RACCONTI

L’UOMO CON IL CAPPELLO

Un uomo si aggira per strada.

La strada è sempre la stessa, comunque si voglia immaginare la scena.

La scena anonima di una strada come tante altre: case ai lati, ringhiere di giardino, marciapiede da un lato solo, polvere d’asfalto lungo i bordi, nessun’auto in sosta.

Sta fermo all’angolo di un piccolo incrocio l’uomo con il cappello.

Il capello dalle falde corte, di colore grigio sabbia, un cappello che nasconde appena la vista del volto e risalta l’abbigliamento sconforme dell’uomo.

L’uomo porta un impermeabile dello stesso colore del cappello, a volte chiuso e allacciato, a volte aperto e svolazzante; mocassini di cuoio ai piedi.

Ai suoi piedi, ritmati nel passo deciso o fermi impiantati nella sosta, l’asfalto si disegna in piscolle d’acqua quasi asciutte.

Asciutto e magro è l’aspetto dell’uomo, anche se non ne vediamo i tratti dei lineamenti fisici di carne e ossa.

Ossa secche scartate dagli animali randagi scricchiolano sotto i passi svelti dell’uomo; a volte ha fretta, a volte con calma si ferma contro un lampione e accende una sigaretta.

La sigaretta fumata nel rito della sosta non è la prima e non sarà l’ultima, mentre si guarderà attorno.

Attorno a lui non sembra esserci niente da scrutare.

Scrutare l’uomo con il cappello è quello che facciamo noi, ma l’uomo con il cappello è sfuggevole e non sappiamo se è importante lui o l’ambiente che lo circonda.

La strada che attraversa di corsa o il marciapiede dove si ferma.

La pioggia che deve scendere o quella che è già scesa.

La strada non si popola. L’uomo con il cappello è solo. Chi lo osserva è un popolo di gente dietro alle finestre. Un popolo di pensieri e di giudizi.

La situazione sembra tranquilla, apparentemente nessun elemento fa sospettare sconvolgimenti improvvisi; eppure può esplodere da un momento all’altro.

È la coscienza sporca di uno degli osservatori a dare corpo d’esplosività; l’uomo con il cappello non la conosce.

La storia si blocca, la scena resta immobile e la percezione si assottiglia.

Il vento alza una polvere impalpabile dalla superficie ondulata e informe.

Informi sono i pensieri che lo sballottamento della corrente consente; sentirsi in balia d’eventi al di sopra della propria portata annulla la coscienza di sé.

E se si era sentita una parte importante di un tutt’uno ancora più importante, ora non ha senso neppure l’essere.

Essere affondata nel vuoto del niente, nell’aridità delle sensazioni, è stato l’unico appiglio di speranza per continuare a sentirsi.

Sentirsi asciugata e levigata come una particella infinitesimale ridotta a molecola.

Molecola di niente.

Niente aveva lasciato presupporre un esito finale di quel genere.

Generi d’altre possibilità si erano affacciati al suo orizzonte via via che le trasformazioni cui si era dovuta sottoporre avanzavano inesorabilmente affondanti.

Affondare nel mare della desolazione che lascia spazio solo al deserto dell’aridità in cui si trova è stato l’unico modo di pensare di esserci ancora.

Un’ancora di salvezza che le aveva permesso di evitare gli avvoltoi e gli sciacalli; ma ora che si trova desolatamente sballottata di posto in posto, rimpiange di non essere andata a nutrire l’anima di qualche altro essere vivente.

Il vento si fa sempre più forte, folate improvvise la portano continuamente più in alto, quasi a toccare il cielo.

È in uno stato di sublimazione quando comprende di avere raggiunto lo stadio primario della trasformazione.

I pensieri riprendono corpo di vita.

E pioggia sarà.

La scena bloccata riprende vita con una pioggia violenta e calda.

Calda perché proveniente dai cieli africani dove è stata raccolta in polvere e trasformata dai venti in acqua battente.

Il battente della persiana al muro dove l’uomo con il cappello si è appoggiato si scuote con le folate di vento.

Il vento sembra essere diventato protagonista della scena.

La scena dal passato al presente e dal presente al passato non riguarda l’uomo con il cappello, né la strada, né la gente che osserva.

Osservando attentamente il soggetto diventa la pioggia che dall’aridità conservandosi in una particella infinitesimale, ricostruisce e modifica la scena.

Nella scena dell’uomo con il cappello, del bene e del male, non si sa niente; l’uomo con il cappello è un pensiero, è una donna, è il padre o il fratello.

L’angoscia o la speranza.

Il fare o l’aspettare.

L’essere o il non essere.

da Navigando tra le parole L’uomo con il Cappello di Ilaria Gagliardini

elLeACiASseA

La legna scoppiettava nella piccola stufa, un leggero tepore scaldava l’aria e la pietra, vicina alla testata d’angolo, sentiva arrivare quel calore come una liberazione.

Il gelo della notte aveva irrigidito la calce, brinando la facciata esterna, e il sole del primo mattino non riusciva a togliere il senso di freddo come poteva farlo quel tepore interno.

I piedi strisciavano la polvere degli scalini, un vecchio saliva lentamente le scale e prendeva forza per il suo stentato incedere appoggiandosi con le braccia tra gli avvallamenti e i rigonfiamenti dei muri contorti.

I suoi movimenti avevano lo stesso curioso ondeggiamento degli interni irregolari, d’altronde l’età non gli permetteva un’andatura più sicura e regolare, così come non si poteva pretendere una squadratura migliore dei muri, costruiti sulla solida irregolarità della pietra.

Il vecchio stava andando a prendere i bicchieri e il fiasco di vino per iniziare il rituale delle bevute che intervallavano il lavoro. Dopo aver invaso le stanze con il suo aroma, il caffè del primo mattino era diventato un ricordo e l’attenzione dello stomaco si concentrava verso la colazione vera e propria, con pane prosciutto e vino.

I rumori al piano di sotto si confondevano con i fischiettii allegri di coloro che si erano già messi al lavoro; il chiacchierio delle donne intente a preparare grembiuli e coltelli si alzava di tono diventando sempre più acuto fino a raggiungere le risate che accompagnavano le esclamazioni più pittoresche.

Le giornate invernali di pioggia e freddo diventavano ancora più lunghe se non le si faceva scorrere in fretta con quei momenti di aggregazione. Nei periodi in cui la vita si svolgeva principalmente tra le quattro mura domestiche, il gusto di ritrovarsi a vivere insieme i riti della tradizione contadina si accavallava alla necessità di mantenere salde le proprie unioni parentali e di amicizie.

I lavori in campagna erano pochi e avevano lo stesso ritmo del riposo autunnale della piante; i contadini sistemavano i granai e preparavano attrezzi e utensili per la stagione primaverile.

Erano i così detti “giorni della merla”, quelli più rigidi dell’anno, e la neve non avrebbe tardato ad arrivare; quel freddo secco e pungente era indispensabile per rendere ottimale la riuscita della lavorazione delle carni del maiale, quello che era stato ucciso il giorno prima.

La bestia, già scannata e squartata, veniva ridotta in bistecche, braciole e salsicce nei locali vicino alla cantina del piano terreno, dove non c’era stufa o camino a riscaldare l’ambiente. Nulla sarebbe stato scartato dell’animale: la pelle, il grasso nelle diverse forme, le zampe, le orecchie, le parti interne, ogni pezzo dell’animale veniva utilizzato e trasformato in commestibile. Nulla veniva gettato via.

Al piano di sopra il fuoco ardeva nella stufa e qualcuno stava preparando delle fascine per accendere il camino. Nella casa si stava compiendo il rito annuale della pista fatta con le carni di maiale e l’iniziale scompiglio si era trasformato in grande confusione di gente.

Un andirivieni costante di persone e di odori aveva riempito l’aria con il sapore della festa. Salsicce, salami, prosciutti, spallette, da salare e da condire; c’era poi chi si occupava dei budelli da mettere a bagno nell’aceto e che sarebbero serviti per gl’insaccati, chi metteva da parte le reti di grasso per preparare i fegatini: conditi con foglie di alloro e cotti alla brace del camino facevano venire l’acquolina in bocca anche a un vegetariano.

A mezzogiorno le prime bistecche furono messe sulla griglia e vennero gradevolmente apprezzate da tutti coloro che si erano impegnati nel lavoro; più tardi il fuoco vivo del camino sarebbe servito per scaldare il latte nel paiolo, e poi il dolce profumo del migliaccio avrebbe dato il suggello definitivo a quel rito.

“Un volo rapido e leggero, librarsi nell’aria senza muovere niente, sollevarsi ad altezze irraggiungibili e avvertire un calore diverso, che non si conosceva prima. Restare sospesi quel tanto che basta a comprendere la differenza, attendere il passaggio di corpi o gli svolazzi dei vestiti e dei tessuti per scendere piano piano e tornare alla propria normalità. Camminare lungo l’angolo che forma il muro con il pavimento, camminare veloce come se si dovesse arrivare a un appuntamento.

Il granello di polvere cade e rotola sul pavimento.
La vita trascorsa durante il giorno lascia l’impronta di quello che non si ritrova al suo posto l’indomani. Esseri senza ombra cominciano a vagare, esseri senza impronta, senza alito che esce dalla bocca: nebulose di spirito. Possono essere l’odore, oppure il colore, oppure il modo di muoversi, oppure gli atti che si compiono. Ognuno di loro è una parte di noi: la noia che ci assalirà, la puzza che faremo, la zoppia che ci accompagnerà, il nostro odio, il nostro amore, il nostro nervosismo, il nostro attivismo, la nostra pietà.

Il branco si trova magicamente unito, quello che è stato e quello che sarà si fondono in un unico gruppo di sensazioni da sballo che iniziano a serpeggiare, qualcuno movimenta gli ultimi aliti di fuoco che salgono dalla brace abbandonata.

Sono nuvolette di polvere grigia che aleggiano sotto l’aiola bassa del camino; sarà un refolo di vento a giustificarne lo spostamento l’indomani. Le anime di pensiero non si preoccupano di ciò, si divertono a giocare con le sensazioni che sentono salire da ogni angolo della casa buia e assopita.

E quello che vivremo il giorno dopo sarà costruito su quello che abbiamo fatto e lasciato impresso il giorno prima. La popolazione di spirito che anima la notte, e che raccoglie gli aliti che salgono dalle pietre e dalla strade, dalle piante e dai marciapiedi, dai muri e dalle finestre, è una popolazione fatta di inconsci e di ciò che s’imprime nel mondo immobile durante il giorno. Una popolazione che vive tra passato e futuro, tra quello che è stato, ed è rimasto impresso, e quello che dovrà succedere e noi avvertiamo con i sensi. La popolazione che anima la notte.”

La primavera si stava avvicinando, i giorni della merla erano passati da un pezzo e quel freddo pungente sembrava lontano almeno quanto quelle giornate corte e buie d’inverno. Tuttavia quei mesi non erano trascorsi in fretta e il tempo si era stranamente fermato restando ancorato ai ricordi e ai momenti di gioia legati ai preparativi e all’uccisione del maiale.

Nessuno era tornato a vivere nella casa e le ore si erano trasformate in lente, pesanti e lugubri veglie di morte senza che alcunché le animasse; nessun alito di polvere si alzava, nessun fuoco s’accendeva nella stufa.

Dopo le giornate piene del viavai continuo, il calore della gente aveva cessato di aggirarsi negli ambienti e la casa stava facendo la fine riservata ai luoghi abbandonati. Il silenzio ormai regnava imperante, il tempo trascorreva senza interruzioni, mesto e funereo, e nessun volo di polvere permetteva sensazioni diverse dall’immobilità totale; la notte trascorreva identica al giorno appena terminato e solo il tepore del sole cambiava l’aria dando un minimo di sollievo.

Arrivò l’estate, caldissima e afosa, durante la quale neanche i temporali estivi riuscirono a scrollare di dosso a quelle rattristate mura il senso di aridità e abbandono che la siccità e la solitudine gli stavano incollando come un ineluttabile sudario.

Finalmente arrivò di nuovo l’autunno, stagione di ritiro e di riflessione durante la quale le persone tornano a vivere dentro casa; quell’anno, però, quella stessa stagione umida e intima, non portò un ritorno di vita casalinga, al contrario, consolidò la certezza dell’abbandono definitivo.

I primi tempi furono durissimi, un lascito in quelle condizioni, da un momento all’altro, era difficile da accettare; tante persone erano passate sotto gli stipiti delle sue porte, e lei aveva diligentemente smaltito il peso di quelle presenze senza mai porsi problemi sul carico gioioso o meno di quel compito.

Ogniqualvolta si svuotavano i locali bisognava trovare la collocazione giusta per ogni sensazione e ogni movimento che aveva animato la presenza delle persone, ma quando restò sola non ebbe neppure il tempo di premunirsi per lasciare qualche alito di sentimento un po’ più a lungo dentro di sé.

Se almeno la vecchietta avesse sofferto di una lunga malattia, ci sarebbe stato spazio e tempo per organizzare una chiusura in bellezza e lasciarsi qualche residua nebulosa di spirito nascosta nei battiscopa. Invece la morte era arrivata fulminea e crudele senza lasciare neppure un po’ di tempo per cautelarsi.

Portarono via la vecchietta all’alba di un mattino lucido e tirato, dopo che la notte diverse persone erano state a pregare sul cadavere dell’anziana donna. Non si capiva quello che stava succedendo poiché la leggerezza dei passi e dei movimenti delle persone non faceva presagire l’arrivo di qualcosa di triste, evidentemente per loro l’addio era un saluto benevolo a chi aveva dato e avuto dalla vita; ma per lei che restava abbandonata, il significato era la morte definitiva.

Nessuno tornò a sistemare la casa per cui non ci fu neppure la possibilità di aggrapparsi a qualche animella di pensiero in extremis.
Trascorse quasi un anno prima che qualcuno si fece vivo; fu il figlio dell’ultima proprietaria che venne a trascorrere qualche serata in compagnia di amici.

Quelle capatine sporadiche erano meglio di niente, anche se non avevano nulla a che vedere con le giornate di vita e di allegria che si ricordavano fra quelle mura. C’era qualcuno che poteva rendersi conto di quanto abissale fosse la differenza d’importanza tra la vita di una persona nel suo ambiente e la vita di una casa e il suo ambiente, che delle vite di persone ne trascorreva non una, ma tutte?

Dopo qualche mese di frequentazione, comunque, i visitatori smisero di venire e la casa si trovò di nuovo completamente sola; l’essere stata definitivamente abbandonata fece rimpiangere anche quei piccoli spiccioli di attenzione e non le era di nessuna consolazione constatare la familiarità con la triste situazione delle altre case.

Gli anni iniziarono a scorrere, contando inesorabilmente a ogni svolta del calendario l’abbandono di un pezzo del centro storico del piccolo paese collinare. Alcune furono frequentate per un certo periodo da visitatori occasionali, quegli inguaribili romantici che tardavano a disfarsi del valore affettivo delle mura ereditate.

Quanto a preoccuparsi effettivamente dello stato di degrado cui andavano incontro le strutture, non c’era verso di trovare interesse da parte di quei frugali passanti. Neppure la compagnia che godeva la pace e la serenità di quei posti durante il fine settimana riuscì a trasformarsi in una costante che potesse garantire la ripresa della vita: il vuoto, assieme al buio assoluto, regnava in tutte le stanze.

Le stagioni si alternavano quali uniche artefici del volto e dell’aspetto generale del paese e il segno che lasciava il trascorrere del tempo costruiva un abito indelebile su quella cerchia di mura abbandonate. Nessun luccichio di luce riflessa spiccava dalla desolazione e i pochi raggi di sole che penetravano non trovavano alcun riscontro che potesse dare di nuovo splendore alla vita. Le ultime soffiate delle chiacchiere portate dal vento e rubate agli ultimi visitatori restarono coperte da un velo plastificato di niente che sapeva di morte.

” Il ragno e la desolazione del niente: nessun pezzo di carne rimasto, nessun alito di polvere che si lascia cadere dopo essere stato in bilico. Nulla può dare vita al luogo abbandonato. Nessuno spirito muove l’aria, né di giorno, né di notte e il ragno agonizza e muore nella solitudine della sua ragnatela vuota. Il niente regna sovrano, il vuoto assoluto s’è impossessato dell’ambiente. E quando il vuoto s’impossessa di qualcosa, c’è sempre da temere che qualcuno di non autorizzato lo vada a riempire. Il fantasma dell’indifferenza per primo. Dietro potrebbe arrivare quello della superficialità, poi quello del menefreghismo, quello della noia, quello della sciatteria, quello dell’uniformità, quello …

Un attimo e il branco torna di nuovo compatto e i balli e gli sballi si articolano senza distinzioni tra il giorno e la notte. Gli spunti delle sensazioni partite dalle strade e dai marciapiedi, dai muri e dai soffitti, dalle pietre e dai coppi, non esistono più in quanto tali perché lasciati dalla vita che vi scorre sopra. Esistono in quanto anime dei fantasmi del vuoto, del niente, dell’abbandono, del nulla dentro a una materia che non può vivere. E non ci sono distinzioni tra luce e buio, tra gioie e dolori, tra vita e morte, allo stesso modo in cui non ci sono spostamenti di cose o di polveri che poi debbano essere in qualche modo giustificati.’’

La casa abbandonata avrebbe avuto voglia di un’ordinarietà di abitazione quale quella per cui era stata costruita; l’andirivieni di fantasmi di ricordi, senza alcuna vita propria, non sollevavano alcun peso di sentimento e non muovevano alcun alito di polvere.
Un giorno si alzò un forte vento da est, un vento fresco, secco e nuovo, nessuno lo aveva mai sentito; le polveri iniziarono a muoversi e con il loro ballo diedero il giusto benvenuto ai ragazzi che stavano arrivando.

Cercavano un posto che fosse di loro esclusiva frequentazione e dove potevano fare quello che volevano senza doverne rispondere ad alcuno; scelsero la casa abbandonata come base per tenerci le scorte, ma poi giravano per l’intero paese increduli di vedere quei rifugi dell’anima lasciati a loro stessi e disponibili per loro che non avevano altro che posti dove c’era gente che pretendeva comportamenti e rispetti assolutamente immeritati. Si lamentavano di costi e di guai cui porre rimedio per le loro tane cittadine, quando a pochi chilometri c’erano quei beni di dio abbandonati e gratuiti! I giovani non avrebbero mai compreso i loro padri attraverso quelle strade di negazione.

La casa abbandonata che avevano scelto era quella nel miglior stato complessivo che si potesse trovare nel borgo sperduto, aveva le stanze grandi, i coppi più belli, le scale come quelle di una volta; fu gradevole il modo con cui cominciarono la loro occupazione, pulirono, spolverarono, lucidarono, portarono qualche mobile e nuove luci.

Qualcuno si divertì da subito a sporcare i muri, ma non erano gesti di sporco, erano parole o frasi, riti, poesie, disegni. Allora non c’era da arrabbiarsi o da sentirsi offesi, perché quello che scrivevano erano degli ulteriori atti di riguardo nei suoi confronti.
Quando fumavano si capiva la differenza di quello che succedeva nell’aria, le prime volte sembrò di avere l’intonaco che si staccava dai muri; ma poi, facendoci l’abitudine, cominciò diventare piacevole, quasi quanto l’imbiancatura da nuovo!

Sarebbe stato bello imparare anche a bere, ma i liquidi non s’inserivano nell’aria come il fumo, e se ne doveva restare fuori; a meno che quei suoi nuovi e simpaticissimi inquilini non riservassero anche la sorpresa di un aerosol di birra! Che sballo sarebbe stato!
Un ragno camminava sulla spalla della giacca, venne scacciato con un cicchetto delle dita, che poi tornavano ad arpeggiare sulla chitarra. Note, musica, spizzichi di pezzi e prove per avere chiara l’idea della canzone che dovrebbe venire fuori. I bicchieri si muovevano da un tavolo all’altro, si riempivano e si svuotavano, non cadevano mai; era finita la notte, bisognava andare a preparare il giorno successivo, e nessuno ne aveva voglia. Si spegnevano le luci, orge di ciao e buona intersecavano l’aria sovrastando gli innumerevoli suoni abbandonati.

Il nuovo splendore raggiunto dal borgo rivitalizzato era visibile e quasi tangibile; le notti non erano più uguali al giorno e quando i ragazzi se ne andavano, polveri e pietre iniziavano i loro balli di spirito scaricando quello che avevano accumulato. Allegria e spensieratezza trovavano lo spazio per esorcizzare i mille problemi che i ragazzi si portavano dentro; e se questo ridava vita alla casa, allo stesso modo creava un ambiente che avrebbe ricaricato e dato un senso a quei ragazzi.

” Scatta l’ora degli spiriti, di quello che è stato e di quello che sarà. Il ragno macina i suoi chilometri e gode delle passeggiate di nuovo ricche di polveri e di insetti. Bestemmie, pianti, urli, gioie, carezze; si animano come se fino a quel momento avessero vissuto di nascosto e poi, improvvisamente, avessero trovato il nutrimento per tornare a vivere. In mezzo al branco piccoli scontri di sentimenti contrastanti creano scariche elettriche fosforescenti.

Qualcuno se ne va attraversando il muro con aria scontenta, vorrebbe restare, ma non ha lo stesso brio e la stessa forza. Polvere comincia ad alzarsi, come ai bei tempi si spostano aliti di niente giustificati solo dal loro esistere. Nulla sarà al suo posto l’indomani, anche se pochi se ne accorgeranno. La visibilità materiale è una componente che non ha alcuna importanza; ciò che conta è far uscire tutto, sballare completamente, godere del proprio spirito. Annullare qualsiasi collegamento o contatto con la vita in chiaro, con la vita dai termini e dai confini sconosciuti. Non importa se l’indomani non ci sarà, se l’indomani non si vedrà, se quello che succederà non sarà riconosciuto come figlio della notte: quello che è stato è superato e quello che sarà stende il suo programma senza essere riconosciuto.’’

Un giorno arrivò un signore anziano, entrò dal portone senza scavalcare la finestra, come invece facevano i ragazzi che ne avevano lasciate alcune accostate per facilitare l’ingresso.
L’uomo anziano si guardò attorno, prima con disgusto, poi incuriosito da quello che trovava; alla fine scrollò le spalle e se ne andò.

Trascorse qualche giorno e la casa continuava la sua vita da “occupata” immedesimata in quella condizione; se una sera i ragazzi tardavano entravano in moto una serie di preoccupazioni simili a quelle della madre che non vede rientrare i suoi figli. Se poi arrivavano tristi, o non fumavano, o bevevano troppo, lo sconforto faceva scorrere polvere di liberazione per dare una prova tangibile del supporto alla loro condizione; erano le volte in cui non cigolavano i cardini e non si scollavano i battiscopa.

Quella sera i ragazzi arrivarono molto presto, prima del buio, si misero nella stanza più grande incuranti del sole che splendeva fuori e del fatto che fosse più caldo che dentro. Ammucchiarono ciò che fino a quel momento costituiva il loro arredamento e lo misero lungo il corridoio di fronte al portone d’ingresso.

Arrivarono alcuni uomini assieme al vecchio che qualche giorno prima era venuto a far visita alla casa abbandonata; dall’esterno cominciarono a chiamare i ragazzi e in poco tempo la discussione si animò molto vivacemente. Il più agitato di tutti sembrava proprio l’uomo anziano.

A un certo punto non ci fu più spazio per le parole, e qualcuno gettò qualcosa contro qualcun altro; da quel momento non si comprese più nulla e quello che prima poteva essere un interrogativo da porsi in seguito diventò esclusivamente una richiesta di pietà nei confronti di quelle persone. Forse non se ne rendevano pienamente conto, ma con quelle baruffe stavano provocando dei seri danni strutturali. Perché dovevano litigare in quel modo insulso e controproducente? Era la casa il motivo di quella discussione tanto veemente?

Erano trascorsi anni e anni di assoluto abbandono durante i quali nessuno si era preso cura delle vecchia mura, né come struttura, né come presenza; ora che qualcuno era finalmente tornato distruggeva ogni cosa in nome di una cartacea proprietà. Se continuavano di quel passo ben presto non ci sarebbe più stato nulla di concreto su cui disputarsi la padronanza.
Quegli spazi enormi, sufficienti a contenere decine e decine di persone, ora non bastava a contenere l’egoismo di quelle persone!

Gli spiriti che viaggiano nella notte e che al mattino ci fanno ritrovare le cose in un posto diverso da dove le avevamo lasciate e quelli che vagano per le strade e si rifugiano a dormire nelle macchine; un mondo di profumi, odori, puzze, colori; sensazioni completamente diverse e opposte a quelle del giorno. The dark side of life, for every one. Fanno esattamente quello che facciamo di giorno, ma all’opposto e all’oscuro. Se ci alziamo di notte li vediamo fare quello che faremo il giorno dopo.

Quello che serpeggia sotto alle nostre vite è quello che fanno e noi non riusciamo a completare di giorno: i sogni che viaggiano sulle ali dell’inconscio libero e che cercano di concretizzare i desideri. Quando la casa è abbandonata, quando le strade sono vuote, quando i camini sono spenti, quando le finestre non si aprono, quando la polvere non si alza … la vita non esiste più, né di giorno, né di notte.

Quello che resta è solo la violenza della notte per sfogare le proprie repressioni; muoversi nudi sotto impermeabili leggeri, salire sull’auto e viaggiare a fari spenti; tanto non si vìola nessuna legge, tanto non si danneggia nessuno, non si creano precedenti. Paure e angosce da affrontare a muso duro, andando forte con l’auto incontro al proprio destino, perforare il muro della notte e della foschia. La stessa foschia che vieta alla nostra vita di vivere chiaramente, di vivere per intero. E non s’incontrano ostacoli, non si batte la testa; perché la notte è libera e la foschia nasconde tutte le paure.

Spingere il piede sull’acceleratore e andare a tutto gas. Liberare l’inconscio di quelle che sono le voglie da soddisfare senza dover rispondere alle costrizioni dei muri psicologici costruiti dentro. Vivere senza memoria, senza passato né futuro. Solo il presente e via.
Questi nostri esseri che vivono di notte raccolgono l’oblio dell’abbandono totale, della sbornia completa, del non pensiero assoluto. Il paese abbandonato racchiude le nostre paure di anime abbandonate dalla vita e costrette a quotidianità che uccidono.

E il giorno diventa uguale alla notte, con nebulose di spirito che viaggiano dimentiche di ogni sentimento, piene solo di inconsci da sfogare senza senso.

Racconto di Ilaria Gagliardini pubblicato su Bookcafè.

IL MENDICANTE

Mendico comprensione. Mi aggiro, brancolando tra i miei pensieri e le risposte che non ottengo, nei meandri della mia mente sciupata. Come un mendicante cieco, che si sposta tentoni tra muri conosciuti e persone sconosciute che occupano quello spazio delimitato, così io vivo in questa stazione sotterranea.

E così, senz’altro supporto che non sia la semplice volontà, cerco di trovare nel posto sbagliato e nel modo sbagliato, una strada che possa essere illuminata da un minimo di comprensione.

E la mendico, la comprensione, la chiedo in carità, o per carità, purché sia donata in impeto di anima e di mente. Col dono cioè dell’intelletto e non solo del semplice dare per liberarsi di un ingombro. Non mi basta che sia  la pura compassione a muovere un’anima buona.

Ci sarà pur qualcuno in questa squallida stazione che può ragionevolmente prestarmi un pochino di attenzione da tramutare in comprensione!

E cosa me ne farò io, poi, di quella comprensione. Niente. Come niente è questo scrivere. Ma un cesso di una stazione può ben ricevere il niente.

Raffiche di vento caldo investono il marciapiede dei binari.

Il treno sotterraneo è simbolo di una vita di sottosuolo, è la determinazione del proprio vivere ai piani inferiori.

Appartengo alla categoria di persone che viaggiano nel sottosuolo, adopero i loro vestiti, ho il loro modo di fare. Svolgo la loro stessa vita. Ma non appaio mai in superficie, non esco mai da questi binari sotterranei. Nessuno lo sa.

Mischiato in mezzo a loro nessuno si accorge che non salgo mai lungo le scale mobili e non mi lascio mai trasportare dai nastri comunicanti; nessuno si accorge di questo mio essere ai margini dell’ambiente che li circonda.

La gente come me (che non è come me), viaggia nei sotterranei per riapparire in superficie e mischiarsi alla vita dei quelli che stanno e viaggiano sempre sopra; come se d’incanto tutte le differenze sparissero o non fossero mai esistite.

Per loro non c’è una verità che delimita il mondo degli uni e quello degli altri. Semplicemente è una questione di mezzi. Non di scopi né di fini. Semplicemente mezzi diversi. Treni sotterranei oppure ovetti volanti.

Trascorro le giornate da una stazione all’altra, tra un treno e l’altro. Come un mendicante. Al giorno d’oggi non ce ne sono più di mendicanti, almeno non quelli di una volta. Quelli senza braccio o senza gamba che mettevano un cappello alla rovescia sul marciapiede, scrivevano due righe su un pezzo di cartone e poi si stendevano in un angolo aspettando l’elemosina.

Ecco, quel tipo di accattone non esiste più. Esisto io. Che mendico comprensione. Uno sguardo, un sorriso, un lampo di intelligenza da poter scambiare con una qualsiasi delle persone che viaggia nel sottosuolo e che possa capire il mio stato.

Purtroppo raccolgo poco. A volte solo uno sguardo più soffermato, che vorrebbe aiutare la mente che ci sta dietro a sciogliere il dubbio: “ti conosco?”. Nulla più.

Ogni tanto mi piace andare a curiosare sui treni, vedere quello che succede tra la gente come me (che non è come me) quando si affanna a scendere per poi risalire, per poi andare incontro al continuo destino di negazione delle proprie aspirazioni. Nessuno di loro potrà mai arrivare a permettersi un ovetto, o un semplice biglietto di aerobus. Viaggeranno in eterno sotto terra.

Certe volte mi viene voglia di uscire, non per andare a un lavoro, ma per fermarmi alla stazione di sopra, quella dei mezzi volanti. Tanti anni fa ci avevo lavorato. Quando le costruivano. Poi sono sceso e non sono più risalito.

La voglia di vedere come sono adesso, quelle stazioni che io stesso ho contribuito a far nascere, non diventa mai un bisogno impellente e si spegne col nascere della fobia dell’esterno. Potrebbe essere uno spettacolo interessante stare a guardare l’andirivieni di ovetti, gli agganci in aria, le scale di appoggio, lo smistamento ai nastri comunicanti.

Certo le stazioni, e proprio per il bello che le ho inventate io, sono strutturate per evitare la calca e gestire al meglio ogni situazione di ressa di gente. Le scale d’appoggio sono singole, anche se l’attracco avviene ai pali multipli. I nastri comunicanti sono tarati per il trasporto di un numero fisso di persone e per uno spostamento confortevole.

Sicuramente tutti i giochi d’incontro, di scontro, di sguardi e di ressa che si vedono nei sotterranei fra le persone come me (che non sono come me), nelle stazioni in alto, in superficie, sono limitati o inesistenti.

E poi la gente che frequenta quegli spazi è diversa da noi sotterranei, vive  a un livello più alto e si comporta differentemente da noi qua sotto.

Il pensiero si perde mentre cammino lungo il marciapiede, ma non posso stare fermo, mi scoprirebbero. Tutti devono avere una meta e un luogo dove andare. E poi non ci sono panchine dove sedersi o sdraiarsi e l’unico modo per riposare le gambe è salire su un treno.

Adesso mi conviene salire e fare un giro a spiare qualcuno.

Appena entrato l’occhio cade su un giovane di sane speranze. In questo momento non sa dove guardare, se dritto davanti a sé o di fianco verso il finestrino. Un paesaggio innevato scorre al di fuori di esso, ma lui sa che non è un paesaggio vero.

Ha solo sbagliato scompartimento, doveva scegliere quello precedente, allora avrebbe visto scorrere la primavera, come realmente fuori era. Ma non si può pretendere la perfezione in ogni istante della vita e ora deve  accontentarsi della comunque bella immagine invernale.

Al suo fianco l’altro passeggero sembra immerso nella lettura del libro e concentrato nell’ascolto delle cuffie. Anche il mio soggetto ha le cuffie per l’ascolto, ma l’ambiente attorno lo distrae continuamente. Non vede chi sta seduto sul sedile anteriore e su quello posteriore e dal suo modo di comportarsi pare sia sicuro di essere tra due persone dell’altro sesso.

Il suo sguardo inizia a perdersi, ecco, forse adesso l’ascolto comincia a fare breccia nel suo pensiero, oppure si è finalmente rassegnato al paesaggio di fuori. I suoi occhi si perdono nel finestrino, ma invece di seguire lo scorrere delle immagini, cerca il riflesso delle persone che sono attorno a lui.

Lo scompartimento è silenzioso, solo brusio di materiale elettrico, il treno scorre su binari sotterranei, è velocissimo, trasporta pendolari operai e impiegati di primo livello. Non è cambiato molto rispetto agli operai e agli impiegati di qualche decennio fa, quelli di allora erano forse più ammassati e meno comodi nel viaggio, ma almeno vedevano il mondo fuori.

Quelli di adesso devono accontentarsi del bel virtuale che ogni scompartimento propina in modo diverso. È cambiato il mezzo, è diverso il modo, ma il loro aspetto, i loro comportamenti, sono sempre gli stessi; uomini che cercano donne, donne che si fanno abbindolare dagli uomini, disgraziati che non trovano mai una loro dimensione. Cambiano i modi, ma i protagonisti e il risultato sono sempre gli stessi.

Il soggetto, quello che ho deciso di seguire nel viaggio dalla mia stazione fino alla sua destinazione, è una persona giovane, sicuramente non un semplice operaio, ma neppure uno destinato ai quadri dirigenti.

Si dice che alcuni di loro ogni tanto scendono ai treni per conoscere la vita inferiore, ma sono casi rarissimi e facilmente distinguibili. Il soggetto non è uno di quelli. Si vede dall’occhio quasi spento.

Si sta alzando, siamo arrivati alla sua meta. Mi alzo anch’io; ho cercato di incrociare il suo sguardo nella speranza di mendicare un po’ di comprensione, ma quello di rimando non mi ha neanche fissato per capire se mi conosce.

Si aprono le porte, la stazione non è una di quelle frequentate, siamo solo in quattro davanti all’uscita. La curiosità per sapere a quale mondo appartiene il soggetto si affaccia. Il nastro sotto ai nostri piedi tremola un po’, forse per il carico scarso. Due vanno verso le toilette.

Il soggetto continua e io dietro di lui. Sale la scala mobile di Accademia. Forse ho beccato uno studente!

Ce ne sono altre tre di scale da prendere prima dell’uscita in superficie e avrò tempo al prossimo snodo a girare per tornare indietro; lo sguardo mi cade sui suoi pantaloni, lenti in vita e troppo lunghi in fondo. Formano una sacca sopra alle scarpe. E la sacca sembra piena di roba. Va a finire che ho incontrato un altro mendicante!

Distratto dal dubbio, col pensiero pieno di lui, a malapena avverto l’urto sul mio fianco; qualcuno ha fretta e vuole correre più veloce delle mobili. Intanto il primo snodo se n’è andato senza che io abbia fatto in tempo a girare indietro.

Le sue scarpe sono di cuoio vecchio, di buona fattura, ma usate molto. Mi viene voglia di aggredirlo, portargli via tutto e chiedergli i perché della sua vita. Anche la maglia gli cade addosso come se fosse un capo d’abbigliamento non suo. Troppo largo sulle spalle, troppo lungo nelle maniche, troppo liso il collo. Porta una borsa a tracolla, anch’essa di cuoio vecchio, come le scarpe. Continua ad ascoltare musica, interagisce con essa e perde lo sguardo all’orizzonte.

Distrattamente con la mano destra tira fuori un oggetto dalla borsa. Non faccio in tempo a vedere cos’è che un lampo di luce mi acceca. Ho perso il conto degli snodi e improvvisamente mi trovo sbattuto in superficie.

Che dolore agli occhi. Il soggetto ha fatto in tempo a proteggersi  e con quella mano distratta si è procurato gli occhiali scuri.

Scendo al volo dal nastro comunicante, il soggetto prosegue verso la sua meta, ma io non posso stare qua sopra e devo trovare subito la scala per scendere. Cerco di proteggere gli occhi con la mano, ma per capire dove andare sono costretto a tenerli aperti.

Sono in una piazza, snodi di nastri comunicanti si trovano a ogni angolo e per il resto nessun altro mezzo di trasporto si muove a terra. Porto lo sguardo in alto, non posso farne a meno; un po’ per vedere dove vanno a finire le costruzioni che creano gli angoli della piazza, e un po’ per scrutare qualche ovetto.

Poi lo sguardo si ferma alla mia altezza, incrocio le persone sui nastri e quelle che sono a piedi attorno alla piazza. Poche sono le persone come me (che non sono come me) che si aggirano, più numerose sono quelle che non scendono mai ai treni.

La disperazione angosciata della fobia dell’esterno mi assale improvvisamente, non riesco a camminare dritto, le mani stringono forte l’indelebile che mi porto sempre dietro nella tasca della giacca.

La smania di scrivere su un muro s’impossessa di me come sfogo all’ansia; mi avvicino alla prima costruzione che vedo e comincio a sporcare la parete lucida. Poche parole, imprecazioni di sfogo; il tempo di rimirarle e quelle scompaiono magicamente assorbite dal materiale della facciata.

Me l’ero dimenticato! Ecco un’altra differenza tra sotto e sopra. Giù tutto resta sporco, su c’è addirittura l’autopulizia! Nessun segno di passaggio, nessuna modifica di assetto per il passaggio di gente o di mezzi. Tutto resta com’è.

Inspiro a pieni polmoni, l’aria pulita e profumata è la stessa che si respira sotto da noi; l’ansia sta per diventare disturbo fisico e questa constatazione mi crea ulteriore disagio. Devo trovare il modo per tornare giù.

Alzo lo sguardo per identificare un luogo, per capire dove possa trovarsi un’altra stazione sotterranea, per sapere dove devo andare. Purtroppo non ci capisco niente, i segni sono convenzionali e non in lingua; me li sono persi tanti anni fa. Seguo l’istinto e vado dietro ad alcune indicazioni verdi.

Eccola lì, me la ritrovo davanti, il mio progetto diventato stazione, la mia creazione trasformata in luogo d’approdo per ovetti. È tutto come era stato previsto, i pali di attracco, i nastri comunicanti, le aree di smistamento.

Solo un fatto m’incuriosisce, vedere come hanno strutturato i servizi. Ricordo che dibatterono molto sul fatto che non dovessero essere presenti cessi o posti dove qualcuno potesse fermarsi per un ristoro.

Ai treni già esistevano certe strutture e si è preferito lasciarle stare (per mia fortuna). Non vidi mai l’effettiva realizzazione delle opere. Adesso che ci sono di fronte la fobia dell’esterno lascia spazio alla curiosità di una cosa ormai scoperta.

Salgo sul nastro comunicante che mi porta allo smistamento, ma allo snodo non riesco a scendere, sono impedito da fasce di nastri che delimitano i passaggi.

Non ci sono neppure i cessi! E muri puliti dappertutto. Torna prepotente l’angoscia, la sensazione di vuoto e di niente, la voglia di scrivere e di sporcare le superfici lucide.

Devo tornare di sotto. Ci sarà un nastro che mi collega  ai treni. Sto cominciando a sudare, qualcuno vicino a me lo nota e si scansa. Stringo l’indelebile nero sempre più forte. Incrociamo lo sguardo con quelli che vengono dall’altra parte e fulmineamente ci riconosciamo. Io e lei. Mendicanti.

Non possiamo fare nulla che non sia solamente una nostra constatazione interiore, qualsiasi intenzione ci farebbe scoprire subito. Dobbiamo limitarci a incrociare le nostre traiettorie finché non riusciremo a prendere la stessa via.

Sarà una mendicante di sopra, delle stazioni di volo? O sarà una come me (che è una come me)?

Mi si rompono le scarpe sul tallone, vorrei aver aggredito il soggetto per avere le sue scarpe di cambio. Invece inizio a ciabattare con le mie e mi accorgo che non è proprio un bel sentire.

Tra poco la incrocerò di nuovo. Prima ci siamo sfiorati le mani. Al prossimo snodo salgo sul suo nastro.

DI  PRANZI   E   DI   CENE

Ho sempre creduto  nella dieta dissociata: tutti carboidrati o tutte proteine. Mangiare cibi costituiti esclusivamente dai primi a pranzo, e dai secondi a cena.

Nei periodi in cui limitavo quantità e condimenti, la dissociazione si abbinava a una altrettanto discreta dissociazione con i chili di tropo. Purtroppo mantenere la cinghia stretta è per me molto difficile: mi piace cucinare e adoro il rito del pasto.

Non riesco a rinunciarvi del tutto, quindi mi accontento della semplice dissociazione evitando gli eccessi al ribasso della forte riduzione di quantità e di condimenti. E mi mantengo sufficientemente in forma!

L’unico insinuante dubbio sulla validità della mia dissociazione è dato dalla LANDA di pane consentita al pasto serale; è un  dubbio che si trasforma in interrogativo nascondendosi  tra la memoria e il pasto.

E in maniera subdola diventa risposta premiante dello sgarro fatto: ma sì, una fetta di pane con il caciucco ( che è proteina di pesce di cui ci si può abbuffare) è consentita anche in dieta  stretta, è l’eccezione che premia la dieta. Poi quella fetta in più diventa standard, non più optional di pesce. E al ritorno del caciucco in tavola la fetta in più diventa una seconda e una terza, e salta tutto il castello della dissociazione.

Lo stravizio colpisce di sera, quando sono più vulnerabile e il danno è più difficile da limitare. Allora ho pensato: e se inverto la dissociazione e faccio tutti carboidrati la sera e proteine a mezzogiorno?

A parte la difficoltà di dover cambiare i ritmi di cucina, le abitudini di lavoro eccetera eccetera, il dubbio sulla teoria dell’inversione si mescola alla scusa- accusa di essere solo uno stratagemma. 

E il dilemma,  non traducendosi  in ricerca di soluzione pratica, resta a livello psicologico.

Cosa ho fatto tutt’oggi?

Niente.

Anzi.

Tutto.

Ho dimagrito.

Nessuno rida.

È un lavoro faticosissimo dimagrire. Concentrarsi sulla perdita di peso del nostro corpo, stare senza mangiare e non pensare al prossimo appuntamento con il cibo comporta una notevole dispersione di energia.

La gente paga per poter dimagrire e sicuramente sarebbe disposta a pagare qualcuno che ci pensi a farlo. Quindi il mio aver pensato di dimagrire è un vero è proprio lavoro.

Quanto alla redditività di questo lavoro ho i miei dubbi.

La bilancia nega ogni mio entusiasmo.

LA MASCHERA DI FANGO

Acqua calda, deve scendere acqua caldissima altrimenti non riesco a lavarmi; alzo lo sguardo allo specchio, l’immagine riflessa non mi piace affatto.

Due occhi stralunati e marroni con tanto bianco attorno; se alzo la testa ancora un po’ vedo anche le labbra, spropositate e grosse chiuse dentro la maschera che ho applicato al viso.

Guardo l’acqua che scorre e infilo un dito sotto il getto; ancora non è calda abbastanza. Se dovesse diventare bollente basterà muovere il mix verso quella fredda per ottenere la temperatura ideale.

Rilancio lo sguardo verso lo specchio, di nuovo la maschera marrone-grigio mi guarda di riflesso. Resto incantata.

Tutto questo lavoro per avere una faccia degna di essere mostrata?

E dentro?

Trapelerà qualcosa di quello che ho dentro dopo il lavoro di lifting?

Il vapore dell’acqua, diventata nel frattempo bollente, appanna il vetro e mi distoglie dalla visione.

Sposto il mix ed ottengo la temperatura ideale. Tuffo le mani a conca e getto l’acqua sul viso. Via tutto!

Mi riguardo. Sono sempre io.

E adesso vado con la crema, il fondotinta, il fard (scuro per carità) eccetera eccetera.

Ma che cazzo lo faccio a fare il lifting se poi sulla mia bella faccia pulita ci ributto altro coprente?

E dentro?

Cosa succede dentro alla mia coscienza se le faccio il lifting dell’autocritica per poi gettarle sopra la conformità delle apparenze?

La libertà ce la siamo tolta dentro di noi.

Puliti, dentro e fuori, solo per essere conformi.

Non è bellezza questo.

Non è purezza questo.

Dobbiamo cambiare tutto.

LA DONNA E IL GUINZAGLIO

Girava su sé stessa, in cima a quella piccola salita che portava all’uscita della scuola elementare. Girava su sé stessa e non sapeva dove mettere i piedi e dove guardare con la testa. Ostentava una normalità che non usciva dalle sue viscere e che le snudava ancora di più il disorientamento che aveva dentro.

Ogni  suo gesto era uno scatto improvviso, anche se stimolato da un pensiero voluto e ragionato e non dalla sua naturalità; si vedeva che, per compierlo, raccoglieva forza e nervi in modo quasi violento. Non si fermava mai, era in movimento continuo e stava dalla parte opposta di dove stavano le altre donne.

I suoi spostamenti si notavano come la nota stonata in mezzo al rigo, come il contropelo, come il gesso che stride sulla lavagna, come il tremore che ha la testa dopo aver preso una botta violentissima. Per quanto fosse sempre dietro a muoversi, si trovava sempre alla rovescio, sempre controcorrente, e questo suo comportamento si notava come la carta rovesciata in mezzo al mazzo.

I suoi modi di fare la facevano assomigliare al cane che ha perso il padrone ma non lo sa, e ancora non ha la percezione sicura di quello che è successo. Si guarda attorno, muove la testa alla ricerca del volto e delle gambe che non ci sono più, come se potessero apparire da un momento all’altro a riportare la situazione come è sempre stata.

Non sa che non verrà più, nessuno gliel’ha spiegato o glielo può spiegare; sarà solo il tempo che passa a dargli la dimensione di quello che è successo. Intanto muove il corpo e la coda senza senso, non avendo più l’ordine del padrone a spiegargli cosa deve fare.

Allo stesso modo lei si muoveva con disordine, in maniera scoordinata, senza la tranquillità delle persone normali; neppure lei aveva la dimensione reale e acquisita di quello che era successo. Anche lei viveva l’illusoria ricerca del volto e delle mani che non torneranno mai più, e cercava, nei suoi movimenti continui, le certezze che lui le dava e che dovevano tornare.

Aveva perso il marito qualche giorno prima e ora non aveva più quel riferimento mentale e psicologico che lui rappresentava per lei.  E questo, per quanto cercasse di nasconderlo, le si vedeva chiaramente in ogni gesto che faceva.

Avevano avuto due figlie e la vita doveva andare avanti come prima, lei doveva trovare il modo per tirare avanti comunque; in rispetto a lui e per crescere bene le sue figlie.

Ma per quanto cercasse di razionalizzare la situazione, questa le era precipitata addosso violentemente, la disperazione che aveva dentro le saliva fino alla gola e la faceva strozzare. Perché non era possibile che fosse morta una parte di lei, perché era impossibile restare senza qualcosa dentro.

E un marito, quello che avevano costruito assieme, le figlie e la vita che avevano voluto erano tutte parti di lei. Non poteva restare senza un pezzo dentro; poteva immaginare di restare senza una gamba, senza un braccio, senza un occhio, ma mai avrebbe creduto di restare senza un pezzo di anima.

Perché l’anima è una cosa intera, inseparabile; non si rompe, non si spezza, non si può portarne via un pezzo, mai.

APPUNTI DAL DIARIO – 06/02/2013 – ILARYDELL

Vi siete mai scottati? La pelle intendo. Avete mai provato a cuocere la vostra pelle con un liquido bollente?

La pelle muore. In gradi diversi, a seconda di quanto va a fondo negli strati del derma il liquido bollente che le avete versato addosso.

Trascorse le prime ore di dolore e quando le cure iniziano a fare il loro effetto anestetizzandovi, la pelle morta inizia a venire via e lascia il posto alla pelle viva.E quella pelle viva, a contatto con l’aria, BRUCIA! Dà a voi, che siete il corpo e le sensazioni del corpo che sta sotto a quella nuova pelle, il dolore di un contatto come se fosse quello contro un’intensa fonte di calore.

È l’aria ciò con cui siete venuti a contatto, ma è diventata come il fuoco sulla vostra pelle. Allora ci sono emozioni che danno la stessa sensazione fisica. È come se la pelle ardesse. E, ve lo giuro, fa male. Ve lo posso garantire; perché fisicamente una scottatura da liquido bollente so cos’è.

PRESBITERISMO

Lo so, lo so, so che faccio solo ridere …… ma, credetemi, la mia intenzione è tutt’altra.

Vedete i miei occhi come lacrimano? Piango, piango di continuo; e ora, pensate ancora che voglia far ridere?

Da qualche tempo uno stupido attacco di vecchiaia sta dando i suoi noiosi frutti e mi lacrimano gli occhi; poco male, direte voi. Certo, poco male. Basta asciugarsi le lacrime che scendono sul viso e andare avanti.

In effetti, se fosse tutto qui, non sarebbe una grave incombenza. Ciò che disturba è la lacrima che si ferma nell’occhio: modifica la visione e ne distorce i contorni. Tuttavia è proprio grazie a questo effetto che mi riesce facile vedere cose che la vista normale non permetterebbe.

UN ESEMPIO?

Un esempio: al supermercato. Confondo i cartellini e l’arista di maiale diventa interessante non tanto per il suo look, quanto per l’essere IN SCONTO. Inverto le priorità. Dimentico la lista della spesa e faccio acquisti non per ciò che serve, ma per ciò che è IN SCONTO.

Non sempre va bene. Se l’offerta del supermercato si prolunga nel tempo, oppure io ci capito più di una volta a settimana, mi ritrovo con montagne di carta igienica. E anche fin qui poco male. Il guaio accade quando in sconto ci sono le prugne cotte o i fagiolini freschi. La nostra dieta subisce scossoni di monotonia cronica!

Non direi di essere afflitta da una patologia medica vera e propria. Ovvero.

Ovvero la mia lacrimazione è dovuta a un eccesso di muco nel mio corpo, eccesso che si manifesta sotto strane forme di secrezione.

Fumo un po’ troppo, e questa potrebbe essere una causa della presenza di catarro. E che tale catarro si trasforma in muco  più o meno sciolto. E che ogni tanto trabocchi come il liquido in eccesso versato in un vaso già pieno.

Perché è già pieno il vaso?

Ma per via del raffreddore, naturalmente! Chi di noi non si prende un raffreddore, di tanto in tanto?

Dunque, in questa situazione caotica e disdicevole, io ho trovato la soluzione. Non appena avverto di essere vicino al livello di guardia, corro ai ripari e acquisto un raffreddore presbite in sconto.

M’accontento della loro scarsa qualità, che ben s’adatta a tenere lontano quelli peggiori. L’unico difetto è che diventano costanti e si prolungano nel tempo assai più di quelli normali, ma come ho già detto offrono il vantaggio di occupare una narice ed evitare l’arrivo degli altri.

È una specie di occupazione pacifica che vieta ai facinorosi di impossessarsi delle mie vie aeree; sorrido ripensando agli ultimi raffreddori acquistati, uno mi ha tenuto la narice occupata per un mese!

Prerogativa classica del raffreddore presbite è di colpire una sola delle narici disponibili, lasciando l’altra libera ed evitando il contagio da influenza seria. Capisco che sia sgradevole avere una narice attappata, ma per evitare il peggio è il rimedio migliore.  Sapeste quanta gente farebbe il diavolo a quattro pur di avere comunque una narice libera! Non ci credete? Vi do un esempio pratico.

Ehi, un momento, badate bene! Io non sono di quelle persone che comprano raffreddori presbiti per mascherare altri problemi. Eh no!

Vi racconto io come fanno quelli che sono malati e pensano di risolvere tutto con l’acquisto di un raffreddore.

Sapete bene cos’è un’influenza: cinque giorni a casa dall’ufficio, quattro partite a tennis perse, tre cene addio …. Allora? Uno XXX e via tutti i sintomi.

Non posso biasimarle, queste persone, ma io corro ai ripari anticipando i guai,  precedendoli sulla via del loro manifestarsi e sminuendone gli effetti.

Adesso che abbiamo stabilito la distanza tra me e i curatori degli effetti, andiamo a individuare coloro che, come me,  vogliono sminuire gli effetti devastanti di un raffreddore preso in pieno, ma invece del raffreddore presbite si rivolgono a XXX prima ancora di ammalarsi. Ma io non sono come loro, invece di XXX vado ai saldi!

Chi non si può recare ai saldi, o rifugge l’idea dell’utilizzo indiscriminato di XXX, si costringe a salti mortali per essere colpito dal primo virus leggero vagante che possa causare il raffreddore presbite ed evitare i guai peggiori.

Poveri cristi, sono impegnati a tirare su di tutto! Li potete vedere sniffare la polvere dei tappeti delle scuole di danza cui costringono le figlie, porgere il proprio fazzoletto sotto l’improvviso starnuto di un  amico, spargere innumerevoli tirate di naso nei locali più frequentati e infetti. Li capite? Qualsiasi mezzo è valido per evitare di beccarsi un’influenza con tutte le narici occupate!

La vicenda più sconcertante per chi ha un raffreddore presbite sono gli starnuti improvvisi; avendo una narice libera lo stress che lo starnuto crea nella narice occupata potrebbe essere letale. Conoscevo un tipo che non si è alzato più dalla tazza del water dopo essere stato colpito da uno starnuto improvviso. Poveretto. È rimasto stecchito.

L’estremo rimedio, quando il danno è ormai accertato e l’influenza è presa, consiste nel mutarla. Come fare? Semplice. Basta rivolgersi a quegli usurai dei rivenditori d’usato: a caro prezzo sono in grado di darti un raffreddore parotidico che annulla l’influenza. Oltre all’alto costo, questo tipo di raffreddore è anche molto noioso, ma le narici sono libere!

L’inconveniente più grande che comporta il raffreddore parotidico sta nel dover soffiare le orecchie contemporaneamente, e si devono utilizzare entrambe le mani. Questa situazione ci permette di comprendere, tra le altre cose, anche il valido motivo per cui le narici sono vicine!

Torniamo per un attimo al problema di partenza, la lacrimazione degli occhi. Acuita da una causa di stress possono costringere alla visita oculistica. Risultato: gli occhiali!

Ora il fastidio si è ridotto molto, ma è cominciato un altro disturbo: l’affaticamento per adattare il cervello alla nuova condizione.

ADATTARE IL CERVELLO!

GRANDI PROGETTI E PICCOLI TRAFFICANTI

OMICIDIO IN RIVIERA

Il preludio al temporale ha sempre dei connotati e delle caratteristiche distinguibili, è il momento in cui tutto è fermo perché tutto sta per succedere. Ma lo si comprende dopo, quando ormai l’inferno è cominciato.

E solo nel momento della ricostruzione del ricordo ci si rende conto di com’era l’atmosfera degli istanti immediatamente precedenti quell’avvenimento.

L’urlo sale da dietro come un roboante preavviso di tuono, e diventa sempre più forte e prolungato. C’è un attimo di smarrimento e di stupore prima di correre a vedere quello che è successo, lo stesso stupore e lo stesso smarrimento che si dipingono sul volto di Francesco quando avverte i primi acuti dell’urlo di Paola, e prima che il suo corpo reagisca a quel richiamo.

La raggiunge trovandola ferma e impietrita sulla porta del bagno di servizio, quello che cinque minuti prima aveva detto che sarebbe andata a pulire. Davanti a loro, riverso sulla tazza chiusa del water, il cadavere seminudo di un uomo riempie l’aria del suo tangibile puzzo si essere morto.

Paola sta ancora urlando e, nonostante l’orrore che anche lui prova, Francesco riesce a farla smettere chiudendole la bocca con il palmo della mano. Poi le chiude anche gli occhi sbarrati, annullando lo sguardo posato su quella visione terrificante.

Perché la pelle, aperta dal taglio preciso e finissimo di un coltello molto affilato, lascia uscire la carne in un crescendo di gonfiore visibile e quasi palpabile. La pulsazione della vita esce dal corpo abbandonata dalla pelle che è stata, fino a quel momento un vestito troppo stretto che ha finito con lo scucirsi.

Certe cose, quando succedono, tolgono la sensazione del trascorrere del tempo. Paola è appoggiata allo sgabello di fronte al bancone del bar, sta bevendo del vino, ma non sa chi glielo ha versato, quale percorso ha fatto prima di trovarsi lì e, se chiude gli occhi, rivede quell’uomo sbiascicato sul pavimento del bagno.

La polizia finalmente è arrivata, attorno a lei la confusione sta diventando sempre più caotica e non sa dove sia Francesco. Vorrebbe parlare con qualcuno, vorrebbe cacciar fuori altri urli che possano liberarla dalla terribile paura che ha appena vissuto.

Ma non c’è nessuno che possa portarla fuori di lì a sfogarsi un po’ e, in aggiunta a quella improvvisa e inaspettata solitudine, avverte anche una strana paura. È il terrore di dire qualsiasi cosa e che qualunque parola le esca dalla bocca poi possa diventare un’arma a doppio taglio e possa ritorcersi contro di lei. Si sente il gelo nelle vene.

Per quanto tenti di scaldarsi indossando una maglia sopra l’altra e insistendo per farci stare sopra anche la giacca, per quanto muova le gambe costantemente, nella speranza che il moto continuo le faccia ripartire il sangue, per quanto si ripeta mentalmente che tutto  passerà così velocemente come è arrivato, nonostante tutto ciò, la sensazione raggelante che l’ha invasa fin dal primo istante non si stacca da lei. E tarda ancora ad venire la rassegnazione dell’accettare quel diverso stato del suo essere.

E schizzi, schizzi dappertutto, il rivestimento del bagno è irriconoscibile per quanto quei punti rossi ne confondono il disegno originale. Quando chiude gli occhi rivede la scena e se la prima volta l’orrore occupava l’immagine per intero, adesso i particolari della scena raccapricciante si delineano con maggiore precisione: la bocca aperta con la lingua gonfia che penzola fuori, ricoperta di sangue … le braccia abbandonate con i palmi delle mani rivolti verso l’alto … gli schizzi lunghi e quelli punteggiati … la puzza!

Gli occhi di Paola restano venati dalle venature dell’affaticamento fisico del pianto, della rabbia, della disperazione di non riuscire a cacciare fuori di sé il disgusto.

È da poco trascorsa l’ora dell’alba, il sole tiepido del primo mattino ancora fatica a perforare e schiarire la foschia formatasi durante la notte. Il locale ha smaltito gran parte del fumo e della confusione accumulata nella serata precedente e ora deve riempirsi di nuovo a causa dello strano affluire di poliziotti, investigatori, clienti e curiosi.

Chi ha finito di bere da poche ore non ha altro posto per ingurgitare ulteriore alcol, ma l’ispettore di polizia, che non ha fatto il pieno la sera prima, per santificare quella levataccia mattutina non resiste alla tentazione di farsi preparare un caffè corretto.

Non gli capita tutti i giorni di essere di fronte al cadavere di un accoltellato e per digerire quel colpo a stomaco freddo gli ci vuole qualcosa di forte.

Il gestore del locale gli prepara volentieri il caffè che ha chiesto, neppure lui si è ancora ripreso dallo stupore di quello che è accaduto e questo moltiplica le normali chiacchiere. Il suo parlare si sta trasformando in un fiume in piena.

L’ispettore, invece, non parla, aspetta con ansia il suo caffè per potersi definitivamente svegliare, e approfitta della sua naturale flemma per lasciare che lo sfogo dei protagonisti sulla scena del delitto si completi. È il suo metodo per delineare con esattezza il quadro della situazione, invariabilmente destinato a guastarsi quando comincerà a fare le sue domande.

L’eccessiva eloquenza del gestore, a parte le dovute attenuanti determinate dallo choc, gli dà l’impressione che quell’uomo possa nascondere qualcosa. E se non è lui a nascondere qualcosa, certamente qualcosa di strano lo nasconde quel posto. Com’è possibile che una persona venga accoltellata in un bagno senza che nessuno si sia accorto di niente? In un locale piccolo come quello?

L’ispettore chiama Luigi, il suo vice:

  • Voglio la lista completa di tutte le persone che lavorano in questa bettola, di tutti i clienti che sono stati qui stanotte e dei frequentatori abituali, sotto qualsiasi veste, del locale.
  • Ah, dimenticavo, fammi il rapporto preciso e dettagliato del gestore: famiglia, soldi, precedenti, amici, lavoro, eccetera, eccetera.
  • Sarà fatto, capo.
  • Oggi all’una sulla mia scrivania.
  • Ma sono quasi le nove.
  • Allora comincia subito.
  • Va bene.

Luigi se ne frettolosamente, non ci sono discussioni da fare sugli ordini del capo, l’unica sua speranza per evitare un surplus di lavoro è quella di riuscire a trovare il maggior numero di informazioni subito e sperare che tra esse ci sia un minimo d’indizio per l’indagine.

L’ispettore osserva la scena dal tavolino a cui siede, poco lontano dal bancone del bar: il gestore continua a ubriacare chiunque gli capiti a tiro, mentre la moglie sta in disparte, come inebetita.

I primi dati sull’ispezione al cadavere glieli ha posati sul tavolino uno degli agenti arrivati per primi. La vittima, un uomo, di colore dell’apparente età di una trentina d’anni, è stato accoltellato con tre colpi al corpo, uno dei quali, dietro alle spalle all’altezza del cuore, dovrebbe essere stato quello fatale. Altre più dettagliate informazioni, come eventuali segni di colluttazione o indizi lasciati dall’assassino sul corpo, saranno evidenziate dall’autopsia.

La signora che ha scoperto il cadavere non è stata di alcun aiuto, e il gestore, suo marito, nonostante l’eloquenza, ancor meno. Per cominciare a farsi un’idea del posto e dell’atmosfera nel contesto di quello che è successo dovrà attendere di parlare con il barman, che ancora dorme il sonno del giusto riposo.

L’identità del cadavere è ancora sconosciuta e si dovrà attendere l’esame autoptico per sapere con precisione come è stato ucciso.

Buio assoluto!

Eppure quel cadavere  ha qualcosa di noto, di riconoscibile; l’ispettore non sa con esattezza se quel qualcosa ha a che fare con l’aspetto fisico o cos’altro. Forse una segnalazione?

Prima che le domande comincino a sovrastare i dati di fatto, il poliziotto decide di tornare in ufficio.

L’ordine sulla sua scrivania non è mai stato di grado sufficiente a garantire la praticità indispensabile a chi svolge un lavoro come il suo. all’apparenza sembra che qualcuno abbia abbandonato sul tavolo un groviglio di fili grossi e fini, gettati alla rinfusa, che attendono le mani solerti per poter alzare il cavo d’inizio.

Si siede sulla sedia dietro alla scrivania, poi, passandosi le mani sul viso, arriva lisciarsi i pochi capelli rimasti sulla nuca. Incrocia le mani dietro al collo e si appoggia allo schienale della poltroncina stendendo i piedi sulla scrivania dando ulteriore prova di disprezzo per quelle scartoffie disordinate.

Improvvisamente entra Luigi di corsa con in mano l’elenco delle informazioni che gli era stato richiesto; per la foga finisce quasi sdraiato sulla scrivania.

  • Quante volte ti ho detto di bussare prima di entrare? – lo attacca l’ispettore scocciato per quell’interruzione del suo relax.
  • Scusi, capo, – risponde Luigi senza dare troppo peso al rimprovero – ho la notizia più importante del caso! – si dice sempre così per far apprezzare il proprio lavoro!
  • Sputa fuori!
  • Abbiamo identificato il cadavere, si tratta di un clandestino entrato probabilmente circa due mesi fa in Italia, non si conosce ancora l’organizzazione che l’ha fatto arrivare e come.
  • Va avanti.
  • Non c’è da andare avanti, le informazioni finiscono qui, ma ho già diramato i dati e presto ne sapremo di più. Le altre cose sono tutte scritte qui dentro, ma c’è poco di interessante. – E così dicendo butta la cartellina con il rapporto in mezzo a tutte le altre scartoffie.

Il mare mosso verde marrone di sabbia del fondale si alza e rinsacca portando sé resti e rimanenze di oscure paure che turbano la mente scontrandosi con una fisicità già provata dal duro lavoro.

Uno specchio di luce s’infrange sul pavimento stagliandosi nei quadri che dividono il vetro della finestra; mille piccole ombre ticchettano quella luce passando velocemente tra il sole e il suo riflesso.

I piccioni passano e lei alza lo sguardo per capire cosa ha causato quell’intermittenza. Paola è disorientata, sono trascorsi due giorni dall’incidente e non sa cosa ha fatto in quelle quarantottore. I minuti pare abbiamo messo le ali ai piedi eppure lei sa che è anche il suo stato confusionale ad aumentare quella sensazione di corsa senza senso.

Il lavoro è tanto, è vero, ma se da un lato non permette un attimo di tregua dall’altro l’aiuta a uscire dall’orrore di quello che ha visto.

Completamente assorta nei suoi pensieri viene distratta dall’arrivo di Adriana che entra come un fulmine nel locale. Si avvicina a lei dietro al bancone del bar e sussurra:

  • Se qualcuno ti chiede qualcosa di mercoledì sera, io sono stata con te fino alle cinque del mattino, OK?”

Paola non fa in tempo a riflettere, né a capire cosa voglia ottenere l’amica con quella richiesta. Riesce solo a balbettare un “va bene” dettato dall’obbligo dell’amicizia, poi la vede correre via con fare frettoloso.

La mente vorrebbe tornare ai suoi pensieri, ma nell’immagazzinare il breve scambio di frasi immediatamente salta fuori il collegamento del giorno di mercoledì con quello dell’omicidio.

Si rende conto istantaneamente dell’enormità che ha compiuto dando la sua copertura all’amica. E per giunta proprio nell’orario che coincide con quello dell’accoltellamento! Cos’ha combinato dando l’OK all’amica?

Un baratro di terrore si apre dentro al suo stomaco e le fa distintamente avvertire un mancamento fisico. L’aria di stonato che aveva captato fin dall’inizio della loro avventura con l’osteria si accresce e ora che si è cacciata in quel guaio con la copertura ad Adriana, sta diventando una sinfonia vera e propria. Il brutto è che si tratta di una sinfonia superbamente tetra.

Un bicchiere fa due rimbalzi a terra provocando un rumore secco e ottuso, poi si rompe in mille frantumi andando a colpire lo spigolo del frigobar e causando un rumore bagnato e acuto. Le mani di Paola sobbalzano dentro l’acqua del piccolo secchiaio, quel richiamo fragoroso è come un proiettile che esplode contro i suoi nervi tesi.

L’acqua calda della doccia le picchia sul capo scivolando gradevolmente dal collo sulle spalle; allunga la mano per prendere la bottiglietta dello shampoo e nel farlo urta contro quella vuota che gli sta vicino. Maledice la sua pigrizia nel non ripulire l’angoliera della doccia di quei resti finiti e ormai inutili, intanto il piccolo contenitore di plastica vuoto è caduto sul piatto doccia e l’acqua gli si riversa sopra producendo un rumore ticchettante.

Lo raccoglie sistemandolo fuori dalla doccia in modo da ricordarsi, poi, di gettarlo via. Chiude il rubinetto poi, dopo aver fatto scendere un getto d’acqua più caldo degli altri, s’infila l’accappatoio e si avvia verso la camera per vestirsi. I pensieri, ormai, ripercorrono sempre le stesse tappe, e mentre riorganizza quello che dovrà fare al lavoro, la mente rimette in moto il meccanismo dei ricordi. Di qualche sera prima.

Quando arriva con degli ospiti che ritiene importanti Gusto ha un modo di fare meno smargiasso e più contenuto del solito. Paola non riesce a comprendere perché tenga in grande considerazione certa gente, ma lei ha sempre capito poco delle ragioni dei soldi e delle strade che li fanno correre.

Quella sera Gusto è con Giorgio, Rolando, Mario e alcune ragazze che fanno da tappezzeria. Si capisce subito che le teste d’oro sono i primi due mentre gli altri sono solo di contorno.

Si siedono con lei e Francesco, le chiacchiere sembrano marginali a qualsiasi argomento, ma la falsità e la furbizia con cui Giorgio parla le danno fastidio come il non riuscire a stabilire il limite dove finisce la verità e dove cominciano le sue aperture fantasiose per fare il grand’uomo.

  • Allora, Gusto, cosa ne pensi del Grande Progetto? – chiede Giorgio apparentemente in modo distratto, ma si vede lontano un miglio che vuole sapere la posizione dell’amico.
  • Io non credo che verrà mai realizzato; sai quanto verrebbe a costare un’isola in mezzo al mare? E poi con tutto quello che credono di metterci sopra? –
  • Perché, a te non piacerebbe avere un casinò a portata di motoscafo?-
  • Mi piacerebbe eccome! Ma non credo che riusciranno mai a trovare i fondi necessari.
  • Può darsi che aprano delle partecipazioni …
  • Ah, io qualcosa ce lo investirei …

Mentre parla una delle ragazze inizia a distrarlo e l’argomento si chiude. Ma Giorgio ha capito quanto basta per sapere di poter attirare nell’affare anche Gusto e i suoi soldi. Con l’indice e il pollice cinge il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, senza stringerlo con presa sicura, quasi gli sia difficile decidere se portarlo alla bocca oppure no.

Si stava facendo molto tardi e visto che nella compagnia c’era anche Gusto, Francesco gli ha chiesto il favore di chiudere lasciandogli le chiavi sul tavolino.

LE CHIAVI!

Paola si risveglia dal torpore dei ricordi e cerca di ricostruire passo a passo quei momenti; quella sera lei e Francesco erano andati a dormire un po’ prima approfittando della presenza di Gusto e della mancanza di altri clienti. Lui aveva accettato di chiudere il locale e loro gli avevano lasciato una delle loro chiavi di scorta. Avevano cambiato le serrature per evitare le intrusioni di coloro che avevano gestito negli anni precedenti per conto di Gusto. Quindi lui non poteva usare quelle vecchie e quella sera se l’era fatta lasciare da  loro. Non l’aveva  mai restituita. Il fatto era accaduto quasi quindici giorni prima, dieci giorni esatti prima dell’omicidio.

DEM è furioso, ha programmato nei minimi particolari ogni mossa, sua e di chi gli sta attorno, cosa gli è sfuggito dal controllo per fargli perdere la situazione di mano? Chi è stato a commettere quello stupido omicidio proprio nel paese che dovrà essere la base strategica di tutta l’operazione?

DEM non sa con chi prendersela, per la prima volta nella sua vita ha a che fare con un fantasma di cui non conosce assolutamente nulla. L’uomo ucciso è un emerito signor nessuno, un marocchino qualunque, un clandestino senza documenti, né lavoro, né dipendenze.

A chi ha fatto comodo farlo fuori? Chi cazzo si è messo in mezzo a rovinargli i piani? DEM vorrebbe fregarsene altamente, vorrebbe togliersi il pensiero dalla testa, magari scoprendo la verità; ma non sa dove raccogliere le informazioni utili per la soluzione a quell’impiccio d’omicidio.

Come può sperare di realizzare il suo Grande Progetto di Mega Las Vegas Galleggiante se non ha tutta la situazione sotto controllo? Adriana si è assicurata la complicità di Paola, ma DEM crede che né lei né quel sempliciotto di Francesco, suo marito, abbiano nulla a che vedere con quella storia o con quello che eventualmente potrebbe esserci dietro. L’unico vantaggio di averli dalla sua parte è che sono un contatto in più con Giorgio.

Quando Giorgio era venuto a trovarlo per parlare dell’affare, dopo che DEM lo aveva comunque fatto seguire da Bruno per conoscerne ogni suo spostamento, aveva dimostrato una calma di cui aveva poca padronanza.

E quel nervosismo non era causato dai problemi che stava provocando l’esponente dell’opposizione, tale Rolando, quanto piuttosto dalle deviazioni che avrebbero subito alcuni suoi traffici personali.

Giorgio è un ingenuo, DEM è giunto a questa conclusione dopo che Bruno gli ha riferito di averlo visto confabulare con l’esponente dell’opposizione. Se pensa di concludere gli affari con quella mezza cartuccia pensando di scavalcarlo, significa che non ha capito niente.

Rolando non avrà alcuna parte nella Mega Las Vegas Galleggiante, e se pensano di far ridimensionare il progetto per avere più possibilità di fargli le scarpe, non si rendono conto di quanto sia pericoloso mettersi contro di lui. E poi, quali vantaggi può trarre Giorgio dal combinare affari con quell’uomo? Ha forse qualche giro di conoscenze che DEM non conosce?

Il volto fermo immobile, nessun muscolo si muove a tradire il suo essere vivo, lo sguardo fisso nel vuoto, solo qualche ricciolo di capello trema al lieve soffio della brezza estiva. Gli occhi incantati da un cervello che segue pensieri lontani dal posto e dai luoghi in cui il corpo si trova. L’attimo di impassibilità trascorre subito, come se un inesistente stimolo abbia il sopravvento sull’immobilità pensosa.

Giorgio cammina con fare disinvolto, come se nulla possa distrarlo dalla passeggiata sul lungomare; in realtà getta di continuo lo sguardo dietro alle spalle per controllare che nessuno lo segua. Fuori dal locale di Paola quel marocchino lo aveva guardato fisso negli occhi più di una volta e sicuramente ce l’aveva con lui. Non lo conosceva, ma come lui ce ne saranno stati tremila che erano passati per le sue mani e che lui non sarebbe stato in grado di riconoscere.

Di certo era stato lui, quel marocchino che l’aveva guardato fisso, a dargli quello strano appuntamento, poco prima dell’alba, alla locanda di Francesco; ma lui aveva fatto bene a non andarci e per fortuna qualcuno ci aveva pensato a farlo fuori in sua vece.

Sì, qualcuno, ma chi? E se all’appuntamento ci sarebbe dovuto essere anche qualche altro clandestino fuggito ed erano d’accordo per fare fuori lui?

Magari poi le cose tra i due si erano deteriorate, avevano discusso, e uno c’era rimasto secco. Ma adesso, l’altro, quello che aveva compiuto l’omicidio, quello adesso ancora lo sta cercando?

A furia di voltarsi per controllare le spalle Giorgio sta rischiando un attacco di periartrite.

Giorgio è sempre entrato nel locale senza salutare e l’averlo fatto anche in quella occasione non significa che sia una giornata diversa dalle altre. A Paola non è mai piaciuto quell’uomo alto e dinoccolato, costantemente sul punto di far scattare il suo nervosismo.

Poco gliene importa se Francesco, invece ritiene che quella sia una persona cui usare riguardo per i tanti soldi che riesce a maneggiare. Per di più non si capisce da dove gli arrivino e come li maneggi, quei soldi, e ciò contribuisce ad aumentare la diffidenza di Paola.

  • Vuoi un caffè? –
  • Sì, grazie. –
  • È qualche giorno che non ti si vede, sei stato fuori? –
  • Ho dovuto sbrigare degli affari a Roma.-

La risposta secca e asciutta lascia intendere che ci sia poca voglia di parlare; meglio così, pensa Paola, che vorrebbe, sì, chiacchierare dell’omicidio, ma Giorgio non è propriamente la persona adatta. Dopo avergli servito il caffè lo lascia solo al bancone del bar, immerso nella lettura di un quotidiano.

Esce a prendere un po’ d’aria, la presenza di Giorgio e la mancanza di Francesco la fanno sentire in debito di ossigeno. Si siede a uno dei tavolini esterni con un quotidiano aperto davanti a lei. Ma non riesce a distrarsi, il pensiero dell’uomo seduto al bancone le occupa la testa più di quanto non vorrebbe.

Quell’uomo non le ha mai fatto niente di male, ma non le ha neppure mai ispirato un benché minimo sentimento di fiducia. Per di più il fatto che sia un grande amico di Adriana e che le ha fatto quella strana richiesta di copertura per il giorno dell’omicidio, le crea una certa sensazione di disagio.

Il Galeazzo, con le sue piccole mosse di sventagliate passeggere, accompagna la crescita del paese come un abitante tollerato e sempre chiacchierato. Raccoglie ogni cosa, notizie, pettegolezzi, chiacchiere e quant’altro contribuisca alla vita del paese. Il Galeazzo, vento di sud-est altrimenti detto libeccio, raccoglie tutto e lo porta in giro, come fa con i semi delle piante, con le voci del porto, con i richiami delle donne, con le voci dei fruttivendoli.

E se in tanti anni è stato tacciato di essere il provocatore delle disgrazie e la causa delle male avversità, nessuno può negare di avere sfruttato la sua fama per alimentare quell’indifferenza che sarà la migliore copertura dei sotterfugi dietro cui trincerare i propri interessi personali.

Il Galeazzo pare aver ingaggiato una schiera di forni ad altissimo potenziale per utilizzare l’aria bruciante e soffiarla con violenza in faccia ai poveri turisti. Il caldo è insopportabile, la torrida temperatura di quel vento afoso toglie l’ossigeno anche a coloro che abitano vicino al verde promontorio.

Le voci che il torrido Galeazzo porta con sé parlano di un certo Mosef sfuggito a una rete di traffico di clandestini, e che per la sua fuga ha pagato il prezzo più alto. Quanto a sapere di quale rete organizzativa si tratti e a chi del paese ne sia invischiato non è affare che riguarda le chiacchiere.

Come al solito, quando la gente di Gàlino deve fare i conti con una realtà più grande del solito campo visivo preferisce voltare la testa da un’altra parte.

Il giorno di Ferragosto la sirena del porto suona nell’ora del mezzogiorno e quell’avvertimento di nebbia ha un sapore particolare. Sembra preannunciare la trasformazione di quel posto in un luogo senza speranza, né di gioie né di dolori, solo un blues costante appiccicato alla pelle.

Il Galeazzo soffia piano, quasi a non voler far sentire la sua presenza a chi passeggia sul lungomare. Le chiacchiere si rincorrono come le voci che si sentono nelle conchiglie, e parlano di grandi affari andati in porto, di piccoli malavitosi lontani da Gàlino, di gente che esprime la sua creatività e di quelli che ne approfittano.

Gàlino d’inverno è come un film in bianco e nero proiettato al rallentatore; per tutti i colori che hanno girato durante la mirabolante estate, ciò che resta nella stagione umida e piovosa non è altro che uno scenario spento e vuoto.

Le luci gialle del porto diventano più malinconiche quando la nebbia dell’autunno le scolorisce appiattendole su un’immagine sempre più evanescente; un uomo solo cammina sul marciapiede con il cappello calato sugli occhi.

Procede spedito con le gambe che appena si vedono mentre appaiono e scompaiono sotto l’orlo del lungo cappotto. Cammina stringendo le mani, infilate fino quasi all’avambraccio dentro alle enormi tasche di quel cappotto grigio nero che si confonde con il colore dell’asfalto e del marciapiede.

Sta percorrendo la sopraelevata del lungomare, ogni tanto alza lo sguardo verso l’orizzonte estremo e cerca d’immaginarsi l’isola che dovrà sorgere al largo. In confronto alla Mega Las Vegas Galleggiante avrà le dimensioni di uno scoglio, e se per il primo progetto si parlava di effetto nave, questo che verrà realizzato al massimo potrà regalare un effetto pedalò!

Poco importa se l’opera non avrà  dimensioni enormi,  la garanzia di poter comunque smaltire la sua “mano d’opera” è stata sufficiente a fargli optare per quel ridimensionamento. Troppo difficile sostenere il mega progetto portato avanti dalla maggioranza politica e favorito da un costruttore esterno a Gàlino.

Il Galeazzo soffia piano, lui lo ha sempre gradito come un venticello che riesce a portare un’allegria dispettosa di cui si sente complice. Adesso che ha per le mani il progetto dell’isola artificiale le porte dei suoi affari personali si spalancano e il sogno di dare a Gàlino un’impronta “diversa” e di esserne l’unico artefice si sta realizzando.

Non è stato difficile arrivarci. Nonostante i tanti difetti, Gàlino è un paese che si fida ciecamente solo dei suoi figli, anche se a volte sono peggiori di quelli che abitano fuori. La fiducia era stata un’arma  facile da usare per eliminare la concorrenza di DEM, anche se era sostenuto dagli attuali amministratori. È stato sufficiente mandare a vuoto la prima asta e creare un clima di diffidenza nei suoi confronti e, con l’aiuto di Giorgio, il resto è venuto da sé.

Nel mezzo della faccenda s’era rischiato di far saltare tutto per colpa di quello “sfuggito”, ma alla fine la situazione era girata a suo vantaggio. Ora aveva in pugno anche il suo più fido alleato, Giorgio, che doveva guardarsi le spalle di continuo per paura di essere scoperto.

Per lui ingaggiare Leo e far fuori quel clandestino per evitare spie era stato un gioco da ragazzi e l’aiuto piovuto dal cielo con le chiavi era stato il tocco giusto per attuare il piano e deviare ogni minimo sospetto attorno. Gusto non avrebbe mai tradito la sua fiducia e Adriana aveva conquistato il silenzio di Paola e Francesco.

Dopo che la polizia aveva trovato un capro espiatorio, la faccenda si era sgonfiata e ora che tutti erano sistemati e comunque bisognosi di pace e tranquillità, non bisognava far altro che attendere il momento del trionfo.