa e voleva salutare tutti.

Silvana era sicura che per lei sarebbe stato un altro supplizio nel trovarsi al centro della sua attenzione, ma era venuto il momento di mettere fine a tutto quello che era o non era successo. Era sicura che lui l’avrebbe cercata, sia per capire perché lo evitava sia per sapere se fra loro ci fosse stato ancora qualche spiraglio per far tornare le cose come prima.

Questa volta Silvana non avrebbe lasciato spazio a sorrisi, non avrebbe guardato Piero in nessuna maniera e in nessun momento. E non si sarebbe neppure lasciata sfiorare dalle sue mani, né da nessuna parte del suo corpo.

Silvana e il marito arrivarono molto più tardi degli altri e quando Piero andò incontro a loro per salutarli, lei non lo guardò neppure in faccia. Vedendo che Paola si stava avvicinando, preferì andare incontro all’amica salutandola con baci e abbracci ben più effusivi di quanto non faceva solitamente.

Aveva evitato anche il minimo contatto con lui, e quello era il primo passo per mettere una pietra sopra a quello che era o non era stato. Era il principio della negazione di quello che non doveva essere successo.

-Ciao Paola! È da un po’ di tempo che non ci vediamo. Sai ho avuto tante cose da fare, tra casa e ospedale, e non ho avuto tempo neppure per una mezz’ora di sole al mare. Comunque non mi sono persa granché, vero? –

Paola era stupita di quell’affermazione dell’amica. Sapeva che Silvana evitava sempre i momenti di confusione per cui quell’allontanamento dal suo bar aveva sicuramente un’altra motivazione. Cercò comunque di reggere il gioco, qualunque fosse il suo scopo.

-Se intendi dire dell’afa insopportabile al bar e della fatica del lavoro, non ti sei persa niente, no!-

-Come al solito i turisti che frequentano la nostra spiaggia nel mese di agosto sono persone che non meritano un’accoglienza particolare. Non sono in grado di apprezzarla, vero Paola?

Silvana insisteva con un tono sprezzante, in quel momento rimarcava la sua insofferenza sentendosi in diritto di dare pesanti giudizi sulle persone. Voleva evidenziare il suo distacco, e Piero sapeva di essere il centro di tutta quell’avversione.

Paola si era accorta del riferimento a fatti e persone presenti tra loro in quel momento e decise di stemperare un po’. Prese sottobraccio l’amica e s’incamminò verso il buffet.

– Hai proprio ragione, ma io ho sempre tanto da fare e nella moltitudine non faccio differenze. –

Ridendo della complicità che le accomunava, si avviarono verso il centro del giardino, dove le attendevano i rispettivi mariti. Claudio e Franco avevano proseguito dopo l’incontro con Piero e si erano fermati a chiacchierare con gli amici.

Piero era rimasto sorpreso dall’atteggiamento di Silvana. Si era sentito direttamente coinvolto e aveva accusato il colpo del suo giudizio sui turisti.

Aveva cercato un modo e una scusa plausibile per restare da solo con lei, ma dopo quel discorso decise che era meglio starsene lontano. Dopo giorni e giorni durante i quali non avevano avuto alcun contatto quell’atteggiamento così distaccato e superficiale era una delusione. Ma non poteva farci nulla e scuotendo la testa tornò dagli altri invitati. Era tutto eccessivo, sia il comportamento di Silvana, sia la troppa importanza che lui continuava a dare a quella donna.

La serata era allegra e spensierata, la compagnia divertente e il buffet ricco e abbondante. Silvana non degnava Piero di uno sguardo e le poche volte che s’incrociarono faceva apposta a dirigersi verso qualcun altro con risate e chiacchiere ad alta voce. Era un atteggiamento smaccatamente esagerato quello dei suoi gesti.

Le risate rumorose e l’alzare la voce quando lui le passava vicino, erano il modo in cui Silvana rimarcava il suo distacco.

Dopo quella serata non lo incontrò più, lui lasciò la villa qualche giorno dopo e lei restò sola a logorarsi nel dubbio su quello che era e non era successo.

Era stata immaginazione oppure lui l’aveva davvero baciata?

Il bruciore sulla mano era dovuto allo schiaffo che gli aveva dato o agli scambi di carezze che avevano oltrepassato ogni limite?

E la goccia? Quella caduta sul suo braccio, da dove era arrivata?

CAPITOLO TRENTA – LA SOLITUDINE

Nei momenti di solitudine interiore, o quando era in compagnia di qualcuno che aveva conosciuto Piero, Silvana trovò il modo di liberarsi delle sue angosce spettegolando sul suo conto.

A volte anche malignando su di lui, come se le chiacchiere futili avessero potuto aiutarla ad affondare i ricordi e il suo malessere.

Le sembrava un modo per allontanare il fantasma di Piero, o per ridurlo a una macchietta impersonale che era stata solo di passaggio nella sua vita di spiaggia. Sperava di cancellare ciò che era successo ridicolizzando la persona e gli eventi, fino a ridurli inverosimili e quindi mai esistiti.

Per liberarsi completamente di Piero ci sarebbe voluto un non sapeva neanche lei cosa, forse una svolta, una scelta, una trasformazione, oppure una notizia che sconvolgesse la sua situazione.

Ma la soluzione con quel non si sapeva cosa poteva essere sia un fattore che l’avrebbe fatta tornare a vivere la vita di prima, sia lo stimolo che l’avrebbe spinta a iniziarne una nuova.

Tanta malinconia si affacciava improvvisamente, scombussolando il suo quotidiano e dando spazio a una sorta di rassegnazione a quel mal di vivere. Per scacciare quella triste sensazione, Silvana si sforzava di trovare uno sprone e fare le cose una alla volta le permetteva di svolgere ogni sua incombenza per bene.

Attendeva che gli eventi si susseguissero senza nessuna guida tanto quelli non si potevano scalfire, né modificare più di tanto. Perlomeno era più l’affanno per tentare di cambiarli che il vantaggio ottenuto nel riuscirci.

Era sufficiente svolgere diligentemente il proprio lavoro e cercare di liberare la testa dagli assilli, poi gli eventi stessi avrebbero portato una maturazione.

S’immerse completamente nel lavoro concentrandosi sui ritmi forsennati di un’estate non ancora finita in cui tutti davano un po’ fuori da matti, e che era esplosa nella sua afa sia all’interno sia all’esterno dell’ospedale.

Finalmente un giorno si presentò l’occasione per distrarsi quando, finito il turno del mattino, fu invitata a fermarsi in casa da una sua giovane collega, la stessa ragazza che qualche tempo prima l’aveva accompagnata a fare gli acquisti per il matrimonio del figlio. Mangiarono uno spuntino insieme e lei le mostrò la biancheria che aveva comprato tramite una trasmissione televisiva. Si sarebbe sposata da lì a un paio di mesi e Silvana accettò volentieri di darle dei consigli.

Aveva voglia di cambiare atmosfera, di respirare un’aria diversa, e sperava vivamente di farlo con quella ragazza che un tempo si era rivelata piena di energia positiva.

Dopo averle fatto vedere quello che aveva comprato, e averne confrontato la qualità, prepararono un caffè e iniziarono a chiacchierare d’altro. La ragazza voleva sapere come si viveva il matrimonio, cosa significava crescere un figlio e come si faceva per conciliare tutto con il lavoro. Aveva paura che, dopo un certo periodo di matrimonio, ci si potesse stancare di vivere un rapporto sempre uguale e che diventasse pesante doversi accollare troppi doveri senza ricevere altrettanti piaceri.

Silvana le rispondeva sorridendo, cercando di ricordare nel suo passato gli episodi più efficaci che rendessero smussati gli aspetti negativi della convivenza.

Comprendeva i dubbi della collega e le venne istintivo esagerare i lati positivi. A un certo punto cominciarono a parlare più apertamente di quello che una donna desidera mantenere sempre acceso e che, in un certo senso, tende ad assopirsi nel corso del matrimonio. Con l’abitudine si vivono i rapporti come una routine e il fuoco del desiderio e delle emozioni si assopisce nel mare dell’appiattimento quotidiano.

-Sono gli impegni e i lavori domestici che costringono la donna a limitare la sua libertà nella vita di tutti i giorni. Così anche gli slanci di passione sono sempre più relegati in un angolo e crescono le fantasie insoddisfatte. –

Silvana aveva pronunciato quella frase senza neppure rendersi conto di quello che stava dicendo. Poi le vennero in mente le forti emozioni che aveva provato qualche tempo prima e in un attimo certi tormenti vennero a galla prepotentemente.

Come un pallone che spinto sott’acqua con la volontà di nasconderlo alla vista, si ribella emergendo con violenza e innalzando un fiotto di acqua, così ciò che aveva nascosto e negato fino a quel giorno irruppe di nuovo. E le temute acque dilaganti si agitarono dentro di lei.

Riuscì a trattenersi quel tanto che bastava a non far riferimento allo sbandamento che aveva vissuto, e cacciò indietro qualsiasi tentativo del ricordo di tornare a farsi vivo. Seppellì tutto con la ferma volontà di negarlo anche a se stessa, e cominciò a raccontare altri aneddoti sulle convivenze matrimoniali che riguardavano lei, e anche altre sue amiche.

Dopo quell’incontro a casa della collega, Silvana fece piazza pulita di ogni recriminazione e trovò un po’ di pace nelle sue riflessioni immergendosi a capofitto nel lavoro.

Un giorno di fine agosto Silvana arrivò presto in reparto, doveva fare il turno del mattino e bisognava essere presenti per timbrare il cartellino alle sei in punto. La costruzione grande e imponente dell’ospedale sembrava più minacciosa rispetto alla consueta aria seriosa e complice.

La solita percezione di fronteggiare qualcosa di grave e di diverso era quasi tangibile.

“Sono io che mi agito per nulla” pensò Silvana cercando di scrollarsi di dosso quella sensazione sgradevole “è meglio concentrarsi sul lavoro invece di pensare ad altro”.

Dopo aver compiuto l’obbligo della marcatura, salì in fretta le scale e si avviò alla stanza delle infermiere. La ragazza che usciva dal turno di notte le consegnò subito l’ordine di lavoro, per lei era arrivato il momento di andarsene e non vedeva l’ora di lasciare le mansioni da svolgere a qualcun altro più fresco di lei.

Silvana guardò la lista dei degenti, tra i vari nomi vide quello di Dante, che era tornato in ospedale e occupava lo stesso letto dell’ultimo ricovero. Probabilmente doveva sostenere degli esami di controllo per monitorare il dosaggio dei farmaci.

Aveva voglia di incontrarlo, di raccontargli una delle tante storielle che s’inventava quando aveva cinque minuti per stare in compagnia con lui.

Dopo aver sistemato le cose più urgenti, si recò nella sua stanza, anche se sapeva che sicuramente dormiva perché era ancora mattino presto. Si avvicinò al letto lentamente, senza fare rumore, poi cominciò ad accarezzargli la testa. Quando dormiva, sembrava proprio un angelo; non volle svegliarlo, sarebbe tornata dopo, quando le sue faccende le avrebbero lasciato un momento libero.

-Hai visto Dante? – chiese la collega di turno con Silvana. –

-Sì, sono andata da lui prima, ma ancora dormiva. –

-Eh sì, e dormirà ancora per parecchio! –

-Ne ha combinata un’altra delle sue? –

-Già, solo che questa volta ha fatto peggio, ha aggredito un uomo spedendolo in ospedale. –

-Povero Dante, chissà cos’è successo e perché ha perso il controllo; stava migliorando, gli avevano ridotto la terapia.

-Come sia successo, non si capisce bene, non c’era nessuno con lui al momento del fattaccio. Una signora ha detto che non stava facendo niente di male, ma sai come succede in questi casi, se non si comprendono bene le cose, la colpa ricade sempre sulle solite persone. Se Dante mette le mani addosso a qualcuno, non ci si sforza di capire se è stato provocato o no, la colpa è sua e basta. Certo che se c’era una piccola possibilità di migliorare, adesso ha perso qualsiasi occasione di fare qualche passo avanti con le terapie. –

Quando fu il momento del pranzo Silvana tornò a vedere come stava il suo Dante, voleva sincerarsi delle sue condizioni. Ma Dante dormiva, avrebbe dormito ancora per molto, aveva detto la sua collega. Quanta roba gli avevano dato?

Quella storia non le andava giù, possibile che non c’era un modo diverso per permettere a Dante di vivere la sua diversità? C’era un modo per salvarlo da quegli incidenti dannosi per lui e per gli altri?

Quando rimase sola con lui, gli prese la testa tra le mani e la strinse al petto.

“Povero Dante” pensava “se anche ci fosse stato un barlume di speranza per aiutarti a stare un po’ fuori dal buio, hanno visto bene di bruciartela alla prima occasione fallita”.

Un nodo le stava salendo in gola, sapeva che ciò che stava succedendo a Dante non era giusto ed era un modo crudele e definitivo per chiudergli le porte della vita.

Vedere Dante ridotto a quella condizione di vegetale umano, le stringeva il cuore. Non riusciva a credere che non sarebbe tornato a essere quello di prima, a essere il bravo ragazzo che lei aveva conosciuto a cui voleva un mondo di bene.

Si sentiva responsabile per quello che gli stava succedendo, perché lei apparteneva alla categoria dei normali, quella che giudicava ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, ciò che era normale e ciò che era anormale. Lei faceva parte della stessa categoria che emarginava le persone come Dante, e non la consolava sapere che gli altri lo facevano principalmente per ignoranza, mentre lei, invece, cercava il modo migliore per rendergli più facile la vita.

Siccome Dante non era cattivo, a maggior ragione Silvana pensava che nessuno avesse il diritto di propinargli una punizione, clinica o sociale che fosse.

L’amarezza di quelle constatazioni era frustrante. La malinconia si accavallava ai ragionamenti riguardo a quello che era successo a lei. Anche lei aveva negato un sentimento tarpandogli le ali e impedendogli di essere vissuto. Anche Silvana si era disperatamente isolata nella grettezza del pregiudizio.

Stringeva la testa grande del suo tenero amico cercando una ragione valida per l’irreparabilità di quello che stava succedendo. Il solletico, finalmente, scese lungo le guance.

I giorni successivi cominciarono a trascorrere uno sull’altro come bicchieri di carta composti e impilati, con il vuoto dentro. Silvana si sentiva persa, abbandonata in un mondo che non aveva più un senso compiuto.

La paura di fare nuovamente errori di valutazione era pari al dubbio di aver vissuto tutto nella sua immaginazione, e nessuno le toglieva dalla testa di aver gettato al vento l’opportunità di vivere una passione possibile.

LA GOCCIA – ILARIA GAGLIARDINI – TESTO IN CERCA DI EDITORE –